Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Processo di Norimberga. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Processo di Norimberga. Mostra tutti i post

21/11/2020

Norimberga


Il 20 novembre 1945, 75 anni fa, si apriva il processo di Norimberga: per la prima volta nella storia l’intero «corpo politico e sociale», che rappresentava l’ideologia di un intero movimento, e non solo singole personalità, era chiamato a giudizio per rispondere dei crimini commessi.

Sebbene anche dopo la Prima guerra mondiale si fossero svolte ampie discussioni in merito alle misure da adottare nei confronti dei crimini compiuti in guerra, fu solo dopo il secondo conflitto mondiale che nacque un diritto penale internazionale in grado di punire sistematicamente crimini di tale gravità, nonché prevenirli e scoraggiarli.

I crimini perpetrati durante la Seconda guerra mondiali spinsero giuristi, politici e intellettuali ad interrogarsi sulla capacità e sulla forza del diritto di impedire il perpetrarsi di tali reati. L’opinione pubblica, sconvolta dagli eventi del secondo conflitto mondiale, spalleggiava e sosteneva una tale visione del diritto. Simbolo di questo atteggiamento fu il processo di Norimberga.

La corte si impegnò ad ampliare la dimensione punitiva attraverso l’istituzione di nuove giurisdizioni, di cui di grandissima importanza fu quello di «crimini contro l’umanità» e «crimini contro la pace» definizione che nacque per la prima volta nell’ambito del processo di Norimberga.

I crimini nazisti furono giudicati basandosi su un corpus giuridico che, adottando i principi e le norme già emanate negli anni passati, fu creato e sviluppato a guerra finita, dopo che questi reati furono compiuti. Infatti, l’avvocato di Göring, Stahmer, presentò, a nome dell’intera difesa, una mozione che insisteva sul fatto che fino a quel momento non era stato redatto nessun trattato internazionale che considerasse la guerra come un crimine. Quindi, secondo la difesa, in virtù del principio dell’irretroattività della legge il processo non poteva essere svolto.

Questa motivazione, però, si scontrò contro un principio enunciato dalla corte, il quale asseriva che né la difesa, né l’accusa potevano contestare la legittimità del processo.

Il processo accusatorio si basò su quella che in quel momento era la concezione generale in merito alla giustizia civile e sociale. I principi su cosa fosse deprecabile o meno erano già stati ampiamente elencati dai trattati precedenti, nonché comunemente accettati dall’opinione pubblica. Quello che mancava era una legislazione internazionale. L’opera del tribunale deve essere vista come atto della creazione di questo diritto internazionale.

La retroattività fu ampiamente utilizzata dall’accusa, ma si può parlare di retroattività parziale, in quanto le leggi “create” non andavano contro ai principi e alle norme emanate in precedenza, semmai le ampliavano.

Le accuse contro i nazisti si articolavano in quattro punti: crimini contro la pace, guerra d’aggressione, crimini contro il diritto di guerra e delitti contro l’umanità che furono raccolte all’interno della Carta di Norimberga.

Lo sterminio degli ebrei non fu trattato a parte. Non fu creato nessun punto d’accusa specifico, ma rientrò nell’accusa di crimini contro l’umanità. L’opinione pubblica internazionale non aveva ancora una percezione della specificità del crimine nazista contro il popolo ebraico. Le informazioni provenienti dai campi di concentramento di Buchenwald e di Mauthausen avevano fatto in modo che fosse noto il trattamento riservato agli ebrei, ma comunque non si era ancora compresa la reale portata della soluzione finale.

In conclusione di questo ricordo vale ancora la pena di riportare quanto sottolinea oggi, in un’intervista lo storico William Shawcross, figlio del capo del Collegio d’Accusa britannico al processo, sulla mancata “lezione della storia” considerato che abbiamo assistito e stiamo assistendo al prosieguo della logica del genocidio.

Ed è anche il caso di riportare il giudizio formulato da Piero Calamandrei sull’esito del processo stesso.

Sulle pagine della giovane rivista «Il Ponte», nel 1946, commentando le sentenze capitali emesse dalla corte di Norimberga, Piero Calamandrei fissa alcuni dei principi che da lì in avanti saranno costantemente richiamati con riferimento agli obiettivi e ai limiti della giustizia penale internazionale per decretare la preminenza delle esigenze di livello sostanziale rispetto a qualunque ostacolo di ordine strettamente formale:

“Qualche anima bennata si sente offesa e impietosita dinanzi a queste forche e a questi giustiziati. […] Come si è potuto condannarli se non c’erano leggi prestabilite, né pene comminate, né garanzia di giudici imparziali? Quello che lo Stato permette, o addirittura premia, non può essere delitto. Torturare, stuprare, evirare, adoprare uomini e donne come cavie da vivisezione, cremarli vivi per estrarne utili sostanze chimiche, tutto questo era fatto per la più Grande Germania […]. Chi obbediva a quelle leggi, compieva per la nazione il suo dovere di cittadino.

Secondo Calamandrei, non sarebbe stato possibile, di fronte a «milioni di martirizzati innocenti» adottare cautele che avrebbero trasformato la legge in sterile legalismo. Esistevano, al contrario, imperative esigenze morali che rinviavano alle leggi dell’umanità, le stesse cui Antigone chiedeva si prestasse ascolto. Leggi non scritte che «hanno cominciato ad affermarsi, nella funebre aula di Norimberga, come vere leggi sanzionate: l’“umanità” da vaga espressione retorica, ha dato segno di voler diventare un ordinamento giuridico.

Né sarebbe potuto servire a frenare tale approccio il pensiero di una giustizia amministrata dai vincitori, una giustizia disposta a dimenticare la bomba atomica e i bombardamenti a tappeto sulle città tedesche, giacché Norimberga aveva dimostrato che la spietata inumanità è sempre esposta al castigo, qualunque sia il campo da cui proviene”
.

Fonte

07/02/2015

Sterminio e affari: la grande industria tedesca e lo sfruttamento dei lager

di Giorgio Nebbia - tratto da http://www.eddyburg.it

Abbiamo ancora negli occhi gli orrori che ci sono stati ricordati in occasione del settantesimo anniversario della liberazione, da parte dell’esercito sovietico, del primo dei campi di concentramenti e sterminio nazisti, quello di Auschwitz. In tale campo è stato prigioniero anche Primo Levi, il grande scrittore torinese, che era anche un chimico e che ha lasciato pagine indimenticabili sulla terribile esperienza. Un orrore nel quale sono state coinvolte, oltre alle SS, la milizia che aveva come simbolo il teschio della morte, ma anche molte persone apparentemente inappuntabili. I vari processi contro i responsabili dei crimini nazisti, svolti negli anni dal 1946 al 1948, hanno messo in evidenza che molte imprese commerciali e industriali hanno fatto soldi, e tanti soldi, fabbricando le strutture e gli apparati dei campi di sterminio e sfruttando le persone, donne e uomini, internate nei campi come mano d’opera gratuita in lavori durissimi, con poco cibo, al freddo.

Il nazismo aveva costruito una struttura industriale potentissima rivolta alla preparazione e poi allo svolgimento di una guerra che sarebbe durata cinque anni in tutta Europa, in Africa e negli oceani del mondo. Gli uomini validi erano al fronte e l’apparato industriale doveva cercare operai portati via dai parsi occupati. Quando i tragici convogli ferroviari di prigionieri, ebrei, rom, partigiani, arrivavano nei campi di concentramento veniva fatta una selezione delle persone che avrebbero potuto lavorare allo sforzo economico. Questa mano d’opera, praticamente schiava, veniva ceduta alle industrie e agli agricoltori; esisteva uno speciale ufficio delle SS che si occupava della ”vendita” di questi lavoratori; i datori di lavoro pagavano un contributo alle SS per ogni schiavo. Oswald Pohl, il capo di questo speciale ufficio economico e amministrativo delle SS (WVHA), fu processato e giustiziato nel 1951.

Ci sono dettagliate descrizioni di questo vergognoso commercio di lavoratori impiegati nella costruzione di strade e gallerie, nelle cave, nei campi e nelle fabbriche. Un libro di William Manchester, I cannoni dei Krupp (1961), basato sugli atti del processo svoltosi a Norimberga contro questa potente famiglia, mostra come i proprietari della grande industria dell’acciaio, la potente famiglia Krupp (si proprio quella il cui nome è stato tramandato fino alla società che ha potuto acquistare le acciaierie di Terni e di Torino), fossero in grado di far funzionare a pieno ritmo i loro stabilimenti per la produzione di acciaio e di armamenti con il sangue e il dolore di migliaia di donne e uomini “acquistati” dai custodi dei campi di concentramento e sfruttati fino alla loro morte per sfinimento o malattie.

La I.G. Farben, un potente gruppo di industrie chimiche, aveva installato, nelle vicinanze del campo di concentramento di Auschwitz, per poter utilizzare gli internati del campo, un grande stabilimento per la produzione di gomma sintetica, partendo da calcare e carbone, e una fabbrica di benzina sintetica. Mano d’opera schiava veniva usata nella gallerie scavate nei giacimenti sotterranei di sale in cui erano costruiti e sperimentati i razzi V2. Il commovente film Schindler’s list racconta la storia vera dell’imprenditore Oskar Schindler, fabbricante di munizioni per l’esercito tedesco, che corruppe funzionari delle SS per ottenere deportati ebrei da far lavorare nel suo stabilimento al fine di sottrarli alla morte. Ma le imprese facevano affari anche con i campi di concentramento e si contendevano gli appalti per la costruzione delle baracche, delle camere a gas e del cianuro con cui venivano assassinati i deportati che “non servivano a niente”.

Sono sopravvissuti i verbali dei sopralluoghi di tecnici e operai che andavano nei campi per la manutenzione dei forni crematori. In questi giorni “della memoria” non ho visto proiettato un altro bel film, Vincitori e vinti, del 1961: un giudice (il bravissimo Spencer Tracy) di uno dei processi di Norimberga, quello contro i giudici nazisti, si sforza di capire come il popolo tedesco, il popolo che aveva generato tanti giganti della filosofia, della letteratura, della scienza, della musica, potesse aver assistito in silenzio agli orrori che si svolgevano tutto intorno.

La risposta generale è: «non sapevamo nulla» e la vedova (Marlene Dietrich) di un alto ufficiale nazista, cerca di spiegare (il film è ambientato nel 1948) che il popolo tedesco dopo la fine della guerra aveva il diritto, anzi il dovere, di dimenticare e di ricominciare a vivere. Si era alla vigilia (giugno 1948) del blocco sovietico della città di Berlino e il mondo sembrava alle soglie di una terza guerra mondiale, questa volta fra americani e sovietici, ex-alleati nella sconfitta del nazismo e gli americani avrebbero “avuto bisogno” dei tedeschi. Effettivamente, all’infuori dei pochi condannati a morte, tutti gli altri condannati per crimini nei vari processi, sono tornati presto in libertà e hanno ricoperto cariche importanti nell’economia mondiale.

La politica militare ha delle sue strane regole (im)morali; americani e russi, vincitori della Germania nazista non hanno esitato a reclutare i migliori ingegneri, tecnici e scienziati del paese vinto per impiegarli nei loro sforzi industriali in vista di un possibile scontro fra gli ex-alleati. Von Braun, il progettista delle V2 tedesche che avevano distrutto interi quartieri di Londra nella nemica Inghilterra, negli Stati Uniti progettò i razzi per l’aeronautica militare diventando apprezzato consulente delle industrie americane. Anche questo da ricordare.

1 febbraio 2015

Fonte

10/08/2014

Una Norimberga per Israele?


Le parole sono state dette, quasi tutte quelle a nostra disposizione, in ogni lingua della Babele di questo mondo, sempre più prossimo alla catastrofe generale. Abbiamo pianto, ci siamo sdegnati, abbiamo denunciato il silenzio, o peggio, le menzogne, le acquiescenze, le complicità attive e passive. Il muro di gomma ha accolto la nostra protesta e il nostro furore.
Fra il silenzio di chi avrebbe dovuto parlare e le menzogne di chi parla troppo, siamo rimasti schiacciati, emarginati: oltre a qualche sito e alcuni fogli on line, come questo, a ridurre il senso di solitudine di quanti condividono la mia collera impotente davanti all’osceno massacro. L’ennesima “Operazione Terrore e Orrore” (così deve essere chiamata, altro che “Margine protettivo”) messa in campo dagli israeliani ai danni del popolo palestinese mentre non suscita grandi manifestazioni di protesta, non risveglia l’Unione Europea dal suo letargo colpevole; infine, non anima la milizia degli intellettuali (l’ho denunciato il 22 luglio scorso sul Manifesto).

Invece, sul fronte opposto, c’è un attivismo frenetico: il sionismo ha i suoi guardiani interni, i suoi pasdaran esterni (esempi eccelsi Magdi “Cristiano” Allam a Giuliano Ferrara), i suoi siti di riferimento, e una schiera nutrita di “controllori del traffico”. Alludo al traffico internautico, con particolare riferimento alle testate on line e ai social  network: seguono tutto, leggono e mandano lettere, “postano” commenti. Sempre all’insegna di un’aggressività che appare, sul piano della comunicazione politica, il corrispondente del bellicismo forsennato delle forze armate di Tel Aviv. Certo, stiamo leggendo anche parole in libertà di schietto tono antisemita, ma la furia degli oltranzisti filoisraeliani è scatenata a largo raggio, e colpisce non tanto gli antisemiti dichiarati (ovviamente), ma i pretesi “antisemiti nascosti”, e in particolare si avventa contro gli “antisemiti di sinistra” (anche se ebrei: categoria tra le più usate è appunto “l’ebreo antisemita”), o gli “oggettivamente antisemiti”, liquidati come “amici di Hamas”, a sua volta liquidato come gruppo non solo fondamentalista ma addirittura “fascista”. Il dato più interessante è che tali formule sono state imposte da una vera e propria egemonia, talmente efficace da diventare senso comune: a nessuno viene in mente, per esempio, di studiare le trasformazioni che, anche a livello di statuti e documenti interni, Hamas ha avuto nel corso degli anni; nessun commentatore (a parte pochissime eccezioni)  spiega che i famosi “tunnel” sono stati un mezzo fondamentale di sopravvivenza per i gazawi, prigionieri nella Striscia. Distruggete il terrorismo, e finirà la “guerra”. Ecco la menzogna che ci viene propinata, anche dagli “equidistanti”; per tutti, la nostra ministra degli Esteri, che nell’unico intervento parlamentare su Gaza ha invitato a “non parteggiare”: ma sì, stiamo alla finestra a guardare il gioco al massacro. E quando il sottoscritto, con altri, ha provato a dar voce, con un Appello, alla rabbia, e incontra il favore di alcuni rispettabili intellettuali e di qualche centinaio di cittadini e cittadine dalle più diverse collocazioni geografiche e professionali (questa è una interessante novità: impiegati, pensionati, disoccupati, lavoratori precari, studenti, insegnanti, medici, infermieri…), non solo italiane, ecco che si scatena la canea.

L’Appello circola in rete (lo si trova oltre che su Contropiano, su www.historiamagistra.it, sul Manifesto on line, ma è stato ripreso da molti siti), e piovono le ingiurie.
La pubblicazione di un articolo su Haaretz, foglio della sinistra moderata israeliana (che sia pur senza eccessi di beceraggine, ne parla come di una espressione di “antisemitismo strisciante”) ha avuto l’effetto di rilanciare a livello internazionale l’Appello, che sta veleggiando verso le 1000 firme tra le quali crescono quelle straniere.

Ovviamente la grande cassa di risonanza di Facebook, contribuisce al successo del documento; ma questo grande mezzo di connessione, rivela subito la sua doppia faccia, appunto, trasformandosi in una cloaca maxima, nella quale gli utenti sono “tutti uguali”, e ogni detentore di “profilo” si sente un analista politico, uno storico, un filosofo, un giurista… In particolare si scatena la lobby sionista, con i suoi sergenti e caporali pronti ad azzannare la vittima, colui o colei che hanno osato aprir bocca, ma non per unirsi al santissimo coro che deplora il lancio di razzi dalla Striscia, mettendo sullo stesso piano i resistenti palestinesi e gli aggressori israeliani…

L’Appello insomma manda in bestia schiere di “osservatori” che, come se fossero in una dimora privata, perdono i freni inibitori e aggrediscono, ingiuriano, mettono alla gogna estensori e semplici firmatari. Un solo esempio: qualcuno nascosto ovviamente sotto un nickname spara: “Il documento è semplicemente disgustoso e spero che qualcuno paghi il prezzo per l'operazione pericolosissima e bieca che si sta conducendo”.  Invece firmano i loro post, studiosi (non citerò i loro nomi, perché preferisco lasciarli nel meritato oblio) che arrivano a sentenze di questo genere: “Vien  da interrogarsi sulla serietà professionale di storici che si esprimono come degli ubriachi e fanno paragoni privi di fondamento”, e aggiungono parole quali ”bestialità”, “sonore stupidaggini” e  “deliranti inviti a buttar nel cesso tutta la civiltà giuridica occidentale per fare processi collettivi”. Nota in margine: se la civiltà giuridica occidentale è “bussare” alla porta prima di sparare, due minuti dopo, un missile che distruggerà la casa, come fanno le forze armate israeliane, possiamo davvero “buttarla nel cesso”, come con alto eloquio si esprime il tizio. Un altro rivolgendosi a un firmatario dell’Appello, ricercatore precario, arriva al punto forse più alto: “Lascio quindi a chi avrà l'arduo compito, in futuro, di valutare la sua professionalità, maturità e deontologia di storico, in qualche concorso nazionale, il compito di prendere in esame […] anche il suo impegno per questo manifesto, e giudicare […] se lei sia o meno maturo e responsabile a sufficienza per insegnare[…], pagato dallo stato e dai cittadini. Personalmente non lo credo [….]. Vorrei solo che le fosse chiaro che esattamente questo è il prezzo del suo appello e che la cosa la riguarda personalmente, così come personalmente lei ha firmato con nome e cognome. Altrimenti che eroismo sarebbe, se non avesse conseguenze?”. 

Parole a dir poco sconcertanti. Siamo all’anticamera del plotone di esecuzione.  Un altro contesta l’espressione “lento genocidio di un popolo”, con lo strabiliante argomento che a Gaza la popolazione cresce ogni anno (ma sì, un bel salasso di sangue ci sta!). Eppure, il malcapitato firmatario, con toni pacatissimi, pur avendo subito oltraggi e ingiurie (innumerevoli), replica punto per punto, e infine chiude con queste parole: “…perché tutto questo astio? Perché non si può proporre un punto di vista alternativo a quello dominante? Perché non si può discutere senza essere ricoperti di insulti?”. La risposta è nell’oggetto: come la Shoa rappresenta in certo senso l’indicibile, i paladini del suo sfruttamento politico (per riprendere il tema caro a Norman Finkelstein, che, ricordo, è stato qualche giorno fa arrestato a New York, “colpevole” di aver partecipato a una manifestazione contro Israele, dove peraltro, lui ebreo figlio di genitori morti nel lager, è stato dichiarato “persona non grata”), hanno rinchiuso lo Stato di Israele, “erede” della Shoa, in una sorta di sfera magica, che rappresenta lo stesso concetto, l’ineffabilità, inteso alla lettera: non si può parlare, non si può discutere, laicamente. Sicché mentre l’antisionismo viene equiparato all’antisemitismo, con l’aiuto di una legislazione liberticida a livello europeo, siamo sotto ricatto: un collega che ha letto l’Appello, pur affermando che lo condivideva, mi scrive: “io non riesco a sottrarmi a quel ricatto”. Ebbene, davanti all’orrore di Gaza, davanti a quei corpi di uomini bimbi e donne maciullati, a quel deserto di macerie, davanti all’arroganza di chi non pago di aver chiuso 1.800 esseri umani in una scatola di cartone, la schiaccia, con il suo enorme peso, abbiamo non solo il diritto ma il dovere (anche per i tanti ebrei contrari all’occupazione e al massacro), di rompere il tabù dell’Olocausto, e soprattutto smettere di tacere. “Una Norimberga per Israele”, richiesta dall’Appello, è una metafora forte, per qualcuno irritante, contestabile sul piano storico e giuridico, ma adeguata su quello etico-politico, ad esprimere lo sdegno di chi ha deciso di gridare, davanti al silenzio degli uni e alla mezza voce degli altri.

Fonte

06/08/2014

Le soglie dell'orrore

L'ultimo mattatoio scatenato da Israele a Gaza ha alzato l'asticella delle vittime: quasi 1900, più dell'operazione Piombo Fuso che aveva segnato la “soglia” precedente di una asimmetria del dolore e della brutalità militare in una Palestina da 66 anni alle prese con l'occupazione coloniale israeliana.

Adesso sembra che dopo l'orgia di bombe, droni, cannonate, missili e quant'altro si sia raggiunta la tregua. Molti si augurano che regga, troppo pochi si augurano che la fine delle ostilità non rappresenti altro che il ripristino della intollerabile situazione pre-esistente a Gaza: una prigione a cielo aperto dalla quale non si può fuggire neanche sotto i bombardamenti. Che prima o poi torneranno a fare strage di innocenti.

Quanto avvenuto a Gaza e in Palestina in questi decenni svela una parte significativa delle contraddizioni inaccettabili delle attuali relazioni internazionali, ma abbiamo l'impressione che l'ultimo mattatoio a Gaza riveli anche qualcosa di più ed estremamente preoccupante.

In questi anni la realtà dei “due pesi e due misure” ha agito sistematicamente nella trattazione della vicenda dei rapporti tra Stato di Israele e palestinesi. Al primo è stato consentito tutto quello che non è stato consentito ad altri Stati. “Perché il mondo permette ad Israele di fare quello che fa?” si interrogava sei anni fa Ilan Pappe.

Per molto meno di quello che le autorità e le forze armate israeliane hanno fatto nel 2009, nel 2012 ed ora a Gaza, altri stati sono sottoposti a embarghi, sanzioni e addirittura ad interventi militari punitivi. Proprio in queste settimane USA e UE continuano l'escalation delle sanzioni contro la Russia adducendo responsabilità di Mosca in Ucraina (alcune vere, altre presunte) enormemente inferiori rispetto a quelle di Israele nei confronti dei palestinesi. Leader di governo sono stati uccisi o sono finiti davanti alla Corte Penale Internazionale dell’Aia per responsabilità enormemente inferiori rispetto a quelle di Netanyahu, dei suoi ministri, dei suoi generali e finanche di alcuni parlamentari israeliani.

Ma il doppio standard che agisce ancora nelle relazioni internazionali, seppure odioso e intollerabile, non è ancora il fondo del vaso di Pandora che si va schiudendo.

La realtà ci mette simultaneamente davanti alla storia recente e al futuro. Si è accettato infatti come soglia del dolore invalicabile solo quella generata dal nazismo con lo sterminio dei cittadini di origine ebraica in Europa. Dunque tutto il dolore e l'orrore generati al di sotto di quella soglia sono diventati in qualche modo accettabili, giustificabili, silenziabili, tranne evocarli in modo strumentale quando si tratta di legittimare qualche ‘guerra umanitaria’ contro l'ostacolo di turno sulla strada dell’affermazione dei propri interessi.

Eppure non sfugge che la disperata resistenza della popolazione palestinese di Gaza contro le truppe israeliane sia quanto di più simile alla rivolta del Ghetto di Varsavia contro l'occupazione nazista. Meglio morire combattendo una guerra del tutto impossibile sul piano delle forze in campo, che morire lentamente, strangolati da un assedio sempre più micidiale che ti chiude in una gabbia e ti uccide senza clamore. Ma il grido di Gaza è stato ritenuto dalle potenze decisive della comunità internazionale al di sotto di una soglia del dolore e dell'orrore tale da spingere ad atti concreti per fermare il massacro.

Paradossalmente oggi vengono attuate sanzioni crescenti contro la Russia per l'Ucraina (in un contesto in cui sono stati Washington e Bruxelles a far deflagrare la crisi) mentre nulla venne fatto contro la Russia di Eltsin e del primo Putin che radevano al suolo la città di Grozny per debellare i secessionisti ceceni alla fine degli anni Novanta. Il fatto che la Russia di quindici anni fa fosse considerata ormai “parte” integrante dell'occidente permise allora una netta crescita della soglia dell'orrore e del dolore accettabili. Al contrario oggi, per molto, molto meno, scatta un meccanismo punitivo e aggressivo – pericoloso oltre ogni razionalità – platealmente funzionale agli interessi strategici statunitensi al quale si prestano volonterosamente anche i governi dell'Unione Europea.

La Libia, l'Iraq, la Siria, la Serbia, l'Iran e poi lo Zimbabwe e il Sudan sono stati sanzionati, bombardati, aggrediti, destabilizzati fino a diventare in alcuni casi “terre di nessuno” in mano a milizie armate e bande tribali, ma nessuna punizione è stata mai presa in considerazione nel caso di Israele. Ci stanno pensando, fortunatamente, i segmenti di società civile che attuano la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni verso Israele a praticare quello che dovrebbero fare – e non fanno – i governi e le stesse istituzioni internazionali. Anzi, questi ultimi, come nel caso italiano, continuano a vendergli armi, tecnologie e a commercializzarne i prodotti.

Ma, come dice giustamente l'appello “Noi accusiamo” lanciato dallo storico Angelo D'Orsi, “non basta la pur importante e lodevole campagna BDS... riteniamo che si debba portare lo Stato di Israele davanti a un Tribunale speciale internazionale per la distruzione della Palestina”. L'appello propone la pertinenza di una sorta di processo di Norimberga nei confronti dello Stato di Israele e delle sue responsabilità collettive. Potrebbe essere il primo passo per rompere il monopolio dell'orrore e del dolore e sotterrare un inaccettabile doppio standard che è durato fin troppo.

E' importante farlo ora, perché il nuovo corso delle relazioni internazionali sta facendo girare a ritroso la ruota della storia e per farlo non può che alzare le soglie del dolore e dell'orrore “civilmente accettabili”, perché ad esse e intorno ad esse puntano per costruire il consenso nei paesi occidentali in una crisi che può diventare guerra e orrore diffuso in tempi non più remoti.

Fonte