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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/03/2020

Israele – Netanyahu propone a Gantz un governo di coalizione

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Tramontata la formazione di un governo di minoranza con l’appoggio esterno dalla Lista unita araba (Lua), il leader del partito centrista Blu Bianco, Benny Gantz, probabilmente dovrà accettare ciò che prima del voto del 2 marzo aveva categoricamente escluso: un governo assieme al suo rivale, il premier Benyamin Netanyahu.

Il primo ministro e leader del Likud (destra) ieri sera ha chiesto pubblicamente a Gantz di dare vita insieme a un governo unitario per affrontare l’emergenza-coronavirus e i suoi riflessi sulla salute e l’economia. I numeri del contagio in Israele restano relativamente bassi (109 fino a ieri sera, tra i palestinesi sono 31) ma si prevede una crescita significativa di casi positivi nei prossimi giorni.

A spingere Gantz verso l’unità con il nemico Netanyahu è anche il capo dello stato Rivlin. Il presidente è convinto che solo un’alleanza di governo tra il Likud (destra) e Blu Bianco potrà evitare nuove elezioni politiche: sarebbero le quarte in Israele dal 9 aprile 2019. Con il problema coronavirus, i guai con la giustizia di Netanyahu passano inevitabilmente in secondo piano ed inoltre non sono più così immediati.

Il premier non andrà sotto processo il 17 marzo, per rispondere di accuse di corruzione, frode e abuso di potere. L’emergenza Covid-19 presto porterà alla sospensione, in gran parte, anche delle attività giudiziarie, come è avvenuto per le scuole e le università.

Gantz ha provato a fare lo sgambetto a Netanyahu. Il leader della destra ha vinto le elezioni ma il Likud e i partiti alleati mettono insieme 58 deputati, tre in meno della maggioranza minima di 61 seggi su 120 della Knesset. Perciò Gantz ha avanzato l’idea di formare un esecutivo di minoranza con i 47 deputati dei partiti sionisti di centrosinistra, appoggiato dall’esterno dai 15 eletti nella Lista unita araba, l’unica forza di opposizione che il 2 marzo ha fatto un passo in avanti.

Ottenuto l’appoggio del leader nazionalista laico Avigdor Lieberman, il capo di Blu Bianco per la prima volta ha incontrato alla luce del sole e non dietro le quinte i rappresentanti dei quattro partiti arabi uniti affermando di voler formare un esecutivo «che serva tutti i cittadini israeliani, arabi ed ebrei».

La Lista non ha promesso nulla. Ma il fatto che all’incontro siano andati i delegati di tutti e quattro i partiti della minoranza palestinese (21% della popolazione) ha segnalato la volontà di dialogo con Gantz che pure gli arabo israeliani contestano per le sue dichiarazioni e azioni anti-palestinesi.

«Lo abbiamo incontrato in nome della fine dell’era Netanyahu e per ribadire le nostre richieste – ha spiegato al manifesto il deputato palestinese Sami Abu Shihade – Vogliamo l’annullamento della legge che proclama Israele-Stato degli ebrei e non di tutti i suoi cittadini, la fine delle demolizioni di case nei centri arabi e una politica profondamente diversa nei confronti palestinesi sotto occupazione».

Non è noto cosa abbia promesso di fare Gantz. In ogni caso a far naufragare il suo tentativo è stata prima l’instabilità in Blu Bianco dove due deputati hanno bloccato l’iniziativa del loro leader, e poi il secco no ad un esecutivo che coinvolga i partiti arabi, espresso dalla deputata Orly Levy Abekassis, eletta grazie ai voti del centrosinistra (Laburisti e Meretz).

AGGIORNAMENTO

Gantz risponde all’appello alla formazione di un governo di unità nazionale per combattere il diffondersi del coronavirus lanciato ieri da Netanyahu proponendo un esecutivo con tutti partiti, anche quelli arabi (palestinesi). Netanyahu, riferisce il quotidiano Haaretz, ha detto un secco “no” alla partecipazione di quelli che considera i “sostenitori terrorismo”.

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06/03/2020

Israele - Dopo le elezioni è ancora stallo

Benyamin Netanyahu ieri è tornato a proclamarsi vincitore del voto del 2 marzo e a mettere ai margini la minoranza palestinese con cittadinanza israeliana (21% della popolazione) che ha visto crescere la sua rappresentanza alla Knesset (da 13 a 15 seggi). “Abbiamo vinto tra i (partiti) sionisti, gli arabi non sono parte dell’equazione”, ha affermato ieri il premier israeliano rivolgendosi ai rappresentanti delle formazioni di destra nazionaliste e religiose alleate del Likud, il suo partito.

Eppure per il premier israeliano non sono tutte rose e fiori. Proprio il successo della Lista araba ha ridimensionato la vittoria delle destre rendendo più complicata la scalata alla maggioranza di Netanyahu. La Commissione elettorale deve ancora verificare l’1 per cento dei voti e si attende il dato ufficiale delle elezioni. Gli esperti però non prevedono scossosi, quindi il blocco delle destre ha ottenuto solo 58 seggi, tre in meno di quelli necessari per dare vita a una maggioranza di governo.

Lo stallo politico in cui si ritrova Israele dalla fine del 2018, aperto dal partito ultranazionalista laico Yisrael Beitenu, guidato da Avigdor Liebarman (nemico giurato degli palestinesi in Israele), non è stato superato. E Netanyahu ora deve affrontare anche un altro ostacolo. Benny Gantz, leader della lista centrista Blu Bianco, avversaria del Likud, intende dare appoggio a una proposta di legge che, se approvata, impedirà a una persona incriminata di poter diventare primo ministro e ad un premier in carica di formare un nuovo governo. Legge che prende di mira proprio Netanyahu incriminato lo scorso novembre per corruzione, frode e abuso d’ufficio. “Gantz vuole rubarmi la vittoria elettorale, la sua mossa mina le basi della democrazia. Non ci riuscirà, il popolo israeliano ha espresso chiaramente la sua volontà politica”, ha protestato il premier. Gantz gli ha risposto invitandolo “a bere un bicchiere d’acqua e ad attendere i risultati ufficiali delle elezioni”.

La legge in cantiere non è l’unica difficoltà spuntata sulla strada del primo ministro. Ieri si è appreso che il capo dello stato israeliano Reuven Rivlin, secondo i tempi previsti dalle legge elettorale, dovrà affidare l’incarico per la formazione del nuovo governo il 17 marzo, proprio il giorno in cui il Netanyahu andrà sotto processo. Ciò mentre crescono le polemiche per il tentativo che il Likud sta facendo per convincere – dietro la promessa di ministeri e altri incarichi di rilievo – alcuni deputati eletti con i partiti di opposizione ad unirsi alla destra in modo da permettere la nascita di una maggioranza di governo guidata da Netanyahu.

Nel quartier generale dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), si seguono con attenzione e una evidente delusione gli esiti delle elezioni israeliane. Il presidente Abu Mazen in silenzio auspicava un successo dell’opposizione e l’uscita di scena di Netanyahu, suo nemico giurato. Sebbene anche Benny Gantz, un ex capo di stato maggiore, si sia detto favorevole al piano di Donald Trump che prevede l’annessione a Israele di una buona porzione della Cisgiordania, l’Anp comunque ritiene il capo di Blu Bianco un interlocutore più ragionevole di Netanyahu.

In queste ore cresce la pressione della popolazione palestinese a sostegno della ripresa dei contatti tra l’Anp e Hamas per arrivare all’unità nazionale che si è interrotta 13 anni fa con gli scontri armati tra il partito Fatah e il movimento islamico (che da allora controlla la Striscia di Gaza). La Russia, sempre più protagonista in Medio Oriente, sembra intenzionata a recitare un ruolo anche nel riavvicinamento tra Anp e Hamas. Nei giorni scorsi il ministro degli esteri Lavrov ha ricevuto a Mosca il capo di Hamas, Ismail Haniyyeh, e, secondo alcune fonti, potrebbe organizzare nei prossimi mesi una conferenza per favorire la riconciliazione nazionale palestinese.

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13/12/2019

Israele – Netanyahu in affanno

di Michele Giorgio – il Manifesto

Benyamin Netanyahu conferma che lascerà entro il primo gennaio i portafogli ministeriali che detiene – sanità, diaspora, welfare e agricoltura – ma continuerà a ricoprire il ruolo di premier. L’Alta Corte di Giustizia ieri ha comunicato che può rimanere a capo del governo e questa decisione di fatto ha dato il via alla campagna di Netanyahu per le elezioni del 2 marzo, le terze in Israele in 11 mesi. Le due precedenti consultazioni, il 9 aprile e il 17 settembre, non sono riuscite a risolvere lo stallo politico che si trascina da un anno. Per due volte Netanyahu, leader del partito Likud, non è riuscito a formare una maggioranza di destra. E ha ugualmente fallito il suo principale avversario, il centrista e leader della lista Blu Bianco, Benny Gantz.

Con l’annuncio della rinuncia ai quattro ministeri Netanyahu prova a presentarsi come un politico rispettoso della legge e di quel sistema giudiziario che ha duramente attaccato dopo l’incriminazione per corruzione, frode e abuso di potere giunta il 21 novembre. Troppo poco per darsi una immagine diversa da quella di astuto manovratore politico che si è cucito addosso in questi anni e presentarsi all’appuntamento del 2 marzo come candidato premier senza macchia. Gantz batte ogni giorno sullo stesso punto: un premier incriminato non può guidare Israele. Il leader di Blu Bianco guadagna consensi, almeno nei sondaggi, ed è convinto che i guai del primo ministro con la giustizia peseranno parecchio sulle scelte degli elettori.

Netanyahu si deve guardare anche alle spalle, dai compagni di partito che lo considerano una palla al piede del Likud. L’opposizione interna non è tanto forte da metterlo in pericolo, ma cresce. Gideon Saar, il suo più accanito rivale, si sta preparando con il coltello tra i denti alla prima seria sfida in 14 anni, le primarie del 26 dicembre, alla leadership del partito. Ieri Saar ha avvertito che un Likud guidato da Netanyahu non sarà in grado di vincere e formare un governo dopo le elezioni del 2 marzo. «Se Netanyahu vince le primarie, non ci sarà un governo. Dobbiamo preservare la tradizione democratica del Likud», ha proclamato reagendo ai fedelissimi del premier che lo accusano di «tradimento».

Che Netanyahu si sia indebolito e rischi questa volta una sconfitta, cominciano a pensarlo anche a Ramallah. Prima delle elezioni israeliane del 9 aprile e del 17 settembre l’Autorità Palestinese (Anp) ha mantenuto un profilo basso, non ha interferito desiderando in silenzio l’uscita di scena del capo del Likud, ispiratore di tutte le decisioni prese da Donald Trump contro i diritti dei palestinesi. E tutto lasciava pensare che avrebbe fatto lo stesso anche per il 2 marzo. Invece ieri, magicamente, sono arrivate ai media israeliani dichiarazioni registrate lo scorso settembre in cui il presidente dell’Anp, Abu Mazen, sottolinea più volte l’importanza dell’affluenza alle urne degli arabo israeliani, i palestinesi con cittadinanza israeliana. Un invito esplicito ai palestinesi in Israele ad andare a votare in gran numero, per permettere alla Lista araba unita di conquistare più seggi (ora ne ha 13) e garantire il sostegno necessario, anche solo dall’esterno, a Gantz per formare un governo senza Netanyahu e il Likud.

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Israele - Nuove elezioni il 2 marzo 2020

di Michele Giorgio – il Manifesto

Suspense ieri sera in Israele sulla soglia delle terze elezioni politiche in meno di un anno, dopo quelle del 9 aprile e del 17 settembre che non hanno risolto lo stallo politico che va avanti dalla fine del 2018. In serata, mentre il nostro giornale andava in stampa, Netanyahu stava considerando la rinuncia alla richiesta dell’immunità parlamentare destinata a proteggerlo dall’incriminazione per corruzione, frode e abuso di potere formulata il mese scorso nei suoi confronti dal procuratore generale Avishai Mandelblit. Una mossa volta a spingere Benny Gantz, leader della lista centrista (ma tendente a destra) Blu Bianco, ad avviare colloqui con il suo partito, il Likud (destra), per la formazione di un governo unitario prima della scadenza di mezzanotte fissata per lo scioglimento del Parlamento e la proclamazione delle elezioni.

Gantz ha ripetutamente accusato Netanyahu di aver silurato il governo di unità nazionale per garantirsi l’immunità e la possibilità di arrivare da premier in carica al nuovo voto. E il premier prova a testare le intenzioni del suo principale rivale. Un passo inutile. In questi mesi Blu Bianco ha ripetuto che non farà parte di un governo con un primo ministro incriminato e atteso da un processo, seppure non in tempi stretti. Da parte sua il Likud vuole che i rivali centristi accettino di inserire nel programma dell’eventuale nuovo esecutivo l’annessione a Israele proposta da Netanyahu della Valle del Giordano e di buona parte della Cisgiordania. Punti sui quali Blu Bianco non si è ancora espresso con chiarezza. A spingere verso il voto ieri era anche l’avvenuta approvazione in prima lettura della proposta di legge per sciogliere la Knesset e tenere elezioni il 2 marzo 2020. Entro mezzanotte erano attese altre due votazioni.

Pochi per ora credono che il nuovo voto riuscirà a sbloccare la paralisi del quadro politico innescata dall’uscita un anno fa, dalla coalizione guidata da Netanyahu, del partito Yisrael Beitenu (destra estrema laica) dell’ex ministro della difesa Lieberman, divenuto l’ago della bilancia per la formazione di qualsiasi maggioranza di governo. Però è intervenuta una variabile rispetto al 9 aprile e al 17 settembre: l’incriminazione di Netanyahu. E sembra aver già spostato gli equilibri. Un sondaggio diffuso dalla tv Canale 13 dice che, in caso di nuove votazioni, il centrosinistra riuscirebbe a conquistare 60 dei 120 seggi alla Knesset. Quindi Benny Gantz sarebbe in grado di formare un governo di minoranza, col sostegno esterno della Lista araba unita. Ipotesi che il leader di Blu Bianco, ex capo di stato maggiore, vorrebbe evitare (perché i partiti che rappresentano i palestinesi cittadini di Israele non sono sionisti) edandare invece a un’alleanza con il Likud senza Netanyahu. Lo stesso sondaggio rivela che il 41% degli israeliani imputa al premier uscente la responsabilità dell’attuale crisi politica. Netanyahu resta popolare ma agli occhi di un numero crescente di israeliani appare troppo interessato a rimanere al potere e a sottrarsi alla giustizia. Se alla guida del Likud fosse sostituito dal suo rivale Gideon Saar, il partito prenderebbe meno seggi ma il blocco delle destre risulterebbe più consistente – con il rientro nella coalizione di Yisrael Beitenu – e in grado di arrivare alla maggioranza.

Per questo, dopo l’incriminazione, su Netanyahu sono aumentate le pressioni dell’opposizione che chiede le sue dimissioni (non previste dalla legge) e quelle, forse più insidiose, all’interno del Likud. Contro la sua volontà, il primo ministro, indebolito dai guai giudiziari, ha accettato che, si dovessero tenere nuove elezioni, Likud farà le primarie il 26 dicembre. Una concessione che lascia a Gideon Saar, unico sfidante credibile alla leadership del partito, solo due settimane per preparare il voto. Netanyahu, che da 14 anni tiene le mani strette sul Likud, è in grado di battere agevolmente Saar. Ma il voto comunque fa del suo rivale il numero due del partito, perciò destinato a prendere il suo posto se fosse costretto ad uscire dalla scena politica a causa del processo che lo attende, anche se non in tempi stretti.

AGGIORNAMENTO:
Israele torna al voto il prossimo 2 marzo per la terza volta in un anno. Nella notte, con voto di 94 a favore e 9 contrari, i parlamentari hanno approvato lo scioglimento della Knesset.

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23/11/2019

Israele - È la destra a sfidare Netanyahu incriminato

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Mercoledì Benyamin Netanyahu, dopo aver appreso della sua incriminazione per corruzione, frode e abuso d’ufficio, aveva sparato a zero su magistratura e polizia, denunciato il «complotto» dei media e della sinistra e persino alluso a un «golpe». Ieri ha fatto retromarcia, in parte, per attenuare l’attacco senza precedenti rivolto da un premier alle istituzioni israeliane. «Tutto questo processo sarà alla fine deciso in tribunale. Accetteremo la decisione e su questo non c’è dubbio. Abbiamo sempre agito, dall’inizio alla fine, in accordo con la legge», ha scritto su Facebook. Quindi ha indicato la direzione agli israeliani: le elezioni, le terze in un anno. «In definitiva chi deciderà chi sarà il primo ministro siete voi cittadini... Abbiamo davanti a noi opportunità storiche come l’annessione (a Israele) della Valle del Giordano, il rafforzamento della nostra sicurezza, la costruzione di alleanze con i nostri vicini e molte altre cose da non perdere», ha proclamato come se fosse già in campagna elettorale.

Netanyahu non si dimette – la legge glielo impone solo se colpevole al terzo grado di giudizio – e punta a tenere duro fino al nuovo voto, praticamente certo. Nessuno crede che un membro della Knesset sia in grado, entro l’11 dicembre, di formare la maggioranza di governo mancata prima da Netanyahu e poi dal suo avversario Benny Gantz, leader del partito centrista Blu Bianco. E non è detto che Netanyahu non riesca nel frattempo ad ottenere l’immunità dal parlamento. Inoltre se vincerà le votazioni, presentandosi agli elettori come «martire», e riuscirà a formare un governo, avrà ancora più forza per affrontare un processo che durerà due forse tre anni.

Dovrà però combattere battaglie all’ultimo sangue con i suoi avversari politici. Gantz e il suo partito ieri hanno chiesto formalmente le sue dimissioni da tutti gli incarichi ministeriali che detiene. E tutti i partiti del centrosinistra insistono affinché lasci subito la poltrona di primo ministro. Si prevede inoltre che ong e associazioni, oltre ai partiti di opposizione, chiederanno alla Corte Suprema di imporre le dimissioni al primo premier in carica incriminato in via definitiva.

Le insidie maggiori per Netanyahu tuttavia potrebbero arrivare proprio dal suo partito, il Likud, e dal blocco delle destre che guida da dieci anni. Dopo l’annuncio dell’incriminazione, quasi tutti i dirigenti e ministri del Likud si sono affannati a proclamare l’innocenza di Netanyahu e a mostrarsi vicini al loro capo. E altrettanto hanno fatto un po’ tutti i leader degli altri partiti di destra. Questo atto di fedeltà non può nascondere le fibrillazioni interne. Il rivale più accanito di Netanyahu nel Likud, Gideon Saar, che due giorni fa aveva chiesto le primarie prima del voto, ieri ha apertamente sfidato il capo del partito assicurando di essere in grado di assemblare una coalizione di governo. Un altro pezzo da novanta, il ministro degli esteri Israel Katz, è rimasto per diverse ore in silenzio prima di esprimere solidarietà al premier incriminato.

«Sono convinto che Netanyahu debba guardarsi da possibili colpi bassi dei suoi compagni di partito più che dalle iniziative politiche e legali che avvierà il centrosinistra», ci diceva ieri l’analista Eytan Gilboa, del Centro Besa di Tel Aviv, «il primo ministro farà il possibile per tenere compatto il Likud e il blocco delle destre ma non è detto che ci riesca. In questa situazione una piccola fessura può trasformarsi in una lacerazione ampia».

Secondo Gilboa alcuni dirigenti e quadri del Likud «stanno alla finestra cercando di capire cosa accadrà nelle prossime settimane. Conosco personalmente diversi membri (del Likud) favorevoli all’uscita di scena di Netanyahu ma non possono dirlo perché sarebbero accusati di tradimento dai fedelissimi del premier. Ma in politica, si sa, tutto può cambiare in un momento».

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27/09/2019

Israele - A Netanyahu l'incarico di formare un nuovo governo

di Michele Giorgio - il Manifesto

Le indiscrezioni circolate ieri mattina hanno trovato conferma in serata. Il capo dello stato israeliano Reuven Rivlin ha incaricato il leader del partito Likud e della destra Benyamin Netanyahu di formare una nuova maggioranza di governo. Una decisione che Rivlin ha detto di aver preso una volta emersa l’impossibilità di formare un esecutivo di unità nazionale. Il premier uscente è stato preferito perché ha dalla sua parte 55 seggi – la maggioranza è di 61 – mentre Blu e Bianco dell’ex generale Benny Gantz, che pure il 17 settembre è risultato il primo partito con 33 seggi, ha ricevuto il sostegno di 54 parlamentari. A sfavorire Gantz è stato anche il mancato sostegno dei tre deputati del partito arabo Tajammo/Balad che si è sganciato dalle altre forze politiche arabe che hanno indicato come premier il capo di Blu Bianco. Netanyahu, dopo aver ricevuto l’incarico, ha insistito sulla costituzione di un governo di unità nazionale. Avrà 28 giorni di tempo per formare un nuovo governo, con una possibile estensione di due settimane. La probabilità che fallisca, come è avvenuto dopo il voto del 9 aprile, è molto alta.

Amit Segal, analista della rete tv Canale 12 prevede nuove elezioni nel giro di pochi mesi, le terze in un anno. Netanyahu, ha spiegato, restituirà il mandato a Rivlin già la prossima settimana di fronte all’impossibilità di formare una maggioranza di destra oppure una con Blu e Bianco. Rivlin a quel punto invece di dare una possibilità a Gantz potrebbe comunicare alla Knesset di non aver trovato leader di partito nella condizione di mettere insieme una coalizione. Altri invece sostengono che l’incarico dato al premier uscente finirà per aprire la strada a un governo di unità nazionale presieduto da Gantz, leader del partito con più seggi, appoggiato dal Likud, con un Netanyahu messo fuori gioco proprio dal suo fallimento.

Questo immagina e spera il centrosinistra. Sempre che non giunga a sorpresa in soccorso del premier l’ultrà di destra Avigdor Lieberman, leader del partito laicista Yisrael Beitenu che con i suoi otto seggi ha in mano le chiavi per sbloccare lo stallo politico. Al momento Lieberman dice di non essere schierato dalla parte di nessuno e vuole un governo Likud-Blu Bianco allargato ad altre formazioni ad eccezione delle formazioni religiose ortodosse e, naturalmente, dei partiti arabi, i suoi nemici principali. Tuttavia, si sa, in politica può accadere di tutto. Lieberman, molto polemico nei confronti di Netanyahu al quale non riconosce le doti di leader, tra qualche giorno, in cambio di ministeri importanti ed incarichi di prestigio per il suo partito, potrebbe raggiungere un’intesa con il premier incaricato.

Se il centrosinistra conta di vedere Gantz seduto sulla poltrona di capo del governo, la destra sionista religiosa invece lancia avvertimenti a Netanyahu per dissuaderlo dal firmare un compromesso con Gantz. All’indomani delle elezioni la destra radicale e religiosa aveva raggiunto un accordo con il Likud, promosso proprio da Netanyahu, in base al quale tutti i partiti si sono impegnati a negoziare come un fronte unico. Ma Netanyahu è un politico molto spregiudicato. Perciò non ha avuto peli sulla lingua l’ex ministra della giustizia, Ayelet Shaked, leader di Yamina, quando si è rivolta al primo ministro per esortarlo a non abbandonare l’alleanza delle destre che dura da anni. «Se c’è un tradimento della destra ideologica e del sionismo religioso, tutti ne sopporteranno le conseguenze», ha messo in guardia. «Saremo in quel caso un’opposizione combattiva – ha assicurato – e il Likud dovrà spiegare a tutto il nostro campo perché sta smantellando un governo di destra e gettando il nostro fronte all’opposizione».

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25/09/2019

Israele - Trattative in corso tra due anime della stessa destra per il nuovo governo

di Michele Giorgio – il Manifesto

I due Benyamin, irriducibili avversari appena qualche giorno fa, sono pronti ad abbracciarsi? Così sembra. Benyamin “Benny” Gantz, ex generale e leader della lista centrista Blu Bianco, vincitrice delle elezioni di una settimana fa, e il primo ministro di destra e capo del Likud Benyamin “Bibi” Netanyahu, su pressione del capo dello stato Rivlin ieri sera si sono incontrati per discutere della costituzione di un governo di unità nazionale. L’ultranazionalista antiarabo, nonchè ago della bilancia della politica israeliana, Avigdor Lieberman, dice che l’accordo è fatto e prevede un premier a rotazione. Secondo lui «Gantz e Netanyahu devono solo decidere chi farà per primo il capo del governo». Un esecutivo di unità nazionale darebbe a Netanyahu, uscito sconfitto dal voto, una insperata possibilità di rimanere in sella e, forse, l’opportunità di sfuggire alla procura intenzionata (pare) a mandarlo sotto processo per corruzione.

Di questo possibile governo unitario probabilmente faranno parte altri partiti oltre a Likud e Blu Bianco. Di sicuro non includerà la Lista araba unita (Lau), terzo gruppo alla Knesset con 13 seggi ed espressione della minoranza palestinese (arabo israeliana, 1/5 della popolazione del paese). E non solo per scelta già annunciata dagli arabi. Gantz non ha mai preso in considerazione, almeno non pubblicamente, l’ipotesi di coinvolgere in qualche modo la Lau nel governo. Neanche a parlarne con Netanyahu che ha dedicato una buona parte della campagna elettorale proprio ad attaccare la minoranza araba in Israele. Eppure militanti e simpatizzanti delle formazioni politiche arabe ieri erano impegnati in un dibattito incandescente. Sui social si sono scontrati sostenitori e detrattori della decisione presa domenica dai dirigenti della Lau durante le consultazioni con Rivlin di indicare come loro primo ministro un esponente di un partito sionista, ossia Gantz. Non accadeva dal 1992 quando i partiti arabi garantirono l’appoggio esterno al governo di Yitzhak Rabin sulla base dell’assicurazione che l’esecutivo avrebbe aperto una pagina nuova nei confronti dei palestinesi dei Territori che da cinque anni facevano l’Intifada contro l’occupazione. L’anno dopo Rabin firmò gli accordi di Oslo con l’Olp di Yasser Arafat.

La Lau non ha deciso all’unanimità. Uno dei quattro partiti che la compongono, Tajammo/Balad, nazionalista progressista, ha negato il suo appoggio, non ha preso parte ai colloqui con il presidente e ha annunciato che, se Gantz riuscirà a formare un governo, i suoi tre deputati non gli voteranno la fiducia. Una posizione contestata dai «pragmatici» che chiedono di baciare il rospo in nome della fine del regno di Bibi segnato da leggi e provvedimenti a chiaro svantaggio della minoranza araba in Israele e contro i diritti dei palestinesi nei Territori occupati, come l’annessione a Israele della Valle del Giordano. I fautori della «fermezza politica» invece sottolineano che Gantz non ha posizioni lontane da quelle di Netanyahu e non ha promesso, una volta nominato premier, di cancellare la legge che nel luglio 2017 ha proclamato Israele come lo Stato della nazione ebraica e non di tutti i suoi cittadini. Il leader di Blu Bianco in campagna elettorale, rivolgendosi ai palestinesi d’Israele, ha parlato solo di politiche volte ad eliminare la criminalità nei centri abitati arabi.

«Non abbiamo fatto, come si dice, una scelta identitaria e ideologica», spiega al manifesto Mtanes Shihade, uno dei tre deputati di Tajammo/Balad, «tutti vogliamo che Netanyahu non sia più al potere ma non può essere questo il punto di arrivo di tutto». Gantz, prosegue Shihade, «è un militare, un uomo che ha fatto uso della forza contro i palestinesi, che ha rivendicato con orgoglio le distruzioni inflitte (nel 2014, ndr) a Gaza e non ha mai parlato di processo di pace durante la campagna elettorale». Inoltre, conclude il deputato, «non possiamo dare appoggio a un leader di partito che non ha mai aperto una interlocuzione diretta con i partiti arabi e che ci ignora del tutto».

Ben diverso è l’approccio del leader della Lau, Ayman Odeh, capo del Fronte per la pace e l’uguaglianza controllato dal Partito comunista. In un suo articolo pubblicato dal New York Times ha scritto «Abbiamo deciso di dimostrare che i cittadini arabi palestinesi non possono più essere respinti o ignorati... La nostra decisione di raccomandare Gantz... è un chiaro messaggio che non c’è futuro condiviso (in Israele) senza la piena ed equa partecipazione dei cittadini arabi palestinesi».

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21/09/2019

Israele - Gantz, nemico di Netanyahu, non delle sue politiche

di Michele Giorgio

Benyamin “Benny” Gantz in politica interna prenderà, in parte, le distanze dalla linea di Benyamin Netanyahu e promuoverà la «serenità sociale» tra ebrei laici e religiosi. Ma non farà alcuna rivoluzione nei rapporti tra gli israeliani ebrei e i cittadini di serie B, gli arabi, i palestinesi d’Israele. E in politica estera non marcherà una differenza sostanziale da quella svolta dal leader del Likud. Userà il pugno di ferro, come Netanyahu, con l’Iran e i suoi alleati – che alla Conferenza di sicurezza di Monaco dello scorso febbraio ha indicato Tehran come una delle principali sfide all’Occidente – e non rinuncerà all’abbraccio di Donald Trump. Il presidente Usa mercoledì sera ha segnalato che lui ha rapporti non solo con Netanyahu ma con tutto lo Stato di Israele. Se Netanyahu è, come sembra, avviato sul viale del tramonto, ciò non vuole dire che la fine della sua lunga era politica genererà una svolta.

Nato 60 anni fa, sposato, quattro figli, una vita trascorsa nelle forze armate, conclusa con il grado di generale e l’incarico di capo di stato maggiore, Gantz solo in apparenza è un uomo di centro. Il programma del suo partito “Resilienza” – che ha fondato lo scorso dicembre e ha poi unito ad altre formazioni dando vita a “Blu e Bianco” – si avvicina molto a quello della destra quando sul tavolo ci sono questioni come l’Iran, il mondo arabo e i territori palestinesi occupati. Gantz non rientra nel solco del sionismo religioso, che ha ispirato Netanyahu e ora domina nella società israeliana, ma non è riconducibile ideologicamente neppure al sionismo di marca laburista (tramontato da tempo). Semplicemente è un sionista laico fautore delle politiche israeliane di sicurezza e di mantenimento dell’occupazione.

In questa campagna elettorale, e in quella per il voto del 9 aprile, l’ex capo di stato maggiore non ha fatto mai riferimento alla soluzione a “Due Stati”, Israele e Palestina. Il sito progressista, +972, sostiene che a Gantz piace lo status quo, l’occupazione, con Israele che controlla tutto il territorio della Palestina storica senza però annettere ufficialmente la Cisgiordania come vorrebbe fare Netanyahu. Gantz si era recato a fine luglio nella Valle del Giordano dichiarando che quel territorio palestinese rimarrà sotto Israele in qualsiasi futuro accordo. Pochi giorni dopo, il 6 agosto, si presentò nelle comunità israeliane di confine di Gaza promettendo «azioni incisive per abbattere i leader di Hamas». In pratica una nuova guerra. D’altronde da comandante delle forze armate ha guidato due offensive contro Gaza, nel 2012 e nel 2014, che hanno provocato oltre duemila morti palestinesi, migliaia di feriti e distruzioni immense. La scorsa primavera Gantz, per recuperare voti a destra, si vantava di aver ridotto in macerie Gaza.

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