Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/08/2026

Il ministro della difesa Israel Katz, un fiero criminale di guerra

di Gideon Levy

Il Ministro della Difesa Israel Katz ama vantarsi dei suoi Crimini di Guerra. Non ce n’è praticamente nessuno di cui non vada fiero, quasi nessun Crimine Contro l’Umanità che non abbia minacciato di commettere.

Come un piccolo criminale, Katz si vanta in egual misura dei crimini di cui è responsabile e ancor di più di quelli con cui non ha avuto nulla a che fare. Katz, un piccolo e astuto uomo d’affari che si atteggia a Ministro della Difesa, privo di reale influenza, blatera incessantemente dei suoi crimini.

Così, ogni volta che ordina all’esercito di occupare e radere al suolo un altro campo profughi in Cisgiordania, Katz annuncia con grande enfasi: “Guardate i semi di distruzione che ho piantato”.

La tempistica è ovviamente trasparente: sono le primarie del Likud. Ma il fatto che i Crimini di Guerra siano la chiave per la popolarità della sua base elettorale ci mostra quanto in basso sia sceso il dibattito pubblico in termini morali.

Ci sono stati Criminali di Guerra ben peggiori di Katz nello Stato di Israele, ma nessuno si è mai vantato dei propri crimini con tanta fierezza. Anzi, Katz ha dato il via a una nuova tendenza: “Ehi, guardatemi, un Criminale di Guerra”, si vanta. “Votate per i responsabili del trasferimento forzato e del Genocidio. Non vergognatevi”.

Questa settimana, Katz ha nuovamente rilasciato una dichiarazione in cui proclamava la sua direttiva di occupare un altro campo profughi in Cisgiordania ed espellerne i residenti. Ecco come vanno le cose quando i crimini vengono normalizzati e legittimati.

Quasi nessuno è stato ritenuto responsabile quando Israele ha espulso circa 20.000 residenti del campo di Jenin e lo ha distrutto nel gennaio 2025 e, poco dopo, ha fatto lo stesso con due campi profughi a Tulkarm. Le vite di decine di migliaia di persone, la stragrande maggioranza delle quali povere, indigenti e innocenti, sono state distrutte.

Dobbiamo forse ricordare che si tratta di rifugiati di terza e quarta generazione, che Israele ha espulso dai loro villaggi nel 1948 senza mai permettere loro di tornare? Dobbiamo forse spiegare che Israele è responsabile del loro destino? E ora, non viene loro permesso di tornare alle proprie case nei campi, alcuni dei quali sono stati rasi al suolo. Comunità vivaci e densamente popolate si sono trasformate in città fantasma.

Conoscevo bene il campo di Jenin. Non ce n’era un altro simile in Cisgiordania, con quel mix di determinazione, coraggio e orgoglio, uniti a calore e generosità. Sì, il campo di Jenin, che è stato definito “un nido di calabroni”. Sì, lì c’erano più uomini armati che in altri campi, così come laboratori per la fabbricazione di bombe. Li ho visti. Ma il campo non si è arreso nella sua lotta per la libertà. La soluzione di Israele è stata quella di distruggerlo.

Lo stesso è accaduto a Nur al-Shams e Tulkarm: non esistono più, i loro abitanti sono sparsi per la Cisgiordania, rannicchiati nelle case dei parenti da quasi due anni.

Katz vuole proseguire con questo programma pilota. Balata e i vecchi e nuovi campi di Askar sono nel suo mirino. Da lì, si sposterà sui campi del centro e del Sud della Cisgiordania, finché non ne rimarrà più uno in piedi da Dheisheh ad Al-Fawar. E perché solo i campi? Poi toccherà ai villaggi e alle città, anch’essi sede della Resistenza all’Occupazione. Nakba 2.0 è stata eseguita tra gli applausi degli elettori delle primarie del Likud.

Qualche mese fa, Katz è stato invitato alla conferenza di Canale 14, dove ha proclamato che in “24 villaggi libanesi, con centinaia di abitanti, abbiamo distrutto ogni struttura, non casa per casa, ma interi villaggi”. E c’era di più a Gaza: “Luoghi che ricordate, come Shujaiyeh e Jabalya, oggi non esistono più. Sono stati distrutti. Non vedo case, solo la spiaggia”. La poetica di un Ministro dello Sterminio.

Se lo Stato di Israele avesse un vero sistema giudiziario, Katz sarebbe stato arrestato all’uscita dall’auditorium. Se la comunità internazionale avesse un sistema giudiziario efficace, Katz sarebbe stato inserito nella lista dei più ricercati al mondo.

Katz è lì per deridere la ridicola propaganda israeliana, che dice al mondo che Israele rispetta il Diritto Internazionale e non danneggia intenzionalmente i civili. Fornisce la prova più schiacciante di tutte: non c’è bisogno che organizzazioni per i diritti umani o un tribunale indaghino. Israele sta distruggendo intere regioni, una distruzione fine a se stessa, per soddisfare la sete di vendetta e di sangue degli elettori delle primarie del Likud.

Fonte

29/04/2026

Scenario “ungherese” per Israele

Ripubblichiamo l’interessante articolo di Eliana Riva comparso su il manifesto di ieri. In Israele sembra delinearsi uno scenario simile a quello che in Ungheria ha visto una formazione di destra battere un’altra formazione destra per dare vita ad un nuovo governo di destra.

Nel caso israeliano la declinazione di destra coincide con quella di sionismo. Dunque potrebbe saltare la leadership di Netanyahu, ma solo per essere sostituita da un’altra leadership sionista, meno nota come sostenitrice del genocidio. Per i palestinesi non cambierebbe nulla, e anche per il resto del mondo.

Paradossalmente, a mettere in discussione questo scenario sono soltanto gli ebrei Haredim che hanno manifestato in migliaia a Gerusalemme per protestare contro l’arruolamento nelle forze armate e contestare “l’esercito sionista”, riaffermando una visione di Israele religiosa ma non sionista. Si sono viste bandiere israeliane bruciate e qualche bandiera palestinese sventolata.

Un segnale delle contraddizioni interne, ma con caratteristiche del tutto diverse da quelle auspicate dai liberali e democratici europei costretti dai fatti a stigmatizzare Netanyahu, ma solo per assicurare la continuità del progetto sionista (“tutto cambi, perché nulla cambi”).

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Lista anti-Netanyahu, stesso programma: «Noi, la vera destra»

di Eliana Riva - il manifesto

Sarà un governo sionista, su questo non c’è dubbio, quello che potrebbe nascere dall’unione tra l’ex premier israeliano di destra, Naftali Bennett, e quello di centro-destra, Yair Lapid. Sono riusciti a superare le divergenze e hanno annunciato il nuovo movimento partorito dalla fusione dei rispettivi schieramenti e denominato Beyahad, «Insieme».

Un colpo di scena nella campagna elettorale non ancora ufficialmente lanciata ma alla quale il primo ministro Benyamin Netanyahu sta già lavorando ormai da mesi. La notizia non lo avrà reso certo felice, perché potrebbe raffigurare un serio pericolo per la sua rielezione e per tutta la sua carriera.

I due leader dell’opposizione hanno dichiarato che una volta al governo istituiranno immediatamente una commissione d’inchiesta statale sulle responsabilità politiche dell’attacco di Hamas a Israele il 7 ottobre 2023. Quella commissione a cui Netanyahu si è opposto con tutte le sue forze e che potrebbe per sempre legare la sua figura a quella di un terribile fallimento piuttosto che alla bramata gloria.

Bennet e Lapid hanno già sconfitto Netanyahu, nelle elezioni del 2021, per poi guidare un esecutivo di breve durata – con il sostegno esterno del partito arabo Raam – alternandosi nella carica di primo ministro secondo un patto di rotazione.

Questa volta il partito sarà guidato da Bennett e potrebbe vedere la partecipazione di quello che rappresentava fino a poco fa uno degli sfidanti più insidiosi dell’attuale premier. Gadi Eisenkot, leader del nuovo partito di opposizione Yashar ed ex capo dell’esercito israeliano, è stato invitato da Lapid e Bennett a partecipare all’impresa e non è detto che rifiuti.

L’obiettivo dichiarato da Bennett è istituire un percorso «di destra liberal-sionista». In un post su X l’ex premier ha affermato: «La coalizione Netanyahu-Dery-Smotrich non è di destra. Io sono di destra». Bennett ha guidato per 15 anni un Consiglio di coordinamento delle colonie illegali nella Cisgiordania occupata e di recente ha ricordato i suoi propositi: «non cedere la terra e impedire l’istituzione di uno stato palestinese», precisando anche che un accordo con il Libano potrebbe essere firmato solo dopo aver «neutralizzato» Hezbollah.

Nessuna sorpresa, invece, sul fronte delle elezioni amministrative in Cisgiordania, che hanno decretato di nuovo la vittoria di Fatah e dei seguaci di Abu Mazen, presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Secondo i dati della Commissione elettorale centrale, il 56% degli aventi diritto ha espresso la propria preferenza nella prima votazione dal 2022 (le elezioni legislative non si tengono dal 2006).

In diverse città, anche importanti come Ramallah e Nablus, il seggio è stato attribuito d’ufficio per la presenza di un unico candidato. Gruppi palestinesi come Fronte popolare e Jihad islamico non hanno preso parte alla votazione, boicottandola a causa di un nuovo emendamento alla legge elettorale locale, voluto proprio dall’Anp.

Oltre al riconoscimento dello Stato d’Israele, al supporto della soluzione a due stati, la revisione obbliga tutti i partecipanti alla competizione elettorale a rispettare gli accordi sottoscritti dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Tali accordi includono gli impegni di cooperazione con Israele – anche nell’arresto e la consegna dei palestinesi – nodo centrale del dissenso verso l’Anp.

L’Autorità di Abu Mazen, infatti, nell’ansia di mostrarsi partner «affidabile» agli occhi dell’Occidente, continua a ottemperare alle richieste di Tel Aviv, anche se quest’ultima non abbia mai smesso, negli anni, di allargare l’occupazione, togliere terra e libertà ai palestinesi, agendo in violazione dei medesimi accordi.

Nonostante il boicottaggio in Cisgiordania, Hamas ha partecipato – sotto copertura – alla prima elezione in venti anni a Gaza. Il turno amministrativo si è tenuto solo a Deir al-Balah, tra enormi difficoltà di gestione: le votazioni sono state chiuse in anticipo a causa della mancanza di elettricità e Israele non ha permesso l’ingresso di urne, schede elettorali, inchiostro.

L’affluenza è stata bassa, il 23% su più di 70mila iscritti alle urne ma non c’è stato modo di aggiornare le liste degli aventi diritto, espungere i morti, cancellare chi è sfollato altrove. In ogni caso, la lista indipendente denominata «Deir al-Balah ci unisce», all’interno della quale erano presenti elementi riconducibili ad Hamas, è riuscita a raccogliere solo due dei 15 seggi a disposizione. La lista «Rinascita di Deir al-Balah» sostenuta da Fatah e dall’Anp si è aggiudicata sei seggi e altri sette sono stati assegnati a due liste indipendenti.

Abu Mazen e il suo vice, Hussein Sheikh, speravano in un esito che riconoscesse, in qualche modo, la presenza di Fatah e dell’Anp a Gaza, per potersi mostrare come legittimi rappresentanti dell’intera Palestina occupata, e guidare l’amministrazione della Striscia attraverso le istituzioni promesse dal piano del presidente Usa Trump.

Pur non impegnandosi nella campagna elettorale, Hamas sperava, invece, di ottenere la conferma del mantenimento di un consenso e comunque intendeva dimostrarsi aperta a libere votazioni.

Anche durante il turno elettorale Israele ha continuato i suoi attacchi mortali quotidiani, uccidendo sette palestinesi in meno di 24 ore, compreso un ragazzo di 15 anni. Mentre scriviamo, a nord di Gerusalemme è in corso da oltre quindici ore una violenta operazione militare tra il campo profughi di Qalandiya e le località di Al-Ram e Kafr Aqab, che al momento ha portato all’arresto, senza accuse, di oltre 35 palestinesi.

Fonte

11/11/2025

USA - L’Fbi di nascosto contro i gruppi criminali israeliani

Israeli Based Organized Crime Syndicates

Documenti riservati dell’Fbi e atti processuali rivelano un’estesa rete di riciclaggio di denaro, frodi fiscali ai danni dei contribuenti e traffico di droga operata negli Stati Uniti da cittadini israeliani legati a potenti organizzazioni criminali israeliane. Nonostante le indagini siano in corso da anni, il Bureau ha sempre evitato di rendere pubbliche le risorse impiegate e i risultati ottenuti: in 25 anni i procedimenti giudiziari sono stati pochissimi e nessuna comunicazione ufficiale ha mai riconosciuto l’esistenza di queste mafie israeliane.

L’ombrello Usa su ogni cosa di Israele

Un ex agente federale, citato nell’articolo, spiega: «Quando il profilo del sospetto fa presumere un legame con apparati israeliani, a quel punto il fascicolo passa alla National Security Division». Un’altra fonte aggiunge: «Le incriminazioni restano casi individuali. Presentare un "sindacato criminale israeliano" non è mai stato popolare». La complessa e poco trasparente rete di rapporti Stati Uniti e Israele che si impone anche sulla lotta alle mafie e al cimine internazionale legati alla droga ed al riciclaggio, la sintesi di Roberto Vivaldelli su InsideOver

Le indagini nascoste dell’Fbi

Nel 2020 l’Fbi, nel rapporto trapelato con i ‘Blue Leaks’ (dati interni delle forze dell’ordine ottenuti dal collettivo di hacker Anonymous) e archiviato da DDoSecrets (Distributed Denial of Secrets, sito fondato per le fughe di notizie) ha inchiodato il clan IBOCS per aver rubato milioni di dollari al Paycheck Protection Program, il piano di aiuti anti-Covid. Attivo tra Nevada e Florida, il clan criminale israeliano, «dal 2015 falsifica bilanci e dichiarazioni dei redditi per nascondere il riciclaggio e pagare meno tasse e usa società fantasma e prestanome per incassare i prestiti federali in pochi clic». L’organizzazione criminale opera truffe anche grazie ai fondi per i disastri naturali, gestisce bische clandestine, estorce imprenditori, spaccia droga e ricicla denaro sporco in varie città americane, tra cui Las Vegas, Los Angeles, Miami e New York.

Qualche arresto, ma senza pubblicità

Un’organizzazione capace di trasformare i soldi pubblici in carburante per la propria guerra privata. Nel cuore di Manhattan, il tribunale federale del Southern District di New York ha recentemente condannato quello che viene definito il banchiere occulto dell’IBOCS, la Israeli-Based Organized Crime Syndicate già nota all’FBI per aver inondato gli Stati Uniti di ecstasy pura al 91%. Ecstasy non dalla Cina come sostenuto dal governo Trump. Tra il 2019 e il 2024, l’uomo ha riciclato 28 milioni di dollari attraverso società fantasma, criptovalute e conti alle Cayman, mentre i suoi ‘corrieri muli’ atterravano a JFK con valigie piene di pasticche arancioni. Oltre a pulire il denaro, l’uomo aveva le chiavi dei laboratori olandesi e i numeri dei buttafuori di Brooklyn: un filo diretto tra i rave di Tel Aviv e i club di Williamsburg, la nuova Brooklin di New York.

‘Moshe il religioso’ e la ‘famiglia Abergil’

Nel 2016, il boss del crimine organizzato Moshe Matsri, noto come «Moshe il Religioso» e luogotenente della potente famiglia Abergil, è stato condannato a 384 mesi (32 anni) di carcere federale dal giudice Terry J. Hatter Jr. al termine di un processo che ha smantellato una delle più sofisticate reti di traffico di cocaina e riciclaggio di denaro tra Israele, Stati Uniti, America Latina ed Europa. Nel 2022, Yitzhak Abergil, capo di uno dei sei maggiori cartelli israeliani e tra i 40 maggiori importatori di ecstasy negli Usa, è stato condannato a tre ergastoli consecutivi per il triplice omicidio di civili innescato da una bomba in Yehuda Ha-Levi Street nel 2003: un attacco fallito contro il rivale Ze’ev Rosenstein che costò la vita a tre innocenti. L’organizzazione di Abergil gestiva casinò, riciclaggio, estorsione e traffico di droga tra Gerusalemme e Los Angeles.

Anche il Likud di Netanyahu

I critici delle pratiche di informazione dell’FBI sostengono che la sensibilità politica americana ostacola la trasparenza riguardo alle attività criminali israeliane. Anche episodi passati, come il sospetto spionaggio legato ai dispositivi di sorveglianza israeliani nei pressi di Washington, DC, sono stati accolti con scarso dibattito pubblico o scarsa responsabilità.

L’evoluzione del panorama politico in Israele ha visto legami più stretti tra esponenti della criminalità organizzata e il partito al governo, il Likud, complicando ulteriormente la situazione. Di recente, è stato riferito che dieci funzionari del Likud hanno trascorso una festività ebraica con un mafioso condannato, a dimostrazione dell’intersezione di interessi tra politica e criminalità organizzata.

Fonte

18/03/2025

I sionisti del Likud si arruolano nell’Internazionale Nera in nome di islamofobia e suprematismo

A febbraio il Likud israeliano è stato ammesso come osservatore nel gruppo parlamentare europeo dei Patrioti, quello composto dai partiti di destra ed estrema destra. Fascisti, insomma...

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Negli anni ’90, i partiti politici post-fascisti e post-nazisti d’Europa erano chiari nel respingere Israele sulla base del loro antisemitismo.

Visti in gran parte come un’estensione del neocolonialismo degli Stati Uniti, questi partiti si sono mobilitati contro gli Stati Uniti come leader dell’ordine mondiale liberale.

Allo stesso modo, Israele ha respinto i leader dell’estrema destra. Prendiamo ad esempio Jörg Haider, uno dei primi leader di estrema destra di successo in Europa, a cui è stato impedito di entrare in Israele.

Da allora sono cambiate molte cose

Mentre un leader di estrema destra atipico come Geert Wilders ha abbracciato apertamente Israele fin dall’inizio, posizionandosi come difensore della vita ebraica nei Paesi Bassi, l’estrema destra tradizionale ha impiegato molto più tempo per essere accettata dai circoli politici israeliani.

Nel dicembre 2010, un viaggio storico ha avuto luogo quando il Partito della Libertà dell’Austria (FPO), il Vlaams Belang del Belgio, il Partito della Libertà tedesco e i Democratici svedesi si sono recati in Israele e hanno firmato la cosiddetta “Dichiarazione di Gerusalemme”.

Questa dichiarazione affermava il “diritto di Israele a difendersi” contro il terrorismo, affermando: “Siamo in prima linea nella lotta per la comunità democratica occidentale” contro la “minaccia totalitaria” dell'“Islam fondamentalista”.

L’Islam, sostenevano, era il nemico comune sia dell’Europa che di Israele.

Come ha detto un attivista tedesco di estrema destra nel 2011: “Vi garantisco che la Kristallnacht [Notte dei cristalli] tornerà. Ma questa volta, cristiani ed ebrei saranno spinti per le strade, perseguitati e uccisi dagli islamisti”.

Secondo questa nuova logica, ebrei ed europei sarebbero diventati vittime di un crescente Islam fascista. Quindi, una nuova alleanza dovrebbe essere forgiata tra Israele e l’estrema destra europea per contrastare queste minacce percepite.

All’epoca, solo pochi membri di estrema destra del parlamento israeliano, la Knesset, accolsero la delegazione di estrema destra in Israele. Non è stata programmata alcuna visita ufficiale alla Knesset.

La delegazione di estrema destra ha visitato gli insediamenti e ha effettivamente messo in discussione il diritto palestinese alla terra, riferendosi ad essa come Giudea e Samaria. Giudea e Samaria è il termine israeliano per indicare la Cisgiordania occupata.

Questo ha segnato un cambiamento nell’ideologia: dalla negazione del diritto di Israele all’esistenza alla negazione del diritto della Palestina ad esistere.

Un blocco di estrema destra

Quindici anni dopo, l’estrema destra ha adottato ulteriori misure per normalizzare i suoi legami con le forze israeliane.

Con diversi partiti di estrema destra al potere che si sono assicurati un significativo sostegno elettorale nei loro Paesi, sono emersi come il terzo gruppo politico più grande alle elezioni parlamentari europee del giugno 2024, formando i Patrioti per l’Europa (PfE).

Guidato da Jordan Bardella del Rassemblement National francese, questo blocco comprende importanti forze politiche come Fidesz del primo ministro ungherese Viktor Orban, la Lega del vice premier italiano Matteo Salvini, il Partito per la Libertà di Wilders, l’FPÖ austriaco e altri.

Sebbene alcuni partiti di estrema destra, come Fratelli d’Italia e Alternativa per la Germania (AfD), rimangano in altri gruppi politici conservatori, il PfE si è allineato con successo con altre forze politiche conservatrici e di estrema destra in tutto il mondo.

L’AfD potrebbe ancora unirsi a loro

Nel febbraio 2025, nientemeno che il partito di governo israeliano Likud, sotto il primo ministro Benjamin Netanyahu, si è unito al PfE come membro osservatore.

Data l’attenzione dell’estrema destra sulle politiche anti-immigrazione, che prendono di mira principalmente i musulmani, questa alleanza non è una sorpresa.

Accogliendo un partito politico il cui presidente è incriminato per genocidio dopo una guerra brutale che ha lasciato la Striscia di Gaza in rovina, sfollato più di un milione di persone e ucciso decine di migliaia, il PfE ha inviato diversi messaggi.

Non solo dimostra la sua probabile indifferenza nei confronti dei mandati di arresto della Corte penale internazionale per Netanyahu, ma ha anche segnalato al suo elettorato che le azioni genocide del primo ministro israeliano sono in linea con le fantasie dell’estrema destra di una guerra difensiva genocida per “rendere l’Europa di nuovo bianca”.

Una nuova era

Vedendo i musulmani come la minaccia principale nella sua teoria del complotto della “Grande Sostituzione”, il genocidio può essere semplicemente visto come l’ultima linea di difesa, un’idea già messa in pratica da estremisti di estrema destra come Anders Breivik, che ha ucciso 77 persone nel 2011.

Gli appelli dei membri dell’estrema destra a “ripulire” l’Europa dai musulmani e a impegnarsi in una “Srebrenica 2.0” sono ora simbolicamente rafforzati dallo sfondo della guerra di Israele contro Gaza, portata avanti dal leader di un partito che ora detiene lo status di osservatorio nel PfE.

È l’utopia di estrema destra di un continente libero dai musulmani a cui aspira il PfE quando imita la retorica del presidente degli Stati Uniti adottando lo slogan “Make Europe Great Again”.

Con l’emergere di un ordine mondiale illiberale sotto l’attuale amministrazione statunitense, sembra sentirsi sempre più incoraggiata.

Quando il manager di DoGE Elon Musk fa il saluto a Hitler e si lamenta del fatto che c’è “troppa attenzione sulle colpe passate” (cioè l’Olocausto) mentre si rivolge ai membri dell’AfD di estrema destra, non sorprende che il palese antisemitismo di Orban – chiave del suo successo elettorale – sarà convenientemente dimenticato.

L’estrema destra in Europa sta entrando in una nuova era, sostenuta dalle sue controparti negli Stati Uniti e in Israele.

Fonte

15/03/2020

Israele – Netanyahu propone a Gantz un governo di coalizione

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Tramontata la formazione di un governo di minoranza con l’appoggio esterno dalla Lista unita araba (Lua), il leader del partito centrista Blu Bianco, Benny Gantz, probabilmente dovrà accettare ciò che prima del voto del 2 marzo aveva categoricamente escluso: un governo assieme al suo rivale, il premier Benyamin Netanyahu.

Il primo ministro e leader del Likud (destra) ieri sera ha chiesto pubblicamente a Gantz di dare vita insieme a un governo unitario per affrontare l’emergenza-coronavirus e i suoi riflessi sulla salute e l’economia. I numeri del contagio in Israele restano relativamente bassi (109 fino a ieri sera, tra i palestinesi sono 31) ma si prevede una crescita significativa di casi positivi nei prossimi giorni.

A spingere Gantz verso l’unità con il nemico Netanyahu è anche il capo dello stato Rivlin. Il presidente è convinto che solo un’alleanza di governo tra il Likud (destra) e Blu Bianco potrà evitare nuove elezioni politiche: sarebbero le quarte in Israele dal 9 aprile 2019. Con il problema coronavirus, i guai con la giustizia di Netanyahu passano inevitabilmente in secondo piano ed inoltre non sono più così immediati.

Il premier non andrà sotto processo il 17 marzo, per rispondere di accuse di corruzione, frode e abuso di potere. L’emergenza Covid-19 presto porterà alla sospensione, in gran parte, anche delle attività giudiziarie, come è avvenuto per le scuole e le università.

Gantz ha provato a fare lo sgambetto a Netanyahu. Il leader della destra ha vinto le elezioni ma il Likud e i partiti alleati mettono insieme 58 deputati, tre in meno della maggioranza minima di 61 seggi su 120 della Knesset. Perciò Gantz ha avanzato l’idea di formare un esecutivo di minoranza con i 47 deputati dei partiti sionisti di centrosinistra, appoggiato dall’esterno dai 15 eletti nella Lista unita araba, l’unica forza di opposizione che il 2 marzo ha fatto un passo in avanti.

Ottenuto l’appoggio del leader nazionalista laico Avigdor Lieberman, il capo di Blu Bianco per la prima volta ha incontrato alla luce del sole e non dietro le quinte i rappresentanti dei quattro partiti arabi uniti affermando di voler formare un esecutivo «che serva tutti i cittadini israeliani, arabi ed ebrei».

La Lista non ha promesso nulla. Ma il fatto che all’incontro siano andati i delegati di tutti e quattro i partiti della minoranza palestinese (21% della popolazione) ha segnalato la volontà di dialogo con Gantz che pure gli arabo israeliani contestano per le sue dichiarazioni e azioni anti-palestinesi.

«Lo abbiamo incontrato in nome della fine dell’era Netanyahu e per ribadire le nostre richieste – ha spiegato al manifesto il deputato palestinese Sami Abu Shihade – Vogliamo l’annullamento della legge che proclama Israele-Stato degli ebrei e non di tutti i suoi cittadini, la fine delle demolizioni di case nei centri arabi e una politica profondamente diversa nei confronti palestinesi sotto occupazione».

Non è noto cosa abbia promesso di fare Gantz. In ogni caso a far naufragare il suo tentativo è stata prima l’instabilità in Blu Bianco dove due deputati hanno bloccato l’iniziativa del loro leader, e poi il secco no ad un esecutivo che coinvolga i partiti arabi, espresso dalla deputata Orly Levy Abekassis, eletta grazie ai voti del centrosinistra (Laburisti e Meretz).

AGGIORNAMENTO

Gantz risponde all’appello alla formazione di un governo di unità nazionale per combattere il diffondersi del coronavirus lanciato ieri da Netanyahu proponendo un esecutivo con tutti partiti, anche quelli arabi (palestinesi). Netanyahu, riferisce il quotidiano Haaretz, ha detto un secco “no” alla partecipazione di quelli che considera i “sostenitori terrorismo”.

Fonte

06/03/2020

Israele - Dopo le elezioni è ancora stallo

Benyamin Netanyahu ieri è tornato a proclamarsi vincitore del voto del 2 marzo e a mettere ai margini la minoranza palestinese con cittadinanza israeliana (21% della popolazione) che ha visto crescere la sua rappresentanza alla Knesset (da 13 a 15 seggi). “Abbiamo vinto tra i (partiti) sionisti, gli arabi non sono parte dell’equazione”, ha affermato ieri il premier israeliano rivolgendosi ai rappresentanti delle formazioni di destra nazionaliste e religiose alleate del Likud, il suo partito.

Eppure per il premier israeliano non sono tutte rose e fiori. Proprio il successo della Lista araba ha ridimensionato la vittoria delle destre rendendo più complicata la scalata alla maggioranza di Netanyahu. La Commissione elettorale deve ancora verificare l’1 per cento dei voti e si attende il dato ufficiale delle elezioni. Gli esperti però non prevedono scossosi, quindi il blocco delle destre ha ottenuto solo 58 seggi, tre in meno di quelli necessari per dare vita a una maggioranza di governo.

Lo stallo politico in cui si ritrova Israele dalla fine del 2018, aperto dal partito ultranazionalista laico Yisrael Beitenu, guidato da Avigdor Liebarman (nemico giurato degli palestinesi in Israele), non è stato superato. E Netanyahu ora deve affrontare anche un altro ostacolo. Benny Gantz, leader della lista centrista Blu Bianco, avversaria del Likud, intende dare appoggio a una proposta di legge che, se approvata, impedirà a una persona incriminata di poter diventare primo ministro e ad un premier in carica di formare un nuovo governo. Legge che prende di mira proprio Netanyahu incriminato lo scorso novembre per corruzione, frode e abuso d’ufficio. “Gantz vuole rubarmi la vittoria elettorale, la sua mossa mina le basi della democrazia. Non ci riuscirà, il popolo israeliano ha espresso chiaramente la sua volontà politica”, ha protestato il premier. Gantz gli ha risposto invitandolo “a bere un bicchiere d’acqua e ad attendere i risultati ufficiali delle elezioni”.

La legge in cantiere non è l’unica difficoltà spuntata sulla strada del primo ministro. Ieri si è appreso che il capo dello stato israeliano Reuven Rivlin, secondo i tempi previsti dalle legge elettorale, dovrà affidare l’incarico per la formazione del nuovo governo il 17 marzo, proprio il giorno in cui il Netanyahu andrà sotto processo. Ciò mentre crescono le polemiche per il tentativo che il Likud sta facendo per convincere – dietro la promessa di ministeri e altri incarichi di rilievo – alcuni deputati eletti con i partiti di opposizione ad unirsi alla destra in modo da permettere la nascita di una maggioranza di governo guidata da Netanyahu.

Nel quartier generale dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), si seguono con attenzione e una evidente delusione gli esiti delle elezioni israeliane. Il presidente Abu Mazen in silenzio auspicava un successo dell’opposizione e l’uscita di scena di Netanyahu, suo nemico giurato. Sebbene anche Benny Gantz, un ex capo di stato maggiore, si sia detto favorevole al piano di Donald Trump che prevede l’annessione a Israele di una buona porzione della Cisgiordania, l’Anp comunque ritiene il capo di Blu Bianco un interlocutore più ragionevole di Netanyahu.

In queste ore cresce la pressione della popolazione palestinese a sostegno della ripresa dei contatti tra l’Anp e Hamas per arrivare all’unità nazionale che si è interrotta 13 anni fa con gli scontri armati tra il partito Fatah e il movimento islamico (che da allora controlla la Striscia di Gaza). La Russia, sempre più protagonista in Medio Oriente, sembra intenzionata a recitare un ruolo anche nel riavvicinamento tra Anp e Hamas. Nei giorni scorsi il ministro degli esteri Lavrov ha ricevuto a Mosca il capo di Hamas, Ismail Haniyyeh, e, secondo alcune fonti, potrebbe organizzare nei prossimi mesi una conferenza per favorire la riconciliazione nazionale palestinese.

Fonte

13/12/2019

Israele – Netanyahu in affanno

di Michele Giorgio – il Manifesto

Benyamin Netanyahu conferma che lascerà entro il primo gennaio i portafogli ministeriali che detiene – sanità, diaspora, welfare e agricoltura – ma continuerà a ricoprire il ruolo di premier. L’Alta Corte di Giustizia ieri ha comunicato che può rimanere a capo del governo e questa decisione di fatto ha dato il via alla campagna di Netanyahu per le elezioni del 2 marzo, le terze in Israele in 11 mesi. Le due precedenti consultazioni, il 9 aprile e il 17 settembre, non sono riuscite a risolvere lo stallo politico che si trascina da un anno. Per due volte Netanyahu, leader del partito Likud, non è riuscito a formare una maggioranza di destra. E ha ugualmente fallito il suo principale avversario, il centrista e leader della lista Blu Bianco, Benny Gantz.

Con l’annuncio della rinuncia ai quattro ministeri Netanyahu prova a presentarsi come un politico rispettoso della legge e di quel sistema giudiziario che ha duramente attaccato dopo l’incriminazione per corruzione, frode e abuso di potere giunta il 21 novembre. Troppo poco per darsi una immagine diversa da quella di astuto manovratore politico che si è cucito addosso in questi anni e presentarsi all’appuntamento del 2 marzo come candidato premier senza macchia. Gantz batte ogni giorno sullo stesso punto: un premier incriminato non può guidare Israele. Il leader di Blu Bianco guadagna consensi, almeno nei sondaggi, ed è convinto che i guai del primo ministro con la giustizia peseranno parecchio sulle scelte degli elettori.

Netanyahu si deve guardare anche alle spalle, dai compagni di partito che lo considerano una palla al piede del Likud. L’opposizione interna non è tanto forte da metterlo in pericolo, ma cresce. Gideon Saar, il suo più accanito rivale, si sta preparando con il coltello tra i denti alla prima seria sfida in 14 anni, le primarie del 26 dicembre, alla leadership del partito. Ieri Saar ha avvertito che un Likud guidato da Netanyahu non sarà in grado di vincere e formare un governo dopo le elezioni del 2 marzo. «Se Netanyahu vince le primarie, non ci sarà un governo. Dobbiamo preservare la tradizione democratica del Likud», ha proclamato reagendo ai fedelissimi del premier che lo accusano di «tradimento».

Che Netanyahu si sia indebolito e rischi questa volta una sconfitta, cominciano a pensarlo anche a Ramallah. Prima delle elezioni israeliane del 9 aprile e del 17 settembre l’Autorità Palestinese (Anp) ha mantenuto un profilo basso, non ha interferito desiderando in silenzio l’uscita di scena del capo del Likud, ispiratore di tutte le decisioni prese da Donald Trump contro i diritti dei palestinesi. E tutto lasciava pensare che avrebbe fatto lo stesso anche per il 2 marzo. Invece ieri, magicamente, sono arrivate ai media israeliani dichiarazioni registrate lo scorso settembre in cui il presidente dell’Anp, Abu Mazen, sottolinea più volte l’importanza dell’affluenza alle urne degli arabo israeliani, i palestinesi con cittadinanza israeliana. Un invito esplicito ai palestinesi in Israele ad andare a votare in gran numero, per permettere alla Lista araba unita di conquistare più seggi (ora ne ha 13) e garantire il sostegno necessario, anche solo dall’esterno, a Gantz per formare un governo senza Netanyahu e il Likud.

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Israele - Nuove elezioni il 2 marzo 2020

di Michele Giorgio – il Manifesto

Suspense ieri sera in Israele sulla soglia delle terze elezioni politiche in meno di un anno, dopo quelle del 9 aprile e del 17 settembre che non hanno risolto lo stallo politico che va avanti dalla fine del 2018. In serata, mentre il nostro giornale andava in stampa, Netanyahu stava considerando la rinuncia alla richiesta dell’immunità parlamentare destinata a proteggerlo dall’incriminazione per corruzione, frode e abuso di potere formulata il mese scorso nei suoi confronti dal procuratore generale Avishai Mandelblit. Una mossa volta a spingere Benny Gantz, leader della lista centrista (ma tendente a destra) Blu Bianco, ad avviare colloqui con il suo partito, il Likud (destra), per la formazione di un governo unitario prima della scadenza di mezzanotte fissata per lo scioglimento del Parlamento e la proclamazione delle elezioni.

Gantz ha ripetutamente accusato Netanyahu di aver silurato il governo di unità nazionale per garantirsi l’immunità e la possibilità di arrivare da premier in carica al nuovo voto. E il premier prova a testare le intenzioni del suo principale rivale. Un passo inutile. In questi mesi Blu Bianco ha ripetuto che non farà parte di un governo con un primo ministro incriminato e atteso da un processo, seppure non in tempi stretti. Da parte sua il Likud vuole che i rivali centristi accettino di inserire nel programma dell’eventuale nuovo esecutivo l’annessione a Israele proposta da Netanyahu della Valle del Giordano e di buona parte della Cisgiordania. Punti sui quali Blu Bianco non si è ancora espresso con chiarezza. A spingere verso il voto ieri era anche l’avvenuta approvazione in prima lettura della proposta di legge per sciogliere la Knesset e tenere elezioni il 2 marzo 2020. Entro mezzanotte erano attese altre due votazioni.

Pochi per ora credono che il nuovo voto riuscirà a sbloccare la paralisi del quadro politico innescata dall’uscita un anno fa, dalla coalizione guidata da Netanyahu, del partito Yisrael Beitenu (destra estrema laica) dell’ex ministro della difesa Lieberman, divenuto l’ago della bilancia per la formazione di qualsiasi maggioranza di governo. Però è intervenuta una variabile rispetto al 9 aprile e al 17 settembre: l’incriminazione di Netanyahu. E sembra aver già spostato gli equilibri. Un sondaggio diffuso dalla tv Canale 13 dice che, in caso di nuove votazioni, il centrosinistra riuscirebbe a conquistare 60 dei 120 seggi alla Knesset. Quindi Benny Gantz sarebbe in grado di formare un governo di minoranza, col sostegno esterno della Lista araba unita. Ipotesi che il leader di Blu Bianco, ex capo di stato maggiore, vorrebbe evitare (perché i partiti che rappresentano i palestinesi cittadini di Israele non sono sionisti) edandare invece a un’alleanza con il Likud senza Netanyahu. Lo stesso sondaggio rivela che il 41% degli israeliani imputa al premier uscente la responsabilità dell’attuale crisi politica. Netanyahu resta popolare ma agli occhi di un numero crescente di israeliani appare troppo interessato a rimanere al potere e a sottrarsi alla giustizia. Se alla guida del Likud fosse sostituito dal suo rivale Gideon Saar, il partito prenderebbe meno seggi ma il blocco delle destre risulterebbe più consistente – con il rientro nella coalizione di Yisrael Beitenu – e in grado di arrivare alla maggioranza.

Per questo, dopo l’incriminazione, su Netanyahu sono aumentate le pressioni dell’opposizione che chiede le sue dimissioni (non previste dalla legge) e quelle, forse più insidiose, all’interno del Likud. Contro la sua volontà, il primo ministro, indebolito dai guai giudiziari, ha accettato che, si dovessero tenere nuove elezioni, Likud farà le primarie il 26 dicembre. Una concessione che lascia a Gideon Saar, unico sfidante credibile alla leadership del partito, solo due settimane per preparare il voto. Netanyahu, che da 14 anni tiene le mani strette sul Likud, è in grado di battere agevolmente Saar. Ma il voto comunque fa del suo rivale il numero due del partito, perciò destinato a prendere il suo posto se fosse costretto ad uscire dalla scena politica a causa del processo che lo attende, anche se non in tempi stretti.

AGGIORNAMENTO:
Israele torna al voto il prossimo 2 marzo per la terza volta in un anno. Nella notte, con voto di 94 a favore e 9 contrari, i parlamentari hanno approvato lo scioglimento della Knesset.

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23/11/2019

Israele - È la destra a sfidare Netanyahu incriminato

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Mercoledì Benyamin Netanyahu, dopo aver appreso della sua incriminazione per corruzione, frode e abuso d’ufficio, aveva sparato a zero su magistratura e polizia, denunciato il «complotto» dei media e della sinistra e persino alluso a un «golpe». Ieri ha fatto retromarcia, in parte, per attenuare l’attacco senza precedenti rivolto da un premier alle istituzioni israeliane. «Tutto questo processo sarà alla fine deciso in tribunale. Accetteremo la decisione e su questo non c’è dubbio. Abbiamo sempre agito, dall’inizio alla fine, in accordo con la legge», ha scritto su Facebook. Quindi ha indicato la direzione agli israeliani: le elezioni, le terze in un anno. «In definitiva chi deciderà chi sarà il primo ministro siete voi cittadini... Abbiamo davanti a noi opportunità storiche come l’annessione (a Israele) della Valle del Giordano, il rafforzamento della nostra sicurezza, la costruzione di alleanze con i nostri vicini e molte altre cose da non perdere», ha proclamato come se fosse già in campagna elettorale.

Netanyahu non si dimette – la legge glielo impone solo se colpevole al terzo grado di giudizio – e punta a tenere duro fino al nuovo voto, praticamente certo. Nessuno crede che un membro della Knesset sia in grado, entro l’11 dicembre, di formare la maggioranza di governo mancata prima da Netanyahu e poi dal suo avversario Benny Gantz, leader del partito centrista Blu Bianco. E non è detto che Netanyahu non riesca nel frattempo ad ottenere l’immunità dal parlamento. Inoltre se vincerà le votazioni, presentandosi agli elettori come «martire», e riuscirà a formare un governo, avrà ancora più forza per affrontare un processo che durerà due forse tre anni.

Dovrà però combattere battaglie all’ultimo sangue con i suoi avversari politici. Gantz e il suo partito ieri hanno chiesto formalmente le sue dimissioni da tutti gli incarichi ministeriali che detiene. E tutti i partiti del centrosinistra insistono affinché lasci subito la poltrona di primo ministro. Si prevede inoltre che ong e associazioni, oltre ai partiti di opposizione, chiederanno alla Corte Suprema di imporre le dimissioni al primo premier in carica incriminato in via definitiva.

Le insidie maggiori per Netanyahu tuttavia potrebbero arrivare proprio dal suo partito, il Likud, e dal blocco delle destre che guida da dieci anni. Dopo l’annuncio dell’incriminazione, quasi tutti i dirigenti e ministri del Likud si sono affannati a proclamare l’innocenza di Netanyahu e a mostrarsi vicini al loro capo. E altrettanto hanno fatto un po’ tutti i leader degli altri partiti di destra. Questo atto di fedeltà non può nascondere le fibrillazioni interne. Il rivale più accanito di Netanyahu nel Likud, Gideon Saar, che due giorni fa aveva chiesto le primarie prima del voto, ieri ha apertamente sfidato il capo del partito assicurando di essere in grado di assemblare una coalizione di governo. Un altro pezzo da novanta, il ministro degli esteri Israel Katz, è rimasto per diverse ore in silenzio prima di esprimere solidarietà al premier incriminato.

«Sono convinto che Netanyahu debba guardarsi da possibili colpi bassi dei suoi compagni di partito più che dalle iniziative politiche e legali che avvierà il centrosinistra», ci diceva ieri l’analista Eytan Gilboa, del Centro Besa di Tel Aviv, «il primo ministro farà il possibile per tenere compatto il Likud e il blocco delle destre ma non è detto che ci riesca. In questa situazione una piccola fessura può trasformarsi in una lacerazione ampia».

Secondo Gilboa alcuni dirigenti e quadri del Likud «stanno alla finestra cercando di capire cosa accadrà nelle prossime settimane. Conosco personalmente diversi membri (del Likud) favorevoli all’uscita di scena di Netanyahu ma non possono dirlo perché sarebbero accusati di tradimento dai fedelissimi del premier. Ma in politica, si sa, tutto può cambiare in un momento».

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27/09/2019

Israele - A Netanyahu l'incarico di formare un nuovo governo

di Michele Giorgio - il Manifesto

Le indiscrezioni circolate ieri mattina hanno trovato conferma in serata. Il capo dello stato israeliano Reuven Rivlin ha incaricato il leader del partito Likud e della destra Benyamin Netanyahu di formare una nuova maggioranza di governo. Una decisione che Rivlin ha detto di aver preso una volta emersa l’impossibilità di formare un esecutivo di unità nazionale. Il premier uscente è stato preferito perché ha dalla sua parte 55 seggi – la maggioranza è di 61 – mentre Blu e Bianco dell’ex generale Benny Gantz, che pure il 17 settembre è risultato il primo partito con 33 seggi, ha ricevuto il sostegno di 54 parlamentari. A sfavorire Gantz è stato anche il mancato sostegno dei tre deputati del partito arabo Tajammo/Balad che si è sganciato dalle altre forze politiche arabe che hanno indicato come premier il capo di Blu Bianco. Netanyahu, dopo aver ricevuto l’incarico, ha insistito sulla costituzione di un governo di unità nazionale. Avrà 28 giorni di tempo per formare un nuovo governo, con una possibile estensione di due settimane. La probabilità che fallisca, come è avvenuto dopo il voto del 9 aprile, è molto alta.

Amit Segal, analista della rete tv Canale 12 prevede nuove elezioni nel giro di pochi mesi, le terze in un anno. Netanyahu, ha spiegato, restituirà il mandato a Rivlin già la prossima settimana di fronte all’impossibilità di formare una maggioranza di destra oppure una con Blu e Bianco. Rivlin a quel punto invece di dare una possibilità a Gantz potrebbe comunicare alla Knesset di non aver trovato leader di partito nella condizione di mettere insieme una coalizione. Altri invece sostengono che l’incarico dato al premier uscente finirà per aprire la strada a un governo di unità nazionale presieduto da Gantz, leader del partito con più seggi, appoggiato dal Likud, con un Netanyahu messo fuori gioco proprio dal suo fallimento.

Questo immagina e spera il centrosinistra. Sempre che non giunga a sorpresa in soccorso del premier l’ultrà di destra Avigdor Lieberman, leader del partito laicista Yisrael Beitenu che con i suoi otto seggi ha in mano le chiavi per sbloccare lo stallo politico. Al momento Lieberman dice di non essere schierato dalla parte di nessuno e vuole un governo Likud-Blu Bianco allargato ad altre formazioni ad eccezione delle formazioni religiose ortodosse e, naturalmente, dei partiti arabi, i suoi nemici principali. Tuttavia, si sa, in politica può accadere di tutto. Lieberman, molto polemico nei confronti di Netanyahu al quale non riconosce le doti di leader, tra qualche giorno, in cambio di ministeri importanti ed incarichi di prestigio per il suo partito, potrebbe raggiungere un’intesa con il premier incaricato.

Se il centrosinistra conta di vedere Gantz seduto sulla poltrona di capo del governo, la destra sionista religiosa invece lancia avvertimenti a Netanyahu per dissuaderlo dal firmare un compromesso con Gantz. All’indomani delle elezioni la destra radicale e religiosa aveva raggiunto un accordo con il Likud, promosso proprio da Netanyahu, in base al quale tutti i partiti si sono impegnati a negoziare come un fronte unico. Ma Netanyahu è un politico molto spregiudicato. Perciò non ha avuto peli sulla lingua l’ex ministra della giustizia, Ayelet Shaked, leader di Yamina, quando si è rivolta al primo ministro per esortarlo a non abbandonare l’alleanza delle destre che dura da anni. «Se c’è un tradimento della destra ideologica e del sionismo religioso, tutti ne sopporteranno le conseguenze», ha messo in guardia. «Saremo in quel caso un’opposizione combattiva – ha assicurato – e il Likud dovrà spiegare a tutto il nostro campo perché sta smantellando un governo di destra e gettando il nostro fronte all’opposizione».

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25/09/2019

Israele - Trattative in corso tra due anime della stessa destra per il nuovo governo

di Michele Giorgio – il Manifesto

I due Benyamin, irriducibili avversari appena qualche giorno fa, sono pronti ad abbracciarsi? Così sembra. Benyamin “Benny” Gantz, ex generale e leader della lista centrista Blu Bianco, vincitrice delle elezioni di una settimana fa, e il primo ministro di destra e capo del Likud Benyamin “Bibi” Netanyahu, su pressione del capo dello stato Rivlin ieri sera si sono incontrati per discutere della costituzione di un governo di unità nazionale. L’ultranazionalista antiarabo, nonchè ago della bilancia della politica israeliana, Avigdor Lieberman, dice che l’accordo è fatto e prevede un premier a rotazione. Secondo lui «Gantz e Netanyahu devono solo decidere chi farà per primo il capo del governo». Un esecutivo di unità nazionale darebbe a Netanyahu, uscito sconfitto dal voto, una insperata possibilità di rimanere in sella e, forse, l’opportunità di sfuggire alla procura intenzionata (pare) a mandarlo sotto processo per corruzione.

Di questo possibile governo unitario probabilmente faranno parte altri partiti oltre a Likud e Blu Bianco. Di sicuro non includerà la Lista araba unita (Lau), terzo gruppo alla Knesset con 13 seggi ed espressione della minoranza palestinese (arabo israeliana, 1/5 della popolazione del paese). E non solo per scelta già annunciata dagli arabi. Gantz non ha mai preso in considerazione, almeno non pubblicamente, l’ipotesi di coinvolgere in qualche modo la Lau nel governo. Neanche a parlarne con Netanyahu che ha dedicato una buona parte della campagna elettorale proprio ad attaccare la minoranza araba in Israele. Eppure militanti e simpatizzanti delle formazioni politiche arabe ieri erano impegnati in un dibattito incandescente. Sui social si sono scontrati sostenitori e detrattori della decisione presa domenica dai dirigenti della Lau durante le consultazioni con Rivlin di indicare come loro primo ministro un esponente di un partito sionista, ossia Gantz. Non accadeva dal 1992 quando i partiti arabi garantirono l’appoggio esterno al governo di Yitzhak Rabin sulla base dell’assicurazione che l’esecutivo avrebbe aperto una pagina nuova nei confronti dei palestinesi dei Territori che da cinque anni facevano l’Intifada contro l’occupazione. L’anno dopo Rabin firmò gli accordi di Oslo con l’Olp di Yasser Arafat.

La Lau non ha deciso all’unanimità. Uno dei quattro partiti che la compongono, Tajammo/Balad, nazionalista progressista, ha negato il suo appoggio, non ha preso parte ai colloqui con il presidente e ha annunciato che, se Gantz riuscirà a formare un governo, i suoi tre deputati non gli voteranno la fiducia. Una posizione contestata dai «pragmatici» che chiedono di baciare il rospo in nome della fine del regno di Bibi segnato da leggi e provvedimenti a chiaro svantaggio della minoranza araba in Israele e contro i diritti dei palestinesi nei Territori occupati, come l’annessione a Israele della Valle del Giordano. I fautori della «fermezza politica» invece sottolineano che Gantz non ha posizioni lontane da quelle di Netanyahu e non ha promesso, una volta nominato premier, di cancellare la legge che nel luglio 2017 ha proclamato Israele come lo Stato della nazione ebraica e non di tutti i suoi cittadini. Il leader di Blu Bianco in campagna elettorale, rivolgendosi ai palestinesi d’Israele, ha parlato solo di politiche volte ad eliminare la criminalità nei centri abitati arabi.

«Non abbiamo fatto, come si dice, una scelta identitaria e ideologica», spiega al manifesto Mtanes Shihade, uno dei tre deputati di Tajammo/Balad, «tutti vogliamo che Netanyahu non sia più al potere ma non può essere questo il punto di arrivo di tutto». Gantz, prosegue Shihade, «è un militare, un uomo che ha fatto uso della forza contro i palestinesi, che ha rivendicato con orgoglio le distruzioni inflitte (nel 2014, ndr) a Gaza e non ha mai parlato di processo di pace durante la campagna elettorale». Inoltre, conclude il deputato, «non possiamo dare appoggio a un leader di partito che non ha mai aperto una interlocuzione diretta con i partiti arabi e che ci ignora del tutto».

Ben diverso è l’approccio del leader della Lau, Ayman Odeh, capo del Fronte per la pace e l’uguaglianza controllato dal Partito comunista. In un suo articolo pubblicato dal New York Times ha scritto «Abbiamo deciso di dimostrare che i cittadini arabi palestinesi non possono più essere respinti o ignorati... La nostra decisione di raccomandare Gantz... è un chiaro messaggio che non c’è futuro condiviso (in Israele) senza la piena ed equa partecipazione dei cittadini arabi palestinesi».

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10/04/2019

Israele - Pareggio tra le due destre, Netanyahu verso un nuovo governo

di Chiara Cruciati

Lo hanno dato per morto tante volte, da ultimo lo scorso marzo quando il procuratore Avishai Mandelblit lo ha incriminato per corruzione. Quel giorno Benjamin Netanyahu aveva risposto: “Resterò premier per molti anni a venire”. Così sarà, o almeno così sembra essere: le attese elezioni anticipate israeliane si sono chiuse con un pari che danno al leader del Likud la probabile guida del nuovo esecutivo israeliano.

Testa a testa per tutta la notte tra Netanyahu e il suo principale sfidante, il generale ed ex capo di stato maggiore Benny Gantz a capo della lista Blu e Bianco. Al momento, con il 96% delle schede scrutinate, alle due liste sono attribuiti 35 seggi a testa. Ieri sera, mentre gli exit poll in uscita davano risultati contraddittori, sia Gantz sia Netanyahu avevano rivendicato la vittoria: “E’ una notte di vittoria colossale – diceva ieri il premier al quartier generale del Likud – Il blocco della destra continuerà a guidare Israele per i prossimi quattro anni”.

Ma questa mattina i risultati pressoché definitivi trasformano il risultato: alla destra andrebbero 65 seggi su 120, grazie alle liste minori che hanno già dichiarato l’appoggio al Likud. I partiti ultraortodossi Shas e United Torah Judaism avrebbero ottenuto otto seggi a testa, Yisrael Beiteinu dell’ex ministro della Difesa Lieberman e l’Unione della destra (Casa ebraica, Tkuma e Potere ebraico) cinque l’uno e Kulanu del ministro delle Finanze Moshe Kahlon quattro seggi. Dall’altra parte, il Labour ottiene il risultato peggiore della sua storia, pressoché scomparso dopo aver guidato Israele per decenni dopo la fondazione nel 1948: sei seggi. Tiene Meretz, la sinistra sionista, con quattro seggi. 

“Sono molto commosso dal fatto che la nazione di Israele ancora una volta si è fidata di me per il quinto mandato – ha detto questa mattina Netanyahu – e con ancora maggiore fiducia”. Fiducia che finora non ha del tutto incassato dal nemico-amico Lieberman, il falco di ultradestra che fino a novembre era ministro del governo Netanyahu per poi farlo cadere accusando il premier di scarsa durezza contro Gaza. Stamattina, consapevole del potere che quei seggi gli danno, non ha ancora sciolto la riserva, se governo o opposizione. Chi non entra in parlamento è Nuova Destra (Hayamin Hehadash), il partito di Naftali Bennett, ministro dell’Educazione e Ayelet Shaked, ministra della Giustizia. Non ha superato la soglia di sbarramento del 3,25%, così come il destrorso Zehut di Moshe Feiglin. A sorpresa, in qualche modo, entrano entrambe le liste palestinesi, Hadash-Taal, la lista di sinistra araba, e Raam-Balad, islamisti e laici, con sei seggi il primo e quattro il secondo, fino all’ultimo date a rischio a causa prima della scissione della Lista Araba Unita – che nel 201 ottenne ben 13 seggi – e poi dalla bassissima affluenza palestinese.

Poco più del 46% dei palestinesi cittadini d’Israele si sono recati alle urne (contro il 63% di quattro anni fa) per una serie di ragioni: per il boicottaggio politico, che da decenni caratterizza la comunità, per la disillusione e la convinzione di restare cittadini di serie B, ma anche per lo scandalo esploso ieri durante il voto.

Migliaia di telecamere nascoste sono state introdotte nei seggi arabi da sostenitori del Likud. Telecamere “spia” per osservare e registrare volti, parole e voti palestinesi che subito Hadash ha denunciato. La polizia si è rivolta subito al Comitato elettorale, ma le autorità israeliane non hanno affatto preso sul serio, sebbene si tratti di una chiara violazione del segreto dell’urna.

Ora la palla passa al presidente israeliano, Reuven Rivlin, che dovrà consultare i leader delle varie liste e individuare quello in grado di formare un governo di coalizione. Molto probabilmente, il redivivo Netanyahu che così guadagnerà il record di sempre: il premier più longevo della storia di Israele, superando anche il “padre della patria” David Ben-Gurion. Una realtà che potrebbe condurre a un ulteriore inasprimento delle politiche di destra del Likud, ormai radicate nel paese.

Chiaro è il rafforzamento delle liste ultraortodosse. La destra ha tenuta, ma quella più radicale – a eccezione dell’Unione della destra – non sfonda, finendo per cedere i propri consensi proprio al Likud: alla vigilia il premier temeva che quei partitini, razzisti e di ultradestra, potessero erodere la sua percentuale, ma alla fine – forse per il timore di una vittoria di Gantz – l’elettorato di destra ha ridato fiducia a Netanyahu. Eclatante la sconfitta della sinistra, scomparsa dai radar: il partito laburista in particolare non aveva mai ottenuto un risultato tanto risicato, addirittura sotto i partiti ultraortodossi.

Nel mirino del Likud, ora, potrebbero esserci i Territori Occupati: con il via libera del paese e la benedizione statunitense, Netanyahu potrebbe davvero procedere con le minacce pre-elettorali, una forma di annessione ufficiale della Cisgiordania, delle sue terre ma non dei suoi cittadini. Ufficiosa l’annessione lo è già, ma stavolta dalla sua parte Tel Aviv ha una Casa Bianca particolarmente favorevole a “chiudere” la questione palestinese calpestando i diritti del popolo palestinese.

AGGIORNAMENTI

Ore 11.10 – L’ultradestra chiede già due ministeri
Rami Peretz, leader della lista Unione della destra, di cui fa parte anche Potere ebraico di dichiarata ispirazione kahanista, ha già chiesto due ministeri, la giustizia e l’educazione, in cambio dell’appoggio al governo Netanyahu.

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14/05/2015

Israele - Nasce il governo di Casa Ebraica con un premier del Likud

Il leader di Casa Ebraica Naftali Bennett (foto di Emil Salman)
di Michele Giorgio

Mentre il premier Benyamin Netanyahu è impegnato in queste ore a soddisfare le pressanti richieste dei compagni del suo partito, il Likud, che reclamano gli ultimi ministeri disponibili prima del giuramento del governo previsto in giornata, i coloni israeliani non nascondono la loro soddisfazione per la composizione del nuovo esecutivo, il più sbilanciato verso l’estrema destra della storia del Paese. L’ulteriore rilancio della colonizzazione dei Territori palestinesi occupati infatti è scontata dopo che il partito nazional-religioso Casa Ebraica, storico rappresentante dei coloni, ha strappato a Netanyahu ministeri chiave. Il movimento dei coloni pertanto eserciterà un’influenza come mai prima. Anche perché nello stesso Likud sono numerosi i sostenitori dello sviluppo senza freni degli insediamenti ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. E alle migliaia e migliaia di case per i coloni che il passato governo ha già approvato se ne aggiungeranno prevedibilmente molte altre migliaia, ovunque.

Tra i coloni c’è una diffusa aspettativa che il governo rimuoverà le ultime restrizioni sulla costruzione di nuove case. “C’è una realtà permanente in Giudea e Samaria (la Cisgiordania ndr), che è quasi irreversibile… Siamo ottimisti…Non cerchiamo lo scontro ma il mondo non può dettare qualcosa nei confronti della quale la democrazia israeliana ha votato contro”, ha detto al Times of Israel Yigal Dilmoni, il portavoce del Consiglio di Yesha che rappresenta la maggioranza dei “settlers” (coloni) israeliani.

Più di 350.000 coloni vivono in Cisgiordania e altri 200.000 a Gerusalemme Est, la zona araba della città occupata da Israele nel 1967, insediati tra circa tre milioni di palestinesi.
Nei giorni scorsi, il presidente americano Barack Obama ha ribadito che si aspetta che il nuovo governo lavori per la soluzione dei Due Stati (Israele e Palestina coesistenti) e l’Unione europea ha adottato una linea, almeno in apparenza, più dura nei confronti delle colonie. Posizioni che interessano poco ai settlers e ai loro tanti sostenitori nel governo e alla Knesset che non danno alcun peso al diritto internazionale.

Dani Dayan, un ex dirigente di Yesha, sostiene Netanyahu dovrà navigare tra due agende opposte, quella di Israele e quella della comunità internazionale: “Alla fine della giornata in Israele il primo ministro ha la maggior parte del potere ed è lui che dovrà decidere quale strada seguire”. Una strada che sarà indicata con forza da Casa Ebraica. Sebbene abbia ottenuto alle elezioni del 17 marzo solo otto seggi su 120, Netanyahu ha bisogno come l’aria di questa forza politica per garantire la sua ristretta maggioranza di appena 61 seggi. E il leader di Casa ebraica, Naftali Bennett, è perfettamente consapevole del potere che si ritrova tra le mani. Anche altri partner di Netanyahu – tra cui due partiti ultraortodossi e il centrista Kulanu – hanno la capacità di far cadere la coalizione. Ma i loro interessi sono focalizzati su questioni interne, sociali e religiose, mentre Casa Ebraica fa della colonizzazione, del rifiuto dello Stato palestinese e della sfida al diritto internazionale il suo cavallo di battaglia. Per questo eserciterà continue pressioni sul primo ministro che, comunque, è bene ricordarlo, è anch’egli un sostenitore del movimento dei coloni e poco interessato a raggiungere un accordo con i palestinesi.

Non è un'esagerazione affermare che questo non sarà un governo del Likud e di altre forze di destra ma invece un governo di Casa Ebraica con un primo ministro del Likud. Bennett infatti è destinato a diventare ministro dell’istruzione, quindi in grado di promuovere il suo punto di vista religioso e nazionalista nelle scuole. Uri Ariel, alfiere della costruzione degli insediamenti nel governo precedente, sarà ministro dell’agricoltura, dove può prendere il controllo della Divisione per gli Insediamenti, un’agenzia governativa che finanzia le colonie. Un altro rappresentante del partito diventerà vice ministro della difesa con la supervisione dell’Amministrazione Civile (in realtà retta da militari) che “amministra” i palestinesi che vivono nella “Zona C”, ossia il 60% della Cisgiordania.

La ministra della giustizia e deputata di Casa Ebraica
Ayelet Shaked (foto di Yoel Meltzer)

Senza dimenticare che il braccio destro di Bennett, Ayelet Shaked, nota per dichiarazioni violente contro i palestinesi – l’anno scorso ha pubblicato sul suo profilo Facebook un testo di un estremista di destra che definisce i bambini palestinesi “piccoli serpenti” ed è accusata di aver fatto dichiarazioni a sostegno del genocidio della gente di Gaza (lei però nega) – diventerà ministro della Giustizia pur senza avere alcuna competenza in questo settore. In passato Shaked ha apertamente criticato il sistema giudiziario del paese che considera troppo “liberal”. Ora sarà in grado di influenzare la nomina dei giudici e di spingere in avanti progetti di legge che mirano a colpire tutto ciò che considera “progressista”.

Nachman Shai, un parlamentare dell’opposizione, ha commentato che dando a Shaked il Ministero della Giustizia è come “nominare un piromane a capo del vigili del fuoco.”

Intanto, pur tra ambiguità e contraddizioni, cresce, almeno in Europa, il malessere per le politiche di Netanyahu. Ieri importanti esponenti europei membri dello “European Eminent Person Group” –   che include fra gli altri due ex ministri degli esteri francesi, Hubert Vedrine e Roland Dumas, gli ex primi ministri francese Michel Rocard e irlandese John Bruton, e lo spagnolo Javier Solana, un ex segretario generale della Nato – hanno inviato una lettera all’Alto rappresentante della politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, attesa la prossima settimana in Israele e Territori occupati, in cui si dicono delusi per i risultati conseguiti dalla mediazione Usa ed invocano un approccio più deciso da parte dell’Ue nel conflitto israelo-palestinese. Netanyahu, scrivono, «ha poca intenzione di negoziare seriamente la soluzione dei Due Stati nel contesto del governo che sta costituendo». «L’Europa – si legge nella lettera – non ha ancora trovato un modo efficace per rendere Israele responsabile del modo in cui mantiene l’occupazione. È tempo di dimostrare seriamente alle due parti quanto l’opinione pubblica europea consideri le violazioni della legge internazionale, la perpetuazione di atrocità e la negazione di diritti acquisiti». «Nascondersi dietro la leadership americana» è allo stesso tempo «poco produttivo e poco edificante», concludono i firmatari, secondo i quali anche crisi «apparentemente più urgenti» come quelle in Siria, Yemen, Iraq e Libia possono essere «una scusa», dato che «il contesto della Palestina è di 47 anni di occupazione militare».

Fonte

19/03/2015

Netanyahu è Israele

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Il grande sconfitto Yitzhak Herzog, leader laburista e della lista Campo Sionista, promette, «solennemente», che un giorno in Israele arriverà il «cambiamento». Ora però Israele è con Benyamin Netanyahu e Netanyahu è Israele. La vittoria schiacciante – un vero e proprio referendum sulla sua persona – ottenuta due giorni fa dal primo ministro, dice in modo inequivocabile che gran parte di Israele si identifica con lui e la destra radicale. Crede alle sue idee, Israele contro tutto e tutti, che non esita a farla pagare cara ai suoi nemici e a punire gli alleati che dissentono troppo, come il presidente Barack Obama, umiliato a casa sua dal discorso pronunciato il 3 marzo da Netanyahu davanti al Congresso contro l’accordo sul programma nucleare iraniano che gli Usa stanno negoziando con Tehran. A Netanyahu per vincere le elezioni è bastato lanciare l’allerta sul «pericolo palestinese», sugli insidiosi arabo israeliani che martedì, fatto “gravissimo”, andavano alle urne in gran numero, e sul centro sinistra «che mette a rischio la sicurezza di Israele». per ritrovarsi dietro più della metà dell’elettorato. È stato sufficiente dire di no allo Stato di Palestina e annunciare una colonizzazione incessante a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, per portare dalla sua parte tanti coloni e sostenitori dell’ultradestra. Il distacco inflitto ai principali avversari, 29 seggi per il Likud e 24 per Campo Sionista, è frutto del fiuto politico del premier.

Case troppo care e insufficienti, affitti elevati, carovita, famiglie indebitate e che non arrivano alla fine del mese. Netanyahu su questi temi le elezioni le aveva davvero perdute, i sondaggi precedenti al voto non ci hanno raccontato una realtà virtuale. Fino a una settimana fa Netanyahu era sconfitto. Poi ha pronunciato la parola magica: sicurezza. E ha vinto. Il caso del “progressista” David Grossman spiega come funziona in Israele la costruzione del consenso. Grossman passa la vita tra carte, libri e la tastiera del computer e non sa nulla di centrifughe, arricchimento dell’uranio e di plutonio. Eppure qualche giorno fa non ha esitato ad affermare con determinazione che è vero quello che dice Netanyahu: l’Iran si sta costruendo la bomba atomica. Sebbene queste affermazioni siano in forte contrasto con quello che spiegano il generale Uzi Eilam, ex capo dell’agenzia israeliana per l’energia atomica, e tanti altri comandanti militari e dei servizi di sicurezza. L’ex capo del Mossad, Meir Dagan, che pure ha inviato i suoi agenti a Tehran ad ammazzare non pochi ingegneri nucleari iraniani, denuncia l’allarmismo di Netanyahu, smentisce le teorie del primo ministro che ritiene propaganda politica. Eppure lo scrittore pacifista Grossman non ha dubbi: Netanyahu ha ragione, l’Iran è sul punto di assemblare ordigni atomici e l’accordo internazionale va impedito. 

Sicurezza nazionale e politica, un connubio micidiale che ha regalato il trionfo a Netanyahu e inflitto una sconfitta umiliante a Herzog e alla sua alleata Tzipi Livni, ha ridimensionato le ambizioni dei centristi Yair Lapid (Yesh Atid) e Moshe Kahlon (Kalanu) e ha quasi fatto sparire il Meretz, la sinistra sionista. Netanyahu Tel Aviv non è riuscito a conquistarla ma è andato giù come una valanga a Gerusalemme, perenne feudo della destra e dei religiosi, dove il Likud si è aggiudicato il 24 per cento dei voti lasciando un altro 48 per cento a quattro liste confessionali ideologicamente alleate. Nelle periferie di Israele e nelle colonie la destra ha dilagato sotto la spinta degli appelli lanciati dal premier. Ad Ariel, il secondo più grande insediamento colonico in Cisgiordania, il Likud ha rastrellato metà dei voti. Risultati molto simili si sono registrati in un’altra colonia, la più grande, Maaleh Adumim. Interessante il dato elettorale del sud di Israele. Nei centri urbani ha dominato il Likud. Invece i kibbutz adiacenti a Gaza, che pure erano stati la scorsa estate tra i bersagli dei razzi lanciati dalla Striscia in risposta ai bombardamenti israeliani, hanno dato gran parte dei loro voti a Campo Sionista e, in misura minore, a Yesh Atid e al Meretz. Scontate le percentuali bassissime ottenute dal Likud a Nazareth, Umm al Fahem e negli altri centri abitati arabo israeliani, dove la minoranza palestinese ha votato in massa per la Lista Araba Unita. I partiti arabi sul filo di lana ha ottenuto un 14esimo seggio, cogliendo un successo senza precedenti che l’ha portata a diventare il terzo gruppo alla Knesset (ci sono altri 4 deputati arabi ma sono stati eletti in liste diverse). Voti che rappresentanto una risposta alle discriminazioni e un rifiuto delle politiche, della destra e non solo, verso i cittadini arabi.

I riflessi regionali ed internazionali della vittoria elettorale di Benyamin Netanyahu sono stati immediati. Tra le prime reazioni c’è, naturalmente, quella dell’Amministrazione Obama. Il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha detto che alla luce dell’esito delle legislative in Israele, gli Stati Uniti valuteranno la strada da seguire per portare avanti il processo di pace in Medio Oriente. Washington insiste nonostante Netanyahu abbia dichiarato la sua totale opposizione alla nascita di uno Stato palestinese, annullando in un colpo solo la soluzione dei “Due Stati”, Israele e Palestina, pilastro per anni del negoziato mediato dagli americani. Tra la Casa Bianca e il primo ministro israeliano è sempre gelo. Obama ieri sera non si era ancora congratulato con Netanyahu. Fanno sentire la loro voce anche le Nazioni Unite attraverso il Segretario Generale Ban Ki moon secondo il quale solo l’adesione al processo di pace garantirà che Israele resti una democrazia in futuro. Netanyahu non ha risposto. Ha preferito ribadire che in 2-3 settimane formerà il suo nuovo governo con i partiti nazionalisti e religiosi, un vero e proprio “gabinetto di guerra”.

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18/03/2015

Israele - Netanyahu stravince le elezioni

di Michele Giorgio

Benyamin Netanyahu non ha vinto, ha stravinto le elezioni legislative israeliane. Il suo partito, il Likud, ha conquistato 29  seggi, mentre Campo Sionista del suo rivale, il laburista Yitzhak Herzog, solo 24.

A questo punto, secondo i media e contro gli exit-poll che ieri sera alla chiusura delle urne avevano dato i due partiti avversari alla pari, Netanyahu è in grado di formare una maggioranza solida con i suoi partner della destra estrema. Il partito centrista Yesh Atid, forte di 11 seggi, peraltro non esclude di entrare nella nuova maggioranza guidata dal Likud e altrettanto potrebbe fare Kalanu (10 seggi), il partito guidato da Moshe Kahlon, rappresentante della cosiddetta destra sociale, al quale qualche giorno fa Netanyahu aveva offerto il ministero delle finanze.

“Sono fiero per la grandezza di Israele, ora dovremo formare subito un governo nazionalista forte e stabile”, ha detto Netanyahu escludendo definitivamente l’ipotesi di esecutivo di unità nazionale che si era affacciata ieri sera su proposta del capo dello stato Reuven Rivlin. Il vincitore ha già preso contatto con i leader della destra con i quali intende dare vita alla nuova coalizione. Netanyahu potrà contare anche su Yisrael Beitenu, il partito antiarabo del ministro degli esteri Avigdor Lieberman che, dato dai sondaggi fuori dalla Knesset, ha conquistato invece sei seggi. “Per noi è una vittoria”, ha commentato Lieberman “nonostante il tentativo di grandi forze di annientarci. Nessun altro partito sarebbe sopravvissuto a questa battaglia. Non è stata solo una lotta politica, siamo stati di fronte ad un annientamento mirato di un intero gruppo politico. Ci siamo confrontati contro grandi forze. Molti, anche nei media, hanno fatto fronte comune per eliminarci, ma non ci sono riusciti”.

Il terzo gruppo parlamentare alla Knesset sarà la Lista Araba Unita, con ben 14 seggi. Un risultato mai raggiunto che offre alle formazioni politiche che rappresentano la minoranza palestinese (20% della popolazione) in Israele la possibilità di mettere in piedi una opposizione forte all’offensiva, anche legislativa, della destra guidata da Netanyahu contro i cittadini arabi.


Tacciono in queste ore Herzog e l’alleata Tzipi Livni, passati dall’illusione della vittoria all’amarezza di una sconfitta quasi umiliante. Forte delusione anche per il Meretz, la sinistra sionista, che con grande fatica ha superato la soglia di sbarramento conquistando il minimo: quattro seggi. La leader Zahava Galon ha annunciato la sua rinuncia al seggio per permettere l’ingresso nella Knesset a Tamar Zandberg, quinta sulla lista presentata alle elezioni e astro nascente del partitino.

Israele si conferma un Paese di destra, sempre più estrema. I dirigenti dell’Autorità nazionale palestinese, pur senza proclamarlo pubblicamente, avevano sperato nella sconfitta di Netanyahu. Si annunciano ora nuovi scontri diplomatici, subito, a partire dal Primo aprile quando la Palestina entrerà a far parte della Corte Penale Internazionale e potrà chiedere una indagine per crimini di guerra contro Israele. Tra molti palestinesi in ogni caso si riteneva inutile e persino dannosa la vittoria del centrosinistra che, a loro dire, non avrebbe cambiato la situazione sul terreno, ma avrebbe comunque garantito a Herzog e Livni  il sostegno dei governi occidentali.


Senza dubbio non brinda alla vittoria di Netanyahu neanche il presidente americano Barack Obama che mantiene rapporti personali molto difficili con il leader israeliano. Noto è lo scontro tra i due riguardo al possibile accordo internazionale sul programma nucleare iraniano. Comunque Obama in questi anni non ha mai fatto mancare a Israele l’appoggio decisivo degli Stati Uniti in diverse importanti circostanze alle Nazioni Unite e in altri ambiti internazionali contro i diritti dei palestinesi.

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17/03/2015

Israele. Alle elezioni Likud contro sionisti. Dalla padella alla brace

Se qualcuno pensa che solo in Italia ci si trovi di fronte ad alternative impossibili da scegliere sul piano politico, lo scenario israeliano non è da meno. La sfida sulle elezioni di oggi è infatti tra il Likud, il partito di destra capeggiato da Netanyahu, e l’Unione Sionista capeggiata da Herzog e dalla ex ministra Tzipi Livni.

Le elezioni sono state convocate anticipatamente dopo lo scioglimento del terzo governo Nethanyau a seguito dello scontro con il Ministro della Giustizia, Tzipi Livni e il Ministro delle Finanze, Yair Lapid. In un primo momento Netanyahu pensava di avere già un quarto mandato in mano e di poter ottenere la maggioranza alla Knesset grazie all’alleanza con l’estrema destra nazional-religiosa di Naftali Bennet con i partiti religiosi aschenaziti e sefarditi. Ma a distanza di tre mesi dalla crisi di governo nel dicembre 2014 il quadro politico israeliano si è modificato e nel centro-sinistra è emersa la coalizione Unione Sionista (un nome che è tutto un programma) che appare in testa nei sondaggi.

L’Unione Sionista, è guidata da Yitzhak Herzog, esponente di un’importante dinastia politica che ha fondato questo nuovo partito – l’Unione sionista appunto – fondendolo con ha-Tnuah (Il movimento), costola del vecchio partito Kadima (Avanti) creato a suo tempo da Ariel Sharon.

Herzog, ha spostato il partito ancora più “a destra” aprendolo ai fuoriusciti dal Likud, ma che condividono la necessità di pervenire a un accordo con l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp). L’Unione sionista afferma di essere preoccupata per la situazione economica del paese,  ma i temi sociali sono solo marginali nella sua agenda, mentre punta piuttosto a risolvere le tensioni con l’amministrazione statunitense e a tentare l’avvio di un nuovo accordo di pace con l’Anp. In apparenza una politica diversa da quella guerrafondaia e oltranzista di Netanyahu, ma una coalizione che è giunta a definirsi come Unione Sionista non lascia ben sperare. I palestinesi innanzitutto, inclusi i palestinesi del ’48 che oggi risultano esser cittadini israeliani, di serie B, ma israeliani. Questi ultimi a loro volta hanno dato vita per la prima ad una coalizione unitaria dei partiti arabo-israeliani. I sondaggi mostrano che la Lista Araba Unita potrebbe guadagnare il terzo posto e diventare un fattore decisivo nel meccanismo che domina la politica israeliana: la creazione della coalizione di governo. Molti nella comunità arabo-palestinese in Israele, che rappresenta il 20% degli otto milioni di cittadini israeliani, vedono la  ritrovata unità come una svolta nella battaglia contro la discriminazione: anche se hanno pieni e eguali diritti, gli arabi israeliani spesso accusano di essere trattati come cittadini di seconda classe.

Occorrerà attendere domani mattina per i risultati definitivi, ma sicuramente la sfida si giocherà su uno scarto di pochi seggi (approssimativamente 2 o 3) e non sono escluse a loro volta coalizioni post-elettorali  anche tra i due partiti di maggioranza, ovvero una grande coalizione nazionale tra Likud e Unione Sionista. Insomma al peggio non c’è mai fine. Sarà per questo che i leader israeliani ripetono sempre che l'Italia è il miglior alleato di Israele in Europa?

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21/08/2014

Gaza, il Likud ha la soluzione. E’ finale

Gaza come Jaffa, ossia con un numero minimo di civili ostili. Jaffa è una grande città costiera palestinese che è stato etnicamente ripulita dalle milizie sioniste nel 1948 e incorporata nell’attuale Israele. Verso le poche migliaia di palestinesi rimasti in città, sono frequenti i tentativi in ​​corso per costringerli ad andare via. In un post del 1 agosto sulla sua pagina Facebook, Moshe Feiglin, rende pubblico un piano che già circolava dal 15 luglio dall’eloquente titolo “Concentrare e sterminare”. Dei sette punti chiave di Feiglin, l’operazione Border protection, l’invasione di Gaza, ne ha messi in pratica almeno quattro:
1) L’ultimatum, dato alla «popolazione nemica», cui viene intimato di abbandonare le aree in cui si trovano i combattenti di Hamas, «trasferendosi nel Sinai non lontano da Gaza».
2) L’attacco, sferrato dalle forze armate israeliane «attraverso tutta Gaza con la massima forza (e non con una sua minuscola frazione)», colpendo tutti gli obiettivi militari e infrastrutturali «senza alcuna considerazione per gli scudi umani e i danni ambientali».
3)  L’assedio, simultaneo all’attacco, così che «niente possa entrare a Gaza o uscire da Gaza».
4)  La difesa, per «colpire con la piena forza e senza considerazione per gli scudi umani» qualsiasi luogo da cui sia partito un attacco a Israele o alle sue forze armate.
5) La conquista, attuata dalle forze armate israeliane che, dopo aver «ammorbidito» gli obiettivi con la loro potenza di fuoco, «conquisteranno l’intera Gaza, usando tutti i mezzi necessari per minimizzare qualsiasi danno ai nostri soldati, senza alcun’altra considerazione».
6) L’eliminazione, attuata dalle forze armate israeliane, che «annienteranno a Gaza tutti i nemici armati» e «tratteranno in accordo col diritto internazionale la popolazione nemica che non ha commesso malefatti e si è separata dai terroristi armati, alla quale sarà permesso di lasciare Gaza».
7) La sovranità su Gaza, «che diverrà per sempre parte di Israele e sarà popolata da ebrei», contribuendo ad «alleviare la crisi abitativa in Israele». Agli abitanti arabi, che «secondo i sondaggi desiderano per la maggior parte lasciare Gaza», sarà offerto «un generoso aiuto per l’emigrazione internazionale», che verrà però concesso solo a «quelli non coinvolti in attività anti-israeliane». Gli arabi che sceglieranno di restare a Gaza riceveranno un permesso di soggiorno in Israele e, dopo un certo numero di anni, «coloro che accettano il dominio, le regole e il modo di vita dello Stato ebraico sulla propria terra» potranno divenire cittadini israeliani.

Ma Feiglin non è un fanatico qualunque, è un membro di primissimo piano del Likud, il partito della destra israeliana al potere a Tel Aviv. Per lui è stato coniato il soprannome di Hitler della Knesset ed è uno che pensa che il primo ministro attuale, e suo compare di partito, Benjamin Netanyahu, sia una mammoletta rispetto ai palestinesi.

Il suo piano, tradotto dal sito Electronic intifada, prevede la «conquista di tutta la Striscia di Gaza, e l’annientamento di tutte le forze che combattono e dei loro sostenitori». Una vera e propria soluzione finale.

Feiglin è vice-presidente del parlamento, la Knesset, e membro del “Comitato per gli affari esteri e della Difesa” ma anche leader di “Manhigut Yehudit (Supremazia ebrea, oppure leadership ebrea), la più grande corrente del Likud. Nelle elezioni per la leadership del partito nel 2012 ha fatto una campagna contro Netanyahu, troppo morbido e troppo debole nei suoi occhi, e ha ottenuto il 23% dei voti. Dopo gli “Accordi di Oslo” Feiglin aveva condotto una campagna di disobbedienza civile che gli aveva fruttato una condanna a sei mesi di carcere, commutata prontamente in “servizio alla comunità” in un insediamento ebraico, una colonia in Cisgiordania dove vive. In un’intervista a Haaretz nel 1995, ricorda il sito francese Mediapart, Feiglin ha espresso tutta la sua ammirazione per il nazismo: «Hitler era un genio militare senza pari... Giovani cenciosi sono stati trasformati in una classe pulita e ordinata della società... Hitler amava la buona musica... I nazisti non erano un gruppo di teppisti». Per questo e altro, nel 2008, s’era visto negare anche il visto d’ingresso da sua maestà britannica.

Non sorprenderà, a questo punto, apprendere che accolse con favore «l’atto di resistenza», la strage di 23 civili da parte di un estremista ebreo, Baruch Goldstein, nel febbraio 1994, che uccise ventitré fedeli musulmani in preghiera nella moschea di Hebron. Ovvio che un tipo del genere sia favorevole all’annessione dei territori palestinesi con l’espulsione di tutti i palestinesi. Quella che riportiamo di seguito è la lettera spedita a Netanyahu e resa pubblica da lui stesso su fb.

Il suo piano dettagliato, che prevede l’utilizzo di campi di concentramento, comprende l’istigazione diretta e pubblica al genocidio – un reato punibile ai sensi della Convenzione sul genocidio –.

Ecco la dichiarazione del 1 agosto di Feiglin su Facebook.

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Al primo ministro Benjamin Netanyahu

Signor Primo Ministro,

Abbiamo appena sentito che Hamas ha usato la tregua per rapire un ufficiale. Risulta che questa operazione non è considerata sopra qualsiasi altra.

I fallimenti di questa operazione erano inerenti ad esso fin dall’inizio, perché:

a) Non ha adeguato e chiaro obiettivo;

b) non esiste un quadro morale adeguato a sostenere i nostri soldati.

Quello che ora è necessario è che noi interiorizziamo che il patto di Oslo è finito, che questo è il nostro paese – il nostro paese in esclusiva, tra cui Gaza.

Non ci sono due stati, e non ci sono due popoli. C’è un solo Stato per un popolo.

Dopo aver interiorizzato questo, quello che serve è una revisione profonda e completa strategica, in termini di definizione del nemico, dei compiti operativi, degli obiettivi strategici, e, naturalmente, di adeguate etica di una guerra necessaria.

(1) Definizione del nemico:

Il nemico strategico è estremista dell’Islam arabo in tutte le sue varietà, dall’Iran a Gaza, che cerca di annientare Israele nella sua interezza. Il nemico immediato è Hamas. (Non le gallerie, non i razzi, ma Hamas.)

(2) Definizione dei compiti

Conquista di tutta la Striscia di Gaza, e annientamento di tutte le forze combattenti e dei loro sostenitori.

(3) Definire l’obiettivo strategico:

Per trasformare Gaza in Jaffa, una città israeliana fiorente, con un numero minimo di civili ostili.

(4) Definizione di etica di guerra: “Guai al malfattore, e guai al suo vicino”

Alla luce di questi quattro punti, Israele deve effettuare le seguenti operazioni:

a) L’ IDF [esercito israeliano] designa alcune aree aperte al confine del Sinai, adiacente al mare, in cui la popolazione civile sarà concentrata, lontano dai centri abitati che vengono utilizzati per i lanci e i bombardamenti.

In queste aree, saranno stabiliti accampamenti di tende, come rilevanti destinazioni di emigrazione.

La fornitura di energia elettrica e acqua per le zone già popolate verrà disconnessa.

b) Le aree precedentemente popolate saranno distrutte con la massima potenza di fuoco. L’intera infrastruttura civile e militare di Hamas, i suoi mezzi di comunicazione e di logistica, saranno distrutti del tutto, fino alle loro fondamenta.

c) L’IDF dividerà la Striscia di Gaza lateralmente e trasversalmente, creando dei corridoi, occupando posizioni di comando, e sterminando nidi di resistenza, nella sua totalità.

d) Israele avvierà la ricerca di destinazioni di emigrazione e contingenti per i profughi di Gaza. A coloro che desiderano emigrare sarà dato un generoso pacchetto di supporto economico, ed essi arriveranno in paesi beneficiari con notevoli capacità economiche.

e) Coloro che insistono sul soggiorno, se possono dimostrare di non avere alcuna affiliazione con Hamas, saranno tenuti a sottoscrivere pubblicamente una dichiarazione di fedeltà a Israele, e ricevere una carta d’identità blu simile a quella degli arabi di Gerusalemme est.

f) Quando il combattimento finirà, la legge israeliana sarà estesa all’intera Striscia di Gaza, gli abitanti sfrattati dal Gush Katif saranno invitati a tornare ai loro insediamenti, e la città di Gaza e dei suoi sobborghi sarà ricostruita come una vera città israeliana turistica e commerciale.

Signor Primo Ministro,

Questa è l’unica ora fatidica della decisione nella storia dello Stato di Israele.

Tutte le metastasi del nostro nemico, da Iran e Hezbollah attraverso ISIS e la Fratellanza Musulmana, si fregano le mani allegramente e si preparano per il prossimo turno.

Io avverto che qualsiasi risultato che è meno di quello che ho definito qui significa incoraggiare la continua offensiva contro Israele. Solo quando Hezbollah capirà come abbiamo agito contro Hamas nel sud, si asterrà dal lanciare i suoi 100.000 missili da nord.

Chiedo a te di adottare la strategia qui proposta.

Non ho alcun dubbio che l’intero popolo di Israele si leverà in piedi in accordo con la sua stragrande maggioranza, con me – se solo tu lo adotterai.

Con alti saluti, rispettosamente,

Moshe Feiglin


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Il peggio di quanto partorito dal '900 che ritorna, se non è agghiacciante sta roba qui...