Le autorità messicane hanno deciso di inviare 2.500 membri dell’esercito a Guadalajara per rinforzare i 7.500 già presenti nella capitale Jalisco per contenere gli scontri in corso, e pare che poco a poco la situazione si vada ristabilendo verso la calma.
Dopo gli atti di violenza scatenati ieri in parte del territorio messicano dal Cartello Nuova Generazione di Jalisco (CJNG) in risposta all’uccisione del suo leader, Nemesio Oseguera Cervantes, alias El Mencho, la presidente messicana Sheinbaum ha dichiarato che “praticamente tutta l’attività è stata ripristinata” e tutti i blocchi stradali sono stati rimossi.
Secondo quanto riporta La Jornada, il generale Trevilla ha sottolineato che l’operazione che ha portato all’arresto e all’uccisione del superboss del narcotraffico El Mencho è stata condotta grazie a un intenso lavoro di intelligence militare da parte dell’esercito e ha riconosciuto che gli Stati Uniti hanno fornito informazioni molto importanti.
Dentro quella che appare anche una “guerra ibrida” le autorità messicane hanno diffuso la notizia che El Mencho è stato individuato grazie al suo “partner sentimentale” che però era un uomo. In una società macista come quella messicana appare come un elemento di discredito teso a smantellare il mito di un superboss e ad indurre i suoi miliziani a non combattere per un capo che non lo merita.
Dopo l’uccisione di El Mencho, lo Stato di Jalisco e vaste aree del Paese sono state attraversate da una ondata di violenza diffusa contro lo Stato ma che sa anche di resa dei conti all’interno del mondo dei narcos.
Il giornale messicano La Jornada sottolinea come “Ora il compito difficile sarà tappare le perdite. Il vuoto aperto nella criminalità organizzata con la morte di El Mencho porterà senza dubbio una serie di conseguenze difficili da prevedere, ma tutte prevedibilmente violente”.
Guadalajara, Puerto Vallarta, zone industriali e quartieri periferici hanno visto barricate in fiamme, veicoli incendiati e strade bloccate con camion di traverso come in uno scenario di guerra urbana.
Ricostruendo l’ascesa al potere de El Mencho, il giornalista Hank Cignatta scrive che dopo la morte di Ignacio “Nacho” Coronel nel 2010, uno dei pilastri del cartello di Sinaloa, lo Stato di Jalisco era diventato terreno di conquista. “El Mencho capisce che il mercato non è più solo cocaina colombiana e metanfetamine artigianali. È controllo territoriale, porti, rotte, armi pesanti”. Da qui nasce il Cartello di Jalisco Nuova Generaciòn.
Secondo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, il CJNG è diventato uno dei gruppi criminali più potenti e pericolosi del Pianeta, con una presenza capillare negli Stati Uniti, in Europa e in Asia. Questo ha consentito che il “sistema” messo in piedi da El Mencho si configurasse come una sorta di stato parallelo, armato fino ai denti anche con armi sofisticate e molto ricco, come si dice dalle nostre parti, per fare una guerra.
A fare la differenza è il passaggio dalla droga come prodotto derivato dalle piantagioni a prodotto chimico. La svolta in tal senso arriva dal passaggio alla produzione del fentanyl, cioè un oppioide sintetico fino a cinquanta volte più potente dell’eroina, economico da produrre e devastante da consumare.
Il CJNG ha capito prima di molti altri che il futuro della droga non era più agricolo, ma chimico. La metanfetamina e il fentanyl hanno margini di profitto superiori e rischi logistici inferiori rispetto alla cocaina. Una piccola quantità può generare milioni di dollari anche se uccide migliaia di persone.
Per produrre il fentanyl non servono più campi di papavero e piantagioni. Servono precursori chimici, spesso provenienti dall’Asia, e laboratori clandestini in Messico e dunque non più dipendenti dai produttori colombiani, boliviani etc.
Il CJNG e altri cartelli hanno trasformato il fentanyl in una merce globale perché è compatto, potente e facile da occultare.
Ora la morte di El Mencho ha creato un vuoto di potere che non resterà vacante a lungo. “Le cellule del Cartello di Jalisco Nuova Generazione si muovono per consolidare territori, punire tradimenti, dimostrare fedeltà o conquistare autonomia” – sottolinea Hank Cignatta – “I narcos, senza la figura centrale che teneva insieme la piramide, appaiono fuori controllo: azioni dimostrative, attacchi contro forze dell’ordine e furiosi scontri tra fazioni interne. È la logica spietata delle successioni criminali”.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/11/2025
USA - L’Fbi di nascosto contro i gruppi criminali israeliani
Israeli Based Organized Crime Syndicates
Documenti riservati dell’Fbi e atti processuali rivelano un’estesa rete di riciclaggio di denaro, frodi fiscali ai danni dei contribuenti e traffico di droga operata negli Stati Uniti da cittadini israeliani legati a potenti organizzazioni criminali israeliane. Nonostante le indagini siano in corso da anni, il Bureau ha sempre evitato di rendere pubbliche le risorse impiegate e i risultati ottenuti: in 25 anni i procedimenti giudiziari sono stati pochissimi e nessuna comunicazione ufficiale ha mai riconosciuto l’esistenza di queste mafie israeliane.
L’ombrello Usa su ogni cosa di Israele
Un ex agente federale, citato nell’articolo, spiega: «Quando il profilo del sospetto fa presumere un legame con apparati israeliani, a quel punto il fascicolo passa alla National Security Division». Un’altra fonte aggiunge: «Le incriminazioni restano casi individuali. Presentare un "sindacato criminale israeliano" non è mai stato popolare». La complessa e poco trasparente rete di rapporti Stati Uniti e Israele che si impone anche sulla lotta alle mafie e al cimine internazionale legati alla droga ed al riciclaggio, la sintesi di Roberto Vivaldelli su InsideOver.
Le indagini nascoste dell’Fbi
Nel 2020 l’Fbi, nel rapporto trapelato con i ‘Blue Leaks’ (dati interni delle forze dell’ordine ottenuti dal collettivo di hacker Anonymous) e archiviato da DDoSecrets (Distributed Denial of Secrets, sito fondato per le fughe di notizie) ha inchiodato il clan IBOCS per aver rubato milioni di dollari al Paycheck Protection Program, il piano di aiuti anti-Covid. Attivo tra Nevada e Florida, il clan criminale israeliano, «dal 2015 falsifica bilanci e dichiarazioni dei redditi per nascondere il riciclaggio e pagare meno tasse e usa società fantasma e prestanome per incassare i prestiti federali in pochi clic». L’organizzazione criminale opera truffe anche grazie ai fondi per i disastri naturali, gestisce bische clandestine, estorce imprenditori, spaccia droga e ricicla denaro sporco in varie città americane, tra cui Las Vegas, Los Angeles, Miami e New York.
Qualche arresto, ma senza pubblicità
Un’organizzazione capace di trasformare i soldi pubblici in carburante per la propria guerra privata. Nel cuore di Manhattan, il tribunale federale del Southern District di New York ha recentemente condannato quello che viene definito il banchiere occulto dell’IBOCS, la Israeli-Based Organized Crime Syndicate già nota all’FBI per aver inondato gli Stati Uniti di ecstasy pura al 91%. Ecstasy non dalla Cina come sostenuto dal governo Trump. Tra il 2019 e il 2024, l’uomo ha riciclato 28 milioni di dollari attraverso società fantasma, criptovalute e conti alle Cayman, mentre i suoi ‘corrieri muli’ atterravano a JFK con valigie piene di pasticche arancioni. Oltre a pulire il denaro, l’uomo aveva le chiavi dei laboratori olandesi e i numeri dei buttafuori di Brooklyn: un filo diretto tra i rave di Tel Aviv e i club di Williamsburg, la nuova Brooklin di New York.
‘Moshe il religioso’ e la ‘famiglia Abergil’
Nel 2016, il boss del crimine organizzato Moshe Matsri, noto come «Moshe il Religioso» e luogotenente della potente famiglia Abergil, è stato condannato a 384 mesi (32 anni) di carcere federale dal giudice Terry J. Hatter Jr. al termine di un processo che ha smantellato una delle più sofisticate reti di traffico di cocaina e riciclaggio di denaro tra Israele, Stati Uniti, America Latina ed Europa. Nel 2022, Yitzhak Abergil, capo di uno dei sei maggiori cartelli israeliani e tra i 40 maggiori importatori di ecstasy negli Usa, è stato condannato a tre ergastoli consecutivi per il triplice omicidio di civili innescato da una bomba in Yehuda Ha-Levi Street nel 2003: un attacco fallito contro il rivale Ze’ev Rosenstein che costò la vita a tre innocenti. L’organizzazione di Abergil gestiva casinò, riciclaggio, estorsione e traffico di droga tra Gerusalemme e Los Angeles.
Anche il Likud di Netanyahu
I critici delle pratiche di informazione dell’FBI sostengono che la sensibilità politica americana ostacola la trasparenza riguardo alle attività criminali israeliane. Anche episodi passati, come il sospetto spionaggio legato ai dispositivi di sorveglianza israeliani nei pressi di Washington, DC, sono stati accolti con scarso dibattito pubblico o scarsa responsabilità.
L’evoluzione del panorama politico in Israele ha visto legami più stretti tra esponenti della criminalità organizzata e il partito al governo, il Likud, complicando ulteriormente la situazione. Di recente, è stato riferito che dieci funzionari del Likud hanno trascorso una festività ebraica con un mafioso condannato, a dimostrazione dell’intersezione di interessi tra politica e criminalità organizzata.
Fonte
Documenti riservati dell’Fbi e atti processuali rivelano un’estesa rete di riciclaggio di denaro, frodi fiscali ai danni dei contribuenti e traffico di droga operata negli Stati Uniti da cittadini israeliani legati a potenti organizzazioni criminali israeliane. Nonostante le indagini siano in corso da anni, il Bureau ha sempre evitato di rendere pubbliche le risorse impiegate e i risultati ottenuti: in 25 anni i procedimenti giudiziari sono stati pochissimi e nessuna comunicazione ufficiale ha mai riconosciuto l’esistenza di queste mafie israeliane.
L’ombrello Usa su ogni cosa di Israele
Un ex agente federale, citato nell’articolo, spiega: «Quando il profilo del sospetto fa presumere un legame con apparati israeliani, a quel punto il fascicolo passa alla National Security Division». Un’altra fonte aggiunge: «Le incriminazioni restano casi individuali. Presentare un "sindacato criminale israeliano" non è mai stato popolare». La complessa e poco trasparente rete di rapporti Stati Uniti e Israele che si impone anche sulla lotta alle mafie e al cimine internazionale legati alla droga ed al riciclaggio, la sintesi di Roberto Vivaldelli su InsideOver.
Le indagini nascoste dell’Fbi
Nel 2020 l’Fbi, nel rapporto trapelato con i ‘Blue Leaks’ (dati interni delle forze dell’ordine ottenuti dal collettivo di hacker Anonymous) e archiviato da DDoSecrets (Distributed Denial of Secrets, sito fondato per le fughe di notizie) ha inchiodato il clan IBOCS per aver rubato milioni di dollari al Paycheck Protection Program, il piano di aiuti anti-Covid. Attivo tra Nevada e Florida, il clan criminale israeliano, «dal 2015 falsifica bilanci e dichiarazioni dei redditi per nascondere il riciclaggio e pagare meno tasse e usa società fantasma e prestanome per incassare i prestiti federali in pochi clic». L’organizzazione criminale opera truffe anche grazie ai fondi per i disastri naturali, gestisce bische clandestine, estorce imprenditori, spaccia droga e ricicla denaro sporco in varie città americane, tra cui Las Vegas, Los Angeles, Miami e New York.
Qualche arresto, ma senza pubblicità
Un’organizzazione capace di trasformare i soldi pubblici in carburante per la propria guerra privata. Nel cuore di Manhattan, il tribunale federale del Southern District di New York ha recentemente condannato quello che viene definito il banchiere occulto dell’IBOCS, la Israeli-Based Organized Crime Syndicate già nota all’FBI per aver inondato gli Stati Uniti di ecstasy pura al 91%. Ecstasy non dalla Cina come sostenuto dal governo Trump. Tra il 2019 e il 2024, l’uomo ha riciclato 28 milioni di dollari attraverso società fantasma, criptovalute e conti alle Cayman, mentre i suoi ‘corrieri muli’ atterravano a JFK con valigie piene di pasticche arancioni. Oltre a pulire il denaro, l’uomo aveva le chiavi dei laboratori olandesi e i numeri dei buttafuori di Brooklyn: un filo diretto tra i rave di Tel Aviv e i club di Williamsburg, la nuova Brooklin di New York.
‘Moshe il religioso’ e la ‘famiglia Abergil’
Nel 2016, il boss del crimine organizzato Moshe Matsri, noto come «Moshe il Religioso» e luogotenente della potente famiglia Abergil, è stato condannato a 384 mesi (32 anni) di carcere federale dal giudice Terry J. Hatter Jr. al termine di un processo che ha smantellato una delle più sofisticate reti di traffico di cocaina e riciclaggio di denaro tra Israele, Stati Uniti, America Latina ed Europa. Nel 2022, Yitzhak Abergil, capo di uno dei sei maggiori cartelli israeliani e tra i 40 maggiori importatori di ecstasy negli Usa, è stato condannato a tre ergastoli consecutivi per il triplice omicidio di civili innescato da una bomba in Yehuda Ha-Levi Street nel 2003: un attacco fallito contro il rivale Ze’ev Rosenstein che costò la vita a tre innocenti. L’organizzazione di Abergil gestiva casinò, riciclaggio, estorsione e traffico di droga tra Gerusalemme e Los Angeles.
Anche il Likud di Netanyahu
I critici delle pratiche di informazione dell’FBI sostengono che la sensibilità politica americana ostacola la trasparenza riguardo alle attività criminali israeliane. Anche episodi passati, come il sospetto spionaggio legato ai dispositivi di sorveglianza israeliani nei pressi di Washington, DC, sono stati accolti con scarso dibattito pubblico o scarsa responsabilità.
L’evoluzione del panorama politico in Israele ha visto legami più stretti tra esponenti della criminalità organizzata e il partito al governo, il Likud, complicando ulteriormente la situazione. Di recente, è stato riferito che dieci funzionari del Likud hanno trascorso una festività ebraica con un mafioso condannato, a dimostrazione dell’intersezione di interessi tra politica e criminalità organizzata.
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30/10/2025
Massacro a Rio, il nuovo standard
Oltre 20 anni fa un film – Tropa de elite – aveva messo sotto gli occhi del mondo la realtà della “guerra al narcotraffico” a Rio de Janeiro. Un miscuglio inestricabile di emarginazione, violenza (bipartisan), corruzione, scorciatoie autoritarie, memorie golpiste.
Oggi vediamo video che non sono frutto di recitazione, ma di regia sicuramente sì.
2.500 poliziotti pesantemente armati hanno fatto irruzione nelle baraccopoli di Rio per un’operazione antidroga senza precedenti durante la quale si calcola che siano stati sparati 200 proiettili al minuto. Il bilancio è per ora di almeno 132 morti. Si tratta certamente del più sanguinoso raid della polizia contro le gang della droga nella storia della città brasiliana.
I residenti in lutto hanno deposto decine di cadaveri per strada, perché il mondo vedesse. Una donna ascoltata dalla tv Afp ha riassunto il tutto in modo lapidario: “Lo Stato è intervenuto per massacrare, non è stata un’operazione di polizia. Sono intervenuti direttamente per uccidere, per togliere vite”.
L’operazione è stata in effetti di stampo strettamente militare, utilizzando anche 32 mezzi blindati e 12 veicoli da demolizione per distruggere le barricate, ufficialmente contro il Comando Vermelho, o Comando Rosso (naturalmente il colore, in questo caso, non segnala alcun contenuto politico) nel Complesso Penha, uno dei due quartieri operai densamente popolati nella parte settentrionale di Rio, e nel Complexo do Alemao, vicino all’aeroporto internazionale.
La responsabilità dell’operazione, stante la struttura federale del Brasile, è per intero del governatore dello Stato di Rio, Claudio Castro, un fedelissimo di Bolsonaro, con un passato in carcere per corruzione e peculato, che sembra aver colto l’occasione della flotta statunitense schierata davanti al Venezuela per segnalarsi a Trump come plausibile sostituto dell’ex presidente ormai agli arresti per tentato golpe. Del resto, già otto mesi fa aveva spedito un rapporto all’amministrazione Trump per sollecitare la classificazione del Comando Vermelho come “organizzazione terrorista”, ventilando una presunta espansione delle sue attività in Nord America.
E per trascinare anche il presidente Lula in una trincea che non è la sua. Il governatore Cláudio Castro, infatti, si è difeso denunciando di «essere stato lasciato solo» a combattere il crimine organizzato e di essersi visto respingere la richiesta di utilizzo di mezzi blindati da parte dell’esercito.
Le modalità dell’azione sono state non solo particolarmente violente, ma registrate dagli operatori della stessa polizia, per nulla preoccupati – anzi: orgogliosi – di farsi vedere come killer spietati al pari dei più disorganizzati gangster delle favelas. Bombe lanciate con i droni, corpi smembrati a colpi di machete, cadaveri di giustiziati con un colpo alla nuca.
Il leader del Comando Vermelho, Edgar Alves Andrade, noto come Doca, è comunque riuscito a fuggire, protetto da una settantina di uomini, il che suggerisce che quell’intreccio criminalità/corruzione di poliziotti non sia per nulla stato sciolto.
L’Alto commissariato ONU per i diritti umani si è detto «inorridito» per quanto accaduto: «Questa operazione mortale rivela fino a che punto le operazioni di polizia in comunità emarginate del Brasile tendano a produrre conseguenze letali estreme. Ricordiamo alle autorità i loro obblighi in materia di rispetto dei diritti umani e chiediamo indagini rapide ed efficaci».
Al di là delle molte considerazioni che si possono fare, ci sembra evidente che il genocidio a Gaza abbia fissato un nuovo standard di presunta “tollerabilità” sagomato sull’appartenenza delle vittime. Se sono membri fedeli dell’Occidente imperialista, anche solo uno schiaffo dato loro merita una risposta “sproporzionata”. Al contrario, qualsiasi strage, di qualunque dimensione e comunque realizzata, nei confronti degli untermenschen dichiarati “nemico” è pienamente “rispettabile”.
Rio, come Gaza, non è un incidente della storia. È l’orizzonte verso cui stiamo venendo trascinati a forza.
Fonte
Oggi vediamo video che non sono frutto di recitazione, ma di regia sicuramente sì.
2.500 poliziotti pesantemente armati hanno fatto irruzione nelle baraccopoli di Rio per un’operazione antidroga senza precedenti durante la quale si calcola che siano stati sparati 200 proiettili al minuto. Il bilancio è per ora di almeno 132 morti. Si tratta certamente del più sanguinoso raid della polizia contro le gang della droga nella storia della città brasiliana.
I residenti in lutto hanno deposto decine di cadaveri per strada, perché il mondo vedesse. Una donna ascoltata dalla tv Afp ha riassunto il tutto in modo lapidario: “Lo Stato è intervenuto per massacrare, non è stata un’operazione di polizia. Sono intervenuti direttamente per uccidere, per togliere vite”.
L’operazione è stata in effetti di stampo strettamente militare, utilizzando anche 32 mezzi blindati e 12 veicoli da demolizione per distruggere le barricate, ufficialmente contro il Comando Vermelho, o Comando Rosso (naturalmente il colore, in questo caso, non segnala alcun contenuto politico) nel Complesso Penha, uno dei due quartieri operai densamente popolati nella parte settentrionale di Rio, e nel Complexo do Alemao, vicino all’aeroporto internazionale.
La responsabilità dell’operazione, stante la struttura federale del Brasile, è per intero del governatore dello Stato di Rio, Claudio Castro, un fedelissimo di Bolsonaro, con un passato in carcere per corruzione e peculato, che sembra aver colto l’occasione della flotta statunitense schierata davanti al Venezuela per segnalarsi a Trump come plausibile sostituto dell’ex presidente ormai agli arresti per tentato golpe. Del resto, già otto mesi fa aveva spedito un rapporto all’amministrazione Trump per sollecitare la classificazione del Comando Vermelho come “organizzazione terrorista”, ventilando una presunta espansione delle sue attività in Nord America.
E per trascinare anche il presidente Lula in una trincea che non è la sua. Il governatore Cláudio Castro, infatti, si è difeso denunciando di «essere stato lasciato solo» a combattere il crimine organizzato e di essersi visto respingere la richiesta di utilizzo di mezzi blindati da parte dell’esercito.
Le modalità dell’azione sono state non solo particolarmente violente, ma registrate dagli operatori della stessa polizia, per nulla preoccupati – anzi: orgogliosi – di farsi vedere come killer spietati al pari dei più disorganizzati gangster delle favelas. Bombe lanciate con i droni, corpi smembrati a colpi di machete, cadaveri di giustiziati con un colpo alla nuca.
Il leader del Comando Vermelho, Edgar Alves Andrade, noto come Doca, è comunque riuscito a fuggire, protetto da una settantina di uomini, il che suggerisce che quell’intreccio criminalità/corruzione di poliziotti non sia per nulla stato sciolto.
L’Alto commissariato ONU per i diritti umani si è detto «inorridito» per quanto accaduto: «Questa operazione mortale rivela fino a che punto le operazioni di polizia in comunità emarginate del Brasile tendano a produrre conseguenze letali estreme. Ricordiamo alle autorità i loro obblighi in materia di rispetto dei diritti umani e chiediamo indagini rapide ed efficaci».
Al di là delle molte considerazioni che si possono fare, ci sembra evidente che il genocidio a Gaza abbia fissato un nuovo standard di presunta “tollerabilità” sagomato sull’appartenenza delle vittime. Se sono membri fedeli dell’Occidente imperialista, anche solo uno schiaffo dato loro merita una risposta “sproporzionata”. Al contrario, qualsiasi strage, di qualunque dimensione e comunque realizzata, nei confronti degli untermenschen dichiarati “nemico” è pienamente “rispettabile”.
Rio, come Gaza, non è un incidente della storia. È l’orizzonte verso cui stiamo venendo trascinati a forza.
Fonte
12/01/2024
Ecuador, la fine dello Stato
La violenza scatenatasi in Ecuador trova ampio risalto nelle reti informative e reazioni diffuse nelle Cancellerie latinoamericane. Tutte unanimi nel condannare la violenza delle bande narcos che seminano il terrore nel Paese, ma solo il Dipartimento di Stato USA propone la sua “assistenza” al governo dell'Ecuador.
La proposta ricorda con qualche brivido come vennero assistite Cile e Argentina, ma non è solo frutto del riflesso pavloviano dell’interventismo USA in America Latina, piuttosto cade ad hoc. In Ecuador, infatti, dall’Agosto del 2023 gli USA hanno avanzato un piano di intervento contenuto nel “Progetto di lotta alla delinquenza organizzata internazionale”.
Il progetto, firmato dai rispettivi governi su proposta degli USA ed ora al vaglio della Corte Costituzionale ecuadoregna, riassunto può ben essere definito una annessione de facto dell’Ecuador da parte degli Stati Uniti.
La proclamazione dello stato d’assedio a seguito delle violenze di questi giorni, originatesi con la fuga del leader dei Choneros dal carcere e proseguite poi con gli scontri successivi, si presentano sulla scena ecuadoriana con straordinario tempismo, come se avessero lo scopo di premere sulla Corte Costituzionale perché si faccia cieca e sorda di fronte allo stupro della Costituzione e alla fine della sovranità nazionale ed abdichi il suo ruolo e le sue funzioni direttamente alla locale ambasciata statunitense.
Gli scontri non dureranno ancora molto ma le conseguenze di questa situazione sì. L’Accordo, infatti, che si articola in tre progetti, prevede al primo posto l’appoggio USA all’Ecuador per “migliorare la sua capacità operativa al fine di mitigare, intercettare, investigare, processare e castigare i reati che hanno un grande impatto per la viabilità delle organizzazioni internazionali. Il secondo progetto riguarda “la sicurezza cittadina e l’appoggio all’ordine pubblico. Gli USA offrono appoggio, consulenza e mezzi alla polizia nazionale e alla polizia penitenziaria. Raccoglieranno dati e realizzeranno analisi per fornire al Ministero dell’Interno la formulazione ed esecuzione di un piano di modernizzazione della polizia della durata di dieci anni”.
Il terzo progetto si chiama “Rafforzamento e riforma del sistema giudiziario" ed ha come fine la capacità di "investigare, processare e condannare effettivamente ed efficacemente ai delinquenti". Gli USA rafforzeranno la capacità amministrativa e giuridica della Procura Generale dello Stato, dell’avvocatura, della Corte Nazionale di Giustizia e di altri attori delle funzioni giudiziarie, compresa la recentemente fondata Unità giudiziaria Specializzata in Corruzione e Crimine Organizzato”. Questa mostruosità politica ha prodotto una sconcezza giuridica con la firma - avvenuta il 3 Settembre 2023 - dell’Accordo tra Ecuador e Stati Uniti sulla forza”.
Tale e tanta è la libertà assoluta concessa al personale statunitense - sia esso appartenente alle forze armate USA o a società di contractor privati che per gli USA lavorano - che supera di gran lunga ogni disposizione legislativa statunitense. Il personale statunitense è libero da obblighi, responsabilità, certificazioni ed ogni tipo di imposte; può girare armato, in uniforme o in borghese; non risponde alle disposizioni stabilite dalle forze di sicurezze ecuadoriane; non risponde in nessun caso del suo operato ed è legislativamente impune; è libero di entrare, uscire, transitare e risiedere in Ecuador senza l’obbligo di comunicazione alle autorità di Quito. E’ bene specificare che nelle 5 pagine di cui si compone l’Accordo, non solo non si prevede nessuna forma di reciprocità tra i due Paesi, ma nemmeno mezzo rigo parla dei doveri statunitensi in terra ecuadoregna.
Si tratta insomma di una operazione di svendita della dignità nazionale dell’Ecuador senza precedenti: nemmeno le dittature militari insediatesi in America Latina negli anni '60-'70 sotto la direzione di Washington, avevano mai avuto il coraggio e l’assenza di pudore di mettere nero su bianco la svendita di un Paese ad uno Stato straniero.
Le violenze di questi giorni aiutano straordinariamente il progetto della destra al governo, con la diffusione del terrore generalizzato, trasversale agli schieramenti politici, che ha nello scontro tra potere costituito e contropotere criminale la sua apparenza, ma che in realtà mira ad una operazione di manipolazione politica e mediatica per attribuire al correismo una qualche forma di collateralismo con i Choneros, che invece proprio con Correa videro ridursi spazio e business.
L’orrore serve poi a tentare di stabilire una connessione tra sinistra e narcos che è ridicola solo a pensarla ma permette alla destra estrema della quale Noboa fa parte di sfruttare politicamente il clima di paura generale della popolazione. Non si parla dell'alleanza tra cartelli e destra, che portò anche all'eliminazione di un candidato in piena campagna elettorale e che ora sembra preparare alla perfezione un clima che predisponga l’opinione pubblica ad accettare lo stato d’assedio ed a reprimere la sinistra sociale e politica, assimilandola alla delinquenza e predisponendo una serie di misure destinate alla militarizzazione della società.
I consulenti USA sono stati chiari: c’è la necessità di far passare un messaggio semplice e forte. Chi si oppone all’Accordo con gli USA - come fa la sinistra - è complice dei delinquenti. Finirà che i narcos rientreranno nelle loro tane esigendo da Noboa il rispetto dei patti e con lo stesso Noboa che apparirà come “l’uomo forte” verso il quale riporre fiducia. Sparatorie e orrore sono funzionali all'obiettivo: far passare come positivo nella società ecuadoregna l’accordo con gli USA e la cessione del Paese a Washington, prima consegnandogli le sue istituzioni militari e giuridiche, poi le sue risorse energetiche e ambientali. L’Argentina, per chi non se ne fosse accorto, era solo il primo boccone.
Fonte
La proposta ricorda con qualche brivido come vennero assistite Cile e Argentina, ma non è solo frutto del riflesso pavloviano dell’interventismo USA in America Latina, piuttosto cade ad hoc. In Ecuador, infatti, dall’Agosto del 2023 gli USA hanno avanzato un piano di intervento contenuto nel “Progetto di lotta alla delinquenza organizzata internazionale”.
Il progetto, firmato dai rispettivi governi su proposta degli USA ed ora al vaglio della Corte Costituzionale ecuadoregna, riassunto può ben essere definito una annessione de facto dell’Ecuador da parte degli Stati Uniti.
La proclamazione dello stato d’assedio a seguito delle violenze di questi giorni, originatesi con la fuga del leader dei Choneros dal carcere e proseguite poi con gli scontri successivi, si presentano sulla scena ecuadoriana con straordinario tempismo, come se avessero lo scopo di premere sulla Corte Costituzionale perché si faccia cieca e sorda di fronte allo stupro della Costituzione e alla fine della sovranità nazionale ed abdichi il suo ruolo e le sue funzioni direttamente alla locale ambasciata statunitense.
Gli scontri non dureranno ancora molto ma le conseguenze di questa situazione sì. L’Accordo, infatti, che si articola in tre progetti, prevede al primo posto l’appoggio USA all’Ecuador per “migliorare la sua capacità operativa al fine di mitigare, intercettare, investigare, processare e castigare i reati che hanno un grande impatto per la viabilità delle organizzazioni internazionali. Il secondo progetto riguarda “la sicurezza cittadina e l’appoggio all’ordine pubblico. Gli USA offrono appoggio, consulenza e mezzi alla polizia nazionale e alla polizia penitenziaria. Raccoglieranno dati e realizzeranno analisi per fornire al Ministero dell’Interno la formulazione ed esecuzione di un piano di modernizzazione della polizia della durata di dieci anni”.
Il terzo progetto si chiama “Rafforzamento e riforma del sistema giudiziario" ed ha come fine la capacità di "investigare, processare e condannare effettivamente ed efficacemente ai delinquenti". Gli USA rafforzeranno la capacità amministrativa e giuridica della Procura Generale dello Stato, dell’avvocatura, della Corte Nazionale di Giustizia e di altri attori delle funzioni giudiziarie, compresa la recentemente fondata Unità giudiziaria Specializzata in Corruzione e Crimine Organizzato”. Questa mostruosità politica ha prodotto una sconcezza giuridica con la firma - avvenuta il 3 Settembre 2023 - dell’Accordo tra Ecuador e Stati Uniti sulla forza”.
Tale e tanta è la libertà assoluta concessa al personale statunitense - sia esso appartenente alle forze armate USA o a società di contractor privati che per gli USA lavorano - che supera di gran lunga ogni disposizione legislativa statunitense. Il personale statunitense è libero da obblighi, responsabilità, certificazioni ed ogni tipo di imposte; può girare armato, in uniforme o in borghese; non risponde alle disposizioni stabilite dalle forze di sicurezze ecuadoriane; non risponde in nessun caso del suo operato ed è legislativamente impune; è libero di entrare, uscire, transitare e risiedere in Ecuador senza l’obbligo di comunicazione alle autorità di Quito. E’ bene specificare che nelle 5 pagine di cui si compone l’Accordo, non solo non si prevede nessuna forma di reciprocità tra i due Paesi, ma nemmeno mezzo rigo parla dei doveri statunitensi in terra ecuadoregna.
Si tratta insomma di una operazione di svendita della dignità nazionale dell’Ecuador senza precedenti: nemmeno le dittature militari insediatesi in America Latina negli anni '60-'70 sotto la direzione di Washington, avevano mai avuto il coraggio e l’assenza di pudore di mettere nero su bianco la svendita di un Paese ad uno Stato straniero.
Le violenze di questi giorni aiutano straordinariamente il progetto della destra al governo, con la diffusione del terrore generalizzato, trasversale agli schieramenti politici, che ha nello scontro tra potere costituito e contropotere criminale la sua apparenza, ma che in realtà mira ad una operazione di manipolazione politica e mediatica per attribuire al correismo una qualche forma di collateralismo con i Choneros, che invece proprio con Correa videro ridursi spazio e business.
L’orrore serve poi a tentare di stabilire una connessione tra sinistra e narcos che è ridicola solo a pensarla ma permette alla destra estrema della quale Noboa fa parte di sfruttare politicamente il clima di paura generale della popolazione. Non si parla dell'alleanza tra cartelli e destra, che portò anche all'eliminazione di un candidato in piena campagna elettorale e che ora sembra preparare alla perfezione un clima che predisponga l’opinione pubblica ad accettare lo stato d’assedio ed a reprimere la sinistra sociale e politica, assimilandola alla delinquenza e predisponendo una serie di misure destinate alla militarizzazione della società.
I consulenti USA sono stati chiari: c’è la necessità di far passare un messaggio semplice e forte. Chi si oppone all’Accordo con gli USA - come fa la sinistra - è complice dei delinquenti. Finirà che i narcos rientreranno nelle loro tane esigendo da Noboa il rispetto dei patti e con lo stesso Noboa che apparirà come “l’uomo forte” verso il quale riporre fiducia. Sparatorie e orrore sono funzionali all'obiettivo: far passare come positivo nella società ecuadoregna l’accordo con gli USA e la cessione del Paese a Washington, prima consegnandogli le sue istituzioni militari e giuridiche, poi le sue risorse energetiche e ambientali. L’Argentina, per chi non se ne fosse accorto, era solo il primo boccone.
Fonte
11/01/2024
Ecuador - Dichiaratop il conflitto armato interno
Negli ultimi due giorni il neo presidente conservatore Daniel Noboa ha dichiarato lo Stato d’Emergenza e un decreto con cui annuncia lo stato di Conflitto Armato Interno e individua come obiettivi militari una lista delle bande più grandi del paese dispiegando l’esercito sul territorio nazionale.
La decisione è stata presa in seguito a profondi episodi di violenza che vive il paese, esplosi negli ultimi giorni. Sono infatti in corso rivolte simultanee nelle varie carceri del paese in cui i narcos detenuti sono riusciti a prenderne il controllo e a tenere come ostaggi i secondini.
Rivolte dirette da due delle principali bande narcos del Paese, Choneros e Lobos, dopo che i rispettivi leader sono evasi pochi giorni fa dalle carceri in cui erano detenuti.
Detenzione che non impediva loro di continuare a gestire i propri affari e relazioni con componenti dello Stato. Negli ultimi anni le azioni con cui le diverse bande tentavano di strapparsi il controllo del carcere l’una con l’altra hanno generato centinaia di morti tra i detenuti comuni.
Alle azioni carcerarie si sommano atti di violenza in tutto il paese, con incendi di auto, sparatorie, assalti a negozi e nella giornata di ieri l’irruzione di bande armate all’interno dell’Università di Guayaquil e di uno studio televisivo in Quito mentre stava trasmettendo in diretta, prendendo come ostaggi operatori e conduttore.
Il Paese sta vivendo le ore più buie degli ultimi decenni, con uno Stato che fino ad oggi non sembra essere in grado non solo di avere il controllo ma di garantire la sicurezza minima ai propri cittadini.
Una condizione di generale incertezza che nelle ultime giornate è sfociata in paura generalizzata a cui ora si somma l’esercito per le strade. Il triste record di una destra che in soli sette anni è riuscita non solo a smantellare qualsiasi parvenza di stato sociale e funzionamento delle proprie istituzioni ma ha portato il Paese ad essere il più pericoloso del continente con un tasso di omicidi e sequestri fuori controllo.
Mentre i governi neoliberali si affannavano ad accusare di narco-politica i rappresentanti progressisti, il Paese scivolava nelle mani di bande criminali con connessioni fino ai vertici più alti del governo, come dimostrarono le inchieste che videro le connessioni tra il governo Lasso e narcotrafficanti internazionali.
Il presidente Noboa, esponente di una delle famiglie più ricche del continente, ha vinto le scorse elezioni in ottobre con un 2% in più dei voti rispetto la sfidante progressista Luisa Gonzalez.
Oltre a due visioni antitetiche della gestione economica del paese i due sfidanti si erano scontrati sulle misure da adottare per affrontare il problema della sicurezza nel paese. Noboa si era infatti detto interessato ad importare il modello Bukele dal Salvador insieme a nuovi contratti con industrie israeliane del settore della sicurezza.
Oggi la situazione nel Paese sembra permettergli un maggiore slancio per realizzare le sue proposte, ergendosi come paladino del pugno duro contro la delinquenza e cercando di solidificare consensi in vista del prossimo passaggio elettorale.
Nel mezzo della crisi securitaria però il progetto politico generale di controriforma neoliberale del Presidente viene portato avanti così come l’incremento dell’influenza statunitense sul territorio: in assenza di una maggioranza sicura nell’Assemblea nazionale Noboa ha presentato una serie di riforme e leggi da approvare con un referendum.
Una pratica che la destra ecuadoriana continua a provare a mettere in pratica per scavalcare un parlamento in cui il partito progressista Revolucion Ciudadana continua ad avere un numero di rappresentati importanti e capacità di ostacolare almeno in parte i governi di destra degli ultimi anni.
Riuscì in parte al governo di Lenin Moreno nel 2018, con cui si iniziò a disintegrare gran parte dello Stato nato dalla costituzione progressista del 2008, mentre il successivo governo Lasso naufragò nel 2023 di fronte al voto popolare contrario.
Solo la settimana precedente ai fatti violenti Noboa aveva depositato la proprie domande referendarie secondo il modello, già usato dai presidenti precedenti, per cui ad alcune proposte che dovrebbero attirare il consenso della gente comune (maggiore libertà di azione per le forze dell’ordine e limitazioni alle estrazioni minerarie illegali) se ne affiancano altre tremendamente regressive.
Spiccano tra le varie:
- la riapertura dei Casinò e del gioco d’azzardo (chiusi dal progressista Correa nel 2011 per evitare il riciclaggio di denaro);
- la possibilità di stipulare contratti di lavoro ad ore (rischiando di far esplodere ancora di più il precariato e ricattabilità dei lavoratori);
- l’estradizione di detenuti negli Stati Uniti (sullo stile di paesi come la Colombia);
- l'indulto per i reati commessi da polizia ed esercito e un sistema giudiziario parallelo che giudichi i reati commessi da membri delle forze dell’ordine (una sorta di immunità e status extragiudiziale per le forze dell’ordine);
- l’ingresso del Paese negli arbitrati internazionali (decisione che vedrebbe lo stato Ecuadoriano dover pagare 9 miliardi di dollari alla compagnia petrolifera statunitense Texaco-Chevron per una criminale sentenza che questi stessi organismi hanno emesso nel 2019).
Fonte
La decisione è stata presa in seguito a profondi episodi di violenza che vive il paese, esplosi negli ultimi giorni. Sono infatti in corso rivolte simultanee nelle varie carceri del paese in cui i narcos detenuti sono riusciti a prenderne il controllo e a tenere come ostaggi i secondini.
Rivolte dirette da due delle principali bande narcos del Paese, Choneros e Lobos, dopo che i rispettivi leader sono evasi pochi giorni fa dalle carceri in cui erano detenuti.
Detenzione che non impediva loro di continuare a gestire i propri affari e relazioni con componenti dello Stato. Negli ultimi anni le azioni con cui le diverse bande tentavano di strapparsi il controllo del carcere l’una con l’altra hanno generato centinaia di morti tra i detenuti comuni.
Alle azioni carcerarie si sommano atti di violenza in tutto il paese, con incendi di auto, sparatorie, assalti a negozi e nella giornata di ieri l’irruzione di bande armate all’interno dell’Università di Guayaquil e di uno studio televisivo in Quito mentre stava trasmettendo in diretta, prendendo come ostaggi operatori e conduttore.
Il Paese sta vivendo le ore più buie degli ultimi decenni, con uno Stato che fino ad oggi non sembra essere in grado non solo di avere il controllo ma di garantire la sicurezza minima ai propri cittadini.
Una condizione di generale incertezza che nelle ultime giornate è sfociata in paura generalizzata a cui ora si somma l’esercito per le strade. Il triste record di una destra che in soli sette anni è riuscita non solo a smantellare qualsiasi parvenza di stato sociale e funzionamento delle proprie istituzioni ma ha portato il Paese ad essere il più pericoloso del continente con un tasso di omicidi e sequestri fuori controllo.
Mentre i governi neoliberali si affannavano ad accusare di narco-politica i rappresentanti progressisti, il Paese scivolava nelle mani di bande criminali con connessioni fino ai vertici più alti del governo, come dimostrarono le inchieste che videro le connessioni tra il governo Lasso e narcotrafficanti internazionali.
Il presidente Noboa, esponente di una delle famiglie più ricche del continente, ha vinto le scorse elezioni in ottobre con un 2% in più dei voti rispetto la sfidante progressista Luisa Gonzalez.
Oltre a due visioni antitetiche della gestione economica del paese i due sfidanti si erano scontrati sulle misure da adottare per affrontare il problema della sicurezza nel paese. Noboa si era infatti detto interessato ad importare il modello Bukele dal Salvador insieme a nuovi contratti con industrie israeliane del settore della sicurezza.
Oggi la situazione nel Paese sembra permettergli un maggiore slancio per realizzare le sue proposte, ergendosi come paladino del pugno duro contro la delinquenza e cercando di solidificare consensi in vista del prossimo passaggio elettorale.
Nel mezzo della crisi securitaria però il progetto politico generale di controriforma neoliberale del Presidente viene portato avanti così come l’incremento dell’influenza statunitense sul territorio: in assenza di una maggioranza sicura nell’Assemblea nazionale Noboa ha presentato una serie di riforme e leggi da approvare con un referendum.
Una pratica che la destra ecuadoriana continua a provare a mettere in pratica per scavalcare un parlamento in cui il partito progressista Revolucion Ciudadana continua ad avere un numero di rappresentati importanti e capacità di ostacolare almeno in parte i governi di destra degli ultimi anni.
Riuscì in parte al governo di Lenin Moreno nel 2018, con cui si iniziò a disintegrare gran parte dello Stato nato dalla costituzione progressista del 2008, mentre il successivo governo Lasso naufragò nel 2023 di fronte al voto popolare contrario.
Solo la settimana precedente ai fatti violenti Noboa aveva depositato la proprie domande referendarie secondo il modello, già usato dai presidenti precedenti, per cui ad alcune proposte che dovrebbero attirare il consenso della gente comune (maggiore libertà di azione per le forze dell’ordine e limitazioni alle estrazioni minerarie illegali) se ne affiancano altre tremendamente regressive.
Spiccano tra le varie:
- la riapertura dei Casinò e del gioco d’azzardo (chiusi dal progressista Correa nel 2011 per evitare il riciclaggio di denaro);
- la possibilità di stipulare contratti di lavoro ad ore (rischiando di far esplodere ancora di più il precariato e ricattabilità dei lavoratori);
- l’estradizione di detenuti negli Stati Uniti (sullo stile di paesi come la Colombia);
- l'indulto per i reati commessi da polizia ed esercito e un sistema giudiziario parallelo che giudichi i reati commessi da membri delle forze dell’ordine (una sorta di immunità e status extragiudiziale per le forze dell’ordine);
- l’ingresso del Paese negli arbitrati internazionali (decisione che vedrebbe lo stato Ecuadoriano dover pagare 9 miliardi di dollari alla compagnia petrolifera statunitense Texaco-Chevron per una criminale sentenza che questi stessi organismi hanno emesso nel 2019).
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30/09/2022
Belgio - Blitz con morto contro neonazisti e tentato sequestro di un ministro
Due eventi traumatici a distanza di pochi giorni si sono abbattuti sul Belgio, uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea. Una persona risulta uccisa durante un’operazione anti-terrorismo contro ambienti di estrema destra ad Anversa. L’indagine riguardava “un gruppo sospettato di appartenere all’estrema destra” e fatti di “violazione della normativa sulle armi”, e prevedeva una decina di perquisizioni nelle zone di Gand e Anversa.
Durante una di queste si è verificato lo scontro a fuoco tra la polizia e una delle persone presenti in un edificio, nel quartiere di Merksem ad Anversa, rimasto ucciso nel blitz.
Le perquisizioni, evidenzia la procura federale, “hanno consentito il sequestro di un ingente numero di armi e munizioni, il cui conteggio e analisi dovranno essere effettuati nei prossimi giorni. Alcuni armi erano legalmente registrate”.
Il Ministro della Giustizia del Belgio ha dichiarato che i principali sospettati nell’ambito dell’indagine sui preparativi per un attacco terroristico e sui reati legati alle armi nell’ambiente dell’estremismo di destra erano nella lista dei terroristi dell’OCAM. Secondo la Procura federale, a Merksem sono state trovate più di 100 armi, oltre a una grande quantità di munizioni, gilet tattici, visori notturni e termici.
La sorveglianza in Belgio sui gruppi di estrema destra da parte dei servizi segreti e della magistratura è stata intensificata dopo il recente caso di Jürgen Conings, un soldato con legami con l’estrema destra fuggito dalla sua caserma con armi e munizioni nella primavera del 2021. Il soldato 46enne, inserito nell’elenco dell’agenzia belga di analisi della minaccia terroristica, era sospettato di voler attaccare i rappresentanti dello Stato belga e un noto virologo. È stato trovato morto in un’area boschiva nella provincia di lingua olandese del Limburgo, nel nord-est del Paese, dopo essere stato braccato per più di un mese. Le indagini hanno concluso che si è suicidato con un’arma da fuoco.
La Sicurezza di Stato e l’OCAM sono da tempo convinti che l’estremismo di destra sia in crescita nel Paese. Lo dimostra il fatto che ci sono più di 60 estremisti di destra nella lista dei terroristi. Ciò significa che sono considerati potenzialmente estremisti violenti.
Il giornale belga Le Soir rivela che queste persone sono state seguite per mesi in totale segretezza. “In linea di principio, una persona inserita nella lista dei terroristi non può avere il permesso di portare un’arma. È possibile derogare a questo principio nel contesto dell’indagine per non allarmare il sospetto e quindi non far deragliare l’indagine”, ha spiegato il ministro della giustizia belga Van Quickenborne.
Ma lo stesso ministro della Giustizia Van Quickenborne, solo una settimana fa, era stato al centro di un fatto clamoroso: un tentato sequestro da parte di non meglio identificato “narcotrafficanti”.
Il piano è stato sventato quasi per caso dalla polizia, grazie a un casuale controllo di un veicolo e alla collaborazione con i colleghi olandesi. Tutti e quattro i presunti autori del rapimento sono stati arrestati nei Paesi Bassi. E secondo i media belgi si tratta di narcotrafficanti. Lo stesso ministro della Giustizia, in un videomessaggio diffuso dalla televisione belga, parla di “mafia della droga”.
Nel video Van Quickenborne ha raccontato di essere stato avvertito dal procuratore federale dell’esistenza di un piano per il suo rapimento. “Per il momento sarò posto sotto stretta sorveglianza e non potrò partecipare ad alcune attività programmate nei prossimi giorni. Non è piacevole, ma è comprensibile”, ha spiegato il ministro.
Giovedì della scorsa settimana, una pattuglia della polizia ha individuato un veicolo con targa olandese nelle vicinanze della villa occupata dal ministro e dalla sua famiglia nel sobborgo residenziale di Kortrijk, dove Van Quickenborne è sindaco. Secondo i media locali al suo interno sono stati rinvenuti “almeno” un fucile d’assalto, nastro adesivo e bottiglie di benzina in un’altra auto, anch’essa immatricolata nei Paesi Bassi. Il veicolo ha condotto gli inquirenti sulle tracce di quattro sospetti.
Si tratta di tre uomini, di 20, 29 e 48 anni, che sono stati arrestati nei Paesi Bassi sulla base della descrizione del loro veicolo, ritenuti però non gli organizzatori ma gli esecutori di un piano di rapimento ideato da trafficanti di droga. Il Belgio ha chiesto immediatamente la loro estradizione. Domenica, intorno alle 15, il quarto ricercato è stato arrestato in una strada della stessa città. Un olandese di 21 anni, secondo le autorità locali.
Da circa un decennio, il Belgio viene ritenuto uno degli hub europei di ingresso principale della cocaina. Lo scalo di Anversa, secondo i dati di un report dell’Europol, si è guadagnato il record del porto con il maggior traffico di cocaina in Europa: lo scorso anno, sono state sequestrate 66 tonnellate di cocaina, contro le cinque del 2013.
Subito dopo risulta esserci il vicino porto olandese di Rotterdam. La crescita dei flussi di droga è stata accompagnata da un progressivo aumento della presenza delle mafie sul territorio, dalla ‘Ndrangheta calabrese a quella albanese, passando per l’emergente Moccro Maffia, un gruppo composto da immigrati marocchini. A testimoniare la loro presenza sul territorio, c’è stato l’aumento di omicidi e sparatorie, in particolare a Bruxelles e ad Anversa.
Ma il tranquillo Belgio non è nuovo a fenomeni di criminalità politica. Tra il 1982 e il 1985 impazzarono i brutali omicidi de “La Banda del Brabante” (28 morti) che risultarono possedere coperture tra le forze di polizia e che ha portato all’arresto di un poliziotto per depistaggio nelle indagini. Nel 1989 venne sequestrato l’ex Primo Ministro Paul Vanden Boeynants, precedentemente condannato per frode fiscale.
Nel 1991 venne addirittura ucciso il segretario del Partito Socialista Andrè Cools per una vicenda legata ad appalti nelle forniture militari (c’entrò anche l’italiana Agusta e i suoi elicotteri) e finì indagato un ministro come mandante.
Insomma, l’immagine di una Europa culla della civiltà e del benessere deve sempre fare più spesso con i “mostri” che prosperano al suo interno. Anche nel tranquillo Belgio.
Fonte
Durante una di queste si è verificato lo scontro a fuoco tra la polizia e una delle persone presenti in un edificio, nel quartiere di Merksem ad Anversa, rimasto ucciso nel blitz.
Le perquisizioni, evidenzia la procura federale, “hanno consentito il sequestro di un ingente numero di armi e munizioni, il cui conteggio e analisi dovranno essere effettuati nei prossimi giorni. Alcuni armi erano legalmente registrate”.
Il Ministro della Giustizia del Belgio ha dichiarato che i principali sospettati nell’ambito dell’indagine sui preparativi per un attacco terroristico e sui reati legati alle armi nell’ambiente dell’estremismo di destra erano nella lista dei terroristi dell’OCAM. Secondo la Procura federale, a Merksem sono state trovate più di 100 armi, oltre a una grande quantità di munizioni, gilet tattici, visori notturni e termici.
La sorveglianza in Belgio sui gruppi di estrema destra da parte dei servizi segreti e della magistratura è stata intensificata dopo il recente caso di Jürgen Conings, un soldato con legami con l’estrema destra fuggito dalla sua caserma con armi e munizioni nella primavera del 2021. Il soldato 46enne, inserito nell’elenco dell’agenzia belga di analisi della minaccia terroristica, era sospettato di voler attaccare i rappresentanti dello Stato belga e un noto virologo. È stato trovato morto in un’area boschiva nella provincia di lingua olandese del Limburgo, nel nord-est del Paese, dopo essere stato braccato per più di un mese. Le indagini hanno concluso che si è suicidato con un’arma da fuoco.
La Sicurezza di Stato e l’OCAM sono da tempo convinti che l’estremismo di destra sia in crescita nel Paese. Lo dimostra il fatto che ci sono più di 60 estremisti di destra nella lista dei terroristi. Ciò significa che sono considerati potenzialmente estremisti violenti.
Il giornale belga Le Soir rivela che queste persone sono state seguite per mesi in totale segretezza. “In linea di principio, una persona inserita nella lista dei terroristi non può avere il permesso di portare un’arma. È possibile derogare a questo principio nel contesto dell’indagine per non allarmare il sospetto e quindi non far deragliare l’indagine”, ha spiegato il ministro della giustizia belga Van Quickenborne.
Ma lo stesso ministro della Giustizia Van Quickenborne, solo una settimana fa, era stato al centro di un fatto clamoroso: un tentato sequestro da parte di non meglio identificato “narcotrafficanti”.
Il piano è stato sventato quasi per caso dalla polizia, grazie a un casuale controllo di un veicolo e alla collaborazione con i colleghi olandesi. Tutti e quattro i presunti autori del rapimento sono stati arrestati nei Paesi Bassi. E secondo i media belgi si tratta di narcotrafficanti. Lo stesso ministro della Giustizia, in un videomessaggio diffuso dalla televisione belga, parla di “mafia della droga”.
Nel video Van Quickenborne ha raccontato di essere stato avvertito dal procuratore federale dell’esistenza di un piano per il suo rapimento. “Per il momento sarò posto sotto stretta sorveglianza e non potrò partecipare ad alcune attività programmate nei prossimi giorni. Non è piacevole, ma è comprensibile”, ha spiegato il ministro.
Giovedì della scorsa settimana, una pattuglia della polizia ha individuato un veicolo con targa olandese nelle vicinanze della villa occupata dal ministro e dalla sua famiglia nel sobborgo residenziale di Kortrijk, dove Van Quickenborne è sindaco. Secondo i media locali al suo interno sono stati rinvenuti “almeno” un fucile d’assalto, nastro adesivo e bottiglie di benzina in un’altra auto, anch’essa immatricolata nei Paesi Bassi. Il veicolo ha condotto gli inquirenti sulle tracce di quattro sospetti.
Si tratta di tre uomini, di 20, 29 e 48 anni, che sono stati arrestati nei Paesi Bassi sulla base della descrizione del loro veicolo, ritenuti però non gli organizzatori ma gli esecutori di un piano di rapimento ideato da trafficanti di droga. Il Belgio ha chiesto immediatamente la loro estradizione. Domenica, intorno alle 15, il quarto ricercato è stato arrestato in una strada della stessa città. Un olandese di 21 anni, secondo le autorità locali.
Da circa un decennio, il Belgio viene ritenuto uno degli hub europei di ingresso principale della cocaina. Lo scalo di Anversa, secondo i dati di un report dell’Europol, si è guadagnato il record del porto con il maggior traffico di cocaina in Europa: lo scorso anno, sono state sequestrate 66 tonnellate di cocaina, contro le cinque del 2013.
Subito dopo risulta esserci il vicino porto olandese di Rotterdam. La crescita dei flussi di droga è stata accompagnata da un progressivo aumento della presenza delle mafie sul territorio, dalla ‘Ndrangheta calabrese a quella albanese, passando per l’emergente Moccro Maffia, un gruppo composto da immigrati marocchini. A testimoniare la loro presenza sul territorio, c’è stato l’aumento di omicidi e sparatorie, in particolare a Bruxelles e ad Anversa.
Ma il tranquillo Belgio non è nuovo a fenomeni di criminalità politica. Tra il 1982 e il 1985 impazzarono i brutali omicidi de “La Banda del Brabante” (28 morti) che risultarono possedere coperture tra le forze di polizia e che ha portato all’arresto di un poliziotto per depistaggio nelle indagini. Nel 1989 venne sequestrato l’ex Primo Ministro Paul Vanden Boeynants, precedentemente condannato per frode fiscale.
Nel 1991 venne addirittura ucciso il segretario del Partito Socialista Andrè Cools per una vicenda legata ad appalti nelle forniture militari (c’entrò anche l’italiana Agusta e i suoi elicotteri) e finì indagato un ministro come mandante.
Insomma, l’immagine di una Europa culla della civiltà e del benessere deve sempre fare più spesso con i “mostri” che prosperano al suo interno. Anche nel tranquillo Belgio.
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20/08/2022
Messico - Arrestati giudice, militari, poliziotti e narcos per la strage di Ayotzinapa
È stato arrestato l’ex procuratore generale nazionale, Jesus Murillo Karam, il giudice incaricato di indagare sulla sorte dei 43 studenti ‘desaparacidos’ nel 2014 ad Ayotzinapa ma che archiviò tutto. Insieme a lui sono stati arrestati anche 64 fra militari, poliziotti e sicari di un cartello del narcotraffico.
Gli arresti sono avvenuti il giorno successivo alla pubblicazione del rapporto della commissione d’indagine sulla strage di Ayotzinapa che parla di “delitto di Stato”, cioè del sequestro e dell’assassinio degli studenti da parte dai narcotrafficanti ma con la complicità di giustizia e forze dell’ordine.
Il caso di Ayotzinapa “è stato un crimine di Stato”, in quanto “tutte le autorità federali, statali e municipali sono state informate” di quanto stava accadendo la notte del 26 settembre 2014 senza intervenire per impedire la “sparizione e l’omicidio” dei 43 studenti della Scuola Normale Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa, Guerrero, ha dichiarato il sottosegretario ai Diritti Umani dell’Interno, Alejandro Encinas, in occasione della presentazione del rapporto della Commissione per la Verità e l’Accesso alla Giustizia sul caso Ayotzinapa.
Quasi otto anni dopo i fatti, Encinas ha sottolineato ai genitori degli studenti che la scomparsa dei loro figli è stata “insabbiata ai massimi livelli”, poiché le autorità dei tre livelli di governo sapevano in tempo reale “del prelievo dei camion, del trasferimento degli studenti a Iguala, del loro arrivo al Rancho del Cura e alla stazione degli autobus di Iguala, della persecuzione e della violenza di cui sono stati vittime” da parte del cartello Guerreros Unidos.
Il giudice arrestato, Murillo Karam nel 2015 (il presidente era Enrique Pena Neto) chiuse l’indagine affermando su di essa la cosiddetta “Verità storica”, che venne respinta e rifiutata dai familiari dei 43 studenti spariti nel nulla la notte fra il 26 e 27 settembre 2014 nello stato di Guerrero dopo aver prenotato dei pullman per partecipare a una manifestazione a Città del Messico.
Da quanto emerso dalle successive indagini, gli studenti furono arrestati da poliziotti corrotti e consegnati alla criminalità organizzata locale del cartello definito come “Guerreros Unidos” che , per motivi non completamente chiariti, li avrebbe uccisi e fatto sparire i cadaveri bruciandoli in una discarica. Solo i resti di tre di essi furono trovati e identificati.
Tutti gli arrestati, incluso l’ex procuratore generale Murillo Karam, sono accusati di “collusione con il crimine organizzato, sequestro di persona, tortura, omicidio e ostruzione della giustizia". La ‘Verità storica’ del 2015 avrebbe omesso la responsabilità di militari corrotti e di altre istituzioni pubbliche, che è stata invece accertata dalla “Commissione per la verità su Ayatzinapa”, messa in piedi dall’attuale presidente messicano, Andrés Manuel Lopez Obrador, e guidata dal sottosegretario agli Interni, Alejandro Encinas.
Fonte
Gli arresti sono avvenuti il giorno successivo alla pubblicazione del rapporto della commissione d’indagine sulla strage di Ayotzinapa che parla di “delitto di Stato”, cioè del sequestro e dell’assassinio degli studenti da parte dai narcotrafficanti ma con la complicità di giustizia e forze dell’ordine.
Il caso di Ayotzinapa “è stato un crimine di Stato”, in quanto “tutte le autorità federali, statali e municipali sono state informate” di quanto stava accadendo la notte del 26 settembre 2014 senza intervenire per impedire la “sparizione e l’omicidio” dei 43 studenti della Scuola Normale Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa, Guerrero, ha dichiarato il sottosegretario ai Diritti Umani dell’Interno, Alejandro Encinas, in occasione della presentazione del rapporto della Commissione per la Verità e l’Accesso alla Giustizia sul caso Ayotzinapa.
Quasi otto anni dopo i fatti, Encinas ha sottolineato ai genitori degli studenti che la scomparsa dei loro figli è stata “insabbiata ai massimi livelli”, poiché le autorità dei tre livelli di governo sapevano in tempo reale “del prelievo dei camion, del trasferimento degli studenti a Iguala, del loro arrivo al Rancho del Cura e alla stazione degli autobus di Iguala, della persecuzione e della violenza di cui sono stati vittime” da parte del cartello Guerreros Unidos.
Il giudice arrestato, Murillo Karam nel 2015 (il presidente era Enrique Pena Neto) chiuse l’indagine affermando su di essa la cosiddetta “Verità storica”, che venne respinta e rifiutata dai familiari dei 43 studenti spariti nel nulla la notte fra il 26 e 27 settembre 2014 nello stato di Guerrero dopo aver prenotato dei pullman per partecipare a una manifestazione a Città del Messico.
Da quanto emerso dalle successive indagini, gli studenti furono arrestati da poliziotti corrotti e consegnati alla criminalità organizzata locale del cartello definito come “Guerreros Unidos” che , per motivi non completamente chiariti, li avrebbe uccisi e fatto sparire i cadaveri bruciandoli in una discarica. Solo i resti di tre di essi furono trovati e identificati.
Tutti gli arrestati, incluso l’ex procuratore generale Murillo Karam, sono accusati di “collusione con il crimine organizzato, sequestro di persona, tortura, omicidio e ostruzione della giustizia". La ‘Verità storica’ del 2015 avrebbe omesso la responsabilità di militari corrotti e di altre istituzioni pubbliche, che è stata invece accertata dalla “Commissione per la verità su Ayatzinapa”, messa in piedi dall’attuale presidente messicano, Andrés Manuel Lopez Obrador, e guidata dal sottosegretario agli Interni, Alejandro Encinas.
Fonte
07/05/2022
Cile - Nuovo Presidente, nuovo governo: ma prevale la continuità
La situazione cilena del dopo elezione del Presidente del Governo “femminista” è analoga, se non peggiore di quella dei tempi di Piñera, almeno (ma non solo…) per quanto riguarda il fattore repressivo e il sostegno ai Carabineros che, oltre a continuare impunemente a reprimere la popolazione che manifesta (e questo lo faceva anche con Piñera), lo fanno anche con l’aiuto e la reciproca copertura di squallidi personaggi narcotrafficanti.
Qualche indizio, a onor del vero, c’era stato anche negli ultimi tempi delle manifestazioni iniziate nell’ottobre del 2019 (”estallido social”).
Infatti già nel 2020, nelle ultime manifestazioni, si erano potute notare alcune presenze inquietanti che intervenivano a supporto dei Carabineros, ma non avevano usato spudoratamente armi da fuoco.
In questa situazione, invece, ci sono anche dei video che mostrano chiaramente un’attiva collaborazione tra le “forze dell’ordine” e i narcos sedicenti ambulanti, che, oltre a sparare ad altezza d’uomo, si davano da fare per sgomberare dalle barricate la strada ai blindati dei Carabineros.
Interessante sapere che il responsabile del tentato (per ora...) omicidio è tranquillamente a casa sua, come pure gli altri che hanno fatto uso di armi da fuoco, e che il Presidente Boric (che ha anche tentato di comprendere la violenza “causata da gente bisognosa”) ha riconfermato Ricardo Yañez come Generale Dirigente dei Carabineros.
Neanche gattopardismo... continuità tout court...
Qualche indizio, a onor del vero, c’era stato anche negli ultimi tempi delle manifestazioni iniziate nell’ottobre del 2019 (”estallido social”).
Infatti già nel 2020, nelle ultime manifestazioni, si erano potute notare alcune presenze inquietanti che intervenivano a supporto dei Carabineros, ma non avevano usato spudoratamente armi da fuoco.
In questa situazione, invece, ci sono anche dei video che mostrano chiaramente un’attiva collaborazione tra le “forze dell’ordine” e i narcos sedicenti ambulanti, che, oltre a sparare ad altezza d’uomo, si davano da fare per sgomberare dalle barricate la strada ai blindati dei Carabineros.
Interessante sapere che il responsabile del tentato (per ora...) omicidio è tranquillamente a casa sua, come pure gli altri che hanno fatto uso di armi da fuoco, e che il Presidente Boric (che ha anche tentato di comprendere la violenza “causata da gente bisognosa”) ha riconfermato Ricardo Yañez come Generale Dirigente dei Carabineros.
Neanche gattopardismo... continuità tout court...
Facciamo però raccontare i fatti del 1° maggio a Santiago del Cile con un Comunicato del MAPU che, con poche righe, fa una cronaca molto precisa di quanto accaduto. Il Comunicato è del 2 maggio e, evidentemente ancora si conosceva poco della situazione clinica, attualmente molto drammatica, della redattrice Francisca Sandoval, di Señal 3 de La Victoria, colpita dagli spari.
A seguito del Comunicato aggiungiamo anche una riflessione di Fernando Juka (Attivista sindacale, Presidente della ONG CODEHS Chile, Comitato di Difesa dei Diritti Umani) e la denuncia della Commissione Etica Contro la Tortura.
*****
Comunicato alla comunità internazionale, alle lavoratrici e lavoratori di tutti i paesi e popoli
Comunicato alla comunità internazionale, alle lavoratrici e lavoratori di tutti i paesi e popoli
Questa domenica, 1° maggio 2022, si è tenuta a Santiago, in Cile, la tradizionale marcia e manifestazione di organizzazioni sindacali di classe, insieme a organizzazioni sociali e politiche anticapitaliste.
L’attività si è svolta senza grandi problemi, le organizzazioni di classe hanno potuto leggere il copione nella sua interezza: i saluti alle organizzazioni presenti, il discorso preparato, è stata cantata l’Internazionale ed è stato presentato un gruppo artistico.
Nei dintorni, alcuni manifestanti anarchici hanno appiccato il fuoco a fermate dei mezzi pubblici e allestito barricate, per cui i Carabinieri sono arrivati lanciando lacrimogeni e acqua con elementi tossici lungo l’Alameda fino al punto stesso del palco. Ciò nonostante la manifestazione non è stata interrotta come in precedenti occasioni.
La cosa più grave è che soggetti in borghese, noti per far parte di gruppi narcotrafficanti venezuelani che sono presumibilmente venditori ambulanti, hanno attaccato con armi da fuoco i manifestanti che stavano pacificamente partecipando alla manifestazione, compresi i redattori della stampa popolare.
C’è una giovane donna gravemente ferita, Francisca Sandoval, redattrice del canale televisivo popolare Señal 3 de La Victoria, e altri giovani feriti meno gravemente.
Come sempre, la stampa ufficiale mette in evidenza solo gli eccessi dei gruppi estranei all’organizzazione della manifestazione, e non fa riferimento alla manifestazione stessa delle lavoratrici e dei lavoratori organizzati.
Questa manifestazione non è correlata a quella tenuta dalla Central Unitaria de Trabajadores, organizzazione dominata dai partiti neoliberisti che hanno governano il Cile dal 1990 e che non rappresentano più gli interessi della classe operaia.
La polizia, che avrebbe dovuto vigilare sulla manifestazione regolarmente autorizzata, ha agito solo per reprimere i manifestanti pacifici con la sua abituale brutalità.
L’estrema destra e il neoliberismo hanno cambiato tattica, introducendo un nuovo attore nella lotta di classe: i narcotrafficanti, sicari e sottoproletari, comandati da fascisti e protetti dai neoliberisti.
La prima Giornata Internazionale dei Lavoratori del governo Boric non è stata molto diversa da giornate simili vissute sotto i governi della Concertación o dell’estrema destra di Piñera.
Le politiche economiche del nuovo governo, al servizio del sistema neoliberista, sono già state ripudiate dalle organizzazioni di classe, che hanno indetto uno sciopero generale per il 1° giugno. Bisogna smascherare il vero carattere del governo Boric, al servizio della continuità del neoliberismo e del servilismo agli interessi dell’imperialismo nordamericano.
Chiediamo alla giustizia cilena di chiarire i crimini e giudicare i colpevoli. Facciamo appello alle organizzazioni popolari ad esercitare l’autodifesa. Ad assumere la convocazione di uno sciopero generale per il 1° giugno.
Chiediamo alla comunità di organizzarsi per diffondere questi fatti e far conoscere la vera situazione dei popoli e delle classi lavoratrici nel Cile neoliberista di Boric.
Movimiento de acción popular unitaria – MAPU
2 Maggio 2022
https://mapuenlalucha.blogspot.com/2022/05/comunicado-acto-del-1-de-mayo.html
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Sugli eventi del primo maggio: appunti di riflessione.
Sugli eventi del primo maggio: appunti di riflessione.
Indubbiamente, il CCTT * è attualmente un valido e legittimo interlocutore all’interno del movimento sindacale, nonostante il silenzio complice e ruffiano della stampa ufficiale, e di alcuni sedicenti media alternativi, che hanno nascosto la sigla degli organizzatori del primo maggio . “Classista e combattivo”.
Abbiamo di gran lunga superato sia il numero dei lavoratori presenti, sia il discorso centrale, dove si stabiliva in modo chiaro e coerente, la differenza con la CUT sindacato giallo e asservito ai Governi di turno, prima alla Concertacion, corrotta e degenerata, e ora al Governo incompetente di queste giovanotti che fanno i grandi, che hanno parlato fino alla nausea di essere un Governo di taglio femminista.
Apruebo Dignidad, quel conglomerato inetto, pensa che dirigere un Paese è come dirigere la Confederazione degli universitari, dove tutto si risolve bevendo birra e fumando allucinogeni.
I deplorevoli fatti accaduti alla Stazione Centrale, tra gruppi anarchici estranei all’identità intrinseca del Movimento sindacale e un gruppo maggioritario di venditori ambulanti, hanno prodotto una sparatoria tra persone che vivono di lavoro informale, e i loro sicari che proteggono detta attività commerciale, insieme alla complicità delle forze repressive dei Carabinieri, una coraggiosa compagna, giornalista di una testata della zona de La Victoria, è stata ferita da colpi di arma da fuoco.
Questo attentato criminale non è stato un atto casuale, l’obiettivo del sicario al servizio degli uomini d’affari del quartiere Meiss, era quello di uccidere la compagna Francisca, che in questo momento si trova in un’epopea che supera l’audacia di Ulisse.
La morte travestita da commerciante ambulante, da assassini, da Carabineros, da Ministro dell’Interno, da disgraziati del Pubblico Ministero, e il ruolo illegittimo delle Corti di Giustizia. Quella morte è inerte, sta aspettando che finalmente un popolo si tolga la benda neoliberista ed esca a reclamare ciò che gli appartiene.
Noi che abbiamo convocato la grande manifestazione realizzata dalla CCTT, e tutte le organizzazioni di classe, che non si svendono al neoliberismo, come ha fatto il miserabile partito socialista, e il vigliacco partito comunista pur di avere una presenza politica, attraverso un Sindaco, Deputati, Senatori, Ministro, e quant’altre cariche pubbliche, per riempire il ventre dell’affamato Ciclope, che divorò i valorosi guerrieri di Ulisse.
La CCTT, in questi momenti è all’erta, preparandosi a scatenare con furore tellurico il malcontento sociale dei lavoratori, in difesa dei loro immanenti diritti proletari, che si oppongono all’artificiale diritto borghese.
Apruebo Dignidad, il sangue versato da Francisca, viaggerà attraverso Santiago Centro, raggiungerà i quartieri popolari e quel sangue proletario diventerà verbo, si trasformerà in un popolo lavoratore, cosciente, che innalzerà le barricate della sovversione operaia, e la povera gente griderà ai quattro venti, approvo la dignità. “Non chiedere per chi suonano le campane, perché suonano per te.”
L’Alameda e le sue foglie tristi, piangono/ Una donna con i capelli neri che gioca nel vento spezzato, si impiglia nei tuoi capelli neri, carbone di loto che ruggisce come un mare violento/ Uno sparo, la nebbia, no, non era nebbia, era il fumo biancastro, che ha nascosto il proiettile omicida / Tutti i lavoratori del mondo siamo Francisca de la Victoria.
Dal primo momento del tragico evento, siamo stati presenti al Pronto Soccorso dell’Ospedale Centrale, mi chiedo perché anche un ospedale pubblico viene battezzato con il nome di un prelato cattolico, quando il popolo sarà al potere, ribattezzeremo quel Pronto Soccorso con il nome dei fratelli Vergaras.
Francisca, lo so, e lo so che lo sai, il Central Classista de Trabajadores, ha indetto una protesta popolare per il 1 giugno, ma devo dirti una cosa in segreto, so che in quella giornata anti-neoliberista sarai insieme alla domanda dei poveri delle città e delle campagne, facendo il tuo lavoro di giornalista coerente al servizio del popolo lavoratore.
Ti saluto Francisca Ti saluto con un bacio al vento che ti porterà la vita.
Evviva e sempre evviva quelli che lottano!
La Pincoya maggio 2022.
Fernando Juca. **
*CCTT Central Clasista de Trabajadoras y Trabajadores. Sindacato di classe affiliato alla FSM.
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Denunciamo alla comunità nazionale ed internazionale l’inazione della polizia di fronte al tentato omicidio della giornalista Francisca Sandoval Astudillo da parte di civili armati in una manifestazione pubblica
1) Come Commissione Etica contro la Tortura solidarizziamo con la giornalista Francisca Sandoval Astudillo, reporter, combattente sociale, una giovane madre di 30 anni, con la sua famiglia e con l’equipe di Canale 3 de La Victoria di fronte all’azione criminale compiuta da un gruppo di civili armati il 1° maggio in una manifestazione pubblica sul viale principale di Santiago.
Gli autori, ampiamente filmati, fotografati e identificati, hanno aggredito i manifestanti con armi da fuoco, sotto gli occhi e la tolleranza della polizia in uniforme che era sul posto.
Gli autori della sparatoria con armi da fuoco contro la folla, sembravano piuttosto agire sotto la protezione della forza pubblica, come risulta dagli atti in cui si vede chiaramente che c’erano agenti di polizia che hanno discusso e hanno agito insieme a coloro che hanno sparato.
2) Ripudiamo categoricamente questi fatti e chiediamo che il generale Yáñez, Direttore Generale dei Carabineros de Chile, spieghi al Paese quali ordini sono stati impartiti al comando dispiegato a Estación Central, teatro degli eventi.
Che siano investigati i motivi per cui non hanno inibito, non hanno impedito l’azione dei civili armati, perché non li hanno arrestati, tanto meno disarmati, e che spieghi che fine ha fatto il principio della polizia che riguarda l’esercizio legittimo del monopolio della forza. O quel principio non conta più?
3) Ricordiamo all’opinione pubblica, alla classe politica e al governo che dall’ottobre 2019 vi sono giovani in carcere, accusati di reati che non raggiungono la gravità di questi tragici eventi. Tuttavia, queste persone sono state perseguite e incarcerate preventivamente per diversi anni.
Oggi, grazie ai reportage investigativi dei media, si sa che almeno 11 civili sono stati coinvolti in questa sparatoria contro i manifestanti e finora solo 3 di loro sono stati formalmente identificati; due sono agli arresti domiciliari e uno in custodia cautelare.
La persona che ha sparato a Francisca ha dichiarato di aver trovato l’arma e dopo aver sparato, l’ha lasciata nello stesso posto in cui l’ha trovata. Gli altri due hanno dichiarato di avere armi da fuoco a salve, e il resto delle armi?
Abbiamo bisogno che tutte le armi usate in questa sparatoria siano requisite, ne sia fatta perizia, siano identificati i fornitori e arrestate tutte le persone che hanno sparato.
Il principio di uguaglianza davanti alla legge deve essere rispettato nei confronti dei prigionieri politici della rivolta sociale, soprattutto perché in questo caso è stato commesso un reato gravissimo che apre le porte all’aggravarsi della violenza, alla normalizzazione dell’esistenza di gruppi con potenza di fuoco, di natura paramilitare, lasciando la popolazione esposta alla legge del più forte, sottoposta a situazioni di gravi scontri.
4) “Verità, giustizia, riparazione e misure di non ripetizione”. Così recita una delle misure del programma di governo del presidente Boric che la folla ha applaudito il 19 novembre 2021 quando ha celebrato la sua vittoria nell’Alameda.
Ricordiamo questa promessa e chiediamo che il governo non si ritiri, indaghi, arrivi alla verità, ottenga giustizia per tutti i feriti, in particolare per Francisca.
La nostra società non sopporta più l’impunità, basta con i morti, basta con i silenzi e basta con una polizia repressiva e militarizzata che questa volta ha inaugurato una diversa strategia di repressione consentendo ai criminali armati di agire impunemente sotto la loro protezione, con il loro aiuto, sotto i loro occhi e con la loro tolleranza.
Basta Repressione e Basta Impunità
Comisión Ética Contra la Tortura
Santiago 3 maggio 2022.
https://notascect.wordpress.com/2022/05/05/declaracion-de-la-cect-denunciando-la-inaccion-de-la-policia-en-el-intento-de-asesinato-por-civiles-armados-de-la-periodista-francisca-sandoval-en-la-manifestacion-del-1-de-mayo/
Fonte
02/05/2022
Il Messico porta in un tribunale aziende di armi statunitensi legate al narcotraffico
Il Messico fa causa nel tribunale del Massachusetts ad 8 colossi dell’industria bellica statunitense per il ruolo svolto nel traffico illegale di armi verso il paese utilizzando prestanomi, imprese fantasma e triangolazioni illegali.
Attraverso la denuncia, riferita dal quotidiano El Universal, il governo messicano del presidente socialista Obrador ha accusato otto compagnie statunitensi che producono armi di non rispettare le leggi federali di protezione e controllo nella vendita per ottenere maggiori profitti, e di sapere che le loro armi raggiungono il Messico favorendo la criminalità organizzata.
Le autorità denunciano che le aziende imputate non solo sanno che i loro prodotti sono oggetto di tratte illegali ma producono anche armamenti disegnati appositamente (cioè facilmente modificabili) secondo le esigenze del narcotraffico.
“Per progettare, distribuire, vendere e commercializzare prodotti altamente pericolosi, le imprese produttrici di armi sono obbligate a firmare l’impegno a garantire che tutte le loro armi siano vendute legalmente e con cura, nel rispetto delle leggi applicabili e sono impegnate a non eludere tali leggi attraverso le loro pratiche commerciali.
I produttori di armi sono quindi obbligati a garantire che i loro prodotti non siano distribuiti in modo sconsiderato o illegale nel mercato criminale messicano“, recita il testo della denuncia.
Secondo il rapporto, a causa di questa assenza di controlli, a cui le imprese sono obbligate, le armi vengono usate come moneta di scambio coi cartelli messicani ricevendo droga da far giungere negli Stati Uniti.
A questo proposito, il consulente legale del Ministero degli Affari Esteri del Messico, Alejandro Celorio, in un’intervista a El Universal, ha affermato che il suo Paese ha subito gravi danni diretti o indiretti a causa della negligenza di tali imprese.
“Stiamo citando in giudizio le compagnie che rappresentano circa il 62% delle armi di origine illecita che sono state trovate in Messico. Tra il 70% e il 90% delle armi illegali presenti in Messico provengono dagli Stati Uniti e ben il 62% corrisponde alle imprese che abbiamo denunciato”, ha affermato.
Nell’ottobre del 2019, durante l’operazione fallita per catturare Ovidio Guzmán, figlio de El Chapo, furono rinvenute armi come il Barrett calibro 50, in grado di abbattere elicotteri, in mano di membri del cartello di Sinaloa.
Secondo le autorità messicane, ogni anno oltre 500.000 armi entrano illegalmente nel Paese attraverso il confine degli Stati Uniti, una cifra che nel solo 2021 è stata responsabile di 17.000 omicidi nel Paese azteco.
Il 31 gennaio scorso il Messico aveva già presentato una citazione in tribunale contro altri undici produttori di armi statunitensi, che erano stati individuati per il loro commercio negligente che facilita l’ondata di violenza che sta vivendo il Paese latinoamericano.
I rappresentanti legali delle imprese produttrici d’armi hanno risposto che “la denuncia, seppur presentata in un tribunale statunitense, non ha base legale poiché ad essere denunciate sono imprese che operano sul territorio statunitense e quindi protette dalla legislazione USA, che non prevede la regola della denuncia extraterritoriale“.
La segreteria del Ministero degli Esteri messicano ha affermato che, nonostante le obiezioni degli avvocati della controparte “la denuncia civile (di risarcimento) andrà avanti poiché non esiste immunità quando si viola una legge statale; inoltre, siccome le imprese d’armi statunitensi non hanno sedi in Messico, la notificazione della denuncia va fatta obbligatoriamente in un tribunale USA. Infatti se queste imprese venissero condannate da un tribunale messicano si rifiuterebbero di pagare e non ci sarebbe modo di obbligarle a farlo“.
Si stima che la vendita illegale di armi da parte dei produttori causi, attraverso i crimini e le vittime generate, un danno alla economia dello Stato messicano fino al 2% del PIL e questa è la richiesta di risarcimento fatta in tribunale.
Fonte
Attraverso la denuncia, riferita dal quotidiano El Universal, il governo messicano del presidente socialista Obrador ha accusato otto compagnie statunitensi che producono armi di non rispettare le leggi federali di protezione e controllo nella vendita per ottenere maggiori profitti, e di sapere che le loro armi raggiungono il Messico favorendo la criminalità organizzata.
Le autorità denunciano che le aziende imputate non solo sanno che i loro prodotti sono oggetto di tratte illegali ma producono anche armamenti disegnati appositamente (cioè facilmente modificabili) secondo le esigenze del narcotraffico.
“Per progettare, distribuire, vendere e commercializzare prodotti altamente pericolosi, le imprese produttrici di armi sono obbligate a firmare l’impegno a garantire che tutte le loro armi siano vendute legalmente e con cura, nel rispetto delle leggi applicabili e sono impegnate a non eludere tali leggi attraverso le loro pratiche commerciali.
I produttori di armi sono quindi obbligati a garantire che i loro prodotti non siano distribuiti in modo sconsiderato o illegale nel mercato criminale messicano“, recita il testo della denuncia.
Secondo il rapporto, a causa di questa assenza di controlli, a cui le imprese sono obbligate, le armi vengono usate come moneta di scambio coi cartelli messicani ricevendo droga da far giungere negli Stati Uniti.
A questo proposito, il consulente legale del Ministero degli Affari Esteri del Messico, Alejandro Celorio, in un’intervista a El Universal, ha affermato che il suo Paese ha subito gravi danni diretti o indiretti a causa della negligenza di tali imprese.
“Stiamo citando in giudizio le compagnie che rappresentano circa il 62% delle armi di origine illecita che sono state trovate in Messico. Tra il 70% e il 90% delle armi illegali presenti in Messico provengono dagli Stati Uniti e ben il 62% corrisponde alle imprese che abbiamo denunciato”, ha affermato.
Nell’ottobre del 2019, durante l’operazione fallita per catturare Ovidio Guzmán, figlio de El Chapo, furono rinvenute armi come il Barrett calibro 50, in grado di abbattere elicotteri, in mano di membri del cartello di Sinaloa.
Secondo le autorità messicane, ogni anno oltre 500.000 armi entrano illegalmente nel Paese attraverso il confine degli Stati Uniti, una cifra che nel solo 2021 è stata responsabile di 17.000 omicidi nel Paese azteco.
Il 31 gennaio scorso il Messico aveva già presentato una citazione in tribunale contro altri undici produttori di armi statunitensi, che erano stati individuati per il loro commercio negligente che facilita l’ondata di violenza che sta vivendo il Paese latinoamericano.
I rappresentanti legali delle imprese produttrici d’armi hanno risposto che “la denuncia, seppur presentata in un tribunale statunitense, non ha base legale poiché ad essere denunciate sono imprese che operano sul territorio statunitense e quindi protette dalla legislazione USA, che non prevede la regola della denuncia extraterritoriale“.
La segreteria del Ministero degli Esteri messicano ha affermato che, nonostante le obiezioni degli avvocati della controparte “la denuncia civile (di risarcimento) andrà avanti poiché non esiste immunità quando si viola una legge statale; inoltre, siccome le imprese d’armi statunitensi non hanno sedi in Messico, la notificazione della denuncia va fatta obbligatoriamente in un tribunale USA. Infatti se queste imprese venissero condannate da un tribunale messicano si rifiuterebbero di pagare e non ci sarebbe modo di obbligarle a farlo“.
Si stima che la vendita illegale di armi da parte dei produttori causi, attraverso i crimini e le vittime generate, un danno alla economia dello Stato messicano fino al 2% del PIL e questa è la richiesta di risarcimento fatta in tribunale.
Fonte
28/08/2020
Un narcofascista pluriomicida colombiano arriva in Italia, libero
Arriverà in Italia con un volo Delta proveniente da New York. L’uomo si chiama Salvatore Mancuso Gomez, figlio di un italiano di Sapri emigrato in Colombia. Un nome che ha seminato terrore nella Colombia degli scorsi decenni.
Salvatore Mancuso, è stato un boss delle cosiddette Autodifese Unite della Colombia (AUC), unità paramilitari di destra sorte contro la guerriglia delle FARC e dell’ELN, apertamente sostenute dalla CIA e dai governi di Bogotà e in stretta connessione con i cartelli del narcotraffico.
Mancuso viene espulso dagli Stati Uniti, dove ha scontato una lunga pena detentiva per narcotraffico nel carcere di Atlanta, e trasferito in Italia.
A riportare la notizia è stato il quotidiano El Tiempo di Bogotà. Il giornale, citando fonti vicine all’avvocato di Mancuso, Joaquin Perez, scrive che: “un giudice federale Usa ha accettato gli argomenti della difesa dell’ex comandante, che è figlio di un emigrato italiano, ed ha ordinato la sua deportazione in Italia”.
Durante l’udienza, riporta El Tiempo, “è stato chiesto ad un procuratore, April Denis Seabrook, se rappresentasse il governo degli Stati Uniti. Lei ha detto di sì ed ha aggiunto che si impegnava a trasferire Mancuso in Italia prima del 4 settembre”.
L’avvocato di Mancuso ha confermato la volontà del suo assistito di essere inviato in Italia. Nell’udienza il giudice ha chiesto di essere informato del luogo in cui Mancuso, una volta libero in Italia, osserverà la quarantena legata alla pandemia.
In questi giorni, sostiene El Tiempo, l’ex leader delle AUC sarà trasferito a New York da dove, hanno spiegato fonti federali Usa, parte un volo della Delta, operato da Alitalia, diretto a Roma. Se effettivo, il trasferimento di Mancuso in Italia e non in Colombia sarebbe dovuto ad errori procedurali commessi in passato dalle autorità colombiane nella richiesta di estradizione.
Il Ministero della Giustizia e la Procura di Bogotà hanno chiesto che Mancuso “compaia davanti alla giurisdizione colombiana, al fine di garantire il raggiungimento della verità, la riparazione che meritano le vittime dei crimini a lui attribuiti”. La richiesta è stata presentata il 15 aprile scorso.
Salvatore Mancuso è stato il numero due di Fidel Castaño, che insieme al fratello Carlos, avevano costiuito l’AUC, (Autodifese Unite della Colombia) un esercito privato dei ricchi e dei proprietari terrieri attivo nelle zone di Cordoba e Uraba.
Per finanziare la loro milizia, Fidel e Carlos Castano, sfruttarono vecchie conoscenze con i narcotrafficanti, tra cui prima Pablo Escobar e poi i suoi concorrenti.
Secondo alcune fonti, Salvatore Mancuso, dal 1996 fu il responsabile della produzione di cocaina nell’area di Cordoba. Otto anni dopo arrivò a produrre 1300 tonnellate di pasta di cocaina l’anno, solo 1000 invece secondo lo stesso Mancuso.
Lo stesso Mancuso ha confessato la sua partecipazione all’assassino di quasi 300 civili in Colombia. Gli viene inoltre contestata la responsabilità in quanto capo delle AUC di vari massacri tra cui: la strage di Mapiripan (nella quale morirono 27 contadini), il massacro de El Aro (nel quale vennero assassinati 15 contadini, presunti pro-guerriglia, per il quale è stato condannato a 40 anni di carcere, mai scontati per l’adesione alla Ley de Justicia y Paz), la strage della Gabarra nel 1999 dove morirono 35 civili, e il famigerato massacro del villaggio di El Salado, quello “in cui sopravvissero solo i cani”.
L’uomo è accusato di 588 omicidi e 136 massacri in Colombia, sia durante la fase contro insurrezionale in funzione anti FARC sia nella fase del narcotraffico.
Ma il leader paramilitare e narcotrafficante Salvatore Mancuso ha qualche problema in sospeso anche in Italia per le sue attività nelle quali è coinvolta anche la ‘ndrangheta.
Mancuso risulta coinvolto nell’Operazione “Decollo” che portò all’arresto di 159 persone, tra cui vi erano i boss delle 'ndrine Natale Scali (di Gioiosa Jonica) e Santo Scipione (di San Luca). Mancuso avrebbe fatto arrivare al porto di Gioia Tauro ben 8 tonnellate di cocaina dalla Colombia.
Insomma un personaggio a tinte fosche da ogni punto di vista. E arriverà in aereo, non su un barcone.
Fonte
Salvatore Mancuso, è stato un boss delle cosiddette Autodifese Unite della Colombia (AUC), unità paramilitari di destra sorte contro la guerriglia delle FARC e dell’ELN, apertamente sostenute dalla CIA e dai governi di Bogotà e in stretta connessione con i cartelli del narcotraffico.
Mancuso viene espulso dagli Stati Uniti, dove ha scontato una lunga pena detentiva per narcotraffico nel carcere di Atlanta, e trasferito in Italia.
A riportare la notizia è stato il quotidiano El Tiempo di Bogotà. Il giornale, citando fonti vicine all’avvocato di Mancuso, Joaquin Perez, scrive che: “un giudice federale Usa ha accettato gli argomenti della difesa dell’ex comandante, che è figlio di un emigrato italiano, ed ha ordinato la sua deportazione in Italia”.
Durante l’udienza, riporta El Tiempo, “è stato chiesto ad un procuratore, April Denis Seabrook, se rappresentasse il governo degli Stati Uniti. Lei ha detto di sì ed ha aggiunto che si impegnava a trasferire Mancuso in Italia prima del 4 settembre”.
L’avvocato di Mancuso ha confermato la volontà del suo assistito di essere inviato in Italia. Nell’udienza il giudice ha chiesto di essere informato del luogo in cui Mancuso, una volta libero in Italia, osserverà la quarantena legata alla pandemia.
In questi giorni, sostiene El Tiempo, l’ex leader delle AUC sarà trasferito a New York da dove, hanno spiegato fonti federali Usa, parte un volo della Delta, operato da Alitalia, diretto a Roma. Se effettivo, il trasferimento di Mancuso in Italia e non in Colombia sarebbe dovuto ad errori procedurali commessi in passato dalle autorità colombiane nella richiesta di estradizione.
Il Ministero della Giustizia e la Procura di Bogotà hanno chiesto che Mancuso “compaia davanti alla giurisdizione colombiana, al fine di garantire il raggiungimento della verità, la riparazione che meritano le vittime dei crimini a lui attribuiti”. La richiesta è stata presentata il 15 aprile scorso.
Salvatore Mancuso è stato il numero due di Fidel Castaño, che insieme al fratello Carlos, avevano costiuito l’AUC, (Autodifese Unite della Colombia) un esercito privato dei ricchi e dei proprietari terrieri attivo nelle zone di Cordoba e Uraba.
Per finanziare la loro milizia, Fidel e Carlos Castano, sfruttarono vecchie conoscenze con i narcotrafficanti, tra cui prima Pablo Escobar e poi i suoi concorrenti.
Secondo alcune fonti, Salvatore Mancuso, dal 1996 fu il responsabile della produzione di cocaina nell’area di Cordoba. Otto anni dopo arrivò a produrre 1300 tonnellate di pasta di cocaina l’anno, solo 1000 invece secondo lo stesso Mancuso.
Lo stesso Mancuso ha confessato la sua partecipazione all’assassino di quasi 300 civili in Colombia. Gli viene inoltre contestata la responsabilità in quanto capo delle AUC di vari massacri tra cui: la strage di Mapiripan (nella quale morirono 27 contadini), il massacro de El Aro (nel quale vennero assassinati 15 contadini, presunti pro-guerriglia, per il quale è stato condannato a 40 anni di carcere, mai scontati per l’adesione alla Ley de Justicia y Paz), la strage della Gabarra nel 1999 dove morirono 35 civili, e il famigerato massacro del villaggio di El Salado, quello “in cui sopravvissero solo i cani”.
L’uomo è accusato di 588 omicidi e 136 massacri in Colombia, sia durante la fase contro insurrezionale in funzione anti FARC sia nella fase del narcotraffico.
Ma il leader paramilitare e narcotrafficante Salvatore Mancuso ha qualche problema in sospeso anche in Italia per le sue attività nelle quali è coinvolta anche la ‘ndrangheta.
Mancuso risulta coinvolto nell’Operazione “Decollo” che portò all’arresto di 159 persone, tra cui vi erano i boss delle 'ndrine Natale Scali (di Gioiosa Jonica) e Santo Scipione (di San Luca). Mancuso avrebbe fatto arrivare al porto di Gioia Tauro ben 8 tonnellate di cocaina dalla Colombia.
Insomma un personaggio a tinte fosche da ogni punto di vista. E arriverà in aereo, non su un barcone.
Fonte
21/06/2020
USA - I vincoli che descrivono Marco Rubio
Il senatore Marco Rubio, nuovo presidente ad interim del Comitato Selezionato d’Intelligence del Senato, è un tipo ben collegato; con relazioni pericolose che ritraggono la sua vera caratura.
Marco Rubio, o il “balserito” (balsa = zattera, ndt), come lo chiamava, in maniera derisoria, Donald Trump durante la battaglia per la candidatura presidenziale repubblicana alle elezioni del 2016, è il classico “golden boy” (ragazzo d’oro) che fa una carriera meteorica, da una carica minore come legislatore, sino ai “vertici” del Partito Repubblicano.
Al di là delle prese in giro, barzellette e agli sgambetti che Trump gli ha dato durante la campagna, ed i “colpi” che il giovane candidato gli ha restituito – Rubio ha fatto commenti sul magnate, grossolani quanto l’etica che li caratterizza – il protetto della lobby anti-cubana a Miami si è convertito in un tipo molto vicino al presidente.
Insieme hanno fatto molta strada, in una complicità che, all’inizio, risultava strana a molte persone. L’amicizia, caratterizzata da profondi interessi del potere reale, ora non stupisce più nessuno. Lo showman del caos usa “Marchino” e “Marchino” usa lui.
Marco Rubio si costruì una leggenda di famiglia dicendo che fuggì dall’‘inferno castrista’; tuttavia, è nato nel 1971, negli USA, ed è figlio di immigrati cubani che hanno lasciato il paese prima del trionfo della Rivoluzione.
Nel 2011, il canale Univisión ha rivelato aspetti che Rubio avrebbe voluto mantenere segreti. Il cognato di Rubio, Orlando Cicilia, è stato accusato di “cospirazione per distribuire cocaina e marijuana” e condannato a 25 anni.
La sorella ed il cognato di Rubio hanno lavorato per il narcotrafficante cubano-americano Mario Tabraue, accusato di aver ucciso e smembrato il corpo di un informatore della polizia.
Strettamente legato alla National Rifle Association, il senatore mantiene anche intimi legami con il mondo dei mercenariato corporativo, attraverso Betsy DeVos, imprenditrice e politica USA, attuale segretaria all’istruzione USA, sorella di Erick Prince, ex Navy Seal fondatore dell’appaltatrice Blackwater.
Conosciuto come “il mercenario più famoso del mondo”, Prince era legato a un piano per rovesciare Maduro, nel dicembre 2019. Era un’operazione lampo, un gruppo sarebbe entrato nel Palazzo Miraflores per uccidere il presidente e la sua cerchia più vicina. L’intera operazione sarebbe costata 40 milioni di dollari. Qualsiasi somiglianza con l’Operazione Gedeon, non è una semplice coincidenza.
Strettissimo amico di Álvaro Uribe e membro della cerchia di contatti del narco-paramilitarismo colombiano, il senatore Marco Rubio, nuovo presidente ad interim del Comitato Selezionato d’Intelligence del Senato, è un tipo ben collegato; con relazioni pericolose che ritraggono la sua vera caratura.
Fonte
Marco Rubio, o il “balserito” (balsa = zattera, ndt), come lo chiamava, in maniera derisoria, Donald Trump durante la battaglia per la candidatura presidenziale repubblicana alle elezioni del 2016, è il classico “golden boy” (ragazzo d’oro) che fa una carriera meteorica, da una carica minore come legislatore, sino ai “vertici” del Partito Repubblicano.
Al di là delle prese in giro, barzellette e agli sgambetti che Trump gli ha dato durante la campagna, ed i “colpi” che il giovane candidato gli ha restituito – Rubio ha fatto commenti sul magnate, grossolani quanto l’etica che li caratterizza – il protetto della lobby anti-cubana a Miami si è convertito in un tipo molto vicino al presidente.
Insieme hanno fatto molta strada, in una complicità che, all’inizio, risultava strana a molte persone. L’amicizia, caratterizzata da profondi interessi del potere reale, ora non stupisce più nessuno. Lo showman del caos usa “Marchino” e “Marchino” usa lui.
Marco Rubio si costruì una leggenda di famiglia dicendo che fuggì dall’‘inferno castrista’; tuttavia, è nato nel 1971, negli USA, ed è figlio di immigrati cubani che hanno lasciato il paese prima del trionfo della Rivoluzione.
Nel 2011, il canale Univisión ha rivelato aspetti che Rubio avrebbe voluto mantenere segreti. Il cognato di Rubio, Orlando Cicilia, è stato accusato di “cospirazione per distribuire cocaina e marijuana” e condannato a 25 anni.
La sorella ed il cognato di Rubio hanno lavorato per il narcotrafficante cubano-americano Mario Tabraue, accusato di aver ucciso e smembrato il corpo di un informatore della polizia.
Strettamente legato alla National Rifle Association, il senatore mantiene anche intimi legami con il mondo dei mercenariato corporativo, attraverso Betsy DeVos, imprenditrice e politica USA, attuale segretaria all’istruzione USA, sorella di Erick Prince, ex Navy Seal fondatore dell’appaltatrice Blackwater.
Conosciuto come “il mercenario più famoso del mondo”, Prince era legato a un piano per rovesciare Maduro, nel dicembre 2019. Era un’operazione lampo, un gruppo sarebbe entrato nel Palazzo Miraflores per uccidere il presidente e la sua cerchia più vicina. L’intera operazione sarebbe costata 40 milioni di dollari. Qualsiasi somiglianza con l’Operazione Gedeon, non è una semplice coincidenza.
Strettissimo amico di Álvaro Uribe e membro della cerchia di contatti del narco-paramilitarismo colombiano, il senatore Marco Rubio, nuovo presidente ad interim del Comitato Selezionato d’Intelligence del Senato, è un tipo ben collegato; con relazioni pericolose che ritraggono la sua vera caratura.
Fonte
02/06/2019
Honduras - Nuova ondata di scioperi in
Il 31 maggio, in Honduras, si è svolto l’ennesimo grande sciopero generale contro il neoliberismo e contro l’ondata di privatizzazioni (ad es. della sanità) messa in atto dal governo del presidente Juan Orlando Hernández del PNH (Partido Nacional Honduregno) che ha assunto il suo secondo mandato il 27 gennaio del 2018. Aeroporto bloccato e manifestazioni enormi.
Nelle piazze di tutto il paese si grida “Fuera JOH!”, ovvero, contro il presidente figlio del golpe che destituì il legittimo presidente honduregno Manuel Zelaya, 10 anni fa. A guidare le proteste l’opposizione formata dai sindacati, dal partito LIBRE (Libertad y Refundación) e dal partito PINU-SD ( Partido Innovación y Unidad Social Demócrata).
Negli anni successivi al golpe, la feroce repressione ed un tasso di omicidi altissimo ha causato la fuga di decine di migliaia di rifugiati negli Stati Uniti. Ironia della sorte, come Segretario di stato, Hillary Clinton per prima respinse la concessione di asilo politico e sostenne la loro deportazione. Dopo il colpo di stato, sottolinea lo storico Dana Frank, “una serie di amministrazioni corrotte ha preso il controllo criminale dell’Honduras e del governo”. La violenza legata al traffico di droga è peggiorata mentre governo e polizia sono sempre più corrotti.
La criminalità organizzata, i trafficanti di droga e la polizia ora si spartiscono il Paese. Secondo osservatori internazionali indipendenti l’Honduras è il paese più pericoloso del mondo per gli attivisti ambientali.
Recentemente diversi leader sociali e difensori dei diritti umani di Cauca, tra cui Francia Marquez Mina, vincitrice del Premio Goldman nel 2018 (considerato il “Nobel per l’ambiente”) sono scampate per miracolo ad un attacco armato da parte di forze paramilitari nella zona rurale di Santander de Quilichao, a nord di Cauca.
L’Honduras è da anni uno dei più violenti paesi del pianeta. Alcune delle sue città come Tegucigalpa e San Pedro Sula, sono tra i luoghi che registrano il più alto numero di omicidi in tutto il mondo. Non sorprende quindi che il paese abbia un sistema giudiziario inefficace e forze di sicurezza corrotte, sfruttate da tempo da queste élite, che consentono a grandi gruppi criminali che trafficano droga, a livello internazionale, come i Cachiros, di operare impunemente.
I membri di questa associazione a delinquere reinvestono i proventi delle loro aziende farmaceutiche illecite in attività lecite al fine di ottenere una loro legittimità pubblica. Oltre ai Cachiros, in Honduras sono presenti i Mara Salvatrucha (MS-13) e i Barrio 18. Ci sono anche altre organizzazioni criminali esterne al paese, che fanno grandi affari come i cartelli messicani di Sinaloa, e dei Los Caballeros Templarios, e il cartello colombiano della Valle del Cauca.
Il riconoscimento da parte dell’amministrazione Trump, nel dicembre 2017, della rielezione del presidente Juan Orlando Hernández – dopo un processo elettorale caratterizzato da profonde irregolarità, frodi e violenze – è in continuità con la politica dell’amministrazione Obama e Bush. Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno sempre continuato a dare supporto tecnico-logistico e sostegno finanziario alle forze di sicurezza dell’Honduras nel corso di tutto il decennio successivo al golpe del 2009. La politica dell’amministrazione Trump, in un Paese che viene considerato come il “cortile di casa” di Washington, non è affatto cambiata.
Un golpe, quello di 10 anni fa, voluto e organizzato da Hillary Clinton e in generale dall’amministrazione di Barack Obama che portò all’arresto di Zelaya da parte dei militari. Il colpo di stato di quell’anno e la successiva crisi in cui è sprofondato il Paese, più di ogni altro evento, spiegano l’enorme aumento della migrazione honduregna verso il confine sud degli Stati Uniti, di cui si è parlato tanto recentemente sui grandi mezzi di comunicazione e contro cui Donald Trump ha alzato un muro.
Dopo il golpe militare gli omicidi di candidati politici dell’opposizione, sono aumentati a dismisura mentre la violenza e l’insicurezza sono state esacerbate da un collasso istituzionale generalizzato. In Honduras la mancanza di separazione dei poteri tra la CSJ (Corte Suprema de Justicia de Honduras) il Congresso e l’esecutivo, è stata denunciata dalle opposizioni e dal movimento CADH (Citizen Action against Dictatorship of Honduras). Il potere è infatti concentrato nel CDNS (Consejo Nacional de Defensa y Seguridad) presieduto dallo stesso Hernández.
Degli scioperi e delle grandi proteste di questi ultimi mesi in Honduras contro questo stato di cose e contro “il narcodittatore Hernandéz “, sui nostri media, ovviamente, non troverete nulla di nulla: non è il Venezuela.
Fonte
23/02/2016
HSBC e i dollari dei cartelli
di Michele Paris
“Il riciclaggio di denaro è la linfa vitale dei cartelli della droga messicani” e la banca “HSBC, favorendo queste attività… ha materialmente appoggiato gli atti terroristici dei cartelli” stessi. Così recitano gli atti di una causa legale senza precedenti avviata qualche giorno fa negli Stati Uniti contro il colosso bancario con sede in Gran Bretagna sulla base della legge per l’Anti-Terrorismo del 1996, emendata dopo l’11 settembre 2001.
La denuncia è stata presentata in un tribunale di Brownsville, in Texas, dai parenti di alcune vittime della violenza delle organizzazioni messicane dedite al narco-traffico. La legge a cui i loro legali fanno riferimento consente alle vittime di chiedere risarcimenti alle organizzazioni che sostengono materialmente i gruppi terroristici responsabili.
In realtà, il governo americano non ha mai designato ufficialmente come tali i cartelli messicani, anche se i querelanti citano più di 100 mila omicidi e decine di migliaia di rapimenti solo nell’ultimo decennio come prova della natura terroristica di queste imprese criminali.
Secondi i legali dei richiedenti, la banca HSBC avrebbe riciclato circa 881 milioni di dollari dei cartelli di Sinaloa, Juarez e Los Zetas, tutti implicati negli omicidi dei loro familiari. Due delle vittime in questione sono gli agenti speciali dell’Immigrazione USA, Jaime Zapata e Victor Avila, uccisi da sicari nel 2011 nella città messicana di San Luis Potosì.
Parte della causa sono anche i parenti di Lesley Enriquez Redelfs, al momento della morte incinta di quattro mesi e impiegata presso il consolato americano di Ciudad Juarez, e il marito Arthur Redelfs. I due coniugi erano stati assassinati in questa stessa città del Messico settentrionale nel 2010 di ritorno da una festa di compleanno. Rafael Morales Valencia, infine, sempre nel 2010 venne rapito e ucciso, assieme al fratello e a uno zio, di fronte a una chiesa il giorno del suo matrimonio.
Il caso di Jaime Zapata aveva trovato ampia eco negli Stati Uniti alcuni anni fa, poiché l’arma automatica utilizzata nel suo assassinio era collegata alla controversa operazione clandestina “Fast and Furious”, attraverso la quale gli agenti della AFT (“Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives”) avevano facilitato la fornitura di armi ai cartelli messicani tramite intermediari con l’intento di rintracciare i destinatari finali.
L’accusa di riciclaggio a favore dei narcos messicani contro HSBC è pressoché incontestabile. Nel 2012, infatti, il governo americano aveva accettato un patteggiamento con questa banca, la quale, in cambio di una sanzione da quasi due miliardi di dollari, aveva ammesso di avere riciclato centinaia di milioni di dollari generati dai traffici illeciti dei cartelli e passati attraverso le proprie filiali in Messico e negli Stati Uniti.
A
queste pratiche fa riferimento la denuncia da poco intentata. Negli
atti si legge che “HSBC ha implementato intenzionalmente misure
anti-riciclaggio inadeguate” per “garantire il flusso non documentato di
miliardi di dollari attraverso le proprie banche”. Di ciò ne aveva
parlato pubblicamente anche il responsabile per le operazioni di
anti-riciclaggio di HSBC Messico dopo avere rassegnato le dimissioni.
Per l’ex dirigente, i vertici della banca “non avevano alcun rispetto
per i controlli sul riciclaggio o per i rischi a cui il gruppo poteva
essere esposto”, visto che a caratterizzare la loro condotta era la
“cultura del profitto e degli obiettivi a qualsiasi costo”.
Il caso del 2012 si era in ogni caso concluso praticamente senza conseguenze per HSBC, ad esclusione di una multa di fatto simbolica e che corrisponde a una sorta di dazio da pagare per continuare a fare soldi a palate in violazione della legge.
In quell’occasione, lo stesso Dipartimento di Giustizia USA aveva ammesso che i grandi istituti sono al di sopra della legge, dal momento che, come aveva confermato l’allora assistente del ministro per i crimini finanziari, Lanny Breuer, essi sono ormai troppo grandi e importanti per essere sottoposti a un processo penale. L’incriminazione formale di questi colossi e dei loro vertici, infatti, potrebbe provocare pericolose scosse per il sistema finanziario internazionale.
Addirittura, per molti analisti il denaro riciclato dei cartelli della droga ha costituito un fattore determinante per la sopravvivenza stessa di molte grandi banche dopo la crisi finanziaria del 2008.
A confermare questa realtà era stato anche un rapporto commissionato qualche anno fa dall’allora direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine (UNODC), l’italiano Antonio Maria Costa, secondo il quale “il denaro proveniente dalle attività criminali ha rappresentato l’unico capitale liquido per investimenti a disposizione di molte banche al picco della crisi”, così come “i prestiti interbancari sono stati finanziati dai proventi del traffico di droga”.
La causa legale avviata la settimana scorsa in Texas ha dunque riproposto la questione del ruolo cruciale svolto dalle grandi banche per il successo economico dei cartelli del narco-traffico. Le attività delle prime sembrano essere insomma caratterizzate da un livello di criminalità non di molto inferiore a quelle di questi ultimi.
L’arricchimento di entrambi, inoltre, è reso possibile dalle condizioni create in paesi come il Messico dalle politiche del governo di Washington, principale responsabile del persistere delle condizioni politiche, economiche e sociali in cui i cartelli possono operare.
HSBC non è comunque l’unica banca a essere coinvolta in questi traffici e nemmeno a essere al centro di indagini o negoziati con il governo americano. Ad esempio, Wachovia, acquisita da Wells Fargo nel 2008, aveva pagato al Dipartimento di Giustizia USA una sanzione da 160 milioni di dollari nel 2010 dopo che erano emerse prove dell’attività di riciclaggio presso le sue filiali di almeno 100 milioni di dollari provenienti dal traffico di stupefacenti.
Il fenomeno è però di portata ben maggiore. Secondo alcune stime governative, citate dal sito web investigativo Insight Crime,
i cartelli internazionali della droga riciclerebbero non meno di 85
miliardi di dollari ogni anno attraverso istituti e compagnie registrate
negli Stati Uniti.
Per quanto riguarda il procedimento in corso, il possibile esito appare incerto. Innanzitutto, come già ricordato, le grandi banche come HSBC godono di fatto della protezione del sistema politico e giudiziario negli USA come altrove.
Poi, come ha spiegato alla stampa d’oltreoceano l’ex sottosegretario al Dipartimento del Tesoro, Jimmy Gurulé, “i querelanti dovranno dimostrare che la banca ha fornito appoggio ai cartelli sapendo, o aspettandosi, che il denaro sarebbe stato utilizzato per commettere crimini violenti”. Allo stesso tempo, però, trattandosi di un procedimento civile, l’onere della prova non sarà così pesante come in ambito penale, dove la colpevolezza dell’accusato deve essere dimostrata “al di là di ogni ragionevole dubbio”.
Fonte
“Il riciclaggio di denaro è la linfa vitale dei cartelli della droga messicani” e la banca “HSBC, favorendo queste attività… ha materialmente appoggiato gli atti terroristici dei cartelli” stessi. Così recitano gli atti di una causa legale senza precedenti avviata qualche giorno fa negli Stati Uniti contro il colosso bancario con sede in Gran Bretagna sulla base della legge per l’Anti-Terrorismo del 1996, emendata dopo l’11 settembre 2001.
La denuncia è stata presentata in un tribunale di Brownsville, in Texas, dai parenti di alcune vittime della violenza delle organizzazioni messicane dedite al narco-traffico. La legge a cui i loro legali fanno riferimento consente alle vittime di chiedere risarcimenti alle organizzazioni che sostengono materialmente i gruppi terroristici responsabili.
In realtà, il governo americano non ha mai designato ufficialmente come tali i cartelli messicani, anche se i querelanti citano più di 100 mila omicidi e decine di migliaia di rapimenti solo nell’ultimo decennio come prova della natura terroristica di queste imprese criminali.
Secondi i legali dei richiedenti, la banca HSBC avrebbe riciclato circa 881 milioni di dollari dei cartelli di Sinaloa, Juarez e Los Zetas, tutti implicati negli omicidi dei loro familiari. Due delle vittime in questione sono gli agenti speciali dell’Immigrazione USA, Jaime Zapata e Victor Avila, uccisi da sicari nel 2011 nella città messicana di San Luis Potosì.
Parte della causa sono anche i parenti di Lesley Enriquez Redelfs, al momento della morte incinta di quattro mesi e impiegata presso il consolato americano di Ciudad Juarez, e il marito Arthur Redelfs. I due coniugi erano stati assassinati in questa stessa città del Messico settentrionale nel 2010 di ritorno da una festa di compleanno. Rafael Morales Valencia, infine, sempre nel 2010 venne rapito e ucciso, assieme al fratello e a uno zio, di fronte a una chiesa il giorno del suo matrimonio.
Il caso di Jaime Zapata aveva trovato ampia eco negli Stati Uniti alcuni anni fa, poiché l’arma automatica utilizzata nel suo assassinio era collegata alla controversa operazione clandestina “Fast and Furious”, attraverso la quale gli agenti della AFT (“Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives”) avevano facilitato la fornitura di armi ai cartelli messicani tramite intermediari con l’intento di rintracciare i destinatari finali.
L’accusa di riciclaggio a favore dei narcos messicani contro HSBC è pressoché incontestabile. Nel 2012, infatti, il governo americano aveva accettato un patteggiamento con questa banca, la quale, in cambio di una sanzione da quasi due miliardi di dollari, aveva ammesso di avere riciclato centinaia di milioni di dollari generati dai traffici illeciti dei cartelli e passati attraverso le proprie filiali in Messico e negli Stati Uniti.
Il caso del 2012 si era in ogni caso concluso praticamente senza conseguenze per HSBC, ad esclusione di una multa di fatto simbolica e che corrisponde a una sorta di dazio da pagare per continuare a fare soldi a palate in violazione della legge.
In quell’occasione, lo stesso Dipartimento di Giustizia USA aveva ammesso che i grandi istituti sono al di sopra della legge, dal momento che, come aveva confermato l’allora assistente del ministro per i crimini finanziari, Lanny Breuer, essi sono ormai troppo grandi e importanti per essere sottoposti a un processo penale. L’incriminazione formale di questi colossi e dei loro vertici, infatti, potrebbe provocare pericolose scosse per il sistema finanziario internazionale.
Addirittura, per molti analisti il denaro riciclato dei cartelli della droga ha costituito un fattore determinante per la sopravvivenza stessa di molte grandi banche dopo la crisi finanziaria del 2008.
A confermare questa realtà era stato anche un rapporto commissionato qualche anno fa dall’allora direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine (UNODC), l’italiano Antonio Maria Costa, secondo il quale “il denaro proveniente dalle attività criminali ha rappresentato l’unico capitale liquido per investimenti a disposizione di molte banche al picco della crisi”, così come “i prestiti interbancari sono stati finanziati dai proventi del traffico di droga”.
La causa legale avviata la settimana scorsa in Texas ha dunque riproposto la questione del ruolo cruciale svolto dalle grandi banche per il successo economico dei cartelli del narco-traffico. Le attività delle prime sembrano essere insomma caratterizzate da un livello di criminalità non di molto inferiore a quelle di questi ultimi.
L’arricchimento di entrambi, inoltre, è reso possibile dalle condizioni create in paesi come il Messico dalle politiche del governo di Washington, principale responsabile del persistere delle condizioni politiche, economiche e sociali in cui i cartelli possono operare.
HSBC non è comunque l’unica banca a essere coinvolta in questi traffici e nemmeno a essere al centro di indagini o negoziati con il governo americano. Ad esempio, Wachovia, acquisita da Wells Fargo nel 2008, aveva pagato al Dipartimento di Giustizia USA una sanzione da 160 milioni di dollari nel 2010 dopo che erano emerse prove dell’attività di riciclaggio presso le sue filiali di almeno 100 milioni di dollari provenienti dal traffico di stupefacenti.
Per quanto riguarda il procedimento in corso, il possibile esito appare incerto. Innanzitutto, come già ricordato, le grandi banche come HSBC godono di fatto della protezione del sistema politico e giudiziario negli USA come altrove.
Poi, come ha spiegato alla stampa d’oltreoceano l’ex sottosegretario al Dipartimento del Tesoro, Jimmy Gurulé, “i querelanti dovranno dimostrare che la banca ha fornito appoggio ai cartelli sapendo, o aspettandosi, che il denaro sarebbe stato utilizzato per commettere crimini violenti”. Allo stesso tempo, però, trattandosi di un procedimento civile, l’onere della prova non sarà così pesante come in ambito penale, dove la colpevolezza dell’accusato deve essere dimostrata “al di là di ogni ragionevole dubbio”.
Fonte
27/12/2015
Obama concede l’indulto ai narcotrafficanti, ma non ai prigionieri politici
Secondo informazioni pubblicate dall’Ufficio Stampa della Casa Bianca, il 19 dicembre di quest’anno, Obama ha commutato le sentenze di 95 persone condannate per traffico e spaccio di droga. Inoltre, ne ha commutata una per possesso di armi da fuoco, un’altra per rapina in banca, una terza per falsificazione di documenti e una per frode bancaria. Di queste persone, 40 erano condannate all’ergastolo.
Le persone beneficiate da questa decisione di Obama otterranno la libertà nei mesi tra aprile e dicembre del 2016. Il presidente ha la facoltà di concedere il perdono presidenziale o la commutazione della pena, che riduce la sentenza, ma non cancella la condanna penale.
Il gesto umanitario del Premio Nobel per la Pace ha però delle caratteristiche precise, poiché, malgrado stiano scontando anni di prigione in varie carceri, nessuna delle persone condannate per le proprie idee politiche è stata oggetto della preoccupazione presidenziale di concessione del perdono o di commutazione della pena.
E’ opportuno citare alcuni casi che sono un chiaro esempio di ciò che stiamo segnalando. Questa informazione è del 2013, ma la maggioranza di quelli che appaiono nella lista ancora permangono nelle carceri statunitensi. E’ gradita qualsiasi informazione che ci aiuti ad aggiornare questa lista.
La grande maggioranza delle persone di cui all’elenco, l’unico delitto che ha commesso è avere idee politiche contrarie a quelle del sistema statunitense. La loro incarcerazione è una violazione dei Diritti Umani, della Costituzione e delle Leggi Vigenti negli Stati Uniti.
MOVIMENTO ANARCHICO
Mark Neiween (Migs) NATO Chicago 2012 Prisoner
Sebastian Senakiewicz NATO Chicago 2012 Prisoner
Miguel Balderos
Casey Brezik
Bill Dunne
Marie Mason
Matt Duran
Katherine Olejnik (KteeO)
Matthew “Maddy” Pfeiffer
I QUATTRO DI CLEVELAND
Brandon Baxter
Connor Stevens
Doug Wright
Joshua “Skelly” Stafford
TRE CONTRO LA NATO
Brent Betterly
Jared Chase
Brian Church
MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA
Dr. Abdelhaleem Ashqar
Dr. Rafil Dhafir
Patrice Lumumba Ford
I CINQUE DELLA TERRA SANTA
Ghassan Elashi
Shukri Abu-Baker
Mufid Abdulqader
Abdulrahman Odeh
Mohammad El-Mezain
MOVIMENTO CONTRO LA REPRESSIONE DI POLIZIA
Christopher Monfort
Andrew Mickel
NUOVA LIBERAZIONE AFRICANA
Mumia Abu-Jamal
Zolo Agona Azania
Veronza Bowers Jr.
Sundiata Acoli (C. Squire)
Jamil Abdullah Al-Amin
Joseph “Joe-Joe” Bowen
Fred “Muhammad” Burton
Marshall Eddie Conway
Romaine “Chip” Fitzgerald
Robert Seth Hayes
Freddie Hilton (Kamau Sadiki)
Larry Hoover
Sekou Kambui (W. Turk)
Richard Mafundi Lake
Maliki Latine
Ruchell Cinque Magee
Abdul Majid
Sekou Odinga
Reverend Joy Powell
Ronald Reed
Kojo Bomani Sababu
Dr. Mutulu Shakur
Russell Maroon Shoats
Gary Tyler
I TRE DELL’ANGOLA
Herman Wallace
Albert Woodfox
Chuck Sims Africa
Debbie Sims Africa
Delbert Orr Africa
Edward Goodman Africa
Janet Holloway Africa
Janine Phillips Africa
Michael Davis Africa
William Phillips Africa
I due del NEBRASKA
Ed Poindexter
Mondo We Langa (D. Rice)
I tre di NEW YORK
Herman Bell
Jalil Muntaqim
LIBERAZIONE DELLA TERRA
Eric McDavid
Michael Sykes
Steve Murphy
Justin Solondz
Fran Thompson
PRIGIONIERI INDIGENI
Byron Shane “Oso Blanco” Chubbuck
John Graham
Leonard Peltier
Luis V. Rodriguez
PRIGIONIERI DI GUERRA (PUERTO RICO)
Avelino Gonzalez Claudio
Oscar Lopez Rivera
Norberto Gonzalez Claudio
FRENTE UNIDO DE LIBERACIÓN
Jaan Karl Laaman
Thomas Manning
ALTRI DI LIBERAZIONE NAZIONALE
David Gilbert
Alvaro Luna Hernandez
Hugo Pinell
Tsutomu Shirosaki
NC Almighty Latin Kings and Queens
I CINQUE DELLE ISOLE VERGINI
Abdul Azeez (Warren Ballentine)
Hanif Shabazz Bey (Beaumont Gereau)
Malik Smith
CONTRO LA GUERRA
Bradley Manning
da http://www.contrainjerencia.com – Traduzione di Rosa Maria Coppolino
Fonte
Le persone beneficiate da questa decisione di Obama otterranno la libertà nei mesi tra aprile e dicembre del 2016. Il presidente ha la facoltà di concedere il perdono presidenziale o la commutazione della pena, che riduce la sentenza, ma non cancella la condanna penale.
Il gesto umanitario del Premio Nobel per la Pace ha però delle caratteristiche precise, poiché, malgrado stiano scontando anni di prigione in varie carceri, nessuna delle persone condannate per le proprie idee politiche è stata oggetto della preoccupazione presidenziale di concessione del perdono o di commutazione della pena.
E’ opportuno citare alcuni casi che sono un chiaro esempio di ciò che stiamo segnalando. Questa informazione è del 2013, ma la maggioranza di quelli che appaiono nella lista ancora permangono nelle carceri statunitensi. E’ gradita qualsiasi informazione che ci aiuti ad aggiornare questa lista.
La grande maggioranza delle persone di cui all’elenco, l’unico delitto che ha commesso è avere idee politiche contrarie a quelle del sistema statunitense. La loro incarcerazione è una violazione dei Diritti Umani, della Costituzione e delle Leggi Vigenti negli Stati Uniti.
MOVIMENTO ANARCHICO
Mark Neiween (Migs) NATO Chicago 2012 Prisoner
Sebastian Senakiewicz NATO Chicago 2012 Prisoner
Miguel Balderos
Casey Brezik
Bill Dunne
Marie Mason
Matt Duran
Katherine Olejnik (KteeO)
Matthew “Maddy” Pfeiffer
I QUATTRO DI CLEVELAND
Brandon Baxter
Connor Stevens
Doug Wright
Joshua “Skelly” Stafford
TRE CONTRO LA NATO
Brent Betterly
Jared Chase
Brian Church
MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA
Dr. Abdelhaleem Ashqar
Dr. Rafil Dhafir
Patrice Lumumba Ford
I CINQUE DELLA TERRA SANTA
Ghassan Elashi
Shukri Abu-Baker
Mufid Abdulqader
Abdulrahman Odeh
Mohammad El-Mezain
MOVIMENTO CONTRO LA REPRESSIONE DI POLIZIA
Christopher Monfort
Andrew Mickel
NUOVA LIBERAZIONE AFRICANA
Mumia Abu-Jamal
Zolo Agona Azania
Veronza Bowers Jr.
Sundiata Acoli (C. Squire)
Jamil Abdullah Al-Amin
Joseph “Joe-Joe” Bowen
Fred “Muhammad” Burton
Marshall Eddie Conway
Romaine “Chip” Fitzgerald
Robert Seth Hayes
Freddie Hilton (Kamau Sadiki)
Larry Hoover
Sekou Kambui (W. Turk)
Richard Mafundi Lake
Maliki Latine
Ruchell Cinque Magee
Abdul Majid
Sekou Odinga
Reverend Joy Powell
Ronald Reed
Kojo Bomani Sababu
Dr. Mutulu Shakur
Russell Maroon Shoats
Gary Tyler
I TRE DELL’ANGOLA
Herman Wallace
Albert Woodfox
Chuck Sims Africa
Debbie Sims Africa
Delbert Orr Africa
Edward Goodman Africa
Janet Holloway Africa
Janine Phillips Africa
Michael Davis Africa
William Phillips Africa
I due del NEBRASKA
Ed Poindexter
Mondo We Langa (D. Rice)
I tre di NEW YORK
Herman Bell
Jalil Muntaqim
LIBERAZIONE DELLA TERRA
Eric McDavid
Michael Sykes
Steve Murphy
Justin Solondz
Fran Thompson
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Byron Shane “Oso Blanco” Chubbuck
John Graham
Leonard Peltier
Luis V. Rodriguez
PRIGIONIERI DI GUERRA (PUERTO RICO)
Avelino Gonzalez Claudio
Oscar Lopez Rivera
Norberto Gonzalez Claudio
FRENTE UNIDO DE LIBERACIÓN
Jaan Karl Laaman
Thomas Manning
ALTRI DI LIBERAZIONE NAZIONALE
David Gilbert
Alvaro Luna Hernandez
Hugo Pinell
Tsutomu Shirosaki
NC Almighty Latin Kings and Queens
I CINQUE DELLE ISOLE VERGINI
Abdul Azeez (Warren Ballentine)
Hanif Shabazz Bey (Beaumont Gereau)
Malik Smith
CONTRO LA GUERRA
Bradley Manning
da http://www.contrainjerencia.com – Traduzione di Rosa Maria Coppolino
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