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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/06/2023

Colombia - Cosa succede nel Paese?

Nove mesi fa è stato eletto il nuovo presidente Gustavo Petro, nella coalizione del Pacto Histórico, sulla base di poche ma chiare parole d’ordine: pace, cambiamento e lo slogan reso famoso dalla vicepresidente Francia Márquez: “Vamos a vivir sabroso”.

Il progetto di Petro e Márquez, che in questi mesi sta prendendo forma, intende fare della Colombia una potenza mondiale della vita, il che è stato declinato tanto sul lato ambientalista – con i progetti di tutela della biodiversità di questo paese – ma altrettanto sul piano sociale. È soprattutto quest’ultimo che mette in discussione gli attuali rapporti di forza tra le classi in Colombia.

Prima di entrare nel merito delle riforme sociali del governo del Cambiamento, è bene tener presente che la Colombia è un paese smaccatamente classista, è stato governato per anni dalla destra più reazionaria, e – tanto per fare due esempi riguardo alla politica estera – è il paese del Sud America più vicino alla NATO, in termini di collaborazione militare; invece rispetto all’organizzazione sociale interna basti pensare che le città sono divise in Comunas con estratos che vanno dal 1 (quartieri in cui a mala pena esiste l’acqua potabile) al 6 (quartieri con standard di vita paragonabili ai Parioli di Roma se non migliori).

Inoltre, la questione della violenza è tutt’altro che risolta, esistono ancora “barriere invisibili” nei barrios, limiti da non oltrepassare pena la vita, in quanto territorio in mano a bande criminali/mafiose.

La famosissima Comuna 13 di Medellín, nonostante la forte spinta turistica di questi ultimi anni, è ancora una zona in cui i barrios si aprono di giorno (solo per i turisti) e si richiudono di notte; se sei originario di un quartiere non puoi lavorare nell’altro, non puoi andare a comprare, non puoi nemmeno passarci senza pagare “l’ingresso”, con il pizzo se sei un commerciante o con la vita.

In sostanza è un paese in cui, a parte in alcune zone circoscritte, esiste una disuguaglianza spaventosa fra chi non ha praticamente niente e chi invece vive nello sfarzo più assoluto.

In questo contesto il governo di Petro e Francia Márquez, ha avviato un processo di riforma radicale (appunto “Il Cambiamento”), per il momento basato su tre grandi riforme: la riforma delle pensioni, la riforma del lavoro e la riforma della sanità.

Tre temi di sinistra, affrontati in direzione opposta alle politiche liberal-conservatrici finora adottate. A queste si associa un approccio del governo nei confronti delle organizzazioni armate presenti nel paese diverso rispetto al passato.

Gustavo Petro intende dar forza al Proceso de Paz, ovvero creare quelle condizioni sociali perché le persone non siano obbligate ad arruolarsi in bande criminali e allo stesso tempo concertare con le organizzazioni armate le condizioni della pace (in particolare con FARC e ELN), a differenza dei governi Uribisti, che hanno fatto diventare la Colombia praticamente un narcostato sviluppando una narrazione paternalista e repressiva del conflitto armato nel paese, il che non ha fatto altro che incrementare il fenomeno dei Falsos positivos.

Ovvero, campagne propagandistiche contro il narcotraffico con cui i governi individuavano il numero di criminali afferenti all’organizzazione da colpire, i quali avrebbero dovuto essere eliminati/arrestati, ma che in realtà venivano presi tra i leader sociali, gli attivisti, i poveri e gli emarginati che nulla avevano a che fare con la droga.

Si può affermare senza ombra di dubbio che il nuovo governo sta attuando una linea politica progressista di sinistra, in cui la caratteristica principale è l’impronta sociale delle riforme.

La scandalo delle riforme

Come già anticipato, il dibattito politico in questi nove mesi si è concentrato sulle riforme delle pensioni, del lavoro e della sanità.

La prima di queste intende dare una pensione anche a chi non ha contribuito negli anni passati con un salario; ad oggi solo una persona su quattro ha diritto ad una pensione in Colombia, il che crea una condizione di indigenza della maggioranza delle persone fuori dall’età lavorativa.

La riforma del lavoro invece persegue tre obiettivi: la fissazione dell’orario di lavoro ad otto ore (attualmente non esiste un limite all’orario di lavoro, normalmente chi lavora lo fa per 10/12 ore al giorno); il pagamento delle ore di lavoro notturne, equiparate fino a questo momento alle ore di lavoro diurno; l’eliminazione del gap di genere negli ambienti di lavoro e l’equiparazione dei salari tra uomini e donne.

La riforma sulla sanità, che risulta la più avanzata in termini di approvazione legislativa, con l’84% del testo approvato, intende far diventare la salute e la prevenzione un diritto omogeneamente diffuso su tutto il territorio, e non un privilegio degli abitanti degli estratos alti.

Tra i primi atti della riforma c’è l’intenzione di ampliare la direzione pubblica della Drogas La Rebaja, un’azienda farmaceutica di Stato che produce vaccini.

Chiunque abbia un minimo di coscienza riterrebbe queste riforme non certo rivoluzionarie, ma sicuramente necessarie, invece l’opposizione di destra a questo governo – ancora supporter di personaggi condannati dalla Storia recente di queste paese come l’ex presidente Ivan Duque – è entrata in forte fibrillazione e cerca di riprodurre il tipico copione reazionario latino americano.

Così come per Pedro Castillo in Perú e Lula in Brasile, solo per fare due esempi, tramite i mezzi di comunicazione, la destra ha avviato una campagna di destabilizzazione del governo che Petro ha immediatamente chiamato con il suo nome “Golpe blando”.

Attraverso la rivista Semana, un mezzo d’informazione tra i più volgari e razzisti che esistono nel paese, due membri del governo – l’ambasciatore colombiano in Venezuela, Armando Benedetti, e la capa del Gabinetto, Laura Sarabia – sono stati accusati di abuso di potere.

Il primo, secondo la rivista Semana, famosa per la contraffazione di audio e intercettazioni, avrebbe affermato che senza i fondi ricavati dalle organizzazioni armate il Pacto Histórico non avrebbe mai vinto le elezioni (soprattutto nell’aria della costa pacifica); a questo si associa ovviamente una narrazione ributtante di continuo screditamento delle FARC e dell’ELN, responsabili – per i media nazionali – di ogni male del paese.

Laura Sarabia invece è accusata di aver mobbizzato la propria bambinaia in seguito alla sottrazione da parte della dipendente di una valigia piena di soldi, la stampa afferma però che la bambinaia avrebbe rapporti con gruppi paramilitari.

La destra, tuttavia, non usa solo la stampa per le proprie campagne, ma anche le istituzioni del paese e gli apparati burocratici che ancora sono fortemente ancorati ai sistemi para-mafiosi e clientelari dei governi precedenti.

Tanto che se la Semana fa propaganda, il CTI (Cuerpo Técnico de Investigación de la Fiscalía General della Nación) avvia le indagini e provoca la crisi di governo in corso.

Una crisi tutta interna alle istituzioni che nulla ha a che fare con la legittimità del governo, ma forte abbastanza da costringere David Racero, il presidente della Camera in quota al Pacto Histórico, a sospendere il dibattito legislativo sulle tre riforme.

Il governo, nei mesi scorsi, ha promosso un dibattito realmente democratico su queste tre riforme, coinvolgendo i sindacati e tutti i corpi intermedi della società, oltre che ovviamente il popolo colombiano. Nella macchina del fango messa in moto dalla destra tramite i mezzi di informazione in suo possesso, il presidente è anche stato accusato di autoritarismo rispetto all’iter seguito.

Nella realtà, a sostenere il Cambiamento è il popolo e non solo il Pacto Histórico e i suoi leader, come dimostrano le manifestazioni convocate dallo stesso presidente nel mese di marzo, quella del primo maggio e l’ultima, del 7 giugno, che ha dato una forte risposta di piazza al Golpe Blando e a favore del Cambiamento.

A differenza dei presidenti precedenti, coinvolti in scandali ben più profondi di questo, Gustavo Petro ha immediatamente sospeso sia l’ambasciatore sia la capo di Gabinetto e, nonostante sia consapevole della propaganda contro la coalizione che lo sostiene, ha insistito affinché si indagasse su queste infamanti accuse.

Un segno della diversità di un presidente sostenuto dal popolo, che non ha problemi a mettere in discussione se stesso e i membri del governo di fronte a paventati scandali.

E allora Mancuso? E allora D’Alema?

La Storia della Colombia è attraversata da scandali, spesso lasciati nel dimenticatoio sia dei media che della politica nazionale e internazionale, è questo il caso di due esempi piuttosto recenti.

Il primo riguarda le dichiarazioni di Salvatore Mancuso, colombiano di padre italiano, capace di fare arrivare 8 tonnellate di cocaina nel porto di Gioia Tauro e condannato a 15 anni di carcere negli Stati Uniti.

 In Colombia è accusato di oltre 5.200 atti di violenza, come omicidi, sparizioni forzate e violenze di genere, nel suo ruolo di jefe dell’AUC (Autodefensas Unidas de Colombia, un’organizzazione paramilitare di ultradestra attiva nel narcotraffico).

Nel 2020 ha deciso di collaborare con la JEP (Jurisdicción Especial para la Paz), e le dichiarazioni che sta facendo sollevano scandali grossi come l’intera cordigliera andina. Queste hanno una portata talmente ampia da meritare uno spazio dedicato, ci limitiamo qui ad accennarne qualcuna.

Mancuso ha avuto strette collaborazioni con gli apparati dello stato e ha dichiarato di aver appoggiato tramite la sua organizzazione l’elezione del presidente Pastrana e di Alvaro Uribe.

Inoltre, in collaborazione con lo Stato e il presidente della Colombia Francisco Santos (2002-2010) e all’epoca sindaco della capitale, durante l’avanzamento della guerriglia delle FARC verso Bogotá, ha occupato con l’AUC i territori della metropoli opponendosi alla guerriglia.

Sia Uribe che Pastrana hanno denunciato Mancuso per false dichiarazioni, ma per la JEP una cosa è chiara: la commistione tra Stato e AUC ha permesso l’espansione territoriale ed economica di questa organizzazione di narcos, più di 250 dirigenti politici, 72 congressisti e 15 governatori sono stati già condannati con l’AUC in uno scandalo chiamato parapolítica.

Inoltre, Mancuso ha segnalato numerose fosse comuni in cui sono seppelliti centinaia di persone nel nord del paese, al confine con il Venezuela, scavate in collaborazione con i militari colombiani.

Sempre nel nord del paese l’AUC è stata responsabile della smobilitazione di parte dei guerriglieri dell’ELN nel 1996, rivelando che è stata una smobilitazione fittizia che in realtà ha trasferito gli armamenti di buona qualità in dotazione all’ELN ai gruppi dell’AUC, mentre il governo dell’epoca si vantava appunto della vittoria sui guerriglieri armati dell’Esercito di liberazione.

In ultimo, le collaborazioni dell’AUC, secondo le rivelazioni di Mancuso non si sono fermate agli apparati politici ma sono arrivate ai massimi vertici di alcune multinazionali come la Drummond, azienda petrolifera, già accusata in passato di relazioni con i narcotrafficanti, e la più nota alle latitudini europee Bavaria.

Un’azienda dal passato colonialista, responsabile nella storia del paese di aver imposto il consumo di birra con campagne denigratorie e razziste delle bevande autoctone.

Di tutto ciò ovviamente i media nazionali non parlano, badano invece a costruire campagne per screditare questo governo.

Venendo ancora più vicino all’Italia è emersa anche nelle aule di tribunale, la vicenda di D’Alema e Profumo e della compravendita di aerei e mezzi da guerra proprio durante le grandi mobilitazioni del Paro Nacional del 2021, quando era in carica il governo di Duque, la marionetta di Uribe.

Sembrerebbe che D’Alema abbia fatto da intermediario per una commessa militare tra Leonardo, con a capo Profumo, e il governo colombiano anche attraverso relazioni con gruppi criminali negli Stati Uniti, con tanto di mazzette milionarie per i politici colombiani.

Lo riportiamo per mettere in evidenzia il ruolo, per i tribunali ancora presunto, dei cosiddetti “ex-comunisti” e delle aziende di Stato italiane nelle dinamiche del Sud America: relazioni con corrotti, criminali, mafiosi e reazionari della destra più estrema.

Per concludere, di fronte ai ventilati scandali del Pacto Histórico, restano i fatti di questo governo e il sostegno popolare di cui godono Gustavo Petro e Francia Márquez.

Le riforme, i rinnovati rapporti con il Venezuela e l’apertura delle frontiere, gli accordi di pace con FARC e ELN, come l’ultimo cessate il fuoco firmato a Cuba tra il governo colombiano e il jefe dell’ELN, Pablo Beltrán, alla presenza del presidente Díaz Canel.

Sono piccoli passi verso il Cambiamento in un contesto certamente difficile, in cui le condizioni sociali della popolazione sono pessime e il conflitto armato nel paese causa ancora morti e spaventose contraddizioni nella popolazione.

Fonte

05/09/2020

Colombia - La pace tradita, la “parapolitica” e i massacri

Nelle ultime settimane la Colombia è tornata a fare notizia. Il mese di agosto si è contraddistinto per l’arresto ai domiciliari dell’ex-presidente Alvaro Uribe — accusato di aver comprato testimoni in una causa per associazione paramilitare — e per l’elevato numero di massacri registrato in varie delle zone più povere del Paese (si è arrivati così a oltre 40 stragi nel 2020).

Ripercorrendo sommariamente le fasi che hanno portato fin qui, va ricordato che il 24 novembre del 2016, a L’Avana, è stato siglato l’accordo di pace tra lo Stato borghese colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo (FARC-EP), ponendo così l’apparente parola “fine” a oltre 50 anni di conflitto armato. L’accordo prevedeva l’abbandono e consegna delle armi da parte delle FARC-EP, l’indulto e il reinserimento nella vita civile dei guerriglieri semplici, il riconoscimento dei crimini di stato con i corrispettivi risarcimenti alle vittime civili, la consegna di terre ai contadini poveri e una maggiore presenza dello Stato nei territori più dimenticati e arretrati. Per indagare e giudicare dirigenti della guerriglia, così come membri alle Forze dell’Ordine e attori terzi (paramilitari), fu costituita la Giurisdizione Speciale per la Pace (JEP, in spagnolo). Questa giustizia speciale doveva avere, in teoria, l’obiettivo di raggiungere la verità sui diversi crimini avvenuti durante la guerra interna, risarcire le vittime, garantire a loro l’accesso alla giustizia, combattere l’impunità, garantire agli attori coinvolti la sicurezza giuridica e contribuire alla costruzione di una pace solida e duratura[1]. Le FARC-EP dopo la firma dell’accordo sono diventate un partito politico legale con rappresentanza in parlamento, assumendo la denominazione di Forza Alternativa Rivoluzionaria del Comune (FARC) noto anche come Partito della Rosa.
Nei fatti, però, l’impegno governativo è stato deficitario e lento, l’abbandono e la consegna delle armi è divenuto un atto unilaterale a cui non sono corrisposte nei fatti le garanzie giudiziarie pattuite per gli appartenenti alla ex guerriglia, così come non vi è traccia dell’implementazione delle politiche di giustizia sociale previste nell’accordo.
Questi fatti, secondo alcuni esponenti delle FARC come Iván Márquez[2], Edison Romaña e Jesús Santrich corrispondono al tradimento (ennesimo) degli accordi da parte dello Stato borghese colombiano che prosegue con le sue politiche controinsurgenti di sterminio. Infatti, il 9 aprile del 2018, venne imprigionato Jesús Santrich, delegato per la guerriglia ai negoziati e senatore eletto per il partito FARC, accusato di narcotraffico da un tribunale di New York, che chiese la sua estradizione negli Stati Uniti. Il processo è stato segnato dall’ingerenza dell’ambasciatore statunitense a Bogotà, Kevin Whitaker e dalle pressioni della DEA Americana, ed è stato definito una “farsa” non solo dal partito FARC, ma anche dall’ex-presidente Ernesto Samper[2]. La JEP ha deciso di non estradare Santrich e, infine, il 29 maggio 2019 la Corte Suprema ha ordinato la sua scarcerazione.

Il caso di Santrich non è isolato. Eclatante è la situazione di Simón Trinidad, ex-comandante del Blocco Caribe, detenuto nel 2004 in Ecuador ed estradato negli Stati Uniti dal governo di Álvaro Uribe. Trinidad, un uomo di 70 anni, sta scontando una pena di 60 anni in un carcere di massima sicurezza a Florence, Colorado. Tra le vittime dell’ingerenza statunitense nella giustizia colombiana c’è anche la guerrigliera “Sonia”, che ha dovuto subire una condanna di 11 anni in un carcere americano e ancora oggi, in Colombia, si trova sotto libertà vigilata.

Una strage di firmatari della pace e non solo

Dopo la firma dell’accordo si è registrato un vero e proprio boom di omicidi di ex-guerriglieri e persone attive al fianco delle fasce più vessate della società colombiana. Dal 24 novembre 2016 al 15 luglio 2020 sono state uccise 921 persone tra leader indigeni, contadini, neri, sindacalisti, donne e ambientalisti; a questi si aggiungono gli oltre 200 ex-combattenti uccisi in meno di 4 anni. Di questi omicidi, oltre 200 si sono registrati nel solo 2020 e quasi 100 durante il periodo di “lockdown” per il covid19[3][4].
Con il disarmo della principale forza di opposizione, l’establishment ha trovato via libera per sottomettere ogni voce di protesta mediante la violenza. L’accordo di pace che apparentemente doveva servire ad “allontanare le armi dalla politica”, in realtà è servito per lo sterminio fisico degli oppositori.
La precaria situazione ha obbligato centinaia di guerriglieri – dissidenti rispetto alla direzione opportunista del Partito della Rosa – a tornare sui monti e riprendere le armi, ritenendo che le cause politiche e sociali che hanno dato origine al conflitto armato non sono state superate, né tantomeno lo è il terrorismo di Stato. Tra questi si trovano lo stesso Jesús Santrich (riuscito ad evadere ai controlli che pesavano su di lui), Oscar Montero “El Paisa” e Iván Marquez, comandante del Blocco Sud e del Blocco Caribe, i quali nell’agosto del 2019 hanno dato vita alla nuova organizzazione armata delle FARC-EP, “Segunda Marquetalia”, che si pone in continuità con l’organizzazione originaria riprendendo il cammino dei comandanti Marulanda e Jacobo Arenas iniziato nel 1964. In merito si è espresso il Partito Comunista Clandestino di Colombia (PCCC, storico braccio politico della guerriglia): «I comunisti hanno il dovere etico e politico di rispettare e considerare le ragioni di chi crede nella via della rivolta armata, senza perdere di vista il fatto che non sono stati i ribelli in Colombia a generare le cause dello scontro, né sono stati loro a tradire gli accordi. È quindi una mascalzonata accusarli di essere “disertori della pace”. La determinazione a continuare nella clandestinità non obbedisce a capricci della guerriglia o dei comunisti che vedono chiusi o troppo ristretti gli spazi per la lotta aperta. E questa posizione che deriva da una necessità imposta dal carattere del regime, non toglie nulla alla condizione politica che ispira le nostre ragioni. Tantomeno quando ogni giorno non solo si moltiplicano le cause all’origine della rivolta armata ma sono più evidenti e straripa la guerra sporca e la persecuzione contro chiunque non coincida con le politiche dell’establishment»[5].

E mentre i guerriglieri che hanno accolto il processo di pace continuano a morire assassinati insieme a militanti e dirigenti di realtà che operano nel sociale, la stampa borghese e il governo borghese e filo-americano di Ivan Duque si impegnano a definire coloro che sono tornati alle armi come “narcotrafficanti che non rispondono ad alcuna ideologia”, cercando così di sottrarre al conflitto colombiano la sua vera natura politica, banalizzandolo con la semplice violenza da criminalità. Questa viscida calunnia è alimentata anche dai dirigenti opportunisti del partito della Rosa, in particolare Timoleón Jiménez (Timochenko) e Carlos Antonio Lozada, responsabili della linea capitolatrice con il tradimento della causa e la rinuncia ai principi comunisti, secondo quanto affermato in una recente intervista da Jesús Santrich che riferisce – tra le altre cose – come la “consegna delle armi” non fu mai concordata e approvata ma fu frutto di una imposizione fraudolenta da parte della dirigenza, attraverso la distorsione della linea e la manipolazione della comunicazione interna[6].

Agosto segnato dal sangue

Che il processo di pace sia ormai in frantumi a causa del tradimento e della perfidia istituzionale al servizio dell’oligarchia lo si può vedere dal numero di massacri registrati quest’anno (almeno 40). Solo durante il mese di agosto, si sono registrati 10 massacri in diversi punti del Paese che hanno prodotto una cinquantina di morti, molti dei quali minorenni. Quello che ha fatto più scalpore — per la giovane età delle vittime — si è registrato la sera del 11 agosto a Cali, quando 5 ragazzi neri di età comprese tra i 13 e i 16 anni, sono stati uccisi in un campo di canna da zucchero senza un apparente motivo. Pochi giorni dopo si sono registrati altri massacri nei dipartimenti di Cauca e Nariño (Sud), due delle zone con maggiori coltivazioni di coca al mondo. A Corinto (Cauca) due indigeni sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco dall’esercito, mentre venivano sgomberati forzatamente dai loro insediamenti[7].
Secondo il governo colombiano, le morti sono dovute a “scontri tra bande armate legate al narcotraffico”, e tra queste “bande” segnala anche i gruppi guerriglieri (FARC-EP, ELN, EPL) che respingono queste false accuse attribuendo i massacri alla polizia e esercito in alleanza con i gruppi paramilitari dei narcos che agiscono con impunità.
Il presidente Iván Duque ha chiesto di non chiamarli massacri ma “omicidi collettivi”[8], cercando con questo eufemismo di nascondere la realtà e la gravità di quanto sta avvenendo. Il governo ha ammesso che le vittime degli “omicidi collettivi” degli ultimi due anni salgono a quota 188. [9]

Álvaro Uribe: la figura più influente della politica colombiana, ora ai domiciliari

La politica colombiana degli ultimi 20 anni è stata segnata in modo indelebile dalla presenza di Álvaro Uribe Vélez, presidente durante due periodi consecutivi (2002-2006, 2006-2010), viene considerato l’ideatore e propulsore dei gruppi paramilitari colombiani (responsabili — secondo l’ONU — dell’80% delle vittime civili della guerra interna)[10] così come della loro infiltrazione nella politica che conta. A suo carico pesano accuse per paramilitarismo, narcotraffico, compravendita di testimoni e voti, stragismo e altro ancora, accuse che portano il numero di denunce contro di lui intorno a 200. Uribe viene anche segnalato come il principale responsabile dei “falsos positivos”[11] (falsi positivi, eufemismo per riferirsi ai civili innocenti uccisi nel periodo 2006-2009 dall’esercito e fatti passare come guerriglieri, in modo da riscuotere premi economici). Infatti fu durante il suo governo che venne emesso il Decreto 029 del ministero della difesa, dove si introducevano incentivi economici per le unità dell’esercito in base alla quantità di sovversivi abbattuti.

Iniziatosi in politica nella Medellin dei primi anni Ottanta, fu eletto senatore nel 1986. Nel ’91 fu incluso in una lista di sospetti alleati del narcotraffico elaborata dall’intelligence americana. Nel '95 divenne governatore del dipartimento di Antioquia (Medellin, nordovest), da dove finanziò e incentivò la conformazione delle Convivir (cooperative di vigilanza dei proprietari terrieri contro i gruppi guerriglieri, che più tardi sarebbero passate alla clandestinità come Autodifese Unite di Colombia (AUC), organizzazione paramilitare responsabile di almeno 100 mila morti in dieci anni). Durante la sua gestione si registrarono in Antioquia i massacri paramilitari di San Roque, La Granja ed El Aro. Proprio in riferimento ai fatti di El Aro le testimonianze parlarono di almeno un elicottero del governo di Antioquia che sorvolò più volte il paese e si fermò a rifornire i paramilitari mentre seviziavano la popolazione[12].

Nonostante i legami narco-paramilitari e i massacri, i media riuscirono a presentare Uribe come un politico determinato e un efficiente amministratore pubblico. Grazie a questa buona pubblicità e al sostegno dell’oligarchia colombiana, Uribe raggiunse nel 2002 la presidenza di una Colombia che aveva il 40% del territorio sotto il controllo delle FARC e dell’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale).
Gli interessi imperialisti di Washington in territorio colombiano portarono milioni di dollari in equipaggiamento militare per l’esercito, il quale, insieme a una strategica alleanza con i paramilitari, riuscì a far retrocedere la guerriglia ai minimi storici, riportando la guerra nelle campagne lontane dai centri urbani, dove i crimini sarebbero passati inosservati da buona parte dell’opinione pubblica.
La complicità dei media nazionali e internazionali fu fondamentale per permettere al governo di Uribe di condurre una guerra sporca non solo contro la guerriglia, ma contro ogni elemento di opposizione politica e sociale. Spionaggio contro politici e attivisti, simbiosi tra esercito e paramilitari e l’entrata del paramilitarismo in politica, furono la marca da bollo dei due governi Uribe. E così, mentre in Colombia dal 2002 al 2010 si sono registrati 403 massacri, 6430 omicidi politici e oltre 24 mila sparizioni, all’estero la figura di Uribe Vélez si ergeva come il contrappeso a quella di Hugo Chávez. Il modello colombiano di “pugno di ferro” contro la guerriglia e di politiche neoliberiste veniva spacciato come “l’alternativa di successo” al modello chavista in Sudamerica.

Nessuno tra i grandi media borghesi osò mai criticare la fusione tra Stato e paramilitari avvenuta durante il suo governo, non ci furono sanzioni dell’UE per le continue violazioni dei diritti umani e gli USA non pensarono mai di “portare la democrazia” lì, anzi, nel 2009 gli vennero concesse 7 basi in territorio colombiano (misura poi fermata dalla Corte Costituzionale)[13].

L’uribismo ancora oggi è la forza politica maggioritaria e più influente in Colombia. Entrambi i successori di Uribe provengono infatti da questa corrente: Juan Manuel Santos, ex-presidente che firmò la pace con le FARC-EP, è un fuoriuscito dell’uribismo, mentre l’attuale presidente, Iván Duque, è un fedelissimo uribista (tanto da venire considerato un burattino).

Ma la popolarità di Uribe è direttamente proporzionale al numero di cause aperte contro di lui (15 davanti alla Corte Suprema e 45 in commissione legislativa). Quando Uribe era senatore, nel 2014, il deputato del Polo Democratico Alternativo (centro-sinistra), Ivan Cepeda, lo accusò di avere fondato, insieme a suo fratello Santiago, un gruppo narco-paramilitare appartenente alle AUC. Per avallare le sue accuse, Cepeda presentò le testimonianze di alcuni ex-paramilitari, tra cui Juan Guillermo Monsalve, appartenente al Blocco Metro delle Autodifese. Monsalve affermò che in una tenuta di proprietà dell’ex-presidente si svolsero alcune riunioni per pianificare dei massacri che poi sono stati eseguiti da questi gruppi paramilitari.

Come risposta a questa accusa, l’ex-presidente presentò una denuncia per calunnie contro Cepeda davanti alla Corte Suprema. Alcuni degli ex-paramilitari, come Monsalve, che prima avevano testimoniato contro Uribe, davanti alla Corte fecero “dietrofront”, modificando radicalmente le loro versioni. Questo comportamento insospettì i magistrati, che cominciarono a indagare sui testimoni. Fu così che scoprirono che Uribe, tramite il suo avvocato Diego Cadena, aveva esercitato pressioni sui testimoni per farli ritrattare. Monsalve afferma di avere in possesso la registrazione del momento in cui l’avvocato gli intimò di cambiare versione. Altri testimoni hanno riconosciuto di avere ricevuto soldi da parte di Cadena. L’avvocato ha anche ammesso di avere consegnato piccole somme di denaro agli ex-paramilitari, ma a modo di “aiuto umanitario”. Fu così che lo scorso 4 agosto, la Corte Suprema ha ordinato l’arresto di Álvaro Uribe[14]. Una misura senza precedenti in un Paese che comunque è abituato a vedere gli ex-presidenti sul banco degli imputati.

Risulta evidente che l’influenza di Uribe non coinvolge solo la politica, ma anche il mondo della criminalità narco-paramilitare. Durante la sua presidenza — a tradimento — fece estradare negli Stati Uniti diversi capi paramilitari, suoi alleati nei primi anni di governo. Tra questi si trovano Salvatore Mancuso, Diego Murillo (“Don Berna”) e Rodrigo Tovar Pupo (“Jorge 40”), richiesti dalla giustizia americana per traffico di cocaina. In questo modo Uribe riuscì a tenere lontani e a tacitare possibili “testimoni scomodi”. Al giorno d’oggi è minimo il numero di paramilitari rimpatriati in Colombia.

Salvatore Mancuso: un’estradizione in Italia che potrebbe sancire la totale impunità

L’ultimo capo noto delle AUC è stato Salvatore “El Mono” Mancuso, proprietario terriero e narcotrafficante di origini salernitane. La giustizia colombiana lo ritiene responsabile di almeno 30 mila crimini[15] — quasi tutti contro l’umanità — tra gli anni 90 e il 2005, quando si accodò al processo di smobilitazione delle autodifese. Nel 2008 è stato estradato negli Stati Uniti, dove ha scontato una pena di 190 mesi per narcotraffico. Dal carcere ha raccontato di avere collaborato con Álvaro Uribe prima e durante il suo governo. Ha anche parlato del rapporto simbiotico che esisteva tra paramilitari e partiti politici durante gli anni duemila (la cosiddetta “parapolitica”).

Mancuso non ha ancora pagato per le migliaia di crimini commessi in Colombia, e probabilmente non lo farà mai, dati i tentativi di deportarlo in Italia, dove lo attende la Procura di Catanzaro per i suoi legami con la ‘Ndrangheta[16].

Risulta paradossale che a gestire il rimpatrio di Mancuso in Colombia sia stato proprio un suo vecchio socio nel malaffare, Francisco “Pancho” Santos, attuale ambasciatore della Colombia negli Stati Uniti. Pancho Santos giudizialmente risulta complice di Mancuso nella conformazione di squadroni della morte nelle città di Bogotà e Bucaramanga nel 2000.
Forse è un caso, ma la procedura di estradizione avanzata dallo stato colombiano agli Stati Uniti ha presentato degli errori che hanno permesso agli avvocati di Mancuso di rigirare la frittata e riuscire ad evitare la giustizia colombiana, con il trasferimento in Italia che era previsto per il 4 settembre. Procedura che è stata però fermata il 29 agosto, con le autorità statunitensi che hanno cambiato a sorpresa la sentenza decidendo per l’estradizione in Colombia senza che sia però ancora esecutiva dando la possibilità di fare appello per rimanere negli Stati Uniti.
Oltre ai massacri, omicidi e sparizioni mai chiarite di sindacalisti, dirigenti e attivisti sociali, comunisti e popolazione civile “colpevole” di vivere su terreni che dovevano diventare piantagioni o miniere, Mancuso è testimone fondamentale in innumerevoli operazioni di riciclaggio del narcotraffico tramite società di cui deteneva quote e che si sono avvalse delle banche colombiane a tale scopo. Le sue dichiarazioni possono segnare un punto di svolta nella ricerca dei mandanti di centinaia di morti che hanno scosso la Colombia dagli anni '90 ad oggi. Vedremo gli sviluppi, ma, a quanto pare, per buona parte dell’establishment colombiano, vale molto di più il suo silenzio.

Fonte

28/08/2020

Un narcofascista pluriomicida colombiano arriva in Italia, libero

Arriverà in Italia con un volo Delta proveniente da New York. L’uomo si chiama Salvatore Mancuso Gomez, figlio di un italiano di Sapri emigrato in Colombia. Un nome che ha seminato terrore nella Colombia degli scorsi decenni.

Salvatore Mancuso, è stato un boss delle cosiddette Autodifese Unite della Colombia (AUC), unità paramilitari di destra sorte contro la guerriglia delle FARC e dell’ELN, apertamente sostenute dalla CIA e dai governi di Bogotà e in stretta connessione con i cartelli del narcotraffico.

Mancuso viene espulso dagli Stati Uniti, dove ha scontato una lunga pena detentiva per narcotraffico nel carcere di Atlanta, e trasferito in Italia.

A riportare la notizia è stato il quotidiano El Tiempo di Bogotà. Il giornale, citando fonti vicine all’avvocato di Mancuso, Joaquin Perez, scrive che: “un giudice federale Usa ha accettato gli argomenti della difesa dell’ex comandante, che è figlio di un emigrato italiano, ed ha ordinato la sua deportazione in Italia”.

Durante l’udienza, riporta El Tiempo, “è stato chiesto ad un procuratore, April Denis Seabrook, se rappresentasse il governo degli Stati Uniti. Lei ha detto di sì ed ha aggiunto che si impegnava a trasferire Mancuso in Italia prima del 4 settembre”.

L’avvocato di Mancuso ha confermato la volontà del suo assistito di essere inviato in Italia. Nell’udienza il giudice ha chiesto di essere informato del luogo in cui Mancuso, una volta libero in Italia, osserverà la quarantena legata alla pandemia.

In questi giorni, sostiene El Tiempo, l’ex leader delle AUC sarà trasferito a New York da dove, hanno spiegato fonti federali Usa, parte un volo della Delta, operato da Alitalia, diretto a Roma. Se effettivo, il trasferimento di Mancuso in Italia e non in Colombia sarebbe dovuto ad errori procedurali commessi in passato dalle autorità colombiane nella richiesta di estradizione.

Il Ministero della Giustizia e la Procura di Bogotà hanno chiesto che Mancuso “compaia davanti alla giurisdizione colombiana, al fine di garantire il raggiungimento della verità, la riparazione che meritano le vittime dei crimini a lui attribuiti”. La richiesta è stata presentata il 15 aprile scorso.

Salvatore Mancuso è stato il numero due di Fidel Castaño, che insieme al fratello Carlos, avevano costiuito l’AUC, (Autodifese Unite della Colombia) un esercito privato dei ricchi e dei proprietari terrieri attivo nelle zone di Cordoba e Uraba.

Per finanziare la loro milizia, Fidel e Carlos Castano, sfruttarono vecchie conoscenze con i narcotrafficanti, tra cui prima Pablo Escobar e poi i suoi concorrenti.

Secondo alcune fonti, Salvatore Mancuso, dal 1996 fu il responsabile della produzione di cocaina nell’area di Cordoba. Otto anni dopo arrivò a produrre 1300 tonnellate di pasta di cocaina l’anno, solo 1000 invece secondo lo stesso Mancuso.

Lo stesso Mancuso ha confessato la sua partecipazione all’assassino di quasi 300 civili in Colombia. Gli viene inoltre contestata la responsabilità in quanto capo delle AUC di vari massacri tra cui: la strage di Mapiripan (nella quale morirono 27 contadini), il massacro de El Aro (nel quale vennero assassinati 15 contadini, presunti pro-guerriglia, per il quale è stato condannato a 40 anni di carcere, mai scontati per l’adesione alla Ley de Justicia y Paz), la strage della Gabarra nel 1999 dove morirono 35 civili, e il famigerato massacro del villaggio di El Salado, quello “in cui sopravvissero solo i cani”.

L’uomo è accusato di 588 omicidi e 136 massacri in Colombia, sia durante la fase contro insurrezionale in funzione anti FARC sia nella fase del narcotraffico.

Ma il leader paramilitare e narcotrafficante Salvatore Mancuso ha qualche problema in sospeso anche in Italia per le sue attività nelle quali è coinvolta anche la ‘ndrangheta.

Mancuso risulta coinvolto nell’Operazione “Decollo” che portò all’arresto di 159 persone, tra cui vi erano i boss delle 'ndrine Natale Scali (di Gioiosa Jonica) e Santo Scipione (di San Luca). Mancuso avrebbe fatto arrivare al porto di Gioia Tauro ben 8 tonnellate di cocaina dalla Colombia.

Insomma un personaggio a tinte fosche da ogni punto di vista. E arriverà in aereo, non su un barcone.

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