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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/04/2024

Israele dichiara guerra vera ai movimenti pacifisti nei nostri paesi

Naturalmente c’è da sperare che questo progetto abnorme fallisca subito. Ma il solo fatto che sia stato “pensato” getta una luce livida sul gruppo dirigente di Israele che, anche agli occhi di compassati osservatori ultra-atlantisti, appare ormai posseduto dal demone di una visione millenaristica, simile a quella dell’Isis musulmano.

Stiamo parlando del programma di “formazione di gruppi civili armati affiliati alle comunità ebraiche all’estero, per contrastare il movimento di lotta contro l’occupazione israeliana, negli Stati Uniti d’America e in Europa”, che ha il suo massimo progettista nel ministro della sicurezza di Tel Aviv, Itamar Ben Gvir.

Ossia qualcuno che in questo momento ha il potere di fare ciò che ha in testa, non un pirla qualsiasi che balla sui tavoli di una birreria sparando scemenze che diventerebbero tragedie, se messe in pratica.

Ha il potere, dunque, di creare in diversi paesi del mondo – pescando nell’ala sionista estrema delle comunità ebraiche, non certo tra i membri di associazioni come la Jewish Voice of Peace – “squadre di allerta”, ossia gruppi armati composti da civili che rientrano nel “comando del fronte interno dell’esercito”. Insomma, agli ordini del governo di Tel Aviv.

Per la formazione di queste “truppe irregolari” all’estero il governo Netanyahu si impegna a fornire “supporto professionale, compresa la formazione e il rafforzamento della risposta tecnologica di sicurezza”.

Per tranquillizzare almeno in parte i governi che si ritroveranno queste bombe in casa, per di più alla vigilia di ricevere un mandato di cattura internazionale, Ben Gvir ha assicurato “piena collaborazione con la polizia locale e le autorità competenti”.

La gravità di questo progetto è tale da sconvolgere quel che resta – non molto, in verità – della cornice costituzionale delle “democrazie liberali”.

Vediamo perché.

La difesa delle comunità ebraiche nel mondo

È completamente falsa la premessa-obiettivo. Nella storia dell’umanità non c’è mai stato, probabilmente, un periodo così tranquillo per le numerose comunità ebraiche sparse in moltissimi paesi, sia dell’Occidente che non.

Gli attentati di diversi gruppi palestinesi all’estero sono ormai un ricordo lontano di una fase della Resistenza che si era chiusa con gli “accordi di Oslo” e l’inizio della costruzione di uno Stato palestinese. Processo che la destra israeliana ha interrotto assassinando Yitzhak Rabin, il primo ministro che li aveva firmati, e intensificando l’espansione delle colonie in Cisgiordania.

Da allora, comunque, la lotta dei palestinesi è rimasta all’interno degli incerti confini di Israele e dei territori occupati, come dimostra la storia delle varie Intifada.

All’estero i pochi episodi di antisemitismo violento sono stati in genere gesti isolati oppure di lieve entità (tipo, in Italia, gli sfregi alle “pietre di inciampo”), con protagonisti i nazifascisti “classici”, o “nostalgici”, che oggi appaiono compattamente al fianco del governo Netanyahu e dello stato militarista israeliano.

C’è da ricordare, infine, che anche i gruppi più sanguinari del “terrorismo islamico” – tipo l’Isis – non hanno mai preso a bersaglio né Israele né le comunità ebraiche. Il che ha naturalmente sollevato non poche domande sulle triangolazioni teoricamente possibili...

Dunque il “nemico” individuato da Ben Gvir e Netanyahu, come esplicitamente dichiarato, sono i movimenti pacifisti che in tutto il mondo stanno premendo per isolare il governo genocida cui appartengono.

Il monopolio statale della forza

In ogni caso, e in tutti i paesi del mondo, la “difesa delle comunità ebraiche” – come di qualsiasi altro cittadino o comunità – è compito dello Stato che le ospita, tramite le sue forze armate e di polizia, non di “milizie statali straniere”.

Sappiamo che da decenni, all’interno delle comunità ebraiche, esistono nuclei di “autodifesa”, armati e con regolare porto d’ami italiano, posti a protezione delle sinagoghe e di altri luoghi simbolicamente importanti (il Ghetto di Roma, per esempio). Ma il loro ruolo è stato fin qui decisamente “difensivo”, anche se spesso in modo molto aggressivo (lo sa bene chiunque abbia provato a passare nei dintorni del Portico D’Ottavia indossando qualcosa che assomigliava ad una kefiah...).

Il programma di Ben Gvir punta però a cambiare radicalmente la funzione di questi “nuclei armati”.

La premessa, falsa, serve a nascondere il carattere eversivo del progetto israeliano: creare un corpo militare irregolare – “civili armati e sottoposti al proprio comando” – operanti in paesi sovrani, sia “alleati” che non.

Ricordiamo che ogni Stato al mondo si caratterizza per il monopolio della forza, ossia per il potere esclusivo di organizzare e sviluppare un esercito, forze di polizia, servizi di sicurezza, ecc.

Gli unici “stranieri” abilitati a portare ed eventualmente utilizzare armi sono i militari di paesi alleati con cui sono stati sottoscritti accordi di mutua assistenza (esempio classico italiano: gli statunitensi nelle basi Nato), oppure gli agenti di scorta a ministri o presidenti, temporaneamente in visita nel paese.

Una milizia composta da civili obbedienti ad un altro Stato è una bomba posta sotto l’autorità e la “sovranità” del paese che la “ospita”. A maggior ragione se – come nel caso di civili che dispongono di una “doppia nazionalità” – non esiste un obbligo di dichiarare una “priorità”.

Facciamo esempi semplici, così da facilitare la comprensione anche ai non esperti di regole istituzionali.

Un qualsiasi calciatore, se dispone di una doppia nazionalità, deve prima o poi scegliere una volta per tutte per quale paese intende giocare se convocato in nazionale. Non può insomma scegliere di volta in volta, mettendo così sempre in dubbio la sua reale appartenenza e “onestà sportiva”.

A maggior ragione, un/a potenziale soldato/essa deve scegliere per quale paese è disposto a combattere, perché non è affatto detto che le due “nazioni” che gli riconoscono la cittadinanza saranno sempre in pace tra loro.

Si sa che in questo momento circa 1.400 cittadini italiani sono stati o sono impegnati come riservisti o militari al fronte, tra Gaza e il confine con il Libano. Oggi Italia e Israele sono parecchio “complici”, ma un auspicabile cambiamento politico in uno dei due paesi potrebbe un giorno metterli in contraddizione.

Per chi combatterebbero quei miliziani sionisti? Stanti le caratteristiche note del progetto israeliano, quei miliziani sarebbero una sorta di “quinta colonna” dell’esercito di Tel Aviv in Italia. Armati e formati per combattere, ma agli ordini di un governo “straniero”. Magari considerato “nemico”. Eventualmente, insomma, anche contro un governo meno sdraiato sugli interessi di Israele.

Quasi un casus belli, secondo le regole internazionali.

Una milizia nazionalista per condizionare il quadro internazionale

Peggio ancora. La creazione di questa milizia non ha confini, riguarda potenzialmente ogni paese del mondo in cui esiste una comunità ebraica (o meglio: dove esiste un’ala “sionista combattente”).

Avremo insomma una rete militare/informativa con dimensioni quasi mondiali ma obbediente agli interessi strategici di un solo paese, oltretutto perennemente in guerra con i suoi vicini e i loro alleati. Una rete, detto altrimenti, che dissemina la logica e la pratica della guerra nazionalista praticamente dappertutto. Ad insindacabile giudizio di un governo – come detto – posseduto da una visione millenaristica, simile a quella dell’Isis musulmano...

A ben guardare, si tratta del rovesciamento finale della grandiosa storia cui tanto avevano contribuito rivoluzionari di origine ebraica. Dall’internazionalismo liberatorio al nazionalismo predatorio sul mondo, dall’uguaglianza tra tutti gli esseri umani alla pretesa di supremazia “divina” di un unico gruppo etnico-religioso.

Interferenza deliberata nella dialettica politica di altri paesi

Non è ancora finita. Queste squadre armate sioniste, già nella definizione degli “scopi”, assumono come “nemico” quella parte della popolazione e del panorama politico che non condivide affatto il genocidio in corso a Gaza e, appena meno esplicito, in Cisgiordania.

In altri termini, la finalità di queste squadre è condizionare militarmente la dialettica politica di ogni paese i cui saranno presenti. Una modalità che si aggiunge, eventualmente, a quelle ordinarie nel capitalismo attuale (basti citare l’informazione, per esempio).

Pratiche omicide

Il carattere specificamente militare di quelle “squadre”, enfatizzato peraltro dagli stessi ministri israeliani, mette esplicitamente nel mirino – in senso letterale – chiunque critichi la politica di Tel Aviv, a partire dal noto mantra secondo cui ogni obiezione a Israele sarebbe una manifestazione di “antisemitismo” (sul punto consigliamo sempre la lettura di un altro nostro articolo).

Israele si fa storicamente un vanto delle proprie pratiche di “guerra sporca”, con in testa le esecuzioni mirate. Finché questa capacità – diversi decenni fa – si limitava al rintracciare ed eliminare i criminali nazisti, nessuno trovava molto da obiettare. Anzi...

Quando ha cominciato a rivolgersi contro i dirigenti palestinesi costretti all’esilio, già era diventata una pratica intollerabile (pur se molto tollerata dai governi imperialisti). Solo a Roma tra il 1972 e il 1982 sono stati uccisi quattro dirigenti palestinesi.

Ma se “il nemico” sono i movimenti che in Occidente e altrove – sempre pacificamente e a mani nude – stanno animando le piazze a favore del “cessate il fuoco”, lo slittamento verso uno stragismo reazionario e nazionalista diventa un pericolo immediato. Secondo il linguaggio ordinario, insomma, sarebbe (o sarà) terrorismo sionista.

Conoscendo le “pratiche” israeliane non si fa fatica a immaginare un lavoro di intelligence (condotto “in collaborazione con la autorità locali”, se queste sono spianate sulle posizioni sioniste) per schedare e selezionare i “target” per poi condurre azioni “offensive”, magari graduando tra “pestaggi mirati”, “stupri punitivi” (come minacciato in piazza il 25 aprile), fino agli omicidi.

È chiaro anche che queste azioni, essendo opera di “milizie irregolari”, non sarebbero ufficialmente rivendicate (se non magari dopo anni), rimanendo avvolte nelle nebbie dei “si dice”, alimentando magari la “dietrologia” che specie in Italia ha una tradizione fognaria solidissima.

Ma è anche il caso di ricordare che questa torsione omicida dell’identità sionista, che si propone di assorbire totalmente l’identità ebraica, mette a rischio proprio le comunità che dice di voler “difendere”, esponendole a qualsiasi follia o ritorsione.

Al contrario che in Israele, infatti, gli ebrei nel mondo non vivono in una sorta di fortino fondato sull’apartheid, ma – giustamente – come tutti gli altri cittadini locali. Ovvero come individui e famiglie libere, che si riuniscono solo nelle scadenze rituali.

Militarmente indifendibili, insomma, a dimostrazione che la “premessa” alla base di questo programma è non solo totalmente falsa, ma anche terribilmente pericolosa per le comunità ebraiche.

In altri termini, come già osservato da molti ebrei non sionisti, “il più potente incentivo all’antisemitismo è proprio il governo Netanyahu”.

Riassumendo

Violazione della “sovranità” degli Stati, interferenza militare nella dinamica politica di altri paesi, violenza organizzata contro una parte delle popolazioni e specificamente i movimenti solidali...

Ce n’è abbastanza per pretendere che nessun governo europeo si presti a “collaborare” con questo programma.

Ma, chissà com’è, ci sembra che l’aria sia decisamente opposta...

Fonte

27/04/2024

Il governo israeliano intende esportare squadre di sicurezza paramilitari all’estero

Alla luce di quanto abbiamo visto a Roma in piazza Porta San Paolo la mattina del 25 aprile con la manifestazione paramilitare dei gruppi sionisti romani, appare di estremo interesse – e di dovuto allarme – quanto rivelato dall’articolo del sito Arab 48 news che pubblichiamo qui di seguito.

*****

Il ministro della Sicurezza israeliano, l’estremista messianico Ben Gvir, intende esportare all’estero il modello delle “squadre di allerta” con il pretesto di “rafforzare la sicurezza degli ebrei”.

Ben Gvir cerca di esportare “squadre di allerta” nelle comunità ebraiche all’estero e sta spingendo per sviluppare un programma per addestrare e preparare queste milizie civili ad affrontare il movimento internazionale anti-israeliano sullo sfondo della guerra a Gaza, mentre Netanyahu paragona il movimento studentesco negli Stati Uniti alle “università naziste tedesche”.

Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, spinge per la formazione di gruppi civili armati affiliati alle comunità ebraiche all’estero, con il pretesto di contrastare il movimento di lotta contro l’occupazione israeliana, negli Stati Uniti d’America e in Europa, nel contesto della guerra devastante che Israele sta conducendo contro la Striscia di Gaza, sotto assedio da più di 200 giorni.

Ciò avviene sulla scia delle proteste nelle capitali e nelle città europee, e del crescente movimento studentesco per i diritti umani nelle università americane, per chiedere la fine dell’occupazione israeliana e la fine della guerra genocida lanciata da Israele contro la Striscia di Gaza assediata dal 7 ottobre scorso, e di spingere per il boicottaggio accademico di Israele.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha considerato “orribile” il movimento studentesco negli Stati Uniti contro i crimini dell’occupazione israeliana, definendolo “antisemita”, e lo ha paragonato in una dichiarazione video alle “università della Germania degli anni ’30”.

In riferimento alla Germania nazista, Netanyahu ha invitato “il mondo” a non “restare a guardare di fronte a questo fenomeno”, sottolineando che gli studenti ebrei stanno partecipando a questo movimento, soprattutto alla Columbia University, dove gli studenti hanno espresso il loro rifiuto di equiparare “l’antisionismo con l’antisemitismo” e il loro rifiuto del comportamento degli organismi ufficiali.

In una breve dichiarazione da lui rilasciata, Ben Gvir ha affermato: “Gli ebrei della diaspora stanno attualmente soffrendo una grave ondata di antisemitismo nelle comunità e nelle università degli Stati Uniti, in Europa e nel mondo”. L’ispettore generale della polizia formulerà un piano per aiutare a creare “squadre di allerta” che “proteggeranno le comunità e le istituzioni ebraiche all’estero”.

Le “squadre di allerta” sono gruppi armati composti da civili che svolgono funzioni di sicurezza in situazioni di emergenza e rientrano nel comando del fronte interno dell’esercito israeliano.

Sulla scia della guerra a Gaza, Ben Gvir ha lavorato per armare e rafforzare le squadre di allerta, soprattutto negli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata.

Ben Gvir ha aggiunto di aver incaricato l’ispettore generale della polizia, Yaakov Shabtai, di esaminare la possibilità di esportare questo modello di milizia civile nelle comunità ebraiche all’estero, fornendo “supporto professionale, compresa la formazione e il rafforzamento della risposta tecnologica di sicurezza“. Tutto, ovviamente, ”in piena collaborazione con la polizia locale e le autorità competenti”.

Ritiene che “è nostro dovere ebraico, nazionale e morale aiutarli!” Le proteste stanno scuotendo da settimane diverse prestigiose università americane, come espressione della rabbia del corpo studentesco per la guerra israeliana a Gaza e la crisi umanitaria a cui sta assistendo la Striscia.

La rabbia è aumentata tra gli studenti dopo che giorni di proteste filo-palestinesi hanno provocato arresti diffusi e portato all’interruzione delle lezioni.

Alla Columbia University di New York, culla delle proteste che si sono estese ad altre università, gli organizzatori delle mobilitazioni chiedono all’università di disinvestire nelle aziende che “raccolgono profitti attraverso l’apartheid israeliano, il genocidio e l’occupazione della Palestina”.

Sulla costa occidentale, la California State University of Applied Sciences ha annunciato che rimarrà chiusa almeno fino a mercoledì dopo che i manifestanti filo-palestinesi hanno occupato un edificio amministrativo.

Manifestazioni si sono svolte anche presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT), l’Università del Michigan, l’Università della California a Berkeley (UC Berkeley) e l’Università di Yale, dove almeno 47 persone sono state arrestate lunedì dopo aver rifiutato le richieste di porre fine al raduno.

Israeli Channel 12 ha riferito che Ben Gvir sta studiando la possibilità di “creare un centro di formazione e supporto per la polizia israeliana per lavorare sulla fornitura di copertura professionale per l’orientamento, la formazione e il miglioramento delle conoscenze professionali per creare squadre di allerta locali nelle comunità ebraiche di tutto il mondo”.

Ha aggiunto che oggi Ben Gvir ha inviato una lettera ufficiale all’ispettore generale della polizia, Shabtai, in cui afferma che “lo Stato e il governo hanno un dovere non solo nei confronti dei propri cittadini. Il nostro dovere nazionale e storico è quello di difendere il diritto alla libertà degli ebrei perseguitati in tutto il mondo”.

Israeli Channel 12 ha spiegato che il piano di Ben Gvir è quello di fornire sostegno israeliano alla formazione di milizie civili armate simili a “squadre di allerta comunitaria” con il pretesto di lavorare per “proteggere le istituzioni ebraiche“.

“La polizia israeliana fornirà un programma di formazione e tutoraggio per migliorare le conoscenze professionali, di sicurezza e tecnologiche (e forse anche fornire strumenti di sicurezza tecnologica – a seconda dei finanziamenti che otterremo), che aiuterà le comunità e le organizzazioni ebraiche a costruire queste squadre e a garantirne il funzionamento“, dice la lettera di Ben Gvir.

Lo stesso Ben Gvir ha invitato l’ispettore generale della polizia israeliana a lavorare per formulare questo piano “il più presto possibile”, e ha giustificato ciò dicendo che “la guerra non finirà presto, e il grafico degli eventi antisemiti nel mondo continua aumentare in modo allarmante”, secondo lui.

Fonte

26/01/2024

Forni crematori in Colombia: l’orrore dall’estrema destra contro contadini e sindacalisti

Fino a che punto una classe dominante è disposta alla barbarie pur di mantenere il potere nelle proprie mani? Dove si può spingere il terrorismo finanziato da una delle oligarchie più ricche di un continente, sostenuta dagli Stati Uniti, pur di non cedere una parte dei propri enormi privilegi?

La domanda sorge spontanea investigando la storia recente della Colombia in cui la lista degli orrori sembra non aver fine, né in quantità né in modalità: tre forni crematori sono stati “rinvenuti” vicino la regione del Catatumbo, alla frontiera con il Venezuela vicino la città di Cucuta.

Si parla di centinaia di persone cremate all’interno dei forni a cavallo tra gli anni ‘90 e 2000, nel decennio in cui l’impiego dei paramilitari si fece più duro e pesante su tutto il territorio nazionale. Le ceneri furono sparse nei fiumi limitrofi o sciolte nell’acido in modo da cancellare qualsiasi traccia della loro esistenza. Centinaia di persone hanno quindi semplicemente smesso di esistere, cancellandone il corpo si negò anche il fatto che fossero esistite.

Non era l’unico modo utilizzato per cancellare l’evidenza dei propri atti: nella stessa zona stanno emergendo dichiarazioni di ex paramilitari rispetto all’utilizzo di allevamenti di caimani e di maiali per far sparire i corpi di contadini e leader sociali locali.

Secondo le dichiarazioni dell’Unità di ricerca di persone date per disperse sarebbero più di 5.000 i siti in Colombia nei quali si dovranno cercare i corpi “desaparecidos”. Si stima infatti che tra le 120 e le 200 mila persone furono desaparecidas durante il conflitto delle ultime decadi, di cui quelle civili in grandissima parte per mano paramilitare.

Secondo il medico Saul Franco de la Commission de la Verdad i forni vennero pensati “per la quantità di cadaveri che c’erano da tutte le parti. I dirigenti politici comunicarono che era necessario eliminarli, non solo per questione di immagine quanto perché evidenziavano l’intensità della guerra”.

Questo è quanto emerge dalle dichiarazioni dell’ex comandante paramilitare Salvatore Mancuso. Attualmente recluso in un carcere statunitense, negli ultimi anni si sta dimostrando un testimone chiave per gettare luce sulle responsabilità degli attori politici che promossero e trassero benefici dalla violenza paramilitare.

Le ultime dichiarazioni rilasciate alla Jurisdicción Especial para la Paz (Jep) inchiodano vari esponenti politici alle proprie responsabilità di mandati diretti delle atrocità commesse in quel periodo, prima tra tutti l’ex presidente Alvaro Uribe accusato di aver pianificato personalmente una strage di civili.

La storia colombiana però non è slegata dalle vicende internazionali e dalle influenze straniere. Con la fine della guerra fredda gli Stati Uniti poterono concentrare i propri sforzi per combattere frontalmente la più grande e antica guerrilla del continente e sostenere il barcollante Stato colombiano avviando un’enorme operazione di sostegno militare, logistico e finanziario denominata Plan Colombia.

Ufficialmente diretto contro il narcotraffico, trasformò nella realtà il Paese nel primo produttore al mondo di cocaina e nonché patria di alcuni dei cartelli della droga più grandi che spadroneggiano nel Continente (come dimostra il caso dell’Ecuador di questi giorni).

Gli USA dirottarono in quindici anni più di dieci miliardi di dollari a sostegno della “modernizzazione dello Stato” e dell’esercito colombiano, trasformando Colombia nel secondo capitolo di spesa estera, dopo Israele, degli Stati Uniti.

Furono aperte sette basi militari dichiarate, più altri punti di stanziamento di truppe in territorio colombiano, sostenute dalla più grande ambasciata USA all’estero (superata in dimensioni solo da quella di Kabul durante l’occupazione dell’Afghanistan).

I militari statunitensi in Colombia potevano agire liberamente come se fossero su suolo nazionale con una immunità totale, qualsiasi crimine contestato verrà processato solo in patria. Un accordo militare che ricorda tristemente quello che sta stipulando l’Ecuador in queste settimane.

Dalla caduta del muro di Berlino si assiste quindi a una rinnovata strategia contro-insurgente che vide tra le altre cose la creazione e addestramento di brigate paramilitari per tentare di piegare la guerriglia delle FARC-EP e soprattutto distruggere e terrorizzare il tessuto sociale che viveva nelle campagne.

La violenza paramilitare fu una mazza che si abbatté sul popolo colombiano, usata non solo per combattere la guerriglia con metodi più brutali di quelli che erano teoricamente consentiti all’esercito, ma per spazzare via qualsiasi movimento popolare esistente e accrescere lo strapotere di latifondisti e industriali.

La concentrazione della terra in uno dei paesi più diseguali al mondo, unico nella regione a non aver mai effettuato una riforma agraria dai tempi delle colonie, riuscì addirittura ad aumentare toccando oggi l’indice di concentrazione 0,89 (dove il valore 1 significa un solo proprietario di tutto il territorio nazionale).

Oggi gli sforzi del nuovo esecutivo guidato da Petro, il primo a marca progressista nella storia della Colombia, sono volti a rilanciare un’agenda di profonda rinnovazione del Paese, delle istituzioni statali e della ricostruzione della verità storica rispetto al conflitto, oltre che avviare un dialogo di pace a tutto tondo con i vari gruppi armati presenti nel Paese.

Proprio nell’ottica della ricostruzione della memoria storica di quanto avvenuto nel conflitto colombiano e delle responsabilità di parte dello Stato in questi fatti, il Governo ha lanciato negli scorsi mesi un’importante cerimonia pubblica di incontro tra istituzioni statali, rappresentanti diplomatici e associazioni delle vittime all’interno del processo di Pace Totale e per la No Repetición.

Durante l’evento il cancelliere Álvaro Leyva Durán ha dichiarato che il terreno in cui sorgono i forni sarà dato in gestione ai familiari delle vittime per la realizzazione di un centro della memoria, ispirandosi all’esperienza di alcuni musei creati nei campi di sterminio nazifascisti europei.

Il progetto politico dell’esecutivo si trova di fronte a una strada tutta in salita ma intrapresa con determinazione, affrontando i grossi attori economici e politici che non accettano né la perdita del controllo del governo né tanto meno che emergano le relazioni tra paramilitarismo, narcotraffico e politica che tutt’oggi determinano una parte importante dello spettro politico del paese.

Per quanto l’evidenza di presenza paramilitare si sia ridotta negli ultimi anni, essi restano un mano oscura che opera nel Paese, continuando a liquidare oppositori sociali e determinando importanti dinamiche della gestione del potere. Solo negli ultimi tre anni sono più di 1.500 i leader sociali uccisi, in un periodo di supposta pacificazione del Paese.

Resta fondamentale il lavoro che attualmente sta svolgendo la Jurisdicción Especial para la Paz (Jep) che ha riconosciuto da poco l’ex leader paramilitare Mancuso come un componente de facto delle forze armate colombiane, quindi accoglibile sotto la propria giurisdizione giacché egli operava in coordinazione diretta con i più alti gradi dell’esercito e delle forze politiche avendo a disposizione distintivi ufficiali delle varie forze armate (il Congresso del governo di destra precedente si era affrettato a impedire che paramilitari potessero testimoniare ed entrare sotto la giurisdizione della Jep proprio per impedire la riapertura di quel capitolo di storia).

La Colombia del Gobierno del Cambio di Petro continua il cammino di riforme strutturali interne al Paese, di restituzione della verità storica e assumendo posizionamenti internazionali coraggiosi come dimostra il recente sostegno al popolo palestinese e le dure parole dirette contro Israele, postura che ha portato i due paesi al limite della rottura diplomatica.

Azioni importanti, dirette verso orizzonti politici impensabili fino a qualche anno fa nel Paese latinoamericano.

Fonte

05/09/2020

Colombia - La pace tradita, la “parapolitica” e i massacri

Nelle ultime settimane la Colombia è tornata a fare notizia. Il mese di agosto si è contraddistinto per l’arresto ai domiciliari dell’ex-presidente Alvaro Uribe — accusato di aver comprato testimoni in una causa per associazione paramilitare — e per l’elevato numero di massacri registrato in varie delle zone più povere del Paese (si è arrivati così a oltre 40 stragi nel 2020).

Ripercorrendo sommariamente le fasi che hanno portato fin qui, va ricordato che il 24 novembre del 2016, a L’Avana, è stato siglato l’accordo di pace tra lo Stato borghese colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo (FARC-EP), ponendo così l’apparente parola “fine” a oltre 50 anni di conflitto armato. L’accordo prevedeva l’abbandono e consegna delle armi da parte delle FARC-EP, l’indulto e il reinserimento nella vita civile dei guerriglieri semplici, il riconoscimento dei crimini di stato con i corrispettivi risarcimenti alle vittime civili, la consegna di terre ai contadini poveri e una maggiore presenza dello Stato nei territori più dimenticati e arretrati. Per indagare e giudicare dirigenti della guerriglia, così come membri alle Forze dell’Ordine e attori terzi (paramilitari), fu costituita la Giurisdizione Speciale per la Pace (JEP, in spagnolo). Questa giustizia speciale doveva avere, in teoria, l’obiettivo di raggiungere la verità sui diversi crimini avvenuti durante la guerra interna, risarcire le vittime, garantire a loro l’accesso alla giustizia, combattere l’impunità, garantire agli attori coinvolti la sicurezza giuridica e contribuire alla costruzione di una pace solida e duratura[1]. Le FARC-EP dopo la firma dell’accordo sono diventate un partito politico legale con rappresentanza in parlamento, assumendo la denominazione di Forza Alternativa Rivoluzionaria del Comune (FARC) noto anche come Partito della Rosa.
Nei fatti, però, l’impegno governativo è stato deficitario e lento, l’abbandono e la consegna delle armi è divenuto un atto unilaterale a cui non sono corrisposte nei fatti le garanzie giudiziarie pattuite per gli appartenenti alla ex guerriglia, così come non vi è traccia dell’implementazione delle politiche di giustizia sociale previste nell’accordo.
Questi fatti, secondo alcuni esponenti delle FARC come Iván Márquez[2], Edison Romaña e Jesús Santrich corrispondono al tradimento (ennesimo) degli accordi da parte dello Stato borghese colombiano che prosegue con le sue politiche controinsurgenti di sterminio. Infatti, il 9 aprile del 2018, venne imprigionato Jesús Santrich, delegato per la guerriglia ai negoziati e senatore eletto per il partito FARC, accusato di narcotraffico da un tribunale di New York, che chiese la sua estradizione negli Stati Uniti. Il processo è stato segnato dall’ingerenza dell’ambasciatore statunitense a Bogotà, Kevin Whitaker e dalle pressioni della DEA Americana, ed è stato definito una “farsa” non solo dal partito FARC, ma anche dall’ex-presidente Ernesto Samper[2]. La JEP ha deciso di non estradare Santrich e, infine, il 29 maggio 2019 la Corte Suprema ha ordinato la sua scarcerazione.

Il caso di Santrich non è isolato. Eclatante è la situazione di Simón Trinidad, ex-comandante del Blocco Caribe, detenuto nel 2004 in Ecuador ed estradato negli Stati Uniti dal governo di Álvaro Uribe. Trinidad, un uomo di 70 anni, sta scontando una pena di 60 anni in un carcere di massima sicurezza a Florence, Colorado. Tra le vittime dell’ingerenza statunitense nella giustizia colombiana c’è anche la guerrigliera “Sonia”, che ha dovuto subire una condanna di 11 anni in un carcere americano e ancora oggi, in Colombia, si trova sotto libertà vigilata.

Una strage di firmatari della pace e non solo

Dopo la firma dell’accordo si è registrato un vero e proprio boom di omicidi di ex-guerriglieri e persone attive al fianco delle fasce più vessate della società colombiana. Dal 24 novembre 2016 al 15 luglio 2020 sono state uccise 921 persone tra leader indigeni, contadini, neri, sindacalisti, donne e ambientalisti; a questi si aggiungono gli oltre 200 ex-combattenti uccisi in meno di 4 anni. Di questi omicidi, oltre 200 si sono registrati nel solo 2020 e quasi 100 durante il periodo di “lockdown” per il covid19[3][4].
Con il disarmo della principale forza di opposizione, l’establishment ha trovato via libera per sottomettere ogni voce di protesta mediante la violenza. L’accordo di pace che apparentemente doveva servire ad “allontanare le armi dalla politica”, in realtà è servito per lo sterminio fisico degli oppositori.
La precaria situazione ha obbligato centinaia di guerriglieri – dissidenti rispetto alla direzione opportunista del Partito della Rosa – a tornare sui monti e riprendere le armi, ritenendo che le cause politiche e sociali che hanno dato origine al conflitto armato non sono state superate, né tantomeno lo è il terrorismo di Stato. Tra questi si trovano lo stesso Jesús Santrich (riuscito ad evadere ai controlli che pesavano su di lui), Oscar Montero “El Paisa” e Iván Marquez, comandante del Blocco Sud e del Blocco Caribe, i quali nell’agosto del 2019 hanno dato vita alla nuova organizzazione armata delle FARC-EP, “Segunda Marquetalia”, che si pone in continuità con l’organizzazione originaria riprendendo il cammino dei comandanti Marulanda e Jacobo Arenas iniziato nel 1964. In merito si è espresso il Partito Comunista Clandestino di Colombia (PCCC, storico braccio politico della guerriglia): «I comunisti hanno il dovere etico e politico di rispettare e considerare le ragioni di chi crede nella via della rivolta armata, senza perdere di vista il fatto che non sono stati i ribelli in Colombia a generare le cause dello scontro, né sono stati loro a tradire gli accordi. È quindi una mascalzonata accusarli di essere “disertori della pace”. La determinazione a continuare nella clandestinità non obbedisce a capricci della guerriglia o dei comunisti che vedono chiusi o troppo ristretti gli spazi per la lotta aperta. E questa posizione che deriva da una necessità imposta dal carattere del regime, non toglie nulla alla condizione politica che ispira le nostre ragioni. Tantomeno quando ogni giorno non solo si moltiplicano le cause all’origine della rivolta armata ma sono più evidenti e straripa la guerra sporca e la persecuzione contro chiunque non coincida con le politiche dell’establishment»[5].

E mentre i guerriglieri che hanno accolto il processo di pace continuano a morire assassinati insieme a militanti e dirigenti di realtà che operano nel sociale, la stampa borghese e il governo borghese e filo-americano di Ivan Duque si impegnano a definire coloro che sono tornati alle armi come “narcotrafficanti che non rispondono ad alcuna ideologia”, cercando così di sottrarre al conflitto colombiano la sua vera natura politica, banalizzandolo con la semplice violenza da criminalità. Questa viscida calunnia è alimentata anche dai dirigenti opportunisti del partito della Rosa, in particolare Timoleón Jiménez (Timochenko) e Carlos Antonio Lozada, responsabili della linea capitolatrice con il tradimento della causa e la rinuncia ai principi comunisti, secondo quanto affermato in una recente intervista da Jesús Santrich che riferisce – tra le altre cose – come la “consegna delle armi” non fu mai concordata e approvata ma fu frutto di una imposizione fraudolenta da parte della dirigenza, attraverso la distorsione della linea e la manipolazione della comunicazione interna[6].

Agosto segnato dal sangue

Che il processo di pace sia ormai in frantumi a causa del tradimento e della perfidia istituzionale al servizio dell’oligarchia lo si può vedere dal numero di massacri registrati quest’anno (almeno 40). Solo durante il mese di agosto, si sono registrati 10 massacri in diversi punti del Paese che hanno prodotto una cinquantina di morti, molti dei quali minorenni. Quello che ha fatto più scalpore — per la giovane età delle vittime — si è registrato la sera del 11 agosto a Cali, quando 5 ragazzi neri di età comprese tra i 13 e i 16 anni, sono stati uccisi in un campo di canna da zucchero senza un apparente motivo. Pochi giorni dopo si sono registrati altri massacri nei dipartimenti di Cauca e Nariño (Sud), due delle zone con maggiori coltivazioni di coca al mondo. A Corinto (Cauca) due indigeni sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco dall’esercito, mentre venivano sgomberati forzatamente dai loro insediamenti[7].
Secondo il governo colombiano, le morti sono dovute a “scontri tra bande armate legate al narcotraffico”, e tra queste “bande” segnala anche i gruppi guerriglieri (FARC-EP, ELN, EPL) che respingono queste false accuse attribuendo i massacri alla polizia e esercito in alleanza con i gruppi paramilitari dei narcos che agiscono con impunità.
Il presidente Iván Duque ha chiesto di non chiamarli massacri ma “omicidi collettivi”[8], cercando con questo eufemismo di nascondere la realtà e la gravità di quanto sta avvenendo. Il governo ha ammesso che le vittime degli “omicidi collettivi” degli ultimi due anni salgono a quota 188. [9]

Álvaro Uribe: la figura più influente della politica colombiana, ora ai domiciliari

La politica colombiana degli ultimi 20 anni è stata segnata in modo indelebile dalla presenza di Álvaro Uribe Vélez, presidente durante due periodi consecutivi (2002-2006, 2006-2010), viene considerato l’ideatore e propulsore dei gruppi paramilitari colombiani (responsabili — secondo l’ONU — dell’80% delle vittime civili della guerra interna)[10] così come della loro infiltrazione nella politica che conta. A suo carico pesano accuse per paramilitarismo, narcotraffico, compravendita di testimoni e voti, stragismo e altro ancora, accuse che portano il numero di denunce contro di lui intorno a 200. Uribe viene anche segnalato come il principale responsabile dei “falsos positivos”[11] (falsi positivi, eufemismo per riferirsi ai civili innocenti uccisi nel periodo 2006-2009 dall’esercito e fatti passare come guerriglieri, in modo da riscuotere premi economici). Infatti fu durante il suo governo che venne emesso il Decreto 029 del ministero della difesa, dove si introducevano incentivi economici per le unità dell’esercito in base alla quantità di sovversivi abbattuti.

Iniziatosi in politica nella Medellin dei primi anni Ottanta, fu eletto senatore nel 1986. Nel ’91 fu incluso in una lista di sospetti alleati del narcotraffico elaborata dall’intelligence americana. Nel '95 divenne governatore del dipartimento di Antioquia (Medellin, nordovest), da dove finanziò e incentivò la conformazione delle Convivir (cooperative di vigilanza dei proprietari terrieri contro i gruppi guerriglieri, che più tardi sarebbero passate alla clandestinità come Autodifese Unite di Colombia (AUC), organizzazione paramilitare responsabile di almeno 100 mila morti in dieci anni). Durante la sua gestione si registrarono in Antioquia i massacri paramilitari di San Roque, La Granja ed El Aro. Proprio in riferimento ai fatti di El Aro le testimonianze parlarono di almeno un elicottero del governo di Antioquia che sorvolò più volte il paese e si fermò a rifornire i paramilitari mentre seviziavano la popolazione[12].

Nonostante i legami narco-paramilitari e i massacri, i media riuscirono a presentare Uribe come un politico determinato e un efficiente amministratore pubblico. Grazie a questa buona pubblicità e al sostegno dell’oligarchia colombiana, Uribe raggiunse nel 2002 la presidenza di una Colombia che aveva il 40% del territorio sotto il controllo delle FARC e dell’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale).
Gli interessi imperialisti di Washington in territorio colombiano portarono milioni di dollari in equipaggiamento militare per l’esercito, il quale, insieme a una strategica alleanza con i paramilitari, riuscì a far retrocedere la guerriglia ai minimi storici, riportando la guerra nelle campagne lontane dai centri urbani, dove i crimini sarebbero passati inosservati da buona parte dell’opinione pubblica.
La complicità dei media nazionali e internazionali fu fondamentale per permettere al governo di Uribe di condurre una guerra sporca non solo contro la guerriglia, ma contro ogni elemento di opposizione politica e sociale. Spionaggio contro politici e attivisti, simbiosi tra esercito e paramilitari e l’entrata del paramilitarismo in politica, furono la marca da bollo dei due governi Uribe. E così, mentre in Colombia dal 2002 al 2010 si sono registrati 403 massacri, 6430 omicidi politici e oltre 24 mila sparizioni, all’estero la figura di Uribe Vélez si ergeva come il contrappeso a quella di Hugo Chávez. Il modello colombiano di “pugno di ferro” contro la guerriglia e di politiche neoliberiste veniva spacciato come “l’alternativa di successo” al modello chavista in Sudamerica.

Nessuno tra i grandi media borghesi osò mai criticare la fusione tra Stato e paramilitari avvenuta durante il suo governo, non ci furono sanzioni dell’UE per le continue violazioni dei diritti umani e gli USA non pensarono mai di “portare la democrazia” lì, anzi, nel 2009 gli vennero concesse 7 basi in territorio colombiano (misura poi fermata dalla Corte Costituzionale)[13].

L’uribismo ancora oggi è la forza politica maggioritaria e più influente in Colombia. Entrambi i successori di Uribe provengono infatti da questa corrente: Juan Manuel Santos, ex-presidente che firmò la pace con le FARC-EP, è un fuoriuscito dell’uribismo, mentre l’attuale presidente, Iván Duque, è un fedelissimo uribista (tanto da venire considerato un burattino).

Ma la popolarità di Uribe è direttamente proporzionale al numero di cause aperte contro di lui (15 davanti alla Corte Suprema e 45 in commissione legislativa). Quando Uribe era senatore, nel 2014, il deputato del Polo Democratico Alternativo (centro-sinistra), Ivan Cepeda, lo accusò di avere fondato, insieme a suo fratello Santiago, un gruppo narco-paramilitare appartenente alle AUC. Per avallare le sue accuse, Cepeda presentò le testimonianze di alcuni ex-paramilitari, tra cui Juan Guillermo Monsalve, appartenente al Blocco Metro delle Autodifese. Monsalve affermò che in una tenuta di proprietà dell’ex-presidente si svolsero alcune riunioni per pianificare dei massacri che poi sono stati eseguiti da questi gruppi paramilitari.

Come risposta a questa accusa, l’ex-presidente presentò una denuncia per calunnie contro Cepeda davanti alla Corte Suprema. Alcuni degli ex-paramilitari, come Monsalve, che prima avevano testimoniato contro Uribe, davanti alla Corte fecero “dietrofront”, modificando radicalmente le loro versioni. Questo comportamento insospettì i magistrati, che cominciarono a indagare sui testimoni. Fu così che scoprirono che Uribe, tramite il suo avvocato Diego Cadena, aveva esercitato pressioni sui testimoni per farli ritrattare. Monsalve afferma di avere in possesso la registrazione del momento in cui l’avvocato gli intimò di cambiare versione. Altri testimoni hanno riconosciuto di avere ricevuto soldi da parte di Cadena. L’avvocato ha anche ammesso di avere consegnato piccole somme di denaro agli ex-paramilitari, ma a modo di “aiuto umanitario”. Fu così che lo scorso 4 agosto, la Corte Suprema ha ordinato l’arresto di Álvaro Uribe[14]. Una misura senza precedenti in un Paese che comunque è abituato a vedere gli ex-presidenti sul banco degli imputati.

Risulta evidente che l’influenza di Uribe non coinvolge solo la politica, ma anche il mondo della criminalità narco-paramilitare. Durante la sua presidenza — a tradimento — fece estradare negli Stati Uniti diversi capi paramilitari, suoi alleati nei primi anni di governo. Tra questi si trovano Salvatore Mancuso, Diego Murillo (“Don Berna”) e Rodrigo Tovar Pupo (“Jorge 40”), richiesti dalla giustizia americana per traffico di cocaina. In questo modo Uribe riuscì a tenere lontani e a tacitare possibili “testimoni scomodi”. Al giorno d’oggi è minimo il numero di paramilitari rimpatriati in Colombia.

Salvatore Mancuso: un’estradizione in Italia che potrebbe sancire la totale impunità

L’ultimo capo noto delle AUC è stato Salvatore “El Mono” Mancuso, proprietario terriero e narcotrafficante di origini salernitane. La giustizia colombiana lo ritiene responsabile di almeno 30 mila crimini[15] — quasi tutti contro l’umanità — tra gli anni 90 e il 2005, quando si accodò al processo di smobilitazione delle autodifese. Nel 2008 è stato estradato negli Stati Uniti, dove ha scontato una pena di 190 mesi per narcotraffico. Dal carcere ha raccontato di avere collaborato con Álvaro Uribe prima e durante il suo governo. Ha anche parlato del rapporto simbiotico che esisteva tra paramilitari e partiti politici durante gli anni duemila (la cosiddetta “parapolitica”).

Mancuso non ha ancora pagato per le migliaia di crimini commessi in Colombia, e probabilmente non lo farà mai, dati i tentativi di deportarlo in Italia, dove lo attende la Procura di Catanzaro per i suoi legami con la ‘Ndrangheta[16].

Risulta paradossale che a gestire il rimpatrio di Mancuso in Colombia sia stato proprio un suo vecchio socio nel malaffare, Francisco “Pancho” Santos, attuale ambasciatore della Colombia negli Stati Uniti. Pancho Santos giudizialmente risulta complice di Mancuso nella conformazione di squadroni della morte nelle città di Bogotà e Bucaramanga nel 2000.
Forse è un caso, ma la procedura di estradizione avanzata dallo stato colombiano agli Stati Uniti ha presentato degli errori che hanno permesso agli avvocati di Mancuso di rigirare la frittata e riuscire ad evitare la giustizia colombiana, con il trasferimento in Italia che era previsto per il 4 settembre. Procedura che è stata però fermata il 29 agosto, con le autorità statunitensi che hanno cambiato a sorpresa la sentenza decidendo per l’estradizione in Colombia senza che sia però ancora esecutiva dando la possibilità di fare appello per rimanere negli Stati Uniti.
Oltre ai massacri, omicidi e sparizioni mai chiarite di sindacalisti, dirigenti e attivisti sociali, comunisti e popolazione civile “colpevole” di vivere su terreni che dovevano diventare piantagioni o miniere, Mancuso è testimone fondamentale in innumerevoli operazioni di riciclaggio del narcotraffico tramite società di cui deteneva quote e che si sono avvalse delle banche colombiane a tale scopo. Le sue dichiarazioni possono segnare un punto di svolta nella ricerca dei mandanti di centinaia di morti che hanno scosso la Colombia dagli anni '90 ad oggi. Vedremo gli sviluppi, ma, a quanto pare, per buona parte dell’establishment colombiano, vale molto di più il suo silenzio.

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08/12/2019

NATO - Si scrive Alleanza, si legge Caos

Daniele Ganser, gli eserciti “stay behind” ed il vertice di Watford fra vecchia e “nuova” Nato

Si è chiuso a Watford, nei pressi di Londra, il vertice Nato del 3 e 4 dicembre. L’Alleanza compie settant’anni e li dimostra tutti: si dibatte in un comportamento schizoide fra necessità di egemonia e dinamiche da mercatino natalizio delle armi.

Una domanda, in premessa, che secondo noi potrebbe essere di aiuto per ricordare un altro ruolo dell’Alleanza prima di affrontare una valutazione dell’incontro londinese dei leader Nato: qual è il confine fra oculata precauzione ed illegalità, in un atteggiamento di difesa della propria nazione da attacchi esterni e soprattutto, fino a quali livelli di segretezza il ramo esecutivo di una democrazia si può spingere?

Questi sono solo un paio degli interrogativi a cui vuole dare risposta lo storico svizzero Daniele Ganser, del quale Fazi editore, circa un anno fa, ha ristampato un pregevole ed interessante volume del 2005 il cui titolo, tradotto, forse non gli rende il giusto merito: “La Storia come mai vi è stata raccontata: gli eserciti segreti della NATO”.

In prima battuta infatti, sembra uno di quei titoli destinati ad un pubblico che si ciba di complottismi o, peggio ancora, risuona di una strana eco, quasi da rotocalco “scandalistico” degli anni ‘60; ma è sufficiente che l’occhio cada sul nome dell’editore (Fazi appunto) e l’autorevolezza che lo contraddistingue da sempre, ci fa rendere conto di come si possa cadere facilmente in errore.

Il libro infatti affronta molto seriamente e con dovizia di particolari importanti, il processo che portò nel secolo scorso i governi di mezza Europa, alla “scoperta” dei cosiddetti eserciti “stay behind”, formazioni paramilitari parallele a quelle regolari di stanza nei paesi dell’Alleanza atlantica, in alcuni casi anche neutrali, addestrate, equipaggiate ma soprattutto controllate da NATO e CIA e volte ad ostacolare le forze politiche comuniste o anche solo di sinistra e a contrastare un’eventuale invasione sovietica dell’Europa occidentale.

Il panorama che viene indagato da Ganser, con l’aiuto di documenti desecretati alcuni anni orsono è comunque di respiro europeo anche se il libro è, come dicevamo, una ristampa sfrondata delle parti dedicate a Portogallo, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Turchia, Svezia, Finlandia, Svizzera ed Austria.

Gli interrogativi che si è imposto lo storico sono però quanto mai attuali ed è proprio su questo che troviamo necessario fare una riflessione; per farla breve, la struttura di cui accennavamo, nel nostro paese assunse un nome tristemente noto: Gladio, un vero e proprio esercito clandestino addestrato da CIA ed MI6 (sigla del meno noto intelligence britannico) con la collaborazione dei nostri servizi segreti che, durante il periodo della Guerra Fredda e fino al 1990, ha nascosto fatti ed avvenimenti, depistato e di conseguenza mal indirizzato l’opinione pubblica.

Fra i “gladiatori” addestrati alla bisogna la peggior feccia neofascista che non si fece scrupolo alcuno ad uccidere e compiere stragi solo per far ricadere la colpa sulla sinistra, più o meno parlamentare. Il tutto con il benestare dei nostri governi e governanti.

La struttura si sviluppava in un conflitto nel conflitto, che si dipanò lungo tutti gli anni settanta fino alla caduta del Muro di Berlino (che avrebbe dovuto decretare la fine della guerra fredda, almeno nella forma che noi tutti conoscevamo), e che molti storici hanno concentrato nella definizione: guerra civile a bassa intensità.

Lo stesso fenomeno, in una forma leggermente diversa, si è ripetuto in Ucraina nel 2014; qui si è riprodotto un meccanismo molto simile a quello che ricostruisce Ganser nel suo volume: sotto regia USA/NATO ed attraverso la Cia o altri servizi di intelligence, sono stati reclutati, finanziati, addestrati ed armati i militanti neonazisti di Kiev, che hanno assalito il Palazzo del governo per poi autoproclamarsi “ribelli indipendentisti”.

In Ucraina serviva un nuovo governo che avrebbe portato il Paese nella NATO. Quindi gli USA hanno propagandato l’annessione della Crimea come atto unilaterale del governo russo di Putin. Prontamente, poco dopo, l’ex Presidente del Consiglio Europeo e neo Presidente del PPE Donald Tusk, chiede all’ Ucraina di partecipare alla prossima riunione del Consiglio. Si percepisce un certo avvicinamento, anche politico.

Fino a qui, nulla, o quasi, da eccepire; tutto è nell’ abituale “stile stelle e strisce” ma se indaghiamo meglio, ci accorgiamo che una “nuova Gladio”, una struttura sul modello della precedente non sarà possibile anzi, ad un attento esame delle condizioni in cui si trova l’Alleanza atlantica, questo ci appare veramente molto improbabile, ma la “Cosa” ha necessità di esistere e si trova costretta a cambiare sembianze.

E veniamo al vertice di Watford

Cosa dobbiamo aspettarci in un prossimo futuro? In casa NATO sembra regnare un preoccupante caos!

Quest’ anno la NATO compie settant’anni ed il vertice che si è svolto in settimana nei pressi di Londra non lascia ben sperare: siamo di fronte ad un’ Alleanza atlantica schizofrenica, ad una sorta di “Nato a due teste” che, al mondo dovrà presentarsi sì aggressiva, ma non potrà mordere più di tanto; basta solo interpretare i segnali che negli ultimi tempi sono arrivati; sono tutti nella stessa direzione: la richiesta dell’Amministrazione Trump di “rivedere” al ribasso il ruolo “ormai obsoleto” della NATO ed il suo peso in Europa; o le dichiarazioni del mese scorso del presidente francese Macron che al “The Economist”, ha riferito dell’imminente “morte cerebrale” dell’Alleanza, dichiarazioni che hanno scatenato le aspre critiche della Cancelliera tedesca Merkel e del suo omologo turco Erdogan, subito pronti ad una strenua difesa della coalizione.

E proprio la Turchia sembra essere l’ago della bilancia: dopo l’avvicinamento, la scorsa estate alla Russia, dalla quale ha ricevuto un gran numero di batterie anti-missile S400 da “posizionare (all’orizzonte ci sono gli accordi con Putin per il gasdotto Turkish Stream e per la costruzione di una centrale nucleare, entrambi osteggiati da Washington), il paese che la Dottrina Truman aveva decretato dal lontano 1952 essere l’avamposto sud orientale contro l’URSS, in caso di non utilizzo, potrebbe anche accedere all’acquisto degli F35 USA.

Queste le dichiarazioni di The Donald, forse dimentico che il futuro Califfo potrebbe porre il proprio veto alla difesa, in caso di attacco russo, alla coalizione dei paesi baltici e alla Polonia; il Presidente turco potrebbe volere in cambio la condanna dei curdi siriani come terroristi.

Il comunicato finale con cui il segretario generale Stoltenberg ha chiuso il vertice comunque, parla di approvazione del piano di difesa dei paesi baltici e della Polonia senza chiarire come si supererà la minaccia di veto della Turchia; subito dopo, per la prima volta, si cita la Cina come la potenza che più di ogni altra avrà bisogno di essere “attenzionata”, in particolare nel campo delle tecnologie, e soprattutto nella produzione della rete 5G; più di tutto però, rinnovandosi l’impegno reciproco ad intervenire nello stile “uno per tutti, tutti per uno”, quello che sembra più premere ai paesi alleati è l’ impegno imprescindibile ad aumentare le risorse economiche. Alla fine della fiera (è proprio il caso di dirlo!) quello che più importa sono gli stanziamenti che vengono previsti per gli armamenti, più o meno “difensivi”

Il presidente Trump a margine ha tenuto a precisare che i paesi con cui aveva discusso del 5G, Italia compresa, erano decisi a non andare avanti in una collaborazione; salvo essere contraddetto subito dopo dal premier Conte.

Al netto dei fatti e delle dichiarazioni ufficiali al vertice londinese, non è comunque peregrino ricordare il progetto che già, dal 2018, il presidente francese Macron sta perseguendo: la costruzione di un esercito europeo fuori dall’ombrello NATO. In suo aiuto alcuni giorni fa è arrivato addirittura l’attuale rappresentante spagnolo del PSOE, Josep Borrell, dichiarando che l’UE deve ora “imparare a usare il linguaggio della forza” nel mondo.

Quindi è necessario rafforzare le capacità militari, in particolare rendendo operativi i “gruppi di battaglia”, quei battaglioni multinazionali che sono stati creati nel 2004 ma che non sono mai stati utilizzati. Mancano i fondi? Borrell non ha mancato di sottolineare che si potrebbe benissimo finanziare tutto questo con il Fondo chiamato “European Peace Facility” (Orwell, decisamente), dotato di 10,5 miliardi di euro.

Riflessioni più ampie su obiettivi e ripercussioni di un tale progetto le riserviamo però ad un prossimo intervento. Qui ribadiamo l’uscita dalla NATO non più solo una possibilità ma un dovere di classe. La realtà di nuovi eserciti “stay behind” su modello di quelli del secolo scorso appare in effetti un poco anacronistica ma i colpi di coda di una potenza in declino come sono al momento gli USA non sono mai da sottovalutare.

Il conflitto inter-imperialistico interesserà necessariamente anche l’UE e sarà allora che il volume di Daniel Ganser si potrebbe rivelare un ottimo strumento per rileggere a posteriori la Storia e per meglio decifrare azioni e reazioni da mettere in campo.

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08/10/2017

Colombia: ELN e governo. A che punto è la pace?

Dieci mesi dopo la firma dell’Accordo Finale per una pace stabile e duratura tra FARC-EP( Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia-Ejército del Pueblo) e governo colombiano vi sono, senza dubbio, dei punti positivi.

Oltre alla trasformazione dell’organizzazione guerrigliera FARC-EP in partito politico, FARC (Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común, e alla resa di una delle principali organizzazioni paramilitari paese, El Clan del Golfo, è importante l’accordo di cessate il fuoco bilaterle tra il governo e l’ELN (Ejército de Liberación Nacional), iniziato il primo ottobre, segno di una volontà politica di entrambe le parti di raggiungere la pace. L’attuale cessate il fuoco bilaterale, seppur temporaneo, è il primo accordo in 53 anni di questo tipo tra il governo colombiano e l’ELN . Non si era mai andato così lontano in una trattativa con questa guerriglia. Un accordo simile non è stata raggiunto nemmeno quando l’ELN aveva negoziato con il presidente César Gaviria nei primi anni Novanta, né nei colloqui con Álvaro Uribe durante i suoi due termini presidenziali. Il prossimo passo sarà la partecipazione delle comunità all’accordo di pace, oggetto del quarto turno dei colloqui che inizierà il 23 ottobre a Quito in Ecuador. Il conseguimento di questo obiettivo richiederà tempo e determinazione politica. Si spera inoltre che durante il quarto turno si estenda il cessate il fuoco bilaterale oltre dicembre o che sia per sempre. Così le prossime elezioni del 2018 saranno con le armi, sia guerrigliere che governative, in silenzio.

Uno degli impegni più importanti del governo colombiano in questa situazione di sospensione del conflitto armato sarà quello di combattere con energia i crimini contro leaders sociali e dei diritti umani. Secondo Somos Defensores, tra gennaio e giugno 2017, vi sono stati 335 aggressioni, 225 minacce di morte, 51 assassini, 8 detenzioni arbitrarie e 9 casi di persecuzione. Tra luglio e ottobre 2017 non vi è una contabilità esatta, ma questi crimini continuano.

Se le parti rispetteranno il cessate il fuoco saranno salve le vite di decine e decine di persone in Colombia.

Per la pace non vi sono solo luci, purtroppo, ma anche pesanti e oscure ombre.

Significativa è la situazione descritta dall’ultimo rapporto del Observatorio de Seguimiento a la Implementación del Acuerdo de Paz dal titolo: E’ POSSIBILE UNA PACE STABILE E DURATURA SENZA COMPIERE CON GLI ACCORDI DI PACE? Secondo l’analisi, l’attuazione dell’Accordo Definitivo di Pace è solo del 18

La situazione è la seguente.

TEMA % di completamento

Riforma agraria integrale 6.9 %

Partecipazione politica 19.3%

Incorporazione Politica e Socio Economica 33.8%

Sistema integrale di sicurezza 22.7%

Eliminazione del paramilitarismo 24.4%

Commercializzazione delle coltivazioni 2.0%

Prevenzione al consumo di droghe illecite 3.8%

Vittime e JEP 27.6%

Garanzie di rispetto dei diritti umani 10.0%

Meccanismi di attuazione 24.5%

Etnie 23.0%

Media 18.0%

A meno di 60 giorni dal termine stabilito per definire e mettere in pratica regole e leggi del Fast Track è preoccupante la lentezza o addirittura il rifiuto del Congresso della Repubblica colombiana in materie sostanziali dell’accordo come Giustizia Speciale per la Pace (JEP ), riforma politica, distretti speciali , riforma agraria e la sostituzione delle colture illecite. Vi sono solo 4 atti legislativi, una legge organica, una legge statutaria e una legge ordinaria approvati. Mancano ancora 11 leggi ordinarie, 18 decreti, 3 leggi statutarie, 2 leggi organiche e 2 atti legislativi L’Osservatorio conclude il rapporto affermando che la salvaguardia dell’Accordo richiede un maggior impegno del presidente Santos e di tutta la società civile e invita a un Accordo Politico Nazionale che coinvolga tutte le forze politiche e sociali del paese, Particolarmente preoccupato è il nuovo partito FARC che denuncia minacce contro ex guerriglieri e chiede protezione. Dalla firma dell’accordo sono stati uccisi 25 ex combattenti.

Rodrigo Londoño, presidente del partito FARC, ha inviato al presidente Santos una forte lettera aperta chiedendo il rispetto degli accordi e accusandolo e di aver violato le garanzie minime di protezione.

Il link con il documento dell’Osservatorio è il seguente: link

Fonte

10/01/2016

Colombia – Negoziati tra Farc e governo colombiano: la posta in gioco

Per comprendere il significato e la portata dell’accordo recente tra le FARC-EP ed il governo colombiano, occorre ricapitolare succintamente i fattori principali che hanno fatto sì che i Dialoghi dell’Avana si mettessero in moto.

In primo luogo, la verificata impossibilità delle forze imperialiste e degli apparati repressivi e di guerra del regime colombiano di schiacciare militarmente la resistenza guerrigliera, con l’implicito riconoscimento del fallimento del Plan Colombia/Plan Patriota e l'insostenibilità del mantenimento, a medio termine, di una spesa militare che negli ultimi anni ha raggiunto addirittura il 6% del PIL.

In seconda istanza, l’accumulato degli ultimi 15 anni in America Latina, dove diversi processi, alcuni di carattere marcatamente antimperialista ed altri democratico-progressisti, hanno oggettivamente scardinato l’egemonia pressoché assoluta di Washington nel continente, cristallizzandosi in organizzazioni quali l’ALBA, UNASUR e CELAC; processo a cui contribuisce, in questa fase, una maggior presenza, soprattutto economica, di grandi potenze quali Russia e Cina.

In terzo luogo, e conseguentemente a quanto appena detto, la crescente necessità da parte degli USA di combinare bastone e carota in America Latina (esempi lampanti Venezuela e Cuba rispettivamente), anche alla luce della riconfigurazione permanente dei rapporti di forza su scala planetaria che vedono Washington impossibilitato a gestire, incontrastato, diversi teatri operativi o scenari di guerra simultaneamente.

Infine, bisogna considerare che negli ultimi anni il movimento popolare colombiano, uscito con le ossa rotte dalla tenebrosa fase degli anni ’90 e del primo decennio del nuovo secolo, con lo sterminio dell’Unión Patriótica prima e la decimazione dei sindacati e delle organizzazioni sociali poi, si è riarticolato, ricompattato ed è tornato a crescere, dando prova di forza e vigore soprattutto nelle grandi mobilitazioni contadine, indigene e studentesche dell’ultimo lustro. Rilancio delle lotte popolari che si palesa in modo direttamente proporzionale all’aggravarsi della crisi politica, economica e sociale di un regime che, dopo aver cercato inutilmente una autolegittimazione attraverso la guerra totale alla “minaccia narco-terrorista”, ora è costretto a ripulire la propria immagine con una narrazione di “pace”.

Naturalmente, i dialoghi dell'Avana non sono il luogo in cui si può fare la rivoluzione, nessuno lo ha mai affermato e sarebbe folle pensarlo.

Si tratta invece di un tentativo, sui cui esiti definitivi non è ancora lecito pronunciarsi, di entrare in una fase della lotta di classe che veda, mediante il superamento delle principali cause che hanno originato il conflitto armato, la possibilità di fare a meno dell'uso delle armi nell'esercizio della politica (da parte di tutti, tanto della guerriglia come dello Stato).

Non è la prima volta che il conflitto colombiano può entrare in una fase di non belligeranza armata, e se alla lunga il processo dovesse fallire non sarà stata verosimilmente l'ultima.

Sotto questa premessa, in estrema sintesi, le ragioni che rendono strategico il processo di pace sono le seguenti:

1) La stragrande maggioranza del popolo anela la pace e le forze che più si impegnano a costruirla ne avranno un grande riconoscimento; viceversa, se dovesse fallire, coloro che saranno riconosciuti come causa del fallimento non saranno perdonati dal popolo colombiano.

2) Il processo di pace apre spazi di agibilità politica e partecipazione per l'opposizione sociale, che il terrorismo di Stato e il paramilitarismo hanno mantenuto serrati per decenni. Si rafforza quindi il movimento popolare, il cui percorso di rilancio e consolidamento unitari potrebbe entrare in una fase qualitativamente superiore.

3) Il processo di pace ha aperto contraddizioni nel blocco politico oligarchico dominante e nelle forze armate del regime, che si approfondiscono e diversificano man mano che il processo avanza. Le forze della repressione si indeboliscono.

4) Il processo di pace permette di aprire varchi nella coltre di menzogne e propaganda di guerra che è stata minuziosamente e scientificamente stesa per decenni intorno alla natura della resistenza guerrigliera, ai suoi caratteri ed al contesto in cui si è generato e sviluppato il conflitto sociale e armato; facilita la ricerca della verità ed allarga la consapevolezza di essa tanto sul piano nazionale quanto a livello internazionale. Permette inoltre di svelare e riconoscere il fenomeno del paramilitarismo di Stato per quanto concerne la sua origine, i suoi reali propositi, i suoi mandanti e la sua portata.

5) Il processo di pace getta le basi per risolvere la situazione degli oltre 10.000 prigionieri politici, combattenti e non, inclusi coloro che sono detenuti in carceri USA. La guerriglia ha chiarito che non ci può essere la firma di alcun trattato di pace senza la presenza fisica del proprio delegato plenipotenziario Simón Trinidad.

6) I dialoghi dell'Avana hanno messo in moto una dinamica che, anche se indirettamente, mette pressione al governo Santos e moltiplica le voci e i pronunciamenti favorevoli ad una apertura ufficiale di un processo di pace con la guerriglia dell'ELN, con cui i colloqui si sono protratti sino ad ora su un piano esplorativo ed interlocutorio.

7) In questi tre anni di processo, il mondo intero ha potuto vedere, sentire, palpare e cogliere il carattere eminentemente politico di una guerriglia che, soprattutto dopo l'11 settembre 2001 e la rottura dei dialoghi del Caguán (inizio 2002), era stata sottoposta non solo alla più grande offensiva militare controinsorgente della storia contemporanea dell’America Latina, ma anche a una pesantissima campagna di diffamazione, demonizzazione e disinformazione strategica, tesa a dipingerla come “narco-terrorista”.

8) Come sottolineato in tempi non sospetti dall’intellettuale statunitense James Petras, questi dialoghi FARC-governo sono caratterizzati da una differenza sostanziale rispetto ad altri processi di soluzione politica di conflitti, come quelli curdo (con lo Stato turco), basco (con Spagna e Francia), e, a ritroso, quelli centroamericani (Salvador e Guatemala), quello sudafricano e quello irlandese: la presenza ineludibile, nell’agenda comune così come nelle discussioni e trattative, di questioni di ordine strutturale, che afferiscono al modello economico in diversi suoi aspetti. Il concetto è chiaro: se soluzione politica sarà, con tanto di trattato di pace, non si sarà costruito il socialismo ma si saranno gettate nuove ed ulteriori basi per continuare a lottare per esso, con conquiste tangibili sul piano della giustizia sociale.

9) Da quando è iniziato il processo tutte le questioni fondamentali della vita nazionale colombiana, di carattere politico e non, sono passate e continuano a passare per l’Avana. Nonostante i conati di bile dell’uribismo, e i pruriti trionfalistici del governo Santos e delle sue figurine, il fatto che le FARC siano punto di riferimento ineludibile per pensare e realizzare le trasformazioni necessarie al superamento del conflitto, è un dato assodato e riconosciuto da tutti, in Colombia e nel mondo.

10) Tre anni di dialoghi, in cui decine di comandanti e guerriglieri e guerrigliere hanno acquisito ulteriori esperienze non solo sul piano politico e diplomatico, ma anche in altri campi, come quello della comunicazione, rappresentano una scuola formidabile: sono fioriti blogs e nuove pagine web insorgenti, si sono moltiplicate le presenze nei diversi social network, e giovani combattenti hanno potuto formarsi per creare quello che potrebbe essere l’embrione di una futura televisione fariana (Noticiero Insurgente, Mesa Redonda, ecc.). Inoltre, la possibilità di concentrare un numero significativo di membri dello Stato Maggiore Centrale e del Segretariato delle FARC, così come di diversi comandanti di Fronti e Blocchi guerriglieri, in un luogo sicuro e dotato di quelle caratteristiche idonee a sviluppare il lavoro politico, il dibattito teorico e l’interscambio diretto di idee ed esperienze (cosa spesso difficile in Colombia per via dell’intensità della guerra e delle conseguenti misure di sicurezza di necessaria adozione), sta consentendo all’organizzazione guerrigliera di preparare al meglio quella che sarà, in data a noi sconosciuta, la X Conferenza Nazionale (una sorta di Congresso, nonché il momento e l’istanza più importanti in assoluto nelle FARC).

Le precedenti considerazioni possono tornare utili anche a coloro i quali (a dir la verità un’infima minoranza), in Italia come nel mondo, criticano il processo di pace “da sinistra”. Infatti, il non riconoscere l'importanza dei dialoghi significa assumere una visione statica della storia. Osteggiarli massimalisticamente equivale a ritenere che le armi siano un fine e non un mezzo, come se non esistessero – o non potessero esistere per principio – fasi storiche nelle quali il loro impiego non solo non sia necessario, ma addirittura controproducente. Che ci si trovi o meno di fronte a una di queste situazioni non dipende dal fatto, come qualcuno che non menzioneremo ha suggerito, che lo scenario del conflitto sia un paese cosiddetto di “nuova colonizzazione”, ma dipende dal fatto che la “nuova colonizzazione” si è infranta nella sua componente militare e che la Colombia si trova in un continente che ha saputo, al contrario, ridurre la propria dipendenza da Washington. Inoltre, il fatto che si apra o no una fase nuova dipende anche dall'esito più o meno favorevole del processo di pace stesso, e la sua valutazione spetta ai combattenti colombiani, che sicuramente hanno più elementi di quelli che può avere un qualsiasi altro osservatore.

Disconoscere l'importanza strategica della soluzione politica equivale ad assumere una visione non marxista e non leninista della lotta di classe, laddove considerazioni di carattere generale (e spesso astratto) sostituiscono l'analisi concreta della situazione concreta, con tutte le sue specificità e sfaccettature.

Le armi così come sono comparse possono scomparire, se si apre una situazione nuova. In nessun caso si parla di consegna delle stesse. Paragonare il processo di pace dell'Avana a situazioni sgangherate come quella guatemalteca significa non conoscerlo e non sapere da dove viene l’esercito guerrigliero di Manuel Marulanda e dove è deciso ad arrivare.

La ricerca di una soluzione politica è sempre stata una bandiera dell'insorgenza, e non vi sono elementi che possano far pensare ad una rinuncia della guerriglia ai propri obiettivi politici, né tanto meno alla propria ideologia comunista e rivoluzionaria.

A questo punto ci addentriamo più nello specifico dell’accordo raggiunto lo scorso 23 settembre all’Avana, che, come abbiamo premesso, è una tappa (certamente fondamentale) del processo di pace e non può essere separato dal suo insieme.

Perché sono tanto risentiti gli ambienti oligarchici per questo accordo? Perché Santos appariva scuro in volto e preoccupato, mentre i guerriglieri, come riconosciuto persino dalla stampa di regime, erano carismatici e sorridenti?

Qualcuno, a “sinistra”, ha paventato che la stretta di mano tra il Comandante Timoleón Jiménez e Juan Manuel Santos sarebbe favorevole all'imperialismo e sfavorevole alle forze popolari. Si tratta, insistiamo, di una valutazione superficiale e che non tiene conto di una serie di fattori che compongono l’equazione, non ultimo quello dell’ormai innegabile riconoscimento delle FARC come forza belligerante, con tutto ciò che implica e significa.

Concretamente, le ragioni per le quali quello firmato è un accordo molto importante, e che senza dubbio rappresenta un avanzamento rilevante, sono principalmente tre:

1) Ogni funzione investigativa e giudicante relativa al conflitto, che era appannaggio dello Stato, passerà ad essere di esclusiva competenza del nuovo tribunale, conformato da giuristi qualificati e non compromessi in carriere repressive (requisito per essere selezionati), colombiani e internazionali, scelti da un comitato ad hoc nominato a sua volta di comune accordo tra le parti.

Si acclara pertanto che lo Stato non può essere sia parte della guerra che giudice dei fatti che la riguardano. Si riconosce implicitamente che gli organismi inquirenti dello Stato sono parte in causa e hanno svolto una funzione di sostegno, in chiave repressiva, della politica guerrafondaia e antipopolare: risultano pertanto non idonei all'esercizio di una giustizia veritiera.

2) Il tribunale giudicherà fatti specifici, soprattutto riguardanti le violazioni del Diritto Internazionale Umanitario e i crimini di lesa umanità commessi da chiunque, soggetti statali e non, armati e non, compresi ex presidenti. Nessuno è esente dalle indagini: né finanziatori, né promotori, né beneficiari della guerra.

Saranno coperti da amnistia tutti gli atti legati al cosiddetto “delitto politico” (come per esempio la ribellione e ciò che ad essa afferisce), che in nessun modo potranno essere sottoposti a indagine e giudizio.

Viene dunque riaffermato il principio secondo il quale non si processa il diritto universale dei popoli alla ribellione.

3) Le vittime del conflitto ed i loro familiari, che sono milioni, comprese migliaia di esiliati perseguitati dal terrorismo di Stato, avranno con la Giurisdizione per la Pace la possibilità di veder fatta luce sulle circa 2.000 fosse comuni, sui mandanti degli innumerevoli massacri e sui patrocinatori e finanziatori del paramilitarismo; si tratta pertanto di uno strumento poderoso per contrastare la pluridecennale blindatura di regime finalizzata ad assicurare e perpetuare un’impunità pressoché totale. Ma si tratta anche di un meccanismo che contemplerà diverse modalità di risarcimento nei confronti delle vittime stesse e/o delle loro famiglie, e di garanzie affinché il principio della non ripetizione dei crimini sia rispettato da tutti.

Ciò detto, il percorso verso la firma di un Trattato di Pace definitivo non è cosparso di petali di rose e non è privo di ostacoli. Consentiteci di menzionarne alcuni:

Le cosiddette “salvedades”, ossia quei temi – contenuti nei punti dell’Agenda comune – sui quali le parti belligeranti non hanno trovato ancora un consenso. Da qui il fatto che, soprattutto in merito alla questione rurale ed agraria ma anche al punto sulla partecipazione politica, FARC e governo abbiano siglato soltanto accordi parziali. Le “salvedades” andranno tirate fuori dal congelatore ed affrontate in profondità quale passaggio previo ad un accordo finale e generale.

La questione delle armi della guerriglia: il governo e i media straparlano (illudendosi, o comunque mentendo sapendo di mentire) di consegna delle armi, quando invece anche l’Agenda comune sottoscritta dalle parti parla chiaramente di “dejación de armas”, e cioè la cessazione del loro uso in politica; cosa che, come le FARC hanno infinite volte ribadito, dev’essere fatta anche dallo Stato.

Il meccanismo di approvazione popolare di un eventuale Trattato di Pace: il governo colombiano continua a parlare di referendum, magari da spendere in una congiuntura o scadenza elettorale in cui possa autopuntellarsi. Le FARC, invece, hanno da subito proposto un’Assemblea Nazionale Costituente che includa appieno gli esclusi di sempre (movimenti sociali, afrodiscendenti, indigeni, sindacati, ecc.), afferri e sciolga quei nodi eventualmente irrisolti nel processo dell’Avana, e, scrivendo una nuova Costituzione, rifondi il paese sulla base della volontà del Costituente Primario, che è il popolo.

La testardaggine del governo nel continuare ad agire in termini unilateralistici, promuovendo, in sede esecutiva e legislativa, misure e politiche riguardo questioni fondamentali che non solo non sono state affrontate e risolte al Tavolo dei dialoghi dell’Avana, ma che sono in pesante contraddizione con quanto accordato sin qui con le FARC. Testardaggine accompagnata da un’evidente mala fede, palesata anche dopo l’accordo del 23 settembre scorso nella misura in cui i portavoce di Santos hanno dichiarato che sarebbero state necessarie alcune revisioni di questioni che l’accordo stesso precisa e definisce in modo inequivocabile.

La Dottrina della Sicurezza Nazionale e la teoria del “nemico interno”, di matrice USA, che permeano le forze armate e di polizia dello Stato colombiano, e che hanno partorito sin dagli anni ’50 il paramilitarismo come politica contro-insorgente. Senza una netta sterzata, e senza lo smantellamento del paramilitarismo, una pace duratura sarà una chimera.

In conclusione, per le forze popolari e rivoluzionarie colombiane la battaglia per la pace con giustizia sociale è un terreno strategico. Un eventuale spostamento del conflitto dal piano armato a quello politico, non significherebbe in alcun modo l’erosione della lotta di classe, bensì un suo allargamento con la possibilità per le FARC, comunque tutta da costruire, di irrompere politicamente nei grandi nuclei urbani, storicamente più permeabili alla disinformazione dei media oligarchici e meno soggetti agli effetti della guerra. E’ lì, dove oltre il 70% della popolazione colombiana è concentrato, che si giocherà un pezzo decisivo della partita il cui risultato finale, siamo certi, sarà la Nuova Colombia, bolivariana e socialista.

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