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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/01/2025

Non c’è “democrazia” sotto i “re della produzione”

Che ci sia una tendenza reazionaria apparentemente inarrestabile, in tutto l’Occidente capitalistico, è così evidente che quasi lo si dà per un evento “naturale”. Ma ovviamente non lo è.

Eppure ogni media mainstream, oltre che l’intera classe politica neoliberista, continua a parlare in termini “etici” del ruolo occidentale nel mondo, ripetendo ogni tre per due che “siamo le democrazie” contrapposte a nemici comunque descritti come “autocrazie” a prescindere dal regime politico, dal rapporto tra settore pubblico e iniziativa privata, dal sistema elettorale (magari molto più sicuro del nostro, per esempio in Venezuela...).

Nelle relazioni internazionali questa pretesa di “ordine basato su regole universali” è sparito ormai da tempo, sostituito da rapporti di forza puri e semplici. Lo prova il discredito in cui sono stati gettati tutti gli organismi internazionali, dall’Onu (e tutte le sue agenzie) alle Corti di giustizia.

Resta comunque una pretesa di “eticità” superiore, ma il doppio standard applicato a tutte le crisi ormai sta generando un doppio diritto internazionale: uno valido per “gli amici” e l’altro per “i nemici”.

Un codice di guerra, dove “i nostri” sono buoni per definizione (per esempio Al Qaeda in Siria!), mentre “loro” sono mostri inumani (“animali”, come affermato dall’ex ministro della difesa di Israele, Gallant).

Il caso del governo “europeista” polacco che ha deciso di non applicare il mandato d’arresto per Netanyahu, emesso dalla Corte internazionale di cui pure fa parte, ne è solo l’ultima e forse definitiva dimostrazione.

Ma è sugli assetti interni, sui “contrappesi democratici” disegnati per regolare non solo i poteri dei governi, ma anche quelli tra mondo delle imprese e istituzioni, che cominciano a preoccuparsi anche i più fedeli appartenenti alla “comunità di classe” che si usa chiamare establishment borghese.

Il direttore di MilanoFinanza, importante giornale economico, appartiene certamente ai livelli alti del sistema mediatico mainstream. E dunque il suo ultimo editoriale (“Elon Musk e gli altri tycoon di casa nostra rispettano le leggi sulle concentrazioni di potere?”) pone il problema dall’interno stesso di quel mondo dove solo l’“impresa” ha diritto alla piena “libertà”. E non solo per gli Usa, ma anche per l’assai meno gigantesca Italia.

Perché è diventato chiaro che concentrazioni di potere e ricchezza di certe dimensioni mettono in discussione proprio la libertà di altre imprese, oltre che degli sfortunatissimi “cittadini comuni” (lavoratori in primis, naturalmente).

Detto altrimenti, una così esagerata disuguaglianza di potenza economica – il monopolio dei satelliti Starlink è il punto forse massimo – andrebbe in qualche modo limitata proprio per garantire che la mitica “concorrenza” possa esercitare ancora il suo ruolo di “stimolo” per un ulteriore progresso.

Ma ad esercitare questo potere di “confinamento” non c’è più né uno Stato, né “il mercato”.

Lo Stato più potente del mondo, gli Usa, è ora in mano a due miliardari abituati a stracciare ogni regola, a comprarsi le collaborazioni che servono (magistrati, politici, ecc.), ad intervenire negli affari interni di altri paesi (Germania, Gran Bretagna, Italia, ecc). E soprattutto – da punto di vista di un giornale economico – a stravolgere le aspettative dei “mercati” per trarre il maggiore profitto individuale possibile (politico e/o finanziario).

A Elon Musk, soprattutto, che riunisce in sé il massimo di ricchezza individuale nel mondo e il potere di un “superministro” Usa, basta ormai aprire bocca per indirizzare le dinamiche di mercato che, come “privato”, poi traduce in profitti mostruosi.

Altro che insider trading o “false comunicazioni”...

Sommella arriva a porsi la questione giusta: “Prima di combattere [...] le autocrazie come quelle russe, guardiamo dentro casa se non stiamo diventando come chi vogliamo battere con la forza dei diritti e i principi di libertà”.

In altri termini: “Le istituzioni, negli Stati Uniti, come in Europa e in Italia, hanno ancora voce in capitolo o comanda solo chi ha più soldi in barba alla legge e alle Costituzioni?” Il governo Meloni ha risposto fin dal primo giorno “non daremo fastidio alle imprese”. E, se ti fai condizionare da bottegai e “balneari”, figuriamoci se ti viene da “contenere” Musk o Bezos, ecc.

È l’Occidente neoliberista ad affossare la democrazia che pretendeva di rappresentare.

Il che ci permette di illuminare un fatto che ovviamente Sommella non può citare senza andare in drammatica contraddizione. In tutte quelle che vengono qui definite “autocrazie” – termine privo di senso universale, al pari di “sovranismo” o “terrorismo” –, tutte molto diverse tra loro quanto a sistema economico e regimi politici, le “grandi concentrazioni” sono subordinate più o meno strettamente al potere politico e alle sue politiche economiche.

In Cina basterebbe chiedere lumi a Jack Ma, il miliardario fondatore di Alibaba, che ha dovuto ridimensionare drasticamente le sue ambizioni quando ha soltanto accennato a pretendere modifiche “all’occidentale” per il sistema bancario di Pechino.

E persino nella certamente capitalistica Russia putiniana gli “oligarchi” che impazzavano ai tempi di Boris Eltsin e dei “consiglieri americani” a Mosca, hanno fatto le valige oppure sono scesi a più miti consigli.

In entrambi i casi “il privato” deve essere inserito in una logica complessiva che ha l'“interesse pubblico” (nazionalista o socialista che sia) al suo centro. Non viceversa.

Al centro dell’offensiva reazionaria nell’Occidente neoliberista c’è invece un rapporto totalmente unilaterale, squilibratissimo, tra “impresa privata” e interessi collettivi, rappresentati almeno approssimativamente dal “potere pubblico”.

In questo squilibrio, non più moderato dai “contrappesi istituzionali”, e tanto meno dal defunto “quarto potere”, sono cresciuti i nuovi «re per la produzione, i trasporti e la vendita di una qualsiasi delle necessità della vita» contro cui venne varata la legislazione antitrust Usa, nel 1890.

E un “re nella produzione” non può che pretendere di essere tale anche a livello politico, perché solo il monopolio della forza esercitato dallo Stato può consentirgli di restare tale.

Poi, di fatto, i “re” possono anche essere più di uno, ma non cambia il rapporto con il resto della società e del mondo.

Si chiama oligarchia, comunque si autodescriva.

Buona lettura.

*****

Elon Musk e gli altri tycoon di casa nostra rispettano le leggi sulle concentrazioni di potere?

Roberto Sommella – Milano Finanza

Oltre a chiedere una dozzina di volte a Giorgia Meloni che tipo di accordo ha fatto l’Italia con Elon Musk, per cui la premier nutre una evidente simpatia, dovremmo interrogarci anche se gli americani vivono ancora nella terra del mercato e del rispetto delle regole.

A vedere la concentrazione di potere nelle mani del magnate non si direbbe. E non si direbbe che il problema venga avvertito anche in Europa.

Il braccio destro del presidente eletto Donald Trump appena condannato prima ancora di giurare, ha venduto i certificati verdi alle case automobilistiche europee così che queste ultime non pagheranno le assurde multe di Bruxelles sull’elettrico; sta per stringere un accordo con il governo italiano per venderci il suo (unico) sistema di comunicazioni satellitari attraverso Starlink; influenza il mercato con dichiarazioni e turbative di mercato, come sulle criptomonete, di ogni genere; usa il suo social media X per interferire sui fatti interni di tanti Paesi, come ad esempio è avvenuto per la Germania e la Gran Bretagna, per cui nutre una atavica antipatia.

Dove sono i contro poteri che il diritto anglosassone ci ha insegnato essere fondamentali per bilanciare quello esecutivo?

Dove sono gli antitrust americani, dove è scaduto il mandato di una ora preoccupata Lina Khan, presidente della Federal Trade Commission, e la Sec, l’organismo di controllo di borsa?

Dove è finito il Congresso, che durante la passata legislatura portò alla sbarra in lunghe audizioni i padroni del potere tecnologico a partire da Mark Zuckerberg, ora già in luna di miele con Trump, così come Jeff Bezos?

Dove sono i potenti mezzi di informazione statunitense, capaci di inchiodare alle proprie responsabilità uno tosto come Richiard Nixon durante lo scandalo Watergate o Bill Clinton per il suo sex affair?

L’America sembra tornata all’epoca del Far West, dove vigeva la legge del più forte. E anche nell’Unione Europea non si è levato nemmeno un pigolio nei confronti del debordante abuso di posizione dominante dei tanti mezzi di controllo di cui dispone Musk cui Milano Finanza dedica la sua copertina nel numero in edicola e online.

Eppure sono stati proprio gli americani, dalla guerra di indipendenza in poi, quando in Europa c’erano solo sovrani assoluti, ad insegnarci il valore della libertà e il ripudio degli abusi su chi è più debole. Ci sono pagine e pagine di storia americana a ricordarcelo.

«Se non tolleriamo un re come potere politico, non dovremmo tollerare un re per la produzione, i trasporti e la vendita di una qualsiasi delle necessità della vita», ammoniva appunto il senatore repubblicano John Sherman, padre della legge antitrust americana, promulgata nel lontano 1890.

Tutto questo ora appare dimenticato, svanito, anche su organi di stampa sempre molto severi come l’Economist, che pretendeva persino di stabilire se Silvio Berlusconi fosse idoneo a governare e oggi non si chiede se Musk sia idoneo per governare la loro cosa pubblica.

Sicuramente noi italiani non possiamo dare lezioni di indipendenza ma almeno la stampa libera dovrebbe avere un sussulto d’orgoglio. E ricordare che anche noi abbiamo i nostri piccoli Trump. Si chiamano Francesco Milleri e Francesco Gaetano Caltagirone, i padroni delle nostre banche.

Essi si muovono sempre in coppia, qualcuno direbbe di concerto, e prima in Generali (quando ancora era vivo Leonardo Del Vecchio), poi in Mediobanca e ora in Monte dei Paschi di Siena, dove sono arrivati ad avere il 20% circa insieme, più della quota dello Stato. Muovono a passo di danza gli stessi passi, gli stessi acquisti, le stesse percentuali, come due ballerini del Bolshoi nel Lago dei cigni.

Anche qui, come sta avvenendo per Unicredit su Bpm, la Consob dovrebbe accedere il suo occhio di bue, per restare nella metafora teatrale, perché un semplice grafico dimostra una certa correlazione tra gli acquisti. Caltagirone e Milleri, spieghiamo sempre nel numero di Milano Finanza in edicola e online, hanno investito a Trieste, Piazzetta Cuccia e nel Monte qualcosa come 14,64 miliardi di euro, una cifra enorme per l’asfittico mercato borsistico italiano.

Sono loro i veri padroni del vapore o c’è qualcuno, al governo o al ministero dell’Economia, dove si festeggia una ritrovata stabilità del Paese sui mercati (lo dimostra la domanda boom da 270 miliardi di euro per le aste di Btp con tassi calanti), in grado di frenarne la potenza di mercato?

Le istituzioni, negli Stati Uniti, come in Europa e in Italia, hanno ancora voce in capitolo o comanda solo chi ha più soldi in barba alla legge e alle Costituzioni?

Prima di combattere, giustamente, le autocrazie come quelle russe, guardiamo dentro casa se non stiamo diventando come chi vogliamo battere con la forza dei diritti e i principi di libertà. Non pieghiamo la democrazia come un arco per colpire il prossimo ma usiamola sempre come uno scudo prezioso per proteggere quel prossimo che qualcuno vuole schiacciare.

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18/08/2024

Golpismo, il genoma del capitalismo

Le scene di violenza in Venezuela, dove i nuovi "guarimberos" hanno attaccato uomini, uffici e simboli dell'istituzionalità del Paese, vanno decifrate per quello che sono: un tentativo di colpo di Stato voluto e sostenuto dagli Stati Uniti come tutti i precedenti tentativi nella storia delle relazioni USA-Venezuela. L'obiettivo era (ed è tuttora) il rovesciamento del governo di Maduro e l'instaurazione di un regime di estrema destra simile per molti aspetti a quello di Noboa in Ecuador e - per alcuni tratti - a quello di Milei in Argentina. La fisionomia golpista della destra venezuelana non sorprende. L'identità subculturale, idrofoba, impregnata di classismo, razzismo e odio verso l’interno unito a dosi massicce di malinchismo (non semplice esterofilia ma affascinamento e devozione per i paesi esteri dominanti ndr) verso l’esterno, sono i connotati tipici della destra latinoamericana in generale, e trovano nella destra venezuelana il punto di massima espressione.

Certo, la destra continentale dispone di blocchi sociali, di voti pesanti, di appoggi politici e imprenditoriali, che usufruisce di sanzioni e accerchiamento imperiale, di strumenti mediatici, di finanze e di relazioni internazionali, ma laddove c'è una sinistra che svolge la sua missione, la destra non riesce a diventare maggioranza elettorale. L'unico strumento praticabile per essa, connotato dalla sua dimensione ideologica, è quindi la presa violenta del potere. Perché i tempi di attesa per tornare a essere maggioranza elettorale sono lunghi (laddove esistono) e inconciliabili con l'urgenza di arrestare il cambiamento internazionale di cui la stessa America Latina è in parte ispiratrice e comunque protagonista.

Il golpismo non è (solo) una cospirazione di perversi, ma una precisa modalità di azione politica. Ma se non è (solo) una cospirazione di malvagi, è anche vero che non esiste una cospirazione di malvagi che non sia stata concepita da un cospiratore ancora più malvagio. I funzionari del terrore agiscono in ossequio a un'idea di governo che rappresenta apertamente gli interessi dei potenti. Il tutto nasce dalla negazione delle regole democratiche, dalla non accettazione del fondamento della democrazia, ossia la libertà di espressione e la partecipazione alla vita politica ed elettorale di tutti i cittadini. Il principio universale della partecipazione è visto come un affronto alla dimensione del potere politico che, secondo loro, appartiene esclusivamente alla classe a cui appartengono ed ha come caratteristiche identitarie il fascismo, il razzismo, il classismo e il dominio maschile.

Con la rivendicazione della supremazia di una razza ispanica con radici europee e la conferma del loro destino con la pretesa di essere al vertice di ogni piramide sociale, maledicono di essere nati nel Sud e credono che sostenendo il Nord possano trovare il loro posto. Sanno che la mera funzione di vassallaggio al gigante del Nord mantiene popoli e Paesi in miseria, ma garantisce la loro ricchezza e difende i privilegi che la accarezzano. È, per eccellenza, l'applicazione del postulato principale della Dottrina Monroe, che produce una coincidenza di interessi tra l'impero e l'oligarchia latinoamericana: la cooptazione della casta oligarchica trova, nell'alleanza con gli USA, una straordinaria coincidenza ideologica e programmatica che si esprime nel mutuo soccorso e che vede nell'annessionismo una sorta di destino naturale da accompagnare e mai da contrastare.

C'è poi l'aspetto del contrasto alle politiche socio-economiche che, laddove si insediano governi di sinistra, tendono a invertire le priorità di spesa in direzione dei meno abbienti, interrompendo il trasferimento di risorse pubbliche al settore privato già graziato con inesistenti tassazioni sui profitti e legiferazioni medievali sul terreno dell’organizzazione del lavoro. Gli investimenti nei diritti universali rappresentano dunque una minaccia mortale per il dominio di classe, perché laddove i bisogni generano diritti, il privilegio perde cittadinanza.

Tuttavia, il golpismo non è un'eredità esclusiva del panorama latinoamericano: la stessa Europa - Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, Romania e Ucraina tra gli altri - ne è stata vittima. Ma il continente latinoamericano rimane il territorio più propizio per esperimenti di stravolgimento violento dell'ordine democratico: questo, del resto, è confortato dalla sua storia di laboratorio politico per le tecniche di dominio a cui gli Stati Uniti hanno storicamente sottoposto il subcontinente.

I modelli operativi del colpo di Stato

L'ingresso della tecnologia nei processi di cambiamento sociale ha portato a modifiche pratiche, e non concettuali, delle dottrine golpiste. Queste avvengono nel mezzo di una transizione che, in alcuni casi, ha ancora il volto storico dell'avventura in cui i militari assumono il controllo dei Paesi; in altri, la metodologia applicata si basa invece sulla destabilizzazione dall’esterno che si affida all’interno sull'alleanza tra settori oligarchici, gerarchie ecclesiastiche ed estrema destra.

Quando, per mancanza di condizioni oggettive, le due opzioni citate diventano impraticabili, c'è il "Piano C": lasciare il governo di alcuni Paesi (anche paesi chiave per l'assetto geopolitico latinoamericano) a un'opzione elettorale diversa nella forma ma simile nel contenuto. Questa parziale e talvolta forzata apertura di serraglio permette di far passare il messaggio di una presunta vena democratica in cui si riconoscerebbero i militari e gli uomini d'affari, l'estrema destra e la Chiesa. Niente di più falso. Si tratta sempre di gorilla, solo che per l'occasione si presentano in giacca e cravatta.

La particolarità dei colpi di Stato latinoamericani è che intersecano le esigenze di dominio delle oligarchie locali e del capitalismo statunitense e che entrambi acquisiscono connotati numericamente significativi grazie anche all'appoggio incondizionato delle gerarchie ecclesiastiche e dell'evangelismo (in feroce competizione tra loro ma entrambi arruolati per la causa comune) decisivi nel cementare e strutturare il consenso di massa alla strategia imperiale. Ed è proprio negli Stati Uniti che il modello contemporaneo di complotto golpista, comunemente identificato con le strategie di guerra ibrida, esprime il proprio senso più profondo.

Il tentato (e ripetuto) colpo di Stato in Venezuela fa scuola. È difficile ignorare che l'idea di rovesciare il chavismo attraverso un colpo di Stato esiste dal primo giorno in cui il Comandante Chávez si è insediato a Miraflores. Oggi, qualunque sia l'interpretazione che se ne voglia dare, deve essere vista come una parte fondamentale della più ampia operazione di Washington di "bonifica e recupero" del continente.

Operazione che richiede una certa urgenza secondo Washington. Nell'attuale contesto internazionale, infatti, i capitali che si spostano dal Nord al Sud e all’Est, la riconversione verde delle economie mostra i suoi limiti strutturali insuperabili e i combustibili fossili mantengono il loro valore strategico. Per l'Occidente collettivo che deve fare a meno degli idrocarburi russi e oltretutto ha nel Golfo Persico amici meno affidabili che in passato, le straordinarie riserve venezuelane di petrolio convenzionale e non convenzionale, di minerali preziosi, di acqua dolce e di riserve della biosfera hanno un valore strategico assoluto. Venti milioni di barili di petrolio al giorno transitano dallo Stretto di Hormuz per raggiungere le coste statunitensi, e la differenza di costo tra i 44 giorni che ci vogliono per navigare e i quattro giorni che ci vorrebbero se il greggio provenisse dal Venezuela è la misura della conveniente "ansia da democrazia" della Casa Bianca. Qui, prima ancora della narrazione politica, si misura l'atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del continente.

Passano i decenni e la storia non cambia: a ogni processo di emancipazione e liberazione, la destra reazionaria e conservatrice oppone la forza alla ragione. Le rivoluzioni che hanno raddrizzato i torti e liberato i popoli da un flagello come le dittature oligarchiche che hanno pattinato nel sangue dei giusti, hanno già sperimentato in modo simile il tentativo americano di rovesciarle con la forza. Le risposte sono dovute arrivate in modo brusco e inappellabile. Parafrasando Bertolt Brecht, non si poteva e non si può essere gentili.

Questo è ciò che hanno insegnato i processi rivoluzionari che si sono trasformati in governo: si può giocare alla democrazia quando questa si riduce al principio di delega e le distanze tra governanti e governati restano assolute. Ma l'affermazione di un processo democratico vero, basato cioè sulla partecipazione popolare, non può essere separata dalla necessità di difendere costituzionalità e istituzionalità del sistema politico e, dunque, l'esito del voto con qualsiasi mezzo e in qualsiasi momento. La difesa della volontà popolare è il preludio di qualsiasi progetto democratico e progressista, tanto più di un progetto socialista. In un mondo che sarebbe governato dalle “regole”, questa dovrebbe essere la regola certa, invece è la meno osservata.

Prima ancora che prenda piede un processo di cambiamento socio-economico - auspicabile e necessario - fermare il golpismo significa riaffermare la legittimità del cambiamento sociale e politico. Un secolo e mezzo dopo, si riafferma la tesi di Marx che, pur rifiutando l'idea di una democrazia formale che non abolisce le disuguaglianze, prevedeva che la stessa democrazia liberale sarebbe diventata incompatibile con il dominio del capitalismo sviluppato. Rimane valido il suo invito a scegliere: socialismo o barbarie.

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10/12/2022

Perù - Il Presidente Castillo deposto dall’oligarchia... e dai suoi errori

Una ricostruzione sul colpo di stato contro il presidente Castillo in Perù.

Il 6 giugno 2021 è stato un giorno che ha scioccato molti nell’oligarchia peruviana. Pedro Castillo Terrones, un insegnante rurale mai eletto prima, vince il secondo turno delle elezioni presidenziali con poco più del 50,13% dei voti. Più di 8,8 milioni di persone hanno votato per il programma di profonde riforme sociali di Castillo e per la promessa di una nuova costituzione contro il candidato dell’estrema destra, Keiko Fujimori. In una drammatica svolta degli eventi, l’agenda storica del neoliberismo e della repressione, tramandata dall’ex dittatore peruviano Alberto Fujimori a sua figlia Keiko, è stata respinta alle urne.

Da quel giorno, ancora incredula, l’oligarchia peruviana dichiarò guerra a Castillo. Hanno reso i successivi 18 mesi per il nuovo presidente un periodo di grande ostilità mentre cercavano di destabilizzare il suo governo con un attacco su più fronti che includeva un uso significativo della legge. Con un appello a “buttare fuori il comunismo”, il principale gruppo imprenditoriale dell’oligarchia, la National Society of Industries, pianificò di rendere il paese ingovernabile per Castillo.

Nell’ottobre 2021 sono state rilasciate registrazioni che hanno rivelato che dal giugno 2021 questo gruppo di industriali, insieme ad altri membri dell’élite peruviana e leader dei partiti di opposizione di destra, aveva pianificato una serie di azioni tra cui il finanziamento di proteste e scioperi. Gruppi di ex militari, alleati con politici di estrema destra come Fujimori, iniziarono a chiedere apertamente il violento rovesciamento di Castillo, minacciando funzionari governativi e giornalisti di sinistra.

Anche la destra al Congresso si è unita a questi piani e ha tentato di mettere sotto accusa Castillo in due occasioni durante il suo primo anno in carica. “Dal mio insediamento come presidente, il settore politico non ha accettato la vittoria elettorale che ci ha dato il popolo peruviano”, ha detto Castillo nel marzo 2022. “Comprendo il potere del Congresso di esercitare la supervisione e il controllo politico, tuttavia, questi meccanismi non possono essere esercitati mediando l’abuso del diritto, proscritto nella costituzione, ignorando la volontà popolare espressa alle urne”, ha sottolineato. Si scopre che molti di questi legislatori, con il sostegno di una fondazione tedesca di destra, si erano anche incontrati per stabilire come modificare la costituzione per rimuovere rapidamente Castillo dall’incarico.

I governanti oligarchici del Perù non avrebbero mai potuto accettare che un insegnante di scuola rurale e un leader contadino potesse essere portato in carica da milioni di poveri, neri e indigeni che vedevano la propria speranza per un futuro migliore in Castillo. Tuttavia, di fronte a questi attacchi, Castillo si è allontanato sempre di più dalla sua base politica. Castillo ha formato quattro diversi gabinetti per placare i settori economici, ogni volta cedendo alle richieste di destra di rimuovere i ministri di sinistra che hanno sfidato lo status quo. Ha rotto con il suo partito Peru Libre quando è stato apertamente sfidato dai suoi leader. Ha cercato aiuto dalla già screditata Organizzazione degli Stati americani nella ricerca di soluzioni politiche invece di mobilitare i principali movimenti contadini e indigeni del paese. Alla fine, Castillo stava combattendo da solo, senza il sostegno delle masse o dei partiti di sinistra peruviani.

La crisi finale per Castillo è scoppiata il 7 dicembre 2022. Indebolito da mesi di accuse di corruzione, lotte intestine e molteplici tentativi di criminalizzarlo, Castillo è stato infine rovesciato e imprigionato. È stato sostituito dal suo vicepresidente, Dina Boluarte, che ha prestato giuramento dopo che il Congresso ha messo sotto accusa Castillo con 101 voti a favore, 6 contrari e 10 astensioni.

Il voto è arrivato poche ore dopo l'annuncio televisivo in cui Castillio dichiarava lo scioglimento del Congresso. Lo ha fatto preventivamente, tre ore prima dell’inizio della seduta congressuale in cui doveva essere discussa e votata una mozione di destituzione per “incapacità morale permanente” a causa di accuse di corruzione. Castillo ha anche annunciato l’avvio di un “governo di emergenza eccezionale” e la convocazione di un’Assemblea costituente entro nove mesi. Ha detto che fino a quando l’Assemblea Costituente non fosse stata insediata, avrebbe governato per decreto. Nel suo ultimo messaggio da presidente, ha anche decretato l’inizio del coprifuoco alle 10 di quella sera. Il coprifuoco, così come le altre sue misure, non è mai stato applicato. Ore dopo, Castillo fu rovesciato.

Boluarte ha prestato giuramento dal Congresso mentre Castillo era detenuto in una stazione di polizia. Nella capitale Lima sono scoppiate alcune manifestazioni, ma neanche lontanamente sufficienti a invertire il colpo di stato che era in preparazione da quasi un anno e mezzo, l’ultimo nella lunga storia di violenza dell’America Latina contro le trasformazioni radicali.

Il colpo di stato contro Pedro Castillo è una grave battuta d’arresto per l’attuale ondata di governi progressisti in America Latina e per i movimenti popolari che li hanno eletti. Questo colpo di stato e l’arresto di Castillo ricordano duramente che le élite dominanti dell’America Latina non concederanno alcun potere senza un’aspra lotta fino alla fine. E ora che la polvere si è calmata, gli unici vincitori sono l’oligarchia peruviana e i suoi amici a Washington.

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05/02/2022

Brancaccio - "Democrazia sotto assedio" su RAI Radio 1

– Mancini: “Lei mi dirà che non è marxista...”

– Brancaccio: “Marx qualche volta ha avuto ragione, e bisogna ammetterlo. Le ricerche recenti indicano che la centralizzazione dei capitali è un fatto. La tesi di questo libro, che lei ha gentilmente citato, è che quando si verifica una tale concentrazione del potere economico, c’è il rischio che si verifichi anche concentrazione in poche mani del potere politico. Da qui, la crisi democratica.”


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31/01/2022

La sovranità è dei mercati finanziari, mettetevelo in testa

Dedicato a quei compagni che continuano a ragionare di politica secondo gli input provenienti dai talk show o dagli editoriali di regime.

Ossia agli “intossicati” di pettegolezzi, dichiarazioni, battute, retroscena (un genere giornalistico tutto italiota), “indiscrezioni” rilasciate da portaborse o segretari di partito. E che perciò, sommersi da informazione-spazzatura priva di un qualsiasi disegno razionale si ritrovano a castellare a loro volta “intorno ai nomi” invece che intorno agli interessi sociali in campo.

Dimentichi, insomma, della prima lezione dei nostri maestri: “Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.”

Condannati a non capirci nulla o addirittura a fare il tifo per questo o quel “nome” buttato lì nel calderone. Indimenticabili alcuni “marxisti per caso” che hanno tifato per il capo dei servizi segreti (quelli italiani! Quelli di Piazza Fontana e della stazione di Bologna!) “in quanto donna”. Come se per piazzare una bomba fosse indispensabile una specificità di genere...

Ma anche quelli che ha covato in fondo al cuore un speranziella per Casini (avevamo pronto il titolo, se fosse accaduto: “un Mattarella da discoteca”), Cartabia (Comunione e liberazione) o qualche altro “peone quirinabile”.

Un “pensiero politico”, insomma, dove tutto è possibile perché ridotto a “comunicazione”, giochi di parole, personaggi e progetti intercambiabili, come certe liste elettorali usa-e-getta.

Un “pensiero politico” dove i rapporti di forza sono ignorati e la “dura necessità” accantonata tra le “cose pesanti e noiose”. Tranne sottomettervisi poi, quando risulta chiaro che “non si può fare altrimenti” (“non c’è alternativa”, diceva la Thatcher).

Così, per rafforzare i giudizi e i concetti espressi più volte nei giorni del “romanzo Quirinale”, preferiamo proporvi qui la lettura di un articolo dell’Agenzia Agi. Una delle diverse agenzie di informazione, niente affatto impelagata con le paturnie “democratiche” o “di sinistra”.

Anzi, visto che è di proprietà dell’Eni, con ottime “entrature” nel mondo ovattato dei consigli di amministrazione internazionali. Principalmente europei, ma con robuste interlocuzioni internazionali.

Un modo dove le favole preferiscono raccontarle ai beoti, non bersele. E fin dal titolo il senso è inequivocabile: “Perché i mercati hanno fiducia in Mattarella e Draghi”.

La spiegazione è altrettanto chiara, a volte persino sprezzante verso chi si ostina a blaterare dei “politici” come se fossero protagonisti di qualcosa.

Il succo da trarre è a sua volta semplice, per chi voglia guardare quel che ha davanti invece di lambiccarsi l’ultimo neurone con “chissà che c’è dietro”.

Lo Stato italiano è uno Stato commissariato dai “mercati” e dal costruendo super-Stato chiamato Unione Europea.

La “sovranità” sta infatti ora nei “mercati”, non più nelle “nazioni” e tanto meno nel “popolo”. Gli antisovranisti – esattamente come i nazionalisti – non sono “democratici”, ma oligarchici, in senso stretto (i “felici pochi” che possiedono e decidono). E qualche volta lo dicono pure, anche se a bassa voce.

Alla “politica nazionale” spetta il compito di far accettare alla popolazione – divisa in classi, con livelli diversi di benessere e fonti di reddito – le decisioni perse nei consigli di amministrazione che contano, di concerto con Bruxelles (Ue) e Francoforte (Bce).

Il “patto di stabilità” inchioda tutti i livelli amministrativi “politici”, dallo Stato centrale all’ultimo consiglio municipale metropolitano. Il margine che a ogni livello viene lasciato è quello sufficiente a nutrire le (poche, ormai) clientele e cordate che servono ad assicurare un minimo livello di consenso sociale.

I “fondi del PNRR” – o del Recovery Fund – sono ora in mani considerate “sicure” e nessuno può neanche sognare di metterci il naso. Al massimo potrà consolarsi e arricchirsi continuando ad evadere il fisco (se non è un lavoratore dipendente o un pensionato, ovvio).

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Perché i mercati hanno fiducia in Mattarella e Draghi

Giandomenico Serrao – Agenzia Agi

Nelle cancellerie europee tirano un sospiro di sollievo. Così come ai piani alti delle grandi istituzioni finanziarie che detengono gran parte del debito pubblico italiano. La conferma del ticket Mattarella-Draghi, infatti, è garanzia di stabilità e continuità. E soprattutto di fiducia. “La fiducia in finanza è praticamente tutto”, spiega un analista.

E l’incertezza nell’ultimo periodo si cominciava ad avvertire. Perché la partita del Quirinale, questa volta, era strettamente legata a quella del governo. Lo sapevano i cittadini comuni così come ne erano consapevoli gli investitori dei grandi fondi e delle banche d’affari che ogni giorno fanno muovere la finanza globale.

Lo spread, termometro della fiducia

Per l’Italia lo spread rappresenta il termometro di questa fiducia. E nell’ultimo mese qualche linea di febbre si era registrata, con il differenziale passato dai 130 punti base di inizio mese fin quasi ai 150 punti base (148 pp) di giovedì 27 gennaio.

Certo ci sono in gioco anche altri fattori. Primo tra tutti la fine del programma pandemico della Bce (il Pepp, Pandemic emergency purchase programme, da 1.850 miliardi di euro), il prossimo mese di marzo. Ma nelle “stanze dei bottoni” sono pronti a scommettere che la stabilita’ politica porta anche stabilità finanziaria.

In un anno per ftse mib +21%

A ulteriore dimostrazione di ciò – da quando in carica il governo Draghi, l’indice principale di Piazza Affari, l’Ftse Mib ha guadagnato il 21,72%. Certo non è solo merito di mister ‘whatever it takes’. Nell’ultimo anno, il rimbalzo economico e finanziario si è registrato in tutto il mondo di pari passo con le riaperture delle attività, le vaccinazioni e la ripresa di una vita quasi ‘normale’.

La partita del PNRR

C’è poi la partita del Recovery fund. La gara a tappe in cui l’Italia è impegnata per non perdere i 191,5 miliardi (68,88 miliardi in sovvenzioni e 122,6 miliardi in prestiti). Nel 2021 l’Italia ha raggiunto i 51 obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) concordati con la Commissione Europea con scadenza il 31 dicembre 2021.

Nel corso della conferenza stampa di fine anno, Draghi sottolineò come “occorre dimostrare che la fiducia degli altri Paesi europei, mostrata dando all’Italia questi fondi, è stata ben riposta”.

La fiducia che l’Europa dovrà avere nell’Italia. Nel 2022 infatti andranno centrati altri 102 obiettivi per assicurarsi la seconda e la terza tranche dei fondi europei, in tutto 40 miliardi.

Tagliando al governo?

Certo non tutto è definito. Nella maggioranza di governo, uno dei partiti ‘di peso’ come la Lega ha chiesto a Draghi una nuova fase di governo perché l’ultimo anno di legislatura non si trasformi in una campagna elettorale permanente.

“Per affrontare questa nuova fase serve una messa a punto: il Governo con la sua maggioranza dovrebbe adottare un nuovo tipo di metodo di lavoro che ci permetta di affrontare in maniera costruttiva i tanti dossier, anche divisi, per non trasformare quest’anno in una lunghissima, dannosa campagna elettorale che non serve al paese“, ha detto il ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti al termine di un incontro con il segretario della Lega Matteo Salvini.

A dimostrazione che, pur se nella stabilità, quest’ultima settimana di votazioni per il Quirinale, qualche novità nel governo la porterà. E lunedì i mercati ricominceranno a giudicarci per vedere se la fiducia concessa è ben riposta.

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05/11/2021

Draghi e l’esaurirsi della democrazia in Italia

Aristotele nella Politica individua le forme più comuni di costituzione in oligarchica e democratica classificando anche le tipologie di costituzione per lui esistenti, sia in senso oligarchico che democratico. Pone inoltre un problema che, da solo, ha fatto la stessa storia della filosofia politica ovvero quello delle trasformazioni delle costituzioni e quindi dei regimi democratici. Di fronte al dibattito politico sulle modalità di definitiva collocazione di Mario Draghi nelle istituzioni italiane, ricordando che anche le democrazie cambiano, c’è quindi da chiedersi davvero verso quale ulteriore trasformazione si stia avviando la democrazia in Italia.

E il modo con il quale si sta cercando di collocare Draghi non fa pensare tanto a un nuovo spostamento in senso oligarchico dell’asse democratico della costituzione italiana quanto al fenomeno dell’esaurimento della democrazia in Italia che, come tutti i fenomeni storici, ha radici piuttosto lunghe essendo uno dei frutti velenosi della fine degli anni ’70. Certo, una delle trasformazioni più recenti della democrazia deliberativa istituzionale in Italia, quella di essere strutturata attraverso cartelli elettorali liquidi e pensati solo per l’allocazione di corto respiro delle quote di potere ottenute, già faceva pensare all’esaurimento del fenomeno democratico istituzionale, e quindi del relativo regime, nel nostro paese. Non in miglior stato di salute, tra l’altro, troviamo le forme democratiche alternative: assembleari, digitali o legate ad associazioni mostrano crisi di complessità, e lotte interne, non facilmente risolvibili e certamente non proponibili, se non sul piano puramente etico, come modello di governo della società.

C’è poi un elemento, del dibattito politico su Draghi, che va fissato subito: la figura del presidente del consiglio è il nodo sul quale si sovrappongono diverse reti di potere bancario, finanziario, economico nazionale e globale che si servono della politica istituzionale italiana – per l’allocazione di risorse a loro necessarie – ma che ne sono completamente autonome. Ad esempio, quando Draghi, parlando di ambiente al G20, promuove il ruolo strategico del capitale privato, pensando ai grandi hedge fund, si pone al di fuori del regime democratico italiano, che non prevede in nessun modo l’egemonia dei fondi di rischio sui governi in caso di crisi globali, ma entro le esigenze dei flussi finanziari e degli interessi economici di cui è un punto di riferimento. E tutto questo senza alcun dibattito pubblico o istituzionale perché, del resto, i cartelli elettorali presenti in parlamento ascoltano solo il dibattito sulla propria sopravvivenza (data delle elezioni, definizione collegi elettorali, legge elettorale, alleanze, elezione presidente repubblica).

È evidente che Draghi esiste a democrazia esaurita e in modo più accentuato rispetto alle esperienze di governo Ciampi, Dini, Monti nei quali i residui democratici, le forze politiche presenti in parlamento e i sindacati, avevano un ruolo triste ma attivo nella definizione degli obiettivi di governo. Obiettivi che si sostanziavano nel dover soddisfare coloro, per usare una espressione a suo modo sincera di Lamberto Dini, “che votano tutti i giorni” ovvero i mercati finanziari specie con i loro comportamenti sul mercato pubblico obbligazionario. Se Draghi è la risposta, di reti di potere nazionali e sovranazionali, a coloro che votano tutti i giorni è evidente che chi vota ogni cinque anni, entro criteri di democrazia formale, non può e non deve essere un ostacolo. E così le due maggiori ipotesi di collocazione di Draghi, nel dibattito politico, ci sono proprio per evitare che emergano rischi, per chi vota tutti i giorni, da coloro che votano ogni cinque anni. Oltretutto, dai tempi di Lamberto Dini, i mercati non votano tutti i giorni ma ogni frazione di secondo visto che il grosso delle transazioni in borsa si fa col trading ad alta velocità, e il voto quinquennale, in questa dimensione, assume i caratteri arcaici e lontani di una deliberazione della sala della Pallacorda vista dalla prospettiva di una policy interna trasmessa su Whatsapp a un gruppo di consumatori consorziati tra loro. Tutto questo Draghi lo sa, meno i cartelli elettorali ai quali interessa giusto la pura sopravvivenza.

Per cui Draghi viene visto o come presidente del consiglio a prescindere dal risultato elettorale, proposta Confindustria, o come presidente della Repubblica, “che diventerebbe di fatto semipresidenziale” secondo l’interpretazione del ministro Giorgetti. In ogni caso l’indirizzo democratico, quello elettorale, è subordinato alle esigenze di collocazione di Draghi. E qui parlare di “dittatura” non serve se non alle masse di vaganti che si sono viste in piazza queste settimane con gli slogan più bizzarri. Quello che sta accadendo è un fenomeno più profondo di un colpo di stato: l’emergere di un nuovo potere oligarchico, a due teste (nazionale e globale), che occupa gli spazi di una democrazia esaurita. Gridare al ripristino di una democrazia tradita non servirà a molto perché questa democrazia non c’è più. C’è altro e va scoperto nelle sue reali dimensioni.

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23/02/2020

L’ultima frontiera del profitto: “sterminate le piccole imprese!”

Per cambiare il mondo, occorre conoscerlo. Sennò si fanno bei sogni e poi ci si sveglia disarmati.

Dopo tredici anni di crisi globale ci sembra abbastanza evidente che l’Occidente non riesce ad uscirne. Mentre Cina e altri paesi scalano velocemente le posizioni nell’economia globale.

Tanto che ormai possiamo vedere contrapposti almeno due diversi modelli economici. Che non sono “capitalismo” e “socialismo” classicamente (e ideologicamente) intesi, ma più concretamente neoliberismo ed economia mista.

Da un lato la prevalenza assoluta delle grandi imprese multinazionali, ovviamente privatissime, libere fino all’arbitrio più totale e in grado di destabilizzare intere macro-aree con una sola decisione; dall’altra una prevalenza del pubblico, programmazione, funzionalizzazione del “privato” – anche di grandi dimensioni – a una logica di crescita “collettiva”.

Ma più della contrapposizione ormai evidente, conta il fatto che qui in Occidente la mancanza più che decennale della “crescita” sta generando processi economici degeneri. Il profitto, infatti, non trovando più lo spazio confortevole della “crescita” viene sempre più ricercato nella concentrazione del capitale.

Le grandissime imprese multinazionali – grazie a un sistema finanziario e politico creato su misura per loro (un processo che data ormai oltre 50 anni, per chi ricorda La crisi della democrazia e la teorizzazione ancora acerba dello Stato imperialista delle multinazionali) – assorbono di continuo quelle più piccole, a cominciare dalle maggiori, quelle di dimensioni più simili alle proprie.

È di questi giorni un esempio tutto italiano, con Banca Intesa – primo istituto italiano – che ha lanciato un’opa (definita “ostile” dal soggetto interessato) su Ubi Banca (terza banca nazionale), che aveva a sua volta assorbito la Popolare di Bergamo e altri istituti minori.

Questi processi non generano nuova ricchezza (come ancora raccontano i Cottarelli, Fornero, Senaldi, Calenda, ecc.), anzi ne cancellano parecchia, perché il profitto viene ottenuto con i “risparmi” dovuti alle famose “sinergie”. In pratica, si chiudono molte filiali, si licenzia buona parte dei dipendenti, si ottengono più clienti (nel caso delle banche ognuno dotato di liquidità, piccola o grande che sia), li si “tratta” sempre di più per via informatica, riducendo al minimo contatti, proteste, ecc.

Lo stesso avviene anche nei gruppi produttive (industrie, ecc.), in una spirale di riduzione degli operatori reali a vantaggio di sempre meno oligopolisti. Vengono “invasi” settori prima lasciati volentieri alla spesa pubblica perché poco remunerativi (sanità, pensioni, infrastrutture, trasporti pubblici, ecc.), ma ora sfruttabili in chiave eminentemente finanziaria.

Una modificazione della struttura economica che ha inevitabilmente il suo corrispettivo nella politica, con progressiva riduzione della democrazia. Forse non tutti ricordano uno degli editoriali più espliciti del presunto – molto presunto... – “nonno della democrazia italiana”, al secolo Eugenio Scalfari, in difesa dell’oligarchia.

La ricerca di vie di fuga messe in moto da questi processi economici e politici è ciò che sta terremotando in tutto l’Occidente i sistemi politici, con l’emergere di proposte esplicitamente reazionarie, nazionaliste, neofasciste; ma anche, all’opposto, con la rivitalizzazione di un pensiero “socialista”, sia pur vago (Sanders negli Usa, Corbyn in Gran Bretagna, ecc.).

La vittoria neoliberista sul movimento operaio era stata pressoché completa, anche se sono sopravvissute ovunque eroiche “sacche di resistenza”. Al punto che il grande capitale multinazionale ha potuto procedere oltre, alla demolizione dei suoi eterni alleati – la piccola e media impresa, il ceto medio professionale, l’artigianato, ecc. – che oggi come in passato si ritrovano a dover trovare una nuova visione economica e politica. Che non c’è.

Lo spaesamento deve essere davvero enorme, se l’editoriale di TeleBorsa – a firma del sempre acuto Guido Salerno Aletta – può portare questo titolo...

Buona lettura.

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Sterminate le piccole imprese!

Guido Salerno Aletta – Agenzia Teleborsa

Il capitalismo finanziario ha deciso: non potendo più crescere per via organica a causa della crisi permanente, bisogna cannibalizzare il segmento più vitale dell’economia, quello altrimenti inafferrabile, anarcoide: le piccole imprese devono sparire.

Il sistema politico esegue, complice.

Le Grandi Imprese, il Grande capitale, hanno un Mondo Perfetto a loro disposizione: è fatto di colossali Fondi di Investimento, di Mercati Finanziari Globali aperti h24, di Rating su misura, di Proxi che suggeriscono ogni mossa, di Grandi Opportunità.

Anche in Europa, tutto è fatto per loro: dagli acquisti dei bond con il PSPP (Private Sector Purchase Program) della Banca Centrale Europea ai finanziamenti del Piano Juncker, per non parlare del recentissimo Green New Deal della Unione Europea.

Le Piccole Imprese delle Srl, il Popolo delle Partite Iva, le Banche popolari vanno invece cancellate dal panorama economico e sociale: non sono controllabili politicamente, e non sono neppure ricattabili dal Mercato, perché non sono quotate.

Non sono scalabili dall’esterno, perché i piccoli imprenditori non fanno entrare nessuno nelle loro imprese. Prendono il denaro a prestito dalle banche con oculatezza. I disastri che combinano, poi, sono altrettanto ben congegnati: quando falliscono, lasciano solo debiti. Hanno già spolpato completamente le loro aziende: alle banche ed ai creditori commerciali non rimane assolutamente niente per rivalersi: le locuste, o le termiti, sono nulla al confronto.

Gli Imprenditori singoli, le Piccole e medie Imprese, come le Banche Popolari, non sono gestibili neppure politicamente: sono un mondo di libertà economica e sociale che non risponde a nessuno.

Le Grandi imprese, invece, quando falliscono, sono destinate ad un “nuovo giro”: c’è sempre qualcuno che ci gira intorno, aiutato da altre banche. Uno Straniero che abbocca, il solito Allocco foraggiato, lo trovano sempre.

Guardate che cosa si è fatto in questi anni con le Banche Popolari: la gran parte sono state distrutte, sventrate con gli obblighi di ricapitalizzazione e di quotazione in Borsa. Sono state fatte fallire, per essere inglobate: il Marcio era tutto lì, guarda caso.

E poi, le piccole imprese industriali e commerciali, come i titolari delle Partite Iva, non sprecano mai i loro soldi in laute quanto inutili consulenze, non fanno pubblicità un tanto al chilo; e neppure buttano denari per rinnovare anzitempo gli impianti: tirano al risparmio, all’osso, fino all’ultimo centesimo.

Le Grandi Imprese, invece, sono attente agli equilibri politici: non possono permettersi di stare all’Opposizione. Si fanno fare le leggi su misura, attraverso la pressione sui giornali, attraverso le lobby delle Associazioni di categoria.

È il momento di tirare fuori le unghie ed i denti: le recenti norme sulle crisi delle Srl sono congegnate apposta per mettere le mani sui patrimoni personali degli imprenditori, mentre le disposizioni sui pagamenti digitali e sulla fatturazione elettronica hanno finalità fiscali pervasive fino all’inverosimile. Le banche ed i commercialisti sono Agenti dell’Erario: la scusa della Evasione Fiscale funziona a meraviglia.

Devono sparire tutte: Srl, Partite Iva, Banche popolari.

Sterminate le piccole imprese!

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26/11/2019

La lotta di classe nel XXI Secolo riparte dell’America Latina

Il durissimo scontro politico e sociale che si va combattendo in America Latina esprime molto di più di singole rivolte o tentativi golpisti. Nel continente latinoamericano sempre più nitidamente è in corso uno scontro di classe frontale che si gioca in più paesi, con fasi e risultati alterni, ma con interessi sociali definiti e antagonisti tra loro.

Da un lato le oligarchie appoggiate dall’imperialismo statunitense cercano con ogni mezzo, golpista o elettorale che sia, di riaffermare i propri interessi materiali. Dall’altro ci sono i settori popolari che hanno visto le proprie condizioni materiali migliorare ed emanciparsi dentro il ciclo storico progressista sviluppatosi dalla fine degli anni '90 in America Latina.

Entrambi i fronti di classe – sia quello oligarchico sia quello popolare – hanno l’esatta percezione che la vittoria dell’uno o dell’altro significa perdere molto e talvolta tutto quello che si possedeva o quello che si è conquistato. Ciò spiega la durezza dello scontro in corso in tutto il continente latinoamericano.

Ma quanto è avvenuto in questi anni, nin cui i tentativi di restaurare l’egemonia borghese ed imperialista sull’America Latina si soo susseguiti, ci dice anche che la transizione e il cambiamento non possono realizzarsi o consolidarsi attraverso il semplice processo elettorale.

Il ciclo progressista degli ultimi venti anni si è realizzato attraverso una tornata di vittorie elettorali delle forze democratiche e popolari, in alcune casi rivoluzionarie, in diversi paesi – Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Uruguay, Argentina – e sulla tenuta politica e strategica della esperienza rivoluzionaria di Cuba.

I governi progressisti hanno realizzato conquiste sociali importanti sulle nazionalizzazioni delle risorse, sul miglioramento delle condizioni materiali di vita dei più poveri – dagli abitanti delle favelas agli indios – dei lavoratori e delle stesse classi medie impoverite da decenni di liberismo selvaggio e di debito estero da ripagare dolorosamente.

In alcuni casi il cambiamento ha inciso più in profondità, creando anche organismi di massa rivoluzionari e indebolendo la macchina statale pre-esistente. In altri casi ci si è limitati a programmi riformisti, a compromessi con la borghesia locale o multinazionale nella speranza di acquistare tempo e forze per cambiamenti più profondi, non si sono smantellati o ristrutturati gli apparati statali (vedi le forze armate) pronti invece a rispondere agli interessi e ai soldi degli Usa o delle oligarchie locali. In questo secondo caso, la verifica elettorale ha portato anche a rovesciamenti politici quando le oligarchie hanno saputo intercettare meglio le contraddizioni lasciate aperte dai governi progressisti.

Contestualmente i governi delle oligarchie, una volta tornate al potere, hanno riaffermato immediatamente i loro interessi antipopolari e filo imperialisti, facendo precipitare nuovamente ampi settori popolari nella condizioni di miseria e incertezza precedenti.

Questo spiega perché prima si è vinto e poi si sono perse le elezioni in Brasile, si è perso e poi vinto le elezioni in Argentina, perché le elezioni in Venezuela, Bolivia e Nicaragua sono state spesso contrastate e conflittuali. E si spiega anche perché il laboratorio più brutale del neoliberismo, il Cile, veda oggi una sollevazione popolare di grandezza e tenuta straordinarie. E perché una parte delle FARC in Colombia abbia deciso di tornare alla guerriglia rompendo con un accordo di pace che vede di nuovo il massacro dei militanti, degli attivisti popolari, dei sindacalisti, esattamente come avvenuto trenta anni fa con il tentativo di legalizzazione delle FARC attraverso l’Unione Patriottica.

In tutti i paesi latinoamericani dove il ciclo elettorale progressista ha misurato i suoi risultati e i suoi consensi solo attraverso questo strumento, gli interessi di classe in conflitto si sono palesati sempre più nettamente, rivelando come dentro ogni paese agisse la contrapposizione tra questi interessi – e dunque la lotta di classe – e di come i risultati ottenuti possono essere consolidati solo attraverso nuovi strumenti di potere popolare e l’indebolimento delle strutture dell’oligarchia.

Nelle strade e nelle città del Venezuela, della Bolivia, del Cile è in corso un conflitto frontale tra chi ha molto da perdere e tutto da conquistare. Ogni passo indietro dell’oligarchia è un passo avanti dei settori popolari, ogni passo indietro dei governi progressisti è una concessione agli interessi borghesi e dell’imperialismo Usa. È uno scontro che deve essere – e verrà combattuto – con ogni mezzo necessario.

Il risultato di questo scontro di classe in corso in molti paesi latinoamericani ci parla e ci dice molto anche come comunisti e rivoluzionari in Europa.

Non possiamo limitarci a denunciare la repressione, raccontare quello che accade ed esprimere solidarietà. Dobbiamo saper cogliere la portata strategica dello scontro di classe in corso in America Latina e cercare di sintonizzarci con esso. Ne consegue che il democraticismo piagnone della sinistra europea o l’eterno velleitarismo di certa ultrasinistra, sono atteggiamenti inservibili e dannosi per la lotta di classe, sia sul campo in America Latina sia qui, sul nostro fronte, nel cuore dell’imperialismo europeo.

La situazione internazionale determinata da una crescente competizione interimperialista, da una crisi sistemica irrisolta del capitalismo e da tensioni sempre più forti, richiedono ai comunisti e ai rivoluzionari in Europa come in America Latina, un salto di qualità sul piano della rimessa in campo di una alternativa strategica ad un capitalismo distruttore e reso feroce dalla paura.

Il socialismo nel XXI Secolo non è materia da accademia, è la prospettiva da rimettere in gioco dentro lo scontro politico e sociale su ogni fronte. Soprattutto lì dove la catena imperialista rivela i suoi anelli più deboli.

Su questa lunghezza d’onda della situazione, la Rete dei Comunisti chiama al confronto politico e alla necessaria mobilitazione i comunisti e i rivoluzionari nel nostro paese.

Invitiamo tutte le forze politiche, sociali e sindacali a valutare insieme le condizioni per una manifestazione nazionale che ponga al centro il sostegno alle resistenze e agli avanzamenti popolari in America Latina.

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15/11/2019

Bolivia e minerali. Ragioni per un colpo di Stato


Ciò che dovrebbe essere una benedizione per qualsiasi paese in Bolivia è una maledizione. Ciò è stato espresso dallo scrittore boliviano Augusto Céspedes in un libro memorabile chiamato “Metal del Diablo”, in cui si riferisce alle miniere di stagno boliviane che sono sempre state la causa dell’avidità dei vari imperi che hanno devastato l’America Latina.

Dapprima fu l’impero inglese e poi quello statunitense che riuscì a impossessarsi di quel metallo diabolico che Céspedes chiama in questo modo a causa delle disgrazie che la sua proprietà ha portato al popolo boliviano e che non è mai stato uno strumento di liberazione per quel popolo.

La storia della Bolivia ruota sempre attorno alla proprietà delle miniere di stagno, che è stata sempre nelle mani dell’indio Antenor Patiño in prima linea di esportazione di quel paese e causa di instabilità politica permanente.

Durante il diciannovesimo e in gran parte del ventesimo secolo (fino al 1952), lo stagno era nelle mani delle compagnie minerarie che collaborarono con Patiño per il suo sfruttamento ed esportazione e l’importanza di quel metallo è dovuta al fatto che miscelato con il rame produce un metallo duro come il bronzo, che ha infinite applicazioni nell’industria moderna.

Ma la rivoluzione popolare del 1952 per mano del Movimento nazionalista rivoluzionario guidato da Victor Paz Estenssoro, pose fine a quella situazione nazionalizzando lo stagno che sarebbe passato allo Stato creando per esso una società statale che sarebbe stata responsabile del suo sfruttamento e commercializzazione. Così è stato con l’arrivo al potere di Paaz Estenssoro in gran parte grazie all’aiuto del presidente argentino Juan Domingo Perón,

Lo stagno boliviano fin tanto che fu in mani private venne sempre gestito da quello che veniva chiamato “il filo di latta”, ovvero, un miserabile conglomerato formato da esportatori di metalli, e dalla famiglia di Antenor Patiño e poi Simón Patiño, entrambi coyas indios, che in seguito fondarono una banca in Svezia e che oggi possiede una delle più grandi fortune del mondo.

Per comprendere meglio la situazione della Bolivia e del suo stagno è necessario sapere che l’esportazione di questa materia prima è stata fatta sulla materia grezza, vale a dire che il minerale è stato venduto all’estero in quanto ha lasciato le miniere, senza purificazione e quindi senza valore aggiunto e dunque a basso prezzo.

L’arrivo del Movimento nazionalista rivoluzionario (MNR) al governo boliviano ha significato un cambiamento importante per il paese poiché per la prima volta lo stagno è stata venduto in barre o piastre, vale a dire con un valore aggiunto, che è stato ottenuto attraverso un altoforno di proprietà dello Stato boliviano.

Negli anni seguenti la Bolivia fu soggetta a successivi colpi di stato da parte dell’esercito alleato dell’oligarchia, che iniziarono con quello messo in atto dal generale Barrientos Ortuño e che terminò con l’arrivo di Evo Morales al governo dopo la dittatura del generale Banzer.

La Bolivia ha uno dei sottosuoli più ricchi del mondo dove c’è petrolio, gas, oro, argento e ultimamente litio. Il più grande deposito di litio al mondo si trova in Bolivia, in un’enorme riserva che copre Bolivia, Cile e Argentina. La maggior parte del litio in questa riserva è nel territorio boliviano e rappresenta da solo il 70% del litio totale nel mondo ed è ora sfruttato da una società tedesco-boliviana che produce batterie per auto.

Su tutto quel tesoro che si trova nel territorio boliviano, l’impero yankee ha messo gli occhi e anche le mani e la politica del presidente Morales non gli è mai piaciuta e tenta ora con tutti i tipi di mezzi di porre fine al suo governo.

Al momento la Bolivia viene attaccata in modo feroce da un’opposizione molto simile a quella che ha rovesciato Salvador Allende in Cile nel lontano 1973, e usando gli stessi metodi di una volta.

L’“opposizione” scende in piazza denunciando una presunta frode nell’ultima rielezione di Evo Morales commettendo tutti i tipi di eccessi violenti e organizzando rivolte nelle strade, con attacchi alla maggioranza degli indiani Quechua e Aymara che formano ciò che nella nuova Costituzione Boliviana è chiamato “Stato plurinazionale”.

Il popolo boliviano, e in particolare la classe operaia, i minatori, i contadini e gli artigiani che costituiscono quasi il 90% della popolazione non avevano mai goduto di uno stato sociale come quello che hanno raggiunto durante i tre mandati del presidente Evo Morales e questo è qualcosa che la vecchia oligarchia non vuole né è disposta ad accettare.

Se il governo democratico della Bolivia non applica misure per spezzare la schiena della vecchia oligarchia privandola dei suoi beni, dovrà affrontare situazioni come questa molte altre volte.

L’esperienza cilena dovrebbe servire a non ripeterla.

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18/08/2019

Il populismo come sintomo

Lottare per un popolo che manca
Continuamente invocato per mettere in guardia ora dal «pericolo» rappresentato dall’azione di nuove forze di sinistra in Grecia o in Spagna, ora da «euroscettici», ora dalla crescita di vecchie e nuove destre radicali, il termine populismo ha giocato un ruolo fondamentale nel definire e nel presidiare i confini della «retta via»
Non sono in molti a definirsi esplicitamente «populisti». Nel complesso, il termine populismo viene oggi utilizzato come uno stigma, per indicare le caratteristiche generali (e invero assai generiche) di fenomeni politici considerati «patologici». È questo il senso, in particolare, delle ricorrenti chiamate alla mobilitazione contro il «populismo» da parte dei vertici delle istituzioni europee negli ultimi mesi. Continuamente invocato per mettere in guardia ora dal «pericolo» rappresentato dall’azione di nuove forze di sinistra in Grecia o in Spagna, ora da «euroscettici» come Boris Johnson e Beppe Grillo, ora dalla crescita di vecchie e nuove destre radicali, il termine populismo ha giocato un ruolo fondamentale nel definire e nel presidiare i confini della «retta via» liberaldemocratica. Tutto questo è avvenuto, tuttavia, mentre procedeva con ritmo incalzante il radicale svuotamento di significato politico di questa «retta via», del «centro» del processo politico europeo: l’irrigidimento del management della crisi economica, all’insegna dei dogmi dell’austerity e del rigore finanziario, l’accentuazione dei caratteri oligarchici e tecnocratici della «governabilità» posta come valore supremo, l’incapacità di rispondere in modo innovativo alla «crisi dei confini» hanno determinato un ulteriore distacco della cittadinanza dalle istituzioni europee – ponendone chiaramente in discussione la legittimità. Il «populismo», conseguentemente, appare oggi come un sintomo di questo distacco e di questa crisi di legittimità.

In prima battuta, dunque, non si può ignorare il «populismo», né lo si può semplicemente considerare «di destra». Proprio l’uso che ne è stato fatto in modo insistente all’interno del discorso pubblico mainstream in Europa, a copertura di quell’«estremismo di centro» che ha rappresentato in questi anni la formula costituzionale prevalente tanto a livello dell’Unione quanto a livello dei singoli Stati membri, ha trasformato il termine populismo in un collettore di energie politiche in cui si esprime un rifiuto dello status quo che non può non interpellarci. Anche indipendentemente da ogni giudizio sulle matrici teoriche a cui si ispirano (essenzialmente l’opera di Ernesto Laclau), le forze che in Spagna e in altri Paesi europei si aggregano attorno alla rivendicazione di un «populismo di sinistra» puntano precisamente a interpretare questo rifiuto.

Colgono cioè nella diffusione del «populismo» il segno di una crisi generale di sistema, di una transizione in atto in cui è urgente intervenire, producendo un’innovazione profonda e una rottura con il linguaggio e con la cultura politica della «sinistra» storica. Resta tuttavia da dimostrare che il «populismo», oltre a essere sintomo e segno di una crisi, possa offrire una grammatica e un alfabeto politico all’altezza delle esigenze di innovazione su cui giustamente si insiste. Proprio le ultime elezioni spagnole, in questo senso, offrono materia di riflessione: l’insistenza sulla «patria», ritenuta un «significante vuoto» da riempire di nuovi significati politici, ha finito per collegarsi nel discorso di Podemos ad altre parole, «ordine e legalità», che l’hanno restituita a un immaginario politico decisamente poco innovativo (ed elettoralmente meno efficace di quel che si pensava).

Più in generale, in ogni caso, una volta stabilita la natura sintomatica del populismo non si può evitare di constatare che le sue manifestazioni politiche sono oggi in Europa in grande maggioranza radicalmente di destra – ovvero, del tutto concretamente, caratterizzate da un riferimento al «popolo» che non di rado attinge ai ricchi archivi storici del razzismo europeo, si oppone violentemente ai migranti e sublima ogni linea di frattura di classe nell’immaginazione di un’omogenea comunità nazionale. Gli esempi sono troppo numerosi perché sia necessario menzionarli: più importante è insistere sul fatto, risultato evidente in particolare nel referendum sulla Brexit in Gran Bretagna, che dietro al «populismo» si manifesta con forza una rivendicazione di sovranità (Take back control of our borders è stato uno degli slogan ricorrenti della campagna per il leave) che è immediatamente una richiesta di rafforzamento dello Stato nazionale. Questo nesso tra popolo, sovranità e Stato, di per sé centrale in buona parte del pensiero politico e costituzionale europeo, si carica di valenze violentemente esclusive e disciplinari nella transizione e nella crisi che stiamo vivendo. Ed emerge come razionalità politica e governamentale dei «populismi» europei nelle loro manifestazioni dominanti.
Assumere il «populismo» come sintomo e battersi senza tregua contro le sue manifestazioni dominanti in Europa significa in fondo riferirsi a un «popolo che manca»
Proprio gli sviluppi successivi al referendum britannico, d’altro canto, mostrano chiaramente che il recupero della «sovranità nazionale» è soltanto un’illusione: e che si tratta semmai di negoziare nuovamente l’inserimento della Gran Bretagna (la cui stessa unità è messa in discussione dalla Scozia e in forme diverse dall’Irlanda del Nord) all’interno dei processi globali – e delle stesse regole europee. Quella che certo non sarà interrotta è la continuità di un neoliberalismo che la stessa Gran Bretagna (negli anni di Blair non meno che negli anni di Thatcher) ha contribuito in modo decisivo a diffondere nel continente europeo. La vittoria del leave al referendum allude così all’emergere di nuove combinazioni di nazionalismo e neoliberalismo come asse centrale attorno a cui minaccia di svolgersi la disintegrazione dell’Unione Europea. È difficile pensare a uno scenario peggiore per chi si batte in questa parte del mondo per la libertà e l’uguaglianza (e forme specifiche di fascismo «postmoderno» sono sicuramente possibili in questo scenario).

Ed è altrettanto difficile pensare che all’interno dei confini nazionali si possa lottare efficacemente contro di esso. Il «populismo», quando si presenta in forme affermative (quando assume cioè un popolo realmente esistente e già costituito come suo soggetto), finisce sempre per rivendicare quei confini. Assumere il «populismo» come sintomo e battersi senza tregua contro le sue manifestazioni dominanti in Europa significa in fondo riferirsi a un «popolo che manca» e lavorare per l’invenzione di nuove forme di soggettività e azione politica, che sappiano muoversi e articolarsi su una molteplicità di scale territoriali per investire direttamente lo spazio europeo.

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28/11/2016

Referendum, il rischio di portare indietro l’orologio della Storia

Non siamo notoriamente dei tifosi della magistratura (un magistrato, assolutamente di prima fascia, ha persino querelato uno dei nostri; molti altri, da sempre, perseguitano a tutti i livelli il "nostro mondo", a cominciare dal Movimento No Tav). Quindi pubblichiamo questo intervento di Roberto Scarpinato soprattutto per evidenziare con ricchezza di argomentazioni teoricamente "tecniche" l'abisso in cui la riforma Boschi-Renzi pecipita l'assetto costituzionale del paese.

Ci sembra particolarmente rilevante che a sollevare obiezioni decisive verso la concentrazione dei poteri sia oltretutto una magistratura "speciale" come quella antimafia. In astratto, infatti, si può pensare – e non è affatto sbagliato, vista l'esperienza fatta in Italia negli ultimi 40 anni – che le sezioni più "in battaglia" della magistratura siano anche quelle che dovrebbero essere più favorevoli a un potere statuale "forte" e senza grandi contrappesi. Più sensibili insomma alle necessità di "sbloccare", "semplificare", "accelerare", "rendere più snello", "velocizzare" i processi decisionali e dunque anche quelli operativi.

Evidentemente, però, questa torsione costituzionale disegnata dal governo Renzi risponde anche alle esigenze di un blocco sociale dominante per decenni e che nelle mafie trova una componente non secondaria degli assetti di potere. E ci sembra importante sottolineare quanto i "giovani rottamatori" a Palazzo Chigi siano in realtà copie rozze, appena "rinfrescate", del vecchio andreottismo novecentesco.

E' una discussione sui fondamenti della democrazia liberale e parlamentare, certamente, e sulla particolare struttura della Costituzione nata dalla Resistenza antifascista. Ovvero sul tipo di regime in cui, come si suol dire, si esercita la dittatura della borghesia. Ma, come potrebbe agevolmente spiegare qualsiasi rivoluzionario abbia conosciuto il carcere, c'è una certa differenza tra il poter contare – anche nella condizione di prigioniero – su qualche diritto esigibile (difesa legale, rapporti con i familiari, diritto a restare in vita, ecc.) oppure nell'essere soltanto un corpo a disposizione del sadismo dei carcerieri.

Buona lettura.

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Con la riforma si introduce una Costituzione alternativa e antagonista.

Il mio dissenso nei confronti della riforma costituzionale è dovuto a vari motivi che, per ragioni di tempo, potrò esplicare solo in piccola parte.

In primo luogo perché questa riforma non è affatto una revisione della Costituzione vigente, cioè un aggiustamento di alcuni meccanismi della macchina statale per renderla più funzionale, ma con i suoi 47 articoli su 139 introduce una diversa Costituzione, alternativa e antagonista nel suo disegno globale a quella vigente, mutando in profondità l'organizzazione dello Stato, i rapporti tra i poteri ed il rapporto tra il potere ed i cittadini.

Una diversa Costituzione che modificando il modo in cui il potere è organizzato, ha inevitabili e rilevanti ricadute sui diritti politici e sociali dei cittadini, garantiti nella prima parte della Costituzione.

Basti considerare che, ad esempio, la riforma abroga l'articolo 58 della Costituzione vigente che sancisce il diritto dei cittadini di eleggere i senatori, e con ciò stesso svuota di contenuto l'art. 1 della Costituzione, norma cardine del sistema democratico che stabilisce che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Nella diversa organizzazione del potere prevista dalla riforma, questo potere sovrano fondamentale per la vita democratica, viene tolto ai cittadini e attributo alle oligarchie di partito che controllano i consigli regionali.

Poiché, come diceva Hegel, il demonio si cela nel dettaglio, questo dettaglio – se così vogliamo impropriamente definirlo – racchiude in sè e disvela l'animus oligarchico e antipopolare che – a mio parere – attraversa sottotraccia tutta la riforma costituzionale, celandosi nei meandri di articoli la cui comprensione sfugge al cittadino medio, cioè a dire alla generalità dei cittadini che il 4 dicembre saranno chiamati a votare.

I fautori della riforma focalizzano l'attenzione e il dibattito pubblico sulla necessità di ridimensionare i poteri del Senato eliminando il bicameralismo paritario, questione sulla quale si può concordare in linea di principio, ma glissano su un punto essenziale: Perché pur riformando il Senato avete ritenuto indispensabile espropriare i cittadini del diritto-potere di eleggere i senatori?

Il bicameralismo così come lo volete riformare non poteva funzionare altrettanto bene lasciando intatto il diritto costituzionale dei cittadini di eleggere i senatori?

Perché questo specifico punto della riforma è stato ritenuto tanto essenziale da determinare addirittura l'epurazione dalla Commissione affari costituzionali dei senatori del Pd – Corradino Mineo e Vannino Chiti – che si battevano per mantenere in vita il diritto dei cittadini di eleggere i senatori?

Forse uno degli obiettivi che si volevano perseguire, ma che non possono essere esplicitati alla pubblica opinione, era proprio quello di restringere gli spazi di partecipazione democratica e di estromettere il popolo dalla macchina dello Stato?

Dunque secondo voi la ricetta migliore per curare la crisi della democrazia e della rappresentanza, è quella di restringere ancor di più gli spazi di democrazia e di rappresentanza?

Questo travaso di potere dai cittadini alle oligarchie di partito non riguarda solo il Senato, ma anche la Camera dei Deputati e viene realizzato mediante sofisticati meccanismi che sfuggono alla comprensione del cittadino medio.

La nuova legge elettorale nota come l'Italicum, che costituisce una delle chiavi di volta della riforma, attribuisce infatti ai capi partito e ai loro entourage il potere di nominare ben cento deputati della Camera, imponendoli dall'alto senza il voto popolare.

Questo risultato viene conseguito mediante il sistema dei capilista bloccati inseriti di autorità nelle liste elettorali presentate nei 100 collegi nei quali si suddivide il paese, e che vengono eletti automaticamente con i voti riportati dalla lista, senza che nessun elettore li abbia indicati. Gli elettori potranno esprimere un voto di preferenza per un altro candidato oltre il capo lista, ma i voti di preferenza così espressi saranno presi in considerazione solo se lista da loro votata avrà ottenuto più di cento deputati in campo nazionale, perché i primi cento posti sono bloccati per le persone "nominate" dai gruppi dirigenti del partito in base a particolari vincoli di fedeltà.

Così per formulare un esempio, se una lista ottiene un totale nazionale di voti pari a 100 deputati, nessuno dei candidati scelti dagli elettori dal 101 in poi con il voto di preferenza potrà essere eletto alla Camera, perché tutti i posti disponibili sono stati esauriti.

Ora poiché il premio di maggioranza previsto dall'Italicum attribuisce al partito vincitore delle elezioni 340 deputati su 630, tutti i partiti della minoranza potranno portare alla Camera nel loro insieme complessivamente 290 deputati, e, quindi, ciascuno solo una quota di deputati intorno a 100 o ad un sottomultiplo di cento.

Il che significa che entreranno alla Camera per le minoranze solo i capilista bloccati, nominati dai capi partiti. Nessuno o quasi dei candidati scelti dagli elettori oltre i cento con i voti di preferenza, farà ingresso in Parlamento.

Ne consegue che ben due terzi dei cittadini italiani votanti, tanti quanti sono rappresentati dalla somma dei partiti della minoranza nell'attuale panorama tripolare nazionale, saranno di fatto privati del diritto di scegliere i propri rappresentanti alla Camera.

Se questa è la sorte riservata ai cittadini elettori delle minoranze, è interessante notare come il congegno dei cento capilista bloccati, unito ad altri, consegua poi l'ulteriore risultato antidemocratico di determinare una distorsione della rappresentanza parlamentare anche nel partito di maggioranza, e di realizzare una sostanziale abolizione della separazione dei poteri tra legislativo ed esecutivo.

Per spiegare come ciò si verifichi, occorre comprendere come opera il combinato disposto della riforma e dell'Italicum.

L'articolo 2 comma 8 dell'Italicum stabilisce: "I partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e il cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica". In questo modo il voto per la forza politica "che si candida a governare" è anche il voto per il "capo della forza politica" che si candida a divenire il capo del governo, in contrasto con l'art. 92 della Costituzione, rimasto inalterato, che ne affida la nomina al Presidente della Repubblica sulla base delle indicazioni dei gruppi parlamentari. Come è stato osservato, sarà ben difficile non solo la nomina di una persona diversa, ma perfino la sfiducia, destinata inevitabilmente a provocare lo scioglimento della Camera.

Ciò posto, tenuto conto che, come accennato, 1'Italicum attribuisce alla medesima oligarchia di partito che esprime il leader della forza politica candidato a capo del governo, la possibilità di nominare cento deputati della Camera, è evidente che tale gruppo oligarchico nominerà capilista, e quindi deputati ipso facto, tutti i componenti del gruppo ed i fedelissimi del leader. Si tratta di un numero di deputati che già di per sé attribuisce al futuro capo del governo la Golden share per il controllo della maggioranza alla Camera dei deputati, perché equivale a circa un terzo dei deputati eleggibili dal partito. Qualunque studioso di diritto societario sa bene che l'amministratore delegato di una azienda che detiene un terzo della quota azionaria, è in grado di controllare l'intera azienda. Ma non finisce qui. Il leader futuro capo del governo ed il suo entourage dopo avere nominato 100 deputati, tanti quanti sono i collegi elettorali del paese, sono gli stessi che formano la lista degli altri candidati non bloccati, per i quali gli elettori hanno la possibilità di esprimere una preferenza o due a condizione che si votino candidati di sesso diverso.

La riforma costituzionale non prevede alcuna norma che imponga (così come, ad esempio, l'art. 21 della Costituzione tedesca) che l'ordinamento interno dei partiti debba essere conforme ai principi fondamentali della democrazia e che garantisca, di conseguenza, una selezione democratica dei candidati da inserire nelle liste elettorali. Dunque la stessa oligarchia partitica che elegge se stessa con il sistema dei 100 capilista bloccati, ha la possibilità di cooptare, inserendoli nella lista dei candidati votabili, solo personaggi ritenuti affidabili e obbedienti, escludendo dalla lista gli indipendenti e gli esponenti delle opposizioni interne, oppure relegandoli in posizioni marginali.

Ma non finisce qui. L'Italicum ha in serbo un altro congegno a disposizione delle oligarchie di partito per selezionare persone da cooptare nella maggioranza parlamentare del futuro capo del governo. Si tratta della possibilità di candidare la stessa persona in ben dieci diversi collegi contemporaneamente. Il candidato eletto in più collegi deve scegliere il collegio che preferisce. In quello in cui rinuncia, al suo posto viene eletto il candidato che ha ottenuto più voti di preferenza dopo di lui. Il gruppo oligarchico che esprime il leader futuro capo del governo ha in questo modo la possibilità di neutralizzare eventuali candidati espressi dai territori e ritenuti non affidabili, stabilendo che il candidato eletto in più circoscrizioni e fedele alla leadership, scelga la circoscrizione nella quale, altrimenti, al suo posto verrebbe eletto il candidato non gradito, che viene così escluso dalla Camera.

Grazie a questi congegni elettorali, lo stesso gruppo oligarchico che designa come capo del Governo il capo del partito di maggioranza, acquisisce la possibilità di controllare contemporaneamente sia il Governo che la Camera dei deputati.

Si realizza così un continuum tra Camera dei deputati e Governo espressione entrambi dello stesso gruppo oligarchico che abolisce di fatto la separazione dei poteri tra legislativo ed esecutivo, e la Camera si trasforma da organo espressione della sovranità popolare che controlla il governo dando e revocando la fiducia, in Camera di ratifica delle iniziative legislative promosse dal Capo del Governo, il quale è allo stesso tempo capo del partito di maggioranza.

Il capo del Governo/capo partito oltre ad avere una supremazia di fatto sulla Camera nei modi accennati, ha anche una supremazia istituzionale in quanto la riforma gli attribuisce il potere di dettare l'agenda dei lavori parlamentari con il meccanismo delle leggi dichiarate dal Governo di urgenza che devono essere approvate entro 70 giorni.

Interessante notare che la stessa corsia preferenziale non è prevista per le leggi di iniziativa parlamentare, così che il governo è in grado di colonizzare ancor di più l'attività legislativa del parlamento.

Alla sostanziale desovranizzazione del popolo, alla disattivazione della separazione tra potere esecutivo e potere legislativo e, quindi, del ruolo di controllo di quest'ultimo sul primo, si somma poi la disattivazione del ruolo delle minoranze che, sempre grazie all'Italicum, sono condannate per tutta la legislatura alla più totale impotenza, avendo a disposizione in totale solo 290 deputati rispetto ai 340 della maggioranza governativa.

E ciò nonostante che nell'attuale panorama politico multipolare, le minoranze siano in realtà la maggioranza reale nel paese, assommando i voti di due terzi dei votanti a fronte del residuo terzo circa, ottenuto dal partito del capo del governo.

Grazie alla lampada di Aladino del combinato disposto della riforma costituzionale e dell'Italicum, un ristretto gruppo oligarchico autoreferenziale in grado di auto cooptarsi prescindendo in buona misura nei modi accennati dai voti di preferenza espressi da una minoranza del paese, pari a circa un terzo dei votanti, che lo porta al potere, è in grado di divenire il gestore oligopolistico delle leve strategiche dello stato, cioè della Camera e del Governo.

Azionando sinergicamente tali leve, il gruppo nell'assenza di ogni valido contro bilanciamento è in grado di esercitare un potere politico-istituzionale di supremazia sugli apparati istituzionali nei quali si articola lo stato: dalla Rai, alle Partecipate pubbliche, agli enti pubblici economici, alle varie Authority, ai vertici delle Forze di Polizia, dei Servizi segreti, e via elencando. Si pongono così le premesse per realizzare uno spoil system generalizzato, finalizzato a garantire l'auto riproduzione del gruppo oligarchico mediante la nomina ai vertici degli apparati che contano solo di persone di provata consonanza politica e fedeltà.

Tramite questi e molti altri sofisticati meccanismi che per ragioni di tempo non posso spiegare, si pongono così a mio parere le premesse per una transizione occulta da un repubblica parlamentare imperniata sulla sovranità popolare, sulla centralità del Parlamento e sulla separazione dei poteri, ad un regime oligarchico nel quale il potere reale si concentra nelle mani di una oligarchia che occupa il cuore nevralgico dello stato.

Per giustificare la sostituzione della Costituzione vigente con una nuova Costituzione, i promotori della riforma si sono appellati ad argomenti che si rivelano non ancorati alla realtà e che, proprio per questo motivo, suscitano, a mio parere, serie perplessità, giacché se le ragioni della riforma dichiarate non sono radicate nella realtà, se ne deve dedurre che vi sono altre ragioni che non si ritiene politicamente pagante esplicitare.

Si sostiene infatti che questa riforma sarebbe finalizzata a tagliare i costi della politica e sarebbe necessaria ed urgente per risolvere i problemi del paese. Quanto all'inconsistenza del primo argomento – cioè lo scopo di tagliare i costi della politica – non ritengo di dovermi soffermare. La Ragioneria dello Stato in una relazione trasmessa al Ministro per le riforme in data 28 ottobre 2014 ha stimato il risparmio di spesa conseguente alla riforma del Senato pari a 57,7 milioni di curo, una cifra ridicola rispetto al bilancio statale, e che potrebbe essere risparmiata in mille altri modi con leggi ordinarie senza alcuna necessità di stravolgere la Costituzione. Per esempio tagliando i costi della corruzione, i costi della evasione fiscale, invece di tagliare la democrazia.

Il secondo argomento dei sostenitori del Sì è – come accennavo – che la riforma è necessaria ed urgente per risolvere i problemi del paese, in quanto il bicameralismo paritario determina un patologico rallentamento del processo legislativo, ed in quanto l'attuale assetto costituzionale impedisce una governabilità del paese agile, flessibile, necessaria per reggere le sfide della globalizzazione.

Se questo è lo scopo dichiarato, non risulta che siano stati indicati dai fautori del Sì i problemi del paese che sarebbero stati causati in passato dalla farraginosità dei meccanismi istituzionali previsti dalla Costituzione vigente e che, invece, troverebbero immediata soluzione con la riforma della Costituzione.

Forse la completa assenza di una politica industriale che perdura da oltre un quarto di secolo e a causa della quale dal 2008 ad oggi sono passati al capitale straniero più di 500 marchi storici di tutti i settori strategici dell'industria nazionale?

Dall'elettronica, alle automobili, alle comunicazioni, agli elettrodomestici, alle ferrovie, all'aerospaziale, all'agroalimentare, alla moda, l'elenco dei marchi passati al capitale straniero dà la sensazione di una silenziosa Caporetto nazionale: Pirelli, Pininfarina, Indesit, Ansaldo Breda, Italcementi; Edison, Buitoni, Parmalat, Fendi, Bulgari, Gucci, Valentino, etc.

Forse la disoccupazione giovanile che raggiunge livelli record in ambito europeo e l'emigrazione all'estero di centinaia di migliaia di giovani laureati che nel nostro paese non hanno alcun futuro?

Forse la gigantesca evasione fiscale (la terza del mondo dopo Messico e Turchia) con un mancato introito per le casse dello stato che mette in ginocchio l'erogazione dei servizi sociali?

Ciascuno può allungare a piacimento la lista dei gravi problemi nei quali versa il paese e che lo stanno avvitando in una spirale di declino che sembra senza fine, e stilare dal suo punto di vista una diversa gerarchia della gravità di tali problemi.

Ma pur nella diversità delle opzioni, un fatto è certo: nessuno di questi problemi è addebitabile al bicameralismo paritario e alla Costituzione del 1948. Una classe dirigente che si è rivelata inadeguata a reggere le sfide della complessità e che si è resa responsabile del declassamento economico e sociale del paese, ora tenta di scaricare le proprie responsabilità sul capro espiatorio di una Costituzione del 1948 che nulla ha da spartire con le cause della crisi economica.

Non basta. Gli uffici studi del Parlamento hanno documentato quanto sia priva di fondamento nella realtà la narrazione dei sostenitori del Sì secondo cui il bicameralismo paritario avrebbe enormemente dilatato i tempi di approvazione delle leggi a causa della navetta tra la Camera dei Deputati ed il Senato, quando una delle due camere apporta modifiche ai progetti di legge approvati dall'altra.

In questa legislatura sono state sino ad oggi approvate 250 leggi di cui ben 200, pari all'80%, senza navetta parlamentare e solo 50 pari al 20% con rinvio da una Camera all'altra, a seguito di modifiche. I tempi medi d'approvazione delle leggi sono i seguenti: ogni legge ordinaria viene approvata in media fra Camera e Senato in 53 giorni; ogni decreto viene convertito in legge dalle due Camere in 46 giorni; e ogni legge finanziaria passa, con la “doppia conforme”, in 88 giorni.

Se una legge si incaglia in parlamento non è per colpa del pur discutibile bicameralismo paritario: ma dei dissensi politici dentro le coalizioni di maggioranza. E' pur vero che vi sono leggi che invece sono state approvate in tempi molto lunghi. Ma se si approfondisce l'analisi si comprende bene che le ragioni di questi tempi lunghi non sono attribuibili al bicameralismo paritario, ma a ben altre ragioni di ordine politico non sempre commendevoli. La legge sulla corruzione, per esempio, ha ottenuto il via libera dal Parlamento dopo ben 1546 giorni.

Dunque, ricapitolando, le ragioni addotte dai sostenitori del Sì per sostenere la necessità di questa riforma non trovano riscontro nella realtà.

Possiamo concludere che non è affatto vero che esiste una crisi di governabilità del paese che è una concausa importante della grave crisi economica nella quale ristagniamo?

Non possiamo affatto sostenerlo.

Anzi dobbiamo ammettere che esiste certamente una reale grave crisi di governabilità che ha causato ed aggrava la crisi. Quel che merita riflessione, dal mio punto di vista, è che si addebita la crisi di governabilità alla Costituzione vigente e si tacciono invece alla pubblica opinione le vere cause strutturali di tale crisi di governabilità, che possono essere ignote al cittadino comune, che possono essere sconosciute ai tanti giuristi in buona fede che non conoscono quale sia il reale funzionamento della macchina del potere oggi, ma che, invece, non possono essere ignote a coloro che hanno ideato questa riforma.

Quali sono dunque le reali cause che ostacolano la governabilità nel nuovo scenario macro politico e macro economico venutosi a creare nella seconda repubblica per fattori nazionali e internazionali verificatisi dalla seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso?

La risposta a questa domanda presuppone che si abbia ben chiaro quali siano gli strumenti indispensabili per governare la politica economica di un paese e che sono essenzialmente tre. La potestà monetaria, cioè il potere di emettere moneta e obbligazioni di Stato. La potestà valutaria, cioè il potere di svalutare la moneta nazionale in modo da fare recuperare margini di competitività all'economia nazionale nei periodi di crisi. La potestà di bilancio, cioè il potere di finanziare il rilancio dell'economia mediante spesa pubblica in deficit, senza attenersi alla regola del pareggio tra entrate ed uscite. In assenza di questa fondamentale cassetta degli attrezzi, non è possibile governare la politica economica di un paese.

L'esempio più evidente si trae dall'esperienza degli strumenti messi in campo dall'amministrazione americana per gestire e superare la crisi sistemica verificatasi dopo l'esplosione della bolla dei mutui subprime.

L'amministrazione statunitense ha contemporaneamente azionato la leva della potestà monetaria autorizzando la Fed ad iniettare ogni mese 80 miliardi di liquidità nell'economia reale, la leva della sovranità valutaria svalutando il dollaro rispetto ad altre monete, la leva infine della potestà di bilancio, finanziando con il deficit di bilancio statale politiche di spesa per il rilancio dell'economia. Solo grazie a tali manovre, l'economia statunitense è uscita dal guado. Veniamo ora al nostro paese. Perché il governo italiano nello stesso periodo non ha azionato le stesse leve felicemente azionate dall'amministrazione statunitense? Forse perché ha commesso un errore di diagnosi? Perché ha ritenuto di dovere seguire un'altra strategia? No, semplicemente perché non ha potuto.

Non ha potuto perché le tre potestà fondamentali per gestire il governo dell’economia del sistema Italia – potestà monetaria, potestà valutaria, potestà di bilancio – non sono più azionabili dal governo italiano essendo state cedute ad organi sovranazionali: la Commissione europea e la Bce, componenti insieme al Fondo monetario internazionale della c.d. Troika, santuario del pensiero unico neoliberista.

In altri termini il governo non ha potuto azionare quelle leve per un deficit di governabilità nazionale determinato non dalla Costituzione del 1948, come sostengono i fautori del Sì, ma dai trattati europei firmati dal 1992 in poi. Il deficit di governabilità così venutosi a determinare è a sua volta il frutto di un grave deficit di democrazia. Infatti le leve fondamentali per governare la politica economica nazionale, non sono state cedute al Parlamento europeo o ad altro organo espressione della sovranità popolare, ma sono state cedute agli organi prima menzionati – la Commissione europea, la Bce (e per certi versi il Fondo monetario internazionale) – privi di legittimazione e rappresentanza democratica, disconnessi dalla sovranità popolare ma fortemente connessi invece ai grandi centri del potere economico e finanziario.

Connessione questa dimostrata in modo inequivocabile dalla biografia di tanti soggetti che in tali organi hanno rivestito e rivestono ruoli decisionali strategici e che provengono dalle strutture apicali delle più grandi banche di affari internazionali, o che a fine del loro mandato vengono assunti da tali banche e da potenti multinazionali come consulenti o top manager.

Non risponde a realtà dunque, come affermano i sostenitori del Sì, che la politica ha perduto il controllo sull’economia a causa dell' inefficienza delle procedure decisionali previste dall’attuale Costituzione che, dunque, sarebbe bene riformare votando Sì al prossimo referendum del 4 dicembre.

La politica, o meglio la democrazia, ha abdicato al suo ruolo, quando ha consegnato gli strumenti della sovranità a ristrette oligarchie arroccate in centri decisionali impermeabili alla volontà popolare, ma fortemente permeabili ai diktat dei mercati, o meglio alle potenze economiche che governano i mercati.

Una esemplificazione concreta e recente dei risultati di questa abdicazione della politica al potere economico e dei modi nei quali oggi viene gestito il potere reale si ricava dall’esame della lettera strettamente riservata che in data 5 agosto 2011, il Presidente della Bce inviò al Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, dettandogli una analitica agenda politica delle riforme che il governo ed il Parlamento italiano dovevano approvare, specificando anche i tempi e gli strumenti legislativi da adottare.

Dalla riforma della legislazione sul lavoro, alla riforma della contrattazione collettiva, alla riforma delle pensioni sino alle privatizzazioni e alla riforma della Costituzione, è una summa del pensiero e delle strategie neoliberiste.

E’ impressionante verificare a posteriori come quell’agenda politica sia stata puntualmente realizzata – dalla riforma Fornero sino al Jobs Act – dai tre governi che si sono susseguiti dal 2011 ad oggi, e da maggioranze parlamentari composte in larga misura da persone nominate da ristretti vertici di partito.

Quel che appare ancor più significativo è che in quella stessa lettera del 5 agosto 2011, il Presidente della Bce sollecitava anche una riforma della seconda parte della Costituzione che è stata realizzata nel 2012 nella indifferenza e nella inconsapevolezza della sua reale portata, della Opinione pubblica e del mondo dei giuristi.

Mi riferisco a quell’art. 81 della Costituzione che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio, norma di matrice culturale neoliberista.

Una norma che ha introdotto un vero e proprio cavallo di Troia all’interno della cittadella costituzionale, perché impedisce di finanziare in deficit politiche economiche espansive di tipo keynesiano per superare le fasi di crisi aumentando la spesa pubblica, ed impone quindi come unica soluzione alternativa obbligata il taglio della spesa pubblica ai servizi dello Stato sociale, determinando così l’impoverimento delle masse popolari, la riduzione della loro capacità di spesa, la caduta della domanda aggregata interna e l’avvitamento della spirale recessiva.

La vicenda in parola povere dimostra quanto siano infondate tutte le argomentazioni dei sostenitori del Sì secondo cui la Costituzione va riformata perché quella attuale rallenta l'iter legislativo e impedisce la governabilità.

Tutte le leggi indicate dalla BCE sono state approvate in tempi rapidissimi con un doppio passaggio parlamentare. La Salva-Italia di Monti e Fornero fu approvata in appena 16 giorni.

La legge costituzionale sul pareggio di bilancio obbligatorio fu approvata addirittura in cinque mesi (con quattro votazioni Camera-Senato-Camera-Senato).

La vicenda esposta costituisce una concreta esemplificazione del reale modo di essere del potere oggi e di come oligarchie partitiche insediate al governo e in grado di controllare il parlamento, possano divenire la cinghia di trasmissione della volontà politica di centri decisionali esterni ai luoghi della rappresentanza popolare, attraverso itinerari informali che si sottraggono alla visibilità democratica.

Quella che ho appena esposto non è solo una vicenda del passato ma è una simulazione di come sarà esercitato il potere in futuro se questa riforma costituzionale dovesse essere definitivamente approvata.

Non si tratta di un processo alle intenzioni, non si tratta di dietrologia.

Nella relazione che accompagna il disegno di legge di riforma costituzionale, si legge testualmente che questa riforma risolverà tutti i problemi del paese, rimediando: “l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea e alle relative stringenti regole di bilancio”, “le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale l’elevata conflittualità”.

In altri termini l’abrogazione del diritto dei cittadini di eleggere i senatori e, in buona misura, i deputati, nonché il travaso di potere dal Parlamento al Governo che costituiscono il cuore e il nerbo della riforma, vengono invocati per assicurare la migliore consonanza ai diktat della Commissione europea, della Bce e alle pretese dei mercati.

In nome della esigenza di una totale subordinazione della politica all’economia. Il migliore inequivocabile riscontro che questo sia il reale obiettivo della riforma costituzionale, viene dalla sua sponsorizzazione entusiastica da parte delle più potenti banche d'affari internazionali e delle altre cattedrali della finanza internazionale che in questi ultimi mesi sono scese in campo con tutta la loro forza di pressione per sostenere il fronte del sì, e per intimidire gli indecisi minacciando sfracelli economici se la riforma dovesse essere bocciata dai cittadini il 4 dicembre. E mi pare meritevole di riflessione che queste finalità della riforma benché siano state dichiarate nella relazione che accompagna il disegno di legge di riforma costituzionale, non siano mai state utilizzate per sostenere le ragioni del Sì nel corso di tutta questa campagna referendaria.

Evidentemente i promotori politici della riforma ritengono controproducente proclamare a reti unificate che la riforma costituzionale risolverà tutti i problemi del paese, grazie alla fedele esecuzione delle indicazioni provenienti dalla governance europea.

I Riformatori affermano di essere proiettati nel futuro, ma a me sembra che con questa riforma si rischi di riportare indietro l’orologio della Storia all’epoca del primo Novecento quando prima dell’avvento della Costituzione del 1948, il potere politico era concentrato nelle mani di ristrette oligarchie, le stesse che detenevano il potere economico.

Era il tempo in cui lo Stato non godeva di alcuna considerazione perché era considerato uninstrumentum regni nelle mani dei potenti e la legge, come insegnava Gaetano Salvemini, non godeva di alcun rispetto perché era percepita come la voce del padrone.

Quella triste stagione della storia è stata archiviata grazie alla Costituzione del 1948 che resta, oggi come ieri, l’ultima linea Maginot per la difesa della democrazia e dei diritti. Una Costituzione che nessuno ci ha regalato, che è costata lacrime e sangue, come ci ricorda Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione del 1948, le cui parole pronunciate durante i lavori della Costituente nella seduta del 7 marzo 1947, sono da tenere bene a mente in questo delicato frangente della storia nel quale dovremo decidere sul futuro del paese, e mi sembrano le migliori per concludere il mio intervento: “Io mi domando, onorevoli colleghi, come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea costituente... credo che i nostri posteri sentiranno più di noi, tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova storia: e si immagineranno... che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva della nuova Costituzione Repubblicana, seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri i cui i nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti, che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e nelle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovinetti partigiani [...] Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare con la resistenza e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno: di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini, alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono i nostri morti. Non dobbiamo tradirli”.

* Intervento al Seminario di studi sulla Riforma della Costituzione al Palazzo di Giustizia di Palermo il 22 novembre 2016

da antimafiaduemila.com

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