È ora di sollevarsi al di sopra dell’insopportabile chiacchiericcio sui vari processi elettorali in corso in tutto l’Occidente neoliberista.
Se dovessimo dar retta al pensiero mainstream, infatti, dovremmo descrivere un fenomeno quasi inspiegabile per cui una duratura lotta «per la libertà» ha finito per produrre partiti e movimenti di estrema destra che ora sono definitivamente usciti dalle fogne minoritarie in cui erano stati confinati per decenni e ambiscono a diventare governo dei rispettivi paesi.
Oppure saremmo obbligati a complimentarci con quei partiti liberali che, in qualche paese, prevalgono in contrapposizione con i neofascisti d’assalto.
Insomma, dovremmo accettare una visione falsaria dello scenario politico occidentale – e non solo – secondo cui «reazione» e «democrazia» si contrappongono in modo netto, dimenticando le innumerevoli ma concretissime “sovrapposizioni” tra i due campi.
Proviamo perciò a mettere in fila i paesi dove si è votato di recente, cominciando da dove impera il “Bruxelles consensus”.
In Germania i neonazisti dell’Alternative fur Deutchland – per ora in versione SA, più che SS, essendo guidati da una donna omosessuale sposata con una cittadina svizzera di origine cingalese, in totale contraddizione con gli immondi «valori» sbandierati dal suo partito – hanno superato il 20% e solo ora i servizi segreti hanno completato l’indagine che ha portato l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (BfV) a dichiararlo «di estrema destra» e quindi pericoloso per l’ordine costituzionale. Ma non «neonazista»...
In Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen ha ottenuto ancora una volta risultati simili o superiori, e solo ora la leader è stata riconosciuta colpevole di appropriazione indebita di fondi pubblici per retribuire assistenti parlamentari e quindi condannata a quattro anni di carcere, di cui due da scontare con braccialetto elettronico e a cinque anni di ineleggibilità con effetto immediato, il che le impedisce di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2027. Per “appropriazione indebita”, non per neofascismo...
In Romania, a dicembre, la Corte Costituzionale ha deciso all’unanimità di annullare le elezioni presidenziali, vietando la ricandidatura al vincitore inatteso, Calin Georgescu, per “sospetto appoggio finanziario ed informatico da parte della Russia”. Ma non per neofascismo...
Si è poi scoperto che le “campagne informatiche su Tik Tok” non erano state messe in atto dal suo schieramento ma da quello “liberale”, suo avversario. Solo che erano così mal congegnate da favorire Georgescu invece che il candidato dell’establishment. Non è cambiato nulla, ed è rimasto incandidabile.
Successivamente, in vista delle nuove elezioni, è stata esclusa anche Diana Iovanovici Șosoaca, leader di un altro partito di destra, perché contraria alla permanenza nell’Unione Europea e al sostegno alla guerra in Ucraina. Ma non per neofascismo.
In Romania si è dunque rivotato e il nuovo vincitore nel primo turno, George Simion, leader della formazione della destra Alleanza per l’Unione della Romania, un po’ meno esplicito nell’avversione a UE e guerra in Ucraina (da cui era stato comunque già bandito), si è presentato al seggio insieme a Georgescu. Tanto per ribadire – e capitalizzare – la sintonia. L’Unione Europea si mostra preoccupata e non vedrebbe male un’altra cancellazione del voto...
Il problema, com’è evidente, sta tutto nel fatto che queste formazioni apertamente reazionarie sono state allegramente tollerate e coccolate per decenni, senza alcun intervento repressivo degno di nota. Anzi, con parecchie complicità di polizia e servizi.
Si fosse intervenuto in questo senso quando non contavano un tubo, tutto sarebbe stato politicamente corretto (il fascismo è ancora un reato, in Europa) rapido e indolore, al netto di qualche impazzimento facilmente controllabile. E i governi “liberali” avrebbero fatto una figura credibile come “antifascisti”.
Agire repressivamente ora, quando i partiti in oggetto sono diventati un elemento considerevole della vita politica dei rispettivi paesi, sarebbe come spingere alla guerra civile. Con esiti decisamente incerti, viste le complicità e le sintonie esistenti soprattutto a livello di polizie e servizi...
Una volta realizzato il “riarmo europeo”, probabilmente, i neonazisti saranno pronti a prendere il governo. E sappiamo come finirebbe...
Spostiamoci verso l’impero americano.
In Canada, in apparenza secondo una dinamica opposta, il candidato liberale Mark Carney – ex presidente della Banca centrale, stesso partito dell’uscente Justin Trudeau – ha clamorosamente ribaltato le previsioni, conquistando quasi la maggioranza assoluta nella corsa contro il leader conservatore Pierre Poilievre, considerato il cavallo di troia di Trump per fare del suo paese il “51esimo Stato dell’Unione”.
In Australia è stato confermato premier Anthony Albanese e il partito laburista ottiene una vittoria “sorprendente” alle elezioni federali. Il suo avversario di destra, Peter Dutton, apertamente sostenuto da Trump e J.D. Vance, è stato strabattuto e ha financo perso il suo seggio. Anche qui il tocco di re Mida si è rivelato essere un “bacio della morte”.
Cos’è che unisce risultati così differenti? Una sola cosa: in tutti questi paesi gli elettori hanno votato al contrario rispetto alle indicazioni provenienti dalle «ingerenze straniere dominanti». Nell’arena europea la tecnocrazia di Bruxelles tifava apertamente per soluzioni «coerenti» con l’assetto dato alla UE (austerità e guerra alla Russia). In Canada e Australia il «padrone di casa yankee» aveva fatto lo stesso, scegliendo i candidati coerenti con i propri obiettivi imperiali.
Tutti bocciati.
Sembra piuttosto evidente, allora, che gli elettori non abbiano seguito un criterio «valoriale» per esprimere la propria preferenza – pro «democrazia» o pro fascismo – ma un criterio di «opposizione»: se loro vogliono che comandi Tizio, allora io voto Caio.
Non c’è qui lo spazio per un’analisi precisa di cause e conseguenze di questo fenomeno, ma di certo dobbiamo riscontrare che ha una relazione non lineare con le politiche economiche e sociali applicate nell’Occidente neoliberista: sono le stesse, chiunque governi (lo sappiamo bene qui in Italia, in cui l’arrivo della fascista Meloni non ha cambiato di una virgola le politiche “europeiste” di austerità. Anzi...)
Ma l’affermarsi dell’ideologia nazifascista in Occidente non è un semplice «accidente», né resta senza conseguenze. È per molti versi la risposta «classica» di un intero assetto sociale all'universale sensazione di impoverimento e perdita di egemonia sul resto del mondo. A due fenomeni intrecciati, in definitiva, non soltanto ad uno, perché buona parte del passato “benessere” goduto anche dai ceti popolari occidentali derivava dalle politiche di rapina praticate contro i paesi più deboli (oltre che, ovviamente, dalla forza contrattuale e conflittuale dei lavoratori).
Un’incertezza esistenziale che accomuna quindi classi diverse, dal grande capitale – che vede crescere una concorrenza cui non riesce più a star dietro, fiaccato industrialmente da delocalizzazioni e finanziarizzazione – fino alle figure più deboli del mondo del lavoro (precarizzate, senza diritti, con salari che non garantiscono la sopravvivenza e ancor meno la riproduzione, aggravando il calo demografico fino a livelli da estinzione), quelle che si sentono risospinte verso condizioni materiali “da Terzo Mondo”.
In tale declino sociale le “regole della democrazia” risultano ormai un ostacolo per i gruppi dominanti, e quindi si moltiplicano i casi in cui il risultato del voto popolare viene azzerato da decisioni prese “ai piani alti” dell’establishment.
Cominciarono nel 2015, costringendo la Grecia ad accettare un “memorandum” che ne azzerava la libertà di gestire le proprie risorse e la politica economica. E dire che Tsipras, leader di Syriza, era in fondo un pacifico socialdemocratico, non certo di “estrema destra”.
Emerge insomma con sempre più nettezza l’esigenza del grande capitale di avere assetti “stabili” e obbedienti, a prescindere dal voto popolare, che in effetti è diventato ondivago e ostile, alla lunga poco “trattabile” nonostante fenomenali iniezioni di manipolazioni mediatiche. Un’esigenza che stravolge definitivamente l’idea stessa di “democrazia”, al punto che diventa accettabile soltanto il risultato che fa comodo a chi già comanda, non quello che corrisponde ad un pur compromesso “consenso popolare”.
Basti pensare al piano “Rearm Europe”, che è stato imposto senza alcun dibattito parlamentare europeo e nonostante i rilievi sollevati dalla Commissione Affari Giuridici del pur inutile parlamento di Strasburgo. Il voto anche solo formalmente “democratico” è un impiccio da evitare a qualsiasi livello, sia popolare che degli eletti o “nominati”.
La sola buona notizia che arriva da questo scenario fetido è la generale paura popolare per la guerra, unica soluzione che sia venuta in mente – come al solito – alle «classi dirigenti».
Non è solo una curiosità analitica. È un’indicazione di lotta. Da portare in piazza subito...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/05/2025
17/01/2025
L’oligarchia miliardaria della ‘Nuova Era’
È stato necessario attendere il suo discorso d’addio alla presidenza e alla vita politica attiva per poter sentire una parola di Biden che non fosse aria fritta o sostegno a regimi criminali/genocidi.
“Un’oligarchia sta prendendo forma in America, composta da estrema ricchezza, potere e influenza, che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti fondamentali, la libertà e la possibilità di garantire a tutti un’opportunità equa”.
Siccome è pur sempre il pallido terminale dell’establishment che da tempo immemore occupa tutte le posizioni rilevanti ai vertici degli Usa, il vecchio rimbambito è rimasto concentrato a sufficienza per non fare nomi. Ma il contesto è tale da non lasciare molti dubbi su chi siano i principali oligarchi che da qualche anno (almeno tre decenni) stanno concentrando nelle proprie mani un potere tale da non avere confronti con quello del passato.
Non c’è soltanto un neo-vecchio presidente che di mestiere ha sempre fatto lo speculatore immobiliare, specializzato soprattutto in abusi, debiti e ricatti, e non c’è neanche solo Elon Musk, ormai classificato ‘uomo più ricco del mondo’ (anche se la stima delle sue ricchezze risente delle quotidiane oscillazioni di valore delle azioni che possiede).
I giornali Usa, da settimane, sono pieni con i nomi di straricchi che stanno traslocando dalla tifoseria “liberal” a quella trumpiana, pur avendo detto sempre peste e corna del mondo “Maga” (“make America great again”), giustamente identificato con il buzzurrame complottista, evangelico, suprematista bianco (col Ku Klux Klan in gran spolvero), ma ora capace di conquistare anche coloured di tutte le origini e sfumature.
Hanno fatto scalpore le “conversioni” di Jeff Bezos (Amazon), Mark Zuckerberg (Meta), Tim Cook (Apple) e ora anche Sundar Pichai (Google), mentre il fondo di investimento più potente, BlackRock, ha deciso di uscire dalla Net Zero Asset Managers Initiative (dove vanno gli investimenti per combattere il cambiamento climatico), più tanti altri i cui nomi sono decisamente meno famosi ma i portafogli altrettanto gonfi.
Lo ha spiegato con insolita franchezza David Solomon, di Goldman Sachs: “la nuova amministrazione offre una gradita opportunità per annullare alcune delle regole più severe emanate durante l’amministrazione del presidente Biden e piegare la politica fiscale e normativa a loro favore”.
Ma non c’è soltanto il solito effetto “carro del vincitore” e la prospettiva di guadagni migliori per alcune società. A scorrere l’elenco delle nomine fatte da Trump per il governo, i vice, gli ambasciatori, le agenzie governative (servizi segreti e Fbi compresi), si nota una quantità di imprenditori impressionante, tanto da far apparire quasi fuori posto i pochi “funzionari di carriera”.
Anche questa presenza non è affatto nuova. I Bush padre e figlio erano petrolieri (in affari anche con la famiglia Bin Laden, peraltro), ma perlomeno George Herbert “il vecchio” aveva fatto carriera pubblica nella Cia (guidò da remoto lo sbarco alla Baia dei Porci, a Cuba... non proprio un successo).
E i loro vice e ministri, da Dick Cheney (a.d. di Halliburton, una “multiservizi” che spazia dai lavori pubblici agli impianti petroliferi, ai mercenari) a Donald Rumsfeld (ceo della Searle, produttrice del dolcificante cancerogeno chiamato aspartame), da Condoleeza Rice (presente nei cda di Chevron, Transamerica, Hewlett-Packard, Exxon) a Frank Carlucci (Carlyle Group, società di investimenti), non erano da meno.
C’è però una differenza. Quelli erano a tutti gli effetti funzionari costruiti per fare la carriera politica, che in alcune fasi della vita si davano da fare “per arrotondare” in aziende già strutturate, in attesa di rientrare in qualche ruolo chiave dello Stato, portandosi dietro la rete di contatti con l’amministrazione Usa che potevano tornare utili anche a fare business. Era il sistema delle “porte girevoli”, ai piani alti tra pubblico e privato...
Quelli attuali, invece, sono proprio e soltanto mega-imprenditori di successo (o avvocati d’affari, una variante sul tema) che decidono di prendersi la macchina dello Stato per farla funzionare secondo i propri progetti, anche individuali (Musk vorrebbe far arrivare i suoi razzi su Marte, se smettono di esplodere sulla rampa di lancio...).
Non è un processo che riguardi solo gli Stati Uniti, naturalmente. In Italia abbiamo sperimentato 30 anni fa l’irruzione di Silvio Berlusconi, con la sua corte variopinta e raffazzonata. Ma anche in Francia non va sottovalutato il fatto che un banchiere (Macron) abbia monopolizzato prima il ministero dell’economia in un governo “socialista” e poi la presidenza della Repubblica.
Protagonisti che contrassegnano una generale “crisi della politica” nel rappresentare-guidare la società nel suo complesso, ovviamente secondo gli interessi della classe dominante.
Cambia però in questo caso radicalmente la “composizione sociale” e quindi anche la “cultura dominante” nel gruppo dirigente dello Stato. E non di uno Stato qualsiasi, ma del cuore dell’imperialismo occidentale.
Gli imprenditori di successo si erano fin qui astenuti dal partecipare in prima persona ai governi degli Stati capitalistici, se non in casi rarissimi, preferendo continuare a gestire il proprio business e condizionare la classe politica per ottenere ciò che serviva loro. Quello Stato era in fondo il “comitato d’affari della borghesia tutta”...
Ora gli imprenditori si buttano in massa sulle leve del potere politico, per fare ciò che il ceo di Goldman Sachs ammette apertis verbis: “piegare la politica fiscale e normativa a loro favore”, e anche un po’ di più...
Ma la “cultura aziendale” è piramidale e gerarchica, non prevede pluralità di centri di comando, contrappesi, “rappresentanze di interessi” diversi da quelli azionari (dove ci si pesa in base al numero di azioni). Neanche dei propri dipendenti, chiamati “collaboratori” solo nelle lettere di assunzione e licenziamento, ma senza sindacati tra i piedi, neanche “complici” (un costo inutile, ormai...).
Tutti possono ricordare il video con Elon Musk che entra nella sede di Twitter, appena acquistata, portando in braccio un lavandino per simboleggiare le “pulizie” che aveva intenzione di fare in quell’azienda (come poi effettivamente avvenuto).
Chiaro insomma che “la democrazia” esce piuttosto malconcia da questa irruzione massiva di amministratori delegati. Anzi, ne viene demolita anche la sola pretesa di chiamarsi tale, perché nessuna istituzione pubblica può più permettersi di “limitare” il potere esecutivo. Altro che “i tre poteri” di Montesquieu...
Al confronto, il “premierato” che vorrebbe imporre la Meloni è quasi una concessione al “pluralismo”, visto che continua a pensare la “classe politica” come una funzione importante, invece che “accessoria”...
È un cambiamento radicale nella gestione del potere politico capitalistico per come lo abbiamo conosciuto e subìto nel secondo dopoguerra. Viene di fatto azzerata ogni finzione di “legalità concertata”, sia nella gestione degli affari interni di un paese che nelle relazioni internazionali. Contano e conteranno solo i rapporti di forza, economici o militari. In attesa di poterli cambiare, certo...
Un “preavviso” che era già arrivato – sotto il filo-genocida Biden, che ora finge di preoccuparsene – con il disconoscimento delle Corti internazionali, dell’Onu e di tutte le sue agenzie, in parte della stessa Nato, ricondotta rigidamente ad esecutrice degli ordini statunitensi.
Dal punto di vista delle classi quel che cambia davvero sono i rapporti interni alle varie frazioni di borghesia. Nella nuova configurazione contano solo gli interessi multimiliardari e “innovativi”, scrollandosi di dosso il peso negativo delle “rendite di posizione” anche a livello industriale (il “complesso militare-industriale” stesso, scottato dai pessimi risultati della guerra in Ucraina, dovrà rivedere rapidamente le sue abitudini e i suoi prezzi iper-gonfiati).
Il rapporto con il resto della società segue. Se le modifiche nell’architettura economica del sistema permetteranno nicchie di profittabilità nei nuovi “indotti”, bene. Altrimenti chissenefrega...
Il controllo della popolazione, del resto, è già stato testato e verificato proprio grazie all’“economia delle piattaforme”. Il network tra Google, X, Whatsapp, Instagram, ecc., permette già ora di condizionare pesantemente la “formazione dell’opinione pubblica”, soppiantando i “professionisti dell’informazione”, che peraltro già si erano felicemente adattati al nuovo panorama (basta guarda a quanti articoli di “politica” vengono da anni scritti consultando proprio i post su X, arricchiti magari con una telefonata al portavoce del “potente di turno”).
Questo è il nuovo Occidente. Che sia “democratico” non si può proprio più dire. Ma lasceranno le scadenze elettorali per mantenerne la parvenza. Tanto la “volontà politica del popolo” sanno di poterla controllare da remoto...
E comunque, se non dovesse andare come dispongono, allora “non vale”. Chiedete a rumeni o ai georgiani, tanto per cominciare...
Fonte
“Un’oligarchia sta prendendo forma in America, composta da estrema ricchezza, potere e influenza, che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti fondamentali, la libertà e la possibilità di garantire a tutti un’opportunità equa”.
Siccome è pur sempre il pallido terminale dell’establishment che da tempo immemore occupa tutte le posizioni rilevanti ai vertici degli Usa, il vecchio rimbambito è rimasto concentrato a sufficienza per non fare nomi. Ma il contesto è tale da non lasciare molti dubbi su chi siano i principali oligarchi che da qualche anno (almeno tre decenni) stanno concentrando nelle proprie mani un potere tale da non avere confronti con quello del passato.
Non c’è soltanto un neo-vecchio presidente che di mestiere ha sempre fatto lo speculatore immobiliare, specializzato soprattutto in abusi, debiti e ricatti, e non c’è neanche solo Elon Musk, ormai classificato ‘uomo più ricco del mondo’ (anche se la stima delle sue ricchezze risente delle quotidiane oscillazioni di valore delle azioni che possiede).
I giornali Usa, da settimane, sono pieni con i nomi di straricchi che stanno traslocando dalla tifoseria “liberal” a quella trumpiana, pur avendo detto sempre peste e corna del mondo “Maga” (“make America great again”), giustamente identificato con il buzzurrame complottista, evangelico, suprematista bianco (col Ku Klux Klan in gran spolvero), ma ora capace di conquistare anche coloured di tutte le origini e sfumature.
Hanno fatto scalpore le “conversioni” di Jeff Bezos (Amazon), Mark Zuckerberg (Meta), Tim Cook (Apple) e ora anche Sundar Pichai (Google), mentre il fondo di investimento più potente, BlackRock, ha deciso di uscire dalla Net Zero Asset Managers Initiative (dove vanno gli investimenti per combattere il cambiamento climatico), più tanti altri i cui nomi sono decisamente meno famosi ma i portafogli altrettanto gonfi.
Lo ha spiegato con insolita franchezza David Solomon, di Goldman Sachs: “la nuova amministrazione offre una gradita opportunità per annullare alcune delle regole più severe emanate durante l’amministrazione del presidente Biden e piegare la politica fiscale e normativa a loro favore”.
Ma non c’è soltanto il solito effetto “carro del vincitore” e la prospettiva di guadagni migliori per alcune società. A scorrere l’elenco delle nomine fatte da Trump per il governo, i vice, gli ambasciatori, le agenzie governative (servizi segreti e Fbi compresi), si nota una quantità di imprenditori impressionante, tanto da far apparire quasi fuori posto i pochi “funzionari di carriera”.
Anche questa presenza non è affatto nuova. I Bush padre e figlio erano petrolieri (in affari anche con la famiglia Bin Laden, peraltro), ma perlomeno George Herbert “il vecchio” aveva fatto carriera pubblica nella Cia (guidò da remoto lo sbarco alla Baia dei Porci, a Cuba... non proprio un successo).
E i loro vice e ministri, da Dick Cheney (a.d. di Halliburton, una “multiservizi” che spazia dai lavori pubblici agli impianti petroliferi, ai mercenari) a Donald Rumsfeld (ceo della Searle, produttrice del dolcificante cancerogeno chiamato aspartame), da Condoleeza Rice (presente nei cda di Chevron, Transamerica, Hewlett-Packard, Exxon) a Frank Carlucci (Carlyle Group, società di investimenti), non erano da meno.
C’è però una differenza. Quelli erano a tutti gli effetti funzionari costruiti per fare la carriera politica, che in alcune fasi della vita si davano da fare “per arrotondare” in aziende già strutturate, in attesa di rientrare in qualche ruolo chiave dello Stato, portandosi dietro la rete di contatti con l’amministrazione Usa che potevano tornare utili anche a fare business. Era il sistema delle “porte girevoli”, ai piani alti tra pubblico e privato...
Quelli attuali, invece, sono proprio e soltanto mega-imprenditori di successo (o avvocati d’affari, una variante sul tema) che decidono di prendersi la macchina dello Stato per farla funzionare secondo i propri progetti, anche individuali (Musk vorrebbe far arrivare i suoi razzi su Marte, se smettono di esplodere sulla rampa di lancio...).
Non è un processo che riguardi solo gli Stati Uniti, naturalmente. In Italia abbiamo sperimentato 30 anni fa l’irruzione di Silvio Berlusconi, con la sua corte variopinta e raffazzonata. Ma anche in Francia non va sottovalutato il fatto che un banchiere (Macron) abbia monopolizzato prima il ministero dell’economia in un governo “socialista” e poi la presidenza della Repubblica.
Protagonisti che contrassegnano una generale “crisi della politica” nel rappresentare-guidare la società nel suo complesso, ovviamente secondo gli interessi della classe dominante.
Cambia però in questo caso radicalmente la “composizione sociale” e quindi anche la “cultura dominante” nel gruppo dirigente dello Stato. E non di uno Stato qualsiasi, ma del cuore dell’imperialismo occidentale.
Gli imprenditori di successo si erano fin qui astenuti dal partecipare in prima persona ai governi degli Stati capitalistici, se non in casi rarissimi, preferendo continuare a gestire il proprio business e condizionare la classe politica per ottenere ciò che serviva loro. Quello Stato era in fondo il “comitato d’affari della borghesia tutta”...
Ora gli imprenditori si buttano in massa sulle leve del potere politico, per fare ciò che il ceo di Goldman Sachs ammette apertis verbis: “piegare la politica fiscale e normativa a loro favore”, e anche un po’ di più...
Ma la “cultura aziendale” è piramidale e gerarchica, non prevede pluralità di centri di comando, contrappesi, “rappresentanze di interessi” diversi da quelli azionari (dove ci si pesa in base al numero di azioni). Neanche dei propri dipendenti, chiamati “collaboratori” solo nelle lettere di assunzione e licenziamento, ma senza sindacati tra i piedi, neanche “complici” (un costo inutile, ormai...).
Tutti possono ricordare il video con Elon Musk che entra nella sede di Twitter, appena acquistata, portando in braccio un lavandino per simboleggiare le “pulizie” che aveva intenzione di fare in quell’azienda (come poi effettivamente avvenuto).
Chiaro insomma che “la democrazia” esce piuttosto malconcia da questa irruzione massiva di amministratori delegati. Anzi, ne viene demolita anche la sola pretesa di chiamarsi tale, perché nessuna istituzione pubblica può più permettersi di “limitare” il potere esecutivo. Altro che “i tre poteri” di Montesquieu...
Al confronto, il “premierato” che vorrebbe imporre la Meloni è quasi una concessione al “pluralismo”, visto che continua a pensare la “classe politica” come una funzione importante, invece che “accessoria”...
È un cambiamento radicale nella gestione del potere politico capitalistico per come lo abbiamo conosciuto e subìto nel secondo dopoguerra. Viene di fatto azzerata ogni finzione di “legalità concertata”, sia nella gestione degli affari interni di un paese che nelle relazioni internazionali. Contano e conteranno solo i rapporti di forza, economici o militari. In attesa di poterli cambiare, certo...
Un “preavviso” che era già arrivato – sotto il filo-genocida Biden, che ora finge di preoccuparsene – con il disconoscimento delle Corti internazionali, dell’Onu e di tutte le sue agenzie, in parte della stessa Nato, ricondotta rigidamente ad esecutrice degli ordini statunitensi.
Dal punto di vista delle classi quel che cambia davvero sono i rapporti interni alle varie frazioni di borghesia. Nella nuova configurazione contano solo gli interessi multimiliardari e “innovativi”, scrollandosi di dosso il peso negativo delle “rendite di posizione” anche a livello industriale (il “complesso militare-industriale” stesso, scottato dai pessimi risultati della guerra in Ucraina, dovrà rivedere rapidamente le sue abitudini e i suoi prezzi iper-gonfiati).
Il rapporto con il resto della società segue. Se le modifiche nell’architettura economica del sistema permetteranno nicchie di profittabilità nei nuovi “indotti”, bene. Altrimenti chissenefrega...
Il controllo della popolazione, del resto, è già stato testato e verificato proprio grazie all’“economia delle piattaforme”. Il network tra Google, X, Whatsapp, Instagram, ecc., permette già ora di condizionare pesantemente la “formazione dell’opinione pubblica”, soppiantando i “professionisti dell’informazione”, che peraltro già si erano felicemente adattati al nuovo panorama (basta guarda a quanti articoli di “politica” vengono da anni scritti consultando proprio i post su X, arricchiti magari con una telefonata al portavoce del “potente di turno”).
Questo è il nuovo Occidente. Che sia “democratico” non si può proprio più dire. Ma lasceranno le scadenze elettorali per mantenerne la parvenza. Tanto la “volontà politica del popolo” sanno di poterla controllare da remoto...
E comunque, se non dovesse andare come dispongono, allora “non vale”. Chiedete a rumeni o ai georgiani, tanto per cominciare...
Fonte
13/01/2025
Non c’è “democrazia” sotto i “re della produzione”
Che ci sia una tendenza reazionaria apparentemente inarrestabile, in tutto l’Occidente capitalistico, è così evidente che quasi lo si dà per un evento “naturale”. Ma ovviamente non lo è.
Eppure ogni media mainstream, oltre che l’intera classe politica neoliberista, continua a parlare in termini “etici” del ruolo occidentale nel mondo, ripetendo ogni tre per due che “siamo le democrazie” contrapposte a nemici comunque descritti come “autocrazie” a prescindere dal regime politico, dal rapporto tra settore pubblico e iniziativa privata, dal sistema elettorale (magari molto più sicuro del nostro, per esempio in Venezuela...).
Nelle relazioni internazionali questa pretesa di “ordine basato su regole universali” è sparito ormai da tempo, sostituito da rapporti di forza puri e semplici. Lo prova il discredito in cui sono stati gettati tutti gli organismi internazionali, dall’Onu (e tutte le sue agenzie) alle Corti di giustizia.
Resta comunque una pretesa di “eticità” superiore, ma il doppio standard applicato a tutte le crisi ormai sta generando un doppio diritto internazionale: uno valido per “gli amici” e l’altro per “i nemici”.
Un codice di guerra, dove “i nostri” sono buoni per definizione (per esempio Al Qaeda in Siria!), mentre “loro” sono mostri inumani (“animali”, come affermato dall’ex ministro della difesa di Israele, Gallant).
Il caso del governo “europeista” polacco che ha deciso di non applicare il mandato d’arresto per Netanyahu, emesso dalla Corte internazionale di cui pure fa parte, ne è solo l’ultima e forse definitiva dimostrazione.
Ma è sugli assetti interni, sui “contrappesi democratici” disegnati per regolare non solo i poteri dei governi, ma anche quelli tra mondo delle imprese e istituzioni, che cominciano a preoccuparsi anche i più fedeli appartenenti alla “comunità di classe” che si usa chiamare establishment borghese.
Il direttore di MilanoFinanza, importante giornale economico, appartiene certamente ai livelli alti del sistema mediatico mainstream. E dunque il suo ultimo editoriale (“Elon Musk e gli altri tycoon di casa nostra rispettano le leggi sulle concentrazioni di potere?”) pone il problema dall’interno stesso di quel mondo dove solo l’“impresa” ha diritto alla piena “libertà”. E non solo per gli Usa, ma anche per l’assai meno gigantesca Italia.
Perché è diventato chiaro che concentrazioni di potere e ricchezza di certe dimensioni mettono in discussione proprio la libertà di altre imprese, oltre che degli sfortunatissimi “cittadini comuni” (lavoratori in primis, naturalmente).
Detto altrimenti, una così esagerata disuguaglianza di potenza economica – il monopolio dei satelliti Starlink è il punto forse massimo – andrebbe in qualche modo limitata proprio per garantire che la mitica “concorrenza” possa esercitare ancora il suo ruolo di “stimolo” per un ulteriore progresso.
Ma ad esercitare questo potere di “confinamento” non c’è più né uno Stato, né “il mercato”.
Lo Stato più potente del mondo, gli Usa, è ora in mano a due miliardari abituati a stracciare ogni regola, a comprarsi le collaborazioni che servono (magistrati, politici, ecc.), ad intervenire negli affari interni di altri paesi (Germania, Gran Bretagna, Italia, ecc). E soprattutto – da punto di vista di un giornale economico – a stravolgere le aspettative dei “mercati” per trarre il maggiore profitto individuale possibile (politico e/o finanziario).
A Elon Musk, soprattutto, che riunisce in sé il massimo di ricchezza individuale nel mondo e il potere di un “superministro” Usa, basta ormai aprire bocca per indirizzare le dinamiche di mercato che, come “privato”, poi traduce in profitti mostruosi.
Altro che insider trading o “false comunicazioni”...
Sommella arriva a porsi la questione giusta: “Prima di combattere [...] le autocrazie come quelle russe, guardiamo dentro casa se non stiamo diventando come chi vogliamo battere con la forza dei diritti e i principi di libertà”.
In altri termini: “Le istituzioni, negli Stati Uniti, come in Europa e in Italia, hanno ancora voce in capitolo o comanda solo chi ha più soldi in barba alla legge e alle Costituzioni?” Il governo Meloni ha risposto fin dal primo giorno “non daremo fastidio alle imprese”. E, se ti fai condizionare da bottegai e “balneari”, figuriamoci se ti viene da “contenere” Musk o Bezos, ecc.
È l’Occidente neoliberista ad affossare la democrazia che pretendeva di rappresentare.
Il che ci permette di illuminare un fatto che ovviamente Sommella non può citare senza andare in drammatica contraddizione. In tutte quelle che vengono qui definite “autocrazie” – termine privo di senso universale, al pari di “sovranismo” o “terrorismo” –, tutte molto diverse tra loro quanto a sistema economico e regimi politici, le “grandi concentrazioni” sono subordinate più o meno strettamente al potere politico e alle sue politiche economiche.
In Cina basterebbe chiedere lumi a Jack Ma, il miliardario fondatore di Alibaba, che ha dovuto ridimensionare drasticamente le sue ambizioni quando ha soltanto accennato a pretendere modifiche “all’occidentale” per il sistema bancario di Pechino.
E persino nella certamente capitalistica Russia putiniana gli “oligarchi” che impazzavano ai tempi di Boris Eltsin e dei “consiglieri americani” a Mosca, hanno fatto le valige oppure sono scesi a più miti consigli.
In entrambi i casi “il privato” deve essere inserito in una logica complessiva che ha l'“interesse pubblico” (nazionalista o socialista che sia) al suo centro. Non viceversa.
Al centro dell’offensiva reazionaria nell’Occidente neoliberista c’è invece un rapporto totalmente unilaterale, squilibratissimo, tra “impresa privata” e interessi collettivi, rappresentati almeno approssimativamente dal “potere pubblico”.
In questo squilibrio, non più moderato dai “contrappesi istituzionali”, e tanto meno dal defunto “quarto potere”, sono cresciuti i nuovi «re per la produzione, i trasporti e la vendita di una qualsiasi delle necessità della vita» contro cui venne varata la legislazione antitrust Usa, nel 1890.
E un “re nella produzione” non può che pretendere di essere tale anche a livello politico, perché solo il monopolio della forza esercitato dallo Stato può consentirgli di restare tale.
Poi, di fatto, i “re” possono anche essere più di uno, ma non cambia il rapporto con il resto della società e del mondo.
Si chiama oligarchia, comunque si autodescriva.
Buona lettura.
Eppure ogni media mainstream, oltre che l’intera classe politica neoliberista, continua a parlare in termini “etici” del ruolo occidentale nel mondo, ripetendo ogni tre per due che “siamo le democrazie” contrapposte a nemici comunque descritti come “autocrazie” a prescindere dal regime politico, dal rapporto tra settore pubblico e iniziativa privata, dal sistema elettorale (magari molto più sicuro del nostro, per esempio in Venezuela...).
Nelle relazioni internazionali questa pretesa di “ordine basato su regole universali” è sparito ormai da tempo, sostituito da rapporti di forza puri e semplici. Lo prova il discredito in cui sono stati gettati tutti gli organismi internazionali, dall’Onu (e tutte le sue agenzie) alle Corti di giustizia.
Resta comunque una pretesa di “eticità” superiore, ma il doppio standard applicato a tutte le crisi ormai sta generando un doppio diritto internazionale: uno valido per “gli amici” e l’altro per “i nemici”.
Un codice di guerra, dove “i nostri” sono buoni per definizione (per esempio Al Qaeda in Siria!), mentre “loro” sono mostri inumani (“animali”, come affermato dall’ex ministro della difesa di Israele, Gallant).
Il caso del governo “europeista” polacco che ha deciso di non applicare il mandato d’arresto per Netanyahu, emesso dalla Corte internazionale di cui pure fa parte, ne è solo l’ultima e forse definitiva dimostrazione.
Ma è sugli assetti interni, sui “contrappesi democratici” disegnati per regolare non solo i poteri dei governi, ma anche quelli tra mondo delle imprese e istituzioni, che cominciano a preoccuparsi anche i più fedeli appartenenti alla “comunità di classe” che si usa chiamare establishment borghese.
Il direttore di MilanoFinanza, importante giornale economico, appartiene certamente ai livelli alti del sistema mediatico mainstream. E dunque il suo ultimo editoriale (“Elon Musk e gli altri tycoon di casa nostra rispettano le leggi sulle concentrazioni di potere?”) pone il problema dall’interno stesso di quel mondo dove solo l’“impresa” ha diritto alla piena “libertà”. E non solo per gli Usa, ma anche per l’assai meno gigantesca Italia.
Perché è diventato chiaro che concentrazioni di potere e ricchezza di certe dimensioni mettono in discussione proprio la libertà di altre imprese, oltre che degli sfortunatissimi “cittadini comuni” (lavoratori in primis, naturalmente).
Detto altrimenti, una così esagerata disuguaglianza di potenza economica – il monopolio dei satelliti Starlink è il punto forse massimo – andrebbe in qualche modo limitata proprio per garantire che la mitica “concorrenza” possa esercitare ancora il suo ruolo di “stimolo” per un ulteriore progresso.
Ma ad esercitare questo potere di “confinamento” non c’è più né uno Stato, né “il mercato”.
Lo Stato più potente del mondo, gli Usa, è ora in mano a due miliardari abituati a stracciare ogni regola, a comprarsi le collaborazioni che servono (magistrati, politici, ecc.), ad intervenire negli affari interni di altri paesi (Germania, Gran Bretagna, Italia, ecc). E soprattutto – da punto di vista di un giornale economico – a stravolgere le aspettative dei “mercati” per trarre il maggiore profitto individuale possibile (politico e/o finanziario).
A Elon Musk, soprattutto, che riunisce in sé il massimo di ricchezza individuale nel mondo e il potere di un “superministro” Usa, basta ormai aprire bocca per indirizzare le dinamiche di mercato che, come “privato”, poi traduce in profitti mostruosi.
Altro che insider trading o “false comunicazioni”...
Sommella arriva a porsi la questione giusta: “Prima di combattere [...] le autocrazie come quelle russe, guardiamo dentro casa se non stiamo diventando come chi vogliamo battere con la forza dei diritti e i principi di libertà”.
In altri termini: “Le istituzioni, negli Stati Uniti, come in Europa e in Italia, hanno ancora voce in capitolo o comanda solo chi ha più soldi in barba alla legge e alle Costituzioni?” Il governo Meloni ha risposto fin dal primo giorno “non daremo fastidio alle imprese”. E, se ti fai condizionare da bottegai e “balneari”, figuriamoci se ti viene da “contenere” Musk o Bezos, ecc.
È l’Occidente neoliberista ad affossare la democrazia che pretendeva di rappresentare.
Il che ci permette di illuminare un fatto che ovviamente Sommella non può citare senza andare in drammatica contraddizione. In tutte quelle che vengono qui definite “autocrazie” – termine privo di senso universale, al pari di “sovranismo” o “terrorismo” –, tutte molto diverse tra loro quanto a sistema economico e regimi politici, le “grandi concentrazioni” sono subordinate più o meno strettamente al potere politico e alle sue politiche economiche.
In Cina basterebbe chiedere lumi a Jack Ma, il miliardario fondatore di Alibaba, che ha dovuto ridimensionare drasticamente le sue ambizioni quando ha soltanto accennato a pretendere modifiche “all’occidentale” per il sistema bancario di Pechino.
E persino nella certamente capitalistica Russia putiniana gli “oligarchi” che impazzavano ai tempi di Boris Eltsin e dei “consiglieri americani” a Mosca, hanno fatto le valige oppure sono scesi a più miti consigli.
In entrambi i casi “il privato” deve essere inserito in una logica complessiva che ha l'“interesse pubblico” (nazionalista o socialista che sia) al suo centro. Non viceversa.
Al centro dell’offensiva reazionaria nell’Occidente neoliberista c’è invece un rapporto totalmente unilaterale, squilibratissimo, tra “impresa privata” e interessi collettivi, rappresentati almeno approssimativamente dal “potere pubblico”.
In questo squilibrio, non più moderato dai “contrappesi istituzionali”, e tanto meno dal defunto “quarto potere”, sono cresciuti i nuovi «re per la produzione, i trasporti e la vendita di una qualsiasi delle necessità della vita» contro cui venne varata la legislazione antitrust Usa, nel 1890.
E un “re nella produzione” non può che pretendere di essere tale anche a livello politico, perché solo il monopolio della forza esercitato dallo Stato può consentirgli di restare tale.
Poi, di fatto, i “re” possono anche essere più di uno, ma non cambia il rapporto con il resto della società e del mondo.
Si chiama oligarchia, comunque si autodescriva.
Buona lettura.
*****
Elon Musk e gli altri tycoon di casa nostra rispettano le leggi sulle concentrazioni di potere?
Elon Musk e gli altri tycoon di casa nostra rispettano le leggi sulle concentrazioni di potere?
Roberto Sommella – Milano Finanza
Oltre a chiedere una dozzina di volte a Giorgia Meloni che tipo di accordo ha fatto l’Italia con Elon Musk, per cui la premier nutre una evidente simpatia, dovremmo interrogarci anche se gli americani vivono ancora nella terra del mercato e del rispetto delle regole.
A vedere la concentrazione di potere nelle mani del magnate non si direbbe. E non si direbbe che il problema venga avvertito anche in Europa.
Il braccio destro del presidente eletto Donald Trump appena condannato prima ancora di giurare, ha venduto i certificati verdi alle case automobilistiche europee così che queste ultime non pagheranno le assurde multe di Bruxelles sull’elettrico; sta per stringere un accordo con il governo italiano per venderci il suo (unico) sistema di comunicazioni satellitari attraverso Starlink; influenza il mercato con dichiarazioni e turbative di mercato, come sulle criptomonete, di ogni genere; usa il suo social media X per interferire sui fatti interni di tanti Paesi, come ad esempio è avvenuto per la Germania e la Gran Bretagna, per cui nutre una atavica antipatia.
Dove sono i contro poteri che il diritto anglosassone ci ha insegnato essere fondamentali per bilanciare quello esecutivo?
Dove sono gli antitrust americani, dove è scaduto il mandato di una ora preoccupata Lina Khan, presidente della Federal Trade Commission, e la Sec, l’organismo di controllo di borsa?
Dove è finito il Congresso, che durante la passata legislatura portò alla sbarra in lunghe audizioni i padroni del potere tecnologico a partire da Mark Zuckerberg, ora già in luna di miele con Trump, così come Jeff Bezos?
Dove sono i potenti mezzi di informazione statunitense, capaci di inchiodare alle proprie responsabilità uno tosto come Richiard Nixon durante lo scandalo Watergate o Bill Clinton per il suo sex affair?
L’America sembra tornata all’epoca del Far West, dove vigeva la legge del più forte. E anche nell’Unione Europea non si è levato nemmeno un pigolio nei confronti del debordante abuso di posizione dominante dei tanti mezzi di controllo di cui dispone Musk cui Milano Finanza dedica la sua copertina nel numero in edicola e online.
Eppure sono stati proprio gli americani, dalla guerra di indipendenza in poi, quando in Europa c’erano solo sovrani assoluti, ad insegnarci il valore della libertà e il ripudio degli abusi su chi è più debole. Ci sono pagine e pagine di storia americana a ricordarcelo.
«Se non tolleriamo un re come potere politico, non dovremmo tollerare un re per la produzione, i trasporti e la vendita di una qualsiasi delle necessità della vita», ammoniva appunto il senatore repubblicano John Sherman, padre della legge antitrust americana, promulgata nel lontano 1890.
Tutto questo ora appare dimenticato, svanito, anche su organi di stampa sempre molto severi come l’Economist, che pretendeva persino di stabilire se Silvio Berlusconi fosse idoneo a governare e oggi non si chiede se Musk sia idoneo per governare la loro cosa pubblica.
Sicuramente noi italiani non possiamo dare lezioni di indipendenza ma almeno la stampa libera dovrebbe avere un sussulto d’orgoglio. E ricordare che anche noi abbiamo i nostri piccoli Trump. Si chiamano Francesco Milleri e Francesco Gaetano Caltagirone, i padroni delle nostre banche.
Essi si muovono sempre in coppia, qualcuno direbbe di concerto, e prima in Generali (quando ancora era vivo Leonardo Del Vecchio), poi in Mediobanca e ora in Monte dei Paschi di Siena, dove sono arrivati ad avere il 20% circa insieme, più della quota dello Stato. Muovono a passo di danza gli stessi passi, gli stessi acquisti, le stesse percentuali, come due ballerini del Bolshoi nel Lago dei cigni.
Anche qui, come sta avvenendo per Unicredit su Bpm, la Consob dovrebbe accedere il suo occhio di bue, per restare nella metafora teatrale, perché un semplice grafico dimostra una certa correlazione tra gli acquisti. Caltagirone e Milleri, spieghiamo sempre nel numero di Milano Finanza in edicola e online, hanno investito a Trieste, Piazzetta Cuccia e nel Monte qualcosa come 14,64 miliardi di euro, una cifra enorme per l’asfittico mercato borsistico italiano.
Sono loro i veri padroni del vapore o c’è qualcuno, al governo o al ministero dell’Economia, dove si festeggia una ritrovata stabilità del Paese sui mercati (lo dimostra la domanda boom da 270 miliardi di euro per le aste di Btp con tassi calanti), in grado di frenarne la potenza di mercato?
Le istituzioni, negli Stati Uniti, come in Europa e in Italia, hanno ancora voce in capitolo o comanda solo chi ha più soldi in barba alla legge e alle Costituzioni?
Prima di combattere, giustamente, le autocrazie come quelle russe, guardiamo dentro casa se non stiamo diventando come chi vogliamo battere con la forza dei diritti e i principi di libertà. Non pieghiamo la democrazia come un arco per colpire il prossimo ma usiamola sempre come uno scudo prezioso per proteggere quel prossimo che qualcuno vuole schiacciare.
Fonte
17/10/2024
Il Nobel per l’economia consacra il complesso di superiorità dell’Occidente
Il Nobel per l’economia di quest’anno è stato assegnato a Daron Acemoglu, James Robinson e Simon Johnson per il loro lavoro sul legame tra istituzioni politiche e crescita economica.
Per avere una panoramica generale del loro contributo accademico, si può fare riferimento al loro best-seller “Perché le nazioni falliscono” (“Why Nations Fail”), un caso editoriale del 2012 che riassume per il vasto pubblico vent’anni di attività scientifica dei suoi autori.
Il libro è scritto in maniera accattivante e propone una storia semplice quanto convincente – come del resto s’addice a ogni narrazione ben scritta – la chiave del successo o del fallimento di una nazione risiede nelle sue istituzioni politiche ed economiche.
In particolare, gli autori sostengono che istituzioni politiche inclusive, che favoriscono la partecipazione della maggioranza della popolazione alla creazione di ricchezza, incentivando l’innovazione, gli investimenti e la crescita economica, garantiscono il successo di un Paese.
A queste vengono contrapposte le istituzioni politiche cosiddette estrattive, progettate per il beneficio di un’élite, limitando le opportunità per la maggioranza e frenando l’innovazione.
Inevitabilmente, questa dicotomia proposta dagli autori finisce per confondersi e identificarsi con la più classica contrapposizione tra economie di mercato (in cui la tutela della proprietà privata e dello stato di diritto, dicono, rappresentano i valori centrali della comunità politica) e il resto del mondo.
Al di là dell’enfasi sulle conclusioni, si rileva un livello straordinario di pregiudizio occidentale riguardo alle istituzioni che si considerano efficaci. Soprattutto, come molti politologi occidentali, gli autori fanno fatica a integrare nel loro modello la continua ascesa economica della Cina.
Il libro di Acemoglu e Robinson sostiene sostanzialmente tre tesi principali:
1) le istituzioni inclusive sono la chiave dello sviluppo: “Paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti sono diventati ricchi perché i loro cittadini hanno rovesciato le élite che controllavano il potere e hanno creato una società in cui i diritti politici erano molto più ampiamente distribuiti, in cui il governo era responsabile e rispondeva ai cittadini, e in cui la grande massa della popolazione poteva approfittare delle opportunità economiche”, come si legge nella Prefazione del libro.
2) I cambiamenti istituzionali sono irreversibili e tendono a generare circoli viziosi o virtuosi: le istituzioni tendono a essere auto-rinforzanti. In un sistema inclusivo, i cittadini hanno incentivi a mantenere e rafforzare le istituzioni che garantiscono pari opportunità. In un sistema estrattivo, invece, le élite cercano di perpetuare le strutture che le favoriscono, spesso ostacolando le riforme che potrebbero portare alla crescita economica e alla distribuzione delle risorse.
3) Il ruolo degli snodi critici nella storia: momenti specifici nel percorso di un Paese determinano la convergenza delle istituzioni politiche verso il modello inclusivo o estrattivo. Rivoluzioni, carestie o guerre possono mettere una nazione su un binario o su un altro, in una sorta di “effetto farfalla” dello sviluppo.
Il libro è arricchito da esempi storici, aneddoti e casi studio: dal regno del Congo all’impero britannico, dalla divergenza storica tra le due Coree al confronto tra Stati Uniti e Messico.
Il problema di fondo di questo vasto affresco è che tutto funziona davvero solo a posteriori. Ci sono sempre molte piccole differenze ovunque si guardi, e le teorie istituzionaliste hanno sempre avuto difficoltà a indicare in anticipo quali di queste differenze svolgano un ruolo cruciale nel determinare il successo o il fallimento di una società.
Quando una teoria coincide con i nostri stessi pregiudizi, sembra procedere trionfalmente attraverso la storia, fornendo una risposta per ogni nostra domanda. Il problema emerge quando ci si imbatte in un pezzo del puzzle che non si adatta bene agli altri.
Un esempio è la previsione degli autori sulla Cina. Nel 2012, costoro sostenevano che “la crescita sotto istituzioni politiche estrattive, come in Cina, non porterà a una crescita sostenuta ed è probabile che si esaurisca” (Capitolo 15). A dodici anni di distanza, questa previsione non si è verificata.
E anche se la crescita cinese dovesse finalmente rallentare (ancora oggi parliamo di cifre sopra il 4% del PIL annuo, mentre i Paesi ‘inclusivi’ come Giappone o Germania fanno fatica ad arrivare all’1%), non sarebbe semplice stabilire se ciò dipenda da meccanismi naturali di convergenza tipici delle economie sviluppate o da un qualche difetto fondamentale del sistema politico cinese.
Un altro esempio è la Corea del Sud. Secondo Acemoglu e colleghi, il miracolo economico della Corea del Sud dipende dal fatto che, a differenza del Nord, “la Corea del Sud è un’economia di mercato, costruita sulla proprietà privata” (Capitolo 3).
Tuttavia, questa tesi oggi appare piuttosto screditata, poiché minimizza sistematicamente il ruolo della politica industriale e di uno Stato interventista nel decollo economico della Corea del Sud, e delle altre “Tigri Asiatiche” (senza considerare il fatto che il miracolo economico coreano è figlio diretto anche di una situazione politica costellata da innumerevoli colpi di stato militari dalla fine della guerra con il Nord negli anni '50 ai primissimi anni '90).
Nel complesso, l’affascinante storia istituzionalista di Acemoglu e colleghi sembra funzionare solo quando si è disposti a crederci, ignorando o minimizzando gli elementi che non si adattano al quadro.
In altre parole, ci troviamo di fronte a una “Storia proprio così”, per citare la raccolta di racconti per bambini di Rudyard Kipling: una teoria speculativa, costruita ad hoc e di dubbia validità.
In mancanza di un controfattuale, del resto, per i paladini del libero mercato è facile interpretare i fatti al contrario. Nella loro testa, quando un’economia con chiare tendenze stataliste ha successo, lo fa sempre malgrado l’intervento della politica, mai grazie ad esso.
Sebbene sia indiscutibile che un legame tra sistema politico e crescita economica debba necessariamente esistere – e chi, del resto, lo ha mai messo in dubbio? – la pretesa che la ricetta dello sviluppo occidentale neoliberale sia la Risposta con la ‘R’ maiuscola rappresenta un esempio lampante di pregiudizio culturale.
Oggi, con un’Europa in difficoltà e un mercato globale sempre più frammentato, tale tesi risulta ancora meno credibile di quanto lo fosse dieci o vent’anni fa.
Fonte
Per avere una panoramica generale del loro contributo accademico, si può fare riferimento al loro best-seller “Perché le nazioni falliscono” (“Why Nations Fail”), un caso editoriale del 2012 che riassume per il vasto pubblico vent’anni di attività scientifica dei suoi autori.
Il libro è scritto in maniera accattivante e propone una storia semplice quanto convincente – come del resto s’addice a ogni narrazione ben scritta – la chiave del successo o del fallimento di una nazione risiede nelle sue istituzioni politiche ed economiche.
In particolare, gli autori sostengono che istituzioni politiche inclusive, che favoriscono la partecipazione della maggioranza della popolazione alla creazione di ricchezza, incentivando l’innovazione, gli investimenti e la crescita economica, garantiscono il successo di un Paese.
A queste vengono contrapposte le istituzioni politiche cosiddette estrattive, progettate per il beneficio di un’élite, limitando le opportunità per la maggioranza e frenando l’innovazione.
Inevitabilmente, questa dicotomia proposta dagli autori finisce per confondersi e identificarsi con la più classica contrapposizione tra economie di mercato (in cui la tutela della proprietà privata e dello stato di diritto, dicono, rappresentano i valori centrali della comunità politica) e il resto del mondo.
Al di là dell’enfasi sulle conclusioni, si rileva un livello straordinario di pregiudizio occidentale riguardo alle istituzioni che si considerano efficaci. Soprattutto, come molti politologi occidentali, gli autori fanno fatica a integrare nel loro modello la continua ascesa economica della Cina.
Il libro di Acemoglu e Robinson sostiene sostanzialmente tre tesi principali:
1) le istituzioni inclusive sono la chiave dello sviluppo: “Paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti sono diventati ricchi perché i loro cittadini hanno rovesciato le élite che controllavano il potere e hanno creato una società in cui i diritti politici erano molto più ampiamente distribuiti, in cui il governo era responsabile e rispondeva ai cittadini, e in cui la grande massa della popolazione poteva approfittare delle opportunità economiche”, come si legge nella Prefazione del libro.
2) I cambiamenti istituzionali sono irreversibili e tendono a generare circoli viziosi o virtuosi: le istituzioni tendono a essere auto-rinforzanti. In un sistema inclusivo, i cittadini hanno incentivi a mantenere e rafforzare le istituzioni che garantiscono pari opportunità. In un sistema estrattivo, invece, le élite cercano di perpetuare le strutture che le favoriscono, spesso ostacolando le riforme che potrebbero portare alla crescita economica e alla distribuzione delle risorse.
3) Il ruolo degli snodi critici nella storia: momenti specifici nel percorso di un Paese determinano la convergenza delle istituzioni politiche verso il modello inclusivo o estrattivo. Rivoluzioni, carestie o guerre possono mettere una nazione su un binario o su un altro, in una sorta di “effetto farfalla” dello sviluppo.
Il libro è arricchito da esempi storici, aneddoti e casi studio: dal regno del Congo all’impero britannico, dalla divergenza storica tra le due Coree al confronto tra Stati Uniti e Messico.
Il problema di fondo di questo vasto affresco è che tutto funziona davvero solo a posteriori. Ci sono sempre molte piccole differenze ovunque si guardi, e le teorie istituzionaliste hanno sempre avuto difficoltà a indicare in anticipo quali di queste differenze svolgano un ruolo cruciale nel determinare il successo o il fallimento di una società.
Quando una teoria coincide con i nostri stessi pregiudizi, sembra procedere trionfalmente attraverso la storia, fornendo una risposta per ogni nostra domanda. Il problema emerge quando ci si imbatte in un pezzo del puzzle che non si adatta bene agli altri.
Un esempio è la previsione degli autori sulla Cina. Nel 2012, costoro sostenevano che “la crescita sotto istituzioni politiche estrattive, come in Cina, non porterà a una crescita sostenuta ed è probabile che si esaurisca” (Capitolo 15). A dodici anni di distanza, questa previsione non si è verificata.
E anche se la crescita cinese dovesse finalmente rallentare (ancora oggi parliamo di cifre sopra il 4% del PIL annuo, mentre i Paesi ‘inclusivi’ come Giappone o Germania fanno fatica ad arrivare all’1%), non sarebbe semplice stabilire se ciò dipenda da meccanismi naturali di convergenza tipici delle economie sviluppate o da un qualche difetto fondamentale del sistema politico cinese.
Un altro esempio è la Corea del Sud. Secondo Acemoglu e colleghi, il miracolo economico della Corea del Sud dipende dal fatto che, a differenza del Nord, “la Corea del Sud è un’economia di mercato, costruita sulla proprietà privata” (Capitolo 3).
Tuttavia, questa tesi oggi appare piuttosto screditata, poiché minimizza sistematicamente il ruolo della politica industriale e di uno Stato interventista nel decollo economico della Corea del Sud, e delle altre “Tigri Asiatiche” (senza considerare il fatto che il miracolo economico coreano è figlio diretto anche di una situazione politica costellata da innumerevoli colpi di stato militari dalla fine della guerra con il Nord negli anni '50 ai primissimi anni '90).
Nel complesso, l’affascinante storia istituzionalista di Acemoglu e colleghi sembra funzionare solo quando si è disposti a crederci, ignorando o minimizzando gli elementi che non si adattano al quadro.
In altre parole, ci troviamo di fronte a una “Storia proprio così”, per citare la raccolta di racconti per bambini di Rudyard Kipling: una teoria speculativa, costruita ad hoc e di dubbia validità.
In mancanza di un controfattuale, del resto, per i paladini del libero mercato è facile interpretare i fatti al contrario. Nella loro testa, quando un’economia con chiare tendenze stataliste ha successo, lo fa sempre malgrado l’intervento della politica, mai grazie ad esso.
Sebbene sia indiscutibile che un legame tra sistema politico e crescita economica debba necessariamente esistere – e chi, del resto, lo ha mai messo in dubbio? – la pretesa che la ricetta dello sviluppo occidentale neoliberale sia la Risposta con la ‘R’ maiuscola rappresenta un esempio lampante di pregiudizio culturale.
Oggi, con un’Europa in difficoltà e un mercato globale sempre più frammentato, tale tesi risulta ancora meno credibile di quanto lo fosse dieci o vent’anni fa.
Fonte
28/03/2024
Formata per il declino
Viene arrestata una donna che per 30 anni è stata nelle liste delle persone ricercate dalla polizia. L’evento balza al centro dell’eccitazione resa pubblica. Segue una caccia a altri due ricercati sui quali fino ad oggi non si è riusciti a mettere le mani.
Sono ex appartenenti alla RAF, sono coloro che nel 1998 dopo 28 anni, con un’ampia dichiarazione avevano dichiarato concluso il progetto RAF. Chi ancora conosce i media del periodo attivo della RAF, percepisce il ricordo. Eppure: quali sono i paralleli se il programma della guerriglia urbana non esiste più?
Università di Graz a gennaio: qui parla Heinz Bude, sociologo in permanente assistenza del potere. Con parole gentili, recitate in stile discorsivo, seguo le parole e i concetti (come »Vorratsreflektion« [riflessione di scorta] che solo la sociologia può inventare), che spiegano che la sociologia deve produrre »disponibilità all’ubbidienza« [Folgebereitschaft], eventualmente attraverso una ‘politica della paura’ ma che allo stesso tempo non deve averne l’aspetto, presentandosi sotto le spoglie della scientificità.
Ci saranno crisi, catastrofi climatiche, pandemie e anche la guerra torna nuovamente in Europa. All’occorrenza, per questa ubbidienza bisognerà anche »esercitare coercizione« per poter affrontare le crisi con »capacità di azione collettiva«.
Ciò che qui si ascolta va definito apologia del fascismo, o almeno l’apologia di una fascistizzazione dell’apparato statale. Il suo punto di partenza è: il capitalismo come fondamento della società è intoccabile.
Non è lui che va messo in discussione – meno che mai negato – per via delle sue crisi, ma il singolo che rifiuta la propria sottomissione o semplicemente fa le bizze perché non vuole capire perché non venga risparmiato lui, che non è mai stato nemico del sistema.
Oltre la gestualità di una »capacità di azione collettiva« dichiarata necessaria nell’interesse di tutti, dilaga una disponibilità alla fascistizzazione che – poiché si sforza di non essere ideologica – si rivela essere fascismo tecnico.
Non ha bisogno di ideologia, tranne quella secondo la quale le condizioni mondiali capitaliste seguono una sorta di legge di natura. Su questa base si possono organizzare manifestazioni di Stato contro i fascisti ideologici dell’AFD, mentre la politica governativa ufficiale in materia li ha superati da tempo.
»Siamo in grado di farlo in una società liberale moderna, è possibile questo?«, chiede retoricamente Bude preso qui come esempio, con un implicito »si« che nessuno ha più bisogno di pronunciare.
È il segno distintivo della »democrazia liberale« del capitalismo che rispetto alle sue forme autoritarie si spaccia per »fondato su valori«, per essere rimosso nel processo reale della società in conformità al sistema. Rien ne va plus si modifica in: rien ne compte plus.
Davvero niente vale più. Tutto è negoziabile nella »democrazia liberale«, solo una cosa non lo è: il capitalismo come base vitale.
Ormai da tempo non esiste più un impegno autonomo in prima persona proveniente dal sociale, vincolante nei confronti degli altri. Questa è una delle ragioni per le quali lo Stato diventa sempre più centralista e autoritario.
La dissoluzione interna di tutti i valori del processo di capitalizzazione dell’intera vita richiede una cornice di tenuta esterna. La società che strutturalmente si auto-svaluta politicamente e moralmente ha bisogno di sempre più polizia. Questo è inevitabile.
Pier Paolo Pasolini un tempo lo ha esposto per la diagnosi di una condizione di distruzione sociale che definì »mutazione antropologica«. Nel mondo del consumo e della produzione, uno svuotamento dell’essere umano e la creazione di un nuovo modello di società social-economico: il »fascismo del consumo«.
Il fascismo è immanente al capitalismo e l’uno non è pensabile senza l’altro. In Ucraina viene condotta la lotta per l’egemonia tra capitalismo »liberale« e »autoritario« fino all’ultimo ucraino e a Gaza si rivela quanta barbarie si pretende di proporre all’umanità come »normale«.
Coloro che pensano di poter affrontare il fascismo fondato sull’ideologia brandendo la ‘democrazia liberale capitalista’, si troveranno completamente disarmati quando anche la democrazia liberale avrà rivelato il suo punto critico nell’acculare le sue brutalità e nel suo culmine oggi possibile nella grande guerra.
Qui il clamore sulla RAF che oggi attraversa i media si rivela come parte della promozione della »disponibilità all’ubbidienza«. Anche questo un tentativo di ripetizione: popolo e Stato come comunità investigativa.
È costante l’eterno odio nei confronti di coloro che si sono presentati come ‘controsovrani’. Tutto è permesso. Qui il giornalismo d’inchiesta di LEGION (4) che si auto-eccita, può rendere KI strumento di uso quotidiano del fascismo tecnicamente possibile.
Ma da tempo si va oltre: »terroristi climatici«, (troppe fonti per citarle qui), »fattore di trazione-RAF« (redazione digitale di SWR), »Un intero Paese in ostaggio« (la Taz sullo sciopero delle ferrovie).
Viene richiesta sottomissione e ubbidienza. Tutt’al più una protesta nella forma che non disturba il funzionamento in essere. Tutto viene sottomesso allo schema amico-nemico, quindi alla logica della guerra che precede quella militare, la accompagna e quindi la segue.
Da tempo la società è formata in modo autoritario. A posteriori il coronavirus si rivela il punto di svolta in cui la politica della paura è diventata momento centrale della trasmissione del dominio. Segue la nuova richiesta di ubbidienza nei confronti dello Stato come virtù e la rivalutazione morale di una figura abietta: il gregario e collaborazionista.
Dopo che ci si è fatti belli per decenni citando Hannah Arendt (»Nessun uomo ha il diritto di ubbidire«), si lasciano cadere gli augusti gesti nei confronti del passato nazista e si propaga lo Stato del comando [Führungsstaat], vicino a ciò che in seguito prima o poi, non solo per Trump, evolve in Stato del comandante [Führerstaat].
Libertà per Julian Assange. Per una prospettiva orientata alla libertà per Daniela Klette, Burghardt Garweg, Volker Staub e le e gli antifascisti detenuti e perseguitati dall’Ungheria e dalla Germania.
Traduzione a cura di Sveva Haertter
Note
1) Citazioni di Heinz Bude da »Gesellschaft im Ausnahmezustand – Was lernen wir aus der Coronakrise?« (Società in stato di emergenza – cosa impariamo dalla crisi del coronavirus?) , Iniziativa pubblica Università di Graz del 24.01.2024, accessibile dalla pagina dell’università di Graz
2) Pier-Paolo Pasolini, colloquio con Gideon Bachmann del gennaio 1965 in: PASOLINI BACHMANN, GESPRÄCHE 1963-1975, Vol. 1, di Gabriella Angheleddu e Fabien Vitali, Galerie der abseitigen Künste, Amburgo 2022 pp. 79
3) Vedi nota 2: qui Vol. 2, commento Fabien Vitali pp. 137 e 415
4) Giornalisti di inchiesta per il canale TV tedesco ARD
Fonte
Sono ex appartenenti alla RAF, sono coloro che nel 1998 dopo 28 anni, con un’ampia dichiarazione avevano dichiarato concluso il progetto RAF. Chi ancora conosce i media del periodo attivo della RAF, percepisce il ricordo. Eppure: quali sono i paralleli se il programma della guerriglia urbana non esiste più?
Università di Graz a gennaio: qui parla Heinz Bude, sociologo in permanente assistenza del potere. Con parole gentili, recitate in stile discorsivo, seguo le parole e i concetti (come »Vorratsreflektion« [riflessione di scorta] che solo la sociologia può inventare), che spiegano che la sociologia deve produrre »disponibilità all’ubbidienza« [Folgebereitschaft], eventualmente attraverso una ‘politica della paura’ ma che allo stesso tempo non deve averne l’aspetto, presentandosi sotto le spoglie della scientificità.
Ci saranno crisi, catastrofi climatiche, pandemie e anche la guerra torna nuovamente in Europa. All’occorrenza, per questa ubbidienza bisognerà anche »esercitare coercizione« per poter affrontare le crisi con »capacità di azione collettiva«.
Ciò che qui si ascolta va definito apologia del fascismo, o almeno l’apologia di una fascistizzazione dell’apparato statale. Il suo punto di partenza è: il capitalismo come fondamento della società è intoccabile.
Non è lui che va messo in discussione – meno che mai negato – per via delle sue crisi, ma il singolo che rifiuta la propria sottomissione o semplicemente fa le bizze perché non vuole capire perché non venga risparmiato lui, che non è mai stato nemico del sistema.
Oltre la gestualità di una »capacità di azione collettiva« dichiarata necessaria nell’interesse di tutti, dilaga una disponibilità alla fascistizzazione che – poiché si sforza di non essere ideologica – si rivela essere fascismo tecnico.
Non ha bisogno di ideologia, tranne quella secondo la quale le condizioni mondiali capitaliste seguono una sorta di legge di natura. Su questa base si possono organizzare manifestazioni di Stato contro i fascisti ideologici dell’AFD, mentre la politica governativa ufficiale in materia li ha superati da tempo.
»Siamo in grado di farlo in una società liberale moderna, è possibile questo?«, chiede retoricamente Bude preso qui come esempio, con un implicito »si« che nessuno ha più bisogno di pronunciare.
È il segno distintivo della »democrazia liberale« del capitalismo che rispetto alle sue forme autoritarie si spaccia per »fondato su valori«, per essere rimosso nel processo reale della società in conformità al sistema. Rien ne va plus si modifica in: rien ne compte plus.
Davvero niente vale più. Tutto è negoziabile nella »democrazia liberale«, solo una cosa non lo è: il capitalismo come base vitale.
Ormai da tempo non esiste più un impegno autonomo in prima persona proveniente dal sociale, vincolante nei confronti degli altri. Questa è una delle ragioni per le quali lo Stato diventa sempre più centralista e autoritario.
La dissoluzione interna di tutti i valori del processo di capitalizzazione dell’intera vita richiede una cornice di tenuta esterna. La società che strutturalmente si auto-svaluta politicamente e moralmente ha bisogno di sempre più polizia. Questo è inevitabile.
Pier Paolo Pasolini un tempo lo ha esposto per la diagnosi di una condizione di distruzione sociale che definì »mutazione antropologica«. Nel mondo del consumo e della produzione, uno svuotamento dell’essere umano e la creazione di un nuovo modello di società social-economico: il »fascismo del consumo«.
Il fascismo è immanente al capitalismo e l’uno non è pensabile senza l’altro. In Ucraina viene condotta la lotta per l’egemonia tra capitalismo »liberale« e »autoritario« fino all’ultimo ucraino e a Gaza si rivela quanta barbarie si pretende di proporre all’umanità come »normale«.
Coloro che pensano di poter affrontare il fascismo fondato sull’ideologia brandendo la ‘democrazia liberale capitalista’, si troveranno completamente disarmati quando anche la democrazia liberale avrà rivelato il suo punto critico nell’acculare le sue brutalità e nel suo culmine oggi possibile nella grande guerra.
Qui il clamore sulla RAF che oggi attraversa i media si rivela come parte della promozione della »disponibilità all’ubbidienza«. Anche questo un tentativo di ripetizione: popolo e Stato come comunità investigativa.
È costante l’eterno odio nei confronti di coloro che si sono presentati come ‘controsovrani’. Tutto è permesso. Qui il giornalismo d’inchiesta di LEGION (4) che si auto-eccita, può rendere KI strumento di uso quotidiano del fascismo tecnicamente possibile.
Ma da tempo si va oltre: »terroristi climatici«, (troppe fonti per citarle qui), »fattore di trazione-RAF« (redazione digitale di SWR), »Un intero Paese in ostaggio« (la Taz sullo sciopero delle ferrovie).
Viene richiesta sottomissione e ubbidienza. Tutt’al più una protesta nella forma che non disturba il funzionamento in essere. Tutto viene sottomesso allo schema amico-nemico, quindi alla logica della guerra che precede quella militare, la accompagna e quindi la segue.
Da tempo la società è formata in modo autoritario. A posteriori il coronavirus si rivela il punto di svolta in cui la politica della paura è diventata momento centrale della trasmissione del dominio. Segue la nuova richiesta di ubbidienza nei confronti dello Stato come virtù e la rivalutazione morale di una figura abietta: il gregario e collaborazionista.
Dopo che ci si è fatti belli per decenni citando Hannah Arendt (»Nessun uomo ha il diritto di ubbidire«), si lasciano cadere gli augusti gesti nei confronti del passato nazista e si propaga lo Stato del comando [Führungsstaat], vicino a ciò che in seguito prima o poi, non solo per Trump, evolve in Stato del comandante [Führerstaat].
Libertà per Julian Assange. Per una prospettiva orientata alla libertà per Daniela Klette, Burghardt Garweg, Volker Staub e le e gli antifascisti detenuti e perseguitati dall’Ungheria e dalla Germania.
Traduzione a cura di Sveva Haertter
Note
1) Citazioni di Heinz Bude da »Gesellschaft im Ausnahmezustand – Was lernen wir aus der Coronakrise?« (Società in stato di emergenza – cosa impariamo dalla crisi del coronavirus?) , Iniziativa pubblica Università di Graz del 24.01.2024, accessibile dalla pagina dell’università di Graz
2) Pier-Paolo Pasolini, colloquio con Gideon Bachmann del gennaio 1965 in: PASOLINI BACHMANN, GESPRÄCHE 1963-1975, Vol. 1, di Gabriella Angheleddu e Fabien Vitali, Galerie der abseitigen Künste, Amburgo 2022 pp. 79
3) Vedi nota 2: qui Vol. 2, commento Fabien Vitali pp. 137 e 415
4) Giornalisti di inchiesta per il canale TV tedesco ARD
Fonte
29/09/2023
Democrazia e multinazionali, l'esempio Musk.
Il rapporto tra democrazia e potere effettivo è un tema trattato con molte difficoltà dalla filosofia politica liberale, che preferisce di gran lunga arrovellarsi sulle “forme istituzionali” e i meccanismi elettorali anziché centrare il punto su chi decide davvero, in che misura, in che modo. In virtù di quale potere.
E quindi non ci sembra strano che la questione emerga dal fondo del baule solo quando si deve affrontare il rapporto tra politica ed economia in un paese, o in un sistema, diverso dal capitalismo neoliberista occidentale.
E ancor meno sorprende che il nodo venga fuori su uno dei megafoni principali di questo capitalismo – il Wall Street Journal – per di più in imbarazzo per il “peso politico” straripante assunto da uno dei suoi principali campioni.
L’articolo di Greg Ip è inquietante fin dal titolo: “Ecco come Elon Musk è arrivato a influenzare i destini delle nazioni”. Perché dovrebbe essere scontato per un “liberale” balzare sulla sedia quando scopre che un singolo imprenditore è praticamente più potente di intere nazioni.
Tanta retorica sulle “autocrazie” (qualsiasi paese fuori dall’influenza diretta degli Stati Uniti, a prescindere dai sistemi politici ed economici) e poi ti ritrovi in casa uno che fa il bello e il cattivo tempo ovunque? Anche o soprattutto in casa tua.
Ma al Wall Street Journal non sono certo diventati socialisti e dunque lo “scandalo” è molto mirato sul singolo individuo e sul paese “influenzato”, non certo sul “sistema” che ha reso possibile questo “problema”.
La questione è infatti posta da un’angolatura molto yankee-centrata: “L’influenza internazionale di Musk pone un problema interessante per gli Stati Uniti: in un mondo in cui la leadership geopolitica dipende sempre di più dalla tecnologia, Musk dovrebbe essere una delle risorse più importanti degli Stati Uniti. Tuttavia, è un attore di fatto indipendente.”
Quindi scandaloso non è il suo smodato potere internazionale, ma il fatto che questo venga esercitato in modo autonomo rispetto allo Stato. E non uno staterello qualsiasi, ma addirittura l’ex unica superpotenza.
Persino in un campo che dovrebbe rappresentare il massimo della centralizzazione strategico-militare – l’aerospaziale – Musk si muove per conto suo, spesso imponendo le proprie scelte anziché limitarsi ad aspettare le ricche commesse della Casa Bianca o del Pentagono, come formalmente fanno Lockheed Martin, Boeing, ecc. (sappiamo bene che ‘sostanzialmente’ la storia è bene diversa, visto che fu addirittura un presidente ex generale come Eisenhower a denunciare il peso determinante del “complesso militare industriale”).
Questa influenza “mascherata” – se esercitata con spirito “nazionale” – non preoccupa il Wall Street Journal, che cita con malcelata “comprensione” le glorie della Compagnia delle Indie per l’impero inglese o di imprenditori Usa come Hearst, Ford, Soros o Hammer, altrettanto in grado di pesare sulle scelte della Casa Bianca anche in tema di guerra.
Il problema per Ip è la completa autonomia strategica di Musk, che più volte in poco tempo è entrata in collisione con la politica estera e militare Usa. Ad esempio sull’Ucraina e Taiwan.
E non certo perché Musk sia un “pacifista” – tutt’altro – ma perché “sensibile” dal lato del portafoglio, specie là dove le sue industrie in effetti corrono qualche rischio politico, al contrario che negli Usa.
Per dei marxisti è la scoperta dell’acqua calda. Il capitale multinazionale ha interessi diversi da quelli degli Stati e misura soltanto il grado di “libertà” che viene loro concessa in questo o quel territorio.
Anzi: il concetto stesso di “libertà”, per un capitalista, è assolutamente “proprietà privata”. Non gli interessa affatto che tutti possano essere o sentirsi liberi (dal bisogno di trovare un reddito, magari da schiavi), ma che la propria impresa possa agire come meglio crede. La “libertà” dipende dal “peso”, non è per tutti...
Una constatazione che mette radicalmente in questione l’idea stessa di “democrazia” esistente in Occidente (e fatto proprio, quasi in modo subconscio, anche da tanti che si sentono “di sinistra”), di fatto limitata alla possibilità di “dire la propria” (senza alcun potere effettivo e comunque con qualche rischio repressivo) ed esercitare il “diritto di voto” (anche se i meccanismi elettorali sono ovunque disegnati apposta per renderlo ininfluente, relegato a scelta tra la padella e la brace in nome della “governabilità”).
Una constatazione, insomma, che induce in contraddizione il povero liberale pro-impresa. Che è costretto a sparare – concettualmente – una scemenza come la seguente: “forse solo negli Stati Uniti poteva avere così tanta autonomia politica. Musk è in conflitto quasi continuo con lo Stato, dalla Federal Trade Commission al Dipartimento di Giustizia.
In Cina o in Russia, dove il potere passa da un solo uomo, questo potrebbe costare la propria attività, libertà o entrambe. Negli Stati Uniti, dove il potere è diffuso tra diversi rami e partiti, Musk prospera”.
Tradotto: “purtroppo” viviamo in un sistema con una pluralità di poteri (curioso che non gli venga in mente di definirlo una “democrazia”) e dunque uno come Musk può spadroneggiare in virtù della sua ricchezza e della centralità delle sue tecnologie. Laddove invece ha a che fare con un potere politico solido (“il potere di un uomo solo” non esisteva neanche al tempo delle monarchie assolute) ecco che si deve fermare davanti a un sistema “chiuso” alle influenze di poteri incontrollabili, specie se “stranieri”.
Manca solo il “consiglio” a seguire l’esempio... o attendere che la “concorrenza” eroda il potere di Musk, come se tre o quattro soggetti che si distribuiscono tutto quel potere potessero essere meno invasivi e “autonomi” rispetto alle scelte dello Stato.
È fin troppo evidente che della “democrazia”, al Wall Street Journal, non importa nulla. Se Musk fosse più “governabile” dal potere economico e politico Usa non ci sarebbe alcun problema. E come sempre chissenefrega degli elettori, dei cittadini, del “popolo” (sia del mondo che statunitense, ovvio).
Ma proprio questa indifferenza dimostra – involontariamente, certo – quale sia la situazione contemporanea. Quella in cui aziende multinazionali e multisettoriali (industriali, tecnologiche, finanziarie) condizionano interi Stati, svuotando il potere politico di ogni residua “sovranità”.
Niente da eccepire, dicono laggiù, se il giochino riguarda gli staterelli del resto del mondo, tipo quelli africani o europei. Ma se l’impotenza investe ormai il cuore dell’imperialismo, il problema diventa serissimo.
Quasi mortale.
E quindi non ci sembra strano che la questione emerga dal fondo del baule solo quando si deve affrontare il rapporto tra politica ed economia in un paese, o in un sistema, diverso dal capitalismo neoliberista occidentale.
E ancor meno sorprende che il nodo venga fuori su uno dei megafoni principali di questo capitalismo – il Wall Street Journal – per di più in imbarazzo per il “peso politico” straripante assunto da uno dei suoi principali campioni.
L’articolo di Greg Ip è inquietante fin dal titolo: “Ecco come Elon Musk è arrivato a influenzare i destini delle nazioni”. Perché dovrebbe essere scontato per un “liberale” balzare sulla sedia quando scopre che un singolo imprenditore è praticamente più potente di intere nazioni.
Tanta retorica sulle “autocrazie” (qualsiasi paese fuori dall’influenza diretta degli Stati Uniti, a prescindere dai sistemi politici ed economici) e poi ti ritrovi in casa uno che fa il bello e il cattivo tempo ovunque? Anche o soprattutto in casa tua.
Ma al Wall Street Journal non sono certo diventati socialisti e dunque lo “scandalo” è molto mirato sul singolo individuo e sul paese “influenzato”, non certo sul “sistema” che ha reso possibile questo “problema”.
La questione è infatti posta da un’angolatura molto yankee-centrata: “L’influenza internazionale di Musk pone un problema interessante per gli Stati Uniti: in un mondo in cui la leadership geopolitica dipende sempre di più dalla tecnologia, Musk dovrebbe essere una delle risorse più importanti degli Stati Uniti. Tuttavia, è un attore di fatto indipendente.”
Quindi scandaloso non è il suo smodato potere internazionale, ma il fatto che questo venga esercitato in modo autonomo rispetto allo Stato. E non uno staterello qualsiasi, ma addirittura l’ex unica superpotenza.
Persino in un campo che dovrebbe rappresentare il massimo della centralizzazione strategico-militare – l’aerospaziale – Musk si muove per conto suo, spesso imponendo le proprie scelte anziché limitarsi ad aspettare le ricche commesse della Casa Bianca o del Pentagono, come formalmente fanno Lockheed Martin, Boeing, ecc. (sappiamo bene che ‘sostanzialmente’ la storia è bene diversa, visto che fu addirittura un presidente ex generale come Eisenhower a denunciare il peso determinante del “complesso militare industriale”).
Questa influenza “mascherata” – se esercitata con spirito “nazionale” – non preoccupa il Wall Street Journal, che cita con malcelata “comprensione” le glorie della Compagnia delle Indie per l’impero inglese o di imprenditori Usa come Hearst, Ford, Soros o Hammer, altrettanto in grado di pesare sulle scelte della Casa Bianca anche in tema di guerra.
Il problema per Ip è la completa autonomia strategica di Musk, che più volte in poco tempo è entrata in collisione con la politica estera e militare Usa. Ad esempio sull’Ucraina e Taiwan.
E non certo perché Musk sia un “pacifista” – tutt’altro – ma perché “sensibile” dal lato del portafoglio, specie là dove le sue industrie in effetti corrono qualche rischio politico, al contrario che negli Usa.
Per dei marxisti è la scoperta dell’acqua calda. Il capitale multinazionale ha interessi diversi da quelli degli Stati e misura soltanto il grado di “libertà” che viene loro concessa in questo o quel territorio.
Anzi: il concetto stesso di “libertà”, per un capitalista, è assolutamente “proprietà privata”. Non gli interessa affatto che tutti possano essere o sentirsi liberi (dal bisogno di trovare un reddito, magari da schiavi), ma che la propria impresa possa agire come meglio crede. La “libertà” dipende dal “peso”, non è per tutti...
Una constatazione che mette radicalmente in questione l’idea stessa di “democrazia” esistente in Occidente (e fatto proprio, quasi in modo subconscio, anche da tanti che si sentono “di sinistra”), di fatto limitata alla possibilità di “dire la propria” (senza alcun potere effettivo e comunque con qualche rischio repressivo) ed esercitare il “diritto di voto” (anche se i meccanismi elettorali sono ovunque disegnati apposta per renderlo ininfluente, relegato a scelta tra la padella e la brace in nome della “governabilità”).
Una constatazione, insomma, che induce in contraddizione il povero liberale pro-impresa. Che è costretto a sparare – concettualmente – una scemenza come la seguente: “forse solo negli Stati Uniti poteva avere così tanta autonomia politica. Musk è in conflitto quasi continuo con lo Stato, dalla Federal Trade Commission al Dipartimento di Giustizia.
In Cina o in Russia, dove il potere passa da un solo uomo, questo potrebbe costare la propria attività, libertà o entrambe. Negli Stati Uniti, dove il potere è diffuso tra diversi rami e partiti, Musk prospera”.
Tradotto: “purtroppo” viviamo in un sistema con una pluralità di poteri (curioso che non gli venga in mente di definirlo una “democrazia”) e dunque uno come Musk può spadroneggiare in virtù della sua ricchezza e della centralità delle sue tecnologie. Laddove invece ha a che fare con un potere politico solido (“il potere di un uomo solo” non esisteva neanche al tempo delle monarchie assolute) ecco che si deve fermare davanti a un sistema “chiuso” alle influenze di poteri incontrollabili, specie se “stranieri”.
Manca solo il “consiglio” a seguire l’esempio... o attendere che la “concorrenza” eroda il potere di Musk, come se tre o quattro soggetti che si distribuiscono tutto quel potere potessero essere meno invasivi e “autonomi” rispetto alle scelte dello Stato.
È fin troppo evidente che della “democrazia”, al Wall Street Journal, non importa nulla. Se Musk fosse più “governabile” dal potere economico e politico Usa non ci sarebbe alcun problema. E come sempre chissenefrega degli elettori, dei cittadini, del “popolo” (sia del mondo che statunitense, ovvio).
Ma proprio questa indifferenza dimostra – involontariamente, certo – quale sia la situazione contemporanea. Quella in cui aziende multinazionali e multisettoriali (industriali, tecnologiche, finanziarie) condizionano interi Stati, svuotando il potere politico di ogni residua “sovranità”.
Niente da eccepire, dicono laggiù, se il giochino riguarda gli staterelli del resto del mondo, tipo quelli africani o europei. Ma se l’impotenza investe ormai il cuore dell’imperialismo, il problema diventa serissimo.
Quasi mortale.
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Ecco come Elon Musk è arrivato a influenzare i destini delle nazioni
Ecco come Elon Musk è arrivato a influenzare i destini delle nazioni
Greg Ip – Wall Street Journal
La maggior parte dei dirigenti d’azienda passa una vita senza provocare incidenti internazionali. Elon Musk lo ha fatto due volte, solo in questo mese.
Prima si è attirato le ire dell’Ucraina per le rivelazioni contenute nella biografia di Walter Isaacson, secondo cui avrebbe rifiutato la richiesta di attivare il suo servizio satellitare, Starlink, sulla Crimea, sventando così un attacco ucraino alla marina russa.
Qualche giorno dopo, Taiwan lo ha criticato per aver detto che la Cina vede l’isola autogovernata come gli Stati Uniti vedono le Hawaii: «Taiwan non fa parte della Repubblica Popolare Cinese e di certo non è in vendita!», ha dichiarato il ministero degli Esteri di Taiwan su X, il sito di proprietà di Musk, precedentemente noto come Twitter.
Questi sono solo alcuni dei punti dell’agenda diplomatica di Musk questo mese, che ha incluso incontri con i leader di Israele, Turchia e Ungheria.
L’influenza internazionale di Musk pone un problema interessante per gli Stati Uniti: in un mondo in cui la leadership geopolitica dipende sempre di più dalla tecnologia, Musk dovrebbe essere una delle risorse più importanti degli Stati Uniti. Tuttavia, è un attore di fatto indipendente.
Sulle orme della Compagnia delle Indie
Naturalmente, da secoli il commercio si mescola con l’abilità politica. Nel 1700, la Compagnia Britannica delle Indie Orientali divenne uno Stato a sé stante, colonizzando l’India alla ricerca di profitti. «Un grande principe dipendeva dal mio piacere; una città opulenta era alla mia mercé», disse Robert Clive, il suo leader de facto, al Parlamento britannico.
Più vicino a noi, William Randolph Hearst spinse gli Stati Uniti in guerra contro la Spagna, in parte per vendere giornali, mentre Henry Ford, un fervente isolazionista, cercò di tenere gli Stati Uniti fuori da entrambe le guerre mondiali. Nel 1940, Ford pose il veto a un contratto per la costruzione di motori per aerei da combattimento di cui la Gran Bretagna aveva bisogno per combattere la Germania nazista.
Durante la Guerra Fredda, Armand Hammer usò la sua posizione in cima alla Occidental Petroleum per coltivare la distensione tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. George Soros ha usato la ricchezza guadagnata scommettendo contro le valute di alcuni Paesi per premere per la democrazia e i diritti umani in altri.
Il controllo della tecnologia
Musk deve la sua influenza non al controllo del petrolio, dei capitali o di eserciti privati, quanto alle tecnologie vitali per la competitività economica, la sicurezza nazionale e l’opinione pubblica.
La Nasa e il Pentagono dipendono fortemente dalla SpaceX, di proprietà di Musk, per andare nello spazio. Come ha evidenziato Gregory Allen del Center for Strategic and International Studies (Csis), SpaceX non è come un tradizionale appaltatore della difesa quasi interamente dipendente dalle vendite approvate dal Governo statunitense, il che significa che Musk sente meno l’obbligo di allineare le sue opinioni con quelle di Washington.
Dopo che la Russia ha messo fuori uso l’altro servizio satellitare dell’Ucraina nelle prime ore della sua invasione nel febbraio del 2022, gli ucraini attribuiscono alla fornitura di terminali di Starlink da parte di Musk il merito di aver ripristinato la connettività e aver aiutato l’Ucraina a evitare la sconfitta.
Musk ha dichiarato di aver rifiutato la richiesta di attivare Starlink sulla Crimea per evitare di essere «esplicitamente complice di un importante atto di guerra e conflitto».
Tesla non è l’unico produttore di veicoli elettrici al mondo, ma è il più avanzato e prestigioso. I leader nazionali pensano, in modo comprensibile, che ospitare una fabbrica Tesla sia un appiglio per il futuro dell’industria.
È per questo che la Cina ha permesso alla compagnia statunitense di aprire una filiale interamente controllata, la prima per una casa automobilistica straniera, a Shanghai nel 2019, scommettendo correttamente che la presenza di Tesla avrebbe rinvigorito i marchi nazionali. Ed è esattamente per questo che l’Arabia Saudita sta discutendo con Tesla di un investimento, come ha riferito il Wall Street Journal. Tuttavia, Musk ha smentito.
Se da un lato l’acquisto di X da parte di Musk si è rivelato immensamente diluitivo dal punto di vista finanziario, dall’altro è stato accrescitivo dal punto di vista politico, garantendo a Musk la possibilità di decidere chi viene ascoltato, amplificato, filtrato o interdetto dalla piattaforma di social media più influente del mondo.
Solo gli Stati Uniti potevano dare vita a un imprenditore come Musk, che da adolescente è emigrato dal Sudafrica al Canada e poi negli Stati Uniti. «Gli Stati Uniti sono letteralmente un distillato dello spirito umano di esplorazione», ha detto a Isaacson.
Tuttavia, forse solo negli Stati Uniti poteva avere così tanta autonomia politica. Musk è in conflitto quasi continuo con lo Stato, dalla Federal Trade Commission al Dipartimento di Giustizia.
In Cina o in Russia, dove il potere passa da un solo uomo, questo potrebbe costare la propria attività, libertà o entrambe. Negli Stati Uniti, dove il potere è diffuso tra diversi rami e partiti, Musk prospera.
L’influenza di Musk sulla politica estera ha suscitato molta costernazione; tuttavia, le aziende intervengono regolarmente su questioni di questo tipo, senza però la stessa reazione che accoglie Musk, una figura polarizzante.
Vulnerabile alla Cina
Tuttavia, più importante dell’indipendenza di Musk dal Governo statunitense è la sua vulnerabilità nei confronti di quello cinese.
Isaacson scrive che le chiusure di fabbriche imposte dalla Cina e poi dalla California per contenere il Covid-19 «hanno infiammato la sua vena antiautoritaria». Tuttavia, solo la California è stata oggetto dell’ira pubblica di Musk, che ha definito fasciste le chiusure e ignorante il funzionario responsabile. Non ha detto nulla di simile pubblicamente sulla Cina, anche quando lo stabilimento Tesla di Shanghai è rimasto chiuso per 22 giorni l’anno scorso.
La deferenza di Musk nei confronti della Cina si estende anche a X. Isaacson scrive che poco dopo il suo acquisto, disse al giornalista Bari Weiss che la piattaforma avrebbe dovuto stare attenta «alle parole che usava riguardo alla Cina, perché l’attività di Tesla poteva essere minacciata».
Non si dovrebbe distinguere Musk per aver preso per le corna i politici americani mentre si inchinava a Pechino, poiché i ceo di molte aziende fanno lo stesso, da Walt Disney a JPMorgan Chase.
La differenza è che il destino delle nazioni dipende molto di più da chi possiede la migliore tecnologia che dal miglior prestito bancario o dal miglior film d’animazione. Il modo più sicuro per attenuare l’influenza di Musk sulle relazioni internazionali è diminuire la sua influenza sulla tecnologia.
La concorrenza è al lavoro per cercare di indebolire la quota di mercato di SpaceX nei lanci e X nei social media. Per quanto riguarda le auto elettriche, ora che i marchi cinesi hanno recuperato terreno, ci si aspetta che Tesla venga estromessa dal mercato cinese, proprio come è successo ad altre aziende straniere una volta che Pechino non le ha più ritenute utili.
Musk potrebbe essere meno vulnerabile nei confronti della Cina quando non avrà più vendite da proteggere.
Fonte
18/09/2023
La lotta tra il campo patriottico e quello neocoloniale in Africa e la questione della democrazia
Mentre in Senegal, dopo la Repubblica Centrafricana, la seconda fase della liberazione nazionale ha assunto la forma di una lotta elettorale aperta tra il campo patriottico e quello neocoloniale, in Mali, Burkina Faso e Niger è l’esercito a condurre al potere l’opzione patriottica espressa dalla mobilitazione popolare contro la sanguinosa repressione delle potenze neocoloniali.
Questa polarizzazione segue l’emergere di una ribellione patriottica tra i giovani sia civili che militari, in particolare tra gli intellettuali, che inizialmente avevano creduto alle sirene della ri-globalizzazione liberale nata dalla sconfitta del campo socialista in Europa, che millantava l’illusione della “fine della storia”, dell’“effetto a cascata del successo individuale”, dell’“aiuto allo sviluppo” attraverso l’imprigionamento di Stati, nazioni e popoli nel sistema del debito e dei piani liberali di aggiustamento strutturale sotto la guida del FMI e della Banca Mondiale.
I diktat liberali sono stati accompagnati dall’imposizione del “pensiero unico” che sostiene la “democrazia pluralista ed elettorale” e persino “l’alternanza democratica” tra liberali, social-liberali e persino comunisti di sinistra riconvertiti al liberalismo.
Ma alla fine di questi esperimenti tutti si rendono conto che la “democrazia” è servita solo come copertura per l’arricchimento spudorato di una borghesia nazionale burocratica asservita alla Françafrique, all’Eurafrique e all’Usafrique.
Il neocolonialismo non ha prodotto solo parole inconsce come “quando finirà l’indipendenza?”, mentre la “democrazia” del saccheggio dei fondi pubblici produrrà parole come “la democrazia, non la mangiamo, abbiamo fame” e persino “quando finirà la democrazia?”
La realtà socio-economica era in contraddizione inconciliabile con l’ideologia e la politica degli imperialisti, a cui hanno fatto eco la borghesia burocratica e la cosiddetta intellighenzia, che hanno dichiarato che “l’Africa ha bisogno di istituzioni forti, non di uomini forti”, un’aberrazione terribile che nega la dialettica per cui sono gli esseri umani a elaborare e applicare le leggi e a gestire le istituzioni in qualsiasi società che abbia definito regole comuni per se stessa.
È quindi rassicurante che si torni a parlare della necessità di sovranità nazionale e di democrazia al servizio della liberazione nazionale e panafricana. Il legame tra sovranità, democrazia e sviluppo nazionale in una prospettiva panafricana si sta facendo strada tra i ranghi della gioventù patriottica civile e militare dell’Africa.
Per questo motivo è importante che queste nozioni vengano chiarite, in modo da spogliarle di tutte le trappole concettuali e pratiche escogitate dalla borghesia imperialista e dai suoi scagnozzi borghesi nelle nostre neocolonie.
Anche se le alleanze strategiche e/o tattiche sono spesso necessarie nella lotta per l’emancipazione sociale e nazionale, sovranità, democrazia, panafricanismo e internazionalismo non sfuggono alla dimensione della lotta di classe. Il contenuto di questi concetti non è lo stesso per la borghesia, i feudatari, la classe operaia o le classi lavoratrici.
Ecco perché stiamo rivisitando questi concetti attraverso le lotte attualmente in corso da parte dei lavoratori e dei popoli.
La “democrazia” non è il potere del popolo, ma quello delle classi sociali
Formata dall’egemonia ideologica imperialista della democrazia formale, la condanna a priori dei colpi di Stato in linea di principio è sistematica.
Il caso Sankara contraddice questa impostura, frutto dell’ingiunzione del capitalismo imperialista sacralizzata dall’ormai famoso detto di Winston Churchill: “La democrazia è il peggior sistema di governo, ad esclusione di tutti gli altri che sono stati sperimentati nella storia”.
La democrazia formale repubblicana o parlamentare è stata storicamente il fondamento ideologico del rovesciamento del feudalesimo nei Paesi in cui è nato il capitalismo. La rivoluzione borghese ha rovesciato la monarchia assoluta, che rappresentava politicamente il potere di classe della nobiltà e dell’aristocrazia terriera.
La sacralizzazione della “democrazia” con la formula che “la democrazia è un cattivo sistema, ma è il meno cattivo di tutti i sistemi” fa di un sistema multipartitico (in realtà spesso bipartitico), di giostre elettorali, di urne e di istituzioni borghesi repubblicane o monarchiche, presidenziali o parlamentari, soggette alle lobby dei miliardari, l’alfa e l’omega di una “democrazia pura” la cui caratteristica fondamentale è quella di essere separata dalla sua base economica e sociale.
Il processo consiste nel nascondere l’intrinseco legame pratico tra la sovrastruttura politico-ideologica e la realtà socio-economica.
È così che la democrazia, definita come “potere del popolo”, è stata usata impropriamente per camuffare, separando la sfera politica da quella economica della società, il controllo dello Stato da parte dei ricchi, dei capitalisti, degli imperialisti e della loro estensione neocoloniale, della borghesia burocratica associata alla borghesia “import-import”, cioè agli “operatori economici” locali improduttivi che sono appendici del commercio mondiale nelle semicolonie e nei Paesi dipendenti.
Il potere esecutivo, legislativo, giudiziario e mediatico, al di là delle elezioni per le quali il popolo è invitato a votare, si svolge attraverso un meccanismo in cui il denaro, attraverso il lobbismo, gioca il ruolo decisivo a vantaggio degli azionisti miliardari che detengono il capitale finanziario e industriale.
Quando questo sistema è in crisi e il suo inganno viene smascherato, la borghesia si spoglia del suo piumaggio democratico a favore del fascismo totalitario.
La borghesia burocratica detiene il potere politico nelle neocolonie. Utilizza il potere statale per perpetuare il dominio economico dell’imperialismo sull’economia nazionale e quindi per prolungare, sotto i colori della bandiera nazionale e delle istituzioni nazionali, l’oppressione economica imperialista che, attraverso l’estroflessione economica, rallenta e impedisce l’uscita dal sottosviluppo.
È per questo che Engels sintetizza che
Le lotte dei popoli africani per l’indipendenza nazionale hanno assunto varie forme: lotte armate (Algeria, Angola, Mozambico, Guinea Bissau, Zimbabwe, Sudafrica, Sahara, ecc.), lotte politiche (Guinea Conakry, Ghana, Mali, RDC, ecc.).
In molti Paesi, la decolonizzazione ha assunto molto rapidamente la forma di un accordo concertato chiamato “accordi di cooperazione” per organizzare la transizione da colonie a neocolonie (Senegal, Costa d’Avorio, Marocco, Tunisia, Benin, Togo, ecc.).
In altri Paesi, gli imperialisti hanno assassinato i leader e massacrato i popoli in rivolta per imporre l’indipendenza neocoloniale (Madagascar, Camerun, ecc.). I tentativi post-indipendenza di svincolarsi dagli “accordi di cooperazione” sono stati bloccati da colpi di Stato che hanno riportato questi Paesi al “cortile di casa” franco-africano (Togo, Gabon, Benin, Congo, Mali, Niger, Ciad, Repubblica Centrafricana, Comore, ecc.).
Le “conferenze nazionali” degli anni ‘90 hanno ristrutturato la dominazione franco-africana per frenare e recuperare le rivolte popolari, nonostante gli innegabili guadagni in termini di progresso democratico. L’Africa del franco coloniale CFA è stata così integrata nella dissoluzione monetaria delle monete nazionali europee nell’euro, una tappa della graduale evoluzione della Françafrique verso l’Eurafrique.
L’epoca nota come “vento orientale di democratizzazione” è stata segnata dalla svalutazione del franco CFA dopo oltre un decennio di imposizione di piani liberali di aggiustamento strutturale per ripagare l’iniquo debito.
La svalutazione ha aperto la strada alla privatizzazione e alla svendita di settori economici strategici (acqua, elettricità, telecomunicazioni, porti, ferrovie, aeroporti, miniere, terreni, ecc.) precedentemente detenuti dagli Stati africani per ripagare, in base ai leonini “accordi di cooperazione”, la potenza coloniale di un presunto “debito” coloniale per la costruzione di infrastrutture durante l’era coloniale.
Questo processo di spoliazione è identico al risarcimento pagato agli schiavisti al momento dell’abolizione della tratta degli schiavi e della schiavitù nera nel XIX secolo.
Quest’epoca di democrazia multipartitica è succeduta all’epoca dei colpi di Stato civili e militari neocoloniali e delle dittature civili neocoloniali (Senegal, Costa d’Avorio) e militari in altre parti del mondo negli anni ‘60/’70/’80, segnati dall’insediamento ovunque del potere di partiti filoimperialisti singoli o unificati di destra o di “sinistra” socialista.
Imbrigliata da politiche economiche liberali neocoloniali, la “democratizzazione” africana degli anni ‘90 si è impantanata in un’esplosione esponenziale di corruzione che ha travolto liberali, social-liberali e persino la sinistra rivoluzionaria storica, o addirittura i comunisti, nella palude del nepotismo, della cattiva gestione e dell’arricchimento illecito.
La sfera della borghesia burocratica si è così estesa alla maggior parte della classe politica. Fare “politica”, diventare ministro, è diventata la via più breve per diventare miliardario nelle neocolonie, dove la maggior parte dell’attività economica è divisa tra il settore formale, detenuto principalmente dalle imprese imperialiste, e il settore informale, dove lottano gli imprenditori nazionali.
Tutti questi sviluppi predatori in Africa riflettono a livello locale l’aggravarsi della crisi sistemica di sovrapproduzione e sovraccumulazione del capitale globalizzato, che genererà una resistenza sociale all’interno dei Paesi imperialisti e una resistenza nazionale nei Paesi dominati.
I Paesi sopravvissuti nel campo socialista, come la Cina Popolare, il Vietnam, la Corea del Nord e Cuba socialista, saranno in prima linea nella resistenza al diktat del pensiero unico liberale, sviluppando un’alternativa socio-economica e politica che ha reso la Cina Popolare la prima economia mondiale, il Vietnam una potenza in divenire, la Corea del Nord una potenza nucleare difensiva e Cuba una potenza medica internazionalista.
Anche altri Paesi capitalisti come l’India, il Brasile e la Russia stanno combinando protezionismo e liberismo economico per crescere di potere.
L’imperialismo occidentale negli Stati Uniti e nell’Unione Europea si imbarcherà in un nuovo ciclo di guerre volte a controllare le fonti di materie prime in tutto il mondo per contrastare i Paesi emergenti, che stanno concentrando sempre più la maggior parte della produzione mondiale di beni e servizi.
Questo è il motivo per cui gli imperialisti (NATO/USA/UE) hanno lanciato la famosa “guerra al terrorismo”.
Non appena la strategia imperialista della “guerra al terrorismo” è stata estesa all’Africa, in concomitanza con la “crisi migratoria”, la rivolta dei giovani in cerca di una vita migliore in patria è divenuta una realtà forte.
Il sottosviluppo imposto costringe i figli dell’Africa a seguire il percorso delle materie prime per fuggire dalla miseria verso il chimerico “El Dorado” europeo o americano, dove vengono maltrattati come “schiavi senza documenti” che alimentano l’economia sommersa capitalista dei Paesi imperialisti.
L’equazione si riduce quindi a scegliere la morte nell’attraversare il deserto o il mare, o i maltrattamenti razzisti all’arrivo negli Stati Uniti o in Europa, oppure rimanere a casa e lottare per cambiare il Paese e conquistare una vita migliore.
In tutta l’Africa, i giovani sono sempre più inoculati contro le illusioni della “globalizzazione liberale per tutti”, di “un mondo che è diventato un villaggio globale per tutti”, della “globalizzazione dell’arricchimento individuale che si riversa sulla collettività”, del “fare della globalizzazione un’opportunità per tutti e per ogni Paese”, sta gradualmente scoprendo la realtà dello sfruttamento di classe e dell’oppressione dei popoli e sta cercando di rinnovare la lotta patriottica collettiva contro l’egemonia secolare dell’imperialismo NATO/USA/UE.
A seconda dei Paesi, le lotte popolari assumono la forma di un colpo di Stato patriottico come culmine temporaneo e provvisorio della mobilitazione popolare, come in Mali, Burkina Faso e Niger, oppure assumono la forma della conquista del potere attraverso le urne, come nella Repubblica Centrafricana o come sta per accadere in Senegal e altrove.
Questi colpi di Stato, come l’ascesa al potere di Sankara, non sono in alcun modo paragonabili ai putsch franco-africani degli anni ‘60 e ‘70.
L’attuale ingerenza militarista nella scena politica è il risultato del crescente bisogno di sicurezza di fronte al terrorismo jihadista, della crescente consapevolezza del doppio gioco della cosiddetta “lotta al terrorismo” dell’imperialismo, delle rivolte popolari fallite e selvaggiamente represse e del discredito della classe politica civile altamente corrotta.
Questi fattori oggettivi stanno favorendo una crescente consapevolezza tra i giovani e l’esercito – che è in prima linea contro il “terrorismo jihadista” – della necessità di sovranità nazionale, del panafricanismo patriottico e dell’opportunità di capitalizzare il graduale avvento di un mondo multipolare guidato dall’opposizione delle potenze in ascesa alla secolare egemonia dell’imperialismo occidentale.
Questi fattori stanno politicizzando non solo i giovani ma anche gli eserciti nazionali, come diceva giustamente Sankara: “Un soldato senza formazione politica è un potenziale criminale”.
I colpi di Stato di oggi in Mali, Burkina Faso e Niger hanno quindi un significato politico diverso dai colpi di Stato franco-africani degli anni ‘60 e ‘70 e dal colpo di Stato in Mali del 1991, recuperato e integrato nella strategia di “democratizzazione multipartitica delle conferenze nazionali” lanciata dal vertice franco-africano di La Baule presieduto dal socialista Mitterrand.
La democratizzazione multipartitica è una conquista delle lotte popolari, ma è stata dirottata dall’integrazione della classe politica, di destra e di sinistra, nella globalizzazione dell’unica mentalità liberale, che proclama a parole libertà individuali e collettive escludendo nella pratica la maggioranza povera della popolazione.
Questa è la democrazia dell’inganno, in cui i poveri, i lavoratori e il popolo sono invitati a votare per l’uomo o la donna che governerà al servizio dei profitti dei ricchi.
Mentre nei Paesi imperialisti il potere è direttamente o indirettamente al servizio dei grandi azionisti borghesi, nelle neocolonie le cariche ministeriali o a capo dell’alta amministrazione sono la strada maestra per l’arricchimento illecito della borghesia burocratica, che è anche il mezzo con cui il “politico” riempie il suo portafoglio di poveri elettori per le elezioni.
Le elezioni possono essere “una trappola per cretini”, come dicono i nostri cugini politici anarchici, ma sono anche un momento in cui noi comunisti possiamo misurare il grado di coscienza delle classi lavoratrici.
È quindi un criterio importante, ma non sufficiente per elogiare la democrazia borghese al capolinea. Lo stesso vale per il sistema multipartitico e per il monopolio dei miliardari sulla stampa d’opinione.
La democrazia è di per sé una dittatura di classe, che può assumere forme democratiche o fasciste (e quindi terroristiche). La forma, il metodo di attuazione, le istituzioni, le leggi sono determinate dall’equilibrio di potere tra le classi sociali di un Paese, di una nazione.
Colpi di Stato, democrazia multipartitica e sovranità nazionale
Questi colpi di Stato avvengono in un contesto in cui ci sono due questioni immediate da risolvere se vogliamo iniziare a prevedere la liberazione nazionale africana: liberarsi dell’occupazione militare da parte dell’imperialismo francese, africano, euro-africano e statunitense-africano, un’occupazione che avevamo previsto in un articolo del 2010 dal titolo “Ostaggi, Areva, Total, Africom: la posta in gioco nascosta dell’occupazione militare del Sahel”, e sconfiggere l’aggressione jihadista-terroristica fomentata dalla distruzione dello Stato nazionale libico da parte dell’imperialismo.
Ecco cosa scrivevamo all’epoca:
Contro la dipendenza secolare che è stata inflitta alla nostra amata terra d’Africa, non dovremmo definire il rispetto della sovranità nazionale costituzionale come uno dei criteri democratici per il riconoscimento dei partiti politici?
Questo criterio si ritrova, ad esempio, nella Cina popolare, nel Vietnam socialista e nella Cuba socialista, che legalizzano solo i partiti o i movimenti che hanno partecipato alla liberazione nazionale e non i partiti apolidi filo-imperialisti. Questi partiti apolidi sono formalmente vietati.
Dobbiamo davvero porre fine al totalitarismo ideologico del preteso “universalismo” del cosiddetto ‘modello democratico’ nato dagli esperimenti rivoluzionari antifeudali in Europa che hanno dato origine alla repubblica borghese e alla monarchia parlamentare, o alla repubblica nordamericana – indipendente ma schiavista – che il feudalesimo ha lasciato in eredità al capitalismo nascente.
L’antitesi storica democratica dell’esperienza statunitense è la rivoluzione di Haiti, con la sua indipendenza e l’abolizione della tratta degli schiavi e della schiavitù nera.
Nonostante le conquiste democratiche del movimento antirazzista per i diritti civili contro l’apartheid statunitense, “la più grande democrazia” che si suppone essere gli Stati Uniti porta ancora le cicatrici di un razzismo endemico, come si può vedere dal macabro conteggio delle persone di colore uccise e dal fatto che i neri costituiscono il 90% della popolazione carceraria degli USA (13% della popolazione).
Inoltre, c’è un lavoro di decolonizzazione mentale da fare sulla nozione, sul concetto di democrazia e sulla sua operatività in evoluzione, integrando i valori positivi ante-coloniali o pre-coloniali della democratizzazione africana, come quello di Thierno Souleymane Baal nel 1776 e la Carta di Mandé nel XIII secolo.
Fonte
Questa polarizzazione segue l’emergere di una ribellione patriottica tra i giovani sia civili che militari, in particolare tra gli intellettuali, che inizialmente avevano creduto alle sirene della ri-globalizzazione liberale nata dalla sconfitta del campo socialista in Europa, che millantava l’illusione della “fine della storia”, dell’“effetto a cascata del successo individuale”, dell’“aiuto allo sviluppo” attraverso l’imprigionamento di Stati, nazioni e popoli nel sistema del debito e dei piani liberali di aggiustamento strutturale sotto la guida del FMI e della Banca Mondiale.
I diktat liberali sono stati accompagnati dall’imposizione del “pensiero unico” che sostiene la “democrazia pluralista ed elettorale” e persino “l’alternanza democratica” tra liberali, social-liberali e persino comunisti di sinistra riconvertiti al liberalismo.
Ma alla fine di questi esperimenti tutti si rendono conto che la “democrazia” è servita solo come copertura per l’arricchimento spudorato di una borghesia nazionale burocratica asservita alla Françafrique, all’Eurafrique e all’Usafrique.
Il neocolonialismo non ha prodotto solo parole inconsce come “quando finirà l’indipendenza?”, mentre la “democrazia” del saccheggio dei fondi pubblici produrrà parole come “la democrazia, non la mangiamo, abbiamo fame” e persino “quando finirà la democrazia?”
La realtà socio-economica era in contraddizione inconciliabile con l’ideologia e la politica degli imperialisti, a cui hanno fatto eco la borghesia burocratica e la cosiddetta intellighenzia, che hanno dichiarato che “l’Africa ha bisogno di istituzioni forti, non di uomini forti”, un’aberrazione terribile che nega la dialettica per cui sono gli esseri umani a elaborare e applicare le leggi e a gestire le istituzioni in qualsiasi società che abbia definito regole comuni per se stessa.
È quindi rassicurante che si torni a parlare della necessità di sovranità nazionale e di democrazia al servizio della liberazione nazionale e panafricana. Il legame tra sovranità, democrazia e sviluppo nazionale in una prospettiva panafricana si sta facendo strada tra i ranghi della gioventù patriottica civile e militare dell’Africa.
Per questo motivo è importante che queste nozioni vengano chiarite, in modo da spogliarle di tutte le trappole concettuali e pratiche escogitate dalla borghesia imperialista e dai suoi scagnozzi borghesi nelle nostre neocolonie.
Anche se le alleanze strategiche e/o tattiche sono spesso necessarie nella lotta per l’emancipazione sociale e nazionale, sovranità, democrazia, panafricanismo e internazionalismo non sfuggono alla dimensione della lotta di classe. Il contenuto di questi concetti non è lo stesso per la borghesia, i feudatari, la classe operaia o le classi lavoratrici.
Ecco perché stiamo rivisitando questi concetti attraverso le lotte attualmente in corso da parte dei lavoratori e dei popoli.
La “democrazia” non è il potere del popolo, ma quello delle classi sociali
Formata dall’egemonia ideologica imperialista della democrazia formale, la condanna a priori dei colpi di Stato in linea di principio è sistematica.
Il caso Sankara contraddice questa impostura, frutto dell’ingiunzione del capitalismo imperialista sacralizzata dall’ormai famoso detto di Winston Churchill: “La democrazia è il peggior sistema di governo, ad esclusione di tutti gli altri che sono stati sperimentati nella storia”.
La democrazia formale repubblicana o parlamentare è stata storicamente il fondamento ideologico del rovesciamento del feudalesimo nei Paesi in cui è nato il capitalismo. La rivoluzione borghese ha rovesciato la monarchia assoluta, che rappresentava politicamente il potere di classe della nobiltà e dell’aristocrazia terriera.
La sacralizzazione della “democrazia” con la formula che “la democrazia è un cattivo sistema, ma è il meno cattivo di tutti i sistemi” fa di un sistema multipartitico (in realtà spesso bipartitico), di giostre elettorali, di urne e di istituzioni borghesi repubblicane o monarchiche, presidenziali o parlamentari, soggette alle lobby dei miliardari, l’alfa e l’omega di una “democrazia pura” la cui caratteristica fondamentale è quella di essere separata dalla sua base economica e sociale.
Il processo consiste nel nascondere l’intrinseco legame pratico tra la sovrastruttura politico-ideologica e la realtà socio-economica.
È così che la democrazia, definita come “potere del popolo”, è stata usata impropriamente per camuffare, separando la sfera politica da quella economica della società, il controllo dello Stato da parte dei ricchi, dei capitalisti, degli imperialisti e della loro estensione neocoloniale, della borghesia burocratica associata alla borghesia “import-import”, cioè agli “operatori economici” locali improduttivi che sono appendici del commercio mondiale nelle semicolonie e nei Paesi dipendenti.
Il potere esecutivo, legislativo, giudiziario e mediatico, al di là delle elezioni per le quali il popolo è invitato a votare, si svolge attraverso un meccanismo in cui il denaro, attraverso il lobbismo, gioca il ruolo decisivo a vantaggio degli azionisti miliardari che detengono il capitale finanziario e industriale.
Quando questo sistema è in crisi e il suo inganno viene smascherato, la borghesia si spoglia del suo piumaggio democratico a favore del fascismo totalitario.
La borghesia burocratica detiene il potere politico nelle neocolonie. Utilizza il potere statale per perpetuare il dominio economico dell’imperialismo sull’economia nazionale e quindi per prolungare, sotto i colori della bandiera nazionale e delle istituzioni nazionali, l’oppressione economica imperialista che, attraverso l’estroflessione economica, rallenta e impedisce l’uscita dal sottosviluppo.
È per questo che Engels sintetizza che
“lo Stato… è piuttosto un prodotto della società in un determinato stadio del suo sviluppo; è l’ammissione che questa società è impigliata in una contraddizione insolubile con se stessa, essendosi divisa in opposizioni inconciliabili che è impotente a scongiurare.È importante, quindi, ritornare all’approccio di classe a questo concetto di “democrazia”, spogliandolo dell’ampio inganno di cui Nina Andreeva, la prima oppositrice comunista sovietica della Perestrojka e della Glasnost, ha parlato come segue:
Ma se gli antagonisti, le classi con interessi economici contrapposti, non vogliono consumare se stessi e la società in una lotta sterile, sorge la necessità di un potere che, apparentemente posto al di sopra della società, deve smorzare il conflitto, mantenerlo entro i limiti dell’“ordine”; e questo potere, nato dalla società, ma posto al di sopra di essa e che le diventa sempre più estraneo, è lo Stato” (da “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”).
“L’esacerbazione della coscienza della lotta di classe fino al riconoscimento della dittatura del proletariato era stata considerata da Lenin una delle conquiste fondamentali di Marx ed Engels. Stalin non fece che confermare e mantenere questa posizione.Le principali tappe delle lotte dei popoli africani per la democrazia
È proprio questa parte dell’insegnamento marxista-leninista che è stata sempre più attaccata da politici e ideologi borghesi e che alla fine è quasi scomparsa dal programma di tutta una serie di partiti comunisti.
Non è una questione terminologica, ma di contenuto, il contenuto di questo concetto. Ogni Stato è una dittatura, la dittatura di una classe o di un’altra. Una classe che esercita il potere economico.
Tuttavia, non dobbiamo confondere il contenuto del potere – cioè nell’interesse di chi il potere di classe viene applicato e difeso – con la forma, i mezzi e il regime di esecuzione di tale potere. Il fascismo è quindi una forma terroristica di dittatura borghese. Il fascismo nasce quando il capitale è costretto ad abbandonare le forme democratiche di governo a favore di un regime di sottomissione diretta e brutale dei lavoratori.
La dittatura del proletariato è garantita dalla classe dei lavoratori e dai loro alleati. La dittatura del proletariato può manifestarsi in forme di potere estremamente diverse. I lavoratori vogliono che questo metodo di attuazione del loro potere sia democratico. Tuttavia, come la storia ha dimostrato, questa possibilità non dipende sempre dai lavoratori stessi. L’opposizione alla borghesia può richiedere forme di potere molto più brutali. La rivoluzione deve essere in grado di difendersi per sopravvivere.
Gli ideologi e gli opportunisti borghesi confondono deliberatamente il contenuto della dittatura del proletariato, come sostanza di classe del potere statale proletario, con i metodi e le forme della sua applicazione. Questo per identificare socialismo e fascismo in modo da disorientare i lavoratori. I socialdemocratici e l’“eurocomunismo” hanno intrapreso questa strada. La cosa spiacevole è che alcuni comunisti non la vedono nemmeno come una trappola.
Tuttavia, non dobbiamo opporre dittatura e democrazia in termini di contenuto del potere. La dittatura e la democrazia si possono opporre solo dal punto di vista della forma, dei mezzi, delle modalità di attuazione del potere da parte di una classe o dell’altra. Questa è la sostanza dell’opposizione tra dittatura e democrazia.
Il leitmotiv degli opportunisti di Gorbaciov nel PCUS era la pace civile nel momento in cui la controrivoluzione attaccava le vittorie del socialismo nel Paese.
L’esperienza degli ultimi tre o quattro decenni di storia dell’URSS ha dimostrato che il principale nemico della gestione stalinista, l’opportunismo, porta inevitabilmente all’aperta restaurazione del capitalismo. L’isteria antistalinista ha fatto da schermo al rafforzamento della campagna antileninista e anticomunista” (dalla Conferenza stampa del 2 maggio 1992 a Bruxelles, pubblicata sul quotidiano belga Solidaire n. 823 del 27 maggio 1992).
Le lotte dei popoli africani per l’indipendenza nazionale hanno assunto varie forme: lotte armate (Algeria, Angola, Mozambico, Guinea Bissau, Zimbabwe, Sudafrica, Sahara, ecc.), lotte politiche (Guinea Conakry, Ghana, Mali, RDC, ecc.).
In molti Paesi, la decolonizzazione ha assunto molto rapidamente la forma di un accordo concertato chiamato “accordi di cooperazione” per organizzare la transizione da colonie a neocolonie (Senegal, Costa d’Avorio, Marocco, Tunisia, Benin, Togo, ecc.).
In altri Paesi, gli imperialisti hanno assassinato i leader e massacrato i popoli in rivolta per imporre l’indipendenza neocoloniale (Madagascar, Camerun, ecc.). I tentativi post-indipendenza di svincolarsi dagli “accordi di cooperazione” sono stati bloccati da colpi di Stato che hanno riportato questi Paesi al “cortile di casa” franco-africano (Togo, Gabon, Benin, Congo, Mali, Niger, Ciad, Repubblica Centrafricana, Comore, ecc.).
Le “conferenze nazionali” degli anni ‘90 hanno ristrutturato la dominazione franco-africana per frenare e recuperare le rivolte popolari, nonostante gli innegabili guadagni in termini di progresso democratico. L’Africa del franco coloniale CFA è stata così integrata nella dissoluzione monetaria delle monete nazionali europee nell’euro, una tappa della graduale evoluzione della Françafrique verso l’Eurafrique.
L’epoca nota come “vento orientale di democratizzazione” è stata segnata dalla svalutazione del franco CFA dopo oltre un decennio di imposizione di piani liberali di aggiustamento strutturale per ripagare l’iniquo debito.
La svalutazione ha aperto la strada alla privatizzazione e alla svendita di settori economici strategici (acqua, elettricità, telecomunicazioni, porti, ferrovie, aeroporti, miniere, terreni, ecc.) precedentemente detenuti dagli Stati africani per ripagare, in base ai leonini “accordi di cooperazione”, la potenza coloniale di un presunto “debito” coloniale per la costruzione di infrastrutture durante l’era coloniale.
Questo processo di spoliazione è identico al risarcimento pagato agli schiavisti al momento dell’abolizione della tratta degli schiavi e della schiavitù nera nel XIX secolo.
Quest’epoca di democrazia multipartitica è succeduta all’epoca dei colpi di Stato civili e militari neocoloniali e delle dittature civili neocoloniali (Senegal, Costa d’Avorio) e militari in altre parti del mondo negli anni ‘60/’70/’80, segnati dall’insediamento ovunque del potere di partiti filoimperialisti singoli o unificati di destra o di “sinistra” socialista.
Imbrigliata da politiche economiche liberali neocoloniali, la “democratizzazione” africana degli anni ‘90 si è impantanata in un’esplosione esponenziale di corruzione che ha travolto liberali, social-liberali e persino la sinistra rivoluzionaria storica, o addirittura i comunisti, nella palude del nepotismo, della cattiva gestione e dell’arricchimento illecito.
La sfera della borghesia burocratica si è così estesa alla maggior parte della classe politica. Fare “politica”, diventare ministro, è diventata la via più breve per diventare miliardario nelle neocolonie, dove la maggior parte dell’attività economica è divisa tra il settore formale, detenuto principalmente dalle imprese imperialiste, e il settore informale, dove lottano gli imprenditori nazionali.
Tutti questi sviluppi predatori in Africa riflettono a livello locale l’aggravarsi della crisi sistemica di sovrapproduzione e sovraccumulazione del capitale globalizzato, che genererà una resistenza sociale all’interno dei Paesi imperialisti e una resistenza nazionale nei Paesi dominati.
I Paesi sopravvissuti nel campo socialista, come la Cina Popolare, il Vietnam, la Corea del Nord e Cuba socialista, saranno in prima linea nella resistenza al diktat del pensiero unico liberale, sviluppando un’alternativa socio-economica e politica che ha reso la Cina Popolare la prima economia mondiale, il Vietnam una potenza in divenire, la Corea del Nord una potenza nucleare difensiva e Cuba una potenza medica internazionalista.
Anche altri Paesi capitalisti come l’India, il Brasile e la Russia stanno combinando protezionismo e liberismo economico per crescere di potere.
L’imperialismo occidentale negli Stati Uniti e nell’Unione Europea si imbarcherà in un nuovo ciclo di guerre volte a controllare le fonti di materie prime in tutto il mondo per contrastare i Paesi emergenti, che stanno concentrando sempre più la maggior parte della produzione mondiale di beni e servizi.
Questo è il motivo per cui gli imperialisti (NATO/USA/UE) hanno lanciato la famosa “guerra al terrorismo”.
Non appena la strategia imperialista della “guerra al terrorismo” è stata estesa all’Africa, in concomitanza con la “crisi migratoria”, la rivolta dei giovani in cerca di una vita migliore in patria è divenuta una realtà forte.
Il sottosviluppo imposto costringe i figli dell’Africa a seguire il percorso delle materie prime per fuggire dalla miseria verso il chimerico “El Dorado” europeo o americano, dove vengono maltrattati come “schiavi senza documenti” che alimentano l’economia sommersa capitalista dei Paesi imperialisti.
L’equazione si riduce quindi a scegliere la morte nell’attraversare il deserto o il mare, o i maltrattamenti razzisti all’arrivo negli Stati Uniti o in Europa, oppure rimanere a casa e lottare per cambiare il Paese e conquistare una vita migliore.
In tutta l’Africa, i giovani sono sempre più inoculati contro le illusioni della “globalizzazione liberale per tutti”, di “un mondo che è diventato un villaggio globale per tutti”, della “globalizzazione dell’arricchimento individuale che si riversa sulla collettività”, del “fare della globalizzazione un’opportunità per tutti e per ogni Paese”, sta gradualmente scoprendo la realtà dello sfruttamento di classe e dell’oppressione dei popoli e sta cercando di rinnovare la lotta patriottica collettiva contro l’egemonia secolare dell’imperialismo NATO/USA/UE.
A seconda dei Paesi, le lotte popolari assumono la forma di un colpo di Stato patriottico come culmine temporaneo e provvisorio della mobilitazione popolare, come in Mali, Burkina Faso e Niger, oppure assumono la forma della conquista del potere attraverso le urne, come nella Repubblica Centrafricana o come sta per accadere in Senegal e altrove.
Questi colpi di Stato, come l’ascesa al potere di Sankara, non sono in alcun modo paragonabili ai putsch franco-africani degli anni ‘60 e ‘70.
L’attuale ingerenza militarista nella scena politica è il risultato del crescente bisogno di sicurezza di fronte al terrorismo jihadista, della crescente consapevolezza del doppio gioco della cosiddetta “lotta al terrorismo” dell’imperialismo, delle rivolte popolari fallite e selvaggiamente represse e del discredito della classe politica civile altamente corrotta.
Questi fattori oggettivi stanno favorendo una crescente consapevolezza tra i giovani e l’esercito – che è in prima linea contro il “terrorismo jihadista” – della necessità di sovranità nazionale, del panafricanismo patriottico e dell’opportunità di capitalizzare il graduale avvento di un mondo multipolare guidato dall’opposizione delle potenze in ascesa alla secolare egemonia dell’imperialismo occidentale.
Questi fattori stanno politicizzando non solo i giovani ma anche gli eserciti nazionali, come diceva giustamente Sankara: “Un soldato senza formazione politica è un potenziale criminale”.
I colpi di Stato di oggi in Mali, Burkina Faso e Niger hanno quindi un significato politico diverso dai colpi di Stato franco-africani degli anni ‘60 e ‘70 e dal colpo di Stato in Mali del 1991, recuperato e integrato nella strategia di “democratizzazione multipartitica delle conferenze nazionali” lanciata dal vertice franco-africano di La Baule presieduto dal socialista Mitterrand.
La democratizzazione multipartitica è una conquista delle lotte popolari, ma è stata dirottata dall’integrazione della classe politica, di destra e di sinistra, nella globalizzazione dell’unica mentalità liberale, che proclama a parole libertà individuali e collettive escludendo nella pratica la maggioranza povera della popolazione.
Questa è la democrazia dell’inganno, in cui i poveri, i lavoratori e il popolo sono invitati a votare per l’uomo o la donna che governerà al servizio dei profitti dei ricchi.
Mentre nei Paesi imperialisti il potere è direttamente o indirettamente al servizio dei grandi azionisti borghesi, nelle neocolonie le cariche ministeriali o a capo dell’alta amministrazione sono la strada maestra per l’arricchimento illecito della borghesia burocratica, che è anche il mezzo con cui il “politico” riempie il suo portafoglio di poveri elettori per le elezioni.
Le elezioni possono essere “una trappola per cretini”, come dicono i nostri cugini politici anarchici, ma sono anche un momento in cui noi comunisti possiamo misurare il grado di coscienza delle classi lavoratrici.
È quindi un criterio importante, ma non sufficiente per elogiare la democrazia borghese al capolinea. Lo stesso vale per il sistema multipartitico e per il monopolio dei miliardari sulla stampa d’opinione.
La democrazia è di per sé una dittatura di classe, che può assumere forme democratiche o fasciste (e quindi terroristiche). La forma, il metodo di attuazione, le istituzioni, le leggi sono determinate dall’equilibrio di potere tra le classi sociali di un Paese, di una nazione.
Colpi di Stato, democrazia multipartitica e sovranità nazionale
Questi colpi di Stato avvengono in un contesto in cui ci sono due questioni immediate da risolvere se vogliamo iniziare a prevedere la liberazione nazionale africana: liberarsi dell’occupazione militare da parte dell’imperialismo francese, africano, euro-africano e statunitense-africano, un’occupazione che avevamo previsto in un articolo del 2010 dal titolo “Ostaggi, Areva, Total, Africom: la posta in gioco nascosta dell’occupazione militare del Sahel”, e sconfiggere l’aggressione jihadista-terroristica fomentata dalla distruzione dello Stato nazionale libico da parte dell’imperialismo.
Ecco cosa scrivevamo all’epoca:
“Sempre più ostaggi vengono presi nel Sahel. Dopo la liberazione di P. Camatte in cambio di denaro, Michel Germaneau è stato ucciso in seguito a un attacco militare franco-mauritano in territorio maliano in condizioni ancora poco chiare secondo i giornali africani (Algeria, Mali, ecc.). Altri sette sono stati rapiti in Niger.Altre tappe da conquistare devono combinare questi compiti immediati e urgenti del momento o farli susseguire a seconda dell’evoluzione dei rapporti di forza a livello nazionale, africano e internazionale tra il campo patriottico e quello neocoloniale: la sovranità monetaria, di bilancio, diplomatica, militare e di sicurezza sulle ricchezze nazionali e la ricostruzione di una democrazia elettiva che rispetti realmente sia la separazione dei poteri, sia il ruolo regolatore e sanzionatorio degli organi di controllo dello Stato, sia la democrazia popolare partecipativa.
Ogni rapimento è stato l’occasione per aumentare la presenza militare francese, che ora è supportata da truppe d’élite e dalla tecnologia di sorveglianza spaziale statunitense. Viene da chiedersi se, persa la battaglia di Algeri, i terroristi islamico-fascisti armati che hanno insanguinato l’Algeria negli anni ‘90, questi ‘combattenti per la libertà’ finanziati, armati e addestrati dagli USA contro l’Afghanistan laico e progressista sostenuto dall’URSS, non si siano ritirati nei Paesi del Sahel?
Ma la presa in ostaggio ad Arlit in Niger dei dipendenti del monopolio capitalista franco-africano AREVA non ha forse sollevato un angolo di velo sul ventre nascosto della stampa borghese imperialista?”.
Contro la dipendenza secolare che è stata inflitta alla nostra amata terra d’Africa, non dovremmo definire il rispetto della sovranità nazionale costituzionale come uno dei criteri democratici per il riconoscimento dei partiti politici?
Questo criterio si ritrova, ad esempio, nella Cina popolare, nel Vietnam socialista e nella Cuba socialista, che legalizzano solo i partiti o i movimenti che hanno partecipato alla liberazione nazionale e non i partiti apolidi filo-imperialisti. Questi partiti apolidi sono formalmente vietati.
Dobbiamo davvero porre fine al totalitarismo ideologico del preteso “universalismo” del cosiddetto ‘modello democratico’ nato dagli esperimenti rivoluzionari antifeudali in Europa che hanno dato origine alla repubblica borghese e alla monarchia parlamentare, o alla repubblica nordamericana – indipendente ma schiavista – che il feudalesimo ha lasciato in eredità al capitalismo nascente.
L’antitesi storica democratica dell’esperienza statunitense è la rivoluzione di Haiti, con la sua indipendenza e l’abolizione della tratta degli schiavi e della schiavitù nera.
Nonostante le conquiste democratiche del movimento antirazzista per i diritti civili contro l’apartheid statunitense, “la più grande democrazia” che si suppone essere gli Stati Uniti porta ancora le cicatrici di un razzismo endemico, come si può vedere dal macabro conteggio delle persone di colore uccise e dal fatto che i neri costituiscono il 90% della popolazione carceraria degli USA (13% della popolazione).
Inoltre, c’è un lavoro di decolonizzazione mentale da fare sulla nozione, sul concetto di democrazia e sulla sua operatività in evoluzione, integrando i valori positivi ante-coloniali o pre-coloniali della democratizzazione africana, come quello di Thierno Souleymane Baal nel 1776 e la Carta di Mandé nel XIII secolo.
Fonte
15/09/2023
Cile - A 50 anni dal golpe, il cinismo di Boric e la finta sinistra
L’articolo che proponiamo qui di seguito spiega che quanto è successo alla marcia/manifestazione del 10 settembre 2023 – organizzata in commemorazione del 50° anno dalla fine dell’esperienza della Unidad Popular nel sangue della dittatura civico militare – come l’inevitabile conseguenza di una serie di scelte politiche portate avanti dall’attuale presidente del Cile e, purtroppo, anche da quei partiti che, pur di entrare nell’entourage governante, hanno abdicato alla loro funzione storica.
La violenta repressione fisica della manifestazione, già preconizzata dalle modalità organizzative degli eventi decise dal governo, e denunciate già nei giorni precedenti da molte organizzazioni sociali e di diritti umani è stata puntualmente messa in atto per realizzare un copione studiato a tavolino e ben congegnato.
Nessuno dei governi post Pinochet, neanche quelli più rappresentativi delle destre, come i due di Piñera, avevano mai osato mettere bocca nell’organizzazione delle marce/manifestazioni per l’11 settembre e meno che mai le avevano represse così furiosamente come quella di quest’anno.
Un altro passo verso la totale consegna del Paese nelle mani delle destre nazionali e delle imprese multinazionali: criminalizzare e schiacciare l’opposizione popolare anticapitalista in tutte le sue forme è un passaggio indispensabile per arrivare alla meta...
La violenta repressione fisica della manifestazione, già preconizzata dalle modalità organizzative degli eventi decise dal governo, e denunciate già nei giorni precedenti da molte organizzazioni sociali e di diritti umani è stata puntualmente messa in atto per realizzare un copione studiato a tavolino e ben congegnato.
Nessuno dei governi post Pinochet, neanche quelli più rappresentativi delle destre, come i due di Piñera, avevano mai osato mettere bocca nell’organizzazione delle marce/manifestazioni per l’11 settembre e meno che mai le avevano represse così furiosamente come quella di quest’anno.
Un altro passo verso la totale consegna del Paese nelle mani delle destre nazionali e delle imprese multinazionali: criminalizzare e schiacciare l’opposizione popolare anticapitalista in tutte le sue forme è un passaggio indispensabile per arrivare alla meta...
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Ironia della storia. Ieri, 10 settembre, a Santiago, il Partito Comunista e il Partito Socialista, basi di quella che era la UP e il governo di Salvador Allende, facendo appello alla repressione diretta della polizia, hanno imposto un transennamento che ha diviso la popolazione.
Ieri [10 settembre, ndr], a 50 anni di distanza, in un momento storico per la memoria delle lotte popolari, si è verificato un attacco all’unità tra le organizzazioni dei diritti umani e le frange popolari che ogni anno marciano insieme in massa per commemorare il colpo di stato del 1973.
Secondo questi burocrati dovevamo dividerci. Alcuni, quelli buoni, i democratici, potevano essere autorizzati a marciare e muoversi nello spazio pubblico attorno a La Moneda; e altri, i restanti, quelli “cattivi”, “i violenti”, dovevano essere repressi con la violenza degli apparati polizieschi.
All’incrocio tra la Alameda e Amunategui, la massiccia fanteria della polizia con i suoi mezzi motorizzati, con gas, acqua e attacchi corpo a corpo, sono riusciti a disperdere la marcia.
Tutto è successo rapidamente. Poco prima delle 10:15 del mattino, la divisione della marcia, in questa zona, era irrecuperabile. È stata la dimostrazione concreta delle denunce che diverse organizzazioni popolari avevano espresso nei giorni precedenti riguardo alla preparazione di un assedio repressivo da parte del Governo con la complicità di alcune organizzazioni per i diritti umani.
E oggi, lunedì 11 settembre, i saltimbanchi guidati dalla mazza da parata, nascosti negli eventi ufficiali della Moneda, hanno messo in scena un altro montaggio, il montaggio di una commemorazione vuota.
Boric ha cercato di incarnare una figura ben al di sopra di lui e la burocrazia ministeriale ha finto di commuoversi con slogan e versi solenni e canti a loro estranei.
Gli spettacoli orchestrati dalle dirigenze della finta sinistra e del progressismo non sono altro che un fatuo gioco di luci, una brutta rappresentazione senza pudore, che manca di rispetto sia al dolore autentico degli uomini e delle donne presenti nei cortili interni, sia a quello di un popolo che continua a stare ancora là fuori, nelle strade. Una memoria imposta è strumento dei cinici, una memoria autentica è esperienza, ed è il seme dei progetti di emancipazione.
Nessun comunista o socialista può prestarsi a manovre repressive contro il popolo, né può avallare tali imposture; il suo cammino è quello di coloro che, armandosi di coraggio, si sono preparati a sfidare e disobbedire alla politica di resa delle loro dirigenze.
Anche noi da fuori commemoriamo il cinquantesimo anniversario del golpe, ma non lo facciamo lamentandoci per la perdita della democrazia o la rottura costituzionale.
Questa è la trappola ideologica sulla quale faceva affidamento la sinistra, il progressismo e la borghesia “democratica” sono riusciti a gestire e dissipare gli impulsi combattivi del popolo. La democrazia di allora, come quella di oggi, è stata una democrazia di classe, una democrazia del capitale.
Di fatto, il golpe è stato avviato dalla borghesia creola e dall’imperialismo che, con l’aiuto delle Forze Armate, hanno applicato senza pensarci su due volte tutta la loro macchina di violenza sui lavoratori e sul popolo.
È stato il capitale – la comunità imprenditoriale creola e straniera – che non ha esitato a difendere, con la repressione, la tortura e la morte, i propri interessi di classe superando la sua stessa legalità, la legalità borghese, che ormai non serviva più a contenere le forze popolari.
Il golpe non è stato solo contro Salvador Allende e i suoi partiti, ma contro quelli che dal basso si stavano rapidamente costituendo come soggetto politico indipendente e autonomo, andando anche oltre lo stesso Governo, creando organismi di partecipazione come il JAP, i cordoni industriali, i comandi comunali e altre istanze di potere popolare specifiche e indipendenti dallo Stato borghese, [...].
La paura del capitale e dell’imperialismo era proprio per il fatto che il movimento dei lavoratori e il popolo, approfittando dello slancio dato dal trionfo di Allende, andassero oltre la legalità borghese e mettessero in discussione il potere reale e non solo il governo.
Le classi dominanti e l’imperialismo hanno risposto con la cospirazione golpista, l’assassinio di Schneider, il boicottaggio dell’economia e costringendo l’UP a firmare impegni costituzionali – legacci – molto prima che entrasse in carica come Governo.
Poi l’hanno messo alle strette spingendo per la sua capitolazione, almeno a partire dallo sciopero dell’ottobre 1972.
Hanno creato la carenza negli approvvigionamenti, il blocco del commercio e dei trasporti, hanno applaudito all’incorporazione dei militari nel governo e al tentativo di restituire le fabbriche espropriate. E nel mezzo della virtuale capitolazione del governo, l’incarcerazione e la tortura dei marinai anti-golpisti e l’approvazione della legge sul controllo delle armi sono state misure che hanno confuso le forze popolari e hanno contribuito al loro disarmo.
Ma volevano di più. Miravano alla sconfitta strategica dei lavoratori e del popolo. Questa era la vera finalità del colpo di Stato, per questo lo hanno anticipato sapendo che Allende avrebbe indetto un Plebiscito nei giorni successivi a martedì 11.
La loro mano non tremò allora, né è tremata oggi, per assassinare bambine, bambini e giovani cileni e mapuche, per approvare la legge del grilletto facile, la legge anti-occupazioni o militarizzare il Wallmapu.
Da Aylwin a Boric, le ricchezze naturali continuano ad essere consegnate alle multinazionali, rafforzando il capitalismo e applicando la repressione e l’inganno per mantenere controllate e intossicate le grandi masse popolari.
La lezione di questi 50 anni di lotta e di sconfitte subite, è che non bisogna mai e poi mai fidarsi delle borghesie locali o dell’imperialismo. Anche se si vestono da democratici, difensori dei diritti umani o progressisti, nel loro DNA sono codificati i geni del profitto, dello sfruttamento, del patriarcato, del colonialismo e del dominio sui popoli.
Un’altra lezione: dobbiamo combattere coloro che si arrendono e denunciare gli esitanti perché, con buone o cattive intenzioni, non fanno altro che indebolire e confondere le forze popolari.
Questo è stato il significato dell’Accordo per la Pace e la Nuova Costituzione del novembre 2019: la frammentazione delle organizzazioni popolari emerse nella Rivolta, trascinate dalla farsa costituente del 2021-2022; il sostegno a Boric nel ballottaggio del 2022 con la scusa di fermare il fascismo; la partecipazione al plebiscito del 4 settembre che (anche se avesse vinto l’“approvo”) avrebbe dovuto sottoporre il mandato a un parlamento controllato dalla destra, e così pure, con il nuovo processo costituzionale che oggi tiene il popolo – e anche lo stesso progressismo e la sinistra che si fida – bloccato in una trappola mortale. È il disarmo popolare e loro ne sono i responsabili.
Bisogna convincersene: solo il popolo aiuta il popolo, solo il popolo può costruire la forza emancipatrice del Popolo.
Di fronte alla barbarie che il capitale promuove ovunque e alla crisi che colpisce l’intera umanità, non resta altro che prepararci a costruire le nostre proprie forze, l’autodifesa della vita e la solidarietà, avere fiducia in noi stessi e a promuovere l’unità politica e sociale dei popoli.
E se vinceremo, lo faremo con l’eredità delle combattenti e dei combattenti di ieri che sono sempre presenti nelle nostre memorie e con la volontà generosa e incrollabile che si solleva contro il capitale e lotta per un mondo migliore. Non ci sono altre strade.
Rafael Agacino, Santiago, 11 settembre 2023
Note
– Rafael Agacino: docente universitario in varie università del Cile, economista, analista politico e sociale. Attivo nei movimenti sociali.
– JAP: Juntas de Abastecimiento y Control de Precios (note con la sigla JAP) erano unità amministrative locali create nell’aprile del 1972, durante il Governo di Allende. Le JAP essenzialmente erano comitati di controllo popolare di prezzi e distribuzione di alimenti, implementati per evitare la speculazione e l’accaparramento da parte dei settori oppositori del Governo.
– Accordo per la Pace e la Nuova Costituzione del 15 novembre 2019: proposto dalle destre governative agli altri partiti nel tentativo di spegnere le fortissime spinte della piazza e salvare la presidenza Piñera in evidente difficoltà. Gabriel Boric lo firmò a livello personale perché la coalizione che rappresentava non era d’accordo a offrire questa via d’uscita a un presidente che li stava facendo massacrare nelle strade, oltre al fatto che il percorso deciso nell’Accordo per arrivare a una nuova Costituzione era una vera e propria truffa. Utile la lettura di questo articolo del 19/11/2019.
– “Solo il popolo aiuta il popolo”: questo è stato uno degli slogan più diffusi durante il periodo della Rivolta oltre a quello sulla richiesta di una vera Assemblea Costituente in cui il popolo sovrano scrivesse le regole dell’Assemblea stessa e quindi la propria Costituzione.
Fonte
11/01/2023
Brasile, USA, ecc., uniamo i punti
Due punti fanno una linea, tre punti un cerchio…
Nella confusione quotidiana può risultare difficile individuare i momenti significativi, indicatori di una tendenza, in mezzo alla marea di fatti, fatterelli e soprattutto “fattoidi” che sgorgano dai media di regime, mai come in questi anni allineati.
Ma i fatti di Brasilia somigliano un po’ troppo a quelli di Capitol Hill, due anni esatti prima, per non cogliere l’elemento comune, che riassumiamo così: il venir meno anche delle apparenze della democrazia.
Se volessimo tenerci su un ragionamento solo ideale o “istituzionale”, le cose sarebbero abbastanza semplici. Emerge con sempre maggiore frequenza, e prepotenza – all’interno di quell’area euro-atlantica che si vanta d’essere l’esempio della “democrazia” – una “destra” che possiede una visione piuttosto sbrigativa della democrazia parlamentare: “le elezioni sono valide solo se vinciamo noi, altrimenti no”.
Ma i ragionamenti semplici sono quasi sempre inutili, più ancora che sbagliati. Inutili perché richiedono a loro volta una spiegazione, visto che non spiegano nulla.
Perché esiste questa “destra”, con questa particolarità? Com’è nata? Di quali interessi è espressione? Quali processi storici ed economici l’hanno fatta fermentare?
Ed allo stesso tempo: com’è possibile che l’Occidente neoliberista ed euro-atlantico possa continuare a legittimare le proprie pretese di “superiorità morale” nei confronti del resto del mondo se al proprio interno – anzi: al proprio vertice, visto che il fenomeno sembra nato negli Stati Uniti – cresce una vandea chiaramente reazionaria, suprematista, razzista, para-nazista?
Insomma: se non riesci tu stesso a tenere a freno l’antidemocrazia, come puoi pretendere di andare in giro per il mondo distribuendo “patenti liberali” oppure bombardamenti materiali?
Queste domande richiedono uno sguardo impietoso sul declino delle società capitalistiche occidentali, che registrano – non casualmente in contemporanea – arresto della crescita economica, crisi della rappresentanza, calo della partecipazione politica, sdoganamento del fascismo e molto altro ancora.
Partiamo dal dato reale. Questa destra a-democratica ha un’ampia base di massa. Lo abbiamo visto negli Usa, lo stiamo vedendo in Brasile. Non stiamo parlando di semplice “consenso elettorale”, ma di disponibilità a usare le mani, correre rischi, violare regole consolidate, imbracciare le armi.
Certo, negli Usa e in Brasile questa destra può contare su un’ampia tolleranza da parte della polizia e delle forze militari. Il che facilita sicuramente il passaggio dalla tifoseria da tastiera o da pub al combattimento di strada (se pensi, o speri, che l’esercito sia dalla tua parte, la percezione del rischio diventa quasi zero).
Ma “base di massa” significa – detto brutalmente – che una parte consistente del “popolo”, del “proletariato” (metropolitano e delle aree rurali), è stato conquistata dai propri nemici storici (piccola e media borghesia, in genere, più qualche tycoon che ragiona come loro).
Nel nostro piccolo, dal “ridotto italiano”, abbiamo visto alcuni accenni di una dinamica del genere nei giorni dell’assalto fascista alla sede romana della CGIL. Anche lì c’erano vecchi arnesi di Forza Nuova, insieme a ristoratori e albergatori di fascia bassa, polizia pronta ad “accompagnare” gli assalitori, tra selfie, risate, favoreggiamento non dissimulato.
Numeri minori, per fortuna. E in fondo non c’era in ballo la contesa su chi avesse vinto le elezioni ma – più miserabilmente – la contestazione della presunta “dittatura sanitaria”, tra vaneggiamenti “no vax” e “no tax”. In effetti, con Mario Draghi a Palazzo Chigi e la Meloni spinta a forza nei sondaggi, quella destra non poteva identificare nel governo “il nemico”.
Ma la dinamica è in fondo la stessa. E “il nemico” si può sempre fabbricare alla bisogna, “inventarselo” alla maniera di Goering. Del resto, se un Sallusti può definire Ursula von der Leyen – una aristocratica tedesca, democristiana da sempre, garanzia assoluta del grande capitale finanziario – come “di sinistra”, si capisce bene che in quel tipo di destra la fantasia è già al potere...
Due punti di grandi dimensioni e un punticino di serie C...
Se ci aggiungiamo il tumore in metastasi dall’Ucraina verso l’Europa – i nazisti di Azov dipinti come “nuovi partigiani” stanno seminando imitatori in ogni paese, “accompagnati” da media complici fino al suicidio – il quadro appare un po’ meno grottesco e più preoccupante.
Persino un militare capace di guardare lontano, come il generale a riposo Fabio Mini, è stato costretto ad avvertire che “la denazificazione dell’Ucraina si è tradotta in rinazificazione di buona parte dell’Europa in termini anche formali e di tutto l’Occidente in termini concettuali. Se non nelle parole sicuramente nei fatti”.
Molti tabù della vecchia democrazia liberale sono insomma caduti. L’antifascismo non è più la base minima del reciproco riconoscimento tra parti sociali e politiche. E contemporaneamente la delegittimazione reciproca tra le parti va paradossalmente crescendo: “le elezioni sono state regolari se vinco io, altrimenti ci sono stati brogli”.
Neanche all’interno dello stesso campo (la borghesia, ma con livelli di patrimonio e potere molto differenti) riescono più a trovare una “quadra”.
È relativamente facile vendere in controluce quanto questa situazione sia stata prodotta dal prevalere assoluto del grande capitale finanziario e multinazionale, dalle politiche di austerità imposte dall’Unione Europea, da un modello economico export oriented fondato sui bassi salari e la distruzione del sistema di welfare (Marx direbbe: “sul plusvalore assoluto”, senza investimenti).
Un modello che ha comportato – sul versante politico – la dissoluzione dei “corpi intermedi” (partiti, sindacati, associazionismo), ovvero la loro riduzione a “comitati di consulenti professionali” che trattavano la propria base come “materia prima” da cui ricavare i propri emolumenti.
Per questa via, abbandonato da tutti, il “proletariato” – bisognerà ragionare di più anche su questa categoria, in tempi in cui far figli è diventato un lusso che non ci si può permettere – è finito in pasto agli imbonitori (dalle chiese evangeliche a quelle più “ufficiali”, dal marketing politico agli opinionisti da osteria), ingrossando le fila altrimenti asfittiche di una borghesia “imprenditoriale” dalla vista sempre più corta.
Ora i nodi stanno arrivando al pettine. E la “democrazia” – liberale e parlamentare – va perdendo anche il suo ultimo velo di Maya: il rispetto delle apparenze.
Diciamo “apparenze” in senso stretto. Chiunque guardi a come si svolgono sia le campagne elettorali sia il “quotidiano dibattito politico” sa bene che la partita del consenso era ed è truccata fino all’inverosimile.
Ha funzionato sempre più, a fatica, finora. Ma quando cadono anche le apparenze, il gioco diventa scoperto. Socialismo o barbarie non è uno slogan, è la sintesi per descrivere la situazione.
E tra i due, indubbiamente, il socialismo dà almeno una possibilità...
Fonte
Nella confusione quotidiana può risultare difficile individuare i momenti significativi, indicatori di una tendenza, in mezzo alla marea di fatti, fatterelli e soprattutto “fattoidi” che sgorgano dai media di regime, mai come in questi anni allineati.
Ma i fatti di Brasilia somigliano un po’ troppo a quelli di Capitol Hill, due anni esatti prima, per non cogliere l’elemento comune, che riassumiamo così: il venir meno anche delle apparenze della democrazia.
Se volessimo tenerci su un ragionamento solo ideale o “istituzionale”, le cose sarebbero abbastanza semplici. Emerge con sempre maggiore frequenza, e prepotenza – all’interno di quell’area euro-atlantica che si vanta d’essere l’esempio della “democrazia” – una “destra” che possiede una visione piuttosto sbrigativa della democrazia parlamentare: “le elezioni sono valide solo se vinciamo noi, altrimenti no”.
Ma i ragionamenti semplici sono quasi sempre inutili, più ancora che sbagliati. Inutili perché richiedono a loro volta una spiegazione, visto che non spiegano nulla.
Perché esiste questa “destra”, con questa particolarità? Com’è nata? Di quali interessi è espressione? Quali processi storici ed economici l’hanno fatta fermentare?
Ed allo stesso tempo: com’è possibile che l’Occidente neoliberista ed euro-atlantico possa continuare a legittimare le proprie pretese di “superiorità morale” nei confronti del resto del mondo se al proprio interno – anzi: al proprio vertice, visto che il fenomeno sembra nato negli Stati Uniti – cresce una vandea chiaramente reazionaria, suprematista, razzista, para-nazista?
Insomma: se non riesci tu stesso a tenere a freno l’antidemocrazia, come puoi pretendere di andare in giro per il mondo distribuendo “patenti liberali” oppure bombardamenti materiali?
Queste domande richiedono uno sguardo impietoso sul declino delle società capitalistiche occidentali, che registrano – non casualmente in contemporanea – arresto della crescita economica, crisi della rappresentanza, calo della partecipazione politica, sdoganamento del fascismo e molto altro ancora.
Partiamo dal dato reale. Questa destra a-democratica ha un’ampia base di massa. Lo abbiamo visto negli Usa, lo stiamo vedendo in Brasile. Non stiamo parlando di semplice “consenso elettorale”, ma di disponibilità a usare le mani, correre rischi, violare regole consolidate, imbracciare le armi.
Certo, negli Usa e in Brasile questa destra può contare su un’ampia tolleranza da parte della polizia e delle forze militari. Il che facilita sicuramente il passaggio dalla tifoseria da tastiera o da pub al combattimento di strada (se pensi, o speri, che l’esercito sia dalla tua parte, la percezione del rischio diventa quasi zero).
Ma “base di massa” significa – detto brutalmente – che una parte consistente del “popolo”, del “proletariato” (metropolitano e delle aree rurali), è stato conquistata dai propri nemici storici (piccola e media borghesia, in genere, più qualche tycoon che ragiona come loro).
Nel nostro piccolo, dal “ridotto italiano”, abbiamo visto alcuni accenni di una dinamica del genere nei giorni dell’assalto fascista alla sede romana della CGIL. Anche lì c’erano vecchi arnesi di Forza Nuova, insieme a ristoratori e albergatori di fascia bassa, polizia pronta ad “accompagnare” gli assalitori, tra selfie, risate, favoreggiamento non dissimulato.
Numeri minori, per fortuna. E in fondo non c’era in ballo la contesa su chi avesse vinto le elezioni ma – più miserabilmente – la contestazione della presunta “dittatura sanitaria”, tra vaneggiamenti “no vax” e “no tax”. In effetti, con Mario Draghi a Palazzo Chigi e la Meloni spinta a forza nei sondaggi, quella destra non poteva identificare nel governo “il nemico”.
Ma la dinamica è in fondo la stessa. E “il nemico” si può sempre fabbricare alla bisogna, “inventarselo” alla maniera di Goering. Del resto, se un Sallusti può definire Ursula von der Leyen – una aristocratica tedesca, democristiana da sempre, garanzia assoluta del grande capitale finanziario – come “di sinistra”, si capisce bene che in quel tipo di destra la fantasia è già al potere...
Due punti di grandi dimensioni e un punticino di serie C...
Se ci aggiungiamo il tumore in metastasi dall’Ucraina verso l’Europa – i nazisti di Azov dipinti come “nuovi partigiani” stanno seminando imitatori in ogni paese, “accompagnati” da media complici fino al suicidio – il quadro appare un po’ meno grottesco e più preoccupante.
Persino un militare capace di guardare lontano, come il generale a riposo Fabio Mini, è stato costretto ad avvertire che “la denazificazione dell’Ucraina si è tradotta in rinazificazione di buona parte dell’Europa in termini anche formali e di tutto l’Occidente in termini concettuali. Se non nelle parole sicuramente nei fatti”.
Molti tabù della vecchia democrazia liberale sono insomma caduti. L’antifascismo non è più la base minima del reciproco riconoscimento tra parti sociali e politiche. E contemporaneamente la delegittimazione reciproca tra le parti va paradossalmente crescendo: “le elezioni sono state regolari se vinco io, altrimenti ci sono stati brogli”.
Neanche all’interno dello stesso campo (la borghesia, ma con livelli di patrimonio e potere molto differenti) riescono più a trovare una “quadra”.
È relativamente facile vendere in controluce quanto questa situazione sia stata prodotta dal prevalere assoluto del grande capitale finanziario e multinazionale, dalle politiche di austerità imposte dall’Unione Europea, da un modello economico export oriented fondato sui bassi salari e la distruzione del sistema di welfare (Marx direbbe: “sul plusvalore assoluto”, senza investimenti).
Un modello che ha comportato – sul versante politico – la dissoluzione dei “corpi intermedi” (partiti, sindacati, associazionismo), ovvero la loro riduzione a “comitati di consulenti professionali” che trattavano la propria base come “materia prima” da cui ricavare i propri emolumenti.
Per questa via, abbandonato da tutti, il “proletariato” – bisognerà ragionare di più anche su questa categoria, in tempi in cui far figli è diventato un lusso che non ci si può permettere – è finito in pasto agli imbonitori (dalle chiese evangeliche a quelle più “ufficiali”, dal marketing politico agli opinionisti da osteria), ingrossando le fila altrimenti asfittiche di una borghesia “imprenditoriale” dalla vista sempre più corta.
Ora i nodi stanno arrivando al pettine. E la “democrazia” – liberale e parlamentare – va perdendo anche il suo ultimo velo di Maya: il rispetto delle apparenze.
Diciamo “apparenze” in senso stretto. Chiunque guardi a come si svolgono sia le campagne elettorali sia il “quotidiano dibattito politico” sa bene che la partita del consenso era ed è truccata fino all’inverosimile.
Ha funzionato sempre più, a fatica, finora. Ma quando cadono anche le apparenze, il gioco diventa scoperto. Socialismo o barbarie non è uno slogan, è la sintesi per descrivere la situazione.
E tra i due, indubbiamente, il socialismo dà almeno una possibilità...
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