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17/10/2025

Innovazioni senza innovazione. Il paradosso del Nobel per le scienze economiche 2025

di Marco Veronese Passarella

È ufficiale. Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt sono i vincitori del Premio per le Scienze Economiche istituito dalla Banca Nazionale di Svezia in onore di Alfred Nobel, edizione 2025. Lunedì scorso, i tre studiosi sono stati premiati per aver spiegato – si legge nelle motivazioni – la crescita economica trainata dalle innovazioni tecniche.

In particolare, metà del premio è andata a Joel Mokyr (storico economico americano-israeliano affiliato alla Northwestern University) per aver identificato i prerequisiti per una crescita economica duratura al traino del progresso tecnologico.

L’altra metà del premio sarà, invece, equamente divisa dagli economisti Philippe Aghion (francese, affiliato al Collège de France, all’INSEAD e alla London School of Economics and Political Science) e da Peter Howitt (canadese, professore emerito alla Brown University) per la loro teoria della crescita di lungo periodo generata dal processo di “distruzione creatrice” esercitato dalle forze di mercato.

A ben vedere, la suddivisione del premio riflette sia il diverso contributo che il diverso approccio metodologico utilizzato dai tre autori. Le opere di Mokyr si caratterizzano, infatti, per l’ampio utilizzo di fonti storiche (accanto a più “tradizionali” strumenti quantitativi) e inoltre di categorie analitiche mutuate dalle teorie evoluzioniste ed istituzionaliste.

Per contro, Howitt e Aghion vengono premiati essenzialmente per un articolo pubblicato nel 1992 (intitolato A model of growth through creative destruction), in cui si propongono di studiare gli effetti del processo di innovazione tecnologica all’interno di un modello matematico (e puramente teorico) di crescita endogena. Per questa ragione, si rende conveniente una presentazione separata dei loro contributi.

Conoscenza, innovazione ed istituzioni

Il punto di partenza della riflessione di Mokyr è la constatazione che, sebbene la storia dell’umanità sia costellata di grandi innovazioni tecnologiche, queste si sono tradotte in crescita duratura (non meramente transitoria) della produzione e del reddito pro-capite soltanto a partire dalla rivoluzione industriale britannica. La ragione, per Mokyr, è che una crescita economica sostenuta ha bisogno di un flusso continuo di conoscenza utile e utilizzabile.

Questa, a sua volta, può essere suddivisa in due componenti: la conoscenza proposizionale (o teorica), ossia la conoscenza scientifica delle leggi che regolano il mondo, la quale consente di capire perché qualcosa funziona; e la conoscenza prescrittiva (o pratica), ossia le istruzioni che sono necessarie a far funzionare qualcosa (ma senza necessariamente sapere perché funziona).

Secondo Mokyr, prima della rivoluzione industriale britannica, le innovazioni erano principalmente il frutto del secondo tipo di conoscenza, quelle prescrittiva. Il primo tipo di conoscenza, quella proposizionale, non era assente, ma rimaneva confinata nel mondo delle idee, rendendo molto difficile innovare sulla base delle conoscenze pratiche esistenti.

Macro-invenzioni (ossia rotture tecnologiche radicali associate ad un salto nelle conoscenze) erano, dunque, possibili, ma queste sono per loro natura discontinue. Soprattutto, la separazione delle conoscenze faceva sì che le macro-invenzioni non generassero quel flusso costante di micro-invenzioni necessario a sostenere una crescita economica duratura. Questa richiede, infatti, migliorie cumulative, le quali, a loro volta, implicano un certo grado di conoscenza proposizionale dei processi sottostanti.

La ragione per cui il Regno Unito fu la prima nazione a conoscere una crescita continua nel tempo è esattamente che lì, per la prima volta nella storia, la formazione di una massa di tecnici e lavoratori specializzati relativamente a buon mercato consentì di istituire un ponte tra i due tipi di conoscenza, permettendo a scienza e tecnologia di muoversi congiuntamente, alimentandosi vicendevolmente in un circolo virtuoso.

Per Mokyr, questo cambiamento fu anche favorito da un ambiente culturale, sociale e politico comparativamente più favorevole all’accettazione del cambiamento.

Ogni innovazione porta, infatti, sempre con sé vincitori (gli innovatori) e vinti (chi rimane ancorato a vecchie idee, pratiche e tecnologie). Chi teme di essere danneggiato, opporrà resistenza – e tra questi vi sono sovente i gruppi sociali dominanti.

La presenza di istituzioni che, come il parlamento britannico del tempo, consentano di mediare gli interessi dei gruppi emergenti con quelli del vecchio establishment (anche attraverso meccanismi di compensazione) è, dunque, vitale affinché vengano rimosse le barriere all’innovazione e alla crescita.

Distruzione creatrice e crescita

Come detto, l’approccio di Howitt e Aghion (1992) è diverso e più “ortodosso” rispetto a quello seguito da Mokyr. Sul piano metodologico, i due economisti utilizzano un modello di crescita endogena, ossia un approccio astrattamente matematico allo studio dello sviluppo economico che combina calcolo differenziale, teoria del controllo ottimale e analisi dei processi stocastici a partire da assunti di derivazione neoclassica.

L’elemento di originalità del contributo di Howitt e Aghion rispetto ai modelli precedenti sta nel fatto che i due autori utilizzano questo approccio per spiegare come gli sconquassi prodotti da un flusso continuo di innovazioni tecnologiche a livello della singola impresa (piano microeconomico) possano tradursi in un sentiero di crescita stabile e bilanciata a livello aggregato (piano macroeconomico).

L’idea della competizione tra imprese come forma di “distruzione creatrice”, in cui le imprese più innovative sostituiscono quelle meno dinamiche, si deve a Schumpeter che, sulla scia di Marx, la pose al centro della sua teoria dello sviluppo capitalistico e della tendenza di questo alla concentrazione monopolistica.

L’operazione di Howitt e Aghion è quella di incorporare e reinterpretare tale principio all’interno di un modello di equilibrio economico generale dinamico. In questo senso, si tratta di un’operazione analoga a quella che consentì ai teorici della sintesi-neoclassico keynesiana di assimilare, depurandola dai suoi aspetti più radicali, la teoria di Keynes come teoria della trappola della liquidità all’intero di un modello di equilibrio macroeconomico (un approccio ibrido conosciuto dagli studenti di economia con il nome di modello IS-LM).

In particolare, l’idea chiave su cui Howitt e Aghion costruiscono il loro modello è che le imprese investano in ricerca e sviluppo per ottenere un potere di monopolio temporaneo nel mercato dei beni intermedi (data l’ipotesi di concorrenza perfetta su tutti gli altri mercati).

Le innovazioni si presentano in modo stocastico, date le relative spese in ricerca e sviluppo, e sostituiscono completamente le tecnologie precedenti, garantendo profitti per le imprese innovatrici. Tali profitti o rendite di monopolio hanno, però, natura temporanea, dato che perdurano soltanto fino a che una nuova innovazione scalzerà i vincitori di ieri dalla propria posizione dominante.

D’altra parte, i monopolisti in carica hanno meno incentivo ad innovare degli aspiranti entranti, perché le nuove spese di ricerca “cannibalizzerebbero” in tutto o in parte i loro profitti. È a questo processo di distruzione creatrice di valore microeconomico che si deve la crescita di lungo periodo dell’economia a livello aggregato, trainata dal progresso tecnico.

Il tasso di crescita che così si determina può, però, rivelarsi troppo alto o troppo basso rispetto a quello che sarebbe scelto da un pianificatore centrale (o, che è lo stesso in questo modello, da un consumatore rappresentativo razionale, onnisciente e lungimirante). E ciò riflette la maggiore o minore spesa per investimenti in ricerca e sviluppo rispetto al suo livello ottimale. Ciò accade, ad esempio, perché per la società, a differenza che per ciascuna impresa innovatrice presa singolarmente, gli effetti di ogni innovazione sono permanenti e non meramente temporanei.

Inoltre, per la società, a differenza che per la singola impresa, il rendimento di ciascuna innovazione va calcolato al netto della distruzione della rendita legata alla tecnologia che viene rimpiazzata perché divenuta obsoleta.

Su questa base, si può dimostrare che quando le imprese hanno grande potere di monopolio e le innovazioni non sono troppo “grandi”, la crescita sarà troppo elevata, mentre sarà troppo bassa in caso contrario. Infine, in generale, le forze di mercato spingeranno ad innovazioni più “piccole” di quanto sarebbe socialmente ottimale.

Una valutazione critica

I lavori di Mokyr e, in misura minore, di Philippe Aghion e Peter Howitt, hanno l’indubbio pregio di provare ad introdurre nell’ambito del pensiero economico dominante categorie (innovazioni tecnologiche, distruzione creatrice) e approcci teorici (evoluzionismo, istituzionalismo) che sono rimaste a lungo ai margini della ricerca accademica negli ultimi sessant’anni.

La possibilità di equilibri economici subottimali e il legame complesso tra conoscenze, innovazione tecnologica, istituzioni e crescita, possono, inoltre, essere letti come una smentita di un certo liberismo ingenuo quanto pernicioso propugnato, ancora negli anni Ottanta, dai nipoti di Friedman e Hayek (ossia dai fautori della nuova macroeconomia classica e dei modelli del ciclo economico reale). Tuttavia, leggendo la documentazione allegata all’attribuzione del premio assegnato dalla Banca Nazionale di Svezia, non si possono non notare alcune criticità.

Anzitutto, entrambi gli approcci premiati soffrono degli stessi problemi metodologici di cui soffre tutta la letteratura economica di derivazione neoclassica – per una breve discussione dei quali, si rinvia all’Appendice 1 a questo scritto. In secondo luogo, il modello sviluppato da Aghion e Howitt presenta alcune criticità sul piano teorico e formale – per una breve descrizione delle quali, si rinvia all’Appendice 2.

In terzo luogo, e anche questa purtroppo non è novità, sia le opere più note degli autori premiati che la documentazione resa pubblica a motivazione del premio, sembrano ignorare un vasto ammontare di letteratura prodotta sul tema nell’ultimo mezzo secolo.

Se Schumpeter viene appena menzionato, i filoni di ricerca più innovativi ispirati alle sue opere – dai lavori sul progresso tecnico di Sylos-Labini ai contributi evoluzionisti di Nelson e Winter, fino ai più recenti modelli ad agenti eterogenei interagenti (che combinano elementi di teoria keynesiana, schumpeteriana ed istituzionalista con strumenti derivati dalla fisica dei sistemi complessi) – non sono nemmeno citati.

Più in generale, si ha la netta sensazione di essere catapultati in un mondo che non esiste più. Quel mondo nato dall’implosione del blocco sovietico in cui venivano teorizzate “terze vie” tra il mercato incontrollato e il vecchio statalismo socialdemocratico, ritenuto ormai inservibile e superato.

Non a caso, il documento di premiazione di Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt sembra un manifesto del “social-liberismo”, secondo l’efficace definizione che ne diedero Bellofiore e Halevi, ossia di un progetto di società in cui “liberalizzazioni accoppiate a riregolamentazioni terrebbero sotto controllo le imperfezioni della concorrenza, mentre la compressione dei disavanzi pubblici libererebbe risorse per una crescita temperata dalla redistribuzione” (Bellofiore e Halevi, 2010, p. 10).

Non soltanto quel documento celebra espressamente la flexicurity (perché il processo di innovazione incessante richiede che si proteggano i lavoratori, non i posti di lavoro), ma si spinge a giustificare un certo grado di disuguaglianza nella distribuzione dei redditi perché premiare i più meritevoli – viene argomentato – favorisce l’innovazione.

Gli estensori del documento sembrano non essere nemmeno sfiorati dalla constatazione che le innovazioni siano oggi quasi sempre il prodotto degli enormi centri di ricerca di società transnazionali (si pensi ad Amazon, Alphabet, Meta, Apple e Microsoft che, da sole, coprono quasi un quinto del totale delle spese mondiali in R&S) con fatturati superiori al PIL di un paese di medie dimensioni e non, invece, il frutto dell’intraprendenza individuale dell’imprenditore romantico ottocentesco – una figura che già Schumpeter considerava superata dallo sviluppo capitalistico del proprio tempo.

Ancora più sorprendente e antistorica appare l’esaltazione che nel documento di premiazione viene fatta esplicitamente della “cultura della crescita” veicolata dai contributi selezionati, in un momento storico in cui l’umanità si trova a fronteggiare un’emergenza ambientale senza precedenti. Né il breve richiamo alle possibili conseguenze negative della crescita economica (p. 7 del documento divulgativo) vale a dissipare il senso di estraneamento – e, nel caso del contributo di Aghion e Howitt, di autismo matematico – che la lettura dei lavori prodotti dagli autori premiati solleva.

D’altra parte, l’idea di Mokyr che senza istituzioni aperte alle nuove idee, l’innovazione e con essa la crescita economica illanguidiscono e infine si spengono, può ben essere interpretata come una celebrazione acritica delle istituzioni liberali occidentali e una condanna senza appello dei regimi assolutisti orientali. O almeno questa sarebbe stata l’interpretazione prevalente alcuni decenni or sono.

Tuttavia, un’altra interpretazione è quella oggi più interessante. Un’interpretazione che vede nella deriva autocratica delle democrazie liberali (a cui assistiamo almeno da un quindicennio) e nella contemporanea emersione di altre aree del mondo, portatrici di diversi modelli di organizzazione sociale (la Cina su tutte), come il nuovo motore dell’innovazione tecnologica, una prova del fatto che anche il tempo del monopolio occidentale e delle sue rendite sono forse giunti al termine.

Che è poi esattamente quanto previsto dalla teoria di Mokyr e dal modello di Aghion e Howitt, ma con gli Stati al posto delle imprese e le istituzioni occidentali nell’inedito ruolo di ex-innovatori divenuti tenaci difensori dello status quo.

D’altra parte, se l’apertura alle nuove idee e all’innovazione teorica fossero misurate dal grado di eterogeneità (per scuola di appartenenza, istituzione accademica, genere e luogo di nascita dei premiati) del Nobel per le scienze economiche, si sarebbe tentati di concludere che i primi a ignorare la lezione di fondo di Mokyr, Aghion e Howitt siano stati proprio i membri del comitato che li ha premiati.

*****

Appendice 1 – Problemi metodologici

Come tutti i modelli e le teorie di derivazione neoclassica, anche gli approcci seguiti da Mokyr e, ancor più, da Philippe Aghion e Peter Howitt, soffrono di riduzionismo antropologico, ossia muovono dalla presunzione che esista una qualche essenza umana pre-sociale e che lo spirito di competizione (in opposizione, ad esempio, a quello di cooperazione) sia intrinsecamente connaturato a tale essenza umana.

Tali approcci soffrono, inoltre, di riduzionismo individualista e (anti) storico, dato che si basano sull’idea che la società sia una semplice sommatoria di individui-atomo che sono presupposti ed auto-evidenti. Sarebbe, dunque, possibile costruire il modello di una società naturale, in cui prevale la competizione tra individui e imprese, da opporre ad una non-naturale in cui tali condizioni non sono rispettate.

Soffrono, infine, di riduzionismo empirista, dato che si basano sul presupposto che la realtà sia trasparente e auto-evidente. Se è così, le astrazioni sono semplici stilizzazioni di una realtà che non va ulteriormente indagata. Come spiegato nell’appendice 2, è sulla base di questa impostazione che può essere spiegato il vero e proprio profluvio di ipotesi eroiche su cui il modello di Aghion e Howitt viene costruito.

Appendice 2 – Aspetti critici del modello di Aghion e Howitt (1992)

A dispetto della sua eleganza formale e degli indubbi elementi di novità che incorpora, il modello di Aghion e Howitt soffre di alcuni problemi. Alcuni di questi sono comuni alla classe di modelli a cui appartiene – si veda la Figura 1 per una ricostruzione dei legami del modello di Aghion e Howitt con gli altri modelli di crescita di derivazione neoclassica ed anche con il pionieristico contributo di Ramsey. Altri problemi sono specifici di questo modello.

Tra le novità introdotte da Aghion e Howitt c’è, infatti, l’idea che, a differenza degli altri mercati, quello dei beni intermedi sia caratterizzato da condizioni di monopolio (o, nella sua versione generalizzata, da oligopolio). Questa ipotesi assicura che emerga un incentivo per le imprese ad innovare, garantendo al contempo che negli altri mercati i prezzi riflettano i costi marginali e le curve di domanda siano decrescenti.

Il problema è che si tratta anche di un’ipotesi che non trova alcuna giustificazione basata sull’evidenza empirica, ma che risponde unicamente ad esigenze di trattabilità matematica del modello. È vero che la pubblicazione del modello originale è stata seguita da alcuni tentativi di generalizzazione. Tuttavia, il problema di fondo (ossia l’eccesso di ipotesi ad hoc, dovuta alla rigidità di teorie e strumenti utilizzati) rimane.

In secondo luogo, il modello non include banche né mercati finanziari. La giustificazione fornita dagli autori è che la considerazione esplicita del mercato dei capitali non altererebbe le conclusioni a cui perviene il modello (sempre che l’utilità perseguita dalla famiglia rappresentativa venga definita come una funzione lineare dei consumi).

Il guaio è che questa spiegazione è anche peggiore della mancata inclusione, dato che rivela che, nel modello in questione, il ruolo delle banche è unicamente quello di convogliare i risparmi previamente accantonati dalle famiglie e non di finanziare, creando liquidità ex nihilo, la produzione e gli investimenti innovativi delle imprese.

Sennonché, la funzione del banchiere come “eforo” del sistema economico è proprio quella che Schumpeter pose al centro della sua teoria dell’innovazione! Né, d’altra parte, v’è alcuna traccia della “distruzione distruttrice” delle innovazioni finanziarie. Siamo, insomma, ancora tutti all’interno dell’ortodossia neoclassica pre-keynesiana, in cui il tasso di interesse è la variabile reale che mette in equilibrio il mercato dei risparmi in un mondo ridotto a gigantesca fiera del villaggio.

In terzo luogo, la micro-fondazione dei comportamenti aggregati e la soluzione al problema di ottimizzazione dinamica implicano che la struttura concettuale appaia semplicistica, specie se confrontata con la sofisticazione matematica richiesta per la soluzione del modello. In generale, questo fa sì che il modello risulti incompleto sul piano macro-contabile, il che fa ulteriormente dubitare della robustezza e generalizzabilità delle conclusioni a cui pervengono Aghion e Howitt.

In quarto luogo, il modello ipotizza l’esistenza di una funzione di produzione aggregata e di meccanismi di formazione dei prezzi di tipo marginalista. Vale appena la pena ricordare che la possibilità di utilizzare tali strumenti è stata duramente contestata sia sul piano teorico (es. Robinson, 1953; Sraffa, 1960; Garegnani, 1970, 1984) che empirico (es. Shaikh, 1974; Felipe e McCombie, 2015). Si tratta di critiche che, se accettate, inficiano l’intero impianto teorico su cui Aghion e Howitt hanno costruito il proprio modello, e che, a tutt’oggi, non hanno ricevuto alcuna replica argomentata.

A ben vedere, anche il legame tra qualità dei prodotti e innovazione tecnologica ipotizzata dagli autori appare tutt’altro che ovvia in un mondo in cui la maggior parte del valore microeconomico viene creato attraverso sofisticate campagne di marketing, anziché attraverso innovazioni tecniche cumulative.

Infine, il modello è costruito sull’ipotesi di offerta di lavoro inelastica, che si traduce in pieno impiego, sicché le implicazioni che gli autori (e gli estensori del documento di premiazione) ne traggono in termini di volatilità occupazionale possono essere unicamente declinate in termini di tasso di riallocazione – peraltro istantanea! – delle unità di lavoro da un’impresa all’altra e da un settore all’altro.

Di nuovo, una conclusione che riecheggia l’ortodossia neoclassica di primo Novecento, più che la rottura con quella tradizione operata dalla teoria dell’innovazione di Schumpeter.

Genesi dei modelli di crescita endogena “schumpeteriana”:

1. Ramsey (1928): il pianificatore sceglie endogenamente la propensione al risparmio (= investimento) per massimizzare il benessere sociale.

Metodo: Calcolo delle variazioni

2. Solow (1956): le imprese scelgono il rapporto ottimale tra capitale e lavoro per massimizzare il profitto, definendo così anche il rapporto ottimale tra produzione e lavoro. La propensione al risparmio è data. La crescita di lungo periodo dipende solo dal progresso tecnico esogeno.

Metodo: Equazioni differenziali

3. Cass (1965), Koopmans (1965): le forze di mercato, in un’economia decentralizzata, determinano endogenamente la propensione al risparmio per massimizzare il benessere sociale. La crescita di lungo periodo dipende comunque solo dal progresso tecnico esogeno.

Metodo: Teoria del controllo ottimo

4. Modelli di crescita endogena di tipo I (es. Romer, 1986): come il modello 3, ma ora la crescita di lungo periodo è spiegata da rendimenti crescenti, esternalità della conoscenza, ecc.

Metodo: Sistema dinamico non lineare

5. Modelli di crescita endogena di tipo II o “schumpeteriani” (es. Howitt e Aghion, 1992): come il modello 4, ma la crescita è trainata dall’innovazione e dalla “distruzione creatrice”. Le imprese investono in R&S per ottenere un potere di monopolio temporaneo. Le innovazioni si presentano in modo stocastico e sostituiscono le tecnologie precedenti, generando crescita di lungo periodo.

Metodo: Processi stocastici, ottimizzazione dinamica
Fonte

17/10/2024

Il Nobel per l’economia consacra il complesso di superiorità dell’Occidente

Il Nobel per l’economia di quest’anno è stato assegnato a Daron Acemoglu, James Robinson e Simon Johnson per il loro lavoro sul legame tra istituzioni politiche e crescita economica.

Per avere una panoramica generale del loro contributo accademico, si può fare riferimento al loro best-seller “Perché le nazioni falliscono” (“Why Nations Fail”), un caso editoriale del 2012 che riassume per il vasto pubblico vent’anni di attività scientifica dei suoi autori.

Il libro è scritto in maniera accattivante e propone una storia semplice quanto convincente – come del resto s’addice a ogni narrazione ben scritta – la chiave del successo o del fallimento di una nazione risiede nelle sue istituzioni politiche ed economiche.

In particolare, gli autori sostengono che istituzioni politiche inclusive, che favoriscono la partecipazione della maggioranza della popolazione alla creazione di ricchezza, incentivando l’innovazione, gli investimenti e la crescita economica, garantiscono il successo di un Paese.

A queste vengono contrapposte le istituzioni politiche cosiddette estrattive, progettate per il beneficio di un’élite, limitando le opportunità per la maggioranza e frenando l’innovazione.

Inevitabilmente, questa dicotomia proposta dagli autori finisce per confondersi e identificarsi con la più classica contrapposizione tra economie di mercato (in cui la tutela della proprietà privata e dello stato di diritto, dicono, rappresentano i valori centrali della comunità politica) e il resto del mondo.

Al di là dell’enfasi sulle conclusioni, si rileva un livello straordinario di pregiudizio occidentale riguardo alle istituzioni che si considerano efficaci. Soprattutto, come molti politologi occidentali, gli autori fanno fatica a integrare nel loro modello la continua ascesa economica della Cina.

Il libro di Acemoglu e Robinson sostiene sostanzialmente tre tesi principali:

1) le istituzioni inclusive sono la chiave dello sviluppo: “Paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti sono diventati ricchi perché i loro cittadini hanno rovesciato le élite che controllavano il potere e hanno creato una società in cui i diritti politici erano molto più ampiamente distribuiti, in cui il governo era responsabile e rispondeva ai cittadini, e in cui la grande massa della popolazione poteva approfittare delle opportunità economiche”, come si legge nella Prefazione del libro.

2) I cambiamenti istituzionali sono irreversibili e tendono a generare circoli viziosi o virtuosi: le istituzioni tendono a essere auto-rinforzanti. In un sistema inclusivo, i cittadini hanno incentivi a mantenere e rafforzare le istituzioni che garantiscono pari opportunità. In un sistema estrattivo, invece, le élite cercano di perpetuare le strutture che le favoriscono, spesso ostacolando le riforme che potrebbero portare alla crescita economica e alla distribuzione delle risorse.

3) Il ruolo degli snodi critici nella storia: momenti specifici nel percorso di un Paese determinano la convergenza delle istituzioni politiche verso il modello inclusivo o estrattivo. Rivoluzioni, carestie o guerre possono mettere una nazione su un binario o su un altro, in una sorta di “effetto farfalla” dello sviluppo.

Il libro è arricchito da esempi storici, aneddoti e casi studio: dal regno del Congo all’impero britannico, dalla divergenza storica tra le due Coree al confronto tra Stati Uniti e Messico.

Il problema di fondo di questo vasto affresco è che tutto funziona davvero solo a posteriori. Ci sono sempre molte piccole differenze ovunque si guardi, e le teorie istituzionaliste hanno sempre avuto difficoltà a indicare in anticipo quali di queste differenze svolgano un ruolo cruciale nel determinare il successo o il fallimento di una società.

Quando una teoria coincide con i nostri stessi pregiudizi, sembra procedere trionfalmente attraverso la storia, fornendo una risposta per ogni nostra domanda. Il problema emerge quando ci si imbatte in un pezzo del puzzle che non si adatta bene agli altri.

Un esempio è la previsione degli autori sulla Cina. Nel 2012, costoro sostenevano che “la crescita sotto istituzioni politiche estrattive, come in Cina, non porterà a una crescita sostenuta ed è probabile che si esaurisca” (Capitolo 15). A dodici anni di distanza, questa previsione non si è verificata.

E anche se la crescita cinese dovesse finalmente rallentare (ancora oggi parliamo di cifre sopra il 4% del PIL annuo, mentre i Paesi ‘inclusivi’ come Giappone o Germania fanno fatica ad arrivare all’1%), non sarebbe semplice stabilire se ciò dipenda da meccanismi naturali di convergenza tipici delle economie sviluppate o da un qualche difetto fondamentale del sistema politico cinese.

Un altro esempio è la Corea del Sud. Secondo Acemoglu e colleghi, il miracolo economico della Corea del Sud dipende dal fatto che, a differenza del Nord, “la Corea del Sud è un’economia di mercato, costruita sulla proprietà privata” (Capitolo 3).

Tuttavia, questa tesi oggi appare piuttosto screditata, poiché minimizza sistematicamente il ruolo della politica industriale e di uno Stato interventista nel decollo economico della Corea del Sud, e delle altre “Tigri Asiatiche” (senza considerare il fatto che il miracolo economico coreano è figlio diretto anche di una situazione politica costellata da innumerevoli colpi di stato militari dalla fine della guerra con il Nord negli anni '50 ai primissimi anni '90).

Nel complesso, l’affascinante storia istituzionalista di Acemoglu e colleghi sembra funzionare solo quando si è disposti a crederci, ignorando o minimizzando gli elementi che non si adattano al quadro.

In altre parole, ci troviamo di fronte a una “Storia proprio così”, per citare la raccolta di racconti per bambini di Rudyard Kipling: una teoria speculativa, costruita ad hoc e di dubbia validità.

In mancanza di un controfattuale, del resto, per i paladini del libero mercato è facile interpretare i fatti al contrario. Nella loro testa, quando un’economia con chiare tendenze stataliste ha successo, lo fa sempre malgrado l’intervento della politica, mai grazie ad esso.

Sebbene sia indiscutibile che un legame tra sistema politico e crescita economica debba necessariamente esistere – e chi, del resto, lo ha mai messo in dubbio? – la pretesa che la ricetta dello sviluppo occidentale neoliberale sia la Risposta con la ‘R’ maiuscola rappresenta un esempio lampante di pregiudizio culturale.

Oggi, con un’Europa in difficoltà e un mercato globale sempre più frammentato, tale tesi risulta ancora meno credibile di quanto lo fosse dieci o vent’anni fa.

Fonte

Nobel per l’economia ad Acemoglu, un "antimarxista capace di redenzione"

L’accademia svedese delle scienze ha attribuito il premio Nobel per l’economia 2024 a Daron Acemoglu, Simon Johnson e James A. Robinson per l’analisi “dei modi in cui le istituzioni si formano e influenzano la prosperità”. La stella del terzetto è certamente Acemoglu, professore al Mit di Boston, già vincitore della John Bates Clark medal e tra gli economisti più citati in accademia. Acemoglu è anche famoso per una sua celebre battaglia “anti-marxista”, che lo ha portato a contestare il metodo marxiano di ricerca delle “leggi di tendenza” del capitalismo. Ne discutiamo con l’economista Emiliano Brancaccio, tra i principali studiosi italiani delle famigerate “leggi” marxiane, che nel 2021 è stato protagonista di un vivace dibattito in tema proprio con Acemoglu (ora riportato nel libro Democrazia sotto assedio, edito da Piemme).

Professor Brancaccio, chi è Daron Acemoglu e perché ha vinto il Nobel per l’economia?

È un economista piuttosto ortodosso, che tuttavia ha una particolarità. Se guardiamo al suo metodo di indagine, è quello solito degli economisti mainstream: lo studio della società come se fosse composta da individui egoisti e separati tra loro, che puntano a massimizzare la loro felicità sotto il vincolo delle risorse di cui dispongono. La novità di Acemoglu e dei suoi coautori è che utilizzano questa rigida ipotesi di comportamento molto al di là dell’economia, per cercare di studiare anche fenomeni più ampi, tra cui persino lo sviluppo della cultura, delle istituzioni politiche, e addirittura le condizioni di passaggio dalla democrazia alla dittatura. Un metodo che io reputo discutibile, ma che lui ha applicato a campi di ricerca indubbiamente nuovi.

Gli studi di Acemoglu consentono di prevedere se una democrazia può essere sostituita da un regime autoritario?

L’idea di Acemoglu è piuttosto disincantata. Lui ritiene che la democrazia sia forte se le sue “élites” non hanno incentivo a rovesciarla. L’esistenza o meno di questo incentivo dipenderebbe da sei fattori: la forza della società civile, la struttura delle istituzioni politiche, la natura delle crisi politiche ed economiche, il livello di disuguaglianza economica, la struttura dell’economia e l’apertura ai mercati globali. A seconda di come si combinano questi elementi, si determina la forza o la fragilità delle istituzioni democratiche delle diverse nazioni. Con questo approccio lui cerca più che altro di capire la storia passata delle istituzioni dei vari paesi. Di solito non osa fare previsioni sul futuro.

Qualche tempo fa la Fondazione Feltrinelli ospitò un interessante dibattito tra Lei e Acemoglu che toccò anche il tema marxiano delle “leggi di tendenza” del capitalismo. Alla luce di quel dibattito, Lei definirebbe Acemoglu un “anti-marxista”?

Dal punto di vista metodologico è apertamente avverso a Marx. Acemoglu è convinto che date le specificità istituzionali, politiche e culturali di ciascun paese, non sia possibile ricercare una marxiana “legge di tendenza” del capitalismo che possa risultare valida in senso generale. Per questo Acemoglu ha anche criticato un altro grande economista contemporaneo, Thomas Piketty, che invece sta cercando di riabilitare le “leggi” marxiane... Piketty sostiene che esista una “legge” capitalistica in grado di spiegare la crescita delle disuguaglianze degli ultimi decenni. In poche parole, quando profitti e rendite superano il tasso di crescita del reddito, il risultato è che il capitale cresce più velocemente dei salari. È stata definita la “legge dei ricchi che diventano sempre più ricchi”. Acemoglu però non ci crede. Per lui, anche le disuguaglianze seguono i sentieri specifici delle istituzioni delle diverse nazioni. Per questo, ha sostenuto che Piketty non ha dati sufficienti per ricavare una “legge” di disuguaglianza valida in generale.

Lei però ha dichiarato che Acemoglu si sbaglia...

In un paper scritto in collaborazione con Fabiana De Cristofaro, abbiamo utilizzato la stessa tecnica di analisi di Acemoglu per giungere a un risultato opposto al suo: la “legge” di disuguaglianza di Piketty trova nei dati un riscontro piuttosto ampio. È dura da ammettere, ma Piketty ha qualche ragione a dire che stiamo drammaticamente tornando all’Ottocento narrato da Balzac, quando conveniva impegnarsi per un matrimonio di convenienza piuttosto che lavorare sodo per realizzarsi autonomamente.

E sulla centralizzazione dei capitali in sempre meno mani? Cosa pensa Acemoglu di quest’altra fondamentale “legge di tendenza” marxiana?

Anche qui i dati sono piuttosto eloquenti. Dall’inizio del secolo, oltre l’ottanta per cento del capitale azionario mondiale risulta controllato da una percentuale sempre più piccola di grandi azionisti, ormai al di sotto del due percento. È una tendenza che a mio avviso sta favorendo anche gli attuali fenomeni di “recessione democratica”, con la concentrazione del potere economico che alimenta anche una concentrazione del potere politico in poche mani. Stando alla sua impostazione, Acemoglu avrebbe dovuto contestare pure questa “legge” di tendenza. Invece, messo davanti ai dati, ha riconosciuto che il problema esiste. Un “anti-marxista”, senza dubbio, ma capace di redenzione.

Fonte

11/10/2021

Nobel per l'economia 2021, il conformiso tiene ancora banco

Anche i Nobel per l'economia 2021 rientrano tra gli studiosi che erano stati previsti dall'algoritmo bibliometrico di Clarivate. Sulla potenza della bibliometria e sul rischio di conformismo scientifico che porta con sé, rinviamo al nostro: "Il discorso del potere".

Fonte

20/10/2019

Premio Nobel per l’Economia? Basta poco!

Nel commentare il premio Nobel alla coppia Banerjee-Duflo e a Michael Kremer viene in mente questo slogan[1] del comico Giobbe Covatta che allora era impegnato nello sponsorizzare la causa della Ong Amref Health[2]. Il segreto sembra quello di evitare strategie complessive e di dividere il problema della povertà estrema in problemi più specifici dettagliati e gestibili[3].

Una sorta di metodo lillipuziano che migliora pezzo a pezzo la situazione. La Duflo a questo proposito si è paragonata ad un idraulico[4] che applica soluzioni specifiche a problemi specifici, una metafora che ricorda quella dello stagnino usata da Massimo Piattelli Palmarini nel descrivere l’atteggiamento verso la prassi derivante dalle scienze della complessità[5].

Nella motivazione si parla anche del metodo scientifico-sperimentale anche se una cosa è verificare una correlazione tra farmaco, placebo e un malanno ben determinato ed altro è verificarla in relazione ad effetti sociali (su questo fa bene Emiliano Brancaccio a consigliare prudenza[6]).

Qualcuno attribuisce erroneamente alla Duflo[7] l’esperimento keniota del vermifugo che avrebbe aumentato la presenza a scuola dei bambini keniani del 25% con un provvedimento a bassissimo costo (il fatto è accennato anche nella motivazione del premio sul sito ufficiale del Nobel Prize) mentre gli stessi Duflo e Banerjee precisano che l’esperimento è di Kremer[8] ed è qui[9] riportato.

Non si dubita della serietà degli studiosi impegnati in questo discorso e tuttavia vanno analizzate e verificate le considerazioni che si fanno sui dati e la loro rilevanza conoscitiva e pratica. La cautela degli autori verso l’approccio macroeconomico (per non pensare delle critiche tendenzialmente liberiste di Easterly[10] a Myrdal e alla sua impostazione dirigista[11]) può forse portare risultati migliori.

Tuttavia al momento tutte queste novità non cancellano l’impressione deludente che ci viene data dalla motivazione sintetica del premio Nobel ai tre studiosi laddove si parla di “for their experimental approach to alleviating global poverty.“[12].

Si tratta appunto di alleviare. E diamo qualche dato, preso a campione. In Nigeria dal 1975 al 1995 la mortalità infantile si è ridotta del 20% (dal 1970 al 1975 del 36%)[13] mentre nel ventennio successivo si è ridotta del 5%[14].

La speranza di vita dal 1975 al 1995 è aumentata di quasi il 12%, mentre è aumentata poco più del 5% nel ventennio successivo[15]. Il Camerun dal 1980 al 1997 ha vista la mortalità infantile scendere del 40%, mentre dal 2000 al 2017 la discesa è stata del 28%. La speranza di vita dal 1980 al 1997 è salita del 15%, mentre dal 2000 al 2017 del 7%.

Quando spirava il vento dell’ideologia il mondo galoppava mentre nel pieno della globalizzazione le montagne russe dei cicli economici lasciati bellamente a se stessi regalano tendenze medie più deprimenti. Evidentemente le nazioni povere hanno chiamato l’idraulico ma questo si fa ancora pregare.

Note:

[1]https://www.youtube.com/watch?v=ELnBKOwug6I

[2]https://it.wikipedia.org/wiki/AMREF sostanzialmente

[3]https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/2019/press-release/

[4]https://www.lavoce.info/archives/61701/un-nobel-contro-la-poverta/

[5]Piattelli-Palmarini, Massimo, S come cultura, Mondadori, Milano, 1987.

[6]http://www.emilianobrancaccio.it/2019/10/16/il-minimalismo-dei-nobel-2019-una-critica/

[7]https://www.ilsole24ore.com/art/scienza-e-azione-cosi-si-combatte-poverta-ACOCsvr

[8]Banerjee Abhijit, Duflo Ester, L’economia dei poveri, Feltrinelli, Milano, 2012 p.88 e nota

[9]http://cega.berkeley.edu/assets/cega_research_projects/1/Identifying-Impacts-on-Education-and-Health-in-the-Presence-of-Treatment-Externalities.pdf

[10]Easterly, William, La tirannia degli esperti, Laterza, Roma-Bari, 2015, pp. 35-49

[11]Myrdal, Gunnar, Saggio sulla povertà in undici paesi asiatici, Il Saggiatore, Milano, 1971

[12]https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/2019/duflo/facts/

[13]Stato del Mondo 1997, Il Saggiatore, Milano, 1996 pp. 278-279

[14]https://www.indexmundi.com/g/g.aspx?v=29&c=ni&l=it

[15]https://www.indexmundi.com/g/g.aspx?v=30&c=ni&l=it

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19/10/2019

Il capitalismo, il Nobel, il “pensiero unico”

L'economista Emiliano Brancaccio scrive un libro sul Nobel che va (quasi) sempre ai liberisti e in Svezia, di tutta risposta, decidono quest’anno di far vincere tre studiosi della povertà: “L'avevamo previsto”, replica. Di economia e potere – ma anche di Italia e di Europa – hanno discusso all'università Roma Tre con l’autore un Mario Monti in versione progressista e un Giorgio La Malfa keynesiano di ferro: un dibattito frizzante tra due liberali e un marxista.

di Carlo Clericetti

Qualche ora dopo che la Banca di Svezia aveva comunicato i nomi dei vincitori del Nobel per l’economia di quest’anno, il 14 settembre, ad Economia di Roma 3 si è svolto un dibattito di alto livello sul libro di Emiliano Brancaccio e Giacomo Bracci “Il discorso del potere. Il premio Nobel per l’economia tra scienza, ideologia e politica”. Il libro esamina a chi e perché sia stato conferito il riconoscimento: ne emerge che sono stati scelti quasi soltanto studiosi di orientamento neoclassico, quelli comunemente definiti neoliberisti. Persino Jo Stiglitz e Paul Krugman, che oggi avversano quelle dottrine, sono stati premiati per studi precedenti assai più allineati alle teorie dominanti. L’economia, dice Brancaccio, crea “il discorso del potere”, quello che serve per giustificare determinate decisioni, e dunque spesso dal potere è influenzata.

Quest’anno però sono stati premiati studiosi che si occupano di come combattere la povertà, che non sembrerebbero allineati con le posizioni dei potenti. Ma forse la spiegazione è nelle parole di Mario Monti, che ha detto di aver saputo di “un certo nervosismo” a Stoccolma quando si è saputo del libro in preparazione: la scelta può essere stata una risposta indiretta alla critica di Brancaccio e Bracci, un tentativo di dimostrare che non è vero che per vincere il Nobel bisogna essere seguaci del “pensiero unico”.

Un “pensiero unico” che non alberga tra le mura di Economia di Roma 3, ha tenuto a precisare Roberto Ciccone nella sua introduzione: accanto alle teorie dominanti, che non si possono certo ignorare, trovano posto anche pensatori di orientamento assai diverso come Keynes e Sraffa.

E sul pensiero di Keynes si è concentrato l’altro relatore, Giorgio La Malfa. Dapprima ricordando come delineò la differenza fondamentale tra i due grandi filoni di pensiero in cui si dividono gli economisti: gli uni – i classici e neoclassici – postulano che il mercato, seppure nel lungo termine e con errori, tenda all’equilibrio, gli altri – gli “eretici”, tra cui Keynes si colloca – non credono che il sistema sia in grado di auto-regolarsi, e questo implica che lo Stato debba avere un ruolo attivo. Keynes non era però un sostenitore della spesa pubblica purchessia: era anzi fortemente contrario a quella improduttiva, tanto che in un altro scritto sostenne che andava introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio per la spesa corrente (“Cosa diversa da quello che noi abbiamo messo in Costituzione”, ha chiosato La Malfa).

Ma quando è necessario, lo Stato deve essere pronto a sostenere la domanda con investimenti pubblici, anche in deficit. In una situazione di crisi, si può aspettare che nel lungo periodo – forse, perché nessuno può realmente saperlo – torni l’equilibrio? “È meglio sbagliare perché faccio qualcosa oppure perché non faccio nulla?”, si è chiesto retoricamente La Malfa. “A mio parere, è questo, nel mondo, il discrimine tra la sinistra e la destra”.

Monti ha invece ricordato come, negli anni ’70, fosse colpito da due tipi di comportamenti che – ha detto – sarebbero stati all’origine della “grande anomalia italiana, quella del debito pubblico”. La prima, che lo Stato intervenisse nelle trattative sindacati-imprenditori e fosse sempre pronto a colmare con soldi pubblici la differenza tra ciò che gli uni chiedevano e gli altri erano disposti a concedere; la seconda, che la Banca d’Italia, che pure ha sempre meritato la massima stima, fosse disponibile a finanziare con moneta ogni richiesta del Tesoro, pur rinnovando ogni 31 maggio il monito all’equilibrio dei conti pubblici.

Su questo punto, nel dibattito che è seguito, è intervenuta Antonella Stirati. “I dati mostrano che la nostra spesa pubblica si è sempre mantenuta un po’ al di sotto della media europea”, ha detto. “Dunque non è a quello che si deve attribuire l’aumento del debito pubblico, quanto piuttosto alla spesa per interessi. È lecito pensare che, con il cambio legato alla partecipazione allo Sme, i tassi siano stati tenuti elevati per attirare capitali, per mantenere l’equilibrio della bilancia dei pagamenti”. La successiva replica di Monti non è apparsa molto convincente. La questione non è tanto il livello della spesa, ha detto, quanto la sua composizione (e su questo più o meno tutti concordano) e se alla fine si provoca un deficit che fa salire il debito. Giusto, ma allora la conclusione logica avrebbe dovuto essere che non c’era troppa spesa, ma troppo poche entrate.

“Credo di non aver mai usato il termine ‘austerità’ – ha proseguito poi il senatore a vita – anche se a detta di molti l’ho praticata. Certo, il mio governo ha fatto una politica restrittiva, ma in quella situazione, con i mercati che stimavano al 40% la probabilità di default dell’Italia, quale altra scelta sarebbe stata possibile?”. E per sottolineare che aveva agito in quel modo solo perché lo riteneva inevitabile ha raccontato di un colloquio con il coriaceo ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, in cui aveva sostenuto che non investire con tassi a zero o addirittura negativi, come erano in Germania, era anche quello, “non facendo”, un tradire le future generazioni.

Monti ha proseguito nella sua insolita versione progressista osservando che “Una sintesi keynesiana ha bisogno del pungolo del pericolo socialista” e che, dopo la caduta del Muro, il sistema capitalistico aveva dato il peggio di sé; e ha aggiunto di non capire perché partiti che si dicono di sinistra “considerino terribile” usare il sistema fiscale, “cosa che un capitalista americano accetterebbe pienamente”, per ottenere l’uguaglianza dei punti di partenza, con imposte fortemente progressive e anche imposte sul patrimonio. Ha concluso dichiarando di preferire l'Europa del Trattato di Roma, imparziale rispetto alla proprietà pubblica o privata, a quella di Maastricht, che invece favorisce la seconda. Non è importante la proprietà, ha affermato, è importante far rispettare la concorrenza.

“Il professor Monti ha detto qualche giorno fa che ci vorrebbe una Greta per il debito pubblico”, ha ricordato Brancaccio. “Ma io non credo che sarebbe una buona cosa. Danneggiare l’ambiente configura un conflitto tra giovani e anziani, ma applicare la stessa impostazione al debito significa non tener conto della domanda effettiva, e questo può addirittura provocare un rovesciamento della questione: se gli anziani non generano una domanda effettiva sufficiente – diretta agli investimenti, in questo sono anch’io d’accordo – i giovani ne subiranno le conseguenze. E gli investimenti pubblici si possono fare in disavanzo”.

Su un altro punto Brancaccio ha marcato la sua differenza di impostazione. “Dopo il decreto ‘Salva-Italia’ – certo, forzato dalle circostanze – i tassi sul debito esplosero di nuovo, mostrando che il loro andamento non dipende tanto dal debito e dal deficit, quanto piuttosto dalla disponibilità della politica monetaria ad evitare un rischio di cambio, cioè di evitare una rottura dell’euro. Certo, forse senza quella manovra non ci sarebbero state le condizioni politiche che hanno permesso a Draghi di pronunciare il famoso ‘whatever it takes’, e in questo senso potremmo dire che Monti è stato il demiurgo che ha reso possibile quella mossa: sostegno della Banca centrale, ma solo in cambio di politiche restrittive, riforme strutturali, deflazione salariale. Ma chiedo: ora che la politica monetaria ha sparato tutte le sue cartucce, se venisse un’altra crisi si potrebbe ripetere la stessa impostazione? Io credo che una cosa del genere segnerebbe la fine del progetto europeo”.

Prima delle repliche dei relatori è stato dato spazio ad interventi dalla sala. Tra questi, da segnalare quello di Elio Cerrito di Bankitalia, che ha osservato come la storia economica da oltre un secolo a questa parte abbia mostrato che l’intervento pubblico volto alla gestione della domanda è un “elemento essenziale” per la stabilità e il progresso del sistema economico.

Rispondendo agli interventi della sala, Monti ha poi precisato che non è tanto il debito che lo preoccupa, ma quale spesa lo alimenti: non è un problema se è una spesa che genererà una crescita del Pil. Quanto a ridurre il livello delle disuguaglianze, che il senatore giudica esageratamente alte, una tassazione patrimoniale “non sarebbe sovversiva del capitalismo, lo aiuterebbe a continuare a vivere meglio. Da vent’anni si è cominciato a dire che lo Stato ‘mette le mani in tasca’ agli Italiani: questa, secondo me, è la negazione del concetto di Stato”. A Brancaccio ha risposto ricapitolando gli eventi del 2011-12 e ricordando che il “whatever it takes” è stato possibile solo perché si era raggiunto poco prima un accordo politico sulla sua necessità, mettendo in minoranza la Germania che aborrisce quel tipo di politica monetaria.

Di nuovo La Malfa. “Sono convinto che questa Europa non funzioni bene, e anche che non funzionerà meglio. La Germania non cambierà la sua politica, è inutile aspettarci sostegni dall’esterno. Siamo soli, e uscire dall’euro avrebbe un costo elevatissimo. Quindi dobbiamo agire, e non lo stiamo facendo. Non si può pensare di bloccare il debito pubblico e contemporaneamente aumentare gli investimenti, difendere lo Stato sociale e sostenere i redditi, bisogna scegliere. Finora sono stati sacrificati gli investimenti, invece bisognerebbe dire che per qualche tempo i redditi individuali non possono aumentare”.

“Come ha più volte ripetuto Jo Stiglitz – ha osservato Brancaccio nelle conclusioni – il capitalismo può fare a meno della democrazia”. Non è affatto impossibile che le attuali dinamiche economico-sociali possano sfociare in qualche genere di fascismo, come accadde nella prima metà del secolo scorso.

Non è possibile naturalmente in una breve cronaca dar conto di tutte le interessanti argomentazioni esposte dai relatori e negli interventi di un pubblico che era prevalentemente di economisti. Chi però volesse ascoltare tutto il dibattito può trovarlo a questo link.

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La situazione generale deve essere veramente deteriorata se anche soggetti come Monti di fatto si smarcano dal proprio recentissimo passato.

17/10/2019

Brancaccio - Il "minimalismo" dei Nobel 2019

Radio Popolare, 16 ottobre 2019. Esther Duflo e gli altri Nobel per l’economia 2019 hanno elaborato una metodologia tesa a individuare alcune “piccole falle” che possono pregiudicare le politiche di lotta alla povertà basate su penalità e incentivi. Una tecnica di indagine flessibile e in un certo senso eretica sul piano del metodo, che tuttavia nel suo “minimalismo” rischia di risultare fuorviante. Una politica generale di lotta alla povertà e al sottosviluppo potrà infatti provenire solo da un approccio macroeconomico alternativo a quello dominante. Un’intervista a Emiliano Brancaccio, che nel libro “Il discorso del potere. Il premio Nobel per l’economia tra scienza, ideologia e politica” – scritto con Giacomo Bracci – aveva previsto proprio la vittoria della Duflo.


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11/10/2017

Nobel 2017: Thaler e le contraddizioni della “spinta gentile”

Nobel 2017 per le scienze economiche assegnato a Richard Thaler dell’Università di Chicago, per i suoi contributi allo sviluppo dell’economia comportamentale. Una branca di ricerca promettente che tuttavia Thaler non sgancia dall’ideale normativo della teoria neoclassica, generando alcune aporie anche sul terreno delle sue proposte di politica economica. A cominciare dalla “spinta gentile” dei governi per indurre i lavoratori a risparmiare di più e a investire nel mercato azionario, della cui razionalità egli stesso ha dubitato.

Gli appassionati di cinema lo ricorderanno per un fugace cameo ne “La grande scommessa”, discreta pellicola con velleità pedagogiche dedicata alla crisi del 2008. Intorno a un tavolo del blackjack, in un improbabile duetto con l’ex stellina della Disney Selena Gomez, un novello attore dalla chioma candida, un po’ in carne, molto rilassato, descrive con cadenza professorale un tipico esempio di comportamento irrazionale: la gente è indotta a puntare molto su quei giocatori che vincono da diverse mani, sebbene non vi sia alcun motivo di prevedere che siano destinati a spuntarla anche in futuro. Un’illusione che si riscontra sui tavoli da gioco come sui mercati finanziari, e che può creare le premesse per un tracollo economico [1].

L’attore improvvisato si chiama Richard Thaler, che per “i suoi contributi nel campo dell’economia comportamentale” è stato insignito ieri del Nobel per l’Economia 2017 [2]. Ispirato dalle ricerche di due precedenti vincitori del premio, Herbert Simon e Daniel Kahneman, Thaler è stato uno dei pionieri della ricerca psicologica applicata allo studio delle decisioni economiche.

Nell’Università di Chicago, dove insegna da anni, Thaler ha vestito per lungo tempo i panni dell’outsider: mentre Eugene Fama e gli altri suoi colleghi celebravano le teorie neoclassiche del comportamento razionale ed egoistico, lui accumulava prove che tendevano a confutarle. I suoi studi, in particolare, si sono concentrati sull’esistenza di limiti cognitivi, difficoltà di autocontrollo e condizionamenti sociali che rendono l’agire umano ben più complesso rispetto alle stilizzazioni tipiche della teoria neoclassica.

Un celebre caso di limite cognitivo è quello che Tahler definisce “effetto dotazione”: le persone irrazionalmente attribuiscono maggior valore alle cose che già possiedono. Per esempio, supponiamo di mettere degli individui dinanzi a due prospettive: da un lato il rischio insito di contrarre una malattia fulminante con probabilità di 0,001 e dall’altro l’occasione di proporsi come volontari per un esperimento medico che rischia di causare la medesima malattia con la medesima probabilità. La teoria del comportamento razionale stabilisce che essi dovrebbero valutare entrambi gli eventi allo stesso modo, che in pratica consiste nel prezzare una probabilità di morte di 0,001. Invece, le prove empiriche mostrano che i soggetti intervistati valutano le due circostanze in termini molto diversi, e quindi chiedono irrazionalmente una somma di gran lunga maggiore per fungere da volontari nel secondo caso rispetto alla somma che nel primo caso sarebbero disposti a pagare per ottenere una cura contro la malattia. La spiegazione di Thaler è che essi danno molto più valore alla “dotazione di salute” che nel secondo caso possiedono e vendono rispetto alla “dotazione di salute” che nel primo caso potrebbero non avere e che devono quindi acquistare. Questo risultato ha trovato conferme in una varietà di altre indagini piscologiche, e ha indotto Thaler a considerare le dotazioni possedute come un vero e proprio “punto di riferimento” generale intorno al quale gli esseri umani formano obiettivi e decisioni. Si tratta di una significativa presa di distanza rispetto alla teoria neoclassica del comportamento razionale, per la quale simili “punti di riferimento” non dovrebbero avere alcun senso.

Un altro esempio di limite cognitivo è quello che Thaler chiama “contabilità mentale”. Per far fronte alla complessità dei calcoli economici, gli individui tendono a suddividere le loro decisioni di spesa e di risparmio in voci di bilancio separate: casa, cibo, vestiario, conto corrente, obbligazioni, eccetera. Questo espediente semplifica i conteggi ma limita la razionalità, poiché induce le persone a non trasferire risorse da una voce all’altra anche quando sarebbe logico farlo. Per citare un esempio tra tanti, è provato che individui dediti alla prudenza diventano propensi a rischiare di più sulle somme vinte in precedenti scommesse. La ragione è che essi inconsciamente separano tali somme dal resto del loro reddito, per cui gestiscono le une e l’altro in modi del tutto diversi benché tale diversità non abbia motivi razionali per sussistere.

Oltre ai limiti cognitivi Thaler ha modellizzato anche il problema dell’autocontrollo. A suo avviso la psiche umana è governata da un conflitto interiore tra un pianificatore lungimirante e un dissipatore impaziente. Se il Dottor Jekyll che pianifica non è in grado di vincolare il Mister Hyde che dissipa, l’individuo tenderà a prendere decisioni che riducono il suo benessere nel lungo periodo. Ad esempio, egli tenderà a consumare troppo e a risparmiare poco, con effetti deleteri sulle condizioni di vita future.

Ed ancora, Thaler si è soffermato sulla tendenza degli individui ad agire non soltanto in base a pulsioni egoistiche ma anche in virtù di condizionamenti sociali dettati da istanze di equità. Ad esempio, nell’eventualità di un inatteso temporale i consumatori giudicheranno opportunistica la decisione delle imprese di elevare il prezzo degli ombrelli a fronte dell’improvviso aumento di domanda, e quindi eviteranno di acquistare da esse. Dal punto di vista del ristretto interesse egoistico questo comportamento è irrazionale e oltretutto impedisce alle imprese di agire secondo i canoni della teoria neoclassica della domanda e dell’offerta. Eppure si tratta di un atteggiamento riscontrato in un’ampia varietà di circostanze, che secondo Thaler e altri induce gli imprenditori a tenere i prezzi stabili anche in caso di repentini mutamenti delle condizioni di mercato.

Gli avvezzi alle dotte letture critiche osserveranno che in fin dei conti non c’è nulla di particolarmente nuovo sotto il sole di Stoccolma. Dopotutto i limiti dell’autocontrollo erano noti fin dai tempi di Aristotele e furono anche oggetto delle ricerche di Freud. Inoltre, già Adam Smith contemplava tra i moventi delle decisioni umane i condizionamenti sociali dettati da principii di equità. Quanto alla tendenza a separare le varie decisioni di spesa e di risparmio, essa non è concettualmente lontana da quella legge psicologica che nel secolo scorso ispirò in Keynes l’idea di “propensione al consumo”. Infine, la tesi microeconomica di un “punto di riferimento” che governi l’agire umano fa a pugni con l’idea neoclassica dell’individuo razionale e massimizzante, mentre potrebbe conformarsi bene al concetto macroeconomico di “riproduzione” che è alla base delle moderne teorie marxiste del capitalismo e in particolare delle loro interpretazioni althusseriane.

Thaler, che ha memoria storica e non è un rozzo pratictioner, ha più volte tributato a Keynes e ad altri eretici la paternità di alcune idee oggetto dei suoi studi. In molte circostanze, inoltre, ha ingaggiato dispute serrate con vari studiosi neoclassici, evidenziando l’inconsistenza delle loro critiche al suo approccio. Al collega John Cochrane di Chicago, che considerava l’economia comportamentale troppo flessibile per rispettare il canone scientifico della falsificabilità, Thaler a muso duro ha ribattuto che la teoria neoclassica lo è molto di più, dal momento che i suoi esponenti pretendono di adeguarla ai dati empirici tramite ipotesi non verificate sul mutamento nel tempo delle preferenze degli individui. [3]

Nonostante la sua disponibilità a menzionare gli eretici e le sue controversie con i puristi dell’ortodossia neoclassica, sarebbe comunque sbagliato considerare Thaler un critico dell’economia dominante. Sul terreno della filosofia della scienza Thaler si dichiara scettico nei confronti delle rivoluzioni scientifiche, ritenendo più realistici i cambiamenti nella continuità causati dal mero ricambio generazionale degli studiosi. In questo senso, egli considera l’economia comportamentale come una naturale evoluzione della teoria neoclassica. Quest’ultima, non a caso, viene da lui confutata in molti suoi aspetti cruciali ma non per questo viene rigettata. Per Thaler, i modelli neoclassici del comportamento razionale possono esser considerati dei vecchi strumenti a “bassa tecnologia” che non hanno molta rilevanza nell’analisi del mondo reale ma che hanno avuto un ruolo importante per impostare le basi matematiche del discorso scientifico in economia. A suo avviso, quindi, l’equilibrio neoclassico non è un concetto fuorviante ma rappresenta un punto di partenza della ricerca, e in ogni caso costituisce un ideale normativo che dovrebbe guidare le decisioni di politica economica. E’ proprio in quest’ottica che egli imputa il successo dei contributi suoi e di Kahneman alla capacità di formalizzare l’esistenza di “errori” nel comportamento umano e di verificare quindi empiricamente il loro carattere “sistematico” con l’ausilio delle più svariate tecniche di indagine, dalle interviste in laboratorio ai più avanzati strumenti di neuroimaging. Dove gli “errori sistematici”, si badi bene, in molti casi sono espressamente intesi come deviazioni dal comportamento razionale e massimizzante che contraddistingue l’ipotetico homo oeconomicus neoclassico. [4]

L’idea di Thaler di considerare l’economia comportamentale come una naturale progenie della teoria neoclassica gli ha sicuramente permesso di far breccia tra gli economisti del mainstream e ha certamente contribuito a decretare il grande successo dei suoi contributi in campo accademico. La sua visione tuttavia non entusiasmerà quei neuroscienziati che stanno accumulando evidenze sulla incompatibilità di fondo del razionalismo neoclassico con i moderni studi sul funzionamento del cervello, né piacerà agli economisti che considerano la teoria neoclassica viziata da incoerenze logiche. Una volta Robert Solow sostenne che i più accaniti neoclassici contemporanei, da Lucas a Sargent, dovrebbero esser trattati alla stregua di quel matto che si considera Napoleone e che desidererebbe intrattenerci in una discussione sulla battaglia di Austerlitz: così come sarebbe ridicolo cimentarsi con quest’ultimo in un serio confronto sui dettagli tattici di quel conflitto, così è da ritenersi assurdo seguire i primi due in una disputa sulle minuzie tecniche dei loro improbabili modelli [5]. Ebbene, parafrasando Solow, potremmo azzardare che Thaler e gli altri comportamentisti che insistono nel considerare l’equilibrio neoclassico come un ideale normativo, sembrano supporre che il sedicente Napoleone in fondo non sia tanto pazzo ma rappresenti piuttosto un saggio massimizzatore da emulare.

La decisione di stringere l’economia comportamentale nella camicia di forza dell’ideale normativo neoclassico sembra in qualche misura influenzare anche le proposte di politica economica di Thaler. Consideriamo ad esempio il problema dell’innovazione. Per l’economista americano si tratta di un’attività tipica dei privati, che non s'addice alle competenze dello Stato. [6] Questa tesi sembra riflettere un pregiudizio tipico dei teorici neoclassici, che hanno sempre avuto difficoltà nell’inquadrare il processo innovativo nei loro modelli e che non a caso hanno ricevuto critiche documentate dagli studiosi evoluzionisti. [7] Pensiamo poi alla celebre idea di Thaler secondo cui le autorità di policy dovrebbero aiutare con “spinta gentile” gli individui a rimediare alle loro deviazioni dall’ideale normativo del comportamento razionale. [8] Per contrastare la tendenza della popolazione a risparmiare troppo poco e a tenersi troppo alla larga dal mercato azionario, le autorità di governo potrebbero sfruttare l’abitudine inconscia degli individui ad adagiarsi sui “punti di riferimento” rappresentati dallo status quo e ad attivarsi solo raramente per mutarlo. Il legislatore potrebbe in tal senso stabilire che i lavoratori siano iscritti a determinati piani di investimento finanziario per default, ossia in modo automatico, a meno che gli stessi lavoratori non esigano espressamente che ciò non avvenga. Questa sorta di “paternalismo libertario”, come lo chiama Thaler, preserva il principio della libera decisione caro alla cultura anglosassone ma al tempo stesso consente alle autorità di accrescere i risparmi e la capitalizzazione di borsa fino ai valori ideali di “equilibrio”. Aumenterebbe così il benessere di lungo periodo della popolazione, al di là del livello che sarebbe raggiunto in assenza della “spinta gentile” del governo.

Adottate in varie salse negli Stati Uniti e nel Regno Unito, le “spinte gentili” di Thaler hanno trovato qualche applicazione anche nell’Europa continentale e in Italia. Tuttavia, gli auspicati effetti sul volume totale di risparmio, sulla capitalizzazione di borsa e soprattutto sul benessere collettivo sono risultati piuttosto incerti, per usare un eufemismo. A pensarci bene, lo stesso Thaler potrebbe trarre dalle sue letture e dai suoi stessi studi le ragioni degli scarsi risultati delle politiche da lui suggerite. Dopotutto, lui che ha manifestato grande apprezzamento verso la General Theory di Keynes, ricorderà certamente che una delle tesi chiave di quell’opera è che un aumento della propensione al risparmio degli individui non necessariamente accresce il risparmio totale, ma addirittura potrebbe deprimerlo. Ma soprattutto, riguardo all’idea che un aumento dei flussi di reddito destinati al mercato azionario aumenterebbe il benessere collettivo, gli stessi studi di Thaler sollevano dubbi su tale proposizione. Basti ricordare che uno dei risultati più interessanti delle sue ricerche si muove lungo il solco dei fondamentali contributi di Robert Shiller in materia, e riguarda i dubbi sulla capacità del mercato finanziario di assegnare ai titoli un prezzo “giusto”. Ai profani Thaler usa spiegare questo risultato con un pittoresco aneddoto. All’indomani della decisione di Obama di allentare l’embargo e migliorare le relazioni con Cuba, un fondo mutualistico denominato CUBA fece registrare un improvviso ed enorme aumento dei rendimenti, che dura ancora oggi. Il bello è che, a dispetto del nome, quel fondo non aveva niente a che fare con l’isola socialista: nessun investimento, nessun finanziamento, nulla di nulla che riguardasse l’arcipelago caraibico. [8] Per Thaler questo è uno dei tanti indizi di irrazionalità del mercato finanziario. Se però egli reputa attendibili questi indizi, quale sia allora il senso delle “spinte gentili” da lui e da altri invocate per far precipitare i riluttanti lavoratori in quel luccicante manicomio dei prezzi che è la borsa resta un affascinante mistero.

Emiliano Brancaccio - Università del Sannio

Note:
[1] The Big Short (2015). Directed by Adam McKay with Christian Bale, Steve Carell, Ryan Gosling. Paramount pictures. https://www.youtube.com/watch?v=A25EUhZGBws.
[2] I riferimenti alle pubblicazioni scientifiche di Thaler sono riportati in: Committee for the Prize in Economic Sciences in Memory of Alfred Nobel (2017), Richard Thaler: integrating economics with psychology, Royal Swedish Academy of Sciences, October 9.
[3] John Cassidy (2010), Interview with Richard Thaler, The New Yorker, January 21.
[4] Douglas Clement (2013), Interview with Richard Thaler, The Region, September.
[5] Klamer A. (1984). The new classical macroeconomics. Conversations with the new classical economists and their opponents, Brighton: Wheatsheaf Books.
[6] Richard Thaler (2009), A Public Option Isn’t a Curse, or a Cure, New York Times, August 15.
[7] Giovanni Dosi, Massimo Egidi (1991), Substantive and procedural Uncertainty. An exploration of economic behavior in changing environments, Journal of Evolutionary Economics, 1(2). Mariana Mazzuccato (2014), Lo stato innovatore, Laterza.
[8] Richard Thaler, Cass R. Sunstein (2009). Nudge. La spinta gentile. Feltrinelli.
[9] James Guszcza (2016). The importance of misbehaving. A conversation with Richard Thaler, Deloitte Review, 18.

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11/10/2016

Nobel 2016: dalla teoria dei contratti alla realtà della crisi

Il Nobel 2016 per l’economia va a Oliver Hart e Bengt Holmström, per i loro contributi alla teoria dei contratti. Ma per uscire dalla crisi la ricerca di “ottimali” negoziazioni di mercato tra privati non basta: occorre un “market maker” pubblico.

di Emiliano Brancaccio

Oliver Hart, nato nel 1948 a Londra e docente ad Harvard, e Bengt Holmström, nato nel 1949 ad Helsinki e docente al MIT di Boston, sono i vincitori del premio Nobel 2016 per l’economia. I due studiosi sono stati premiati dall’Accademia svedese delle scienze “per i loro contributi alla teoria dei contratti”, quel campo della ricerca economica che studia le determinanti delle diverse forme contrattuali e i modi in cui la stipula di un contratto possa condurre a risultati più o meno ottimali, per le parti e per la collettività nel suo complesso [1].

Un tipico problema analizzato dalla teoria dei contratti è quello che si pone quando il mandante di un determinato incarico non sia in grado di verificare con precisione se e in che misura il mandatario si impegni ad assolverlo. Ossia la prestazione dell’agente, come si dice in gergo, non è direttamente osservabile da chi lo abbia assunto. Questa circostanza si definisce “asimmetria informativa” ed è frequente in moltissimi rapporti contrattuali, come ad esempio quelli tra azionisti e manager di un’impresa. Considerato che l’attività del manager è difficilmente osservabile, in che modo gli azionisti possono indurlo a impegnarsi per massimizzare i loro profitti? Una soluzione contrattuale potrebbe consistere nel collegare la remunerazione del manager all’andamento dei prezzi delle azioni dell’impresa: se i prezzi salgono la paga sale, e viceversa. A Wall Street questo sistema è utilizzato spesso, ma presenta un serio inconveniente: dato che i prezzi azionari sono ampiamente influenzati da fattori indipendenti dal comportamento del manager, la sua paga finirà per dipendere dalla sua fortuna molto più che dalla sua abilità. Nel 1979 Holmstrom suggerì un possibile rimedio: per ridurre l’influenza del caso il manager potrebbe esser pagato sulla base del rapporto tra i prezzi azionari dell’impresa che egli guida e i prezzi di imprese simili che non siano sotto il suo controllo [2]. In seguito, assieme ad altri colleghi, l’economista finlandese ha proposto varianti sempre più complesse di questa soluzione. La realtà, tuttavia, sembra situarsi sempre un passo avanti rispetto alle architetture contrattuali suggerite dalla teoria. Basti pensare a una circostanza di cui molto si è discusso dopo la crisi finanziaria del 2008: quella in cui gli stessi manager intervengono sul mercato allo scopo di gonfiare il valore delle azioni d’impresa così da accrescere la loro paga. In casi del genere il criterio di Holmstrom non aiuta: anzi, il rapporto tra il prezzo dell’impresa e i prezzi di imprese simili costituisce una misura non tanto dell’impegno del manager quanto piuttosto del suo azzardo.

Il problema dell’osservazione della performance della controparte non è tuttavia l’unico affrontato dalla teoria dei contratti. Una questione ancor più rilevante è quella che riguarda i cosiddetti “contratti incompleti”, vale a dire quelle situazioni in cui le parti non sono in grado di definire in dettaglio tutti i termini contrattuali. Oliver Hart, in collaborazione con Grossman e Moore, ha sostenuto che un contratto, sebbene incompleto, dovrebbe chiarire almeno chi abbia il diritto di decidere nel caso in cui emerga una controversia tra le parti. L’assegnazione di tale diritto è cruciale, poiché essa stabilirà quale delle parti abbia incentivo a impegnarsi e ad investire nell’attività e quale invece sia disincentivata [3]. Un contributo di ricerca, in questo senso, è consistito nel definire un criterio efficiente di assegnazione dei diritti di proprietà del capitale lungo una determinata filiera produttiva. Si pensi ad esempio a un’attività innovativa che richieda l’uso di macchine e che debba poi avvalersi di un canale distributivo. Nelle mani di chi dovrà concentrarsi la proprietà di queste tre attività? La risposta è che l’intera proprietà andrebbe assegnata all’innovatore, ossia al soggetto che svolge il compito più difficile da inquadrare dettagliatamente all’interno di un contratto. E’ a lui che occorre assegnare il reddito netto della filiera, perché solo in tal modo si può sperare che l’attività innovativa, pur in assenza di vincoli contrattuali, sia realizzata nel modo più efficiente. Seguendo questo ragionamento, dunque, in generale la proprietà dovrebbe essere assegnata a chi dispone di competenze difficilmente negoziabili. Da questa linea di pensiero è scaturito il cosiddetto “nuovo approccio ai diritti di proprietà”, un filone di ricerca che ha goduto di notevole seguito. Non tutti però hanno condiviso in pieno questa impostazione. E’ stato osservato, ad esempio, che soprattutto nel campo della proprietà intellettuale possono attivarsi dei processi cumulativi poco piacevoli: che si tratti di singole imprese o di interi paesi, i soggetti maggiormente dotati di diritti di proprietà intellettuale tenderanno a sviluppare ulteriori abilità nella produzione di diritti di proprietà intellettuale, mentre chi non dispone di tali diritti sarà anche disincentivato a produrne, con conseguenti divergenze tra ricchi e poveri persino più gravi rispetto a quelle causate dai divari nelle dotazioni di capitale fisico. In altre parole, l’assegnazione del diritto influisce sulla maggiore o minore crescita della capacità di innovare, rendendo il problema dell’allocazione ottimale della proprietà ancor più complesso di quanto la teoria prevalente induca a ritenere [4].

L’assegnazione dei diritti di proprietà, per Hart, può rappresentare anche un criterio razionale per tracciare il confine economico tra pubblico e privato. L’intervento statale, a suo avviso, non è in grado di garantire una gestione efficiente proprio perché esso esclude una precisa assegnazione delle proprietà e dei connessi diritti di decisione. Per questo motivo, può esser conveniente estendere l’azione del privato ad ambiti tradizionalmente di competenza dello stato, come la gestione degli ospedali, delle scuole e persino delle prigioni [5]. Per fortuna, anche per Hart l’estensione della mano privata ha un limite. Quando l’operatore privato sia incentivato a investire soprattutto nell’abbattimento dei costi anziché nell’incremento della qualità, è opportuno che lo Stato faccia un passo avanti e lo sostituisca. Un esempio increscioso, citato dall’Accademia svedese delle scienze, è offerto dalle carceri che negli Stati Uniti sono oggi possedute e gestite da privati. A causa tra l’altro di una sistematica tendenza a tagliare i costi, esse versano in un degrado tale che dovrebbe costituire un motivo di ripensamento anche per il più accanito dei liberisti.

La strenua ricerca di meccanismi negoziali in grado di risolvere le asimmetrie di informazione o l’incompletezza dei contratti potrebbe essere interpretata, in fin dei conti, come un continuo esercizio intellettuale teso a preservare la libertà dei privati di negoziare e ad evitare il ricorso all’intervento statale. In effetti non mancano casi in cui, in termini più o meno espliciti, i vincitori del Nobel 2016 per l’economia hanno rivelato simili orientamenti ideologici. Anche per loro, tuttavia, la grande crisi del 2008 ha rappresentato una sorta di spartiacque, che sembra avere fortemente ridimensionato la loro fiducia nell’efficienza relativa dei meccanismi negoziali tra privati. In una recente relazione per la Banca dei regolamenti internazionali, Holmstrom è giunto a diffidare di quelle soluzioni anti-crisi che si basino su mere invocazioni alla trasparenza del mercato [6]. L’idea che i privati debbano conoscere con precisione le posizioni finanziarie delle controparti che abbiano emesso titoli, in alcuni casi potrebbe dar luogo a un aggravamento della crisi anziché a un recupero della fiducia. Nella medesima ottica Holmstrom ha invece elogiato la celebre frase di Mario Draghi: “faremo tutto ciò che è necessario per preservare l’euro e, credetemi, sarà sufficiente”, proprio per la sua estrema opacità. Per l’economista finlandese, l’indefinitezza di quella dichiarazione ha impedito che gli operatori privati facessero troppi calcoli sulla sostenibilità dell’impegno del banchiere centrale a difendere l’euro, e ha consentito di creare intorno alla moneta unica una convergenza di vedute fondata su una “simmetrica ignoranza” tra tutte le parti. Nel difendere una chiave di lettura così spregiudicata Holmstrom non ha esitato a citare Machiavelli. In effetti, a ben guardare, questa sua è una concezione della politica monetaria molto poco convenzionale, e molto prossima alle visioni eterodosse del banchiere centrale come “market maker”, una sorta di moderno principe del mercato.

Naturalmente, nessuno ritiene che la sola opacità del banchiere centrale consenta di salvaguardarci da nuove crisi. Entrambi i premi Nobel sostengono, al contrario, che per affrontare le future turbolenze c’è bisogno di interventi ben più ampi, e per certi versi eretici. E’ interessante citare, a questo riguardo, un recente contributo di Hart e Zingales in tema di crisi bancarie [7]. La tesi dei due autori è che presso le banche tendono a concentrarsi le attività finanziarie di quei soggetti che hanno maggiori esigenze di liquidità. Per questo motivo una crisi bancaria è diversa da ogni altra crisi, poiché sottrae liquidità proprio ai soggetti che ne hanno più bisogno, e quindi inevitabilmente determina una propagazione dei suoi effetti e un connesso crollo della domanda aggregata. Un intervento statale deve pertanto ritenersi inesorabile e urgente, per ricapitalizzare le banche in difficoltà, per salvaguardare i depositanti da eventuali perdite e per rilanciare la domanda. Questa soluzione viene oggi con un certo imbarazzo sostenuta persino da coloro che qualche anno fa, in nome del libero mercato, plaudirono improvvidamente al fallimento di Lehman Brothers. Si tratta però di una soluzione scomoda, che denuda la finanza privata rivelando il suo estremo bisogno, nei momenti di crisi, di ricorrere ai salvataggi statali. Ogni volta che si compie un passo lungo questa via politica, diventa sempre più difficile placare le voci di popolo contro l’andazzo “della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite”.

[1] Committee for the Prize in Economic Sciences in Memory of Alfred Nobel (2016). Oliver Hart and Bengt Holmstrom: Contract Theory. Cfr. anche: Royal Swedish Academy of Sciences (2016). The Prize in Economic Sciences: popular science background.

[2] Holmstrom B. (1979). Moral Hazard and Observability, Bell Journal of Economics, 10.

[3] Grossman, S., O. Hart (1983a): An Analysis of the Principal-Agent Problem, Econometrica, 51. Hart, O., J. Moore (1990): Property Rights and the Nature of the Firm, Journal of Political Economy, 98.

[4] Pagano U., M.A. Rossi (2004). Incomplete Contracts, Intellectual Property and Institutional Complementarities, European Journal of Law and Economics, 18.

[5] Hart, O., A. Shleifer, and R. Vishny (1997): The Proper Scope of Government: Theory and an Application to Prisons, Quarterly Journal of Economics, 112.

[6] Holmstrom, B. (2015). Understanding the role of debt in the financial system, BIS Working Papers, 479.

[7] Hart, O., L. Zingales (2014). Banks are where the liquidity is, NBER Working paper n. 20207.

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13/10/2015

Deaton, un Nobel allo sfruttamento senza speranze di riscatto

Non molti si interessano di sapere chi riceve annualmente il Nobel per l'economia, troppe volte andato a oscuri specialisti di oscuri anfratti econometrici quasi mai rivelatori dei meccanismi fondamentali del sistema capitalistico (altre economie non ne esistono più).

E invece l'assegnazione rivela sempre una ideologia momentaneamente prevalente. Il premio a Paul Krugman, per esempio, aveva svelato una qualche nostalgia per i "bei tempi" keynesiani. Ma poi ci si deve esser resi conto che era inutile coltivare questa nostalgia in tempi di globalizzazione (anche questa ormai seppellita da mega-trattati che disegnano aree economiche in feroce competizione reciproca, ma in nome del "libero scambio). Per un motivo semplice: una politica keynesiana richiede un intervento statale forte. Ma se il sistema produttivo è globalizzato potrebbe metterla in atto solo uno "stato mondiale" di cui non si vedono neanche le premesse idealistiche.

Dunque il pendolo ideologico dei selezionatori è tornato al più realistico "buon senso" liberista, scegliendo un teorico della disuguaglianza come "astuzia della storia", quindi dello sfruttamento come "necessità" che non potrà mai esser superata.

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La disuguaglianza? Un carburante necessario

il manifesto, 13 ottobre 2015

Il Nobel 2015 per l’economia assegnato allo scozzese Angus Deaton, per i suoi studi sul consumo, sulla povertà e sul benessere. Fautore di una macroeconomia fondata sull’analisi del comportamento razionale dei singoli individui, le sue analisi empiriche hanno spesso smentito i suoi stessi postulati. Sebbene impegnato nella lotta alla povertà nei paesi meno sviluppati, ha attribuito alla disuguaglianza un ruolo di traino dello sviluppo.

di Emiliano Brancaccio
L’Accademia reale svedese delle scienze ha assegnato il premio Nobel 2015 per l’Economia allo scozzese Angus Deaton, docente negli Stati Uniti presso l’Università di Princeton, per i suoi studi dedicati all’analisi dei consumi, della povertà e del benessere [1].

Nato a Edinburgo nel 1945, Deaton ha dedicato buona parte della sua attività di ricerca all’arduo compito di sciogliere uno dei nodi chiave dell’individualismo metodologico, sul quale la teoria neoclassica dominante tuttora si basa: indagare sull’andamento di grandi variabili aggregate, come la composizione della domanda di beni o l’andamento nel tempo del consumo nazionale, partendo sempre da un’analisi del comportamento dei singoli individui. Per questo scopo, assieme a Muellbauer, Deaton elaborò nel 1980 il cosiddetto “sistema di domanda quasi ideale”. Per la sua notevole duttilità, questo criterio ha risolto vari problemi di aggregazione degli approcci precedenti e costituisce tuttora un punto di riferimento per la ricerca economica sulle decisioni di consumo. Esso tuttavia lascia irrisolta una questione rilevante, appena accennata dall’Accademia svedese delle scienze. Questo intero filone di studi poggia infatti sull’ipotesi di razionalità individuale tipica della teoria prevalente. Si suppone, ad esempio, che i consumatori non siano affetti da illusione monetaria, per cui un aumento di tutti i prezzi accompagnato da un pari aumento del reddito destinato ai consumi non dovrebbe modificare le loro decisioni di spesa. Deaton ha giustamente insistito sull’opportunità di concepire sistemi di analisi della domanda che consentano di verificare se l’assunzione di razionalità dei singoli individui trovi conferma nei dati. Il problema è che le verifiche empiriche effettuate da lui e da molti altri, al riguardo, tendono a smentire tale ipotesi. Un risultato che non crea alcuna difficoltà ai filoni di ricerca alternativi che rifiutano a monte l’individualismo metodologico e l’ipotesi di comportamento razionale, ma che determina invece notevoli complicazioni per la teoria neoclassica prevalente.

Negli anni più recenti Deaton ha concentrato i suoi studi nell’ambito dell’analisi della povertà e del benessere nei paesi meno sviluppati. In collaborazione con la Banca Mondiale, egli ha realizzato varie indagini dedicate alla raccolta e alla elaborazione di dati sui comportamenti di consumo delle famiglie. Tali ricerche, tra l’altro, hanno contribuito a definire criteri consolidati di calcolo degli standard di vita a livello mondiale. La difficoltà principale di questi studi riguarda l’annoso problema della carenza di dati disponibili, specialmente nei paesi più poveri. Per superare questo ostacolo Deaton ha dovuto ideare diverse strategie. Una prova della sua inventiva è rappresentata dal modo in cui cercò di verificare se fosse vero che nei paesi più poveri le famiglie tendono sistematicamente a discriminare le figlie femmine rispetto ai figli maschi. In assenza di dati diretti sulla ripartizione delle risorse tra i generi all’interno di ciascun nucleo familiare, egli suggerì il seguente criterio empirico: se alla nascita di un figlio maschio il consumo totale degli adulti della famiglia tende a contrarsi di più rispetto al caso in cui nasce una figlia femmina, ciò può indicare che al maschio vengono assegnate maggiori risorse. Adottando questa metodologia, è stato rilevato che tale discriminazione di genere, pur non essendo sistematica, trova conferme nelle fasi in cui le famiglie sono colpite da eventi avversi.

Nelle dispute sulla politica economica Deaton è intervenuto in varie occasioni, soprattutto attraverso le sue “Letters from America” pubblicate periodicamente dalla Royal Economic Society britannica [2]. Allo scoppio della crisi del 2008 egli appoggiò la politica di rilancio della domanda di merci avviata da Obama e criticò gli economisti vicini al partito repubblicano che la avversavano. La sua visione politica generale, tuttavia, è emersa più chiaramente nel 2013 a seguito della pubblicazione del libro “The great escape”, in cui celebra la “grande fuga” dalla povertà che ha caratterizzato gran parte dell’economia mondiale negli ultimi due secoli e mezzo. In varie parti del volume Deaton sembra abbandonare l’aplomb dell’accademico di rango per rispolverare una vecchia, confutatissima apologia del capitalismo concorrenziale, secondo cui la disuguaglianza costituirebbe un carburante necessario dello sviluppo economico: «Se un governo assicurasse a ciascuno lo stesso reddito, la gente lavorerebbe molto meno e di conseguenza persino i più poveri starebbero peggio che in un mondo che ammette le diseguaglianze» [3]. Da qui alla tipica esortazione dei repubblicani americani, di lasciare in pace i ricchi e di accontentarsi delle briciole che cadranno (si spera) dalla loro tavola, in effetti poco ci manca.


Note:
[1] Committee for the Prize in Economic Sciences in memory of Alfred Nobel, Angus Deaton: Consuption, Poverty and Welfare, Royal Svedish Academy of Sciences, 2015.

[2] Angus Deaton, Letters from America, Royal Economic Society, 1996-2015.

[3] Angus Deaton, The Great Escape: Healt, Wealth and the Origins of Inequality, Princeton University Press 2013 (trad. it. La grande fuga, Il Mulino 2015)

Fonte

18/10/2013

Un Nobel per l'economia alla frutta

Lo scarto tra teoria economiche e teoria fisica non potrebbe essere più grande. Nell'anno in cui il Nobel arriva a premiare i due fisici teorici che avevano ipotizzato il "bosone che permette alle particelle di avere massa" - Peter Higgs e François Englert - lo stesso premio cala su tre economisti "empirici", di quelli col naso attaccato a un singolo movimento (in questo caso i prezzi degli asset e la relativa valutazione del rischio di investimento), che non alzano mai lo sguardo a una visione d'insieme dei processi.

Tutti e tre statunitensi, ovviamente: Eugene F. Fama, nato nel 1939 a Boston, docente all'università di Chicago; Lars Peter Hansen, nato nel 1952 a Minneapolis, anch'egli a Chicago; e Robert J. Shiller, nato nel 1946 a Detroit, docente a Yale. Insomma: due Chicago boys e un formatore di figli di papà molto, ma molto, ricchi. Si capisce che proprio a questi figli è decisivo insegnare "la valutazione del prezzo degli asset e anche del rischio".

Battute a parte, è il livello scientifico minimo - "empirista" non è un complimento, in questo ambito - quello che sconcerta. Si capirebbe meglio un premio consegnato a qualcuno in grado di dare una spiegazione - anche parziale - di una crisi economico-finanziaria entrata ormai nel suo settimo anno di vita (l'esplosione della "bolla dei mutui subprime" è dell'agosto 2007, sei anni e due mesi fa). Qualcuno insomma in grado di dare un senso a quel che economicamente viene descritto ogni giorno come "inevitabile" fare, anche se i risultati positivi si allontanano nel tempo, invece di avvicinarsi.

Invece no. Si premia chi non cerca "spiegazioni generali", ma chi si rifiuta di darne. Il movimento dei prezzi e le valutazioni dei rischi, va da sé, sono oggetti di indagine in perenne oscillazione, anche violentissima (quanti titoli godevano ancora della "tripla A" al momento  in cui sono diventati "spazzatura"? e non stiamo parlando soltanto di Enron o Lehmann Brothers...). Si possono ovviamente determinare dei margini statistici di oscillazione, quelle misure che tanto appassionano gli investitori di borsa ("soglie psicologiche", "resistenze", ecc); numeretti destinati a saltare come birilli quando i processi di crisi esplodono sui mercati.

Per esempio: chi è in grado di quantificare la dimensione dello tsunami finanziario di un eventuale - ancora improbabile, ma non più impossibile - default tecnico degli Stati Uniti? E chi aveva in qualche modo "previsto" le ondate di feedback di una "crisi pilotata" come quella che ha investito uno dei più piccoli paesi europei, ovvero la Grecia?

Niente da fare. Gli economisti "seri", quelli che aderiscono senza fiatare alla "teoria standard", non si fanno queste domande. Il loro lavoro di ricerca, "empirico", si limita alla "consulenza tecnica" di breve momento.

E come diceva quello che hanno messo ormai fuori legge - il tenero Keynes - "sul lungo periodo saremo tutti morti". Quindi, perché chiedersi il perché delle cose? Basta aspettare che ti arrivino addosso...

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