Nobel 2017 per le scienze economiche assegnato a Richard
Thaler dell’Università di Chicago, per i suoi contributi allo sviluppo
dell’economia comportamentale. Una branca di ricerca promettente che
tuttavia Thaler non sgancia dall’ideale normativo della teoria
neoclassica, generando alcune aporie anche sul terreno delle sue
proposte di politica economica. A cominciare dalla “spinta gentile” dei
governi per indurre i lavoratori a risparmiare di più e a investire nel
mercato azionario, della cui razionalità egli stesso ha dubitato.
Gli appassionati di cinema lo ricorderanno per un fugace cameo ne “La grande scommessa”, discreta pellicola con velleità pedagogiche dedicata alla crisi del
2008. Intorno a un tavolo del blackjack, in un improbabile duetto con
l’ex stellina della Disney Selena Gomez, un novello attore dalla chioma
candida, un po’ in carne, molto rilassato, descrive con cadenza
professorale un tipico esempio di comportamento irrazionale: la gente è
indotta a puntare molto su quei giocatori che vincono da diverse mani,
sebbene non vi sia alcun motivo di prevedere che siano destinati a
spuntarla anche in futuro. Un’illusione che si riscontra sui tavoli da
gioco come sui mercati finanziari, e che può creare le premesse per un tracollo economico [1].
L’attore improvvisato si chiama Richard Thaler, che per “i suoi contributi nel campo dell’economia comportamentale” è stato insignito ieri del Nobel per l’Economia 2017 [2]. Ispirato dalle ricerche di due precedenti vincitori del premio, Herbert Simon e Daniel Kahneman, Thaler è stato uno dei pionieri della ricerca psicologica applicata allo studio delle decisioni economiche.
Nell’Università di Chicago, dove insegna da anni, Thaler ha vestito per lungo tempo i panni dell’outsider: mentre Eugene Fama e gli altri suoi colleghi celebravano le teorie neoclassiche del comportamento razionale ed egoistico, lui accumulava prove che tendevano a confutarle. I suoi studi, in particolare, si sono concentrati sull’esistenza di limiti
cognitivi, difficoltà di autocontrollo e condizionamenti sociali che
rendono l’agire umano ben più complesso rispetto alle stilizzazioni
tipiche della teoria neoclassica.
Un celebre caso di limite cognitivo è quello che Tahler definisce “effetto dotazione”:
le persone irrazionalmente attribuiscono maggior valore alle cose che
già possiedono. Per esempio, supponiamo di mettere degli individui
dinanzi a due prospettive: da un lato il rischio insito di contrarre una
malattia fulminante con probabilità di 0,001 e dall’altro l’occasione
di proporsi come volontari per un esperimento medico che rischia di
causare la medesima malattia con la medesima probabilità. La teoria del
comportamento razionale stabilisce che essi dovrebbero valutare entrambi
gli eventi allo stesso modo, che in pratica consiste nel prezzare una
probabilità di morte di 0,001. Invece, le prove empiriche mostrano che i
soggetti intervistati valutano le due circostanze in termini molto
diversi, e quindi chiedono irrazionalmente una somma di gran lunga
maggiore per fungere da volontari nel secondo caso rispetto alla somma
che nel primo caso sarebbero disposti a pagare per ottenere una cura
contro la malattia. La spiegazione di Thaler è che essi danno molto più
valore alla “dotazione di salute” che nel secondo caso possiedono e
vendono rispetto alla “dotazione di salute” che nel primo caso
potrebbero non avere e che devono quindi acquistare. Questo risultato ha
trovato conferme in una varietà di altre indagini piscologiche, e ha
indotto Thaler a considerare le dotazioni possedute come un vero e
proprio “punto di riferimento” generale intorno al quale gli esseri
umani formano obiettivi e decisioni. Si tratta di una significativa
presa di distanza rispetto alla teoria neoclassica del comportamento
razionale, per la quale simili “punti di riferimento” non dovrebbero
avere alcun senso.
Un altro esempio di limite cognitivo è quello che Thaler chiama “contabilità mentale”.
Per far fronte alla complessità dei calcoli economici, gli individui
tendono a suddividere le loro decisioni di spesa e di risparmio in voci
di bilancio separate: casa, cibo, vestiario, conto corrente,
obbligazioni, eccetera. Questo espediente semplifica i conteggi ma
limita la razionalità, poiché induce le persone a non trasferire risorse
da una voce all’altra anche quando sarebbe logico farlo. Per citare un
esempio tra tanti, è provato che individui dediti alla prudenza
diventano propensi a rischiare di più sulle somme vinte in precedenti
scommesse. La ragione è che essi inconsciamente separano tali somme dal
resto del loro reddito, per cui gestiscono le une e l’altro in modi del
tutto diversi benché tale diversità non abbia motivi razionali per
sussistere.
Oltre ai limiti cognitivi Thaler ha modellizzato anche il problema dell’autocontrollo.
A suo avviso la psiche umana è governata da un conflitto interiore tra
un pianificatore lungimirante e un dissipatore impaziente. Se il Dottor
Jekyll che pianifica non è in grado di vincolare il Mister Hyde che
dissipa, l’individuo tenderà a prendere decisioni che riducono il suo
benessere nel lungo periodo. Ad esempio, egli tenderà a consumare troppo
e a risparmiare poco, con effetti deleteri sulle condizioni di vita
future.
Ed ancora, Thaler si è soffermato sulla tendenza degli individui ad
agire non soltanto in base a pulsioni egoistiche ma anche in virtù di condizionamenti sociali
dettati da istanze di equità. Ad esempio, nell’eventualità di un
inatteso temporale i consumatori giudicheranno opportunistica la
decisione delle imprese di elevare il prezzo degli ombrelli a fronte
dell’improvviso aumento di domanda, e quindi eviteranno di acquistare da
esse. Dal punto di vista del ristretto interesse egoistico questo
comportamento è irrazionale e oltretutto impedisce alle imprese di agire
secondo i canoni della teoria neoclassica della domanda e dell’offerta.
Eppure si tratta di un atteggiamento riscontrato in un’ampia varietà di
circostanze, che secondo Thaler e altri induce gli imprenditori a
tenere i prezzi stabili anche in caso di repentini mutamenti delle
condizioni di mercato.
Gli avvezzi alle dotte letture critiche osserveranno che in fin dei
conti non c’è nulla di particolarmente nuovo sotto il sole di Stoccolma.
Dopotutto i limiti dell’autocontrollo erano noti fin dai tempi di
Aristotele e furono anche oggetto delle ricerche di Freud. Inoltre, già Adam Smith
contemplava tra i moventi delle decisioni umane i condizionamenti
sociali dettati da principii di equità. Quanto alla tendenza a separare
le varie decisioni di spesa e di risparmio, essa non è concettualmente
lontana da quella legge psicologica che nel secolo scorso ispirò in Keynes l’idea
di “propensione al consumo”. Infine, la tesi microeconomica di un
“punto di riferimento” che governi l’agire umano fa a pugni con l’idea
neoclassica dell’individuo razionale e massimizzante, mentre potrebbe
conformarsi bene al concetto macroeconomico di “riproduzione” che è alla base delle moderne teorie marxiste del capitalismo e in particolare delle loro interpretazioni althusseriane.
Thaler, che ha memoria storica e non è un rozzo pratictioner, ha più
volte tributato a Keynes e ad altri eretici la paternità di alcune idee
oggetto dei suoi studi. In molte circostanze, inoltre, ha ingaggiato
dispute serrate con vari studiosi neoclassici, evidenziando
l’inconsistenza delle loro critiche al suo approccio. Al collega John Cochrane
di Chicago, che considerava l’economia comportamentale troppo
flessibile per rispettare il canone scientifico della falsificabilità,
Thaler a muso duro ha ribattuto che la teoria neoclassica lo è molto di
più, dal momento che i suoi esponenti pretendono di adeguarla ai dati
empirici tramite ipotesi non verificate sul mutamento nel tempo delle
preferenze degli individui. [3]
Nonostante la sua disponibilità a menzionare gli eretici e le
sue controversie con i puristi dell’ortodossia neoclassica, sarebbe
comunque sbagliato considerare Thaler un critico dell’economia dominante.
Sul terreno della filosofia della scienza Thaler si dichiara scettico
nei confronti delle rivoluzioni scientifiche, ritenendo più realistici i
cambiamenti nella continuità causati dal mero ricambio generazionale
degli studiosi. In questo senso, egli considera l’economia comportamentale come una naturale evoluzione della teoria neoclassica.
Quest’ultima, non a caso, viene da lui confutata in molti suoi aspetti
cruciali ma non per questo viene rigettata. Per Thaler, i modelli
neoclassici del comportamento razionale possono esser considerati dei
vecchi strumenti a “bassa tecnologia” che non hanno molta rilevanza
nell’analisi del mondo reale ma che hanno avuto un ruolo importante per
impostare le basi matematiche del discorso scientifico in economia. A
suo avviso, quindi, l’equilibrio neoclassico non è un concetto
fuorviante ma rappresenta un punto di partenza della ricerca, e in ogni
caso costituisce un ideale normativo che dovrebbe guidare le decisioni
di politica economica. E’ proprio in quest’ottica che egli imputa il
successo dei contributi suoi e di Kahneman alla capacità di formalizzare l’esistenza di “errori” nel comportamento umano
e di verificare quindi empiricamente il loro carattere “sistematico”
con l’ausilio delle più svariate tecniche di indagine, dalle interviste
in laboratorio ai più avanzati strumenti di neuroimaging. Dove gli
“errori sistematici”, si badi bene, in molti casi sono espressamente
intesi come deviazioni dal comportamento razionale e massimizzante che contraddistingue l’ipotetico homo oeconomicus neoclassico. [4]
L’idea di Thaler di considerare l’economia comportamentale come una
naturale progenie della teoria neoclassica gli ha sicuramente permesso
di far breccia tra gli economisti del mainstream e ha certamente
contribuito a decretare il grande successo dei suoi contributi in campo
accademico. La sua visione tuttavia non entusiasmerà quei
neuroscienziati che stanno accumulando evidenze sulla incompatibilità di
fondo del razionalismo neoclassico con i moderni studi sul
funzionamento del cervello, né piacerà agli economisti che considerano
la teoria neoclassica viziata da incoerenze logiche. Una volta Robert Solow
sostenne che i più accaniti neoclassici contemporanei, da Lucas a
Sargent, dovrebbero esser trattati alla stregua di quel matto che si
considera Napoleone e che desidererebbe intrattenerci in una discussione
sulla battaglia di Austerlitz: così come sarebbe ridicolo cimentarsi
con quest’ultimo in un serio confronto sui dettagli tattici di quel
conflitto, così è da ritenersi assurdo seguire i primi due in una
disputa sulle minuzie tecniche dei loro improbabili modelli [5]. Ebbene,
parafrasando Solow, potremmo azzardare che Thaler e gli altri
comportamentisti che insistono nel considerare l’equilibrio neoclassico
come un ideale normativo, sembrano supporre che il sedicente Napoleone
in fondo non sia tanto pazzo ma rappresenti piuttosto un saggio
massimizzatore da emulare.
La decisione di stringere l’economia comportamentale nella camicia di
forza dell’ideale normativo neoclassico sembra in qualche misura
influenzare anche le proposte di politica economica di Thaler.
Consideriamo ad esempio il problema dell’innovazione. Per l’economista americano si tratta di un’attività tipica dei privati, che non s'addice alle competenze dello Stato.
[6] Questa tesi sembra riflettere un pregiudizio tipico dei teorici
neoclassici, che hanno sempre avuto difficoltà nell’inquadrare il
processo innovativo nei loro modelli e che non a caso hanno ricevuto
critiche documentate dagli studiosi evoluzionisti. [7] Pensiamo poi alla
celebre idea di Thaler secondo cui le autorità di policy dovrebbero
aiutare con “spinta gentile” gli individui a rimediare
alle loro deviazioni dall’ideale normativo del comportamento razionale.
[8] Per contrastare la tendenza della popolazione a risparmiare troppo
poco e a tenersi troppo alla larga dal mercato azionario, le autorità di
governo potrebbero sfruttare l’abitudine inconscia degli individui ad
adagiarsi sui “punti di riferimento” rappresentati dallo status quo e ad
attivarsi solo raramente per mutarlo. Il legislatore potrebbe in tal senso stabilire che i lavoratori siano iscritti a determinati piani di investimento finanziario per default, ossia in modo automatico,
a meno che gli stessi lavoratori non esigano espressamente che ciò non
avvenga. Questa sorta di “paternalismo libertario”, come lo chiama
Thaler, preserva il principio della libera decisione caro alla cultura
anglosassone ma al tempo stesso consente alle autorità di accrescere i
risparmi e la capitalizzazione di borsa fino ai valori ideali di
“equilibrio”. Aumenterebbe così il benessere di lungo periodo della
popolazione, al di là del livello che sarebbe raggiunto in assenza della
“spinta gentile” del governo.
Adottate in varie salse negli Stati Uniti e nel Regno Unito, le
“spinte gentili” di Thaler hanno trovato qualche applicazione anche
nell’Europa continentale e in Italia. Tuttavia, gli auspicati
effetti sul volume totale di risparmio, sulla capitalizzazione di borsa e
soprattutto sul benessere collettivo sono risultati piuttosto incerti,
per usare un eufemismo. A pensarci bene, lo stesso Thaler potrebbe
trarre dalle sue letture e dai suoi stessi studi le ragioni degli scarsi
risultati delle politiche da lui suggerite. Dopotutto, lui che ha
manifestato grande apprezzamento verso la General Theory di Keynes, ricorderà certamente che una delle tesi chiave di quell’opera è che un aumento della propensione al risparmio degli individui non necessariamente accresce il risparmio totale,
ma addirittura potrebbe deprimerlo. Ma soprattutto, riguardo all’idea
che un aumento dei flussi di reddito destinati al mercato azionario
aumenterebbe il benessere collettivo, gli stessi studi di Thaler
sollevano dubbi su tale proposizione. Basti ricordare che uno dei
risultati più interessanti delle sue ricerche si muove lungo il solco
dei fondamentali contributi di Robert Shiller in materia, e riguarda i dubbi sulla capacità del mercato finanziario di assegnare ai titoli un prezzo “giusto”.
Ai profani Thaler usa spiegare questo risultato con un pittoresco
aneddoto. All’indomani della decisione di Obama di allentare l’embargo e
migliorare le relazioni con Cuba, un fondo mutualistico denominato CUBA
fece registrare un improvviso ed enorme aumento dei rendimenti, che
dura ancora oggi. Il bello è che, a dispetto del nome, quel fondo non
aveva niente a che fare con l’isola socialista: nessun investimento,
nessun finanziamento, nulla di nulla che riguardasse l’arcipelago
caraibico. [8] Per Thaler questo è uno dei tanti indizi di irrazionalità
del mercato finanziario. Se però egli reputa attendibili questi indizi,
quale sia allora il senso delle “spinte gentili” da lui e da
altri invocate per far precipitare i riluttanti lavoratori in quel
luccicante manicomio dei prezzi che è la borsa resta un affascinante
mistero.
Emiliano Brancaccio - Università del Sannio
Note:
[1] The Big Short (2015). Directed by Adam McKay with Christian Bale, Steve Carell, Ryan Gosling. Paramount pictures. https://www.youtube.com/watch?v=A25EUhZGBws.
[2] I riferimenti alle pubblicazioni scientifiche di Thaler sono
riportati in: Committee for the Prize in Economic Sciences in Memory of
Alfred Nobel (2017), Richard Thaler: integrating economics with
psychology, Royal Swedish Academy of Sciences, October 9.
[3] John Cassidy (2010), Interview with Richard Thaler, The New Yorker, January 21.
[4] Douglas Clement (2013), Interview with Richard Thaler, The Region, September.
[5] Klamer A. (1984). The new classical macroeconomics. Conversations
with the new classical economists and their opponents, Brighton:
Wheatsheaf Books.
[6] Richard Thaler (2009), A Public Option Isn’t a Curse, or a Cure, New York Times, August 15.
[7] Giovanni Dosi, Massimo Egidi (1991), Substantive and procedural
Uncertainty. An exploration of economic behavior in changing
environments, Journal of Evolutionary Economics, 1(2). Mariana
Mazzuccato (2014), Lo stato innovatore, Laterza.
[8] Richard Thaler, Cass R. Sunstein (2009). Nudge. La spinta gentile. Feltrinelli.
[9] James Guszcza (2016). The importance of misbehaving. A conversation with Richard Thaler, Deloitte Review, 18.
Fonte
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