Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/08/2017

Roma. Senza stipendio i lavoratori della Roma TPL (azienda privata)


Per una illuminante coincidenza, tre notizie nello stesso giorno confermano che la privatizzazione dei servizi pubblici essenziali è una iattura per lavoratori e utenti; e che proprio per questo privatizzare ancora è l’obiettivo fondamentale dei servi al governo.

Ma andiamo con ordine.

L’11 agosto 2017 i radicali hanno consegnato al Comune di Roma le 33.000 firme raccolte per provatizzare l’ATAC.

Nello stesso 11 agosto 2017 il Ministro Delrio è tornato a parlare dell’ATAC di Roma paventando una sorte simile a quella di Alitalia (un vero successo, no?) premendo nuovamente per la sua privatizzazione.

Ma proprio l’11 agosto 2017 le aziende private che già effettuano il servizio di Trasporto Pubblico Locale nelle periferie di Roma non hanno versato lo stipendio a centinaia di lavoratori. Sono le stesse aziende che “per ragioni economiche” hanno ridotto al minimo le corse nei quartieri popolari, lasciando a piedi centinaia di migliaia di cittadini senza mezzi di circolazione propri.

L’unica organizzazione a denunciare la scandalosa coincidenza è stata l’Usb, sindacato di base che sta facendo il salto verso la costruzione di una rappresentanza di classe generale, interagendo con le forme di autorganizzazione popolare nei quartieri.

Tacciono invece tutti quei politici che mentono ai cittadini romani dichiarando che PRIVATO è meglio. A loro non frega assolutamente nulla che i lavoratori delle imprese private non percepiscano lo stipendio; e ancora meno che centinaia di migliaia di romani vivano come un miracolo il passaggio di un autobus.

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11/10/2016

Nobel 2016: dalla teoria dei contratti alla realtà della crisi

Il Nobel 2016 per l’economia va a Oliver Hart e Bengt Holmström, per i loro contributi alla teoria dei contratti. Ma per uscire dalla crisi la ricerca di “ottimali” negoziazioni di mercato tra privati non basta: occorre un “market maker” pubblico.

di Emiliano Brancaccio

Oliver Hart, nato nel 1948 a Londra e docente ad Harvard, e Bengt Holmström, nato nel 1949 ad Helsinki e docente al MIT di Boston, sono i vincitori del premio Nobel 2016 per l’economia. I due studiosi sono stati premiati dall’Accademia svedese delle scienze “per i loro contributi alla teoria dei contratti”, quel campo della ricerca economica che studia le determinanti delle diverse forme contrattuali e i modi in cui la stipula di un contratto possa condurre a risultati più o meno ottimali, per le parti e per la collettività nel suo complesso [1].

Un tipico problema analizzato dalla teoria dei contratti è quello che si pone quando il mandante di un determinato incarico non sia in grado di verificare con precisione se e in che misura il mandatario si impegni ad assolverlo. Ossia la prestazione dell’agente, come si dice in gergo, non è direttamente osservabile da chi lo abbia assunto. Questa circostanza si definisce “asimmetria informativa” ed è frequente in moltissimi rapporti contrattuali, come ad esempio quelli tra azionisti e manager di un’impresa. Considerato che l’attività del manager è difficilmente osservabile, in che modo gli azionisti possono indurlo a impegnarsi per massimizzare i loro profitti? Una soluzione contrattuale potrebbe consistere nel collegare la remunerazione del manager all’andamento dei prezzi delle azioni dell’impresa: se i prezzi salgono la paga sale, e viceversa. A Wall Street questo sistema è utilizzato spesso, ma presenta un serio inconveniente: dato che i prezzi azionari sono ampiamente influenzati da fattori indipendenti dal comportamento del manager, la sua paga finirà per dipendere dalla sua fortuna molto più che dalla sua abilità. Nel 1979 Holmstrom suggerì un possibile rimedio: per ridurre l’influenza del caso il manager potrebbe esser pagato sulla base del rapporto tra i prezzi azionari dell’impresa che egli guida e i prezzi di imprese simili che non siano sotto il suo controllo [2]. In seguito, assieme ad altri colleghi, l’economista finlandese ha proposto varianti sempre più complesse di questa soluzione. La realtà, tuttavia, sembra situarsi sempre un passo avanti rispetto alle architetture contrattuali suggerite dalla teoria. Basti pensare a una circostanza di cui molto si è discusso dopo la crisi finanziaria del 2008: quella in cui gli stessi manager intervengono sul mercato allo scopo di gonfiare il valore delle azioni d’impresa così da accrescere la loro paga. In casi del genere il criterio di Holmstrom non aiuta: anzi, il rapporto tra il prezzo dell’impresa e i prezzi di imprese simili costituisce una misura non tanto dell’impegno del manager quanto piuttosto del suo azzardo.

Il problema dell’osservazione della performance della controparte non è tuttavia l’unico affrontato dalla teoria dei contratti. Una questione ancor più rilevante è quella che riguarda i cosiddetti “contratti incompleti”, vale a dire quelle situazioni in cui le parti non sono in grado di definire in dettaglio tutti i termini contrattuali. Oliver Hart, in collaborazione con Grossman e Moore, ha sostenuto che un contratto, sebbene incompleto, dovrebbe chiarire almeno chi abbia il diritto di decidere nel caso in cui emerga una controversia tra le parti. L’assegnazione di tale diritto è cruciale, poiché essa stabilirà quale delle parti abbia incentivo a impegnarsi e ad investire nell’attività e quale invece sia disincentivata [3]. Un contributo di ricerca, in questo senso, è consistito nel definire un criterio efficiente di assegnazione dei diritti di proprietà del capitale lungo una determinata filiera produttiva. Si pensi ad esempio a un’attività innovativa che richieda l’uso di macchine e che debba poi avvalersi di un canale distributivo. Nelle mani di chi dovrà concentrarsi la proprietà di queste tre attività? La risposta è che l’intera proprietà andrebbe assegnata all’innovatore, ossia al soggetto che svolge il compito più difficile da inquadrare dettagliatamente all’interno di un contratto. E’ a lui che occorre assegnare il reddito netto della filiera, perché solo in tal modo si può sperare che l’attività innovativa, pur in assenza di vincoli contrattuali, sia realizzata nel modo più efficiente. Seguendo questo ragionamento, dunque, in generale la proprietà dovrebbe essere assegnata a chi dispone di competenze difficilmente negoziabili. Da questa linea di pensiero è scaturito il cosiddetto “nuovo approccio ai diritti di proprietà”, un filone di ricerca che ha goduto di notevole seguito. Non tutti però hanno condiviso in pieno questa impostazione. E’ stato osservato, ad esempio, che soprattutto nel campo della proprietà intellettuale possono attivarsi dei processi cumulativi poco piacevoli: che si tratti di singole imprese o di interi paesi, i soggetti maggiormente dotati di diritti di proprietà intellettuale tenderanno a sviluppare ulteriori abilità nella produzione di diritti di proprietà intellettuale, mentre chi non dispone di tali diritti sarà anche disincentivato a produrne, con conseguenti divergenze tra ricchi e poveri persino più gravi rispetto a quelle causate dai divari nelle dotazioni di capitale fisico. In altre parole, l’assegnazione del diritto influisce sulla maggiore o minore crescita della capacità di innovare, rendendo il problema dell’allocazione ottimale della proprietà ancor più complesso di quanto la teoria prevalente induca a ritenere [4].

L’assegnazione dei diritti di proprietà, per Hart, può rappresentare anche un criterio razionale per tracciare il confine economico tra pubblico e privato. L’intervento statale, a suo avviso, non è in grado di garantire una gestione efficiente proprio perché esso esclude una precisa assegnazione delle proprietà e dei connessi diritti di decisione. Per questo motivo, può esser conveniente estendere l’azione del privato ad ambiti tradizionalmente di competenza dello stato, come la gestione degli ospedali, delle scuole e persino delle prigioni [5]. Per fortuna, anche per Hart l’estensione della mano privata ha un limite. Quando l’operatore privato sia incentivato a investire soprattutto nell’abbattimento dei costi anziché nell’incremento della qualità, è opportuno che lo Stato faccia un passo avanti e lo sostituisca. Un esempio increscioso, citato dall’Accademia svedese delle scienze, è offerto dalle carceri che negli Stati Uniti sono oggi possedute e gestite da privati. A causa tra l’altro di una sistematica tendenza a tagliare i costi, esse versano in un degrado tale che dovrebbe costituire un motivo di ripensamento anche per il più accanito dei liberisti.

La strenua ricerca di meccanismi negoziali in grado di risolvere le asimmetrie di informazione o l’incompletezza dei contratti potrebbe essere interpretata, in fin dei conti, come un continuo esercizio intellettuale teso a preservare la libertà dei privati di negoziare e ad evitare il ricorso all’intervento statale. In effetti non mancano casi in cui, in termini più o meno espliciti, i vincitori del Nobel 2016 per l’economia hanno rivelato simili orientamenti ideologici. Anche per loro, tuttavia, la grande crisi del 2008 ha rappresentato una sorta di spartiacque, che sembra avere fortemente ridimensionato la loro fiducia nell’efficienza relativa dei meccanismi negoziali tra privati. In una recente relazione per la Banca dei regolamenti internazionali, Holmstrom è giunto a diffidare di quelle soluzioni anti-crisi che si basino su mere invocazioni alla trasparenza del mercato [6]. L’idea che i privati debbano conoscere con precisione le posizioni finanziarie delle controparti che abbiano emesso titoli, in alcuni casi potrebbe dar luogo a un aggravamento della crisi anziché a un recupero della fiducia. Nella medesima ottica Holmstrom ha invece elogiato la celebre frase di Mario Draghi: “faremo tutto ciò che è necessario per preservare l’euro e, credetemi, sarà sufficiente”, proprio per la sua estrema opacità. Per l’economista finlandese, l’indefinitezza di quella dichiarazione ha impedito che gli operatori privati facessero troppi calcoli sulla sostenibilità dell’impegno del banchiere centrale a difendere l’euro, e ha consentito di creare intorno alla moneta unica una convergenza di vedute fondata su una “simmetrica ignoranza” tra tutte le parti. Nel difendere una chiave di lettura così spregiudicata Holmstrom non ha esitato a citare Machiavelli. In effetti, a ben guardare, questa sua è una concezione della politica monetaria molto poco convenzionale, e molto prossima alle visioni eterodosse del banchiere centrale come “market maker”, una sorta di moderno principe del mercato.

Naturalmente, nessuno ritiene che la sola opacità del banchiere centrale consenta di salvaguardarci da nuove crisi. Entrambi i premi Nobel sostengono, al contrario, che per affrontare le future turbolenze c’è bisogno di interventi ben più ampi, e per certi versi eretici. E’ interessante citare, a questo riguardo, un recente contributo di Hart e Zingales in tema di crisi bancarie [7]. La tesi dei due autori è che presso le banche tendono a concentrarsi le attività finanziarie di quei soggetti che hanno maggiori esigenze di liquidità. Per questo motivo una crisi bancaria è diversa da ogni altra crisi, poiché sottrae liquidità proprio ai soggetti che ne hanno più bisogno, e quindi inevitabilmente determina una propagazione dei suoi effetti e un connesso crollo della domanda aggregata. Un intervento statale deve pertanto ritenersi inesorabile e urgente, per ricapitalizzare le banche in difficoltà, per salvaguardare i depositanti da eventuali perdite e per rilanciare la domanda. Questa soluzione viene oggi con un certo imbarazzo sostenuta persino da coloro che qualche anno fa, in nome del libero mercato, plaudirono improvvidamente al fallimento di Lehman Brothers. Si tratta però di una soluzione scomoda, che denuda la finanza privata rivelando il suo estremo bisogno, nei momenti di crisi, di ricorrere ai salvataggi statali. Ogni volta che si compie un passo lungo questa via politica, diventa sempre più difficile placare le voci di popolo contro l’andazzo “della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite”.

[1] Committee for the Prize in Economic Sciences in Memory of Alfred Nobel (2016). Oliver Hart and Bengt Holmstrom: Contract Theory. Cfr. anche: Royal Swedish Academy of Sciences (2016). The Prize in Economic Sciences: popular science background.

[2] Holmstrom B. (1979). Moral Hazard and Observability, Bell Journal of Economics, 10.

[3] Grossman, S., O. Hart (1983a): An Analysis of the Principal-Agent Problem, Econometrica, 51. Hart, O., J. Moore (1990): Property Rights and the Nature of the Firm, Journal of Political Economy, 98.

[4] Pagano U., M.A. Rossi (2004). Incomplete Contracts, Intellectual Property and Institutional Complementarities, European Journal of Law and Economics, 18.

[5] Hart, O., A. Shleifer, and R. Vishny (1997): The Proper Scope of Government: Theory and an Application to Prisons, Quarterly Journal of Economics, 112.

[6] Holmstrom, B. (2015). Understanding the role of debt in the financial system, BIS Working Papers, 479.

[7] Hart, O., L. Zingales (2014). Banks are where the liquidity is, NBER Working paper n. 20207.

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IlSole24Ore verso la bancarotta fraudolenta?

Ci sono molte cose che i privati sanno fare meglio del pubblico. La prima è sicuramente rubare, falsificare, turlupinare i soci d'affari e i clienti.

Nel senso comune degli ultimi anni si è (o è stata) affermata con prepotenza l'idea della superiorità dell'impresa privata, sia sul piano dell'efficienza sia su quello dell'etica (salvo eccezioni, seppure particolarmente numerose, come nel caso italiano). Una chiacchiera senza riscontro nella realtà, ma che nessuno è riuscito a fermare, anche perché i megafoni che tematizzano il discorso pubblico sono tutti in mano a “privati”. E per di più a privati che fanno – come core business – tutt'altro mestiere.

Si può pensare che i privati presi singolarmente siano complessivamente brutta gente, ma una volta che si associano – che “fanno sindacato” – siano costretti se non altro dalla diffidenza reciproca a comportarsi in modo più virtuoso. E che quindi, quando predicano al paese quali siano le quattro virtù cardinali e i sette vizi capitali da evitare, indirizzando i governi in un senso e nell'altro, sappiano cosa stanno dicendo. E soprattutto facendo.

Errore. Sono ladri associati. Anche ai danni dei loro pari grado, imprenditori privati come loro.

La verifica si può fare in questi giorni con la vicenda che ha colpito IlSole24Ore, ossia il più prestigioso, letto e ascoltato tra i quotidiani economici italiani, con una credibilità appena un gradino al di sotto del Financial Times.

L'articolo che segue, a firma di Giorgio Meletti, è apparso su Il Fatto Quotidiano. Riferisce del dissesto incredibile del gruppo editoriale posseduto e controllato da Confindustria (non da un singolo imprenditore, dunque, ma dalla loro associazione sindacale). Incredibile perché i bilanci ufficiali riferiscono di aumento del venduto e contemporaneamente anche delle perdite. Cosa da far impallidire la più derelitta delle partecipate pubbliche...

Una violazione così aperta delle bronzee leggi dell'economia aziendale mette certamente in dubbio la capacità manageriale degli associati di Confindustria (se si fanno guidare da incapaci, significa che non sono migliori di chi hanno scelto). O quantomeno la loro onestà. E dire che questo quotidiano, come tanti altri, raccomanda di votare "sì" al referendum costituzionale per "sbloccare il paese". Forse perché si sentono già gli schiavettoni ai polsi...

E non sembra strano, ai nostri occhi di lettori, che il bubbone sia stato fatto scoppiare da quattro redattori dei giornale. Evidentemente migliori del loro datore di lavoro, come quasi sempre capita in questo paese (ma anche negli altri...).

Conclusione: quando vi troverete davanti al prossimo idiota o venduto che vi vuol indottrinare sulla superiorità dei "privati", seguite l'esempio del comandante partigiano Eros: due dita negli occhi, per aiutarli a vedere meglio...

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Sole 24 ore, la cartina “tornaSole” dello scandalo Confindustria

Giorgio Meletti

È inutile girarci intorno. Chiamarlo scandalo del Sole 24 Ore serve solo a minimizzare. Quello che sta esplodendo è lo scandalo Confindustria. Altro che i sindacalisti in crociera con i soldi dei pensionati. Altro che gli assessori a caccia di bustarelle. Altro che municipalizzate corrose dalle parentopoli. Altro che Monte dei Paschi e Banca Etruria. Qualunque pietra di paragone scegliate, anche la più purulenta, state sicuri che con il giornale della Confindustria sono riusciti a fare peggio. Con quella che presentavano come il gioiello dell’industria editoriale sono riusciti a perdere in nove anni più di un miliardo di euro. Il fatto che li abbiano persi non esclude che qualcuno sappia benissimo dove ritrovarli. Non li hanno persi, li hanno fatti sparire. Veri maghi.

Basta scorrere i bilanci del Sole 24 Ore per capire che sono forse falsi (questo lo sta già verificando la procura della Repubblica di Milano), sicuramente fantasiosi. È l’unico giornale da Gutenberg in poi che è riuscito a dichiarare di non sapere esattamente quante copie vende, l’unico che è riuscito a far schizzare le vendite e a far crollare i ricavi. Contemporaneamente. Veri maghi. Tutti sapevano tutto. Non solo per i bilanci ma anche perché da anni si susseguono gli esposti al collegio sindacale e alla Consob. È datato 11 maggio 2010 l’esposto firmato da quattro giornalisti del Sole 24 Ore (Donatella Stasio, Nicola Borzi, Alessandro Galimberti, Giovanni Negri) che si sono spesi personalmente per denunciare le imprese dei loro blasonati editori. In quell’esposto c’è di tutto.

Esemplare il caso della Gpp, società editoriale di cui il gruppo Telecom Italia si libera nel 2004 perché va male. La vende per 14,6 milioni al fondo Wyse Equity che fa capo alla De Agostini. Ed ecco che nel 2006 arriva il Sole 24 Ore, che fa uno shopping forsennato per risultare più grande e più bello in vista della quotazione in Borsa. Compra dalla Wyse la Gpp per 40 milioni di euro. In quel momento, sottolineano i quattro giornalisti, la società Kpmg risulta essere impegnata nella revisione dei bilanci della società venditrice, della compratrice e della compravenduta, ma è anche incaricata dal Sole 24 Ore della due diligence (verifica del valore) della Gpp. La Consob non fiata. Nel frattempo nell’azionariato della Gpp sono entrati con il 10 per cento misteriosi soci “lussemburghesi” che dalla vendita incassano 4 milioni senza fatica, e benché Il Sole sia una società quotata nessuno sa chi siano i fortunati. Miracolo: in due anni una società triplica il suo valore producendo perdite. A fine 2009, prendendo atto che la Gpp in nove anni di vita ha accumulato quasi 40 milioni di perdita (10 dei quali nell’ultimo anno), il cda del Sole 24 Ore decide di svalutare di 14 milioni la partecipazione e poi di fonderla nella capogruppo con la stessa destrezza con cui si seppelliscono i cadaveri.

I bilanci parlano chiaro. Il 6 dicembre 2007, giorno della quotazione, Il Sole 24 Ore valeva in Borsa 750 milioni, oggi ne vale 51; aveva 347 milioni di patrimonio netto (capitale e riserve), oggi ne ha 28 milioni; aveva una posizione finanziaria netta, cioè soldi in cassa, di 149 milioni, oggi ce l’ha negativa, cioè ha debiti netti per 30 milioni. Sommando grossolanamente, si sono volatilizzati 1,2 miliardi. Soldi principalmente della Confindustria di cui oggi le aziende associate non sanno a chi chiedere conto. I presidenti che si sono succeduti in questi anni (Luca Montezemolo, Emma Marcegaglia, Giorgio Squinzi) sembrano non essersi accorti di nulla, e sono quelli che vorrebbero insegnare ai politici come si gestisce un Paese.

Letto l’esposto dei quattro giornalisti del Sole 24 Ore, l’allora presidente della Consob Lamberto Cardia non ha fatto una piega. Impassibili anche i consiglieri d’amministrazione del Sole che l’hanno ricevuto: tra loro il presidente Giancarlo Cerutti, produttore di macchine per la stampa, azionista e consigliere di Mediobanca quando la banca d’affari ha curato la quotazione in Borsa del Sole 24 Ore (ma forse nel 2007 in Confindustria non conoscevano ancora i conflitti d’interesse); e poi c’era Luigi Abete, tipografo e banchiere; c’era Francesco Caio, oggi alla guida delle Poste, allora (dicono) autore di una lettera di fuoco ai vertici della società seguita da silenziose dimissioni. E chi altro ha letto l’esposto dei quattro giornalisti? Vediamo. C’era Piero Gnudi, il commercialista d’oro, l’uomo che sussurrava al ministro Federica Guidi e adesso sta salvando l’Ilva, sicuramente con lo stesso rigore con cui ha amministrato Il Sole 24 Ore; ecco Antonello Montante, il fedelissimo di Emma Marcegaglia, campione dell’antimafia in Sicilia fino al giorno in cui è stato indagato per mafia; ecco Giampaolo Galli, allora direttore generale della Confindustria, in seguito nominato da Pierluigi Bersani a Montecitorio ma renziano il giorno dopo. Tutti si sono voltati dall’altra parte. Così questa classe dirigente manda a picco l’economia: sa tutto, sente, vede, alza gli occhi al cielo, sospira, butta la polvere sotto il tappeto, spera che passi e aspetta di lasciare la rogna al successore. I nostri industriali sono fatti così. Quando devono spezzare le reni ai loro dipendenti e ai sindacati mettono pancia in dentro e petto in fuori e recitano la litania imparata nelle sacrestie confindustriali sulla responsabilità dell’impresa, un uomo solo al comando, la tragica solitudine del decidere per tutti, licenzio voi per salvare gli altri, lo faccio per i vostri figli, le notti insonni di chi si fa carico. Tirate le somme sono peggio dei peggiori politici. Il Sole 24 Ore è stato gestito peggio della peggiore municipalizzata.

Il presidente della Confindustria Montezemolo affida la società per la quotazione a un manager formidabile, Claudio Calabi, che ha già guidato la Rcs-Corriere della Sera, dunque ha la giusta esperienza editoriale. Anche troppa: nel 2000, mentre con Rcs comprava in Francia la casa editrice Flammarion, Calabi fece un insider trading da manuale, comprando azioni Flammarion a 37-42 euro e rivendendole a 78 euro venti giorni dopo. Un guadagnuccio da 365 mila euro per arrotondare, forse lo pagavano poco. Fatto sta che la Cob (la Consob francese) lo beccò subito, e il presidente della Rcs Cesare Romiti lo mise alla porta in 48 ore. Nessun giornale scrisse una riga. Montezemolo però sapeva tutto e, forse per solidarietà (anche lui fu cacciato da Romiti perché chiedeva soldi per propiziare incontri con l’avvocato Agnelli) decise che Calabi era l’uomo giusto per portare in Borsa Il Sole, e in particolare per fare lo shopping di aziende con cui gonfiare il prodotto da piazzare agli investitori. Il clima di rigore imposto da Montezemolo si riconosce da lontano. Quando designa il cda che dovrà accompagnare Calabi verso l’esaltante sfida del mercato sceglie fior di imprenditori con un criterio preso di peso dalla Ricchezza delle nazioni di Adam Smith: “Quattro rappresentanti delle associazioni territoriali degli industriali del Nord, due del Centro, uno del Sud e due delle categorie”. Calvinismo puro, animal spirits allo stato brado. Tra i prescelti Abete, mai più uscito dal cda del Sole e oggi vicepresidente nonché presidente in pectore; Matteo Colaninno, oggi deputato Pd; Maurizio Beretta, allora direttore generale della Confindustria, oggi dirigente di Unicredit e presidente della Lega Calcio.

Di quel collocamento in Borsa restano memorabili almeno due notazioni del presidente dell’Adusbef Elio Lannutti, oggi promotore dell’inchiesta giudiziaria con i suoi esposti alla Consob e alla procura di Milano, affidate a un’interrogazione del 2011. La prima: “Morgan Stanley, una delle più importanti banche d’affari del mondo, sostenne che per rendere attraente il titolo sarebbe necessario collocarlo a un prezzo vicino ai 4 euro: sarà poi quotato a 5,75 euro”. La seconda: l’utilizzo della famigerata clausola detta claw back (per non far capire che cos’è). Montezemolo disse che il collocamento era diretto principalmente agli investitori istituzionali, cui era riservato l’80 per cento delle azioni offerte. Invece all’ultimo momento, visto che gli istituzionali si erano ben guardati dal prenotare un prodotto che conoscevano bene, gli amici di Mediobanca ficcarono più della metà delle azioni nelle tasche del cosiddetto retail, come i banchieri chiamano i poveri fessi. Questa truffa della buona fede dei risparmiatori se la chiami claw back fa tutt’altro effetto.

Dal giorno della quotazione è stata una sarabanda di bugie, riassumibili in questi dati: nel 2008 Il Sole ha dichiarato in bilancio di aver diffuso (tra carta e digitale) 335 mila copie al giorno incassando 207 milioni; nel 2015 le copie sono salite a 375 mila e i ricavi sono scesi a 144 milioni.

All’assemblea dei 23 aprile 2012 l’azionista Giovanni Esposito chiese come mai le copie salivano e i ricavi scendevano nonostante l’aumento del prezzo a 1,50 euro che da solo avrebbe dovuto comportare almeno un 20 per cento di incremento delle entrate. Memorabile la risposta del presidente Cerutti: i dati diffusionali sono forniti dall’Ads (Accertamento diffusione stampa), quindi “se il signor Esposito è soddisfatto della risposta siamo contenti altrimenti non possiamo farci nulla”. E più non dimandare. Peccato che mesi fa la stessa Ads abbia cancellato dai conteggi del Sole 109 mila copie digitali perché ritenute fasulle. Molte di queste risultano acquistate dalla misteriosa società londinese Di Source, sulla quale si stanno per accendere i fari della magistratura, sulla scorta di due dettagliati esposti presentati nei giorni scorsi alla Consob dal giornalista Nicola Borzi. Lo scandalo Confindustria è solo all’inizio.

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26/05/2016

Voragine Lungarno, perché Publiacqua ha una governance che privilegia i profitti a discapito di investimenti in manutenzione e controlli?

Non si sciacalla sulle disgrazie. Ma a queste devono seguire analisi che aiutino a capire cosa non è andato. In questo caso l'indice è puntato sul mancato controllo e manutenzione di una tubatura. Ma proprio in questi giorni che anche a Livorno si parla dei poteri taumaturgici del privato, vorremmo ricordare che a Firenze in Publiacqua il privato c'è, è ha il 40% delle quote, rappresentato da colossi come Acea e la multinazionale Suez. Come ci spiegano gli amici fiorentini in questo comunicato, il privato che entra nel business dell'acqua è interessato al profitto non ad un servizio migliore pagato meno dai cittadini. E le manutenzioni sono proprio quegli investimenti che un privato non vorrebbe mai fare perché si tratta solo di un costo. Il privato può portare al massimo garanzie per le banche e prestare i soldi ai comuni. Di sicuro non mette denaro fresco per le manutenzioni. Ed è sempre bene ricordare che gli investimenti sulla rete o in impianti sono pagati con le nostre bollette secondo il principio del full recovery cost (copertura totale del costo del servizio). Ma quindi di cosa stiamo parlando? Di profitti legati a entrate fisse dalle bollette dei cittadini. Stop. Ed intanto la rete idrica perde pezzi, la gente è disoccupata e lo Stato svende i beni comuni.

Redazione, 25 maggio 2016

Comunicato stampa perUnaltracittà-laboratorio politico

tratto da http://www.perunaltracitta.org/

E’ vero che alla base del crollo sul Lungarno c’è un evento meccanico accidentale come la rottura di una dorsale dell’acquedotto, ma è anche vero che la città è soggetta a rischi, pericoli, incidenti, anche fatalità. Invece di imprecare oggi contro la sorte malvagia e ria, e da domani continuare ad aumentare i rischi con interventi vari, bisogna cercare di creare reti di protezione, diminuendo i fattori di rischio o creando le condizioni per minimizzare i danni sulle strutture esistenti.

Publiacqa investa gli utili netti, che nel 2015 ammontano a 29 milioni di euro, nel controllo, nella manutenzione e nell’ammodernamento della rete idrica. Visto che i fiorentini pagano, tra l’alto, le tariffe più care d’Italia non meritano di essere tartassati e subire anche i danni di una rete idrica che fa acqua da tutte le parti.

Per non parlare dell’amianto che ancora accompagna ben 225 km di tubature di Publiacqua. Una governance Publiacqua che è figlia di Renzi sindaco, con Boschi nel cda e D’Angelis presidente.

Perché le città, come pure il resto del territorio, non sono entità statiche, substrati a disposizione degli appetiti o delle idee (spesso balzane) di amministratori, turisti, scavatori seriali, palazzinari e compagnia.

Quindi, come abbiamo detto molte altre volte, messa in sicurezza del territorio e rispetto per la sua fragilità che oggi non viene riconosciuta e viene spesso sfidata con mega opere che vanno a sconvolgere il sistema idrogeologico per operazioni speculative a cui esistono alternative non impattanti.

Buoni esempi sul territorio fiorentino sono il famigerato tunnel Tav che impatta la falda in più punti e il nuovo aeroporto che richiede la completa alterazione del complesso sistema idrico del Fosso Reale. Per non dire delle tramvie ipotizzate sotto il centro storico.

Il crollo del Lungarno deve far riflettere anche chi finora non ha valutato i rischi che si nascondono proprio in un sottosuolo che si vorrebbe sempre più sfruttare senza considerarne la intrinseca fragilità.

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11/11/2015

Privato/Statale: tertium non datur?

Un tabù della sinistra è il carattere statale della “proprietà pubblica”: ciò che è pubblico è statale e se non vuoi la proprietà statale vuol dire che sei per la privatizzazione, dall’università alla televisione, dalla sanità alle imprese industriali ecc. E’ proprio così?

In realtà ci sono molte soluzioni pubbliche non statali che conviene esaminare. In primo luogo le “public companies” basate sull’azionariato popolare, una soluzione adottata in diversi paesi europei, per cose molto diverse, dalle università alle società di servizi come acqua o gas. Ovviamente, gli organi sociali sono eletti (secondo regole determinate dalle leggi o dai regolamenti interni) da tutti gli azionisti secondo le regole del voto capitario.

Poi ci sono le imprese autogestite, basate sulla proprietà dell’impresa da parte del collettivo dei lavoratori; si badi: non sulla proprietà personale di ciascun dipendente, che, quindi non può vendere la sua quota a terzi, ma al collettivo dei lavoratori, inoltre, questo tipo di società non hanno la possibilità di avere dipendenti che non siano anche soci dell’impresa come tutti gli altri (questa è una differenza notevole rispetto al modello “cooperative” che spesso non sono altro che società capitalistiche private che pagano meno tasse delle altre). Anche qui gli organi sono eletti dai soci con voto capitario.

Poi ci sono le iniziative economiche di soggetti sociali (associazioni onlus, sindacati, cooperative – quando sono vere –, chiese, partiti ecc.): una forma di confine con il privato ma non perfettamente assimilabile ad esso, infatti, gli organi sono espressione dell’organismo dirigente dell’ente finanziatore della società.

Una forma attenuata di proprietà statale è quella degli enti locali.

Come si vede, non è detto che la proprietà pubblica debba necessariamente avere carattere statale, inoltre va considerato anche il caso di società miste che incrociano le diverse forme di proprietà pubblica non statale o che ammettono la presenza di capitale statale o privato nella società. Un modello che si avvicina a questo è stata quella delle Banche Popolari in Italia, basate sul voto capitario prima della “riforma” di Renzi che ne ha fatto società per azioni come le altre.

Possiamo discutere sulla preferibilità del modello statale rispetto a queste altre forme di proprietà pubblica, ma pensare che l’unica forma di proprietà pubblica sia quella statale è una solenne fesseria che denota una robusta ignoranza.

In secondo luogo: dove sta scritto che l’unica forma di intervento statale debba essere quella della gestione diretta dell’ente in questione (università, fabbrica, società di servizi o banca che sia)?  Lo stato può anche non gestire ma controllare, ad esempio attraverso la presenza di suoi rappresentanti negli organi di controllo della società. Oppure può regolamentare queste società attraverso leggi quadro che stabiliscano i criteri base che esse debbono osservare nei propri statuti o nell’espletamento delle proprie funzioni. In terzo luogo, lo stato può esercitare un ruolo esterno di indirizzo attraverso una legislazione premiale in termini fiscali o con contributi più o meno occasionali.

Come si vede, il fatto che lo Stato non sia proprietario di ogni società di iniziativa economica, servizio o università non significa che non possa e non debba avere altro ruolo verso le società pubbliche non statali.

Ma quale sarebbe il vantaggio di questo tipo di società pubbliche rispetto a quelle statali? In primo luogo, questa suddivisione della proprietà in più soggetti si concilia molto meglio con le esigenze di un mercato policentrico. E, proprio per questo, più adatto a resistere all’invadenza della burocrazia politica (i partiti) ed amministrativa. Inoltre, in alcuni campi (come ad esempio l’insegnamento oppure nell’innovazione tecnologica) questo favorisce la sperimentazione.

Ed allora, riusciranno i nostri eroi della sinistra d’antan a capire che esiste qualcosa di diverso dal presente? Una sinistra che non ha capacità di progettare un ordinamento sociale diverso, non serve a niente ed è meglio seppellirla il prima possibile.

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16/10/2015

Il modello dell’università statale è a fine corsa, ma l’università privata sarebbe un rimedio peggiore del male

Prevedendo le obiezioni di quanti, nel leggere le mie critiche all’università statale, modello che ritengo superato, hanno pensato che volessi fare un elogio dell’università privata, avevo già predisposto questo pezzo. Ripeto: l’alternativa non è fra insegnamento statale ed insegnamento privato. Per fortuna la realtà ha molta più fantasia.

Dico subito che l’università privata sarebbe un rimedio peggiore del male, perché ha molti dei difetti di quella pubblica e ne aggiunge altri di suo.

In primo luogo, l’università privata è concettualmente sbagliata: ogni attività economica prevede costi e benefici, per cui se è vero che i costi non debbano superare i benefici, però è anche vero che è sbagliato attendersi benefici ulteriori rispetto allo scopo principale da perseguire. Il beneficio dell’insegnamento universitario (come della scuola in genere) è l’incorporazione del sapere sociale nel lavoro vivo e la ricerca orientata all’interesse collettivo; dunque, lo scopo e l’utilità sociale e non il profitto dell’imprenditore.

Ma, si obietterà, ci sono studenti le cui famiglie sono in grado di pagare i propri studi, per cui avremmo lo stesso risultato senza far spendere soldi allo Stato. Ma, in questo modo, opereremmo una selezione sulla base del patrimonio o del reddito, non dell’intelligenza o della capacità di studio degli allievi. Escluderemmo sicuramente ottimi talenti e restringeremmo la scelta solo ad un campione sociale e non avremmo alcuna mobilità sociale o comunque solo molto poca. E questo non è nell’interesse della società, soprattutto di una società democratica che, ripeto, per sua natura è meritocratica (sempre che si tratti di vera meritocrazia e non di selezione di classe travestita da meritocrazia).

Ma, direte, come spiegare che le maggiori università del mondo sono private, quindi producono ottimi laureati ed anche profitti. Intanto si tratta di classifiche fatte da americani, sulla base di criteri fissati da loro e  per i quali le prime dieci università sono 9 americane ed 1 inglese, tutte private.  Ma  andrebbe tenuta presente anche l’incomparabile quantità di mezzi a disposizione (denaro, contatti con la stampa e le imprese, ecc.) e la lunga storia alle spalle. Magari una università indiana non ha la stessa storia ma ha un presente più brillante di tante altre. Un docente di Pisa ha dimostrato che, se si valutassero i risultati proporzionalmente ai soldi a disposizione, nella Top ten, 8 sarebbero italiane. Magari anche questo è un metodo un po’ disinvolto e dovremo riparlarne, ma basta a dimostrare come certe classifiche siano abbastanza relative.

Comunque non c’è dubbio che Harvard, il Mit o Cambridge siano ottime università. Solo che diverse di esse non sono affatto in attivo (a cominciare proprio da Cambridge) ed, in genere, non producono profitto (se teniamo da parte la ricerca e consideriamo solo la didattica e le tasse degli studenti). Le tasse sono altissime, ma non mancano generose borse di studio.

Ma allora, perché un imprenditore decide di investire in una attività che non gli dà profitto? Mecenatismo? Si, in parte, ma se così fosse non potremmo basare la continuità e lo sviluppo del sistema universitario su quello che, comunque, è un flusso di denaro volontario che, come tale, può venir meno in ogni momento. In realtà queste spese si giustificano con la necessità delle classi dominanti di perpetuare la loro egemonia sociale, controllando la formazione del sapere, la mobilità sociale, la formazione ideologica delle future classi dirigenti eccetera.

Una motivazione poco condivisibile da un punto di vista democratico. Dunque, l’esempio americano non dimostra nulla.

In secondo luogo, l’università privata non è affatto indenne da condizionamenti politici esterni, sia per l’intreccio di interessi fra stato ed imprese, sia per gli specifici condizionamenti della politica nei confronti degli atenei. Inoltre la proprietà che sta dietro le università private, non è affatto neutrale ideologicamente e, pertanto, tende ad assumere corpo docente culturalmente ed ideologicamente affine ed ha interessi concretissimi che difende anche tramite l’insegnamento. Per la stessa ragione, la proprietà privata tende a condizionare il corpo docente nel suo insegnamento.

Insomma: pensate che un’università cattolica recluti e tolleri un docente di filosofia  che abbia posizioni eterodosse in materia di bioetica, omosessualità, eutanasia ecc? Un’università promossa da un gruppo di aziende connesse in vario modo alla produzione di energia nucleare, accetterebbe un docente di fisica antinucleare? Un’università promossa da un gruppo di società finanziarie, dedite  al più spericolato capitalismo raider, accetterebbe un docente di economia marxista? Silvio Berlusconi, se avesse una università sua, accoglierebbe un docente di diritto costituzionale che sostenesse certe tesi in materia di conflitti di interesse e di limitazione del possesso di reti televisive? E una università sostenuta da imprese petrolifere che investono nel fracking, cosa direbbe di un docente di geologia che sostenesse i rischi sismici di quella pratica?

Dunque l’università privata garantisce sicuramente molto meno la libertà di insegnamento di quanto, nonostante tutto, non faccia l’università statale. E, infatti, la spunta alla privatizzazione delle università e la centralizzazione dei finanziamenti a riviste ed istituti di economia orientati in senso neo liberista, ha avuto come conseguenza nefasta la fine del confronto fra scuole di diverso indirizzo e la dittatura del pensiero unico liberista.

Né si può dire che l’università privata porterebbe alla fine del corporativismo e della gerarchizzazione dei docenti, fenomeni con i quali convive benissimo, anzi che sono perfettamente funzionali. Proprio perché, nonostante tutto, una impresa privata tende a massimizzare i profitti ( o almeno contenere e socializzare le perdite), è molto più conveniente strapagare pochi direttori di istituto totalmente fedeli alla proprietà, che controllino una legione di docenti e ricercatori precari e sotto pagati, che avere una distribuzione più equa del monte salari nell’università. Per la stessa ragione, la tendenza naturale sarà quella a ricorrere a forme di didattica meno costose (lezioni on line, prevalenza delle lezioni frontali sui laboratori, limitata pratica del tutorato ecc.) rispetto ad altre migliori ma più costose. La didattica di eccellenza sarà riservata alle poche università destinate a formare i livelli alti della dirigenza, mentre nella media dei casi le università private tenderanno a risparmiare offrendo una didattica mediocre se non scadente.

Dunque l’università privata avrebbe (come in effetti ha negli Usa) la funzione di stratificare il sistema riproducendo le gerarchie sociali e geografiche. Altra conseguenza non desiderabile.

Nel caso italiano che è fra quelli che hanno il valore legale del titolo di studio, peraltro, questo avrebbe un’altra conseguenza poco simpatica: la fungaia di diplomifici che per due soldi conferiscono lauree a buon mercato di studi.

Infine, una università orientata al profitto, sceglierebbe anche i corsi da privilegiare sulla base della domanda professionale del momento, trascurando quelle dedicate a profili professionali destinati ad un successo probabile ma lontano nel tempo e difficili da proporre agli studenti.

Dunque: università privata? No grazie. Non ne parliamo nemmeno.

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07/01/2015

Mercati in crisi per troppo successo?


La cosa più divertente delle crisi vere sono le spiegazioni che ne danno i patiti del "libero mercato". Basta un giorno di crollo borsistico seguito da un altro di mancato rimbalzo per gettarli nella disperazione e proiettarli alla ricerca del "colpevole". Non fanno mai troppa strada, però, perché l'ideologia che li possiede - proprio come un demonio, a sentirne parlare un esorcista - li porta sempre immediatamente a vedere nella "politica" il responsabile contingente del malfunzionamento dei mercati.

L'editoriale di Alessandro Plateroti, su IlSole24Ore di oggi, è in questo senso quasi un capolavoro. La situazione di questi giorni è nota:
"ora si naviga a vista, con la paura crescente che la correzione attesa ormai da troppo tempo si trasformi all'improvviso in un crollo doloroso degli indici e delle Borse: dopo 5 anni di esuberanza finanziaria stimolata dagli aiuti alle banche di Fed e Bce, il mercato teme di essersi spinto troppo avanti, di non poter più gestire in sicurezza non solo il divario troppo ampio tra ripresa della Borsa e ripresa dell'economia, ma anche vecchie paure e nuove incognite, dalla possibile uscita della Grecia dall'Eurozona fino all'Ucraina o al crollo del petrolio."
Le "iniezioni di liquidità", come socializzazione dei costi della crisi finanziaria, erano piaciute moltissimo negli ambienti - guarda un po' - finanziari. Morto il keynesismo, che avrebbe risposto finanziando in deficit la creazione di attività produttive (dalla opere infrastrutturali alla ricerca, dalle fabbriche all'energia, ecc.), era partito l'applauso per il "socialismo per ricchi": soldi pubblici per impedire il fallimento di banche e assicurazioni, suicidatesi nella ricerca di rendimenti sempre crescenti. Applausi anche per le soluzioni date - specie in Europa - alle crisi finanziarie e debitorie di alcuni stati: prestiti finanziari per pagare debiti finanziari con gli stessi prestatori, in cambio di privatizzazioni e "riforme strutturali" pensate per permettere ai prestatori di acquisire a prezzi stracciati asset patrimoniali o attività produttive degli indebitati. Il "laboratorio Grecia" ha dimostrato che l'esperimento non è riuscito: al crollo del Pil del 25% (e disoccupazione allo stesso livello) non ha fatto seguito alcuna "ripresa". Soprattutto, il debito è aumentato invece di diminuire, costringendo tutti a prendere atto che quel 175% rispetto al Pil non sarà mai restituibile. Con qualsiasi governo.

Un esempio di "politica" subordinata ai mercati, tramite i funzionari della Troika (Bce, Ue, Fmi). Un esempio fallimentare, dove all'infamia dello strangolamento di un popolo va sommato il peggioramento drastico del "difetto" che si pretendeva di sanare.

Ora si scopre che anche l'esuberanza di liquidità in giro per il mondo non è sufficiente a ricostruire le condizioni di una crescita ordinata e duratura.
Fino all'anno scorso, l'enorme liquidità erogata alle banche si è ben distribuita tra titoli di Stato e azioni, tra mercati emergenti e maturi, tra Paesi in recessione e nazioni in ripresa. Ma la liquidità, da sola, non basta a garantire una crescita sostenibile dei mercati azionari: per quella servono economie sane, aziende che producono utili e soprattutto stabilità politica nell'attuazione delle riforme laddove è necessario. Senza questi tre elementi, la liquidità genera eccessi, incertezze e soprattutto bolle speculative pronte ad esplodere senza preavviso.

[...] Il mancato trasferimento all'economia reale delle centinaia di miliardi erogati dalla Bce alle banche europee non solo ha bloccato la ripresa delle economie più fragili ed esasperato il peso delle riforme, ma ha destabilizzato anche i mercati finanziari: le banche, a loro volta strangolate da regole eccessive e penalizzanti per l'attività creditizia, sono diventate il bersaglio delle paure.
Impagabile. La libertà di movimento dei capitali finanziari va distruggendo economie, aziende e interi Stati (macchine amministrative, classi dirigenti, sistemi fiscali, ecc.), ma "scopre" che in realtà proprio di quella roba lì avrebbe bisogno. Possiamo dirla in altro modo: che "il sottostante" dell'attività finanziaria è comunque l'economia reale. Con tutto quello che il governo concreto di un'economia reale comporta (conflitto sociale, interessi contrastanti, politiche di medio-lungo periodo, compromessi e mediazioni, ecc.).

La sintesi di questa contraddizione è data dallo stesso Plateroti, in modo però totalmente inconsapevole:
Il problema della Borsa è tutto qui: assenza di leadership nella gestione delle grandi crisi.
Scusate. Sono 35 anni (da Margaret Thatcher in poi) che avanzate di trionfo in trionfo sulla via della riduzione dello spazio "pubblico", dell'intervento dello Stato nell'economia, della riduzione degli stessi Stati in "facilitatori attivi" della libertà di movimento dei capitali oltre che del dominio delle imprese sui dipendenti, della privatizzazione di ogni servizio pubblico di rilevanza sociale, ecc. E ora vi venite a lamentare dell'assenza di leadership? Quale leadership mai si poteva sviluppare in quella cappa mortifera che avete creato?

Tutte le leadership occidentali degli ultimi 35 anni sono state formate in un ambiente che scartava sul nascere ogni opinione indirizzante, ogni ipotesi di affrontamento delle "grandi crisi" che non fosse il "lasciare mano libera ai mercati". Sono state dunque improntate da un "pensiero unico" secondo il quale dovevano preoccuparsi unicamente di smantellare welfare, servizi pubblici, contrattazione nazionale, giurisdizione del lavoro, tenendo contemporaneamente basso il livello di conflittualità sociale conseguente.

Sono state selezionate insomma figure miopi, dallo sguardo programmaticamente corto, impossibilitate - più che incapaci: impotenti - a immaginare qualcosa di diverso dagli input autoritari provenienti "dai mercati". Figure insomma svuotate di leadership carismatica e riempite di "creatività nella comunicazione", nel migliore dei casi. Galleggiatori abili, se volete, ma non nuotatori; tantomeno capitani adatti a guidare vascelli in mari tempestosi.

Di cosa vi lamentate, allora? Di aver avuto troppo successo?

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23/11/2014

Il destino dell’università italiana


Sapevo perfettamente che il mio pezzo sulla crisi dell’Università avrebbe suscitato molti malumori e perplessità: c’è chi mi contesta i dati sulla produttività scientifica, chi si lamenta che non ci sia la parola “precari”, chi si allarma per la frase “università pubblica non vuol dire per forza statale” e pensa che sia la solita manfrina neoliberista a favore dell’università privata, mostrando di non aver capito bene (parlo di “pubblica” non “privata”), ma ogni cosa a suo tempo, risponderò ad ogni singola contestazione. Per ora vorrei proseguire il ragionamento, restringendo il discorso al caso italiano.

Come è noto, il dibattito si è attestato sul tema: pubblico-privato, come se non ci fossero altre alternative o ibridazioni. Vogliamo verificare se le cose stanno così?

In primo luogo, le università private non sono tutte la stessa cosa e ci sono varianti diverse, anche se si può essere comunque contrari a ciascuna di queste varianti, ma vale comunque la pena di capire che una università on line, una università come la Luiss o la Bocconi ed una università cattolica come quella di Milano o Roma, o come la Lateranense, la Gregoriana o il Pontificio Ateneo Salesiano sono cose molto diverse fra loro, assolvono a fini diversi, hanno metodi diversi ed anche funzione sociale diversa.

Se le università on line sono spesso diplomifici a pagamento, la stessa cosa non si può dire nè di quelle imprenditoriali (Bocconi o Luiss) né di quelle religiose che, peraltro, si differenziano fra loro. Qui non è il caso di entrare nel merito, mi basta solo indicare le diversità. Ed ancora diverso sarebbe il caso delle Università aziendali, finalizzate a produrre tecnici ed ingegneri da impiegare nella stessa impresa.

Personalmente sono abbastanza contrario a tutte queste forme, anche se con gradazioni e per motivi diversi, ma questo non è importante, quello che mi preme è dimostrare come il modo di ragionare tradizionale in bianco e nero (pubblico contro privato) non funziona più molto, anche perché dobbiamo iniziare a misurarci con fenomeni ibridi non inquadrabili in nessuna delle due categorie: ad esempio se gli ordini professionali (che sono enti pubblici, giuridicamente dipendenti dal Ministero di Grazia e Giustizia) si dessero propri corsi di laurea, magari in accordo con qualche università pubblica o privata già esistente, come dovremmo giudicare questi corsi: pubblici o privati?

Se, come già si dice, alcune università straniere, magari statali, aprissero sedi decentrate in Italia applicando il modello 60-30-10 (60% delle ore on line, 30% nella sede italiana e 10% nella sede madre) come dovremmo considerarle? E se ad aprire qualche particolare facoltà fosse un consorzio di enti locali o un sindacato o un’ associazione di cooperative come dovremmo catalogarle? Va da sé che saremmo di fronte a forme nuove, probabilmente ibride, comunque non inquadrabili nelle categorie classiche di pubblico e di privato.

Ma, soprattutto, le università statali saranno sempre la stessa cosa, al di là del nome? In primo luogo, diamo per scontato che i tagli operati dallo Stato in questi anni non saranno restituiti e, credibilmente, ce ne saranno altri. Sin qui l’università ha retto i tagli aumentando le tasse degli studenti, alienando parte del patrimonio immobiliare e rimpiazzando solo in piccola parte quanti andavano in pensione tanto fra i docenti, quanto fra i tecnico amministrativi. Ora il governo incoraggia ulteriormente l’esodo dei pensionandi “per svecchiare” l’Università, ma di risorse per reclutare nuovi assunti non se ne vedono. Anche perché, quanti vengono posti in quiescenza non è che muoiano (per lo meno non subito) e, se non gravano più sui bilanci dell’Università, pesano pur sempre su quelli statali. Per cui facilmente ci saranno altri tagli alle contribuzioni statali all’università, motivati dall’ulteriore carico pensionistico. Peraltro, le Università dovranno trovare i soldi per il Tfr di quelli che vanno via e non sarà semplice perché gli accantonamenti realmente disponibili sono minimi e di banche disposte ad esporsi ancor di più con gli indebitatissimi atenei non sembra ce ne siano tantissime. Aumentare ancora le tasse degli studenti? Forse, ma si tratterà di raschiare il barile, perché il pericolo è che ad ogni aumento una fetta di studenti decidano o di iscriversi altrove o di non  iscriversi affatto, data anche la scarsità di risultati professionali.

L’unica via di uscita sarà quella di coinvolgere i privati (imprese, banche, società finanziarie ecc.), in una prima fase attraverso la norma che consente ai rettori di nominare esterni all’università nel consiglio di amministrazione; in una seconda fase, ci saranno compartecipazioni a progetti finalizzati, forme miste di impresa (per esempio per master, centri speciali di ricerca, sponsorizzazioni di cattedre o interi corsi di laurea ecc.) che assorbiranno quote crescenti del personale e degli stessi immobili dell’Università. I vuoti di chi sarà andato in pensione saranno sempre più colmati da personale precarissimo e sotto pagato, mentre l’organico della docenza sarà ristretto ad un piccolo nucleo di docenti, scelti dai consigli di amministrazione ed, essendo gli unici titolati ad eleggere gli organi e lo stesso rettore, saranno scelti esattamente in funzione della perpetuazione dei rapporti di potere stabiliti.

Questo per le università più importanti ed interessanti economicamente, mentre le altre, soprattutto quelle più piccole e decentrare, semplicemente saranno indotte al default e tolte di mezzo.

Quando l’Università “statale” sarà diventata questo, qualcuno se la sentirà ancora di parlare di università pubblica? Perché non iniziamo a parlarne da ora?