Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Stipendi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Stipendi. Mostra tutti i post
15/08/2017
Roma. Senza stipendio i lavoratori della Roma TPL (azienda privata)
Per una illuminante coincidenza, tre notizie nello stesso giorno confermano che la privatizzazione dei servizi pubblici essenziali è una iattura per lavoratori e utenti; e che proprio per questo privatizzare ancora è l’obiettivo fondamentale dei servi al governo.
Ma andiamo con ordine.
L’11 agosto 2017 i radicali hanno consegnato al Comune di Roma le 33.000 firme raccolte per provatizzare l’ATAC.
Nello stesso 11 agosto 2017 il Ministro Delrio è tornato a parlare dell’ATAC di Roma paventando una sorte simile a quella di Alitalia (un vero successo, no?) premendo nuovamente per la sua privatizzazione.
Ma proprio l’11 agosto 2017 le aziende private che già effettuano il servizio di Trasporto Pubblico Locale nelle periferie di Roma non hanno versato lo stipendio a centinaia di lavoratori. Sono le stesse aziende che “per ragioni economiche” hanno ridotto al minimo le corse nei quartieri popolari, lasciando a piedi centinaia di migliaia di cittadini senza mezzi di circolazione propri.
L’unica organizzazione a denunciare la scandalosa coincidenza è stata l’Usb, sindacato di base che sta facendo il salto verso la costruzione di una rappresentanza di classe generale, interagendo con le forme di autorganizzazione popolare nei quartieri.
Tacciono invece tutti quei politici che mentono ai cittadini romani dichiarando che PRIVATO è meglio. A loro non frega assolutamente nulla che i lavoratori delle imprese private non percepiscano lo stipendio; e ancora meno che centinaia di migliaia di romani vivano come un miracolo il passaggio di un autobus.
Fonte
12/07/2017
Come si salvano le banche? “Con licenziamenti e tagli agli stipendi”
Avevate capito che le grandi crisi bancarie – non solo italiane – sono state causate da giochi speculativi senza limiti, creazione di denaro dal nulla, prestiti colossali e senza garanzie ad imprenditori “amici”, commercializzazione di “prodotti” finanziari impastati con debiti impagabili, premi milionari per amministratori corsari e corrotti?
Beh, se dobbiamo dar retta al governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, i problemi starebbero da tutt’altra parte: troppi dipendenti e stipendi troppo alti.
Nel corso dell’assemblea annuale dell’Abi (associazione dei banchieri, ovvero degli amministratori) Ignazio Visco ha spiegato che la riduzione dei lavoratori delle banche – in atto già da tempo grazie alle numerose fusioni tra istituti, nonché per effetto dell’informatizzazione e del trading online – dovrà andare ancora più avanti e soprattutto essere accompagnata da un taglio degli stipendi “a tutti i livelli”.
Non che fin qui siano state rose e fiori, visto che “dal 2008 il numero dei dipendenti è sceso del 12%. È un processo destinato a proseguire, anche con il ricorso a ben calibrate misure di accompagnamento all’interruzione anticipata del rapporto di lavoro”. Tradotto: pre-pensionamenti, cassa integrazione e assegni di disoccupazione, secondo la ben nota prassi della “socializzazione delle perdite” (il costo degli esuberi viene messo in conto alla spesa pubblica) per assicurare una più vivace “privatizzazione dei guadagni”.
“La riduzione dei costi dovrà in questa transizione riguardare anche le remunerazioni complessive, a tutti i livelli, e ridurre sul piano organizzativo ridondanze ancora diffuse”.
Poi non chiedetevi come mai la Banca d’Italia non si sia mai accorta che un gran numero di banche stavano facendo carte false avvicinandosi a grandi passi alla bancarotta...
Fonte
Beh, se dobbiamo dar retta al governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, i problemi starebbero da tutt’altra parte: troppi dipendenti e stipendi troppo alti.
Nel corso dell’assemblea annuale dell’Abi (associazione dei banchieri, ovvero degli amministratori) Ignazio Visco ha spiegato che la riduzione dei lavoratori delle banche – in atto già da tempo grazie alle numerose fusioni tra istituti, nonché per effetto dell’informatizzazione e del trading online – dovrà andare ancora più avanti e soprattutto essere accompagnata da un taglio degli stipendi “a tutti i livelli”.
Non che fin qui siano state rose e fiori, visto che “dal 2008 il numero dei dipendenti è sceso del 12%. È un processo destinato a proseguire, anche con il ricorso a ben calibrate misure di accompagnamento all’interruzione anticipata del rapporto di lavoro”. Tradotto: pre-pensionamenti, cassa integrazione e assegni di disoccupazione, secondo la ben nota prassi della “socializzazione delle perdite” (il costo degli esuberi viene messo in conto alla spesa pubblica) per assicurare una più vivace “privatizzazione dei guadagni”.
“La riduzione dei costi dovrà in questa transizione riguardare anche le remunerazioni complessive, a tutti i livelli, e ridurre sul piano organizzativo ridondanze ancora diffuse”.
Poi non chiedetevi come mai la Banca d’Italia non si sia mai accorta che un gran numero di banche stavano facendo carte false avvicinandosi a grandi passi alla bancarotta...
Fonte
07/08/2015
Gli scandali infiniti dei sindacalisti complici
Quando abbiamo preso a chiamare “complici” i sindacati ufficiali – insomma: Cgil, Cisl e Uil – in molti, anche nella cosiddetta sinistra radicale, hanno arricciato il naso. Ok, ci veniva detto, va bene la critica di una linea decisamente arrendevole, ma da qui a chiamarli di fatto “servi del padrone” ce ne corre.
Eppure la definizione di “complici” era stata proposta da Maurizio Sacconi, il più feroce nemico del sindacalismo pro-lavoratori che si sia mai visto. E lui, che veniva dalla Cgil oltre che dal Psi craxiano, sapeva indubbiamente bene di cosa stava parlando...
Poi la scomparsa improvvisa di Raffaele Bonanni, da segretario generale della Cisl a “invisibile”, ha cominciato a far uscir fuori alcuni comportamenti decisamente incompatibili col ruolo di “difensore dei diritti dei lavoratori”. A cominciare dagli stipendi, auto attribuiti nella più totale segretezza e a livelli da far invidia al presidente degli Stati Uniti.
La cifra esatta dello stipendio di Bonanni è stata a lungo un mistero della fede. Il Fatto Quotidiano, qualche anno fa, l'aveva quantificato in 336.000 euro annui (Obama prende 250.000 dollari, poco più di 200.000 euro...). L'unica cosa certa è che il maxiaumento retributivo per il segretario generale, deciso poco dopo la sua ascesa a quella poltrona, è arrivato giusto in tempo per arricchire il suo monte contributivo in vista della pensione, per cui fece domanda nel 2011.
A proposito di tempismo, giova ricordare che quella domanda venne fatta mentre già si preparava la sostituzione di Berlusconi con Monti, e quindi quella “riforma delle pensioni” ordinata dalla lettera della Bce (agosto 2011) e che avrebbe poi preso il nome dalla signora Fornero.
Voci di corridoio riferiscono che al dunque, la sua pratica sia stata espletata in soli tre giorni, giusto qualche mese in meno di quel che è necessario per un qualsiasi lavoratore. Dal 2012 al momento delle dimissioni – nell'autunno del 2014 – riuscì a sommare il ragguardevole stipendio con un assegno mensile netto di 5.391,50 euro mensili (lui dice 5.122, ma insomma siamo lì), ovvero altri 65.000 annui.
Dentro la Cisl, allora, si svolse una vera e propria faida a colpi di dossier e lettere di denuncia, anonime o palesi. E in questo modo venne fuori che il “vizietto” di darsi compensi faraonici era diventato un sport alquanto diffuso.
La sostituta di Bonanni, Annamaria Furlan, nuova segretaria generale nazionale della Cisl, si era impegnata a riportare la situazione a livelli accettabili. E quindi ha ridotto, per esempio, il suo stesso stipendio portandolo dai 336.000 euro del predecessore a “soli” 156.627,52 euro annui, che comunque, rispetto ai compensi previsti del 2008 (anno di esplosione della crisi generale e di inizio delle politiche di “austerità” prescritte dalla Troika), segna un aumento del 58,11% ai 76.201,60 euro annui (più un 30% di “indennità”); totale 99.000 euro.
Ma il “vizietto” di attribuirsi stipendi faraonici è decisamente più diffuso e coinvolge livelli molto meno importanti della segreteria generale.
Pochi giorni fa, Fausto Scandola, iscritto dal '68 alla Cisl (il '68 non è stato uguale per tutti, diciamolo, e comunque allora anche una parte della Cisl divenne improvvisamente conflittuale), naturalmente oggi pensionato in quel di Verona, ha preso carta e penna per fare nomi e cifre.
In cima a tutto la domanda politica inaggirabile:
Meglio di lui avrebbe fatto però l'ex presidente del Caf della Cisl, Valeriano Canepari, che l'anno prima sarebbe riuscito a sommare 97.170,00 euro di pensione e 192.071,00 euro di compensi da parte dell'Usr Cisl Emilia Romagna – l'Unione Sindacale Regionale – per un totale di 289.241,00 euro.
I nomi denunciati dall'orripilato Scandola sono molti di più, spesso noti soltanto agli addetti ai lavori. Ma appunto il loro numero e il loro “grado”, alla testa di funzioni minori del sindacato nazionale, fa a cazzotti con l'entità delle cifre percepite.
Non che la Cgil stia messa molto meglio, anche se le cifre sono decisamente meno rilevanti. Guglielmo Epifani, per esempio, è titolare di una pensione mensile netta di appena 3.400 euro, comunque frutto di un “ritocco” stipendiale (appena 800 euro) deciso alla vigilia della presentazione della domanda di pensione.
Gli scandali, in Corso Italia, sono gestiti con metodologie antiche, miranti a salvaguardare il buon nome dell'organizzazione anche a costo di far scomparire dalla circolazione quelli presi con le mani nel lardo. Lì dentro, per esempio, ancora si parla a mezza bocca di quel membro della segreteria nazionale improvvisamente dimesso subito dopo aver gestito i lavori di ristrutturazione della sede centrale.
Cose minori, come si vede, sul piano finanziario. Ma nello stesso milieu “culturale”. Perché – bisogna sempre ricordare – quegli stipendi vengono pagati con i soldi degli iscritti, spesso semplici lavoratori da 1.000 o meno euro al mese; e i cui diritti – contrattuali o legali – vengono svenduti con regolare costanza da dirigenti che “grattano” in cassa.
Fonte
Eppure la definizione di “complici” era stata proposta da Maurizio Sacconi, il più feroce nemico del sindacalismo pro-lavoratori che si sia mai visto. E lui, che veniva dalla Cgil oltre che dal Psi craxiano, sapeva indubbiamente bene di cosa stava parlando...
Poi la scomparsa improvvisa di Raffaele Bonanni, da segretario generale della Cisl a “invisibile”, ha cominciato a far uscir fuori alcuni comportamenti decisamente incompatibili col ruolo di “difensore dei diritti dei lavoratori”. A cominciare dagli stipendi, auto attribuiti nella più totale segretezza e a livelli da far invidia al presidente degli Stati Uniti.
La cifra esatta dello stipendio di Bonanni è stata a lungo un mistero della fede. Il Fatto Quotidiano, qualche anno fa, l'aveva quantificato in 336.000 euro annui (Obama prende 250.000 dollari, poco più di 200.000 euro...). L'unica cosa certa è che il maxiaumento retributivo per il segretario generale, deciso poco dopo la sua ascesa a quella poltrona, è arrivato giusto in tempo per arricchire il suo monte contributivo in vista della pensione, per cui fece domanda nel 2011.
A proposito di tempismo, giova ricordare che quella domanda venne fatta mentre già si preparava la sostituzione di Berlusconi con Monti, e quindi quella “riforma delle pensioni” ordinata dalla lettera della Bce (agosto 2011) e che avrebbe poi preso il nome dalla signora Fornero.
Voci di corridoio riferiscono che al dunque, la sua pratica sia stata espletata in soli tre giorni, giusto qualche mese in meno di quel che è necessario per un qualsiasi lavoratore. Dal 2012 al momento delle dimissioni – nell'autunno del 2014 – riuscì a sommare il ragguardevole stipendio con un assegno mensile netto di 5.391,50 euro mensili (lui dice 5.122, ma insomma siamo lì), ovvero altri 65.000 annui.
Dentro la Cisl, allora, si svolse una vera e propria faida a colpi di dossier e lettere di denuncia, anonime o palesi. E in questo modo venne fuori che il “vizietto” di darsi compensi faraonici era diventato un sport alquanto diffuso.
La sostituta di Bonanni, Annamaria Furlan, nuova segretaria generale nazionale della Cisl, si era impegnata a riportare la situazione a livelli accettabili. E quindi ha ridotto, per esempio, il suo stesso stipendio portandolo dai 336.000 euro del predecessore a “soli” 156.627,52 euro annui, che comunque, rispetto ai compensi previsti del 2008 (anno di esplosione della crisi generale e di inizio delle politiche di “austerità” prescritte dalla Troika), segna un aumento del 58,11% ai 76.201,60 euro annui (più un 30% di “indennità”); totale 99.000 euro.
Ma il “vizietto” di attribuirsi stipendi faraonici è decisamente più diffuso e coinvolge livelli molto meno importanti della segreteria generale.
Pochi giorni fa, Fausto Scandola, iscritto dal '68 alla Cisl (il '68 non è stato uguale per tutti, diciamolo, e comunque allora anche una parte della Cisl divenne improvvisamente conflittuale), naturalmente oggi pensionato in quel di Verona, ha preso carta e penna per fare nomi e cifre.
In cima a tutto la domanda politica inaggirabile:
“I nostri Rappresentanti/Dirigenti ai massimi livelli Nazionali della nostra Cisl sono ancora, si possono ancora considerare Rappresentanti Sindacali dei Soci finanziatori, lavoratori dipendenti e pensionati? I loro comportamenti, lo svolgere dei loro ruoli, come gestiscono il potere, si possono ancora considerare da esempio e guida della nostra associazione che punta a curare gli interessi dei lavoratori dipendenti e pensionati soci finanziatori? O rappresentano caratteristiche più affini a chi gestisce una sua proprietà? Come poterli definire, da come esercitano il rispetto delle regole Confederali nel costruirsi i propri compensi, ricavati dal finanziamento volontario dei soci iscritti?”.Per stare sul sicuro, Scandola denuncia casi che conosce direttamente e di cui presumibilmente, ha in mano le carte per provare ciò che dice. Per esempio Antonino Sorgi, presidente nazionale dell'Inas Cisl – il patronato, di fatto – che nel 2014 si sarebbe messo in tasca 77.969,71 euro di pensione, 100.123,00 euro di “compensi” da parte dell'istituto che dirige e altri 77.957,00 euro grazie al ruolo dirigente nell'Inas immobiliare. Il totale (256.049,71 euro), anche qui, supera seppur di poco lo stipendio di Obama. Ma volete mettere quant'è più difficile e faticoso dirigere un patronato rispetto a guidare gli Stati Uniti d'America?
Meglio di lui avrebbe fatto però l'ex presidente del Caf della Cisl, Valeriano Canepari, che l'anno prima sarebbe riuscito a sommare 97.170,00 euro di pensione e 192.071,00 euro di compensi da parte dell'Usr Cisl Emilia Romagna – l'Unione Sindacale Regionale – per un totale di 289.241,00 euro.
I nomi denunciati dall'orripilato Scandola sono molti di più, spesso noti soltanto agli addetti ai lavori. Ma appunto il loro numero e il loro “grado”, alla testa di funzioni minori del sindacato nazionale, fa a cazzotti con l'entità delle cifre percepite.
Non che la Cgil stia messa molto meglio, anche se le cifre sono decisamente meno rilevanti. Guglielmo Epifani, per esempio, è titolare di una pensione mensile netta di appena 3.400 euro, comunque frutto di un “ritocco” stipendiale (appena 800 euro) deciso alla vigilia della presentazione della domanda di pensione.
Gli scandali, in Corso Italia, sono gestiti con metodologie antiche, miranti a salvaguardare il buon nome dell'organizzazione anche a costo di far scomparire dalla circolazione quelli presi con le mani nel lardo. Lì dentro, per esempio, ancora si parla a mezza bocca di quel membro della segreteria nazionale improvvisamente dimesso subito dopo aver gestito i lavori di ristrutturazione della sede centrale.
Cose minori, come si vede, sul piano finanziario. Ma nello stesso milieu “culturale”. Perché – bisogna sempre ricordare – quegli stipendi vengono pagati con i soldi degli iscritti, spesso semplici lavoratori da 1.000 o meno euro al mese; e i cui diritti – contrattuali o legali – vengono svenduti con regolare costanza da dirigenti che “grattano” in cassa.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)