Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
16/07/2025
Gaza sotto assedio israeliano muore di sete
Dopo 21 mesi di offensiva militare e quattro di blocco imposto da Israele, la Striscia di Gaza è entrata in una fase estrema di emergenza idrica e sanitaria. Il territorio palestinese, martoriato dai bombardamenti e assediato dall’esercito israeliano, soffre da mesi la carenza acuta di acqua potabile, aggravata dalla mancanza cronica di carburante per alimentare pozzi, impianti di desalinizzazione e servizi igienico-sanitari.
Secondo un rapporto diffuso questo mese dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), la scarsità d’acqua ha già effetti “devastanti sulla salute pubblica” della popolazione. Epidemie di dissenteria e ittero si stanno diffondendo nei rifugi sovraffollati, dove migliaia di famiglie vivono accalcate, stremate dalla fame e senza accesso a condizioni igieniche minime. I rifiuti si accumulano e i servizi fognari, senza elettricità, non funzionano più: un disastro ambientale e sanitario che minaccia milioni di persone.
Il portavoce dell’UNICEF, James Elder, ha dichiarato che «se fosse consentito l’accesso all’elettricità per gli impianti di desalinizzazione, la crisi idrica a Gaza potrebbe essere risolta nel giro di 24 ore». Ma il carburante – necessario per far funzionare i generatori – entra con il contagocce, bloccato dalle autorità israeliane o intrappolato in meccanismi di distribuzione all’interno della Striscia.
L’accesso alle fonti d’acqua resta fortemente limitato nelle aree sotto controllo diretto dell’esercito israeliano. In alcune zone del sud e del centro, come Khan Younis e Deir al Balah, l’acqua è disponibile solo per pochi minuti al giorno – quando arriva. A Nuseirat, uno dei campi storici dei rifugiati palestinesi, domenica scorsa una fila di civili in attesa davanti a un punto di distribuzione è stata colpita da un missile. L’esercito israeliano ha dichiarato che l’attacco mirava a un gruppo di miliziani, ma che il razzo avrebbe deviato dalla traiettoria. Le vittime erano uomini e donne disarmati, tra loro anche bambini. Cercavano solo acqua.
L’OCHA denuncia che la mancanza di carburante colpisce duramente anche i servizi di raccolta dei rifiuti e di gestione delle acque reflue. In un territorio piccolo e densamente popolato come Gaza – dove oltre due milioni di persone sono ammassate su appena 365 chilometri quadrati – ogni ritardo, ogni carenza, può trasformarsi in una minaccia di morte. La contaminazione dell’acqua residua è già un fatto: l’unica falda acquifera costiera da cui si estrae acqua è infiltrata da liquami e acqua di mare, rendendo il liquido che scorre dai rubinetti inadatto persino all’irrigazione.
Nei rifugi improvvisati, all’interno di tende squarciate dal sole, i genitori cercano di mantenere pulito il poco spazio disponibile spazzando il suolo sabbioso. Ma senza acqua, nemmeno la più semplice delle operazioni quotidiane – lavarsi le mani, lavare un piatto, sciacquare un vestito – può essere compiuta. «È come vivere nella polvere, nella sporcizia. La notte i bambini tossiscono e si grattano per le infezioni alla pelle. I dottori ci dicono di lavare tutto, ma con cosa?», racconta una madre nel campo di Deir al Balah.
Le agenzie delle Nazioni Unite, compresa l’UNRWA, denunciano da settimane una situazione «vicina al collasso totale». In molti rifugi, solo una latrina è disponibile ogni 200 persone. Le scorte di sapone sono terminate e l’acqua, quando disponibile, viene razionata a meno di tre litri a persona al giorno – ben al di sotto della soglia minima stabilita dall’OMS per la sopravvivenza (che è di 15 litri al giorno). La disidratazione è ormai una minaccia concreta, soprattutto per i bambini e gli anziani.
Il blocco israeliano impedisce anche l’ingresso di materiali e attrezzature per riparare le infrastrutture danneggiate. La rete idrica è stata colpita più volte dai bombardamenti, e in molte zone le tubature sono scoppiate o si sono ostruite, rendendo impossibile anche il trasporto dell’acqua potabile fornita dagli aiuti. I convogli umanitari, peraltro, non riescono a entrare in quantità sufficiente per rispondere al fabbisogno della popolazione.
Nel frattempo, l’estate è arrivata con temperature oltre i 35 gradi. L’acqua, oltre che bisogno primario, diventa arma di sopravvivenza e oggetto di lotta. I bambini corrono dietro ai camion cisterna con bottiglie vuote, mentre si moltiplicano le tensioni e i piccoli furti d’acqua nei campi sovraffollati.
L’assedio idrico è diventato uno strumento letale al pari dei bombardamenti. Un modo silenzioso, ma altrettanto efficace, per logorare un’intera popolazione. James Elder lo definisce «un crimine contro l’infanzia». Ma la comunità internazionale, ancora una volta, resta a guardare.
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02/06/2025
Egitto - Jirian, il progetto faraonico di El Sisi rischia di aggravare la crisi idrica
La nuova città, chiamata Jirian, sorgerà a 42 km a ovest del Cairo, coprendo un’area di 6,8 milioni di metri quadrati. Ogni giorno, 10 milioni di metri cubi d’acqua del Nilo verranno convogliati verso questa zona, alimentando non solo le abitazioni di lusso con facciate in vetro, ma anche il progetto agricolo “New Delta”, che si estenderà per 2,28 milioni di acri.
Il progetto è gestito da tre sviluppatori privati, in collaborazione con Mostakbal Misr per lo Sviluppo Sostenibile, un’agenzia legata all’esercito. Oltre alle residenze, Jirian includerà aree commerciali, un porto turistico e una zona franca per incentivare gli investimenti.
L’Egitto però affronta una grave carenza idrica, con il Nilo che fornisce il 97% dell’acqua dolce del Paese. La deviazione di una parte significativa del fiume verso Jirian potrebbe aggravare la situazione, soprattutto nel Delta del Nilo, dove l’agricoltura è già minacciata da salinizzazione e siccità. Inoltre, il Paese sta già lottando con blackout energetici frequenti, un’inflazione galoppante (oltre il 30% nel 2023) e un debito pubblico insostenibile.
Il governo sostiene che Jirian aumenterà il valore dei beni statali e attirerà investitori stranieri, ma alcuni esperti temono che si tratti di un progetto elitario, che beneficerà pochi a scapito delle necessità idriche di milioni di egiziani. Perciò il dibattito è aperto: questa città rappresenta una svolta economica o un azzardo ambientale? Con la popolazione in crescita e le risorse idriche in diminuzione, non sarà semplice per le autorità bilanciare innovazione e sostenibilità.
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03/07/2024
Iraq - Prove di invasione turche
In un villaggio del distretto di Al-Amadiya, nel nord del governatorato, ha invece ingaggiando scontri a fuoco con membri del braccio armato del PKK, costringendo i residenti ad abbandonare il territorio.
In base a quanto riportato dal KNK (Congresso Nazionale del Kurdistan) nel comunicato del 28 giugno scorso, ci sarebbero segnali di un piano di invasione da parte dell’esercito turco nella regione del Kurdistan iracheno perché “l’aumento dei convogli di camion e veicoli blindati che attraversano varie regioni sottolinea l’escalation delle tensioni. Secondo quanto riferito, le truppe sono state viste muoversi attraverso i villaggi nel governatorato di Dohuk”.
Dall’inizio dell’anno fino al 31 maggio, sempre per voce del KNK, Ankara ha condotto 833 attacchi aerei sul suolo della regione del Kurdistan iracheno e su Mosul.
Domenica 30 giugno ha ucciso sette membri del PKK, colpendoli sia in Siria che in Iraq, violando apertamente la sovranità dei due Stati, come d’altronde fa da anni.
A seguito degli accordi siglati lo scorso aprile tra Baghdad e Ankara, Erdogan aveva annunciato l’intenzione di intraprendere in estate azioni militari in Iraq e in Siria contro il PKK. Il Presidente turco era uscito soddisfatto dagli incontri avuti con il Primo Ministro del governo federale iracheno, Mohammed Shia Al Sudani, e con il Primo Ministro del governo del Kurdistan iracheno, Masrour Barzani, perché aveva sostanzialmente ottenuto l’autorizzazione a portare avanti la sua offensiva nelle zone del Kurdistan iracheno dove si trovano membri e basi del PKK. Aveva anzi auspicato che si potessero effettuare le operazioni militari in modo congiunto, assicurazione ricevuta da Erbil e che probabilmente arriverà anche da Baghdad.
L’Iraq si trova infatti in una posizione vulnerabile rispetto alla Turchia poiché, fra le tante questioni che legano i due Paesi, la più importante è quella relativa alle risorse idriche.
La Turchia è in grado di gestire il flusso d’acqua di cui l’Iraq ha disperatamente bisogno, afflitta com’è dai cambiamenti climatici, avendo costruito le dighe sui fiumi Tigri e Eufrate, che bagnano anche l’Iraq. L’Iraq ha sempre accusato il vicino di aver ridotto dell’80% le risorse idriche del Paese.
Gli accordi firmati ad aprile cercano di dirimere questa controversia ma Baghdad deve pagare un prezzo di fedeltà a Ankara sul versante anti-PKK. In questo modo si spiega perché nessuna voce governativa si sia alzata, nemmeno dalle parti del Kurdistan iracheno, dopo due giorni di attacchi turchi.
A farsi sentire è stato però il PUK (Unione Patriottica del Kurdistan) che, secondo quanto riportato da ANF News, è intervenuto denunciando il silenzio di Erbil e Baghdad, a dimostrazione della debolezza dello Stato iracheno. Ha dunque chiesto che venissero prese delle azioni per fare cessare queste manovre poiché “l’unico obiettivo turco è di minare la sicurezza e la stabilità del Paese e violare la sovranità dell’Iraq”.
Il progetto di Erdogan di eliminare ogni cellula del PKK e dei suoi affiliati fuori dai confini nazionali non si limita all’Iraq ma guarda anche alla regione del Rojava, nella parte settentrionale della Siria, dove gli attacchi turchi non cessano mai e, se Ankara deciderà di portare avanti il suo piano, si aprirà una nuova stagione di intensi scontri. È infatti fondamentale per la Turchia spezzare quella linea di continuità che unisce l’Amministrazione Autonoma del Rojava con quella del distretto di Shengal, nel nord dell’Iraq e al confine proprio con il Rojava, dove risiedono gli ezidi, il popolo vittima del genocidio dell’ISIS nell’agosto del 2014.
I movimenti di questi giorni nel Kurdistan iracheno fanno pensare che la Turchia voglia dare seguito all’annuncio di aprile. Bisognerà vedere con quale portata militare agirà per capire se Erbil e Baghdad resteranno a guardare senza battere ciglio, nonostante i danni che verranno causati ai territori e ai residenti delle zone colpite. Su questo piano il KDP (Partito Democratico del Kurdistan), il partito al governo del Kurdistan iracheno, deve fare bene i propri calcoli perché il 20 ottobre prossimo si terranno, dopo continui rinvii, le elezioni nella regione e per la prima volta il KDP sembra vacillare.
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07/06/2024
Il genocidio del popolo palestinese nel colonialismo e nel controllo delle risorse
Per questo parlare oggi di imperialismo ci permette di comprendere l’attuale fase storico-economica e le dinamiche che hanno interessato lo sviluppo diseguale delle diverse zone del pianeta che, come Scuola Marxista, Decoloniale per le Transizioni individuiamo nelle categorie dei cosiddetti Nord e del Sud globale, ma vuole anche soffermarsi e dare rilievo sul carattere storico e nelle rappresentazioni materiali che questa fase assume.
Credere che il concetto di imperialismo sia ormai superato dalla fine della guerra fredda e dall’emergere del pensiero mainstream, ci porta a scartare un’analisi e uno studio con importanti punti di riflessione che oggigiorno andrebbero tuttavia riportati all’interno del dibattito socio-politico-economico per una maggiore confluenza della dialettica sulla questione. Infatti, l’imperialismo, non è altro che una riconosciuta categoria economica, e il primo pensatore, analista e studioso che ne ha colto l’essenza e la sua rappresentazione è senz’altro Ilici Lenin, con il suo testo Imperialismo, fase suprema del capitalismo.
Il padre della Rivoluzione Russa aveva già previsto come questa fase sarebbe stata totalmente caratterizzata dalla preminenza del carattere finanziario e della finanziarizzazione dell’economia che avrebbe portato ad una nuova configurazione del mondo e delle relazioni socio-economiche.
Se prendiamo invece i punti chiavi assunti dal terzomondista Samir Amin per definire i cosiddetti paesi imperialisti, vediamo una maggiore caratterizzazione della rappresentazione del potere e del controllo assoluto su vari settori chiave quali: flussi finanziari, tecnologie avanzate, risorse naturali strategiche, mass media e i mezzi di distruzione di massa.
Per tale ragione oggi vogliamo soffermarci sull’analisi del tema del controllo e dominio sulle risorse naturali strategiche, soffermandoci successivamente sul caso studio del controllo idrico in Palestina. Siamo, infatti, convenzionalmente abituati a considerare la lotta per l’accaparramento delle risorse naturali in riferimento al petrolio, o agli idrocarburi ma oggigiorno il dominio imperialista sulle risorse naturali strategiche e sulle materie critiche (Critical Raw Materials, CRM) è un tema di grande rilevanza geopolitica ed economica.
Il controllo idrico in Palestina
Il controllo delle risorse naturali strategiche non è sempre definibile entro le semplici dinamiche di dominante e dominato ed un esempio significativo di questa complessità è il caso del controllo idrico in Palestina. In questo contesto di riscrittura storica, specialmente in riferimento all’attuale ed ennesimo conflitto israelo-palestinese, affrontare questioni come il controllo e il dominio delle risorse strategiche, come quelle idriche, ci permette di comprendere come non tutte le insicurezze relative alle risorse possano essere definite semplicemente attraverso una matrice dominante-dominato.
È quindi fondamentale approfondire le modalità di riproduzione del nazionalismo religioso, il sionismo, che vede la terra promessa come un elemento centrale della salvezza e della redenzione del popolo ebraico. Questa prospettiva guida le politiche israeliane verso una trasformazione radicale e una ricerca incessante di sicurezza e perfezione, tanto per la terra quanto per i suoi abitanti. La comprensione di queste dinamiche è essenziale per comprendere le tensioni e i conflitti nella regione.
Il controllo delle risorse strategiche, in particolare dell’acqua, gioca un ruolo cruciale nel conflitto israelo-palestinese. La gestione delle risorse idriche è una questione vitale in una regione caratterizzata da scarsità d’acqua. Israele ha sviluppato tecnologie avanzate per la desalinizzazione e l’irrigazione, rendendosi relativamente autosufficiente.
Tuttavia, il controllo delle fonti idriche, come le falde acquifere e il fiume Giordano, rimane una questione contesa, con implicazioni significative per la popolazione palestinese.
La disponibilità idrica nella regione è una questione complessa e spesso contesa, caratterizzata da una marcata disuguaglianza tra Israele e i territori palestinesi. Infatti, le principali risorse idriche della regione sono rappresentate dalle falde dell’acquifero montano (in corrispondenza della Cisgiordania), dalla falda costiera, e dal fiume Giordano. In corrispondenza dell’acquifero montano, le tecnologie avanzate israeliane permettono una maggiore capacità di estrazione della risorsa che viene distribuita in maniera diseguale.
Da questo prospetto risulta che il 90% delle risorse idriche disponibili è utilizzato da Israele, lasciando solo il 10% per i palestinesi, dati che assumono una natura ancor più inquietante se si mettono in relazione il peso demografico dei due paesi: Cisgiordania e Gaza contano quasi 5 milioni di abitanti, mentre Israele ha circa 8,6 milioni di abitanti.
Le politiche israeliane relative alla gestione dell’acqua sono influenzate da ideologie nazionaliste che promuovono la colonizzazione e l’espansione degli insediamenti nei territori occupati, creando, tensioni e contraddizioni con il diritto internazionale e le aspirazioni palestinesi per l’autodeterminazione.
Nel nazionalismo sionista il controllo della risorsa idrica è essenziale anche per via della visione messianica della costruzione e attuazione della Terra Promessa.
Importanti infrastrutture sono nate proprio in ottemperanza del mandato di creazione della Terra Promessa del popolo israeliano, tra queste anche il National Water Carrier che trasporta l’acqua dal lago Tiberiade fino al deserto del Negev, al fine di rendere fertile questa terra. La gestione delle risorse idriche è influenzata da un intreccio di fattori storici, politici e legali.
Gli Accordi di Oslo, firmati negli anni ’90, hanno creato un quadro per la cooperazione, ma hanno anche cementato un controllo asimmetrico delle risorse. Israele, con una maggiore capacità tecnica e infrastrutturale, è riuscito a sfruttare queste risorse in modo più efficiente. Infatti, seppur si è riconosciuto il diritto all’acqua ai palestinesi attraverso concessioni e trasferimenti, questi ultimi vengono gestiti dal Mekorot, dietro vendita a prezzo pieno.
Altra struttura della governance della risorsa idrica è la Joint Water Comitee nata a Taba con gli accordi di Oslo II, volto a gestire su rappresentanza paritaria palestinese e israeliana la cooperazione in materia idrica, in riferimento alle tre fonti condivise in Cisgiordania. Questo approccio, però, non tiene conto dei rapporti di forza dei due attori coinvolti, in quanto Israele usa il suo potere di veto per impedire la costruzione di infrastrutture idriche palestinesi, implementando a loro volta i progetti idrici israeliani nei territori occupati, certi di una accettazione palestinese che non ha potere di contrattazione, in quanto, per non vedere eventuali loro progetti inapplicati in futuro per possibile veto israeliano, accettano i progetti di quest’ultimi, legittimando legalmente la loro presenza in Cisgiordania.
Pertanto, il controllo assoluto delle risorse idriche è strumentale alla realizzazione di una sovranità totale sulla regione. In definitiva, la gestione delle risorse naturali strategiche e la questione della sicurezza in Palestina vanno oltre le semplici dinamiche di potere e controllo. Sono radicate in una visione messianica del nazionalismo sionista, che vede la terra promessa come un elemento centrale della salvezza e della redenzione del popolo ebraico.
Questa prospettiva guida le politiche israeliane verso una trasformazione radicale e una ricerca incessante di sicurezza e controllo, tanto per la terra quanto per i suoi abitanti.
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13/01/2024
Etiopia-Sudan-Egitto: le ragioni per un conflitto latente
Questa mega-costruzione sul Nilo Azzurro, alta 145 metri e larga 260 nella regione di Benishangul-Gumuz, a circa 30 chilometri dal confine sudanese, ha ovviamente fatto scattare un campanello d’allarme sia al Cairo che a Khartoum, che hanno ovvie ragioni per ritenere che la parziale interruzione del flusso del fiume possa avere un impatto diretto sulle loro economie, soprattutto perché le successive tornate negoziali tra i tre Paesi interessati (Etiopia, Sudan ed Egitto) e monitorate dagli Stati Uniti, data la grande capacità di stoccaggio del bacino, potrebbero avere ripercussioni su entrambi i Paesi a valle, il che è molto pericoloso, avverte un negoziatore sudanese.
Il Sudan, dove si incontrano il Nilo Azzurro e il Nilo Bianco, è il più colpito. In primo luogo, perché la regolazione del flusso del fiume impedirà le inondazioni stagionali, che sono parte integrante del modello agricolo locale.
Finora tutti i round negoziali per ottenere l’impegno dell’Etiopia ad accettare le condizioni per il riempimento del bacino sono falliti, compreso l’ultimo che si è concluso il 19 dicembre, pertanto le tensioni continuano a crescere in una regione che probabilmente non tollererà altre crisi e dove la possibilità di un conflitto armato non solo nelle tre nazioni coinvolte, ma anche in diverse nazioni limitrofe, non è una questione così remota.
In questo contesto di tensione è importante notare che tutti e tre i Paesi coinvolti, per ragioni diverse, sono sull’orlo del collasso.
Il Sudan, con una guerra civile che infuria ormai da quasi nove mesi e anche se sembra delinearsi un possibile vincitore, le Rapid Support Forces (RSF), la banda paramilitare a cui risponde Mohamed “Hemetti” Dagalo, oltre a sconfiggere le Sudanese Armed Forces (SAF) del generale Abdel Fattah al-Burhan su diversi fronti chiave del conflitto, continuano a incrementare il genocidio in Darfur, che sembra che nessuno voglia riconoscere, fermare o anche solo condannare.
Indipendentemente dalla parte vincitrice, il fatto è che il Paese è già devastato dalla distruzione di infrastrutture, strade, ponti, centrali elettriche, aeroporti e altri edifici vitali, oltre a migliaia di case e centinaia di ospedali e scuole.
L’Egitto, impantanato in una crisi economica monumentale, chiederà al neoeletto presidente – per la terza volta consecutiva – Abdel Fattah al-Sisi, di intensificare le misure per contenere i disordini sociali e porre finalmente fine alla guerra interna contro il terrorismo fondamentalista nel Sinai, che dura da cinque anni.
Ma nulla di tutto ciò è paragonabile alla massiccia crisi umanitaria che potrebbe scatenarsi se gli Stati Uniti non fermeranno la pulizia etnica di Gaza guidata dai sionisti, che mira chiaramente a costringere gli oltre due milioni di gazawi a lasciare la loro terra e a fuggire attraverso il valico di Rafah nel Sinai settentrionale, dove il generale al-Sisi dovrà prendere in mano la situazione fino a quando le Nazioni Unite non si occuperanno finalemente, se gli Stati Uniti e i sionisti lo permetteranno, dei palestinesi sfollati.
E infine l’Etiopia, che deve ancora riprendersi dalla guerra di due anni (2020-2022) contro le forze separatiste dello Stato del Tigray e sta già contenendo a stento i tentativi di secessione dello Stato Amhara e che, se non ci riuscirà, precipiterà in una serie di guerre regionali che potrebbero finire per far esplodere la sempre minacciata unità nazionale.
Sebbene né l’Egitto né il Sudan siano stati colpiti dall’inizio del riempimento del bacino nel 2020, poiché l’acqua viene trattenuta durante la stagione delle piogge, la tensione non è diminuita, anzi.
Le due nazioni attraversano il corso del Nilo Azzurro, che a Khartoum si unisce al Nilo Bianco, per proseguire verso il Mediterraneo, attraversando tutto l’Egitto fino a raggiungere il Mediterraneo.
Inutile ricordare l’importanza fondamentale del Nilo per l’esistenza dell’Egitto fin dall’inizio dei tempi, in quanto sua unica fonte d’acqua, per cui il declino si ripercuoterebbe sull’importante produzione agricola che dipende dalle piene annuali e dall’arretramento del fiume per fertilizzare le sue terre, nonché su industrie elementari come la produzione di mattoni, per mancanza della materia prima, attività fiorente da secoli, a nord di Khartoum, che non raggiunge più nemmeno la metà del milione di unità che venivano prodotte fino a tre anni fa.
In un recente comunicato stampa diffuso dal Cairo dopo il fallimento dei negoziati, le autorità egiziane hanno affermato che il fallimento deriva dal “persistente rifiuto dell’Etiopia di accettare qualsiasi soluzione di compromesso tecnico o legale che salvaguardi gli interessi dei tre Paesi”.
Secondo la dichiarazione, l’Egitto ha compiuto sforzi e si è impegnato attivamente con i due Paesi a valle per risolvere le principali differenze e raggiungere un accordo amichevole.
Nel frattempo, Addis Abeba continua ad accusare l’Egitto di voler imporre il suo pregiudizio colonialista inventando impedimenti al raggiungimento di un accordo. Il Sudan è stato meno incisivo nelle sue dichiarazioni, data la guerra civile in corso, e si è mostrato più moderato nelle sue posizioni, pur mantenendo le stesse obiezioni.
Un’altra delle richieste del Cairo è che l’Etiopia si astenga dal costruire altre dighe sul Nilo Azzurro, una possibilità che, data la mancanza di accordi preliminari su questa realtà, potrebbe essere perfettamente realizzabile, dando ad Addis Abeba un significativo vantaggio politico e geopolitico nella regione, dove l’elettricità scarseggia, per qualsiasi tipo di sviluppo.
L’istinto indipendentista dell’Etiopia l’ha portata a diventare l’unico Paese del continente che è riuscito a rimanere fuori dall’era coloniale, al di là dell’interregno italiano (1936-1941), mentre nel corso della sua storia e praticamente fino ai giorni nostri ha combattuto diverse guerre per mantenere questo status, con l’Eritrea tra il 1961-1991 e il 1998-2000.
Arbitrariamente, il Regno Unito, durante l’occupazione di Egitto e Sudan, interessati a diversi progetti idrici, concesse alle sue colonie, in pratica, il controllo sull’intero bacino del Nilo, cosa che non è mai stata accettata dall’Etiopia, la cui posizione è sempre stata quella di non poter rivendicare il possesso esclusivo del fiume.
Un altro dei benefici collaterali che il GERD porta all’Etiopia è la formazione di oltre 70 isole dal lago artificiale, che saranno utilizzate per il turismo, oltre alla creazione intorno al lago di stabilimenti legati all’industria della pesca.
Un accordo comune tra le tre nazioni potrebbe essere una situazione vantaggiosa per tutti, in quanto esiste la possibilità concreta di investimenti internazionali per progetti nazionali e internazionali, ma è improbabile nell’immediato futuro nel contesto di instabilità dei tre Paesi, che sono stati tormentati da guerre, crisi politiche ed economiche.
Nel frattempo, il livello del Nilo continua a scendere ed è già un dato di fatto che non trasporta più i sedimenti che hanno arricchito le sue sponde per milioni di anni, ma solo sabbia.
La diga, oltre a ridurre la quantità di limo e di sostanze nutritive, aumenterà la salinità delle acque del Nilo, diminuendo la concentrazione di plancton, alterando la temperatura dell’acqua e riducendo il contenuto di ossigeno, che finirà per influenzare la migrazione e la riproduzione dei pesci.
Inoltre, il Sudan potrebbe perdere 84.000 ettari di colture, mentre la perdita di sostanze nutritive aumenterà la necessità di fertilizzanti, con ripercussioni non solo sui costi di produzione, ma anche sull’ambiente e sulla salute pubblica.
Il Presidente al-Sisi, nel tentativo di ribaltare la posizione del Primo Ministro etiope Abey Ahmed, più di tre anni fa ha chiesto che la questione del bacino idrico fosse inserita nell’agenda della Lega Araba e dell’Unione Africana, senza successo.
Nel luglio 2021 al-Sisi aveva chiesto, senza ancora ottenere alcuna reazione, l’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che più di una volta prelude all’inizio di un conflitto armato che ha tutte le ragioni per divampare.
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09/10/2023
I 60 anni dal Vajont e le dighe che tornano di moda
La prima. Nel 1962 era stato istituito un ente pubblico che era diventato proprietario di tutti gli impianti elettrici d’Italia, nazionalizzando le varie imprese private: l’Enel. Bene, proprio a seguito di quella tragedia l’Enel fece eseguire delle perizie su tutti i suoi impianti idroelettrici, e cosa emerse? Emerse che lo sbarramento di uno di quegli impianti era stato realizzato su una paleofrana ed era a rischio di cedimento. Era l’impianto di Beauregard in Valgrisenche. Se avesse ceduto, l’enorme flusso d’acqua avrebbe travolto tutti gli abitati della Valgrisenche e si sarebbe riversato sul fondovalle. Difficile ipotizzare quanti morti avrebbe causato.
L’Enel decise ovviamente di svuotare l’invaso. Peccato che per realizzarlo l’impresa privata SIP (Società Idroelettrica Piemonte) avesse sommerso cinque borgate e altre due avessero dovuto essere abbandonate. La portata dell’invaso fu poi ridotta ad un decimo. L’impresa che aveva realizzato l’invaso del Vajont era la stessa che realizzò Beauregard.
E dire che in Italia si erano già verificati due disastri, ben prima del Vajont. Il primo fu il cedimento strutturale della diga di Gleno, in Val di Scalve, nelle Alpi Orobie: il 1° dicembre 1923 alle ore 7:15 la diga crollò. Sei milioni di metri cubi d’acqua, fango e detriti precipitarono dal bacino artificiale a circa 1.500 metri di quota, dirigendosi verso il lago d’Iseo e procurando la morte di almeno 356 persone. Il secondo episodio si verificò invece in Valle Orba, nell’Alessandrino, il 13 agosto 1935. Fu il crollo della diga di Molare che comportò la morte di più di cento persone.
La seconda. Gli sbarramenti degli invasi sono realizzati in cemento armato, ma, come qualsiasi opera umana, anche il cemento armato ha una durata. Esemplare in proposito la lettura del saggio Cemento. Arma di costruzione di massa di Anselm Jappe. Che ne sarà degli invasi, che sono stati realizzati nel 1900 e in buona parte nella prima metà dello scorso secolo quando arriveranno a fine vita? Prima di costruire nuovi invasi converrebbe pensare anche a questo aspetto.
E veniamo alla terza ragione: le nuove dighe. Dopo un lungo periodo in cui di nuovi impianti non si è quasi parlato, oggi le dighe sono tornate di moda. E tutto congiura perché siano resuscitate, sia a causa del cambiamento climatico e quindi delle minori precipitazioni, sia al fine di produzione idroelettrica, la prima delle energie verdi. Facciamo una piccola premessa: al di là dell’aspetto non trascurabile della pericolosità e della durata delle opere, resta il fatto che le dighe comportano un consumo rilevante di suolo su terreni montani e quindi fragili, e alterano il deflusso dell’acqua: non sono opere da prendere alla leggera.
Detto ciò, nel 2021 fece notizia il progetto di Coldiretti, Enel, Eni e Cassa Depositi e Prestiti per la realizzazione di ben mille nuove dighe. Progetto ribadito dal presidente di Coldiretti Ettore Prandini quest’anno: “La siccità si combatte anche con un investimento volto a trattenere l’acqua piovana visto che oggi se ne riesce a trattenere solo l’11% di quella che cade. E la soluzione è la realizzazione di 1.000 bacini di accumulo. Ma la cosa importante sarebbe partire con i primi 100 nei prossimi anni con una buona portata di trattenimento dell’acqua piovana e lo sviluppo anche dell’idroelettrico”. E Prandini continua facendo un’affermazione quanto meno singolare e cioè che le dighe combatterebbero il dissesto idrogeologico. Sul che c’è francamente da dubitare.
Ma non solo dighe in generale: torna di moda nell’idroelettrico il pompaggio, che prevede la realizzazione non di una bensì di due dighe, una inferiore e una superiore, collegate da un canale che pompa acqua nei due bacini e produce energia elettrica solo quando necessita. È quello che accade ad esempio nel Vallone delle Rovine ad Entracque (CN), dove ai tempi dell’opera comparve una scritta significativa “Visitate la valle prima che l’Enel la distrugga”. Perché il pompaggio comporta la morte della vita in tutto il sistema di produzione. Torna di moda, dicevo: ne è un esempio Enel Green Power che vuole realizzare Pizzone 2 nella zona contigua al Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise e Valcimarra 2 in provincia di Macerata. E si muovono anche i privati.
Insomma, grande fermento sul fronte invasi. Detto dei progetti resta un quesito molto banale a monte: perché non pensare al risparmio della risorsa acqua? Non è infinita, lo sappiamo bene. Sarà sempre meno disponibile per via dei cambiamenti climatici e in particolare per la riduzione e la scomparsa dei ghiacciai. Non sarebbe il caso di intervenire sul suo utilizzo in agricoltura per avere colture meno bisognose di acqua? E di intervenire finalmente sulla rete idrica colabrodo? E di pensare innanzitutto al risparmio nel campo elettrico?
Noi ci comportiamo come se si potesse protrarre all’infinito il nostro stile di vita. Ma non è così!
Fonte
03/08/2023
Acqua. Le mani degli avvoltoi della finanza su un bene a rischio scarsità
Ma la questione su cui vogliamo portare l’attenzione dei nostri lettori è ancora più seria.
La siccità, i cambiamenti climatici, la crescente urbanizzazione, le coltivazioni intensive, stanno determinando una severa riduzione dell’acqua potabile e dell’acqua dolce disponibili. L’acqua dolce disponibile sulla terra è solo il 2,5% del volume totale di acqua.
O meglio, le riserve d’acqua dolce sarebbero più che sufficienti, ma le accresciute esigenze di consumo di acqua ne mettono a rischio una disponibilità adeguata e distribuita creando, appunto, una situazione di tendenziale scarsità che sta alimentando sia gli spiriti animali del capitalismo sia possibili conflitti per il controllo e l’uso delle risorse idriche disponibili.
Nel secondo caso, pochi giorni fa il nostro giornale ha ospitato un ampio articolo portando ad esempio la grande diga GERD costruita dall’Etiopia che rischia di ridurre la portata del Nilo in Egitto.
Sugli appetiti dei privati nell’appropriazione dell’acqua come bene tendenzialmente scarso e dunque da pagare profumatamente, l’Ispi (Istituto Studi di Politica Internazionale) ha pubblicato un lungo e documentato servizio.
L’Ispi ci rammenta che dalla fine del 2020 è diventato possibile, per la prima volta nella storia, scambiare i Nasdaq Veles California Water Index Futures, i cosiddetti “futures sull’acqua”. In pratica delle scommesse sulle forniture e la disponibilità di acqua nel futuro.
Fino ad allora il mercato dei futures di Wall Street si occupava di materie prime come petrolio, oro ma anche arance. In poche parole, fare trading nel mercato dei futures significa che gli investitori si impegnano ad acquistare una merce in una data futura e a un prezzo prestabilito, indipendentemente dalle condizioni di mercato; in questo caso il CME Group ha lanciato dei futures dell’indice Nasdaq Veles California Water (NQH2O) per aiutare gli investitori a gestire il rischio delle fluttuazioni del prezzo associato alla scarsità di acqua nel più grande mercato della risorsa negli Stati Uniti, la California.
Quello dei futures è un mercato finanziario chiaramente speculativo basato sulla disponibilità della materia prima. Durante i periodi di siccità, l’indice NQH2O sale e con esso il prezzo di mercato dell’acqua. Durante i periodi di abbondanza idrica, il prezzo diminuisce. Secondo Nasdaq, mettere un prezzo sull’acqua è inevitabile. La versione “nobile” di questa tesi è che altrimenti non si possono proteggere i consumatori dalle fluttuazioni legate al suo valore, la versione “reale” è che con la scarsità di acqua gli investitori privati possono fare affari d’oro.
L’indice NQH2O punta sul fatto che l’acqua è destinata a diventare una risorsa sempre più scarsa e che l’accesso ad essa sarà meno prevedibile in futuro. In tale approccio, è implicito che la governance pubblica dell’acqua è destinata a fallire (o costretta a fallire come denuncia Noam Chomski) e la crisi idrica peggiorerà. Secondo l’Ispi ci possiamo aspettare in tempi brevi l’apertura di altri mercati futures negli Stati Uniti e, più in generale, in altre parti del mondo dove l'acqua è già scarsa o molto richiesta.
Non solo. Il servizio ci rammenta che l’acqua è oramai entrata a far parte di numerosi fondi di investimento. Prendiamo ad esempio il Fidelity® Water Sustainability Fund (FLOWX), che inserisce nel suo portafoglio esclusivamente aziende che lavorano nel settore idrico. Il fondo ruota intorno al fatto che il mondo si trova di fronte a gravi carenze idriche e che la situazione presumibilmente peggiorerà a causa di una popolazione mondiale in crescita, infrastrutture fatiscenti e i cambiamenti climatici. I governi avranno così bisogno – secondo FLOWX – di essere aiutati dalle aziende private, non appesantite da debito pubblico e spending review. Tale combinazione – governi depotenziati e una crisi idrica in peggioramento – a detta dei traders, fa dell’acqua una buona opportunità di investimento, con ricavi che potrebbero crescere del 4% -6% all’anno, soprattutto in paesi come India o Cina, dove gli investimenti aumenteranno nei prossimi decenni.
L’acqua dunque è già diventata preda ed oggetto dei circuiti finanziari e la tendenza alla finanziarizzazione è evidente anche nelle dinamiche legate alla sua privatizzazione.
L’Ispi segnala che se nel 1990 erano meno di 51 milioni le persone che ricevevano acque urbane da compagnie private (principalmente in Europa e negli Stati Uniti), dieci anni dopo, il loro numero era salito a 460 milioni di persone (i tassi di crescita più elevati si registrano in Africa, Asia e America Latina). Oggi, Aqua Fed – la Federazione Internazionale degli Operatori Privati dell’Acqua – stima che circa 800 milioni di persone siano servite da operatori privati, e possiamo naturalmente aspettarci che questo numero aumenti in futuro.
Il colosso europeo nel settore è la francese Veolia, che nel 2022 ha acquistato quella che all’epoca era la seconda più grande azienda, Suez, anch’essa francese. Veolia è molto attiva in Africa, dove la Francia ha controllato un significativo impero coloniale per quasi due secoli e continua ad avere considerevoli interessi economici e geopolitici. Suez ha costruito oltre 500 impianti di trattamento dell’acqua in Africa e gestisce diversi sistemi idrici privati in tutto il continente, compresi i redditizi servizi idrici potabili di Casablanca e Algeri.
In Italia, invece, il referendum sull’acqua pubblica del 2011 ha temporaneamente bloccato la privatizzazione, ma gli avvoltoi sono tornati alla carica con mille sotterfugi, sostenendo che questa porti a una maggiore efficienza nella gestione dell’acqua, eliminando gli sprechi e aumentando gli investimenti.
Chi si oppone alla privatizzazione sostiene giustamente (e tutti i dati lo confermano) che questa comporta un aumento dei costi per l’acqua, rendendola così meno accessibile, anteponendo la logica del profitto agli interessi collettivi e alle questioni ambientali.
In Italia con un governo come quello Meloni che sta mostrando il suo volto antipopolare e apertamente a sostegno degli interessi privati, occorre non abbassare la guardia di un millimetro. Non solo per bloccare la privatizzazione dell’acqua che cercano di far rientrare dalla finestra, ma anche per impedire che la speculazione finanziaria metta le mani – e assuma posizioni di ricatto verso la collettività – su un bene primario come l’acqua.
È un orrore economico e sociale da fermare con ogni mezzo necessario.
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19/06/2023
Il paradosso di un’Italia in siccità colpita dalle alluvioni
Innanzitutto, bisogna notare che c’è poca ironia da fare, mentre da Nord a Sud, da Bergamo a Nola, ogni pioggia si è trasformata in eventi atmosferici da zona tropicale, con conseguenti e sostanziosi danni. L’alluvione della Romagna, dopo il caso marchigiano, si è portato via 17 persone: non c’è nulla da ridere.
Poi, non basta un mese di precipitazioni torrenziali, grandine e neve, per rimettere in ordine gli equilibri di un intero ecosistema. La Fondazione Centro Internazionale in Monitoraggio Ambientale (CIMA) ha calcolato il deficit di quantità d’acqua contenuta nella neve delle nostre montagne pari al 49% della media degli ultimi 12 anni.
Bisogna poi tenere a mente che le previsioni del tempo non sono come quelle generali dell’andamento climatico. Francesco Avanzi, ricercatore della CIMA, ricorda che gli “effetti della siccità emergono nel tempo, man mano che la scarsità d’acqua si va facendo sentire sugli ecosistemi, sulle coltivazioni, sull’approvvigionamento energetico, sulla falda acquifera e quindi sui nostri fiumi”.
Ieri era la giornata mondiale della lotta alla desertificazione, pericolo che riguarda quasi un terzo del territorio nazionale secondo l’ISPRA. Secondo un modello dell’Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale, nel 2022 il 20% del territorio nazionale ha sofferto di siccità estrema, il 40% di siccità severa o moderata.
In Italia solo l’11% dell’acqua piovana viene recuperata, afferma l’ANBI, l’Associazione nazionale consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue. Paragonando le risorse idriche dell’ultimo trentennio con quelle del trentennio 1951-1980, risulta che ne è stato perso il 13%: 19 miliardi di metri cubi, poco meno del Lago di Como.
Si tratta di un volume di acqua pari a due terzi di quello usato annualmente nelle attività umane del paese. Più della metà di questa quota viene prelevata nel distretto padano, soprattutto per alimentare le attività agricole, come se servissero altre prove per dimostrare che la gestione dell’acqua è prima di tutto un problema di modello di sviluppo.
Lo stress idrico, cioè il rapporto tra prelievi idrici totali e disponibilità di acqua dolce superficiale e sotterranea, ha il suo picco proprio lungo il bacino del Po (65,6%). Un valore quasi doppio rispetto a quello di aree considerate tradizionalmente maggiormente esposte al rischio desertificazione, come quelle del Sud e delle Isole.
Il ricercatore ISTAT Stefano Tersigni ha affermato che “il modello agricolo che si è sviluppato negli ultimi 50 anni non è più adeguato alle risorse oggi disponibili, perché ne utilizza troppe ed è poco resiliente ai cambiamenti climatici”. È una questione di caratteri delle filiere produttive, e dunque di organizzazione della produzione e di forme di mercato a cui dà origine.
Anche solo guardando al proprio portafoglio, persino le multinazionali dovrebbero avere interesse a prendere di petto il problema. La Conferenza ONU sull’acqua, tenutasi a New York a fine marzo, ha registrato che dal 1998 al 2017, considerando solo le perdite economiche e non quelle umane, la siccità ha mandato in fumo 124 miliardi di dollari.
Ma è proprio questa la contraddizione fondamentale tra capitale e natura. Il sistema capitalista deve garantire una valorizzazione continua in un mondo finito, e questo alla fine va a detrimento dell’ambiente. Anche gli idrovori allevamenti intensivi sono solo un fenomeno di una società fondata sullo sfruttamento delle risorse, senza nessun equilibrio con esse.
Sempre la Conferenza ONU citata ha previsto che entro il 2030 la domanda globale di acqua dolce supererà del 40% l’offerta disponibile. Appare chiaro che non sono più rimandabili misure per il ripristino dei suoli e per ampliare gli invasi, ma questa coscienza sembra essere ancora poco diffusa nelle agende politiche della classe dirigente occidentale.
C’è poi il nodo che fa da corollario a tutta la questione. Se i nostri governanti decidono di muoversi sulla strada della transizione ecologica, lo fanno senza mettere in discussione l’intero modello, e anzi mettendo in campo misure parziali. E i costi vengono fatti ricadere sulle spalle dei settori popolari.
La battaglia che ci aspetta è avviarsi davvero sulla strada della transizione ecologica, ribaltando le fondamenta del modo di produzione capitalistico. Affinché siano le grandi aziende, i responsabili della crisi climatica – le prime 100 società del fossile hanno prodotto la metà di tutte le emissioni dalla Rivoluzione Industriale – a pagarne i costi, non i lavoratori e le giovani generazioni.
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09/06/2023
Guerra in Ucraina - Diga di Novaja Kakhovka: cui prodest?
E dunque. È un fatto che, nel corso degli anni, quando ancora terrorizzavano quella parte della regione di Donetsk sotto controllo di Kiev, le forze ucraine hanno ripetutamente bersagliato con razzi la centrale idroelettrica di Kakhovka, comprese parti della diga crollata.
A parere del presidente del distretto di Novaja Kakhovka, Vladimir Leont’ev, la distruzione della centrale è il risultato dei ripetuti attacchi ucraini; anche se il corrispondente di guerra Aleksandr Kots ritiene più probabile un potente attacco diretto portato al momento del cedimento. In ogni caso, Leont’ev ricorda che ci fu un giorno «in cui circa 80 HIMARS furono lanciati sulla centrale».
Dopo il febbraio 2022, i comandi ucraini hanno più volte apertamente dichiarato di martellare la centrale con l’obiettivo di distruggerla e allagare il territorio della regione di Kherson a scopi di guerra; mentre la propaganda ucraina ha continuato a minacciare la distruzione della centrale, con l’obiettivo di sommergere la riva sinistra del Dnepr e interrompere l’alimentazione idrica della Crimea.
Ricordiamo che durante sette o otto anni, il regime terroristico di Kiev, nelle “personcine” degli squadristi di Pravyj Sektor (all’epoca, in combutta con formazioni di tatari di Crimea e Lupi grigi turchi), aveva condotto un autentico blocco idrico della Crimea. Ora, nota Colonel Cassad, Kiev se ne vergogna e quelle minacce vengono cancellate da internet.
A più riprese, l’Ucraina ha scaricato l’acqua dalla centrale idroelettrica del Dnepr, che attraversa il fiume tra i centri di Dnepropetrovsk e Nikopol, molto più a nord della centrale di Novaja Kakhovka, facendo così innalzare il livello nel bacino di Kakhovka.
In particolare, sia lo scorso autunno, quando c’erano stati svariarti discorsi circa il possibile minamento della centrale di Kakhovka, sia letteralmente alla vigilia della distruzione della centrale, nella notte del 6 giugno. Tuttora, scrive Aleksandr Kots su Komsomol’skaja Pravda, Kiev continua a tenere aperte le chiuse di quella centrale, pur non essendoci alcun motivo ingegneristico: né forti piogge, né inondazioni primaverili.
Obiettivamente, dal punto di vista militare, l’allagamento verificatosi con il bombardamento della diga di Novaja Kakhovka, crea più problemi alle forze russe, che non a quelle ucraine, dal momento che le prime perdono parte del terreno difensivo avanzato e dei campi minati, che dovranno essere riorganizzati.
Tra l’altro, alcuni osservatori militari, già alcuni mesi fa, su News Front avevano messo in guarda sul pericolo per i campi minati russi di una possibile esondazione del fiume in quell’area.
L’innalzamento del livello del Dnepr mette in pericolo le linee di difesa costiere russe, dichiara al portale Vzgljad l’attivista Vladimir Rogov: «c’è il rischio che le forze ucraine forzino il Dnepr. Kiev non nasconde i piani per impossessarsi della centrale e ammette apertamente che quella diverrebbe una buona testa di ponte sulla riva sinistra del fiume». Infatti, «se il livello di allagamento aumenta ancora, gli ucraini potranno servirsi di imbarcazioni leggere per ovviare ai campi minati russi».
Kiev potrebbe avere la possibilità di forzare più facilmente il Dnepr nella parte superiore, da Nikopol e Marganets verso Energodar: hanno «già fatto tali tentativi, ma ora, quando il bacino, che qualcuno finora definiva “mare”, si restringe fino alla larghezza del letto del fiume, per loro sarà molto più facile farlo».
Dopo la perdita di Artëmovsk e il fallimento del tentato attacco nell’area del saliente di Vrem’evka, tra Ugledar e Zaporož’e, scrive Colonel Cassad, l’Ucraina aveva urgente bisogno dell’ennesima “Bucha”, per sviare l’attenzione dagli ultimi fallimenti militari.
Al contrario, la Russia non trae particolari vantaggi dalla distruzione della centrale di Kakhovka, dal momento che, se da un lato, causa l’allagamento, possono crearsi difficoltà anche per l’attività dei gruppi di sabotatori ucraini sugli isolotti nella zona di Kherson, dall’altro può rendersi problematica la situazione lungo il Dnepr a nord della centrale stessa, dove le truppe ucraine possono portare attacchi d’appoggio ai tentativi d’offensiva sulla direttrice di Zaporož’e, soprattutto se l’obiettivo è la presa della centrale atomica.
Tanto più che in passato Kiev aveva già intrapreso tentativi, falliti, di attestarsi nell’area di Energodar, per impossessarsi della centrale nucleare di Zaporož’e.
A proposito di quest’ultima, sul portale Vzgljad, l’attivista Vladimir Rogov dichiara che nonostante il fatto che il bacino di Kakhovka sia importante per le vasche di raffreddamento della centrale, questa dispone di altri canali idrici. Inoltre, al momento la centrale nucleare non produce energia, il che riduce la quantità di acqua richiesta per la manutenzione dell’impianto.
Secondo Aleksej Anpilogov, presidente del fondo per la ricerca scientifica «il livello critico dell’acqua nelle vasche, a causa del quale potrebbero verificarsi problemi con la centrale di Zaporož’e, è di otto metri. Nel caso, la centrale nucleare chiuderà lo scarico dell’acqua di raffreddamento e entrerà in modalità operativa con l’acqua artesiana dai pozzi. In quel momento, è probabile che i reattori debbano essere completamente spenti, anche se già ora praticamente non operano, a causa dei bombardamenti ucraini».
Per quanto riguarda la Crimea, a parere sia di Rogov, che di Anpilogov, al momento non è elevato il pericolo che rimanga senza alimentazione il canale Nord-Crimea, attraverso cui l’acqua, dalla regione di Kherson, arriva nella penisola: «i sistemi di alimentazione del canale sono a monte della centrale di Kakhovka e sono progettati per un livello minimo dell’acqua di 12,7 metri. Di conseguenza, se non viene colpita la stazione di pompaggio, è possibile prevedere in Crimea un certo razionamento dell’acqua per agricoltura, ma non ci dovrebbero essere problemi con l’acqua da bere».
Nelle immediate vicinanze dell’area allagata, invece, secondo Kots, i danni alle chiuse avranno inevitabilmente effetti negativi sui terreni agricoli nelle aree delle regioni di Kherson e Zaporož’e controllate dalle forze di Mosca.
Senza il sistema di irrigazione dei campi, che rischia di subire gravi danni, le terre fertili si trasformeranno in steppa arida. Come è successo in Crimea dopo che Kiev aveva chiuso i rubinetti alla penisola nel 2014: i terreni nella penisola «non si sono ancora completamente ripresi».
In generale, Aleksandr Kots ricorda come a dicembre scorso, gli stessi comandanti ucraini avessero parlato degli attacchi alla diga di Kakhovka in un’intervista coi media occidentali. The Washington Post del 29 dicembre 2022 scriveva che «Il maggiore generale delle forze armate ucraine Koval’chuk ha pensato di esondare il fiume. Gli ucraini, ha detto, hanno persino effettuato un attacco di prova con HIMARS su una delle chiuse della diga Novokakhovskaja, procurando tre falle nel metallo, per vedere se le acque del Dnepr potevano salire abbastanza da bloccare gli accessi russi, ma non allagare i villaggi nelle zone limitrofe. La prova ha avuto successo, ha detto Koval’chuk».
La stessa citazione da TWP è ripresa anche dall’ex conduttore della Fox News, Tucker Carlson, il quale scrive (il suo intervento è riportato dal canale telegram russo kolxozdelodobrovolnoe): «La domanda è chi l’ha fatto. Vediamo. La diga di Kakhovka era di fatto russa. Era stata costruita dal governo russo. Al momento, si trova in territorio controllato dalla Russia. Il bacino della diga fornisce acqua alla Crimea che, da 240 anni, è la dimora della flotta russa del mar Nero. Far saltare in aria la diga può essere forse un male anche per l’Ucraina, ma reca un danno ancora maggiore alla Russia. Proprio per questo motivo, il governo ucraino aveva esaminato la possibilità di distruggerla.
A dicembre, The Washington Post aveva citato un generale ucraino che affermava che i suoi uomini avevano lanciato missili di fabbricazione americana contro la chiusa della diga come attacco di prova. Così che, non appena i fatti cominciano ad emergere, diventa molto meno misterioso ciò che potrebbe essere successo alla diga.
Qualsiasi persona sana di mente concluderebbe che siano stati probabilmente gli ucraini a farla saltare in aria, proprio come hanno fatto saltare in aria il gasdotto russo Nord Stream lo scorso autunno. E infatti, come ora sappiamo, gli ucraini hanno fatto proprio così. Non sembra che Vladimir Putin stia cercando di scatenare una guerra contro se stesso».
Lo stesso, per il conduttore radiofonico americano Garland Nixon, riportato da Colonel Cassad: secondo i media mainstream, dice Nixon, la Russia ha: «attaccato i propri gasdotti; ha fatto saltare in aria il ponte di Crimea; ha attaccato la propria centrale nucleare; ha attaccato il ponte di Crimea; ha fatto saltare in aria la propria diga; ha attaccato il Cremlino con i droni».
Nel caso specifico, concludono i media “del nemico”, disponiamo dei motivi, della possibilità, di fatti provati su precedenti attacchi alla centrale idroelettrica di Kakhovka e le ammissioni documentate dei criminali, sul fatto che stessero pianificando l’atto terroristico di distruggere la centrale.
Ovviamente, gli sponsor del regime nazista di Kiev faranno finta di non sapere chi abbia fatto saltare la centrale, oppure accusano direttamente la Russia, esattamente come hanno fatto per il “North stream”. Sono le stesse persone. Per questo, là, i fatti non interessano a nessuno. Si tratta soltanto di realizzare la propria politica con metodi terroristici.
Fonte
04/04/2023
L’allarme ONU sulla carenza d’acqua, mentre viene data in pasto alla finanza
Lo scenario delineato nell’incontro è decisamente peggiore di quello che si aveva fino a poco tempo fa. L’allarme era già stato dato dell’organizzazione di ricerca World Resources Institute, che aveva elaborato una mappa della carenza idrica, con 17 paesi a rischio altissimo entro il 2040.
Le Nazioni Unite danno dati ancora più allarmanti. Entro il 2030 la domanda di acqua dolce supererà l’offerta del 40%, e già oggi più di 2 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile, favorendo la diffusione di diverse malattie (colera, tifo, poliomelite, dissenteria).
Sono invece 1,2 milioni le morti causate dall’uso di acqua non sicura, e a complemento di questi dati un rapporto UNICEF conta circa 190 milioni di bambini messi in pericolo di vita dalla mancanza di acqua in dieci paesi dell’Africa. Sei di questi hanno da poco vissuto un’epidemia di colera.
Lo sviluppo di conflitti per l’accesso all’acqua è una realtà conclamata da tempo: ne sono stati censiti 94 tra il 2000 e il 2009, e sono diventati 263 tra il 2010 e il 2018. Il risultato è un circolo vizioso in cui gli scontri rendono ancora più difficile ottenere servizi idrici e igienici dignitosi.
La siccità causata dalla crisi climatica è anche all’origine di sostanziosi flussi migratori. L’IPCC, il gruppo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, ha calcolato in quasi 90 milioni le persone fuggite da terre non più vivibili nel solo 2021. Entro la metà del secolo se ne stimano più del doppio.
Il rapporto prodotto dall’ONU in occasione della conferenza punta il dito innanzitutto verso le realtà più ricche del mondo, dove avviene la maggior parte del consumo e degli sprechi. Nel rapporto si delineano ben sette raccomandazioni chiave per affrontare il problema.
Si chiede di cancellare circa 700 miliardi di sussidi agricoli mal indirizzati. Il settore rappresenta il 70% dei prelievi mondiali, a cui si accompagnano anche le attività minerarie nel consumo eccessivo di acqua. Questa, viene detto, deve invece essere gestita come bene comune globale, essendo i vari paesi legati ai propri vicini nell’approvvigionamento.
Nel rapporto si fa anche esplicito riferimento alla necessità di lavorare con l’industria per indirizzare al meglio gli investimenti. Proprio questo sembra essere il punto più debole del testo: è proprio dall’aver dato al privato e alla sua ricerca di guadagno il ruolo determinante nel determinare lo sviluppo sociale ad averci portato dove siamo ora.
La contraddizione tra la garanzia dei profitti e la garanzia dell’ambiente l’abbiamo osservata diverse volte. È piuttosto ingenuo credere che le cose cambieranno per l’acqua, solo per l’incipiente crisi: il capitale non ha la capacità di ragionare sul lungo periodo, o almeno non così tanto.
Ha però la capacità di ragionare sulle occasioni più redditizie nel breve e medio termine, e l’acqua è una di quelle. Puntare sulle infrastrutture e nella gestione della risorsa potrebbero portare il privato ad avere 6,35 dollari ogni dollaro investito oggi, dice l’ONU stessa.
Ma soprattutto, «l’oro blu» ha un giro d’affari in crescita di un 5% annuo, che attira gli operatori finanziari. Al di là delle speculazioni dei fondi con vari strumenti attraverso le società del settore, dalla fine del 2020 esistono veri e propri futures sull’acqua della California, e il fenomeno sembra destinato ad espandersi.
Se siamo arrivati ad avere dei titoli derivati (ricordiamolo, all’origine delle peggiori bolle speculative che abbiamo vissuto) sull’andamento del prezzo dell’acqua, è innegabile che ormai ogni cosa sia diventata una merce.
La nostra vita è probabilmente quella che vale di meno, in questo mercato.
Fonte
05/03/2023
Razionateci l’acqua, per favore
Articoli sulla crisi da un lato, vasca piena dall’altro
Viviamo in un assoluto paradosso. Articoli di giornali raccontano ormai da mesi, anzi di più, la siccità del Po, la crisi idrica del Paese, il futuro minaccioso senz’acqua.
Eppure possiamo andare in bagno, aprire la vasca e riempirla più volte al giorno.
Possiamo lavarci i capelli quando vogliamo, insomma usare l’acqua che ci pare, addirittura quella potabile anche per lo scarico del wc e per lavarci. In questo modo, però, capire la crisi climatica è difficile.
Si crea una sorta di contraddizione. Da un lato so, a livello razionale, che la crisi c’è, ma il fatto che, dall’altro, anche l’acqua ci sia e abbondante ci rassicura, e ci fa emotivamente rimuovere l’emergenza.
Proviamo a immaginare cosa succederebbe se l’acqua fosse razionata. Se l’avessimo cioè alcune ore al giorno. Se dovessimo litigare per farci una doccia, se fossimo costretti a lavarci i capelli una volta alla settimana. Lo stress aumenterebbe, ma insieme a esso anche le domande: perché non c’è acqua? Perché la razionano? Ce lo chiederebbero anche i nostri figli. E a quel punto una risposta dovremmo trovarla.
Il contatto tra paura e informazione
Probabilmente le persone comincerebbero a informarsi, a chiedere. Allora finalmente ci sarebbe il contatto della parte emotiva con quella razionale, la paura da un lato, l’informazione dall’altro. Allora finalmente la crisi climatica entrerebbe nella pancia delle persone, perché è entrata nelle loro case.
Proprio di recente, ho visto il film Siccità di Paolo Virzì, uscito, dopo il cinema, sulle piattaforme.
A livello di sceneggiatura è un po’ sgangherato, i personaggi non sono poi così credibili, alcuni appaiono macchiette. Eppure, Virzì ha fatto un’operazione veramente coraggiosa di cui avevamo profondamente bisogno. Ha infatti tradotto le aride informazioni sulla crisi climatica, quelle gridate da scienziati e climatologi perfettamente inascoltati, in realtà concreta.
Ha fatto vedere come sarebbe una società senz’acqua, qualcosa che possiamo cominciare a immaginare e che ha un volto drammatico. Fatto soprattutto di conflitti, di scontri, di manifestazioni, di persone che scendono in piazza per protestare.
Fatto di disagio fisico, perché senz’acqua ci si ammala, fatto di malattie. “Voi non sapete l’odio che c’è là fuori”, dice un ragazzo adolescente alla madre. Ed è una frase chiave, perché è quella di un ragazzo che scopre il mondo (senz’acqua) che i genitori gli hanno lasciato.
Finalmente i tg e talk show parlerebbero di crisi
Lo spazio, molto rassicurante, tra le notizie della crisi e la crisi sulla nostra pelle si va riducendo e il contatto prima o poi avverrà. Non sappiamo quando. Tuttavia, siccome sicuramente ci sarà, conviene, appunto, anticiparlo. Farlo accadere cioè quando ancora le risorse sono discrete, farlo quando ancora un margine di azione, sempre più piccolo, ancora c’è.
Razionare l’acqua quando l’acqua ancora non è finita, insomma, sarebbe una mossa fondamentale. Scioccante, sicuramente, ma molto meno di quanto lo sarebbe farlo in maniera ancor più violenta quando la siccità diverrà ancora più drammatica.
Razionare l’acqua consentirebbe, anche, finalmente, far sì che i media, i talk show, i tg, tutti si occupassero del tema. Consentirebbe a scienziati e climatologi di spiegare la situazione, dire forte la loro posizione.
Nelle case con l’acqua razionata, le persone li ascolterebbero con la massima attenzione. Comincerebbe a farsi domande. Questo probabilmente è qualcosa che chi ci governa teme, come d’altronde teme la siccità le cui “soluzioni” sono di una complessità estrema e soprattutto richiedono interventi a lungo e lunghissimo termine. Ma in ogni caso la strada è segnata.
E dunque vietatemi ora di fare il bagno, toglietemi la possibilità di utilizzare quattro o cinque litri di acqua per sciacquare un vasetto, o quella di fare una o più lavatrici al giorno, come fanno alcuni che magari vogliono le lenzuola profumate di bucato ogni sera. Levateci questa possibilità. E finalmente smetteremo di fare finta di niente. Ci fermeremo.
Alzeremo la testa. Cercheremo informazioni su internet. Cominceremo a capire. E quindi anche a protestare, a chiedere protezione e aiuto.
Razionateci l’acqua, per favore. C’è solo da guadagnarci.
Fonte
24/01/2023
Bloccare gli affari di Iren con l’israeliana Mekorot
Come documentato da un indagine condotta da Al Haq, un’organizzazione palestinese per i diritti umani, Mekorot sottrae l’acqua illegalmente ai territori palestinesi fornendola agli insediamenti illegali dei coloni. Una ricostruzione corroborata dalle denunce fatte sia da Amnesty International sia Human right Watch che spiegano come la gestione idrica rientri nella più complessiva politica di segregazione dei palestinesi da parte di Israele. È intollerabile che un’azienda come Iren che ha partecipazioni pubbliche tramite diversi comuni italiani, tra cui anche il nostro, stipuli un accordo con un’azienda che l’organizzazione israeliana Who Profits definisce “il braccio esecutivo del governo israeliano per la questione idrica”.
Siamo di fronte ad uno scenario in cui Mekorot non è semplicemente un’azienda di gestione della rete idrica, ma un’istituzione attivamente coinvolta nell’occupazione militare (illegale) dei territori palestinesi e del loro sfruttamento. La gestione dell’acqua, il suo possesso e il suo utilizzo, soprattutto in uno scenario di carenza dovuto ai mutamenti ambientali e climatici diventa un’arma formidabile nelle mani del governo per perpetrare una politica che è riconosciuta da molte organizzazioni indipendenti come assimilabile all’apartheid sudafricano.
Secondo le inchieste che abbiamo citato, Mekorot non solo preleva l’acqua dai territori occupati per servire gli insediamenti dei coloni, ma dopo aver creato una penuria artificiale di questo bene fondamentale rivende ai palestinesi l’acqua ad un prezzo 4 volte superiore a quello a cui la vende agli israeliani. Chi vive nella striscia di Gaza ad esempio, secondo le Nazioni Unite, è rifornito di acqua per il 96% inadatto al consumo umano. Le disparità di forniture giornaliere d’acqua sono scandalosamente ineguali.
La dotazione di acqua pro capite giornaliera dei coloni israeliani è di 350 litri al giorno, per i palestinesi dei territori occupati di soli 70 litri al giorno, considerando che lo standard minimo fissato dall’OMS è di 100 litri al giorno, abbiamo la misura della tragedia in atto, una tragedia in cui la gestione idrica è solo il tassello di una più ampia politica di segregazione.
Ci chiediamo il perché di una partnership con un soggetto come Mekorot, di quale know-how stiamo parlando? Mekorot ha attuato politiche di gestione idrica scellerate verso la popolazione palestinese, lucrando su una scarsità artificiale, figlia di un furto d’acqua, oltre che dannosa per l’ambiente, visto che una delle risposte a questa penuria, risolvibile ridistribuendo equamente le risorse già esistenti, è stata quella della desalinizzazione dell’acqua marina, un processo costoso in termini di energia e di inquinamento. È questo il modello di gestione della crisi climatica che Iren ha in mente? Certo, il driver delle decisioni di una società per azioni è il profitto ma non sentire l’odore di morte dietro i profitti che questo accordo potrebbe portare ci sembra davvero troppo anche per Iren.
Il presidio di stamattina sotto il Comune di Parma ha chiesto all’amministrazione comunale di prendere una posizione ufficiale come socia di Iren per recedere dall’accordo. Il sindaco ha ricevuto una delegazione delle realtà insieme agli assessori Borghi e Jacopozzi, che hanno partecipato al presidio e ci ha comunicato che l’accordo Iren-Mekorot è oggetto di attenzione da parte della giunta che porterà il tema in CDA la prossima settimana in Iren, esprimendo un evidente imbarazzo per la situazione.
Rimarremo in attesa del pronunciamento del CDA ma abbiamo ribadito l’intenzione di mantenere alta l’attenzione su questo accordo con altre mobilitazioni.
Questa piccola battaglia è importante non solo per cercare di far uscire dall’oblio il dramma dell’occupazione militare israeliana della Palestina, ma anche per noi e i nostri territori, sostenere la lotta del popolo palestinese è sostenere la nostra lotta per una trasformazione sociale ed ecologica dei nostri territori e delle nostre vite. Se ci voltiamo dall’altra parte la crisi climatica diverrà l’ennesima scusa per consentire ai grandi gruppi finanziari e industriali di arricchirsi distruggendo il pianeta e le nostre vite. La lotta del popolo palestinese è la nostra lotta.
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15/08/2022
Francia - Il doppio standard sulla siccità
Contro questo doppio standard gli attivisti ecologici di Extinction Rebellion hanno riempito le buche di alcuni campi da golf con del cemento per protestare contro l’esenzione che consente di continuare a irrigare i prati, mentre in molti comuni i cittadini non possono consumare acqua in eccesso a causa della siccità. Il ministro dell’ecologia francese a inizio agosto ha portato il livello di allerta per la siccità da “allarme” a “crisi”. Ciò significa che l’acqua può essere destinata solo per ragioni di salute, sicurezza civile, alimentazione e usi sanitari. Tra la pratiche vietate c’è quella di innaffiare il prato di casa o lavare le auto, ma anche irrigare i campi coltivati, con enormi danni all’agricoltura.
“Per denunciare l’accaparramento dell’acqua da parte di questa industria di privilegiati, gli attivisti di una rete denominata “Action Kirikou” hanno sabotato i campi da golf di Vieille-Toulouse e Blagnac, chiudendo permanentemente le buche e danneggiando i prati”, lo riferisce su Instagram Extinction Rebellion della zona di Tolosa.
L’azione di protesta si è svolta al club Vieille-Toulouse e anche al corso Garonne des Sept Deniers. Extinction Rebellion Toulouse ha pubblicato una fotografia su Twitter che mostrava apparentemente una buca da golf piena di cemento e un cartello che diceva “Questa buca sta bevendo 277.000 litri. Bevi così tanto? #Stop Golf”.
In Francia, nonostante le restrizioni, ai gestori dei campi da golf resta consentito irrigare i prati, purché l’attività avvenga nelle ore notturne e sia ridotta al minimo indispensabile, che non deve superare il 30 per cento del volume di acqua normalmente utilizzato.
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04/07/2022
02/07/2022
Siccità, nel bacino del Po senza acqua da 120 giorni.
“Non basta fare la danza della pioggia ma dalla montagna al mare ognuno nel proprio campo deve fare la propria parte per salvaguardare l’acqua”. Gianluigi Tacchini è un agricoltore della provincia di Pavia. A febbraio raccontava al fattoquotidiano.it la sua preoccupazione per i 50 giorni senza pioggia. Oggi, a quattro mesi di distanza, “la situazione è precipitata” spiega Tacchini mentre cammina tra i campi di mais. Le piante dovrebbero essere alte oltre due metri in questa stagione ma non superano l’altezza del bacino dell’agricoltore a causa della mancanza d’acqua. “Da queste parti non piove per davvero da sei mesi” ricorda Tacchini. Il temporale di mercoledì sera ha dato solo qualche ora di tregua. La mattina dopo la terra già asciutta con temperature che arrivano a 37 gradi.
“La situazione è drammatica” commenta il segretario generale dell’Autorità Distrettuale del fiume Po-MiTE, Meuccio Berselli. “La portata del fiume è in esaurimento, nel delta abbiamo registrato un valore di 160 metri cubi al secondo mentre l’anno scorso ce n’erano 1000 e il cuneo salino è arrivato a 30,6 chilometro, un record”. Alla radice del problema c’è quella che Berselli definisce una “tempesta perfetta”. “Quest’inverno abbiamo avuto una diminuzione del 60% delle nevicate, nel bacino del Po non piove da 120 giorni (tranne alcuni temporali mercoledì) e le temperature sono più alte rispetto alle medie del periodo di 3-4 gradi. Tre fattori che hanno creato un fabbisogno di acqua importante”. Non basterà qualche giorno di pioggia a colmarlo. Secondo le stime dell’ufficio tecnico dell’Autorità Distrettuale del Po dovrebbe piovere fino al 31 dicembre con le quantità delle medie stagionali per compensare il gap.
Che fare dunque? “Gli invasi non possono più aspettare così come i microinvasi per l’agricoltura – suggerisce Berselli – dobbiamo essere più performanti con la depurazione, ci dobbiamo confrontare con colture che necessitano di meno acqua, dobbiamo migliorare le reti idriche che sono dei colaborodo e perdono il 40% delle acque e infine occorre investire su nuove tecniche di irrigazione”. Una serie di azioni che “non vanno fatte separatamente ma vanno inserite in una strategia da attuare in tempi brevi. Non c’è più tempo”.
30/06/2022
È emergenza siccità ma le reti idriche perdono il 42% dell’acqua
Ma l’attuale emergenza acqua in Italia è dovuta anche alla mancata manutenzione della rete idrica. E cosa è stato fatto per risolvere un problema che riguarda gran parte del paese? Nulla. Anzi, si continua ad andare nella direzione opposta.
Il 30 maggio scorso, con 180 voti favorevoli, 26 contrari e un’estensione, il Senato ha approvato il disegno di Legge d’iniziativa governativa (collegato alla Legge di Bilancio) n. 2469 (cd. Ddl Concorrenza), ovverosia la “Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2021”.
Il testo è poi passato ora alla Camera per la seconda lettura. Come si legge sul Sole 24 Ore, ci sarà poi una terza lettura al Senato, che l’intesa politica prevede solo formale, per arrivare all’approvazione definitiva, secondo gli auspici del governo, entro metà luglio o entro la pausa di inizio agosto.
In base al DdL Concorrenza, l’acqua pubblica finirà definitivamente e completamente nelle mani dei privati. Un bene primario trasformato in “merce”.
La stessa sorte toccherà ai servizi pubblici, senza eccezione alcuna: la gestione degli acquedotti, dei trasporti urbani, della raccolta dei rifiuti, i centri di assistenza ai cittadini.
Il Forum per i movimenti in difesa dell’acqua ricordano che “era il 5 agosto 2011 quando l’allora governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, insieme al presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet, scrisse una lettera al presidente del Consiglio Berlusconi, in cui indicava come necessarie e ineludibili le privatizzazioni su larga scala, con particolare riferimento ai servizi pubblici”.
Da allora, incuranti del risultato storico di quel referendum, le municipalizzate che gestiscono i servizi idrici si sono trasformate in società per azioni (con la sola eccezione di Napoli) a partecipazione sia pubblica che privata, che dividono la maggioranza degli utili tra gli azionisti.
Quote di queste nuove aziende sono state acquistate anche da multinazionali e fondi di investimento stranieri. E la ragione è chiara: non esiste un investimento migliore, visto che si tratta di un regime di monopolio, in cui le tariffe sono assicurate e non esiste obbligo di investimenti nella rete.
A undici anni da quel referendum il risultato è che le perdite idriche della rete sono aumentate in media del 50% mentre le bollette diventano ogni anno più salate.
Ora, credete davvero che i privati che acquisiranno completamente la proprietà delle municipalizzate che gestiscono l’acqua faranno gli investimenti straordinari resi necessari dal cattivo stato della rete idrica? Oppure preferiranno accaparrarsi gli utili?
E quante delle attuali enormi perdite di reti ed acquedotti sono la conseguenza diretta delle privatizzazioni già avvenute in barba al referendum del 2011 e dell’infinita avidità di amministratori ed azionisti che, in questi undici anni, hanno questi preferito intascare i dividendi invece di investire nella manutenzione straordinaria di reti ed impianti?
Il 12 giugno del 2011, 26 milioni di italiani si recarono alle urne per chiedere che l’acqua restasse un bene di natura esclusivamente pubblica e che da essa non si traesse profitto. Quella volontà popolare è stata definitivamente cancellata dal governo Mario Draghi.
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20/06/2022
Volete la pace o la sanità?
Il paese è in guerra e tocca fare i sacrifici: tagliati 25mila posti letto alla sanità pubblica. Dal 2023, verranno tagliati al Fondo Sanitario Nazionale 300 milioni l’anno (lo mette nero su bianco la relazione tecnica del governo allegata alla Legge di Bilancio).
Dopo tre anni di pandemia, 168.000 morti, i pronto soccorso intasati e la medicina territoriale allo stremo, era proprio quello che ci voleva, no? La Sanità privata ringrazia commossa.
Ma non è finita qui.
Ci chiedono anche: volete l’acqua o la pace?
Con il D.L. “concorrenza” (il disegno di legge sulla concorrenza approvato al Senato in attuazione del PNRR), fra non molto, un litro di acqua ci costerà come un litro di benzina. Quelli che lo hanno approvato sono gli stessi che hanno appena finito di spendere 400 milioni di euro per fare dei referendum su dei quesiti incomprensibili disertati dall’80% degli aventi diritto.
Gli stessi che hanno bellamente rimosso la volontà espressa dal popolo italiano con i referendum abrogativi del 2011, ai quali aveva votato il 55% circa dei cittadini, che si erano peraltro espressi al 95% per l’acqua pubblica, per i servizi pubblici locali e contro il nucleare.
E infine ci chiedono: volete la pace o l’istruzione? Ma la pace, no? Infatti, nel Documento di Economia e Finanza è previsto un taglio di mezzo punto percentuale della quota di PIL riservata all’Istruzione, che passerà dal 4% al 3,5% (per intenderci si tratta di un taglio di ben 15 miliardi di euro l’anno).
E sono gli stessi che hanno inviato 200 milioni di armi ai “resistenti ucraini” (cifra non aggiornata) e che hanno portato la spesa militare al 2% del PIL (3,5% del bilancio dello Stato) il 1° marzo scorso, approvando alla Camera un ordine del giorno votato a stragrande maggioranza.
Non è un impegno da poco, si tratta di passare dai circa 25 miliardi l’anno attuali (68 milioni al giorno) ad almeno 38 miliardi l’anno (104 milioni al giorno).
Aumentare di 13 miliardi all’anno le spese per l’acquisto di armamenti (li chiamano “investimenti per la difesa”), in regime di pareggio di bilancio, ovvero, da quando la legge costituzionale 1/2012 voluta ed approvata dal governo Monti ha introdotto il principio dell’obbligo di “assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio“, non poteva che portare a dei tagli in misura più o meno analoga alla spesa sociale.
E dopo una pandemia devastante (che non è ancora finita) quale miglior pretesto per tornare in pompa magna ai sacri e rigidi vincoli dell’austerity, voluti ed imposti al nostro paese dall’Unione Europea, di una lunga e provvidenziale guerra per procura come quella in atto in Ucraina?
Democrazia, democratura o governo degli stronzi?
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17/06/2022
La siccità nel nordovest. C’entrano qualcosa i lavori per il TAV?
Il presidente di SMAT ha dichiarato a la Stampa che “siamo in una fase di elevata siccità che non ha riscontri nei dati degli ultimi cinquant’anni” mentre in alcuni paesi della cintura torinese, come Piossasco, sono comparse le autobotti per riempire i pozzi ormai vuoti. Mentre il “cambiamento climatico”, dopo aver devastato Africa, India e Sudamerica, fa la sua drammatica apparizione anche alle nostre latitudini, in Val di Susa assistiamo al proseguimento del progetto ecocida di raddoppio di una linea AV tra Torino e Lione che provocherà la fuoriuscita dalla falde montane di un quantità d’acqua equivalente al fabbisogno annuo di 600.000 persone.
Il calcolo è stato fatto nel febbraio scorso dal Comitato acqua pubblica di Torino e dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua a partire dai dati forniti dalla stessa azienda promotrice del TAV.
Il cunicolo geognostico scavato a La Maddalena di Chiomonte ha provocato, secondo TELT, 245 perdite idriche significative ancora attive alla fine dei lavori nel febbraio 2017 (lasciando quindi da parte le 78 perdite che si erano già esaurite nei 4 anni di scavi).
La portata complessiva di queste “venute d’acqua” è stata stimata a 102,6 litri al secondo pari a 3,2 milioni di metri cubi annui. Facendo un calcolo ampiamente per difetto quindi, per il solo scavo del tunnel esplorativo abbiamo assistito allo spreco di ciò che consuma il 40% dei valsusini in un anno.
A partire da questo dato si può fare una proiezione su cosa implicherà lo scavo del tunnel TAV, che non è un cunicolo esplorativo di 7 km ma il più lungo tunnel dell’arco alpino, a doppia canna e lungo 57 km.
Sempre rimanendo su una stima molto prudente, lo scavo implicherà la perdita secca dell’equivalente di consumo d’acqua annuo di 600.000 persone. Si tratta, in più, di acqua pregiata, proveniente da falde profonde, classificata ad uso idropotabile, depurata in maniera naturale dal lungo processo di “filtraggio” che subisce penetrando nelle rocce alpine.
Cosa aspettiamo a fermare questo delirio? Che finiscano le lacrime di coccodrillo dei giornali che con una mano promuovono la “transizione ecologica” mentre con l’altra spingono progetti come il TAV?
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24/02/2022
L’Etiopia accende la diga sul Nilo e irrita l’Egitto
Domenica il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha presenziato alla cerimonia che ha ufficialmente avviato la produzione di energia elettrica nella centrale collegata alla Grande Diga della Rinascita (Grand Ethiopian Renaissance Dam, GERD), realizzata da Addis Abeba sul Nilo Azzurro, nella regione nord-occidentale di Benishangul-Gumuz, a 15 km dal confine con il Sudan.
Un progetto faraonico
La Grande Diga, i cui lavori sono iniziati nel 2011, è destinata a diventare la più grande infrastruttura idroelettrica del continente africano; anche se il progetto iniziale puntava a una potenza massima di 6400 megawatt, a regime l’opera sarà in grado di produrne circa 5200 raddoppiando comunque l’attuale produzione dell’Etiopia, che mira a diventare un paese esportatore. Per ora la centrale ha iniziato a generare 375 megawatt di elettricità da una delle 13 turbine previste una volta ultimata, ma Addis Abeba è già in trattativa con il Kenya per la fornitura di elettricità.
Il sistema di dighe – che hanno creato un bacino di quasi 1900 km quadrati – e di centrali idroelettriche è costato finora 3,5 miliardi di euro; realizzata dalla “WeBuild Group” (ex Salini Impregilo Costruttori) in collaborazione con l’impresa statale Ethiopian Electric Power, la mastodontica infrastruttura è lunga circa 1800 metri e alta 150, e il suo bacino ha una capacità totale di 74 miliardi di metri cubi di acqua.
Il progetto della GERD è stato avviato durante l’era dell’ex primo ministro etiope Meles Zenawi, che ha governato il paese dal 1991 fino alla sua morte nel 2012, ma la sua realizzazione è stata accelerata negli ultimi anni, dopo l’ascesa al potere dell’attuale premier Abiy Ahmed Ali nel 2018. Al momento, secondo il governo di Addis Abeba, l’infrastruttura è stata completata all’84% e serviranno altri due o tre anni per ultimarla.
Per la realizzazione della faraonica grande opera il paese si è speso molto: i dipendenti pubblici hanno contribuito donando un mese di stipendio e, ogni anno, Addis Abeba ha emesso dei titoli di stato per finanziare la costruzione di quella che è considerata una straordinaria opportunità di sviluppo e un motivo di orgoglio nazionale. La GERD dovrebbe infatti consentire l’accesso alla rete elettrica a decine di milioni di etiopi, funzionando da volano per l’economia e lo sviluppo di vaste aree del paese. Attualmente l’Etiopia, che è il secondo paese più popoloso del continente, secondo la Banca Mondiale non riesce ad assicurare l’utilizzo della rete elettrica a più di metà dei circa 110 milioni di abitanti.
L’enorme bacino, inoltre, dovrebbe anche consentire di irrigare e rendere quindi produttivi milioni di ettari di terre attualmente incolte o soggette alle piene del Nilo, frequenti durante la stagione delle piogge, riducendo inoltre danni provocati dalle alluvioni.
Il contenzioso con Egitto e Sudan
«Non abbiamo intenzione di danneggiare in alcun modo Egitto e Sudan e le nostre relazioni con i due popoli sono basate sui principi di fratellanza» ha dichiarato il primo ministro Ahmed durante l’inaugurazione, aggiungendo che il beneficio prodotto dalla Grande Diga sarà esteso anche ai paesi a valle: «Le acque del Nilo continueranno a fluire verso l’Egitto e il Sudan, e non vi sarà alcuna conseguenza per loro».
Ma l’infrastruttura è oggetto di una disputa con i paesi confinanti che dura ormai dal 2011 e che si è intensificata man mano che i lavori di realizzazione procedevano. Egitto e Sudan considerano infatti l’utilizzo delle acque del Nilo per produrre elettricità una grave minaccia alla loro sicurezza. Soprattutto l’Egitto dipende dalle acque del fiume per coprire il 97% del fabbisogno idrico destinato all’irrigazione e ai rifornimenti di acqua potabile.
Il Sudan da un lato spera che l’infrastruttura diminuisca l’impatto delle distruttive inondazioni annuali, ma dall’altro teme una riduzione della portata del fiume che danneggerebbe gravemente l’agricoltura e provocherebbe un calo della produzione di elettricità da parte delle sue centrali idroelettriche. I rapporti tra Etiopia e Sudan, negli ultimi anni, sono peggiorati a causa delle conseguenze del conflitto tra il governo centrale di Addis Abeba e la guerriglia tigrina del TPLF, in un clima reso già “caldo” dal contenzioso sul possesso del “triangolo di Fashaqa”, una regione frontaliera contesa tra i due paesi.
Alternando minacce e offerte di dialogo, l’Egitto e il Sudan hanno esercitato forti pressioni sull’Etiopia per ottenere la realizzazione di un accordo vincolante sul tasso di riempimento della diga e sul suo funzionamento, ma i tentativi di mediazione intentati dall’Unione Africana e dalle Nazioni Unite non hanno sortito alcun effetto. Nei mesi scorsi il regime egiziano ha anche provato a creare una sorta di alleanza africana antietiope, coinvolgendo Ruanda, Kenya, Burundi e Uganda – oltre al Sudan – in una rete di relazioni basata su accordi militari e cooperazione economica.
Addis Abeba, però, ha tirato dritto mettendo di volta in volta i suoi vicini di fronte al fatto compiuto ed alla strategia di isolamento dell’Egitto ha opposto il rafforzamento delle relazioni economiche e militari con l’Eritrea e il Sud Sudan. La propaganda del governo etiope, del resto, dipinge la diga come il frutto di un “grande sforzo patriottico” che attori stranieri starebbero cercando di frenare.
La politica del fatto compiuto
Com’era prevedibile, sia il Cairo sia Karthum hanno reagito con stizza all’avvio della turbina. In un comunicato stampa, il ministero degli Affari esteri egiziano denuncia che il passo di domenica è stato annunciato “unilateralmente” come del resto è già avvenuto in occasione del primo e del secondo riempimento della diga avvenuti nel 2020 e nel 2021. Il regime di Al Sisi, inoltre, ha definito l’inizio della produzione di energia da parte del governo etiope una violazione della Dichiarazione dei Principi firmata tra Etiopia, Egitto e Sudan nel 2015. Il DOP aveva concesso infatti all’Etiopia il consenso degli altri due paesi alla costruzione della GERD in cambio però dell’impegno, da parte di Addis Abeba, a non arrecare alcun danno agli stati a valle del Nilo. Il Cairo si richiama anche ad altri due accordi internazionali, uno siglato in epoca coloniale (nel 1929) con il Sudan e l’altro risalente al 1959. Mentre il primo concede all’Egitto il potere di veto sulla realizzazione di infrastrutture lungo il corso del Nilo, il secondo accordo sancisce l’appartenenza al Cairo del 66% delle acque del fiume, mentre a Karthum spetterebbe il 22%. L’Etiopia però non riconosce questi due accordi non essendo stata coinvolta nella loro approvazione.
Il Cairo spera in Washington
Solo pochi giorni prima dell’avvio della centrale il ministro degli Esteri etiope, Redwan Hussein, aveva esortato tramite un comunicato Sudan ed Egitto a superare la loro tradizionale opposizione alla Grande Diga in considerazione del fatto che gli etiopi non «aspetteranno all’infinito». Hussein si era poi lamentato del fatto che Il Cairo e Khartum avevano lasciato cadere nel vuoto le diverse alternative presentate dall’Etiopia ai due paesi affinché potessero beneficiare della diga.
Il regime egiziano continua a spingere per il raggiungimento di un accordo legalmente vincolante sulla gestione dell’infrastruttura e spera nel sostegno degli Stati Uniti, che nei mesi scorsi hanno già imposto delle sanzioni all’Etiopia dopo la recrudescenza del conflitto tra esercito regolare e la guerriglia del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray ed altre milizie di opposizione. Washington, in particolare, non gradisce l’ampio supporto concesso ad Addis Abeba dalla Cina sul fronte economico ma anche militare.
Ma attualmente l’amministrazione Biden sembra particolarmente concentrata sullo scontro con Mosca nel dossier ucraino e il suo intervento potrebbe essere blando e non risolutivo. Intanto molti media regionali sottolineano con preoccupazione la militarizzazione del contenzioso: l’Egitto avrebbe ottenuto dal Sudan l’autorizzazione a schierare alcune batterie di missili puntati verso il Gerd mentre Addis Abeba avrebbe affidato la protezione della diga a circa 2 mila militari, coadiuvati da alcune batterie antimissile.
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09/06/2021
No alla privatizzazione dell’acqua. A dieci anni dal referendum, una manifestazione per riaffermarlo
I governi e diverse amministrazioni locali che si sono succeduti in questi dieci anni dalla netta vittoria in quel referendum, hanno di volta in volta disatteso la volontà degli oltre 27 milioni di cittadini che andarono a votare e dissero un chiaro no alla privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici. Non solo; molti provvedimenti fino ad oggi emanati sia sul piano nazionale che locale sono andati in direzione esattamente opposta a quella espressa con il referendum.
A livello nazionale la stessa filosofia che ispira il PNRR del governo non promette niente di buono, al contrario. Rispetto alla versione precedente, la cosiddetta “riforma” nel settore idrico risulta decisamente peggiorativa, in quanto punta ad un sostanziale obbligo alla privatizzazione nel sud Italia prevedendo addirittura una scadenza al 2022 per un generico adeguamento alla disciplina nazionale ed europea ma con un ben più puntuale riferimento a criteri che guardano alla costruzione di grandi soggetti gestori, sul modello delle multiutility quotate in borsa, che si ammantino della capacità di rafforzare il processo di industrializzazione realizzando economie di scala e riducendo il divario tra il centro-nord e il sud del Paese. Di fatto si costituirebbero una o più aziende per il Meridione che assumerebbero un ruolo monopolistico in dimensioni territoriali significativamente ampie e sul modello di quelle che ad oggi hanno dimostrato la propria efficienza solo nel garantire la massimizzazione dei profitti mediante processi finanziari.
A Roma, è clamoroso il caso del gruppo Acea che fornisce acqua e luce a molti comuni dell’Area Metropolitana. In questa municipalizzata diventata spa, i privati detengono il 49% delle quote societarie. E i risultati negli anni sono stati evidenti, con sempre meno investimenti per rendere efficienti le reti idriche e sempre più utili agli azionisti, a fronte di continui rincari nelle bollette degli utenti. Per non parlare del sensibile peggioramento delle condizioni di lavoro, con una graduale perdita delle importanti professionalità acquisite e un depauperamento degli aumenti salariali, sostituiti da sistemi incentivanti volti a rendere ancor più flessibili le prestazioni e gli orari di lavoro.
Per ricordare la vittoria nel referendum di dieci anni fa è stata convocata una manifestazione nazionale sabato 12 giugno a Roma (alle 15 a piazza dell’Esquilino) in difesa dei beni e dei servizi pubblici e fuori dalla logica dei profitti!
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