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12/05/2025

Il PKK si scioglie e mette fine alla lotta armata contro la Turchia

Il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) ha deciso oggi di “sciogliersi e porre fine al conflitto armato con la Turchia” dopo 40 anni. A riferirlo è l’agenzia di stampa “Al Forat” ritenuta vicina al PKK, citando una dichiarazione rilasciata dal partito, secondo cui “le relazioni turco-curde devono essere riformulate”. La notizia è stata diffusa dall’agenzia Nova.

Il PKK “crede che i partiti politici curdi si assumeranno le loro responsabilità per sviluppare la democrazia curda e garantire la formazione di una nazione curda democratica”, si legge nella dichiarazione, secondo cui “il gruppo ha compiuto la sua missione storica”.

Alla fine di febbraio scorso, il fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, Abdullah Ocalan, detenuto in carcere sull’isola turca di Imrali dal 1999, aveva invitato il partito a deporre le armi, sottolineando la necessità del suo scioglimento. “Il crollo del vero socialismo negli anni ’90 per ragioni interne e i progressi nella libertà di espressione hanno portato alla perdita di significato del PKK. Pertanto, ha raggiunto la fine del suo ciclo di vita ed è necessario lo scioglimento”, aveva affermato il leader curdo, aggiungendo che “tutti i gruppi dovrebbero abbandonare le armi”.

Il PKK è stato bollato dalla Turchia come “organizzazione terroristica”, mentre anche l’Unione europea e gli Stati Uniti lo avevano iscritto sulla “lista nera”.

Il primo a sostenere questo processo era stato il governo della regione autonoma del Kurdistan iracheno che aveva accolto con favore l’appello di Ocalan sulla necessità dello scioglimento del PKK, esortando il gruppo a “rispettare il messaggio e a obbedire”. Come noto le organizzazioni del kurdistan iracheno da anni perseguono una politica di alleanza con gli Usa e la stessa Israele e di non belligeranza con la Turchia.

Il presidente del Kurdistan iracheno, Nechirvan Barzani, in una dichiarazione diffusa dall’agenzia di stampa “Rudaw”, aveva affermato: “Speriamo che quest’appello apra la strada alla pace e a una soluzione pacifica. Noi della regione del Kurdistan sosteniamo pienamente il processo di pace e siamo pronti a svolgere qualsiasi ruolo possibile per rendere il processo un successo”.
“Apprezziamo anche il ruolo del presidente (turco, Recep Tayyip) Erdogan e del governo dell’Akp (Partito della giustizia e dello sviluppo), che hanno lavorato per la pace con una visione chiara fin dall’inizio del suo governo”, aveva proseguito il presidente del Kurdistan iracheno, esprimendo la speranza che la prossima fase porti a una soluzione “con la partecipazione e la solidarietà di altre parti in Turchia” e che “la pace e la stabilità si diffondano nel Paese e nell’intera regione”.

L’esecutivo del partito curdo DEM in una dichiarazione scrive che: “Si apre una nuova pagina sul cammino verso una pace onorevole e una risoluzione democratica. Come Partito DEM, crediamo che in questa svolta storica, tutte le istituzioni politiche democratiche, in particolare la Grande assemblea nazionale della Turchia, debbano assumersi la responsabilità di risolvere la questione curda e raggiungere una vera democratizzazione in Turchia”.

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11/04/2025

Siria - I curdi chiederanno ufficialmente il federalismo

La leadership curda si prepara a formalizzare una richiesta storica: un sistema federale per la Siria post-Assad. Lo ha detto all’agenzia Reuters, Badran Jia Kurd, alto funzionario dell’amministrazione autonoma curda nel Rojava. Per anni, le autorità curde avevano evitato il termine “federalismo”, preferendo espressioni come “decentralizzazione democratica” o “confederalismo democratico”.

Il cambio di tono riflette una nuova realtà politica e territoriale: i gruppi a guida curda controllano oggi circa un quarto del territorio siriano. In questo spazio, che si estende tra Hassakeh, Qamishli e la valle dell’Eufrate, è stata costruita una fragile ma funzionale amministrazione locale, sostenuta e sponsorizzata dagli Stati Uniti, ma mai riconosciuta da Damasco.

L’impulso a rendere esplicita la richiesta di federalismo nasce anche da un contesto politico che i curdi considerano sempre più escludente. La caduta di Bashar al-Assad, avvenuta lo scorso dicembre, ha aperto uno spazio di transizione che – secondo Jia Kurd – sta già mostrando crepe profonde. Le accuse dei leader curdi sono chiare: il presidente autoproclamato Ahmed al-Sharaa e il suo entourage islamista stanno tracciando “la rotta sbagliata”, ignorando la composizione multietnica e multiconfessionale del paese.

La preoccupazione non è solo teorica. Le uccisioni di massa della comunità alawita avvenute il mese scorso hanno alimentato il senso di vulnerabilità tra le minoranze siriane. Non solo alawiti, ma anche drusi, cristiani e yazidi temono che la Siria del dopo-Assad possa trasformarsi in una nuova arena per le rivalità confessionali. È in questo clima che prende forma l’alleanza tra i principali partiti curdi siriani, storicamente divisi da interessi e affiliazioni regionali.

Il Partito dell’Unione Democratica (PYD), forza egemone nella Siria nordorientale e principale colonna delle Forze Democratiche Siriane (SDF), ha trovato un’intesa con il Consiglio Nazionale Curdo (ENKS), rivale politico sostenuto dal Partito Democratico del Kurdistan (KDP) dei Barzani. Un evento significativo, tenuto conto che l’ENKS mantiene buoni rapporti con la Turchia, storicamente ostile a qualsiasi forma di autonomia curda lungo i suoi confini meridionali.

La visione comune, ancora non ufficialmente pubblica, dovrebbe essere annunciata entro la fine di aprile. Lo ha confermato Suleiman Oso, leader dell’ENKS, che ha parlato di un “consenso crescente” tra i siriani sulla proposta federalista, soprattutto dopo gli eventi degli ultimi mesi. Oso ha citato la resistenza interna nella comunità drusa, l’indignazione per gli eccidi di alawiti e la nuova dichiarazione costituzionale emessa dal governo ad interim, che l’amministrazione curda ha definito incompatibile con la diversità nazionale.

Nelle dichiarazioni rese alla Reuters, Jia Kurd ha sottolineato che la proposta curda non mira alla secessione. “Il nostro obiettivo non è l’indipendenza”, ha detto, “ma l’autonomia regionale all’interno di una Siria unita, pluralistica e democratica”. Il modello, nei loro piani, prevede la creazione di consigli legislativi locali, organi esecutivi per la gestione regionale e forze di sicurezza interna affiliate ai governi locali. Tutto questo, naturalmente, da includere nel nuovo quadro costituzionale della Siria.

Ma la strada è tutt’altro che priva di ostacoli. Ahmed al-Sharaa ha dichiarato in più occasioni la sua netta opposizione al federalismo. In un’intervista a The Economist lo scorso gennaio, ha definito l’idea “non accettata dal popolo siriano” e “contraria agli interessi della nazione”. Una posizione condivisa dalla Turchia, che combatte e nega i diritti dei curdi anche fuori dai propri confini, quindi anche in Siria. Tuttavia, il recente cessate il fuoco dichiarato dal leader del PKK Abdallah Ocalan e il dialogo intercurdo tra PYD ed ENKS – quest’ultimo più vicino ad Ankara – lasciano intravedere possibilità di mediazione, almeno nel medio periodo.

Nel frattempo, un accordo siglato il mese scorso tra le autorità curde e Damasco prevede l’accorpamento graduale degli organi di governo e delle forze di sicurezza locali con quelli del governo centrale. Ma anche qui, le tensioni non mancano. I curdi temono che l’accordo venga utilizzato per smantellare le conquiste istituzionali realizzate negli ultimi anni. La loro partecipazione, spiegano, non implica un abbandono del progetto federalista, ma una volontà di dialogo. “Siamo impegnati a rispettare l’accordo”, ha precisato Jia Kurd, “ma non accetteremo una Siria in cui venga negata l’identità e l’autonomia delle sue componenti”.

Resta da capire quale sarà la reazione della comunità internazionale. Gli Stati Uniti hanno sempre mantenuto una posizione ambigua sul piano politico. La Russia, da parte sua, ha storicamente sostenuto una soluzione federalista per la Siria, ma i suoi interessi attuali – soprattutto nel mantenere stabile l’equilibrio post-Assad – potrebbero prevalere su ogni considerazione ideologica. L’Europa osserva, ma non incide. I curdi intanto cercano di consolidare ciò che hanno costruito tra le macerie della guerra: un modello di governo basato sull’autonomia, la parità di genere, il pluralismo etnico. Un modello imperfetto, ma forse – suggerisce Suleiman Oso – l’unico in grado di garantire una coesistenza pacifica tra le tante anime della Siria.

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02/02/2025

Al Golani ringhia, ma la Siria è in subbuglio

Alla fine è arrivata una vera e propria incoronazione: Al Golani si è autoproclamato Presidente ad interim della Siria. Contestualmente sono stati dichiarati dissolti l’esercito siriano del precedente regime, tutte le sue agenzie di sicurezza, nonché il partito Baath e tutti gli altri partiti del Fronte Nazionale Progressista che guidava il paese.

Inoltre, le nuove sedicenti autorità pretendono anche di dissolvere per decreto tutte le milizie armate del paese, dichiarando legale solo il loro esercito, nel quale tutte dovrebbero sciogliersi.

Nel discorso di autoproclamazione, Al Golani non ha risparmiato le solite chiacchiere sulla necessità di costruire “conferenze nazionali inclusive”, alle quali, però, non crede più nessuno. “Nei prossimi giorni annunceremo un comitato incaricato di preparare la conferenza di dialogo nazionale, una piattaforma diretta di discussione, per ascoltare i diversi punti di vista sul nostro futuro programma politico. Inoltre perseguiremo i criminali che hanno versato sangue siriano e commesso massacri e crimini”.

Questi proclami seguono di un paio di giorni un teso incontro fra lo stesso Al Golani ed il diplomatico russo Mikhail Bogdanov con al centro il destino delle basi russe presenti in Siria, che sono state già in parte smantellate; in quella sede, la parte siriana avrebbe messo sul piatto delle trattative anche la consegna di Assad e il pagamento di un risarcimento, da parte della Russia, per averlo appoggiato.

Parallelamente, va avanti il programma di privatizzazione e di licenziamenti nel settore pubblico, in coerenza con gli annunci, fatti sin dalle prime ore successive alla caduta di del regime baathista, di voler istituire un regime economico di libero mercato. Lo ha denunciato, in un comunicato, il Partito Comunista Siriano Unificato, che ora è fra i destinatari del provvedimento di messa al bando, avendo fatto parte del Fronte Nazionale Progressista.

A questa arroganza da parte delle nuove autorità, non corrisponde però un controllo altrettanto ferreo del paese.

La nuova Amministrazione USA non si sta comportando come la Turchia, il vero burattinaio di Al Golani, si sarebbe aspettata. Al momento, infatti, non si parla di un ritiro USA dal nord-est del paese e il nuovo Segretario di Stato Marco Rubio ha lanciato ripetutamente messaggi positivi alle milizie curde Ypg circa la prosecuzione dell’appoggio statunitense.

Già prima di entrare ufficialmente in carica Rubio aveva affermato: “Penso che dobbiamo riconoscere che ci sarebbero delle implicazioni nell’abbandonare partner che hanno fatto un grande sacrificio. Sappiamo che la Turchia ha legittime preoccupazioni per la sicurezza lungo quel confine. I cittadini turchi, le città turche, sono state attaccate da terroristi provenienti da oltre quel confine... Tuttavia non vogliamo che i nostri partner delle Forze Democratiche Siriane sia costrette a concentrarsi su altre cose, che non sull’Isis”.

Ha rincarato ulteriormente la dose Tulsi Gabbard, contestatissima candidata di Trump a direttrice di tutte le agenzie d’intelligence: “La Siria è ora controllata da HTS, un’affiliata di al-Qaeda gestita da un jihadista che ha ballato per le strade l’11 settembre ed è responsabile dell’uccisione di molti soldati americani”.

Si ricordi che l’area nord-est, attualmente sotto controllo dell’Amministrazione Autonoma filo-curda, è anche quella che comprende i terreni più fertili e le risorse petrolifere del paese; pertanto, le nuove autorità centrali rischiano di fare la fine delle precedenti se in qualche modo non dovessero riuscire a mettere le mani su tali asset economici.

In tal senso è in corso un’attività diplomatica con il difficile compito di trovare un punto d’incontro fra tutti gli attori locali ed internazionali in gioco, aventi al centro, come mediatori, il governo iracheno e le autorità della regione autonoma curdo-irachena.

In particolare, Masoud Barzani, il capo storico del Partito Democratico del Kurdistan, al governo nel Kurdistan iracheno, è stato impegnato in una serie di incontri diplomatici con i vertici delle Ypg e con rappresentanti di USA e Francia.

Essendo in buoni rapporti anche con la Turchia, Barzani può costituire il vero punto d’incontro fra i vari attori e giocare un ruolo centrale nel riassetto del governo di un’eventuale regione autonoma curda nel nord-est della Siria. Il vero nodo insoluto è costituito dal destino delle milizie Ypg: le autorità di Damasco e la Turchia sostengono che dovranno sciogliersi del tutto e i suoi combattenti dovranno essere sparpagliati nelle varie unità del costituendo esercito centrale, mentre l’amministrazione attuale del nord-est sostiene che dovranno sì entrare nell’esercito unitario, ma tenendo in piedi la loro attuale conformazione e gerarchia, costituendo un’unità al suo interno.

Intanto, però, le Forze Democratiche Siriane non sono state invitate nei vari comitati costituzionali “inclusivi” di Al Golani.

Il governo iracheno, intanto, dopo aver nei giorni scorsi ricevuto il Ministro degli esteri turco Fidan, dal quale continua a ricevere pressioni affinché inserisca il PKK nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Iraq e collabori nello smantellare le sue basi nei monti del Qandil, si è impegnato a costruire una conferenza regionale sulla Siria, con il coinvolgimento di tutti. A Baghdad sono molto preoccupati per un possibile riattivarsi di cellule dell’Isis.

Ma ci sono anche altre aree che Damasco non tiene del tutto sotto controllo, ovvero le regioni del sud, in parte occupate dal regime sionista e in parte controllate da milizie druse che si rifiutano di consegnare le armi, le province di Tartous e Latakia e ovviamente tutte le zone a maggioranza alawita.

Il capo dei drusi Hikmat al-Hijri, dopo essere riuscito a fermare, per il momento, l’espansionismo sionista è stato anch’egli impegnato in una serie d’incontri politici sia con l’amministrazione del nord-est, sia con alcuni partiti laici e progressisti per discutere del riassetto del paese in senso laico e federale, rifiutando le derive centraliste e settarie in corso.

Aumentano, infatti, le esecuzioni e i rapimenti extra-giudiziari o travestiti da operazioni di polizia “contro i resti del regime di Assad”, effettuati dai miliziani di Hayat Tahrir al-Sham “in libera uscita”, che si accaniscono essenzialmente sulle minoranze.

Nei giorni scorsi, sono state segnalate sui social vari manifestazioni settarie nelle aree a maggioranza sciita della provincia di Homs in cui si urlavano slogan quali: “Homs è dei sunniti, se ne vadano tutti gli sciiti”.

Intanto, le azioni militari portate dalla “Resistenza Nazionale Siriana”, costituita dalle forze militari di elites del dissolto esercito baathista, continuano a dare filo da torcere ad HTS, specialmente nelle aree di Tartous e Latakia, rivendicando diverse azioni dai loro canali di comunicazione.

La prova della gravità della situazione è data dal fatto che l’esercito turco sia in procinto di intervenire direttamente costruendo una base militare nella provincia di Latakia.

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09/08/2024

Il puzzle di Erdogan

Il 5 agosto scorso, a soli due giorni dal decimo triste anniversario del genocidio del popolo ezida del Distretto iracheno di Shengal, condotto dall’Isis, il Consiglio supremo di giustizia irachena ha deciso di dichiarare fuori legge tre partiti: il Kurdistan Society’s Freedom Movement (Tevgera Azadî), il Democracy Struggle Front Party e il Ezidi Freedom Democracy Party (PADÊ), confiscando anche i loro beni. Il Pade è il partito che rappresenta gli ezidi che si battono per il riconoscimento dell’Amministrazione autonoma di Shengal, possibilità prevista dalla Costituzione irachena.

La determinata volontà di raggiungere questo obiettivo, nata proprio dall’esperienza del genocidio, ha causato agli ezidi non pochi problemi, come interventi militari sia da parte del governo federale iracheno nel 2022 sia di quello della Regione autonoma del Kurdistan iracheno l’anno precedente.

L’Amministrazione autonoma richiesta dal Pade, in parte già posta in essere come risposta politica ai veti di Baghdad e Erbil, prevede la creazione di municipalità governate dal paradigma del confederalismo democratico, progetto politico teorizzato da Abdullah Ocalan, il quale prevede una democrazia secondo il modello “bottom-up”, la liberazione delle donne attraverso la piena partecipazione alle decisioni politiche e all’amministrazione pubblica, una politica che tenga in considerazione l’ambiente e, elemento irrinunciabile, l’autodifesa.

Ocalan è il fondatore del PKK e si trova da venticinque anni rinchiuso nella prigione di massima sicurezza sull’isola di Imrali, in Turchia.

Pade-confederalismo democratico-PKK, questa è la relazione che ha portato il Consiglio a chiudere il partito, accusandolo, insieme agli altri due che hanno subito gli effetti della sentenza, di essere in sostanza una flliale del PKK. Il KNK (Kurdistan National Congress), nato nel 1999 per difendere i diritti dei curdi e con sede principale a Bruxelles, ha rilasciato una dichiarazione negando l’affiliazione del Pade all’organizzazione.

Ora, provando a mettere insieme i pezzi potremmo scoprire che dietro a questa decisione c’è la mano lunga del Presidente turco Recep Tayyp Erdogan.

Da aprile scorso nei rapporti tra Iraq e Turchia sono intervenuti dei cambiamenti significativi. Anche le visite del capo di Ankara e dei suoi “emissari” si susseguono con un buon ritmo. Ad aprile Erdogan aveva dichiarato che l’incontro con il Primo ministro iracheno, Mohammed Shi’a al Sudani, aveva dato buoni frutti e infatti il PKK era stato messo subito fuori legge anche in Iraq, in cambio di accordi commerciali. Il mese scorso, come scritto sul sito Daily Sabah, “il governo (iracheno) ha informato tutte le istituzioni dello Stato che nella corrispondenza ufficiale devono riferirsi al PKK come a un gruppo fuorilegge”.

Il Presidente turco, sempre a seguito del suo tour iracheno, aveva poi annunciato che per l’estate avrebbe attaccato il PKK nelle sue basi nel Kurdistan iracheno e in Rojava, in Siria. Promessa mantenuta con il lasciapassare, nel Kurdistan iracheno, del KDP (Kurdistan democratic party) che governa la regione ed è suo stretto alleato.

Baghdad si è preoccupata perché, di fatto, con la costruzioni di nuove basi militari turche nella regione e di checkpoint, la sovranità sul suo territorio va scemando a favore di un altro Stato. In fretta e furia una delegazione della capitale irachena aveva raggiunto Erbil per discutere della questione ma da allora nulla è cambiato, i bombardamenti turchi continuano e con loro distruzioni di territori e uccisione di civili.

Pochi giorni fa Erdogan è ritornato in Iraq e, a seguito di questa visita, il Pade e altri due partiti sono stati dichiarati fuori legge. Shengal è una zona strategica per tutti gli attori regionali, quindi anche per la Turchia, per quel confine importante che condivide con il Rojava. La presenza di un partito come il Pade non rientra nei piani di Erdogan. Meglio sbarazzarsene “pacificamente”, per ora, riponendo una ripagata fiducia nel Consiglio supremo di giustizia e preparare il terreno che favorisca il pieno controllo del Distretto al fedele e supino alleato, il KDP.

Ricordiamo che Shengal fa parte di quei territori che Baghdad e Erbil si contendono e quindi, per Erdogan, ogni pezzo del puzzle deve andare al suo posto per raggiungere il vero obiettivo, ossia la cancellazione del PKK in Iraq e la demolizione del progetto politico del confederalismo democratico che in Turchia gli sta dando più di un grattacapo.

Ma anche l’influenza iraniana nella zona, attraverso le milizie Hashd Al Shaabi, non viene ignorata da Ankara, che mira ad ottenere un ruolo in Medio Oriente di primo piano e si promuove come il ponte che unisce questa regione all’Europa, attraverso non solo la sua influenza politica ma anche per mezzo di relazioni commerciali di cui la costruzione della development road, progetto che permette il trasporto delle merci dall’Oriente all’Europa, attraversando tutto l’Iraq e raggiungendo il Vecchio Continente entrando dalla Turchia, è un elemento principale.

Ogni tassello, dunque anche la cancellazione del Pade dall’arena politica, deve contribuire a comporre il puzzle neo-imperiale, seppure di più modeste dimensioni rispetto ad altre potenze, che la Turchia ha come fulcro della sua agenda strategica.

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15/07/2024

Iraq - Il governo condanna gli attacchi turchi

Giovedì 11 luglio, dopo quasi un mese dall’inizio dell’operazione militare turca nel Governatorato di Duhok, nel nord dell’Iraq, nella Regione del Kurdistan iracheno, il governo di Baghdad ha finalmente protestato. Fino ad ora l’operazione militare, promessa dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan lo scorso aprile, annunciata a seguito della sua visita in Iraq, ha portato distruzioni, incendi e l’evacuazione di persone minacciate dai bombardamenti e dagli scontri che i soldati turchi hanno ingaggiato con il PKK.

L’obiettivo militare è quello di proseguire nella costruzione di una zona cuscinetto che parte dal confine turco e si estende per circa 30-40 km in profondità nel territorio iracheno, parzialmente già avviata negli anni precedenti, che la Turchia vuole sotto il proprio controllo per spezzare il corridoio del PKK verso il Rojava, in Siria. Erdogan infatti ad aprile ha dichiarato che ci sarebbero stati interventi militari anche in quella zona, dove sono prese di mira le YPG (Unità di protezione popolare), vicine al PKK.

Il KDP (Partito democratico del Kurdistan), partito al governo della Regione del Kurdistan iracheno, nonostante Duhok sia un distretto della Regione, fino ad oggi venerdì 12 luglio non ha protestato per gli attacchi turchi sul suo territorio, che stanno mettendo a rischio i civili. Non l’ha fatto neppure quando la Turchia ha iniziato a gennaio di quest’anno la realizzazione di nuove strade che congiungono le basi militari costruite in quella zona nel 2021 durante un’altra operazione militare, denominata Claw lightening.

Continua a non farlo nemmeno di fronte alla creazione, lo scorso 25 giugno, di checkpoint turchi che controllano il passaggio delle persone sul territorio del Kurdistan iracheno. Si tratta di un’evidente ulteriore limitazione della sovranità dello Stato iracheno e della stessa Regione del Kurdistan iracheno che certamente allarma Baghdad.

Ad aprile il governo federale iracheno, nonostante proprio in quei giorni ospitasse il presidente turco Erdogan, aveva costruito due basi militari nella zona di Batifa, nel Kurdistan iracheno, per scongiurare un nuovo avanzamento delle forze armate turche nella regione. Contemporaneamente però erano arrivati sia da Baghdad che da Ankara segnali di avvicinamento e di una possibile politica comune contro il PKK, sfociata nella messa fuorilegge dell’organizzazione da parte dell’Iraq.

L’Iraq è un paese a sovranità limitatissima, con la presenza di diverse forze straniere sul suo territorio e basi militari straniere, una difficile situazione politica, determinata anche dalle pressioni esercitate dai tanti attori regionali e non, con la questione ancora irrisolta dei territori contesi con il Kurdistan iracheno e la minaccia, oggi non più pressante come in passato, della volontà separatista del KDP. Aggrava la sua situazione l’emergenza idrica e la necessità di investimenti importanti nel suo territorio, problemi che Ankara si è offerta di risolvere ma volendo qualcosa in cambio, giocando proprio con le fragilità dell’Iraq e cercando di trarne vantaggio.

Dopo le isolate proteste del PUK (Unione patriottica del Kurdistan), ieri una una delegazione del governo federale guidata dal Consigliere per la sicurezza nazionale, Qasim al-Araji, è giunta nella capitale della regione del Kurdistan iracheno, Erbil, per discutere la situazione in corso nel governatorato di Duhok. Il giorno precedente il Primo Ministro Al-Sudani aveva riunito il Consiglio di sicurezza nazionale, al termine del quale erano state condannate le incursioni militari turche, così come le violazioni territoriali.

Il Consiglio aveva poi richiamato la Turchia a rispettare i principi di buon vicinato e a utilizzare i canali diplomatici con Baghdad per affrontare ogni preoccupazione legata alla sua sicurezza. Aveva infine auspicato che si raggiungesse un fronte comune sulle posizioni del governo federale per impedire che forze straniere potessero condurre attacchi militari sul suo territorio o che questo potesse essere utilizzato per azioni militari in Paesi vicini.

Secondo Shafaq News, Al-Sudani vorrebbe trovare una linea comune con Erbil per non restringere ulteriormente la sovranità del Paese. Non sarà facile, data la stretta alleanza tra il KDP e il governo di Ankara. La debolezza dell’Iraq e la necessità di alleanze e investimenti, inclusi quelli turchi, sono il tallone d’Achille per il Paese e l’arma di ricatto per la Turchia.

Il Congresso nazionale del Kurdistan (KNK), ha pubblicato sul suo sito una lettera aperta indirizzata a Ahmed Aboul Gheit, Segretario generale della Lega dei Paesi arabi, a Mohammed Shia’ Al Sudani, Primo Ministri dell’Iraq, a Bashar al-Assad, Presidente della Siria, ad António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, a Biden, Presidente degli Stati Uniti, a Marija Pejčinović Burić, Segretario Generale del Consiglio d’Europa, a Ursula von der Leyen, Presidente dell’Unione Europea e a Jens Stoltenberg, Segretario Generale della NATO con la quale chiede “di prendere azioni urgenti e decisive per fermare questa occupazione”.

Il richiamo alla Comunità internazionale è più che mai necessario perché i riflettori su quanto sta avvenendo in Iraq sono attualmente spenti.

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03/07/2024

Iraq - Prove di invasione turche

Negli ultimi due giorni la Turchia si è data molto da fare nel governatorato di Duhok, che appartiene alla Regione del Kurdistan iracheno, attaccando con colpi di artiglieria la città di Deraluk e colpendo il villaggio di Miska, nel sotto-distretto di Kani Masi.

In un villaggio del distretto di Al-Amadiya, nel nord del governatorato, ha invece ingaggiando scontri a fuoco con membri del braccio armato del PKK, costringendo i residenti ad abbandonare il territorio.

In base a quanto riportato dal KNK (Congresso Nazionale del Kurdistan) nel comunicato del 28 giugno scorso, ci sarebbero segnali di un piano di invasione da parte dell’esercito turco nella regione del Kurdistan iracheno perché “l’aumento dei convogli di camion e veicoli blindati che attraversano varie regioni sottolinea l’escalation delle tensioni. Secondo quanto riferito, le truppe sono state viste muoversi attraverso i villaggi nel governatorato di Dohuk”.

Dall’inizio dell’anno fino al 31 maggio, sempre per voce del KNK, Ankara ha condotto 833 attacchi aerei sul suolo della regione del Kurdistan iracheno e su Mosul.

Domenica 30 giugno ha ucciso sette membri del PKK, colpendoli sia in Siria che in Iraq, violando apertamente la sovranità dei due Stati, come d’altronde fa da anni.

A seguito degli accordi siglati lo scorso aprile tra Baghdad e Ankara, Erdogan aveva annunciato l’intenzione di intraprendere in estate azioni militari in Iraq e in Siria contro il PKK. Il Presidente turco era uscito soddisfatto dagli incontri avuti con il Primo Ministro del governo federale iracheno, Mohammed Shia Al Sudani, e con il Primo Ministro del governo del Kurdistan iracheno, Masrour Barzani, perché aveva sostanzialmente ottenuto l’autorizzazione a portare avanti la sua offensiva nelle zone del Kurdistan iracheno dove si trovano membri e basi del PKK. Aveva anzi auspicato che si potessero effettuare le operazioni militari in modo congiunto, assicurazione ricevuta da Erbil e che probabilmente arriverà anche da Baghdad.

L’Iraq si trova infatti in una posizione vulnerabile rispetto alla Turchia poiché, fra le tante questioni che legano i due Paesi, la più importante è quella relativa alle risorse idriche.

La Turchia è in grado di gestire il flusso d’acqua di cui l’Iraq ha disperatamente bisogno, afflitta com’è dai cambiamenti climatici, avendo costruito le dighe sui fiumi Tigri e Eufrate, che bagnano anche l’Iraq. L’Iraq ha sempre accusato il vicino di aver ridotto dell’80% le risorse idriche del Paese.

Gli accordi firmati ad aprile cercano di dirimere questa controversia ma Baghdad deve pagare un prezzo di fedeltà a Ankara sul versante anti-PKK. In questo modo si spiega perché nessuna voce governativa si sia alzata, nemmeno dalle parti del Kurdistan iracheno, dopo due giorni di attacchi turchi.

A farsi sentire è stato però il PUK (Unione Patriottica del Kurdistan) che, secondo quanto riportato da ANF News, è intervenuto denunciando il silenzio di Erbil e Baghdad, a dimostrazione della debolezza dello Stato iracheno. Ha dunque chiesto che venissero prese delle azioni per fare cessare queste manovre poiché “l’unico obiettivo turco è di minare la sicurezza e la stabilità del Paese e violare la sovranità dell’Iraq”.

Il progetto di Erdogan di eliminare ogni cellula del PKK e dei suoi affiliati fuori dai confini nazionali non si limita all’Iraq ma guarda anche alla regione del Rojava, nella parte settentrionale della Siria, dove gli attacchi turchi non cessano mai e, se Ankara deciderà di portare avanti il suo piano, si aprirà una nuova stagione di intensi scontri. È infatti fondamentale per la Turchia spezzare quella linea di continuità che unisce l’Amministrazione Autonoma del Rojava con quella del distretto di Shengal, nel nord dell’Iraq e al confine proprio con il Rojava, dove risiedono gli ezidi, il popolo vittima del genocidio dell’ISIS nell’agosto del 2014.

I movimenti di questi giorni nel Kurdistan iracheno fanno pensare che la Turchia voglia dare seguito all’annuncio di aprile. Bisognerà vedere con quale portata militare agirà per capire se Erbil e Baghdad resteranno a guardare senza battere ciglio, nonostante i danni che verranno causati ai territori e ai residenti delle zone colpite. Su questo piano il KDP (Partito Democratico del Kurdistan), il partito al governo del Kurdistan iracheno, deve fare bene i propri calcoli perché il 20 ottobre prossimo si terranno, dopo continui rinvii, le elezioni nella regione e per la prima volta il KDP sembra vacillare.

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03/10/2022

Gli USA e il saccheggio della Siria

Nel suo intervento alla recente sessione annuale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Joe Biden ha fatto riferimento, tra le altre cose, alla violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina da parte della Russia. Al Palazzo di Vetro, il presidente americano ha denunciato in maniera decisa il comportamento presumibilmente contrario al diritto internazionale del Cremlino. In Siria, tuttavia, gli Stati Uniti continuano anch’essi a occupare senza nessun fondamento legale, e nel disinteresse dei media ufficiali, una parte importante di territorio che conserva la maggior parte delle risorse alimentari ed energetiche del paese mediorientale. Nuovi elementi di prova sulle attività americane, condotte in quest’area in collaborazione con i curdi iracheni e siriani, sono state oggetto di una recente esclusiva della testata on-line indipendente The Cradle.

Ufficialmente, i circa 900 militari USA stanziati nel nord-est della Siria, nel quadro della cosiddetta “coalizione internazionale”, difendono un’area ricca soprattutto di petrolio dalla minaccia di ciò che resta dello Stato Islamico (ISIS). La presenza americana risale al 2015 e, se fosse necessario ricordarlo, non è mai stata richiesta dall’autorità legittima del territorio occupato – il governo siriano – né, per quel che potrebbe comunque valere, ha ottenuto alcuna ratifica tramite un mandato specifico del Congresso di Washington.

Se nella guerra all’ISIS consisteva appunto inizialmente l’incarico ufficiale del contingente militare inviato in Siria, lo scopo reale delle forze USA era piuttosto la prosecuzione della campagna per il cambio di regime a Damasco e il tentativo di ostacolare il consolidamento delle forze della “Resistenza” in Siria, a cominciare dall’Iran e da Hezbollah. Da queste premesse, non stupisce che gli Stati Uniti abbiano più di una volta preso di mira con bombardamenti sia obiettivi militari siriani sia le forze di altri paesi che sostengono il governo di Assad.

Con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, si è poi intensificata un’altra attività a cui si dedica il contingente di occupazione USA, cioè il furto puro e semplice delle risorse del sottosuolo, in larga misura petrolio, della Siria. Damasco continua a denunciare questo stato di cose e recentemente ha stimato che nei primi mesi del 2022 i militari americani e le milizie curde hanno sottratto alla Siria e contrabbandato in media 66 mila barili di greggio al giorno, pari a oltre l’83% della produzione quotidiana di un paese tuttora flagellato da una gravissima crisi economica.

Solo nell’ultima decade di settembre, ha rivelato il ministero per il Petrolio siriano, le forze armate americane hanno fatto uscire clandestinamente dal paese più di 100 autocisterne cariche di greggio rubato. Dall’inizio della guerra nel 2011 la perdita stimata in termini di entrate per la Siria è stata superiore ai 107 miliardi di dollari.

L’indagine di The Cradle citata all’inizio è stata condotta in Iraq e si basa principalmente su fonti militari e della polizia di frontiera irachene. Gli Stati Uniti sono presenti militarmente in entrambi i lati di un confine iracheno-siriano che per centinaia di chilometri risulta di fatto al di fuori del controllo dei rispettivi governi. Almeno tre valichi di frontiera sono diventati lo snodo cruciale delle rotte del contrabbando di petrolio siriano, diretto verso la regione autonoma del Kurdistan iracheno con il coinvolgimento diretto e determinante delle forze armate americane.

Il reporter di The Cradle spiega come i droni americani pattuglino “regolarmente” i cieli della regione, mentre la sicurezza dei convogli è appaltata dai militari USA a compagnie private. I dipendenti di queste ultime, “che viaggiano su veicoli 4x4 con la copertura aerea americana, sono responsabili della sicurezza del trasporto del petrolio siriano in territorio iracheno”, anche se il loro incarico dovrebbe essere “esclusivamente di trasportare equipaggiamenti logistici per la coalizione internazionale” di stanza sia in Siria sia in Iraq.

Il greggio siriano viene recapitato alla base curda di al-Harir, nella capitale del Kurdistan iracheno Erbil, a disposizione della compagnia petrolifera curda KAR Group, di proprietà di Sheikh Baz Karim Barzanji, vicinissimo alla famiglia del numero uno del Partito Democratico del Kurdistan (KDP), Massoud Barzani. Quest’ultimo gode di ottimi rapporti con i governi di Turchia ed Emirati Arabi, nonché con le cosiddette Forze Democratiche Siriane, cioè le milizie curde che collaborano con le forze di occupazione americane nel contrabbando di petrolio appartenente alla Siria. La destinazione finale del greggio è oggetto di discussione, ma è probabile che a beneficiarne siano, tra gli altri, Turchia e Israele. Una prova di ciò potrebbe essere il bombardamento iraniano avvenuto lo scorso mese di marzo proprio dell’abitazione di Sheikh Baz Karim Barzanji, secondo un politico curdo sentito sempre da The Cradle dovuto alla vendita a Israele di petrolio e gas siriano da parte della sua compagnia.

Testimoni iracheni dell’attività di contrabbando curdo-americana affermano che ogni singolo convoglio conta dalle 70 alle 100 autocisterne cariche di petrolio siriano. L’itinerario percorso sotto la protezione USA inizia dalla regione di al-Jazira, per poi fare sosta presso la base americana di al-Hasakah e ripartire verso l’Iraq. Attraversato il confine, fuori dal controllo del governo centrale, il petrolio saccheggiato viene trasferito ad altre autocisterne nella già ricordata base curda di al-Harir. Da qui arriva infine alternativamente alla base militare americana di Ain al-Assad, nella provincia irachena di Anbar, o in quella situata nella provincia di Halabja.

The Cradle spiega che il passaggio del greggio nelle mani dei militari USA avviene solo dopo l’approvazione di uno speciale ufficio governativo iracheno, che si occupa però soltanto delle forniture logistiche destinate alla “coalizione internazionale” anti-ISIS. Il governo di Baghdad, sostiene il sito web libanese, “non è verosimilmente del tutto all’oscuro di queste ripetute violazioni della propria sovranità e integrità territoriale”, ma non ha in pratica nessuna voce in capitolo sulle attività di contrabbando gestite dagli americani.

È anche alla luce di questo sistema costruito da Washington con il pretesto della guerra al “terrorismo” che vanno giudicate le parole di Biden e del segretario di Stato, Anthony Blinken, nelle loro recenti apparizioni alle Nazioni Unite. Il già citato discorso del presidente americano all’Assemblea Generale invitava, con riferimento alla Russia, a non consentire “l’occupazione di un territorio [di un paese sovrano] con la forza”. Blinken aveva invece parlato al Consiglio di Sicurezza, assicurando che “il sostegno internazionale alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina consiste nella protezione di un ordine internazionale nel quale nessuna nazione ha facoltà di ridisegnare i confini di un’altra con la forza”. Sempre che questa nazione non siano gli Stati Uniti o Israele.

Nella totale illegalità sia dal punto di vista del diritto internazionale sia da quello della legge americana, quindi, le forze armate USA non solo continuano a occupare una porzione di territorio di un paese sovrano, ma si assicurano di saccheggiarne le risorse e di ottenere profitti da esse. Per un breve periodo dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, Trump aveva provato a ritirare il contingente americano dalla Siria, ma era stato immediatamente stoppato dai vertici militari, dall’intelligence e dalle pressioni degli ambienti “neo-con”.

Oggi, perciò, non è ancora in vista nessun disimpegno. Anzi, notizie recenti indicano addirittura un rafforzamento della presenza militare americana in questo paese. Qualche giorno fa, fonti locali hanno infatti osservato l’arrivo presso la base statunitense situata nella provincia siriana di al-Hasakah di nuove armi ed equipaggiamenti provenienti dall’Iraq. Il convoglio con i nuovi rifornimenti era composto da 33 veicoli pesanti e almeno un aereo cargo atterrato in territorio siriano il 26 settembre scorso.

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31/07/2018

Che ne è stato dell’occupazione di Bradost e Qandil?

Dalle elezioni in Turchia del 24 giugno è passato più di un mese. Prima delle elezioni un’occupazione di Bradost e Qandil rappresentava uno degli argomenti centrali nei media della propaganda dell’AKP e di Tayyip Erdoğan. Naturalmente questi attacchi non erano né straordinari né limitati solo alla propaganda elettorale.

La guerriglia ha sventato i piani

Le operazioni si possono capire solo nel contesto di un piano più ampio con la partecipazione di USA, Regno Unito e del KDP del Kurdistan del sud. Così gli USA, il Regno Unito e altre potenze internazionali vogliono usare la Turchia per aumentare la pressione sull’Iran. A fronte di questo è stato fatto l’accordo di Minbic con la Turchia per il mantenimento del potere di Erdoğan e l’allargamento delle zone occupate in Rojava e nel Kurdistan del sud come contropartita. Tuttavia non è andata come previsto. Le reazioni della popolazione del Kurdistan del sud e le efficaci azioni della guerriglia in corso fin dal mese di marzo, rappresentano un ostacolo nell’esecuzione del piano. Dato che l’occupazione non ha funzionato come Erdoğan aveva previsto, anche l’altra parte, l’intervento in Iran, non ha potuto avere luogo.

Erdoğan e l’AKP nel dicembre 2017 hanno iniziato attacchi di invasione su Bradost e nel marzo 2018 si sono seriamente preparati a un nuovo avvio. Nei mesi da marzo ad aprile la regione è stata bombardata 24 ore al giorno da aerei da combattimento e elicotteri Kobra, aerei da ricognizione sorvolavano continuamente le aree. Nonostante questo l’esercito è riuscito a penetrare nella regione solo per cinque chilometri. Sulle vette Siro, Partîzan e Lêlîkan con massicci attacchi aerei e di artiglieria con elicotteri da trasporto Sikorsky truppe sono state scaricate nella regione montuosa. Questi soldati sono stati presi di mira dalla guerriglia da ogni lato. Contro le vette citate, finora sono state fatte circa 80 azioni. La guerriglia ha pubblicato riprese della maggior parte delle azioni. L’opinione pubblica turca e internazionale ha visto come l’esercito turco, definito eccellente, ha fallito e in quale situazione senza scampo i suoi soldati sono stati lasciati a morire.

Morti oltre 270 soldati

Nelle azioni della guerriglia sono morti oltre 270 soldati. È deplorevole che i media turchi non abbiano nemmeno dato la notizia della morte dei figli della popolazione povera che sono stati mandati a morire nel Kurdistan del sud. La guerriglia ha comunicato le sue azioni giorno per giorno. Ha mostrato le armi e gli equipaggiamenti conquistati al pubblico. Lo stato turco ha nascosto la morte dei figli della popolazione povera. Quando venivano mostrati pubblicamente i caschi dei soldati e le armi, occasionalmente alle perdite venivano riservati articoli marginali. Questo mostra che a nessun soldato viene attribuito tanto valore quanto a un’arma.

Colpo su colpo a Bradost

Mentre lo Stato turco a Lêlîkan, Ali Direj, Partîzan e Avdol Kovi ha continuamente incassato colpi duri e ben documentati, ha cercato di nascondere la sconfitta con notizie di successi. “Avanziamo su Qandil”, è stato detto ripetutamente nei titoli. In questo modo Qandil è arrivata in cima all’ordine del giorno. Un’invasione di Qandil era parte del piano. Si tratta di una parte decisiva dell’intenzione di iniziare l’occupazione a Bradost e di avanzare poi fino a Qandil.

Questo piano è stato citato ripetutamente dal Ministro degli Interni Süleyman Soylu e dall’allora Primo Ministro Binali Yıldırım in dichiarazioni corrispondenti. Soylu ha detto, “Siamo a venti chilometri da Qendîl” e Yıldırım ha parlato di undici basi militari nel “Iraq del nord”. Queste dichiarazioni mostravano la direzione del piano. Qandil è stata messa all’ordine del giorno per nascondere le pesanti perdite a Bradost. Con il permesso del capo del governo del Kurdistan del sud del KDP, Neçirvan Barzanî, con l’aiuto del portavoce governativo Sefin Dizai si è cercato di nascondere le pesanti perdite. Corrispondenti dell’agenzia stampa Anadolu Ajans vicina all’AKP, sono stati inviato in una base del KDP sulla vetta Korek nelle montagne di Qendîl. Da questa postazione hanno fatto una trasmissione in diretta. Si trattava unicamente del tentativo di ingannare l’opinione pubblica.

Proteste della popolazione del Kurdistan del sud contro l’atteggiamento del KDP

Da un lato le azioni efficaci della guerriglia hanno fatto fallire il piano di occupazione e hanno inflitto all’esercito turco totalmente sotto il controllo di Erdoğan, gravi perdite. Dall’altro lato anche le proteste della popolazione del Kurdistan del sud hanno avuto il loro effetto. Dopo che Neçirvan Barzanî aveva fatto dichiarazioni nelle quali legittimava l’invasione turca, è andato ancora oltre e ha fatto finta che l’occupazione turca non esistesse affatto. Ha perfino dichiarato occupanti il movimento di liberazione curdo che in mezzo secolo di lotta per la liberazione del Kurdistan ha dato oltre 40.000 caduti. A quel punto in nove città e molti villaggi e località del Kurdistan del sud ci sono state proteste contro l’occupazione e le affermazioni di Barzanî.

La popolazione ha reagito in questo modo sia alla dichiarazione di Erdoğan sia a quella di Barzanî del giorno precedente. Lo Stato turco ha fatto incessantemente pressione su partiti politici, organizzazioni e sulla popolazione del Kurdistan del sud per renderli propri complici. Il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha affermato “Hewlêr è con noi, ma una parte di Gorran e PUK non sono con noi.”

Rispetto a questo il Movimento Gorran ha dichiarato che la lotta di liberazione curda è una componente essenziale del movimento e che viene sostenuta. Con questo ha nuovamente chiarito la sua opposizione all’invasione e ha trasmesso a Barzanî il messaggio che il Kurdistan è la patria di tutte le organizzazioni curde. A seguito di questo le persone delle zone colpite, intellettuali, attivisti e giovani in interviste con diversi canali TV hanno dichiarato “il PKK nel Kurdistan del sud è nel suo Paese”. Da ultimo anche il movimento islamico ha fatto una dichiarazione chiara in questo senso.

Dopo le elezioni l’argomento è stato lasciato cadere

Sulla base di questi sviluppi, dopo le elezioni le grida di Erdoğan e dell’AKP su una presa di Qendîl sono cessate. Dichiarazioni sull’invasione e sul piano di invasione sono diventate praticamente impossibili. Sono state cancellate dall’ordine del giorno. Dalle elezioni è passato oltre un mese. I signori che dozzine di volte hanno parlato di un’occupazione ora fingono di non aver mai sostenuto una cosa del genere e in particolare Erdoğan e i generali dell’AKP tacciono. Questo tuttavia non significa che il piano di occupazione sia finito. È ancora in corso. Il piano di Erdoğan e dell’AKP di portare la guerra contro la guerriglia fino nel Kurdistan del sud ha però subito un grave colpo. Perché questo era un altro obiettivo importante del piano, di spostare del tutto la guerra dal nord della Turchia nel Kurdistan del sud.

L’AKP sarà costretto ad accettare la guerra nel Kurdistan del nord e in Turchia. Così la guerriglia si è mobilitata anche nel Kurdistan del nord e in Turchia conducendo azioni efficaci. A fronte di questo il piano continua ancora perché Erdoğan e il suo esercito di occupazione fanno massicci preparativi per la sua prosecuzione. Ai confini con il Kurdistan del sud vengono radunate senza sosta forze militari e le montagne del Kurdistan del sud continuano a essere bombardate.

La rabbia della gente nel Kurdistan del sud cresce. Sarà inevitabile che Erdoğan e lo Stato turco incontrino una resistenza ancora più dura se dovessero continuare il loro piano.

Il giornalista Seyit Evran sugli annunci di Erdoğan e dello Stato turco di occupare Bradost e Qandil nel Kurdistan del sud, 28.07.2018

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30/10/2017

Kurdistan nel limbo, Barzani rinuncia alla presidenza


Proseguirà – così ha scritto in una lettera inviata al Parlamento regionale – a rincorrere, assieme agli amati peshmerga, il diritto di ottenere una nazione kurda, ma per ora Masoud Barzani rinuncia a rivestire l’incarico di presidente del Krg che scade il 1° novembre. Una decisione controversa ma realistica, seguìta alla fase del successo del referendum da lui fortemente voluto e vinto il mese scorso con un consenso del 93%, cui è seguita la minacciosa reazione del governo iracheno. E la minaccia s’è concretizzata in quel movimento di truppe e carri armati giunti sin nel cuore di Kirkuk. Così capitale del petrolio, ripulita dall’Isis a opera dei guerriglieri kurdi, veniva occupata dalle truppe spedite da Baghdad che l’hanno riconquistata senza combattere. I peshmerga, per non cadere in un conflitto fratricida, si ritiravano anche in virtù delle grandi manovre diplomatiche compiute da potenze locali (Arabia Saudita, Turchia e pure Iran) schierate col governo di Abadi. Visto l’abbandono statunitense al suo piano di consolidare il ruolo autonomo della regione del Kurdistan tramite una ratifica dell’indipendenza, Barzani aveva fatto ripiegare le sue milizie. Le elezioni previste per l’inizio di novembre sono state posticipate di otto mesi e ora c’è bisogno di riempire il vuoto d’incarico e di potere.

La richiesta viene da Barzani in persona, l’ha girata al Parlamento del Kurdistan ben conoscendo le difficoltà che essa suscita, in una struttura rimasta bloccata per due anni. Lui, navigato e astuto politico, resta alla guida del Partito Democratico del Kurdistan, forza maggioritaria nei confronti dell’Unione patriottica (che il 3 Ottobre scorso ha perso il vecchio leader Talabani) e del Gorran, formazione d’ispirazione nazional-liberale che ha fortemente contestato il clanismo e la corruzione presenti nella politica kurdo-irachena. Si vocifera che nelle manovre di Barzani senior alberghi il piano di aprire la strada per incarichi superiori a suo nipote, Nechirvan, il cacciatore in doppiopetto, già investito del ruolo di premier del Krg. Il nome in kurdo ha questo significato, mentre la descrizione dell’eleganza riguarda la funzione dei contatti diplomatici finora svolti, assai attivi per perorare la causa della regione autonoma. Tale nepotismo è proprio ciò che l’opposizione del Gorran vorrebbe evitare offrendo segnali di discontinuità alla gestione familistica della rappresentanza e del potere. Ma le ramificazioni tribali dei Barzani sembrano avere gioco facile nei territori di Duhok, Erbil, Sulaimaniya, Halabja, le aree del Krg che hanno offerto un riscontro anche nell’urna alle posizioni del Pdk. Ma è il corto circuito creato sulla scena geopolitica a caratterizzare una situazione che rischia di restare congelata per un periodo indefinito.

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24/10/2017

Kurdistan iracheno - Barzani sotto attacco

Non è sicuramente un momento facile per il presidente del governo regionale del Kurdistan (Krg) Masoud Barzani. Dopo aver visto le truppe di Baghdad e le milizie alleate riconquistare, in alcuni casi senza sparare un colpo, i territori che le forze curde peshmerga avevano sottratto dalle mani dello Stato Islamico (Is) dopo sanguinose battaglie, ieri ha subito un duro attacco politico da parte del partito di opposizione Gorran. Gorran (o Movimento per il cambiamento) – che si era opposto in questi mesi al referendum per l’indipendenza perché contrario alla sua tempistica – ha chiesto all’anziano leader curdo di dimettersi, di “sciogliere” il Krg proponendo un “governo di salvezza nazionale”. In un comunicato apparso sul suo sito, Gorran ha accusato Barzani di “essersi rifiutato di ascoltare le nostre istanze e quelle di Baghdad” lasciando così l’intera regione curda “in un terribile crisi”. “Quello che è accaduto ora – recita ancora la nota – non dimostra il fallimento del nostro popolo o della nazione curda. Piuttosto è la sconfitta delle autorità e degli ufficiali che hanno provocato la più grande crisi e disastro per i curdi”.
 
Proprio quel referedum del 25 settembre che Barzani pensava potesse essere il suo capolavoro politico nonché uno strumento per rinsaldare il controllo del suo partito sull’intera regione autonoma curda, si sta rivelando di ora in ora sempre più un enorme errore. Nonostante infatti il pieno sostegno della popolazione (il 92% votò per il Sì alla secessione dall’Iraq), le grandi potenze internazionali – a partire dagli storici alleati Usa – e regionali avevano a più riprese intimato al presidente di non portare avanti il suo piano. Il leader del Pdk non ha dato loro ascolto ed ora è costretto a pagare le conseguenze delle sue decisioni.

Politicamente: perché di fatto è stato isolato (e con lui il Kurdistan iracheno). Il silenzio degli occidentali – quando non le felicitazioni pubbliche – di fronte alle recenti riconquiste del governo centrale iracheno a Kirkuk e nelle altre aree “contese” controllate dai curdi non è casuale. 

Economicamente: se si pensa che le esportazioni di petrolio dal Kurdistan iracheno attraverso il porto turco di Ceyhann si sono più che dimezzate (si viaggia ora sui 200.000-250.000 barili al giorno rispetto ai 600.000 pre-crisi). Per rimediare a questa ingente diminuzione, il governo iracheno ha per ora aumentato le esportazioni a sud, nella regione di Bassora, dove, ha riferito il ministro del petrolio sabato, è stato registrato un aumento nelle esportazioni di 200.000 barili. Baghdad prova a ostentare sicurezza rassicurando gli iracheni che si ritornerà presto alla normalità (lo aveva promesso per ieri, ma questo non si è verificato). Tuttavia questa “normalità” molto probabilmente escluderà il Krg, partner ormai considerato del tutto inaffidabile per il governo centrale.

Dal Kurdistan iracheno le reazioni sono blande: è come se ci fosse la consapevolezza che a rischio non ci sia tanto l’indipendenza della regione quanto l’autonomia stessa ottenuta quasi 30 anni fa. Le tensioni esterne si ripropongono all’interno con le accese polemiche politiche tra i due principali partiti kurdi, il Kdp del presidente Barzani e il Puk dei Talabani, con il primo che accusa il secondo di aver ordinato la ritirata da Kirkuk senza combattere.

Alla crisi interna, non potevano poi mancare le ingerenze esterne. Prima fra tutte quella Usa. Venerdì gli Stati Uniti avevano chiesto a Baghdad di fermare le truppe e di non ingaggiare altri scontri con quelle kurde nelle aree contese precisando però che lo status di queste ultime non sarebbe stato deciso dall’avanzata delle truppe del governo. Pur senza dirlo esplicitamente, Washington, nei fatti, ha aperto ad un negoziato tra Baghdad e Irbil che al momento appare molto difficile. Ad alzare la tensione ci ha poi pensato ieri il Segretario di Stato statunitense, Rex Tillerson. Da Riyadh, dove ha incontrato alti ufficiali del Golfo, Tillerson ha chiesto ai gruppi armati iraniani di lasciare l’Iraq. “Ora che il combattimento contro lo Stato Islamico sta per finire, queste milizie devono tornare a casa. Tutti i combattenti stranieri lo devono fare”.

Si pronuncia Iraq, ma si legge come al solito Iran: la visita del segretario rientra infatti negli sforzi compiuti dalla nuova amministrazione a stelle e strisce e dalle monarchie del Golfo sue alleate per fermare l’influenza iraniana nella regione mediorientale. L’incontro, del resto, giunge a pochi giorni di distanza dalla decisione del presidente Trump di non certificare l’accordo sul nucleare iraniano lasciando che a decidere su questa spinosa questione sia il Congresso.

In questo quadro geopolitico appare ambiguo il ruolo svolto dall’Iraq di al-Abadi: da un lato ha bisogno di Teheran per sconfiggere lo Stato Islamico, dall’altro lato, però, ha sempre più l’occhio rivolto all’Arabia Saudita e agli Usa. La partecipazione di Baghdad ieri ad un vertice con la monarchia wahhabita a cui ha preso parte anche Tillerson certifica nuovamente come la forte rivalità tra i due paesi arabi sia solo un lontano ricordo del passato.

Ore 16:00   L’Iraq respinge la richiesta Usa sulle unità filo-iraniane: “Nessuna interferenza sulle faccende irachene”
Il governo iracheno ha respinto la richiesta fatta ieri dal Segretario di Stato Usa Tillerson secondo la quale le unità paramilitari filo-iraniane presenti in Iraq devono “tornare a casa”. “Nessuno ha il diritto di interferire nelle faccende irachene” si legge in una nota dell’ufficio del premier Haider al-Abadi. “Le unità di mobilitazione popolare sono formate da patrioti iracheni” recita ancora il comunicato.

Le elezioni presidenziali della regione del Kurdistan, intanto, non avranno luogo il 1 novembre perché i partiti politici non sono riusciti a presentare i candidati. A dirlo alla Reuters è stato oggi il capo della commissione elettorale Hendrean Mohammed.

A parlare di Kurdistan iracheno è stato stamane anche il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov. “Capiamo le speranze del popolo curdo così come la loro aspirazione a rafforzare la propria identità e coscienza di sé” ha detto Lavrov durante una conferenza stampa con il suo pari iracheno Ibrahim al-Jaafari. “Tuttavia – ha aggiunto – crediamo che sia giusto che tali desideri e speranze si realizzino solo attraverso il governo iracheno e tenendo presente quale significato abbia la questione curda sul piano regionale cercando di evitare i motivi d’instabilità della regione”.

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25/08/2017

Referendum sul Kurdistan: attese e timori

A un mese dal previsto referendum promosso da Massoud Barzani sull’ipotetica “indipendenza della regione del Kurdistan e di zone fuori dal territorio” (dunque i governatorati di Erbil, Sulaymaniyah, Dohuk più l’ambitissima Kirkuk) la Turchia, che è ferrea oppositrice dell’iniziativa nonostante i discreti rapporti col leader del Partito democratico del Kurdistan (Kdp), ha rilanciato un’azione diplomatica di dissuasione. Il ministro degli Esteri Çavuşoğlu è in queste ore a Baghdad, ospite dell’omologo al-Jaafari, per ribadire l’unicità di due obiettivi. Primo: lavorare per la totale liberazione delle aree tuttora sotto il controllo dell’Isis (piuttosto ridotte rispetto a tre anni fa). Secondo: garantire l’integrità della nazione irachena. Parlare d’integrità per un territorio che, solo nel triennio della nascita del Daesh, ha subìto sanguinose lacerazioni accanto a idee di soluzioni buone per ogni velleità geopolitica, sembra una totale astrazione. Ma pur fra le mille incertezze prodotte dalla condizione di Stato in dissoluzione e dalle strategie per tener congelata (ma esecutiva) una guerra che dal 2003 opprime milioni di persone, chi è interessato all’Iraq e alla sua cospicua ricchezza di petrolio (epigoni delle Sette sorelle del petrolio, Usa, Daesh, petromonarchie e i capiclan dei 5 milioni di kurdi iracheni) il problema se lo pone.

Se lo pongono anche gli ingombranti vicini turchi e iraniani, interessati a un presente che è già futuro, sia nel caso d’implosione di un territorio da tutti invidiato per l’oro nero del sottosuolo, sia per il temibile effetto domino che la scelta dell’autodeterminazione dei kurdi locali potrebbe produrre fra i 15 milioni di kurdi di Turchia e gli 8 milioni presenti nel nord-ovest iraniano. Esorcizzare ed evitare questo passo, ritenuto un pericolo ad Ankara come a Teheran, fa parte della missione di Çavuşoğlu. Dal canto suo con l’attuale referendum, già proposto tempo addietro, Barzani vuol cogliere i frutti d’un momento favorevole per il territorio che amministra in virtù di quelle concessioni statunitensi successive alla prima guerra del Golfo (1991). Una soluzione di passaggio che vedeva gli Usa tutori interessati per tenere una presenza indiretta nella regione, che dal 2003 divenne occupazione. Anche in quel caso Washington fece ricorso al popolo kurdo e alle storie dei massacri da esso subiti nel 1988 su ordine di Saddam Hussein. Il vecchio leader del Kdp lancia lo strumento consultivo anche per rafforzare la propria posizione sullo scenario della dirigenza kurdo-irachena, per limitare le velleità del Movimento per il cambiamento (Gorran) propostosi nelle elezioni locali del 2013 come partito d’opposizione, una novità rispetto allo storico dualismo fra Kdp e Puk (Unione patriottica del Kurdistan).

Eppure Barzani in una recente dichiarazione ha lasciato intendere che la rinuncia al referendum, temuto da turchi e iraniani, potrebbe avvenire solo di fronte a una soluzione alternativa di buona vicinanza. Intuitivamente parlava anche dei vicinissimi dell’amministrazione di Baghdad che in caso di successo del sì, dovrebbe vedersi privata di tutta la fascia settentrionale irachena, controllate, e non da oggi, dai combattenti peshmerga. Del resto la regione autonoma del Kurdistan (Krg), rafforzata sul terreno geopolitico dal 2005, ha ricevuto un ulteriore benestare dal 2014. Gli scontri sui campi di battaglia contro i miliziani dello Stato Islamico sono stati sostenuti dai peshmerga e quest’imprinting politico, suggellato nella lotta, è la carta di credito cui il Krg non vuol rinunciare. Certo, i successi kurdi sono scaturiti scontrandosi casa per casa con un nemico motivato e feroce, ma sono seguiti alle azioni di copertura garantite dall’aviazione Nato. Attualmente l’establishment occidentale sembra preferire l’ingombrante idea dell’autonomia della regione kurdo-irachena a quell’espansione dell’Isis, che in quell’area ha seminato un biennio di lutti e paure. Ma proprio la Casa Bianca, dopo il decennio di distruzioni creato, spinge per una possibile rinascita dell’Iraq. C’è poi appunto la contrarietà turca sul tema dell’autonomia del Kurdistan orientale, cui potrebbe seguire una richiesta di quello orientale: il Rojava.

Sebbene in quest’area la continuità dei cantoni (Efrin-Kobanȇ-Jazira-Șehba) non sia totalmente garantita, per la presenza ancora di sacche controllate dall’Isis, in più occasioni Erdoğan in persona ha minacciato l’uso dell’esercito contro un aggregato politico non gradito, che, a suo dire, minaccia la sicurezza nazionale turca. Non è un segreto come l’elaborazione del progetto politico del Rojava, che esalta l’autonomia territoriale e prospetta una società democratica e paritaria, veda il Partito dell’unione democratica di Siria (Pyd) in stretto rapporto col Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Tracciando un’equazione securitaria il presidente turco spinge affinché anche il Pyd subisca ostracismo e trattamento applicati da anni al Pkk e venga considerato un’organizzazione terroristica. Di mezzo s’è posta la guerra civile siriana, il ruolo giocato dalle determinatissime ‘Unità di protezione popolare’ e di ‘protezione della donna’, che hanno difeso con la vita quei territori, impedendo un’avanzata delle bandiere nere da sud verso nord, confine turco compreso. Così la comunità kurda meno numerosa, quella siriana che conta circa tre milioni di persone, oltre a essere giocoforza mobilitata dagli eventi, risulta altamente politicizzata e determinata, tanto da fare invidia allo stesso Barzani. Su tali divisioni vecchie e nuove, sui disegni politici che separano taluni leader kurdi e il loro seguito, insistono gli altri attori regionali. In una partita riaperta, che può però ripetere i voltafaccia compiuti nella storia del Novecento da potenze grandi e medie per lasciare un antichissimo popolo di oltre trenta milioni d’individui senza patria. Mentre nascevano Kosovo e simili.

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07/02/2017

Erbil e il modello Dubai: implode la classe media, esplode il conflitto sociale

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Cinque milioni di abitanti, un milione di sfollati iracheni e 200mila rifugiati siriani, 700mila persone sotto la soglia di povertà con meno di 90 dollari al mese (il 14%, erano il 4% nel 2013), un tasso di disoccupazione balzato in sei anni dal 4,8% al 14%, mezzo milione di barili di greggio al giorno, l’80% del Pil derivante dal petrolio e un miliardo di dollari di ricavi petroliferi scomparsi nel nulla, 18 miliardi di deficit.

È la storia in numeri del Kurdistan iracheno. Poi ci sono le vite: quella di Akhbar, laureato in economia, arrivato a Erbil in cerca di lavoro e ancora disoccupato; quella di Mahmoun, receptionist in un hotel a due stelle, che in una guerra tra poveri dà la colpa ai profughi che lavorano a metà prezzo; quella degli insegnanti in sciopero per mesi, costretti a riaprire le scuole per il bene degli studenti.

Fuori, sfondo alle crescenti tensioni sociali, ci sono i palazzi della capitale del governo regionale del Kurdistan (Krg), cantieri aperti e grattacieli che disegnano un orizzonte da petromonarchia del Golfo. Stridono con i mercati dove gli anziani posano un cartone a terra e vendono una qualche mercanzia, cinture, accendini, caramelle. Eppure è questo il modello che il governo cerca di imporre, forte delle ricchezze sotterranee. Alla base i due clan, i Barzani e i Talabani, da decenni detentori del potere politico ed economico, famiglie che fondano il consenso su unità militari, una galassia di imprese, voto di scambio, nepotismo.

Momento di passaggio è il 2003, l’invasione Usa dell’Iraq, la nuova Baghdad senza Saddam e l’ingresso nella rete di alleanze occidentali: «Nel 2003 la società kurda ha assistito ad una significativa avanzata economica – ci spiega Kamal Chomani, giornalista kurdo iracheno per Al Monitor e Foreign Policy – Dopo Saddam, il Krg ha ricevuto un flusso ingente di denaro da Baghdad che ha apparentemente migliorato le condizioni di vita.

La popolazione, “liberata” dalla miseria, ha cominciato a chiedere cambiamenti radicali del sistema politico, democrazia e partecipazione alla vita socio-economica. Ma i due principali partiti, il Kdp di Barzani e il Puk di Talabani, hanno stretto il controllo sul flusso di denaro in arrivo dal governo centrale. E sui ricavi petroliferi: nel 2007 iniziano ad arrivare compagnie straniere per esplorazione e estrazione».

Il decennio di prosperità apre le porte ad un capitalismo selvaggio, un neoliberismo sfociato nell’ampliamento del gap tra ricchi e poveri. In pochi anni esplode il conflitto tra popolo e partiti in una società di stampo tribale, dove esistono diversi centri di potere informale: le famiglie più potenti generano gruppi sociali ed economici, spesso divisi per area geografica (con i poli di Erbil, Duhok, Suleimaniya), in cui nessun partito-clan riesce ad imporsi come potere unico e fonte di un’univoca visione socio-economica.

A sostenere la ribellione sociale, palese nel 2007 con le prime manifestazioni, è la presa di coscienza popolare unita alla nascita di media indipendenti e alla diffusione di internet. La repressione colpisce subito: Puk e Kdp usano la forza per silenziare le voci critiche, far sparire attivisti e giornalisti, sopprimere le proteste. E anche per forzare il sistema economico: «È il modello-Dubai, il modello-Golfo: un’economia basata sul greggio che annulla le altre forme di produzione. Barzani lo ha detto più volte: faremo di Erbil la nuova Dubai».

Le luci dei nuovi palazzi illuminano la crisi, esplosa nel 2014 con il taglio del budget deciso da Baghdad in reazione alla vendita di greggio in autonomia da parte di Erbil. Gli stipendi dei dipendenti pubblici sono tagliati di due terzi e sospesi per mesi; le manifestazioni si moltiplicano; il tasso di disoccupazione triplica in sei anni e la classe media, appena nata, inizia a morire: «Dal 2003 al 2013 si era sviluppata una nuova classe media, per l’incremento consistente di impiegati pubblici – aggiunge Chomani – Di 5 milioni di abitanti, oltre un milione lavora nel pubblico. Ma i posti di lavoro sono stati tagliati, insieme ai salari. Un dipendente pubblico guadagna 450mila dinari iracheni al mese, 350 dollari. Come può permettersi una vita dignitosa in un paese in cui un affitto costa almeno 250 dollari, non esiste un sistema di trasporto pubblico, i servizi pubblici ci sono solo sulla carta?».

Se da una parte aumentano le proteste contro un sistema clientelare che per decenni ha tenuto compatta la società, dall’altra si moltiplicano rapine, prostituzione, omicidi. «Un boom di disagio sociale mai vissuto prima del 2013. La società è sempre stata legata a valori tradizionali, tribali e religiosi che garantivano controllo sociale. La risposta del governo è il modello Dubai che alza i prezzi e divora il potere d’acquisto delle classi medio-basse».

C’è chi torna alla terra, tradizionale fonte di sussistenza il cui volto è stato trasformato dalla caccia al greggio: se alla fine degli anni ’90 la popolazione si era spostata verso le città, oggi va all’inverso. «Torna nei villaggi, tra mille difficoltà: il governo non investe, non compra i prodotti locali (come faceva Baghdad) e importa dall’estero annullando il potenziale agricolo interno».

È la faccia del Kurdistan iracheno, tra crisi e minaccia islamista. Daesh è “alle porte”, spauracchio sfruttato dalla leadership per mascherare le disuguaglianze sociali con la necessità di sostenere le forze armate. Un’altra peculiarità: il Krg non ha un esercito nazionale, ma unità di peshmerga affiliate ai partiti politici. 200mila uomini, 36 brigate, dipendenti da Kdp o Puk, un legame tribale usato come strumento di consenso e indiretto soffocamento dello scontento: «Sono pagati dallo Stato, ma controllati dai due partiti – conclude Chomani – Quelle uniformi servono ad arginare la disoccupazione, mantenere centinaia di migliaia di famiglie, generare affiliazione politica, voti, silenzio».

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19/10/2016

Tutti contro tutti, per liberare Mosul

Ad Aleppo e a Mosul è in gioco il futuro della Siria, dell’Iraq e di tutto il Medio Oriente. Due città controllate, da anni, dai jihadisti dello Stato Islamico o da quelli, concorrenti ma non dissimili, di al Qaeda e di altre organizzazioni che vogliono fondare un loro califfato. Due città assediate, all’interno delle quali centinaia di migliaia di civili sono ostaggio di una guerra che nella maggior parte dei casi non hanno scelto. Ma se, nel caso di Aleppo, i civili vengono descritti dai media e dalla cosiddetta comunità internazionale come ‘oggetto dei bombardamenti indiscriminati dell’aviazione russa e siriana’, nel caso di Mosul, dove a bombardare sono i caccia a stelle e strisce e di vari paesi europei, i civili sono invece ‘usati come scudi umani dai terroristi dell’Isis’. Due pesi e due misure, la palese e inaccettabile strumentalizzazione di una sofferenza che coinvolge milioni di persone e le cui cause vanno ricercate negli irresponsabili interventi di quelle potenze occidentali che continuano a vantare il carattere ‘chirurgico’ e ‘mirato’ dei propri bombardamenti contro quello ‘indiscriminato’ dei caccia delle potenze concorrenti. Ma i bombardamenti sono bombardamenti, e la guerra su vasta scala mira sempre a distruggere non sono gli avversari in divisa, ma a terrorizzare la popolazione che li sostiene o che semplicemente li circonda e fornisce un riparo ai combattenti, che lo voglia o no.

Le popolazioni di Aleppo e Mosul cercano in questi giorni di sopravvivere alla liberazione di ciò che rimane dei loro quartieri. Se ad Aleppo è in corso una sorta di tregua dichiarata dalla coalizione guidata da Mosca, a Mosul l’offensiva è entrata nel vivo da pochi giorni.

“Il momento della grande vittoria è vicino”: ha un che di epico il modo in cui il premier iracheno al Abadi lunedì mattina ha annunciato l’inizio della più volte rimandata offensiva contro la seconda città del paese, conquistata dai miliziani del Califfato circa due anni e mezzo fa senza grande sforzo e grazie alla resa o alla fuga precipitosa dei militari di Baghdad. All’epoca gran parte della popolazione sunnita di Mosul era convinta che i tagliagole di Daesh rappresentassero in fondo il male minore, utili a riportare un po’ di ordine e di stabilità in un paese devastato da decenni di guerre, invasioni ed embarghi e a proteggere la città sunnita da un governo centrale dominato dagli sciiti.

Ed oggi, ammesso che la liberazione di Mosul vada a buon fine, la domanda da porsi è: chi governerà quello spicchio di Iraq nei prossimi anni? La liberazione spegnerà gli odi e i settarismi etnici, alimentati ad arte da alcune delle potenze che si contendono spregiudicatamente il controllo del Medio Oriente, oppure li acuirà?

Quello che appare un fronte più o meno compatto contro Daesh, impegnato a cacciarne i miliziani da una città chiave dell’Iraq, è in realtà un’accozzaglia assai composita, contraddittoria e litigiosa di potenze grandi e piccole, di soggetti di diverso tipo, di interessi concorrenti.

Da una parte c’è l’esercito iracheno, supportato dai combattenti delle ‘Unità di mobilitazione popolare’ al cui interno operano consistenti milizie formate da volontari sciiti. L’Iran e i suoi alleati hanno dato un contributo fondamentale in questi ultimi anni al contrasto nei confronti di Daesh e non vogliono certo abbandonare il campo ora che la battaglia è giunta ad una svolta. Il governo di al Abadi, per evitare di impaurire eccessivamente la popolazione di Mosul ed evitare di fornire argomentazioni eccessive a chi soffia sul settarismo per incitare i sunniti ad identificarsi con i correligionari di Daesh, ha stabilito che solo le forze regolari entrino all’interno del centro abitato una volta conquistato. Ma se le componenti sciite del fronte anti Califfato rispetteranno fino in fondo l’indicazione è tutto da vedere.

Lo stesso dicasi per i peshmerga agli ordini del governo di Erbil, capoluogo/capitale di quella regione autonoma curda dell’Iraq del Nord che non solo opera da sempre in completa autonomia rispetto a Baghdad ma che ha stabilito proprie alleanze ‘eccentriche’ con gli Stati Uniti, con Israele e con la Turchia. I curdi di Erbil avrebbero concordato di partecipare solo alla prima fase dell’offensiva accettando di non entrare all’interno di Mosul. Accanto ai peshmerga combattono inoltre alcune centinaia, forse migliaia di guerriglieri del PKK, quelli che nell’estate del 2014 intervennero, peraltro senza essere invitati, per salvare decine di migliaia di curdi e di membri delle altre minoranze – gli Yazidi, ad esempio – che la fuga precipitosa dei peshmerga aveva esposto al massacro di fronte all’offensiva dei miliziani di Daesh.

Ovviamente alla battaglia partecipano l’aviazione di Washington e di altre potenze della Nato, mentre sul terreno centinaia di militari dei corpi speciali e dei servizi di intelligence di Stati Uniti, Canada, Francia e Gran Bretagna danno manforte – od ostacolano, in certi casi – all’avanzata delle truppe regolari e delle milizie irachene e curde. In Iraq ci sono anche alcune centinaia di soldati italiani, mandati da Renzi a proteggere – così si disse – i lavori di messa in sicurezza della diga di Mosul affidati all’impresa italiana Trevi Spa. Che ruolo avrà il battaglione italiano nella battaglia di Mosul? “Nessuno”, stando ad alcuni media e al governo, “di prima linea” a dar retta a certe indiscrezioni e al Corriere della Sera.

I russi, che in una certa fase avevano puntato molto sull’Iraq riuscendo addirittura a coinvolgere Baghdad in un centro di comando unificato che comprendeva anche Iran e Mosca sembrano in questo frangente abbastanza defilati, concentrati come sono nel contesto siriano. La novità delle ultime settimane è che, dopo la firma di un consistente e strategico patto di carattere energetico tra Mosca ed Ankara, la Russia sembra disposta a tollerare un certo ruolo di Erdogan nella regione che fino a qualche mese fa aveva risolutamente contrastato.

L’elemento maggiore di contraddizione nella cosiddetta ‘coalizione contro Daesh’ è rappresentato proprio dalla Turchia. Ankara ha mandato mesi fa circa 2000 soldati nel nord dell’Iraq, e nel frattempo ha addestrato ed armato circa 1500 peshmerga che stanno già partecipando all’offensiva contro l’Is a Mosul. Ma Ankara vuole partecipare direttamente, con le proprie truppe, alla battaglia. Per controbilanciare il ruolo delle forze del fronte sciita, per rafforzare la propria presenza egemonica nel nord dell’Iraq (come d’altronde nella Siria settentrionale), per poter infine partecipare all’eventuale ridisegno dei confini e delle aree di influenza dell’intero Medio Oriente. Ankara, dopo aver appoggiato e rifornito i jihadisti di varie correnti per anni (e forse continua a farlo, nonostante li stia anche combattendo), si propone ora come ‘protettrice’ dei sunniti tanto in Siria quanto in Iraq, e la sua partecipazione alla ‘liberazione’ di Mosul è necessaria a puntellare questo ruolo.

Il problema è che il governo di Baghdad, e i suoi alleati del fronte sciita, sono tutt’altro che disponibili a permettere questa operazione egemonica che potrebbe avere pesanti ripercussioni sugli assetti mediorientali, imponendo un’egemonia turca in paesi nei quali Ankara non ha mai avuto un ruolo. Per accentuare il quale il regime turco intende utilizzare sia i curdi iracheni – che pure hanno siglato un patto con Baghdad anche se rifiutano di abbandonare i territori liberati da Daesh nella provincia di Ninive, al di fuori dei confini della regione curda – sia gli stessi miliziani jihadisti che per ora combattono strenuamente per sostenere il loro controllo di Mosul. La Turchia vuole evitare una disfatta di Daesh e potrebbe agire per proteggerne la ritirata in altre zone; d’altronde il ‘cessato pericolo’ smonterebbe gli argomenti di Erdogan sull’importanza dello schieramento delle truppe turche in Iraq ed in Siria contro il fondamentalismo. Ma c’è di più: persa Mosul i combattenti del Califfato sarebbero più utili nella confinante Siria, a rafforzare le posizioni di Daesh nelle aree del paese in cui i jihadisti continuano a contrastare l’offensiva delle truppe lealiste, dei loro alleati, e dei curdi. Meglio ancora, qualche migliaio di combattenti e ‘foreign fighters’ finora inquadrati nel Califfato potrebbero cambiare casacca ed essere improvvisamente riconvertiti in “ribelli moderati”, al servizio degli interessi (coincidenti ma concorrenti) di Ankara e Riad.

Una strategia alla quale si starebbe accodando anche Washington, che dopo il passo falso del maldestro golpe turco di luglio è ora costretta a rincorrere le spregiudicate mosse di Erdogan sperando che ciò sia sufficiente ad evitare la rottura tra Turchia e Nato e un’alleanza troppo stretta tra Ankara e Mosca.

Non a caso ieri il governo siriano ha accusato la Coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti di manovrare per permettere la fuga in Siria ai combattenti dello Stato Islamico finora asserragliati a Mosul. "Dall'inizio delle operazioni militari (...) per la liberazione di Mosul dalle bande terroristiche dell'Isis e con la fuga dei gruppi terroristici, sembra emergere un perfido disegno dei sostenitori del terrorismo, con in testa gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita per garantire strade e percorsi sicuri per permettere ai terroristi in fuga da Mosul di raggiungere la Siria", recita il testo di un comunicato diffuso dal Comando dell'esercito siriano. Un disegno che, secondo Damasco, "mira a rafforzare la presenza" dell'Isis nella parte orientale della Siria, in particolare a Deir el-Zor.

In realtà anche lo stesso governo iracheno preferirebbe la fuga in Siria dei jihadisti (5000 per la Cia, il doppio per l’intelligence di Baghdad) al bagno di sangue – già avvenuto a Ramadi, Falluja e Manbij – che si prospetta se Daesh deciderà di non ritirarsi e di sostenere fino in fondo lo scontro diretto con i circa 50 mila uomini che stanno conducendo l’offensiva lanciata per riprendere Mosul.

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Kurdistan. Intervista esclusiva al comandante Riza Altun

Qandil. A nord est dell'Iraq, nel Kurdistan Bashur e al confine con l'Iran, imponenti montagne delimitano due Stati da secoli profondamente differenti tra loro. Su quelle alture l'esercito Kurdo guidato dal PKK difende e combatte quel territorio. Cuore di quelle montagne la municipalità di Qandil, composta da sessantuno villaggi e settemila persone, la maggior parte delle quali vive di agricoltura e allevamento. Alcuni abitanti, a fatica però continuano a lavorare nelle città vicine.

La politica applicata è quella del Confederalismo Democratico sostenuta dal leader Abdullah Ocalan ed è forse anche per questo che dal governo regionale non arriva nessun aiuto. Nell’agosto del 2011 e del 2015, alcuni villaggi sono stati bombardati dall'esercito turco uccidendo nelle loro case, inermi cittadini. Bombardamenti che continuano contro le postazioni dei guerriglieri kurdi dislocate su quelle alture.

Al sicuro dallo specchio del cielo, incontriamo il comandante guerrigliero Riza Altun membro del Kck (Consiglio Esecutivo dell'Unione delle Comunità del Kurdistan) per avere notizie di quanto sta avvenendo in Medio Oriente, ed in particolare della questione kurda.

D – Quale il ruolo della Turchia in questo conflitto?

R – Sino a quando non è scoppiato il conflitto, il Governo di Turco di Erdogan, aveva una strategia sul Medio Oriente. Voleva creare un'unica cultura, come durante l'Impero Ottomano, attraverso la creazione di scontri tra i tanti gruppi religiosi presenti. Suoi alleati: Arabia Saudita, Qatar e i mercenari di Al Nustra e Daesh. Solo il nostro intervento e la nostra vittoria a Makhmur, Senjar e soprattutto a Kobane, è riuscita a fermare il loro obiettivo e a costringere la Turchia e Daesh a lasciare la zona. Le forze e la resistenza dello YPG e PKK non ha solo rotto la forza di Daesh e impedito alla Turchia di utilizzare i mercenari per i suoi progetti politici ma, li ha costretti a cambiare la loro politica e la loro strategia soprattutto nei confronti dell'occidente.

D – In particolare sul rapporto che ha tenuto sino ad oggi verso le forze estremiste islamiche presenti nel conflitto?


R – Non ha interrotto le alleanze con i gruppi estremisti ma non potendole più usare, è dovuto intervenire con il proprio esercito. Possiamo prendere ad esempio quello che è successo a Jarabolus e a Mambij. Quando le YPG hanno liberato Mambij, sconfiggendo Daesh, la Turchia è stata costretta ad intervenire su Jarabolus per andare in loro soccorso e impedire l’unione dei tre cantoni kurdi. Per fare questo, però aveva bisogno di un buon motivo e quello escogitato è stato di affermare che Daesh era pericoloso per la loro sicurezza e che era necessario liberare la zona e salvare le persone. In realtà a Jarabolus i Turchi non hanno combattuto Daesh ma attaccato i Kurdi per cacciarli da quella zona e proteggere così tutti gli uomini del Califfato. Questo episodio mostra la vera strategia della Turchia che smette di utilizzare i Salafiti e occupa, con la scusa di cacciarli, i paesi limitrofi con il suo esercito. Il suo obiettivo è intervenire per impedire che la Siria diventi uno stato federale e acquisire così il diritto di partecipare alla scelta del nuovo regime da instaurare in quella terra. Per questo vuole proseguire verso Raqqa e Aleppo, per impedire il riconoscimento dello Stato Kurdo e poter gestire questa parte importante del Medio Oriente.

D – Il tutto con l'assenso di Russia e USA?

R – Sorprendente. Sappiamo solo che nessuno degli occidentali a parole lo voleva ma una notte, mentre erano a colloquio il ministro degli esteri Russo, quello Iraniano e quello degli Stati Uniti, per uno strano motivo, la Turchia è entrata a Jarabolus. Senza nessuna protesta, anche se questo è spiegabile. Erdogan, che era sull’orlo di essere messo ai margini, è, per così dire, ritornato sulla scena, giocando sul ricatto dei profughi siriani verso l'Europa e su un accordo tra Russia ed USA sull’Ucraina. Il tutto sulla pelle dei kurdi. E' come se all'improvviso, per l'Europa e per tutti gli altri paesi, la Turchia si fosse trasformato da paese che appoggia Daesh in paese democratico schierato contro il Califfato.

D – Ma perché avrebbero acconsentito all’ingresso della Turchia?

R – Russia e Stati Uniti si sono accordati perché entrambi sperano di utilizzare la Turchia per i propri interessi in quell'area. L'America vuole utilizzare la Turchia per indebolire il regime siriano e rivendicare la sua supremazia in Medio Oriente, mentre la Russia, per indebolire il suo legame con gli USA. Credo però che gli ultimi avvenimenti abbiano fatto saltare anche quest’accordo e si presenti un nuovo scenario perché la Turchia, si sta alleando con le forze contrarie al Regime, la Russia si sta rafforzando e gli Stati Uniti sono di sostegno alla Turchia nella sua avanzata. Un gioco pericoloso per la Turchia perché, se proseguirà oltre Jarabolus, non potrà evitare uno scontro con la Russia e le forze fedeli ad Assad. Anche con le forze USA c'è questo pericolo perché, come dichiarato da un portavoce dell'esercito, in questo momento non esiste nessun accordo con la Turchia né con la Russia sul territorio siriano. In questo momento si stanno evidenziando tutte le contraddizioni causate dal fallimento delle loro strategie e se l'America utilizzerà la Turchia come forza di distruzione e alleata della Coalizione, la Russia sarà obbligata a difendersi e questo condurrà alla futura guerra tra gli Stati.

D – Un serio pericolo di guerra mondiale...

R – Per questo è molto pericoloso l'atteggiamento della Turchia, perché se fosse stato il vecchio stato Kemalista, la sua politica sarebbe stata molto chiara e non si sarebbe mai spinta così avanti ma, la sua svolta islamista, evidenzia il tentativo di creare un nuovo impero nel Medio Oriente. Uno Stato Islamico governato con la Sharia. Dicono che la Turchia combatte Daesh ma per esempio a Mambij abbiamo combattuto 100 giorni, con 150 compagni morti e oltre 1000 feriti ed erano presenti anche le forze armate della Coalizione. Una battaglia difficile per liberare la città. Com’è possibile che con i Turchi dopo settanta giorni di guerra siano morti solo due soldati e un solo blindato distrutto? Dov'è finita tutta la forza di Daesh scatenata contro di noi? Noi pensiamo che a Mambij, la Turchia sia arrivata per salvare Daesh dalla disfatta e che i suoi uomini siano passati con loro. Questo è pericoloso per tutti. Anche per voi europei perché significa un corridoio di terrorismo aperto dal Medio Oriente verso l'Europa.

D – In tutto questo, il governo centrale Iracheno e federale kurdo di Barzani come reagiranno?

R – La Turchia ha creato un nuovo modo di pensare il Medio Oriente islamico ed è per questo che vuole partecipare all'attacco di Mossul. Perché così sarebbe in grado di poter decidere il destino di questa parte del Medio Oriente. Ma chi ha aiutato la Turchia, per esempio, ad arrivare sino nel Bashur? E' il Partito democratico del Kurdistan (Kdp) di Barzani, suo grande amico, come il Qatar e l'Arabia Saudita. Guarda caso, tutti stati di religione islamica salafita. Il Kdp combatterà al fianco della Turchia e se questi quattro Stati arriveranno a Mossul, nulla cambierà, perché Daesh è il residuo delle tribù sunnite legate a Saddam e i paesi da noi liberati da Daesh, da Senjar al Rojava, torneranno sotto il dominio sunnita. Significa di nuovo una maggioranza Sunnita e gli Sciiti che non avranno più il loro posto in questo paese. I problemi in questo senso ci sono già stati, infatti, il governo centrale Iracheno, di fronte al rifiuto della Turchia di uscire dal Kurdistan Iracheno, ha presentato una denuncia internazionale contro la sua invasione nel Rojava in direzione di Al-Bab. Se riusciranno a conquistarla sarà più facile, per loro, aprire un corridoio con Aleppo.

D – Quindi un finto corridoio di sicurezza, come annunciato da Erdogan?

R – Mi spiego meglio. Se la Turchia arriva a Mossul e poi prosegue per Telafer e poi per Senjar, arriverà a controllare tre zone sciite. Dall'altro lato di Senjar poi, c'è Raqqa e da li, il corridoio che arriva sino a Jarabolus dove ci siamo noi. Quest’azione creerà non un dominio diretto della Turchia ma una nuova enclave sunnita composta dai residui di Saddam, Daesh, Turchia e Kdp.

D – In questo gioco, l'Europa e la comunità internazionale sono praticamente assenti.

R – La domanda giusta è chi ha permesso alla Turchia di arrivare sino a qui? Come mai hanno di nuovo aiutato la Turchia che era in difficoltà visto il suo fallimento politico? Perché l'Europa sostiene un paese che li insulta, porta avanti la sua identità islamica come l'unico “Giusto” e non rispetta i principi di democrazia su cui si fondano gli stati dell'Unione? Noi siamo sbalorditi da questa passività dell'Europa e del fatto che li hanno ingabbiati con il fermo e controllo dei due milioni di possibili immigrati diretti verso di loro. I vostri politici sbagliano perché quello che sta facendo la Turchia, rischia di produrre oltre venti milioni d’immigrati diretti verso l'Europa. Le forze internazionali presenti sul territorio hanno l'obiettivo principale di contenere i Kurdi ed impedire che si estendano sul territorio. Un buon risultato per la Turchia, potrebbe essere impedire che si riuniscano tre dei quattro cantoni kurdi. Per i Russi proteggere Assad e riconquistare potere in quel territorio e per l'America indebolire il regime siriano utilizzando anche i Turchi magari tradendo i kurdi. Questa politica è molto pericolosa perché dopo cinque anni di guerra bisognava creare dei gruppi democratici per consentirgli di gestirsi autonomamente ma al contrario, hanno deciso di creare una guerra molto più lunga.

D – E il ruolo dell'Iran?

R – Russia, Siria ed Iran, hanno creato una compagine che sta aumentando il suo potere e questo crea innalzamento della tensione nei confronti della coalizione guidata degli Stati Uniti. Anche perché questi stanno usando la Turchia per provocarli. La verità è che la politica dei potenti non risolverà la questione della guerra, perché tutti cercano di aumentare la propria egemonia. Questo non sarà per loro facile, perché restano comunque i popoli schierati contro il tentativo di imporre la loro egemonia.

D – In Siria rimane ancora in campo l'Esercito Libero Siriano?

R – Le verità non è sempre quella detta. In realtà non esiste un Esercito Libero Siriano perché ognuno addestra degli uomini, li chiama così e agisce per attuare la propria politica. Io conosco almeno 100 gruppi che agiscono con quella sigla. La maggior parte creata reclutando e pagando i profughi provenienti dai numerosi campi allestiti in questa regione. Mercenari disposti a sostenere una fazione o l'altra a seconda di chi paga meglio. Una politica “educa e addestra” attuata soprattutto dalla Turchia che addestra sunniti e li fa entrare pagati, come Daesh, nel paese. Oggi ci sono oltre 2000 persone che sono arruolate con la Turchia, ma sono ragazzi pagati che non sanno combattere. In realtà, non esiste un movimento! Infatti, molti scappano e si uniscono ad altri gruppi legati al Daesh. Non neghiamo però, che ci sono anche alcuni membri dell'Esercito Libero Siriano che dialogano con noi del PYD.

D – Quindi una rivolta contro Assad, senza delle fondamentali richieste di libertà?

R – All'inizio della rivolta, alcuni scappati dal regime siriano hanno provato a sviluppare un Esercito Libero Siriano ma in realtà, non sono riusciti a diventare un gruppo organizzato perché sono stati subito infiltrati e controllati dalle forze internazionali. La maggior parte di loro erano membri del servizio segreto che erano lì solo per controllare lo sviluppo delle vicende. Avevano già contatti con le forze internazionali. Un gruppo per esempio lavora con il servizio segreto Egiziano e un altro con quelli degli Emirati Arabi. Attraverso poi al versamento di enormi somme di denaro, hanno creato anche altri gruppi con il solo obiettivo di difendere il proprio interesse. Questo denaro, però, ha provocato scontri al loro interno ed ora in Siria, è rimasto solo un marchio usato da molti.

D – Ma in Europa nessuno ha negato l'appoggio all'ELS...

R – Esercito Libero Siriano è un nome che piace molto all'Europa perché se deciderà d'intervenire in questo conflitto, prenderà 1000 membri di questi, li pagherà 1000 dollari il mese, li utilizzerà a proprio favore senza muovere le proprie truppe o ufficializzare la propria presenza. Altro problema è che in questo conflitto, basta far credere al mondo di voler combattere contro Daesh, per essere liberi di commettere qualsiasi schifezza. Come sta facendo la Turchia.

D – Rimane la questione della vendita del petrolio e di chi lo acquista da Daesh...

R – Anche se è molto difficile crederlo, Daesh nei territori che occupa, continua a vendere il petrolio anche alle forze che lo combattono. Russia, Iran e Turchia. A tutti!

Compreso Israele che non è estraneo a quanto sta avvenendo. Se pensiamo al fatto che Al Nusra e Daesh sono due gruppi radicali islamici e vorrebbero morti tutti i non credenti, non è strano che, pur essendo presenti nelle colline del Golan al confine tra Siria ed Israele, non abbiano sparato neanche un colpo contro i suoi territori? Ma se per Israele i gruppi islamici erano così pericolosi, non dovevano essere i primi ad essere bombardati? Anzi, è risaputo che i loro feriti sono stati curati negli ospedali d'Israele e ancora oggi sono molto più numerosi di quelli curati in Turchia. Tempo fa però, Hezbollah ha compiuto delle operazioni proprio su quelle colline e sono stati immediatamente bombardati da Israele.

D – Qual è il vostro rapporto con Hezbollah libanese?

R – In passato abbiamo collaborato con loro ma poiché hanno deciso di schierarsi con il regime iraniano per noi diventa difficile continuare.

D – In questo contesto/scontro tra Stati Uniti e Russia rimane il problema del destino dello Stato kurdo che ancora una volta nessuno sembra prendere in considerazione.

R – Noi abbiamo detto chiaramente che il Medio Oriente è diventato così perché dopo la fine della prima guerra mondiale non è stato riconosciuto ai Kurdi la loro sovranità. Se succederà ancora, il mondo peggiorerà ancora. Prima in Medio Oriente c'era il problema dei kurdi, ora nel mondo c'è il problema del Medio Oriente. Le due cose si sono incrociate. Se questo conflitto continua cosi, credo non terminerà a breve ma tra parecchi anni.

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