Nel suo intervento alla recente sessione annuale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Joe Biden ha fatto riferimento, tra le altre cose, alla violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina da parte della Russia. Al Palazzo di Vetro, il presidente americano ha denunciato in maniera decisa il comportamento presumibilmente contrario al diritto internazionale del Cremlino. In Siria, tuttavia, gli Stati Uniti continuano anch’essi a occupare senza nessun fondamento legale, e nel disinteresse dei media ufficiali, una parte importante di territorio che conserva la maggior parte delle risorse alimentari ed energetiche del paese mediorientale. Nuovi elementi di prova sulle attività americane, condotte in quest’area in collaborazione con i curdi iracheni e siriani, sono state oggetto di una recente esclusiva della testata on-line indipendente The Cradle.
Ufficialmente, i circa 900 militari USA stanziati nel nord-est della Siria, nel quadro della cosiddetta “coalizione internazionale”, difendono un’area ricca soprattutto di petrolio dalla minaccia di ciò che resta dello Stato Islamico (ISIS). La presenza americana risale al 2015 e, se fosse necessario ricordarlo, non è mai stata richiesta dall’autorità legittima del territorio occupato – il governo siriano – né, per quel che potrebbe comunque valere, ha ottenuto alcuna ratifica tramite un mandato specifico del Congresso di Washington.
Se nella guerra all’ISIS consisteva appunto inizialmente l’incarico ufficiale del contingente militare inviato in Siria, lo scopo reale delle forze USA era piuttosto la prosecuzione della campagna per il cambio di regime a Damasco e il tentativo di ostacolare il consolidamento delle forze della “Resistenza” in Siria, a cominciare dall’Iran e da Hezbollah. Da queste premesse, non stupisce che gli Stati Uniti abbiano più di una volta preso di mira con bombardamenti sia obiettivi militari siriani sia le forze di altri paesi che sostengono il governo di Assad.
Con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, si è poi intensificata un’altra attività a cui si dedica il contingente di occupazione USA, cioè il furto puro e semplice delle risorse del sottosuolo, in larga misura petrolio, della Siria. Damasco continua a denunciare questo stato di cose e recentemente ha stimato che nei primi mesi del 2022 i militari americani e le milizie curde hanno sottratto alla Siria e contrabbandato in media 66 mila barili di greggio al giorno, pari a oltre l’83% della produzione quotidiana di un paese tuttora flagellato da una gravissima crisi economica.
Solo nell’ultima decade di settembre, ha rivelato il ministero per il Petrolio siriano, le forze armate americane hanno fatto uscire clandestinamente dal paese più di 100 autocisterne cariche di greggio rubato. Dall’inizio della guerra nel 2011 la perdita stimata in termini di entrate per la Siria è stata superiore ai 107 miliardi di dollari.
L’indagine di The Cradle citata all’inizio è stata condotta in Iraq e si basa principalmente su fonti militari e della polizia di frontiera irachene. Gli Stati Uniti sono presenti militarmente in entrambi i lati di un confine iracheno-siriano che per centinaia di chilometri risulta di fatto al di fuori del controllo dei rispettivi governi. Almeno tre valichi di frontiera sono diventati lo snodo cruciale delle rotte del contrabbando di petrolio siriano, diretto verso la regione autonoma del Kurdistan iracheno con il coinvolgimento diretto e determinante delle forze armate americane.
Il reporter di The Cradle spiega come i droni americani pattuglino “regolarmente” i cieli della regione, mentre la sicurezza dei convogli è appaltata dai militari USA a compagnie private. I dipendenti di queste ultime, “che viaggiano su veicoli 4x4 con la copertura aerea americana, sono responsabili della sicurezza del trasporto del petrolio siriano in territorio iracheno”, anche se il loro incarico dovrebbe essere “esclusivamente di trasportare equipaggiamenti logistici per la coalizione internazionale” di stanza sia in Siria sia in Iraq.
Il greggio siriano viene recapitato alla base curda di al-Harir, nella capitale del Kurdistan iracheno Erbil, a disposizione della compagnia petrolifera curda KAR Group, di proprietà di Sheikh Baz Karim Barzanji, vicinissimo alla famiglia del numero uno del Partito Democratico del Kurdistan (KDP), Massoud Barzani. Quest’ultimo gode di ottimi rapporti con i governi di Turchia ed Emirati Arabi, nonché con le cosiddette Forze Democratiche Siriane, cioè le milizie curde che collaborano con le forze di occupazione americane nel contrabbando di petrolio appartenente alla Siria. La destinazione finale del greggio è oggetto di discussione, ma è probabile che a beneficiarne siano, tra gli altri, Turchia e Israele. Una prova di ciò potrebbe essere il bombardamento iraniano avvenuto lo scorso mese di marzo proprio dell’abitazione di Sheikh Baz Karim Barzanji, secondo un politico curdo sentito sempre da The Cradle dovuto alla vendita a Israele di petrolio e gas siriano da parte della sua compagnia.
Testimoni iracheni dell’attività di contrabbando curdo-americana affermano che ogni singolo convoglio conta dalle 70 alle 100 autocisterne cariche di petrolio siriano. L’itinerario percorso sotto la protezione USA inizia dalla regione di al-Jazira, per poi fare sosta presso la base americana di al-Hasakah e ripartire verso l’Iraq. Attraversato il confine, fuori dal controllo del governo centrale, il petrolio saccheggiato viene trasferito ad altre autocisterne nella già ricordata base curda di al-Harir. Da qui arriva infine alternativamente alla base militare americana di Ain al-Assad, nella provincia irachena di Anbar, o in quella situata nella provincia di Halabja.
The Cradle spiega che il passaggio del greggio nelle mani dei militari USA avviene solo dopo l’approvazione di uno speciale ufficio governativo iracheno, che si occupa però soltanto delle forniture logistiche destinate alla “coalizione internazionale” anti-ISIS. Il governo di Baghdad, sostiene il sito web libanese, “non è verosimilmente del tutto all’oscuro di queste ripetute violazioni della propria sovranità e integrità territoriale”, ma non ha in pratica nessuna voce in capitolo sulle attività di contrabbando gestite dagli americani.
È anche alla luce di questo sistema costruito da Washington con il pretesto della guerra al “terrorismo” che vanno giudicate le parole di Biden e del segretario di Stato, Anthony Blinken, nelle loro recenti apparizioni alle Nazioni Unite. Il già citato discorso del presidente americano all’Assemblea Generale invitava, con riferimento alla Russia, a non consentire “l’occupazione di un territorio [di un paese sovrano] con la forza”. Blinken aveva invece parlato al Consiglio di Sicurezza, assicurando che “il sostegno internazionale alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina consiste nella protezione di un ordine internazionale nel quale nessuna nazione ha facoltà di ridisegnare i confini di un’altra con la forza”. Sempre che questa nazione non siano gli Stati Uniti o Israele.
Nella totale illegalità sia dal punto di vista del diritto internazionale sia da quello della legge americana, quindi, le forze armate USA non solo continuano a occupare una porzione di territorio di un paese sovrano, ma si assicurano di saccheggiarne le risorse e di ottenere profitti da esse. Per un breve periodo dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, Trump aveva provato a ritirare il contingente americano dalla Siria, ma era stato immediatamente stoppato dai vertici militari, dall’intelligence e dalle pressioni degli ambienti “neo-con”.
Oggi, perciò, non è ancora in vista nessun disimpegno. Anzi, notizie recenti indicano addirittura un rafforzamento della presenza militare americana in questo paese. Qualche giorno fa, fonti locali hanno infatti osservato l’arrivo presso la base statunitense situata nella provincia siriana di al-Hasakah di nuove armi ed equipaggiamenti provenienti dall’Iraq. Il convoglio con i nuovi rifornimenti era composto da 33 veicoli pesanti e almeno un aereo cargo atterrato in territorio siriano il 26 settembre scorso.
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03/10/2022
27/04/2022
La Turchia scatena offensiva militare contro il PKK in Iraq e Siria
Il presidente turco Erdogan, mentre si ammanta del ruolo di negoziatore nella guerra tra Ucraina e Russia, intende annientare la presenza dell’organizzazione curda PKK dai confini della Turchia ed ha scatenato una pesante offensiva militare denominata “Claw Lock”.
L’esercito turco sta estendendo l’operazione militare iniziata nel nord dell’Iraq anche al Nord della Siria, colpendo i centri controllati dalle Ypg, le milizie combattenti curde.
“Se il mondo continua a chiudere un occhio sull’aggressione di Erdogan, assisteremo a un aumento degli spargimenti di sangue, degli sfollamenti e dell’instabilità in tutto il Kurdistan e in Medio Oriente. Dobbiamo rompere il silenzio sull’invasione turca del Kurdistan meridionale e agire!” scrive in un comunicato il Congresso Nazionale del Kurdistan (KNK).
Negli ultimi giorni colpi di mortaio turchi sono caduti nella provincia di Kobane, mentre diverse incursioni di droni nell’area di Tal Tamer e Zarkan nella ‘Rojava’ sotto controllo delle Ypg, hanno ucciso tre combattenti delle Ypg. La scorsa settimana il PKK aveva reagito agli attacchi turchi, iniziati nel Nord dell’Iraq il 18 aprile, facendo detonare un ordigno a controllo remoto nella città nord-occidentale di Bursa, colpendo un autobus di poliziotti turchi, uccidendo un ufficiale di polizia penitenziaria e ferendone altri.
Il governo turco ha cercato di sminuire l’attacco per preservare l’industria turistica nel Paese. Attentati nelle città turche non avvenivano dal gennaio 2017, che hanno da sempre principalmente colpito militari, poliziotti e funzionari statali, ma anche le infrastrutture e chi vi opera.
Il governo turco il 18 aprile ha lanciato un’operazione militare aerea e terrestre per colpire le basi del PKK nel Nord Iraq, ma l’operazione è stata allargata al Nord della Siria. L’operazione mira a distruggere le basi, i rifugi e i depositi di munizioni del PKK nelle province di Zap, Metina, Gara e Avasin-Basyan, tutte situate nella regione del Kurdistan Iracheno (KRG), controllato dal clan curdo Barzani da generazioni. Si tratta di regione autonoma praticamente indipendente da Baghdad in cui è forte però anche la presenza di militari e istruttori statunitensi, britannici e italiani.
Fonti curde riferiscono che venerdì ci sono state segnalazioni locali di “esplosioni” in una base strategica turca nel Kurdistan iracheno e la Turchia non ha fornito informazioni sull’incidente a causa di una politica di segretezza riguardante le operazioni all’estero dell’Agenzia nazionale turca di intelligence (MİT). La base turca situata in un villaggio vicino alla città di Shiladze (Sheladiz), è nota per essere gestita dal MIT.
I rapporti tra governo del KRG (kurdistan iracheno) e il PKK non sono affatto buoni. La cacciata del PKK consentirebbe al governo di Barzani il controllo di regioni montuose ed arriva in seguito all’alleanza sempre più stretta tra la Turchia e il clan Barzani. Un legame economico che ora punta a trovare un accordo per un gasdotto che porti in Turchia il gas curdo, come testimoniato dalla recente visita di Erdogan, arrivata a sorpresa a pochi giorni dall’inizio della crisi in Ucraina.
Inutile dire che questo progetto trova il sostegno dell’Unione Europea, alla ricerca di alternative al gas russo. Il regime di Erdogan è deciso ad annientare definitivamente il PKK ed ottenere un risultato importante su cui far leva in vista delle elezioni del 2023. Dal 2015 Erdogan ha messo fine ad ogni ipotesi di negoziato con i curdi ed ha deciso di attaccare il PKK con una serie di operazioni durissime nei tre anni seguenti. Per eliminare le sacche di resistenza curde all’interno della Turchia, Erdogan e il ministro della Difesa Hulusi Akar hanno ripetuto che puntano all’eliminazione totale del PKK.
Fonte
L’esercito turco sta estendendo l’operazione militare iniziata nel nord dell’Iraq anche al Nord della Siria, colpendo i centri controllati dalle Ypg, le milizie combattenti curde.
“Se il mondo continua a chiudere un occhio sull’aggressione di Erdogan, assisteremo a un aumento degli spargimenti di sangue, degli sfollamenti e dell’instabilità in tutto il Kurdistan e in Medio Oriente. Dobbiamo rompere il silenzio sull’invasione turca del Kurdistan meridionale e agire!” scrive in un comunicato il Congresso Nazionale del Kurdistan (KNK).
Negli ultimi giorni colpi di mortaio turchi sono caduti nella provincia di Kobane, mentre diverse incursioni di droni nell’area di Tal Tamer e Zarkan nella ‘Rojava’ sotto controllo delle Ypg, hanno ucciso tre combattenti delle Ypg. La scorsa settimana il PKK aveva reagito agli attacchi turchi, iniziati nel Nord dell’Iraq il 18 aprile, facendo detonare un ordigno a controllo remoto nella città nord-occidentale di Bursa, colpendo un autobus di poliziotti turchi, uccidendo un ufficiale di polizia penitenziaria e ferendone altri.
Il governo turco ha cercato di sminuire l’attacco per preservare l’industria turistica nel Paese. Attentati nelle città turche non avvenivano dal gennaio 2017, che hanno da sempre principalmente colpito militari, poliziotti e funzionari statali, ma anche le infrastrutture e chi vi opera.
Il governo turco il 18 aprile ha lanciato un’operazione militare aerea e terrestre per colpire le basi del PKK nel Nord Iraq, ma l’operazione è stata allargata al Nord della Siria. L’operazione mira a distruggere le basi, i rifugi e i depositi di munizioni del PKK nelle province di Zap, Metina, Gara e Avasin-Basyan, tutte situate nella regione del Kurdistan Iracheno (KRG), controllato dal clan curdo Barzani da generazioni. Si tratta di regione autonoma praticamente indipendente da Baghdad in cui è forte però anche la presenza di militari e istruttori statunitensi, britannici e italiani.
Fonti curde riferiscono che venerdì ci sono state segnalazioni locali di “esplosioni” in una base strategica turca nel Kurdistan iracheno e la Turchia non ha fornito informazioni sull’incidente a causa di una politica di segretezza riguardante le operazioni all’estero dell’Agenzia nazionale turca di intelligence (MİT). La base turca situata in un villaggio vicino alla città di Shiladze (Sheladiz), è nota per essere gestita dal MIT.
I rapporti tra governo del KRG (kurdistan iracheno) e il PKK non sono affatto buoni. La cacciata del PKK consentirebbe al governo di Barzani il controllo di regioni montuose ed arriva in seguito all’alleanza sempre più stretta tra la Turchia e il clan Barzani. Un legame economico che ora punta a trovare un accordo per un gasdotto che porti in Turchia il gas curdo, come testimoniato dalla recente visita di Erdogan, arrivata a sorpresa a pochi giorni dall’inizio della crisi in Ucraina.
Inutile dire che questo progetto trova il sostegno dell’Unione Europea, alla ricerca di alternative al gas russo. Il regime di Erdogan è deciso ad annientare definitivamente il PKK ed ottenere un risultato importante su cui far leva in vista delle elezioni del 2023. Dal 2015 Erdogan ha messo fine ad ogni ipotesi di negoziato con i curdi ed ha deciso di attaccare il PKK con una serie di operazioni durissime nei tre anni seguenti. Per eliminare le sacche di resistenza curde all’interno della Turchia, Erdogan e il ministro della Difesa Hulusi Akar hanno ripetuto che puntano all’eliminazione totale del PKK.
Fonte
18/07/2019
Iraq - Attentato a Erbil, morto un diplomatico turco
di Chiara Cruciati – il Manifesto
Spari in un ristorante, due morti e un ferito e poi la fuga dell’aggressore: è successo ieri alle 14.30 ora locale a Erbil, capitale del governo regionale del Kurdistan iracheno (Krg). Tra le vittime un civile iracheno e un diplomatico turco: non ne è stato fatto il nome, ma si tratterebbe del vice console.
L’orario è quello del pranzo, la zona i quartieri nuovi della capitale, palazzi in vetro e sprazzi di verde, che negli ultimi anni ha visto un boom di speculazione edilizia in stile Dubai: il ristorante HuQQabaz è lungo Airport Road, tra Dream City ed Empire, una toponomastica che dice molto del modello di sviluppo immaginato dal clan Barzani per una regione che dopo anni di crescita record è oggi ostaggio di una seria crisi economica.
È qui, nord-ovest di Erbil, che uomini d’affari, diplomatici e stranieri trascorrono il tempo libero, tra il centro commerciale Mozart Plaza, il parco Sami Abdulrahman e i palazzi che ospitano l’American International School e la Cambridge. HuQQabaz segue identico stile, luci soffuse e poltroncine pastello.
La sparatoria è avvenuta lì dentro, tra i tavoli. Sui motivi Ankara ed Erbil non si sbilanciano: «Abbiamo chiesto alle autorità irachene e regionali di individuare velocemente gli aggressori», scrive in una nota il ministro degli esteri turco Cavusoglu. «Il governo ha lanciato un’indagine e contattato i diplomatici turchi per fornire assistenza», gli fanno eco le forze di sicurezza curde, le Asayesh, che hanno fatto sapere di aver chiuso tutte le strade che portano fuori città.
L’aggressore ha sparato da distanza ravvicinata, probabilmente la vittima era designata: il proprietario del ristorante racconta di aver visto un uomo con due pistole avvicinarsi a un gruppo di diplomatici turchi, aprire il fuoco e fuggire. E le prime ipotesi iniziano a fiorire: se Cavusoglu, a specifica domanda, ha parlato di possibile «attacco terroristico» ma non di poter confermare, quotidiani turchi – pur non attribuendo responsabilità certe – ricordano le operazioni aeree turche che da anni colpiscono con cadenza settimanale le montagne di Qandil, nord dell’Iraq, rifugio e centro di comando del Pkk.
La nuova fase della campagna, «Operazione artiglio 2», è cominciata appena pochi giorni fa, il 12 luglio ad Hakurk al confine tra Krg e Turchia e a 52 km da Erbil: in poche ore sono state distrutte grotte che Ankara riteneva nascondigli della guerriglia.
Proprio ieri il Partito curdo dei lavoratori rendeva nota la morte di un suo leader, Sarhad Varto, membro del braccio politico ucciso da un raid aereo turco a marzo, mentre è di pochi giorni fa l’uccisione di un altro leader di spicco, Diyar Gharib Mohammed, colpito dall’aviazione di Erdogan a Qandil.
Da parte sua il Pkk – che ieri tramite un portavoce negava ogni coinvolgimento nella sparatoria – ha portato a termine in queste settimane, dice l’agenzia curda Anf, una serie di attacchi contro basi militari e convogli dell’esercito di Ankara in territorio turco, in un caso uccidendo sei soldati.
Il governo turco ha già promesso «risposte», scrive su Twitter il portavoce del presidente Erdogan. Che prende direttamente la parola esprimendo condoglianze alla famiglia della vittima e garantendo l’impegno congiunto con l’alleato curdo-iracheno per individuare i responsabili.
Un’alleanza tornata operativa dopo un periodo di gelo seguito al referendum sull’indipendenza da Baghdad del Krg. Pur vincendo con percentuali bulgare, l’allora presidente Masoud Barzani era stato isolato nella regione anche da amici, come la Turchia, un isolamento commerciale e finanziario che aveva costretto il leader del Krg a un umiliante passo indietro.
Ma mettere in pericolo rapporti consolidati non conveniva a nessuno. La Turchia ha relazioni commerciali e finanziarie importanti con Erbil, di cui è primo partner nella distribuzione del greggio e principale importatore di beni di consumo per un interscambio totale di 13 miliardi di dollari. Il 20 giugno Erdogan ha invitato a Istanbul il neoeletto presidente curdo, Nerchivan Barzani.
Il nipote del vecchio leader ha inaugurato il suo mandato con un incontro a porte chiuse con il presidente turco. Erdogan ha promesso un raddoppio nel volume degli scambi e Barzani ha ringraziato con il miglior tributo possibile: addossando la colpa delle violenze al Pkk e non alla palese violazione della sovranità del Krg da parte dei caccia di Ankara.
Fonte
Spari in un ristorante, due morti e un ferito e poi la fuga dell’aggressore: è successo ieri alle 14.30 ora locale a Erbil, capitale del governo regionale del Kurdistan iracheno (Krg). Tra le vittime un civile iracheno e un diplomatico turco: non ne è stato fatto il nome, ma si tratterebbe del vice console.
L’orario è quello del pranzo, la zona i quartieri nuovi della capitale, palazzi in vetro e sprazzi di verde, che negli ultimi anni ha visto un boom di speculazione edilizia in stile Dubai: il ristorante HuQQabaz è lungo Airport Road, tra Dream City ed Empire, una toponomastica che dice molto del modello di sviluppo immaginato dal clan Barzani per una regione che dopo anni di crescita record è oggi ostaggio di una seria crisi economica.
È qui, nord-ovest di Erbil, che uomini d’affari, diplomatici e stranieri trascorrono il tempo libero, tra il centro commerciale Mozart Plaza, il parco Sami Abdulrahman e i palazzi che ospitano l’American International School e la Cambridge. HuQQabaz segue identico stile, luci soffuse e poltroncine pastello.
La sparatoria è avvenuta lì dentro, tra i tavoli. Sui motivi Ankara ed Erbil non si sbilanciano: «Abbiamo chiesto alle autorità irachene e regionali di individuare velocemente gli aggressori», scrive in una nota il ministro degli esteri turco Cavusoglu. «Il governo ha lanciato un’indagine e contattato i diplomatici turchi per fornire assistenza», gli fanno eco le forze di sicurezza curde, le Asayesh, che hanno fatto sapere di aver chiuso tutte le strade che portano fuori città.
L’aggressore ha sparato da distanza ravvicinata, probabilmente la vittima era designata: il proprietario del ristorante racconta di aver visto un uomo con due pistole avvicinarsi a un gruppo di diplomatici turchi, aprire il fuoco e fuggire. E le prime ipotesi iniziano a fiorire: se Cavusoglu, a specifica domanda, ha parlato di possibile «attacco terroristico» ma non di poter confermare, quotidiani turchi – pur non attribuendo responsabilità certe – ricordano le operazioni aeree turche che da anni colpiscono con cadenza settimanale le montagne di Qandil, nord dell’Iraq, rifugio e centro di comando del Pkk.
La nuova fase della campagna, «Operazione artiglio 2», è cominciata appena pochi giorni fa, il 12 luglio ad Hakurk al confine tra Krg e Turchia e a 52 km da Erbil: in poche ore sono state distrutte grotte che Ankara riteneva nascondigli della guerriglia.
Proprio ieri il Partito curdo dei lavoratori rendeva nota la morte di un suo leader, Sarhad Varto, membro del braccio politico ucciso da un raid aereo turco a marzo, mentre è di pochi giorni fa l’uccisione di un altro leader di spicco, Diyar Gharib Mohammed, colpito dall’aviazione di Erdogan a Qandil.
Da parte sua il Pkk – che ieri tramite un portavoce negava ogni coinvolgimento nella sparatoria – ha portato a termine in queste settimane, dice l’agenzia curda Anf, una serie di attacchi contro basi militari e convogli dell’esercito di Ankara in territorio turco, in un caso uccidendo sei soldati.
Il governo turco ha già promesso «risposte», scrive su Twitter il portavoce del presidente Erdogan. Che prende direttamente la parola esprimendo condoglianze alla famiglia della vittima e garantendo l’impegno congiunto con l’alleato curdo-iracheno per individuare i responsabili.
Un’alleanza tornata operativa dopo un periodo di gelo seguito al referendum sull’indipendenza da Baghdad del Krg. Pur vincendo con percentuali bulgare, l’allora presidente Masoud Barzani era stato isolato nella regione anche da amici, come la Turchia, un isolamento commerciale e finanziario che aveva costretto il leader del Krg a un umiliante passo indietro.
Ma mettere in pericolo rapporti consolidati non conveniva a nessuno. La Turchia ha relazioni commerciali e finanziarie importanti con Erbil, di cui è primo partner nella distribuzione del greggio e principale importatore di beni di consumo per un interscambio totale di 13 miliardi di dollari. Il 20 giugno Erdogan ha invitato a Istanbul il neoeletto presidente curdo, Nerchivan Barzani.
Il nipote del vecchio leader ha inaugurato il suo mandato con un incontro a porte chiuse con il presidente turco. Erdogan ha promesso un raddoppio nel volume degli scambi e Barzani ha ringraziato con il miglior tributo possibile: addossando la colpa delle violenze al Pkk e non alla palese violazione della sovranità del Krg da parte dei caccia di Ankara.
Fonte
07/02/2017
Erbil e il modello Dubai: implode la classe media, esplode il conflitto sociale
di Chiara Cruciati il Manifesto
Cinque milioni di abitanti, un milione di sfollati iracheni e 200mila rifugiati siriani, 700mila persone sotto la soglia di povertà con meno di 90 dollari al mese (il 14%, erano il 4% nel 2013), un tasso di disoccupazione balzato in sei anni dal 4,8% al 14%, mezzo milione di barili di greggio al giorno, l’80% del Pil derivante dal petrolio e un miliardo di dollari di ricavi petroliferi scomparsi nel nulla, 18 miliardi di deficit.
È la storia in numeri del Kurdistan iracheno. Poi ci sono le vite: quella di Akhbar, laureato in economia, arrivato a Erbil in cerca di lavoro e ancora disoccupato; quella di Mahmoun, receptionist in un hotel a due stelle, che in una guerra tra poveri dà la colpa ai profughi che lavorano a metà prezzo; quella degli insegnanti in sciopero per mesi, costretti a riaprire le scuole per il bene degli studenti.
Fuori, sfondo alle crescenti tensioni sociali, ci sono i palazzi della capitale del governo regionale del Kurdistan (Krg), cantieri aperti e grattacieli che disegnano un orizzonte da petromonarchia del Golfo. Stridono con i mercati dove gli anziani posano un cartone a terra e vendono una qualche mercanzia, cinture, accendini, caramelle. Eppure è questo il modello che il governo cerca di imporre, forte delle ricchezze sotterranee. Alla base i due clan, i Barzani e i Talabani, da decenni detentori del potere politico ed economico, famiglie che fondano il consenso su unità militari, una galassia di imprese, voto di scambio, nepotismo.
Momento di passaggio è il 2003, l’invasione Usa dell’Iraq, la nuova Baghdad senza Saddam e l’ingresso nella rete di alleanze occidentali: «Nel 2003 la società kurda ha assistito ad una significativa avanzata economica – ci spiega Kamal Chomani, giornalista kurdo iracheno per Al Monitor e Foreign Policy – Dopo Saddam, il Krg ha ricevuto un flusso ingente di denaro da Baghdad che ha apparentemente migliorato le condizioni di vita.
La popolazione, “liberata” dalla miseria, ha cominciato a chiedere cambiamenti radicali del sistema politico, democrazia e partecipazione alla vita socio-economica. Ma i due principali partiti, il Kdp di Barzani e il Puk di Talabani, hanno stretto il controllo sul flusso di denaro in arrivo dal governo centrale. E sui ricavi petroliferi: nel 2007 iniziano ad arrivare compagnie straniere per esplorazione e estrazione».
Il decennio di prosperità apre le porte ad un capitalismo selvaggio, un neoliberismo sfociato nell’ampliamento del gap tra ricchi e poveri. In pochi anni esplode il conflitto tra popolo e partiti in una società di stampo tribale, dove esistono diversi centri di potere informale: le famiglie più potenti generano gruppi sociali ed economici, spesso divisi per area geografica (con i poli di Erbil, Duhok, Suleimaniya), in cui nessun partito-clan riesce ad imporsi come potere unico e fonte di un’univoca visione socio-economica.
A sostenere la ribellione sociale, palese nel 2007 con le prime manifestazioni, è la presa di coscienza popolare unita alla nascita di media indipendenti e alla diffusione di internet. La repressione colpisce subito: Puk e Kdp usano la forza per silenziare le voci critiche, far sparire attivisti e giornalisti, sopprimere le proteste. E anche per forzare il sistema economico: «È il modello-Dubai, il modello-Golfo: un’economia basata sul greggio che annulla le altre forme di produzione. Barzani lo ha detto più volte: faremo di Erbil la nuova Dubai».
Le luci dei nuovi palazzi illuminano la crisi, esplosa nel 2014 con il taglio del budget deciso da Baghdad in reazione alla vendita di greggio in autonomia da parte di Erbil. Gli stipendi dei dipendenti pubblici sono tagliati di due terzi e sospesi per mesi; le manifestazioni si moltiplicano; il tasso di disoccupazione triplica in sei anni e la classe media, appena nata, inizia a morire: «Dal 2003 al 2013 si era sviluppata una nuova classe media, per l’incremento consistente di impiegati pubblici – aggiunge Chomani – Di 5 milioni di abitanti, oltre un milione lavora nel pubblico. Ma i posti di lavoro sono stati tagliati, insieme ai salari. Un dipendente pubblico guadagna 450mila dinari iracheni al mese, 350 dollari. Come può permettersi una vita dignitosa in un paese in cui un affitto costa almeno 250 dollari, non esiste un sistema di trasporto pubblico, i servizi pubblici ci sono solo sulla carta?».
Se da una parte aumentano le proteste contro un sistema clientelare che per decenni ha tenuto compatta la società, dall’altra si moltiplicano rapine, prostituzione, omicidi. «Un boom di disagio sociale mai vissuto prima del 2013. La società è sempre stata legata a valori tradizionali, tribali e religiosi che garantivano controllo sociale. La risposta del governo è il modello Dubai che alza i prezzi e divora il potere d’acquisto delle classi medio-basse».
C’è chi torna alla terra, tradizionale fonte di sussistenza il cui volto è stato trasformato dalla caccia al greggio: se alla fine degli anni ’90 la popolazione si era spostata verso le città, oggi va all’inverso. «Torna nei villaggi, tra mille difficoltà: il governo non investe, non compra i prodotti locali (come faceva Baghdad) e importa dall’estero annullando il potenziale agricolo interno».
È la faccia del Kurdistan iracheno, tra crisi e minaccia islamista. Daesh è “alle porte”, spauracchio sfruttato dalla leadership per mascherare le disuguaglianze sociali con la necessità di sostenere le forze armate. Un’altra peculiarità: il Krg non ha un esercito nazionale, ma unità di peshmerga affiliate ai partiti politici. 200mila uomini, 36 brigate, dipendenti da Kdp o Puk, un legame tribale usato come strumento di consenso e indiretto soffocamento dello scontento: «Sono pagati dallo Stato, ma controllati dai due partiti – conclude Chomani – Quelle uniformi servono ad arginare la disoccupazione, mantenere centinaia di migliaia di famiglie, generare affiliazione politica, voti, silenzio».
Fonte
Cinque milioni di abitanti, un milione di sfollati iracheni e 200mila rifugiati siriani, 700mila persone sotto la soglia di povertà con meno di 90 dollari al mese (il 14%, erano il 4% nel 2013), un tasso di disoccupazione balzato in sei anni dal 4,8% al 14%, mezzo milione di barili di greggio al giorno, l’80% del Pil derivante dal petrolio e un miliardo di dollari di ricavi petroliferi scomparsi nel nulla, 18 miliardi di deficit.
È la storia in numeri del Kurdistan iracheno. Poi ci sono le vite: quella di Akhbar, laureato in economia, arrivato a Erbil in cerca di lavoro e ancora disoccupato; quella di Mahmoun, receptionist in un hotel a due stelle, che in una guerra tra poveri dà la colpa ai profughi che lavorano a metà prezzo; quella degli insegnanti in sciopero per mesi, costretti a riaprire le scuole per il bene degli studenti.
Fuori, sfondo alle crescenti tensioni sociali, ci sono i palazzi della capitale del governo regionale del Kurdistan (Krg), cantieri aperti e grattacieli che disegnano un orizzonte da petromonarchia del Golfo. Stridono con i mercati dove gli anziani posano un cartone a terra e vendono una qualche mercanzia, cinture, accendini, caramelle. Eppure è questo il modello che il governo cerca di imporre, forte delle ricchezze sotterranee. Alla base i due clan, i Barzani e i Talabani, da decenni detentori del potere politico ed economico, famiglie che fondano il consenso su unità militari, una galassia di imprese, voto di scambio, nepotismo.
Momento di passaggio è il 2003, l’invasione Usa dell’Iraq, la nuova Baghdad senza Saddam e l’ingresso nella rete di alleanze occidentali: «Nel 2003 la società kurda ha assistito ad una significativa avanzata economica – ci spiega Kamal Chomani, giornalista kurdo iracheno per Al Monitor e Foreign Policy – Dopo Saddam, il Krg ha ricevuto un flusso ingente di denaro da Baghdad che ha apparentemente migliorato le condizioni di vita.
La popolazione, “liberata” dalla miseria, ha cominciato a chiedere cambiamenti radicali del sistema politico, democrazia e partecipazione alla vita socio-economica. Ma i due principali partiti, il Kdp di Barzani e il Puk di Talabani, hanno stretto il controllo sul flusso di denaro in arrivo dal governo centrale. E sui ricavi petroliferi: nel 2007 iniziano ad arrivare compagnie straniere per esplorazione e estrazione».
Il decennio di prosperità apre le porte ad un capitalismo selvaggio, un neoliberismo sfociato nell’ampliamento del gap tra ricchi e poveri. In pochi anni esplode il conflitto tra popolo e partiti in una società di stampo tribale, dove esistono diversi centri di potere informale: le famiglie più potenti generano gruppi sociali ed economici, spesso divisi per area geografica (con i poli di Erbil, Duhok, Suleimaniya), in cui nessun partito-clan riesce ad imporsi come potere unico e fonte di un’univoca visione socio-economica.
A sostenere la ribellione sociale, palese nel 2007 con le prime manifestazioni, è la presa di coscienza popolare unita alla nascita di media indipendenti e alla diffusione di internet. La repressione colpisce subito: Puk e Kdp usano la forza per silenziare le voci critiche, far sparire attivisti e giornalisti, sopprimere le proteste. E anche per forzare il sistema economico: «È il modello-Dubai, il modello-Golfo: un’economia basata sul greggio che annulla le altre forme di produzione. Barzani lo ha detto più volte: faremo di Erbil la nuova Dubai».
Le luci dei nuovi palazzi illuminano la crisi, esplosa nel 2014 con il taglio del budget deciso da Baghdad in reazione alla vendita di greggio in autonomia da parte di Erbil. Gli stipendi dei dipendenti pubblici sono tagliati di due terzi e sospesi per mesi; le manifestazioni si moltiplicano; il tasso di disoccupazione triplica in sei anni e la classe media, appena nata, inizia a morire: «Dal 2003 al 2013 si era sviluppata una nuova classe media, per l’incremento consistente di impiegati pubblici – aggiunge Chomani – Di 5 milioni di abitanti, oltre un milione lavora nel pubblico. Ma i posti di lavoro sono stati tagliati, insieme ai salari. Un dipendente pubblico guadagna 450mila dinari iracheni al mese, 350 dollari. Come può permettersi una vita dignitosa in un paese in cui un affitto costa almeno 250 dollari, non esiste un sistema di trasporto pubblico, i servizi pubblici ci sono solo sulla carta?».
Se da una parte aumentano le proteste contro un sistema clientelare che per decenni ha tenuto compatta la società, dall’altra si moltiplicano rapine, prostituzione, omicidi. «Un boom di disagio sociale mai vissuto prima del 2013. La società è sempre stata legata a valori tradizionali, tribali e religiosi che garantivano controllo sociale. La risposta del governo è il modello Dubai che alza i prezzi e divora il potere d’acquisto delle classi medio-basse».
C’è chi torna alla terra, tradizionale fonte di sussistenza il cui volto è stato trasformato dalla caccia al greggio: se alla fine degli anni ’90 la popolazione si era spostata verso le città, oggi va all’inverso. «Torna nei villaggi, tra mille difficoltà: il governo non investe, non compra i prodotti locali (come faceva Baghdad) e importa dall’estero annullando il potenziale agricolo interno».
È la faccia del Kurdistan iracheno, tra crisi e minaccia islamista. Daesh è “alle porte”, spauracchio sfruttato dalla leadership per mascherare le disuguaglianze sociali con la necessità di sostenere le forze armate. Un’altra peculiarità: il Krg non ha un esercito nazionale, ma unità di peshmerga affiliate ai partiti politici. 200mila uomini, 36 brigate, dipendenti da Kdp o Puk, un legame tribale usato come strumento di consenso e indiretto soffocamento dello scontento: «Sono pagati dallo Stato, ma controllati dai due partiti – conclude Chomani – Quelle uniformi servono ad arginare la disoccupazione, mantenere centinaia di migliaia di famiglie, generare affiliazione politica, voti, silenzio».
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