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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/10/2017

Kurdistan iracheno - Barzani sotto attacco

Non è sicuramente un momento facile per il presidente del governo regionale del Kurdistan (Krg) Masoud Barzani. Dopo aver visto le truppe di Baghdad e le milizie alleate riconquistare, in alcuni casi senza sparare un colpo, i territori che le forze curde peshmerga avevano sottratto dalle mani dello Stato Islamico (Is) dopo sanguinose battaglie, ieri ha subito un duro attacco politico da parte del partito di opposizione Gorran. Gorran (o Movimento per il cambiamento) – che si era opposto in questi mesi al referendum per l’indipendenza perché contrario alla sua tempistica – ha chiesto all’anziano leader curdo di dimettersi, di “sciogliere” il Krg proponendo un “governo di salvezza nazionale”. In un comunicato apparso sul suo sito, Gorran ha accusato Barzani di “essersi rifiutato di ascoltare le nostre istanze e quelle di Baghdad” lasciando così l’intera regione curda “in un terribile crisi”. “Quello che è accaduto ora – recita ancora la nota – non dimostra il fallimento del nostro popolo o della nazione curda. Piuttosto è la sconfitta delle autorità e degli ufficiali che hanno provocato la più grande crisi e disastro per i curdi”.
 
Proprio quel referedum del 25 settembre che Barzani pensava potesse essere il suo capolavoro politico nonché uno strumento per rinsaldare il controllo del suo partito sull’intera regione autonoma curda, si sta rivelando di ora in ora sempre più un enorme errore. Nonostante infatti il pieno sostegno della popolazione (il 92% votò per il Sì alla secessione dall’Iraq), le grandi potenze internazionali – a partire dagli storici alleati Usa – e regionali avevano a più riprese intimato al presidente di non portare avanti il suo piano. Il leader del Pdk non ha dato loro ascolto ed ora è costretto a pagare le conseguenze delle sue decisioni.

Politicamente: perché di fatto è stato isolato (e con lui il Kurdistan iracheno). Il silenzio degli occidentali – quando non le felicitazioni pubbliche – di fronte alle recenti riconquiste del governo centrale iracheno a Kirkuk e nelle altre aree “contese” controllate dai curdi non è casuale. 

Economicamente: se si pensa che le esportazioni di petrolio dal Kurdistan iracheno attraverso il porto turco di Ceyhann si sono più che dimezzate (si viaggia ora sui 200.000-250.000 barili al giorno rispetto ai 600.000 pre-crisi). Per rimediare a questa ingente diminuzione, il governo iracheno ha per ora aumentato le esportazioni a sud, nella regione di Bassora, dove, ha riferito il ministro del petrolio sabato, è stato registrato un aumento nelle esportazioni di 200.000 barili. Baghdad prova a ostentare sicurezza rassicurando gli iracheni che si ritornerà presto alla normalità (lo aveva promesso per ieri, ma questo non si è verificato). Tuttavia questa “normalità” molto probabilmente escluderà il Krg, partner ormai considerato del tutto inaffidabile per il governo centrale.

Dal Kurdistan iracheno le reazioni sono blande: è come se ci fosse la consapevolezza che a rischio non ci sia tanto l’indipendenza della regione quanto l’autonomia stessa ottenuta quasi 30 anni fa. Le tensioni esterne si ripropongono all’interno con le accese polemiche politiche tra i due principali partiti kurdi, il Kdp del presidente Barzani e il Puk dei Talabani, con il primo che accusa il secondo di aver ordinato la ritirata da Kirkuk senza combattere.

Alla crisi interna, non potevano poi mancare le ingerenze esterne. Prima fra tutte quella Usa. Venerdì gli Stati Uniti avevano chiesto a Baghdad di fermare le truppe e di non ingaggiare altri scontri con quelle kurde nelle aree contese precisando però che lo status di queste ultime non sarebbe stato deciso dall’avanzata delle truppe del governo. Pur senza dirlo esplicitamente, Washington, nei fatti, ha aperto ad un negoziato tra Baghdad e Irbil che al momento appare molto difficile. Ad alzare la tensione ci ha poi pensato ieri il Segretario di Stato statunitense, Rex Tillerson. Da Riyadh, dove ha incontrato alti ufficiali del Golfo, Tillerson ha chiesto ai gruppi armati iraniani di lasciare l’Iraq. “Ora che il combattimento contro lo Stato Islamico sta per finire, queste milizie devono tornare a casa. Tutti i combattenti stranieri lo devono fare”.

Si pronuncia Iraq, ma si legge come al solito Iran: la visita del segretario rientra infatti negli sforzi compiuti dalla nuova amministrazione a stelle e strisce e dalle monarchie del Golfo sue alleate per fermare l’influenza iraniana nella regione mediorientale. L’incontro, del resto, giunge a pochi giorni di distanza dalla decisione del presidente Trump di non certificare l’accordo sul nucleare iraniano lasciando che a decidere su questa spinosa questione sia il Congresso.

In questo quadro geopolitico appare ambiguo il ruolo svolto dall’Iraq di al-Abadi: da un lato ha bisogno di Teheran per sconfiggere lo Stato Islamico, dall’altro lato, però, ha sempre più l’occhio rivolto all’Arabia Saudita e agli Usa. La partecipazione di Baghdad ieri ad un vertice con la monarchia wahhabita a cui ha preso parte anche Tillerson certifica nuovamente come la forte rivalità tra i due paesi arabi sia solo un lontano ricordo del passato.

Ore 16:00   L’Iraq respinge la richiesta Usa sulle unità filo-iraniane: “Nessuna interferenza sulle faccende irachene”
Il governo iracheno ha respinto la richiesta fatta ieri dal Segretario di Stato Usa Tillerson secondo la quale le unità paramilitari filo-iraniane presenti in Iraq devono “tornare a casa”. “Nessuno ha il diritto di interferire nelle faccende irachene” si legge in una nota dell’ufficio del premier Haider al-Abadi. “Le unità di mobilitazione popolare sono formate da patrioti iracheni” recita ancora il comunicato.

Le elezioni presidenziali della regione del Kurdistan, intanto, non avranno luogo il 1 novembre perché i partiti politici non sono riusciti a presentare i candidati. A dirlo alla Reuters è stato oggi il capo della commissione elettorale Hendrean Mohammed.

A parlare di Kurdistan iracheno è stato stamane anche il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov. “Capiamo le speranze del popolo curdo così come la loro aspirazione a rafforzare la propria identità e coscienza di sé” ha detto Lavrov durante una conferenza stampa con il suo pari iracheno Ibrahim al-Jaafari. “Tuttavia – ha aggiunto – crediamo che sia giusto che tali desideri e speranze si realizzino solo attraverso il governo iracheno e tenendo presente quale significato abbia la questione curda sul piano regionale cercando di evitare i motivi d’instabilità della regione”.

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18/10/2017

La variante curda tra Siria, Iraq, Iran Turchia e Usa

La questione curda si fa sempre più intricata nelle sue diversissime articolazioni in Siria e Iraq. Negli ultimi giorni un importantissimo sviluppo si sta avendo in Iraq, dove il Governo di Baghdad è passato alle vie di fatto in risposta al referendum indipendentista tenuto nelle aree controllate dal Governo Regionale Curdo, guidato dal clan Barzani e dal suo Partito Democratico del Kurdistan (PDK), lo scorso 27 settembre; tale referendum è nullo secondo Baghdad, mentre secondo Erbil, dato il risultato che ha premiato il sì all’indipendenza con più del 90% dei voti, ha avviato un processo di sconnessione dell’entità curda dallo stato iracheno.

Pertanto quest’ultimo, dopo aver attuato varie politiche di blocco in collaborazione attiva con Iran e Turchia (fino al 27 settembre storico alleato di Barzani), ha avviato un’offensiva militare per prendere il controllo di alcuni territori che il Governo Regionale Curdo si è annesso nel corso degli anni strappandoli all’Isis prima dei soldati di Baghdad, ma che non sarebbero di sua pertinenza secondo la Costituzione irachena del 2004.

A partire dal 15 ottobre diversi reparti della polizia irachena e dell’esercito iracheno, fra cui le Unità di Mobilitazione Popolare (PMU) di forte influenza iraniana, si sono mossi dapprima verso la città di Kirkuk e l’area petrolifera che la circonda, poi verso Sinjar; la risposta dei Peshmerga, ovvero le milizie del Governo regionale Curdo, è stata molto sporadica poiché essi hanno abbandonato le due aree quasi senza combattere; solo le Hpg, ovvero le milizie del Pkk sono rimaste nelle città ed hanno invitato alla resistenza, anche se non è chiaro se ed in che forme questa sia avvenuta. Fatto sta che ora le città sono in mano al governo centrale.

I portavoce dei comandi USA nell’area hanno affermato di sostenere una soluzione pacifica, ma nei termini della Costituzione, delle dispute territoriali e poi, nel negare ogni ruolo delle PMU, hanno parlato di collaborazione fra peshmerga ed esercito iracheno nel ripristino del controllo di quest’ultimo su Kirkuk e Sinjar.

D’altra parte, ambienti vicini al PDK hanno accusato il partito rivale, ovvero l’Unione Patriottica Curda (PUK), tradizionalmente meno ostile all’Iran e al governo centrale, di aver compiuto un tradimento, come se solo i peshmerga controllati dal PUK si fossero ritirati; il Pkk invece, dal canto suo rivolge questa accusa ad entrambi.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, lo scenario più probabile è che sia stato proprio il voltafaccia americano nei confronti di Erbil (fino a prima considerato alleato molto più affidabile rispetto al Governo Iracheno, troppo influenzato dall’Iran) a determinare la ritirata dei peshmerga dai territori in questione che, è bene tenere presente, sono di popolazione multietnica e non preminentemente curda; a determinare tale spostamento di equilibri, dunque, sarebbe stato il referendum indipendentista di settembre, che ha alienato parzialmente a Barzani alleanze storiche, come la Turchia e, appunto, gli USA. Staremo a vedere se e come il leader nazionalista curdo proverà a correggere la rotta. La situazione rimane fluida ed evolve di ora in ora.

Sul fronte siriano, intanto, le Forze Democratiche Siriane (SDF), composte principalmente dalla formazione curda delle Ypg vicina al Pkk, ma anche da milizie di altre etnie, hanno dichiarato che Raqqa (città a prevalenza arabo-sunnita) è completamente sottratta all’Isis; non sono chiari, al momento, i termini dell’accordo che ha portato all’evacuazione delle ultime centinaia di miliziani del califfato che erano rimasti in città, molti dei quali foreign fighters.

Si pone, così, la parola fine ad una battaglia sanguinosissima che ha visto l’aviazione USA riversare sulla città, a copertura aerea dell’azione delle SDF, tonnellate di bombe in maniera pressoché indiscriminata, senza badare ai danni materiali e alle vittime civili, come riportato da molteplici fonti, spesso anche accondiscendenti nei confronti dell’imperialismo; sono apparse anche evidenze fotografiche e video dell’utilizzo di armi chimiche al fosforo bianco.

Continua intanto, la competizione fra esercito governativo e SDF su un altro fronte e sempre sulle ceneri dell’isis, in lento ma inesorabile decadimento: ovvero la provincia orientale di Deir-ez-Zor, area anch’essa a prevalenza arabo-sunnita. Dopo aver rotto l’assedio del capoluogo e sottratto al califfato la città di Mayadin, Damasco e alleati continuano l’avanzata verso il confine con l’Iraq per giungere all’agognato ricongiungimento con le PMU filo-iraniane, che cambierebbe i rapporti di forza nell’area a proprio favore.

Tuttavia, le SDF, anche a costo di allentare parzialmente l’assedio su Raqqa, hanno concentrato molte forze nell’area per impedire ai soldati di Damasco di varcare l’Eufrate e portarsi verso l’Iraq; in questo sforzo, hanno strappato all’Isis diversi pozzi petroliferi (di cui la zona è ricchissima) e si sono spinte fino all’area industriale di Deir-ez-Zor; lo stato maggiore russo, a tal proposito, ha più volte accusato gli USA di favorire e coprire l’afflusso di miliziani dell’Isis dall’Iraq e da altre zone della Siria per contrastare l’avanzata dell’esercito di Damasco.

Per completare il quadro, il terzo fronte che potrebbe surriscaldarsi a breve è quello della provincia di Idlib, dove la Turchia ha schierato alcuni soldati e pezzi di artiglieria pesante. Lo scopo teorico dell’operazione sarebbe quello di implementare nell’area una zona di de-escalation militare, così come concordato ad Astana con Russia e Iran; pertanto, Ankara dovrebbe appoggiare le varie brigate che si fregiano dei simboli del Free Syrian Army contro Hayat Tahrir al-Sham (HTS), ex Al-Nusra, non compresa negli accordi perché nei fatti legata ad Al-Qaeda.

Tuttavia, i vari gruppi operanti nella provincia di Idlib sono spesso indistinguibili, né la Turchia ha mai contribuito a distinguere i qaedisti dagli altri, poiché ha sempre appoggiato tutti indistintamente; se a ciò aggiungiamo che fonti delle brigate del FSA già parlano di accordi e copertura reciproca fra HTS ed esercito turco, ecco che si può giungere alla conclusione non lontana dalla verità che il vero obiettivo dell’incursione turca potrebbe essere il confinante Cantone di Afrin del cosiddetto Rojava, ovvero l’area controllata dalle Ypg curde.

Tutte queste “micce accese” sono spia del fatto che anche dopo l’eventuale sconfitta completa dell’Isis (non scontata poiché l’imperialismo potrebbe comunque avere interesse a lasciarne in vita qualche focolaio a tempo indefinito) l’effetto destabilizzante e la deriva settaria portati dagli interventi imperialisti nell’area non cesserà; così come non cesserà il tentativo di utilizzare strumentalmente le aspirazioni legittime del popolo curdo per fini differenti.

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07/02/2017

Erbil e il modello Dubai: implode la classe media, esplode il conflitto sociale

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Cinque milioni di abitanti, un milione di sfollati iracheni e 200mila rifugiati siriani, 700mila persone sotto la soglia di povertà con meno di 90 dollari al mese (il 14%, erano il 4% nel 2013), un tasso di disoccupazione balzato in sei anni dal 4,8% al 14%, mezzo milione di barili di greggio al giorno, l’80% del Pil derivante dal petrolio e un miliardo di dollari di ricavi petroliferi scomparsi nel nulla, 18 miliardi di deficit.

È la storia in numeri del Kurdistan iracheno. Poi ci sono le vite: quella di Akhbar, laureato in economia, arrivato a Erbil in cerca di lavoro e ancora disoccupato; quella di Mahmoun, receptionist in un hotel a due stelle, che in una guerra tra poveri dà la colpa ai profughi che lavorano a metà prezzo; quella degli insegnanti in sciopero per mesi, costretti a riaprire le scuole per il bene degli studenti.

Fuori, sfondo alle crescenti tensioni sociali, ci sono i palazzi della capitale del governo regionale del Kurdistan (Krg), cantieri aperti e grattacieli che disegnano un orizzonte da petromonarchia del Golfo. Stridono con i mercati dove gli anziani posano un cartone a terra e vendono una qualche mercanzia, cinture, accendini, caramelle. Eppure è questo il modello che il governo cerca di imporre, forte delle ricchezze sotterranee. Alla base i due clan, i Barzani e i Talabani, da decenni detentori del potere politico ed economico, famiglie che fondano il consenso su unità militari, una galassia di imprese, voto di scambio, nepotismo.

Momento di passaggio è il 2003, l’invasione Usa dell’Iraq, la nuova Baghdad senza Saddam e l’ingresso nella rete di alleanze occidentali: «Nel 2003 la società kurda ha assistito ad una significativa avanzata economica – ci spiega Kamal Chomani, giornalista kurdo iracheno per Al Monitor e Foreign Policy – Dopo Saddam, il Krg ha ricevuto un flusso ingente di denaro da Baghdad che ha apparentemente migliorato le condizioni di vita.

La popolazione, “liberata” dalla miseria, ha cominciato a chiedere cambiamenti radicali del sistema politico, democrazia e partecipazione alla vita socio-economica. Ma i due principali partiti, il Kdp di Barzani e il Puk di Talabani, hanno stretto il controllo sul flusso di denaro in arrivo dal governo centrale. E sui ricavi petroliferi: nel 2007 iniziano ad arrivare compagnie straniere per esplorazione e estrazione».

Il decennio di prosperità apre le porte ad un capitalismo selvaggio, un neoliberismo sfociato nell’ampliamento del gap tra ricchi e poveri. In pochi anni esplode il conflitto tra popolo e partiti in una società di stampo tribale, dove esistono diversi centri di potere informale: le famiglie più potenti generano gruppi sociali ed economici, spesso divisi per area geografica (con i poli di Erbil, Duhok, Suleimaniya), in cui nessun partito-clan riesce ad imporsi come potere unico e fonte di un’univoca visione socio-economica.

A sostenere la ribellione sociale, palese nel 2007 con le prime manifestazioni, è la presa di coscienza popolare unita alla nascita di media indipendenti e alla diffusione di internet. La repressione colpisce subito: Puk e Kdp usano la forza per silenziare le voci critiche, far sparire attivisti e giornalisti, sopprimere le proteste. E anche per forzare il sistema economico: «È il modello-Dubai, il modello-Golfo: un’economia basata sul greggio che annulla le altre forme di produzione. Barzani lo ha detto più volte: faremo di Erbil la nuova Dubai».

Le luci dei nuovi palazzi illuminano la crisi, esplosa nel 2014 con il taglio del budget deciso da Baghdad in reazione alla vendita di greggio in autonomia da parte di Erbil. Gli stipendi dei dipendenti pubblici sono tagliati di due terzi e sospesi per mesi; le manifestazioni si moltiplicano; il tasso di disoccupazione triplica in sei anni e la classe media, appena nata, inizia a morire: «Dal 2003 al 2013 si era sviluppata una nuova classe media, per l’incremento consistente di impiegati pubblici – aggiunge Chomani – Di 5 milioni di abitanti, oltre un milione lavora nel pubblico. Ma i posti di lavoro sono stati tagliati, insieme ai salari. Un dipendente pubblico guadagna 450mila dinari iracheni al mese, 350 dollari. Come può permettersi una vita dignitosa in un paese in cui un affitto costa almeno 250 dollari, non esiste un sistema di trasporto pubblico, i servizi pubblici ci sono solo sulla carta?».

Se da una parte aumentano le proteste contro un sistema clientelare che per decenni ha tenuto compatta la società, dall’altra si moltiplicano rapine, prostituzione, omicidi. «Un boom di disagio sociale mai vissuto prima del 2013. La società è sempre stata legata a valori tradizionali, tribali e religiosi che garantivano controllo sociale. La risposta del governo è il modello Dubai che alza i prezzi e divora il potere d’acquisto delle classi medio-basse».

C’è chi torna alla terra, tradizionale fonte di sussistenza il cui volto è stato trasformato dalla caccia al greggio: se alla fine degli anni ’90 la popolazione si era spostata verso le città, oggi va all’inverso. «Torna nei villaggi, tra mille difficoltà: il governo non investe, non compra i prodotti locali (come faceva Baghdad) e importa dall’estero annullando il potenziale agricolo interno».

È la faccia del Kurdistan iracheno, tra crisi e minaccia islamista. Daesh è “alle porte”, spauracchio sfruttato dalla leadership per mascherare le disuguaglianze sociali con la necessità di sostenere le forze armate. Un’altra peculiarità: il Krg non ha un esercito nazionale, ma unità di peshmerga affiliate ai partiti politici. 200mila uomini, 36 brigate, dipendenti da Kdp o Puk, un legame tribale usato come strumento di consenso e indiretto soffocamento dello scontento: «Sono pagati dallo Stato, ma controllati dai due partiti – conclude Chomani – Quelle uniformi servono ad arginare la disoccupazione, mantenere centinaia di migliaia di famiglie, generare affiliazione politica, voti, silenzio».

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