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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/03/2018

Israele ammette il bombardamento del reattore nucleare siriano nel 2007

Ci sono voluti undici anni ma alla fine Israele lo ha confermato: è lo Stato ebraico il responsabile dell’operazione militare che nel 2007 ha distrutto un reattore nucleare siriano. L’operazione, lanciata tra il 5 e il 6 settembre 2007, ha visto il coinvolgimento di otto caccia tra F-16 e F-15 che in quattro ore totali hanno raggiunto e bombardato l’impianto siriano di Al-Kubar a Deir Ezzor, nel nord-est del paese.

In realtà lo sapevano già tutti, la responsabilità di quell’operazione non era affatto misteriosa. Ma il comando militare israeliano non aveva mai voluto ammettere il proprio coinvolgimento mantenendo il segreto per più di un decennio e imponendo ai media il silenzio. Dopo il bombardamento del sito siriano, Damasco rifiutò la richiesta dell’Agenzia per l’Energia Atomica di visitare l’impianto, facendo crescere i sospetti che fosse il primo passo verso lo sviluppo di armi nucleari.

Qualche anno fa il New Yorker uscì con la notizia di un’incursione a Vienna di un agente del Mossad, nel 2006, nella casa di Ibrahim Othman, responsabile per l’Agenzia per l’Energia Atomica del programma siriano. Rubò documenti che dimostravano l’esistenza di un reattore nucleare e pochi mesi dopo 17 tonnellate di esplosivo piovvero su Deir Ezzor.

A questo punto, viene da chiedersi, perché ammetterlo ora, dopo anni passati ad interferire nella guerra nel paese vicino, la Siria, con raid aerei e bombardamenti di presunti convogli di armi, di postazioni di Hezbollah, dell’aeroporto di Damasco: dal 2011 in poi Tel Aviv non è rimasto a guardare ma ha preso parte attiva alla destabilizzazione della Siria anche attraverso il sostegno più o meno indiretto ai gruppi islamisti di opposizione presenti nel sud.

La risposta la dà lo stesso capo di Stato maggiore israeliano, Gadi, Eizenkot: “Il messaggio nell’attacco al reattore nucleare nel 2007 è che lo Stato di Israele non permetterà lo sviluppo di capacità che minacciano l’esistenza di Israele”.

Ovvero, l’Iran: il messaggio, dietro l’ammissione di un segreto di Pulcinella, è diretto a Teheran, l’attuale nemico numero uno dello Stato ebraico per quanto ad oggi non abbia mai rappresentato una reale minaccia. Lo confermano le parole del ministro israeliano dell’Intelligence, Israel Katz: “L’operazione e il suo successo hanno reso chiaro che Israele non permetterà a chi minaccia la sua esistenza di avere tra le mani armamenti nucleari, la Siria allora e l’Iran oggi”, ha scritto Katz su Twitter.

Parla anche il ministro della Difesa, Avigdor Lieberman: “La motivazione dei nostri nemici è aumentata negli anni, ma è cresciuta anche la forza dell’Idf (l’esercito israeliano, ndr). Le capacità dell’aviazione e dell’intelligence si sono intensificate da quelle che avevamo nel 2007. Tutti in Medio Oriente dovrebbero comprendere bene l’equazione”.

Ma c’è anche chi avanza un’altra ipotesi, interna: il messaggio è diretto all’ex primo ministro dell’epoca Ehud Olmert, di cui starebbe per uscire le memorie, e di cui quell’operazione in Siria accompagnò gli ultimi mesi al potere e che era appena uscito dalla guerra contro il Libano, non certo di successo.

A metà del 2008 comparvero le prime accuse di corruzione e di lì a poco Olmert si dimise sia dal ruolo di primo ministro che dal partito Kadima. Seguì una valanga di accuse che nel 2014 hanno portato alla condanna al carcere per 19 mesi. È stato rilasciato nel luglio 2017, dopo 16 mesi e mezzo.

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07/11/2017

Siria - Liberata Deir Ezzor

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Ormai è solo una questione di giorni e la frontiera tra la Siria e l’Iraq tornerà sotto il controllo pieno delle autorità di Damasco e Baghdad. La vittoria a Deir Ezzor annunciata ieri dell’esercito siriano con la liberazione di tutta la città sull’Eufrate dalla presenza degli uomini dello Stato islamico, è coincisa con l’ingresso delle forze amate irachene ad Al Qaim, ultima roccaforte dei jihadisti in Iraq nei pressi del confine con la Siria.

Ciò significa che i due Paesi, alleati tra di loro e dell’Iran, torneranno a comunicare regolarmente con enormi vantaggi strategici, militari ed economici. Un scenario che certo non piace all’Amministrazione Trump che, con i suoi principali alleati nella regione, Israele e Arabia Saudita, nelle ultime vittorie delle truppe siriane e irachene legge il ricostituirsi sul terreno dell’“asse sciita” sotto il comando dell’Iran.

Asse che parte a Tehran, passa per Baghdad e Damasco, e arriva fino al Libano del sud di fatto controllato dal movimento di resistenza Hezbollah. Dietro le quinte però Washington sembra rendersi conto che deve fare i conti con la realtà, a cominciare dalla solidità del potere del presidente Bashar Assad in Siria. Un funzionario dell’intelligence Usa si sarebbe recato in “segreto” in visita a Damasco, riferiva ieri il quotidiano libanese Al Akhbar. Il funzionario sarebbe arrivato a Beirut a inizio settimana e si sarebbe poi recato a Damasco martedì dove ha incontrato la controparte siriana nel quadro dei contatti in corso tra la Cia e i servizi di sicurezza siriani.

Intanto ieri, mentre i siriani festeggiavano la riconquista di Deir Ezzor e di altre porzioni di territorio nazionale nell’Est del Paese, a sud, nei pressi del Golan occupato da Israele, la situazione appariva sul punto di precipitare. Dopo un attacco suicida – almeno nove morti – e un successivo attacco di dozzine dei qaedisti di An Nusra contro il villaggio druso di Khader, sul versante siriano del Golan ma a soli tre chilometri dalle linee israeliane, Tel Aviv ha fatto sapere di essere pronta ad intervenire con suoi soldati per «proteggere» e «portare soccorso» agli abitanti. «L’esercito è pronto ad aiutare gli abitanti del villaggio per impedire danni o una occupazione», hanno comunicato le forze armate israeliane.

Da Londra, dove è in visita, il premier Netanyahu ha parlato della «amicizia che proviamo verso i nostri fratelli, i drusi». In sostanza Israele si propone come protettore dei drusi siriani e “garante” della stabilità nella regione a ridosso del Golan, in alternativa alle autorità di Damasco. La tensione è forte nell’area. L’ingresso, oltre le linee armistiziali, di truppe israeliane in territorio siriano darebbe il via a una immediata escalation militare. La tensione tra i due Paesi è alta a causa dei raid aerei israeliani in territorio siriano contro presunti convogli carichi di armi destinate, secondo Tel Aviv, al movimento sciita libanese Hezbollah alleato di Damasco.

L'approccio duro, almeno a parole, di Israele nei confronti di An Nusra contrasta con le rivelazioni di questi ultimi anni sui contatti che l’esercito israeliano avrebbe intrattenuto con i qaedisti e altri gruppi islamisti radicali nel sud della Siria. Si è anche parlato dell’intenzione israeliana di dare vita sul versante siriano del Golan a una sorta di “zona cuscinetto” sotto il controllo di forze ribelli siriane, allo scopo di tenere a distanza dalle sue linee i combattenti di Hezbollah e iraniani che assistono l’esercito siriano. Tel Aviv sostiene di aver soltanto offerto aiuti umanitari destinati alla popolazione civile siriana e di aver curato nei suoi ospedali feriti gravi e bambini ammalati.

«Il nostro esercito ha preso il pieno controllo della città di Deir Ezzor», ha annunciato con enfasi la tv pubblica siriana. Già giovedì varie fonti avevano riferito dell’avanzata decisiva delle forze siriane contro i jihadisti nel capoluogo dell’omonima provincia ricca di petrolio situata al confine con l’Iraq. Negli ultimi giorni l’esercito siriano aveva già preso il controllo dei distretti di al Hamidiya, Sheikh Yassin, al Ardhi e al Rashidia. Deir Ezzor è rimasta dal 2014 quasi interamente sotto il controllo dello Stato islamico.

A settembre le truppe governative siriane erano arrivate nell’area rompendo l’assedio imposto dagli uomini del Califfato e dando il via alla riconquista della città. Lo Stato islamico ora controlla solo piccole porzioni della provincia di Deir Ezzor, della provincia di Hama e a sud di Damasco. Dall’altra parte del confine le forze governative irachene e le milizie ad esse alleate una settimana fa hanno lanciato un’offensiva per riprendere il controllo della regione di Al Qaim – 150.000 abitanti, tutti musulmani sunniti – dove si troverebbero circa 1.500 jihadisti che ora starebbero cercando di riorganizzarsi nella cittadina di frontiera siriana di Abukamal.

Fonte

18/10/2017

La variante curda tra Siria, Iraq, Iran Turchia e Usa

La questione curda si fa sempre più intricata nelle sue diversissime articolazioni in Siria e Iraq. Negli ultimi giorni un importantissimo sviluppo si sta avendo in Iraq, dove il Governo di Baghdad è passato alle vie di fatto in risposta al referendum indipendentista tenuto nelle aree controllate dal Governo Regionale Curdo, guidato dal clan Barzani e dal suo Partito Democratico del Kurdistan (PDK), lo scorso 27 settembre; tale referendum è nullo secondo Baghdad, mentre secondo Erbil, dato il risultato che ha premiato il sì all’indipendenza con più del 90% dei voti, ha avviato un processo di sconnessione dell’entità curda dallo stato iracheno.

Pertanto quest’ultimo, dopo aver attuato varie politiche di blocco in collaborazione attiva con Iran e Turchia (fino al 27 settembre storico alleato di Barzani), ha avviato un’offensiva militare per prendere il controllo di alcuni territori che il Governo Regionale Curdo si è annesso nel corso degli anni strappandoli all’Isis prima dei soldati di Baghdad, ma che non sarebbero di sua pertinenza secondo la Costituzione irachena del 2004.

A partire dal 15 ottobre diversi reparti della polizia irachena e dell’esercito iracheno, fra cui le Unità di Mobilitazione Popolare (PMU) di forte influenza iraniana, si sono mossi dapprima verso la città di Kirkuk e l’area petrolifera che la circonda, poi verso Sinjar; la risposta dei Peshmerga, ovvero le milizie del Governo regionale Curdo, è stata molto sporadica poiché essi hanno abbandonato le due aree quasi senza combattere; solo le Hpg, ovvero le milizie del Pkk sono rimaste nelle città ed hanno invitato alla resistenza, anche se non è chiaro se ed in che forme questa sia avvenuta. Fatto sta che ora le città sono in mano al governo centrale.

I portavoce dei comandi USA nell’area hanno affermato di sostenere una soluzione pacifica, ma nei termini della Costituzione, delle dispute territoriali e poi, nel negare ogni ruolo delle PMU, hanno parlato di collaborazione fra peshmerga ed esercito iracheno nel ripristino del controllo di quest’ultimo su Kirkuk e Sinjar.

D’altra parte, ambienti vicini al PDK hanno accusato il partito rivale, ovvero l’Unione Patriottica Curda (PUK), tradizionalmente meno ostile all’Iran e al governo centrale, di aver compiuto un tradimento, come se solo i peshmerga controllati dal PUK si fossero ritirati; il Pkk invece, dal canto suo rivolge questa accusa ad entrambi.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, lo scenario più probabile è che sia stato proprio il voltafaccia americano nei confronti di Erbil (fino a prima considerato alleato molto più affidabile rispetto al Governo Iracheno, troppo influenzato dall’Iran) a determinare la ritirata dei peshmerga dai territori in questione che, è bene tenere presente, sono di popolazione multietnica e non preminentemente curda; a determinare tale spostamento di equilibri, dunque, sarebbe stato il referendum indipendentista di settembre, che ha alienato parzialmente a Barzani alleanze storiche, come la Turchia e, appunto, gli USA. Staremo a vedere se e come il leader nazionalista curdo proverà a correggere la rotta. La situazione rimane fluida ed evolve di ora in ora.

Sul fronte siriano, intanto, le Forze Democratiche Siriane (SDF), composte principalmente dalla formazione curda delle Ypg vicina al Pkk, ma anche da milizie di altre etnie, hanno dichiarato che Raqqa (città a prevalenza arabo-sunnita) è completamente sottratta all’Isis; non sono chiari, al momento, i termini dell’accordo che ha portato all’evacuazione delle ultime centinaia di miliziani del califfato che erano rimasti in città, molti dei quali foreign fighters.

Si pone, così, la parola fine ad una battaglia sanguinosissima che ha visto l’aviazione USA riversare sulla città, a copertura aerea dell’azione delle SDF, tonnellate di bombe in maniera pressoché indiscriminata, senza badare ai danni materiali e alle vittime civili, come riportato da molteplici fonti, spesso anche accondiscendenti nei confronti dell’imperialismo; sono apparse anche evidenze fotografiche e video dell’utilizzo di armi chimiche al fosforo bianco.

Continua intanto, la competizione fra esercito governativo e SDF su un altro fronte e sempre sulle ceneri dell’isis, in lento ma inesorabile decadimento: ovvero la provincia orientale di Deir-ez-Zor, area anch’essa a prevalenza arabo-sunnita. Dopo aver rotto l’assedio del capoluogo e sottratto al califfato la città di Mayadin, Damasco e alleati continuano l’avanzata verso il confine con l’Iraq per giungere all’agognato ricongiungimento con le PMU filo-iraniane, che cambierebbe i rapporti di forza nell’area a proprio favore.

Tuttavia, le SDF, anche a costo di allentare parzialmente l’assedio su Raqqa, hanno concentrato molte forze nell’area per impedire ai soldati di Damasco di varcare l’Eufrate e portarsi verso l’Iraq; in questo sforzo, hanno strappato all’Isis diversi pozzi petroliferi (di cui la zona è ricchissima) e si sono spinte fino all’area industriale di Deir-ez-Zor; lo stato maggiore russo, a tal proposito, ha più volte accusato gli USA di favorire e coprire l’afflusso di miliziani dell’Isis dall’Iraq e da altre zone della Siria per contrastare l’avanzata dell’esercito di Damasco.

Per completare il quadro, il terzo fronte che potrebbe surriscaldarsi a breve è quello della provincia di Idlib, dove la Turchia ha schierato alcuni soldati e pezzi di artiglieria pesante. Lo scopo teorico dell’operazione sarebbe quello di implementare nell’area una zona di de-escalation militare, così come concordato ad Astana con Russia e Iran; pertanto, Ankara dovrebbe appoggiare le varie brigate che si fregiano dei simboli del Free Syrian Army contro Hayat Tahrir al-Sham (HTS), ex Al-Nusra, non compresa negli accordi perché nei fatti legata ad Al-Qaeda.

Tuttavia, i vari gruppi operanti nella provincia di Idlib sono spesso indistinguibili, né la Turchia ha mai contribuito a distinguere i qaedisti dagli altri, poiché ha sempre appoggiato tutti indistintamente; se a ciò aggiungiamo che fonti delle brigate del FSA già parlano di accordi e copertura reciproca fra HTS ed esercito turco, ecco che si può giungere alla conclusione non lontana dalla verità che il vero obiettivo dell’incursione turca potrebbe essere il confinante Cantone di Afrin del cosiddetto Rojava, ovvero l’area controllata dalle Ypg curde.

Tutte queste “micce accese” sono spia del fatto che anche dopo l’eventuale sconfitta completa dell’Isis (non scontata poiché l’imperialismo potrebbe comunque avere interesse a lasciarne in vita qualche focolaio a tempo indefinito) l’effetto destabilizzante e la deriva settaria portati dagli interventi imperialisti nell’area non cesserà; così come non cesserà il tentativo di utilizzare strumentalmente le aspirazioni legittime del popolo curdo per fini differenti.

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27/09/2017

Siria. A Deir Ez-Zor tensioni tra Usa e Russia

“La battaglia di Deir Ez-Zor è in una fase cruciale” così ha dichiarato all’agenzia stampa SANA il ministro degli esteri siriano, Walid al Muallem. L’offensiva lanciata i primi di settembre dalle truppe lealiste, insieme ad Hezbollah, Iraniani e con l’appoggio aereo russo, procede a ritmi serrati. Un’operazione per la liberazione non solamente della città, simbolo della resistenza contro i miliziani di Daesh, ma per far tornare sotto il controllo di Damasco tutta la regione e, soprattutto, tutti i giacimenti di idrocarburi e petrolio dell’area.

La conquista della regione, secondo il quotidiano libanese Al Akhbar, è “fondamentale per i prossimi equilibri della Siria”. I ricchi giacimenti ed il controllo di tutta l’area fino al confine con l’Iraq, hanno spinto lo stesso esercito russo a sostenere, con l’invio di truppe e mezzi aerei, il governo di Damasco. Un impegno pagato con la morte di un generale di divisione russo, Valeri Assapov, vittima di un bombardamento da parte dei miliziani di Daesh.

Il controllo della regione è talmente fondamentale da spingere le truppe delle Forze Democratiche Siriane (FDS, in prevalenza milizie curde sostenute dalla coalizione a guida USA) a sospendere e rallentare l’attacco su Raqqa, per partecipare alla riconquista della regione. Deir Ez-Zor è, infatti, teatro in questi giorni di due operazioni militari parallele: da ovest le truppe siriane lealiste e da nord i soldati delle FDS. Due operazioni che rischiano di aumentare la tensione, non tanto contro i miliziani jihadisti di Daesh, ma tra i due schieramenti sostenuti rispettivamente da USA e Russia.

I curdi delle FDS hanno tentato in qualsiasi maniera di rallentare l’avanzata delle truppe di Damasco, ostacolandone l’attraversamento del fiume Eufrate e l’avanzata verso nord est. L’agenzia stampa AFP riporta, inoltre, di alcuni bombardamenti sulle postazioni siriane da parte delle FDS. Frizioni che hanno spinto il ministero della difesa russo ad avvisare il centro di comando USA in Qatar del pericolo di “un possibile scontro”. La nota del ministero aggiunge che “i curdi più che per combattere Daesh, sono intervenuti per contrapporsi ai siriani e per la conquista dei giacimenti”. Ieri l’agenzia RT ha affermato che “le truppe delle FDS stanno avanzando in diverse aree della regione senza trovare la minima resistenza da parte delle milizie di Daesh”.

Accuse rincarate da Sergei Rudskoi, capo delle operazioni militari delle forze armate russe, con la notizia che “i servizi segreti americani stanno sostenendo e spingendo i combattenti del Fronte Al Nusra ad attaccare nella zona di Hama proprio con l’obiettivo di rallentare l’avanzata di Damasco a Deir Ez-Zor”. Mosca ha ribadito la propria volontà di sostenere Bashar Al Assad nella lotta contro il terrorismo jihadista e per la liberazione di tutto il territorio siriano, aggiungendo che ormai il 90% della città di Deir Ez-Zor è stato liberato.

Lo stesso ministro degli esteri russo Lavrov, durante un incontro bilaterale all’ONU con il suo omologo siriano, Walid Al Muallem, ha dichiarato che “qualsiasi tentativo di rallentare l’avanzata e la lotta contro il terrorismo riceverà una risposta appropriata” riferendosi all’appoggio americano per gli scontri di Hama e per quelli di Deir Ez-Zor. Gli USA, da parte loro, non hanno replicato in alcuna maniera alle accuse russe.

Un ultimo elemento di tensione tra i due schieramenti, siriani e FDS, è stata la recente conquista del giacimento di idrocarburi di Conoco, il terzo per ampiezza del paese, da parte delle FDS. La partita per i giacimenti petroliferi e di idrocarburi è ancora aperta visto che, secondo le parole del portavoce della compagnia di gas siriana, Amin Al Hamid, “più dell’80% dei giacimenti è ancora in mano al gruppo jihadista dello Stato Islamico che sta tentando di difendere la sua principale fonte di finanziamento”.

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06/09/2017

Siria. Rotto l’assedio Isis a Deir ez Zor


Grande successo strategico – nel totale silenzio mediatico occidentale – per l’esercito siriano ed i suoi alleati. Il 5 settembre, infatti, le fonti ufficiali del Governo di Damasco hanno annunciato di aver eliminato l’assedio dell’Isis alla città di Deir-ez-Zor (in realtà, al momento in cui si scrive, una sola delle due sacche governative che resistono nella città è stata liberata), abitata da più di 200mila abitanti prima della guerra, capoluogo dell’omonima divisione amministrativa e situata nei pressi del confine con l’Iraq.

Deir-ez-Zor era circondata su tutti i lati dai miliziani dell’Isis sin dalla metà del 2014, quando gli uomini del califfato, nel loro periodo di massima espansione, conquistarono gran parte del deserto siriano cacciando, appunto, le truppe governative e gli altri ribelli salafiti. Da allora Daesh aveva tagliato l’energia elettrica alla città che, rimasta isolata e difesa da poche migliaia di soldati dell’esercito di Damasco, poteva essere rifornita di viveri e di armi esclusivamente per via aerea e viveva con generatori autonomi.

Nonostante ciò, le numericamente deboli unità dell’esercito siriano sono sempre riuscite, nel corso dei 3 anni, ad evitare la completa capitolazione della città, respingendo numerose ondate di assalti grazie alle molte fortificazioni presenti nell’area urbana. Si ricorda che un anno or sono, pur di far cadere Deir-ez-Zor, gli USA bombarono una di tali fortificazioni a beneficio di un’offensiva del califfato, facendo andare in frantumi una tregua in vigore in molte aree del paese.

A quanto pare, quest’incubo per la popolazione finirà presto; già vi sono testimonianze video di festeggiamenti in corso con bandiere nazionali alla mano. Al momento, l’esercito siriano, guidato dai gruppi d’elite delle forze Tigre, è ancora impegnato a liberare il resto della città.

L’esercito regolare, anche grazie al supporto dell’aviazione russa e delle forze speciali di terra russe e iraniane, di Hezbollah e di altri alleati, riesce così a raggiungere il principale obiettivo che si era posto dopo la vittoria di Aleppo.

Va detto che l’impresa è stata possibile con relativa rapidità rispetto a quando è scattata l’offensiva nel deserto, grazie alla diplomazia russo-iraniana, la quale, essendo riuscita a coinvolgere la Turchia nell’implementazione di alcune zone di de-escalation militare, ha permesso a Damasco di concentrare le forze sui fronti contro il Califfato.

Al momento restano comprensibilmente silenti le cancellerie europee e nordamericano e i loro megafoni mediatici.

Quella di Deir-er-Zor, infatti, oltre ad essere una sconfitta catastrofica per l’Isis, ben avviato sul viale del tramonto in Siria e Iraq, è anche una sconfitta per i disegni imperialisti di frazionare la Siria. L’ampio deserto siriano, infatti, è relativamente ricco di petrolio e gas ed è stato più volte nelle mire delle varie potenze protagoniste dell’invasione per procura del paese.

Se, in precedenza, i Saud volevano sostituire l’Isis (o semplicemente operarne un rebrand) con organizzazioni wahabite “legalmente riconosciute” dalle altre potenze, ultimamente gli USA e i paesi dell’UE avevano puntato su due forze sul terreno per provare ad impossessarsi dell’area e, soprattutto, raggiungere Deir-ez-Zor: i ribelli del cosiddetto Free Syrian Army addestrati in Giordania da sud e le Syrian Democratic Forces (alleanza curdo araba costituita prevalentemente dalle Ypg-Ypj curde) da nord; i comandanti di entrambe queste forze, infatti, nei mesi scorsi avevano più volte affermato che spingersi verso la città era un loro obiettivo.

Tuttavia, i primi si sono rivelati deboli e numericamente scarsi; dopo aver subito una lunga serie di sconfitte per mano dell’esercito siriano, di defezioni e fughe verso la Giordania, ora sono raccolti intorno alla guarnigione americana posta ad Al-Tanf senza alcuno sbocco possibile.

Le SDF, invece, stanno concentrando le loro forze su Raqqa e la vittoria, seppure pare ormai inevitabile, non sembra altresì imminente.

La competizione per il confine sirio-iracheno, comunque, continuerà. In ballo vi è da un lato, l’intenzione americana di creare un semi-stato nel nord-est della Siria (anche strumentalizzando le legittime aspirazioni del popolo curdo), magari replicando lo schema iracheno, dall’altro c’è la possibilità che le forze filo-governative siriane entrino in contatto con le forze irachene delle Popular Mobilization Units (PMU), le quali stanno combattendo sull’altro versante del confine.

All’interno delle PMU vi sono brigate legate direttamente all’Iran, i cui miliziani già combattono in un certo numero in Siria al fianco di Damasco e hanno partecipato all’offensiva nel deserto. Pertanto, se il ricongiungimento dovesse avvenire, oltre ad aprire un potenziale canale di rifornimento diretto via terra da Teheran ad Hezbollah via Iraq (prospettiva vista come sale agli occhi da Israele) si avrebbero inevitabili effetti negli equilibri in Iraq e in tutto il vicino oriente.

Quella per il confine sirio-iracheno, dunque, sembra essere la prossima partita strategica di questo conflitto; da verificare, inoltre, se si riaprirà il fronte nel nord est fra Turchia e Ypg, come più volte annunciato da Erdogan (in quel caso SDF ed esercito di Damasco potrebbero cooperare in funzione anti-turca).

Quel che è certo è che negli ultimi mesi il governo siriano ha più che raddoppiato i territorio sotto il proprio controllo frustrando alcuni dei progetti imperialisti.

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29/08/2017

Siria - Damasco avanza ad est; tregua sul confine libanese

Continua ad avanzare l’esercito siriano nella provincia orientale di Deir Ezzor occupata dall’autoproclamato Stato islamico (Is). Ieri, scrive l’Osservatorio siriano per i diritti umani vicino all’opposizione, le truppe del presidente Bashar al-Asad sono penetrate per 13 chilometri nella zona sud-ovest della regione ricca di petrolio partendo dalla cittadina di Sukhnah. Proprio nell’estesa area desertica di Badia che separa Damasco da Deir Ezzor, da maggio l’esercito siriano, con il supporto aereo russo, sta conducendo una vasta campagna militare nel tentativo di liberare il nord est del Paese dal 2014 sotto occupazione del “califfato”. Con la “capitale” siriana dell’Is Raqqa prossima a cadere, l’obiettivo di al-Asad è liberare la parte orientale della Siria così da mettere al sicuro il confine con l’Iraq e porre definitivamente fine all’assedio degli uomini di al-Baghdadi alla città di Deir Ezzor che dura da tre anni.

I progressi compiuti ieri da Damasco sono diretta conseguenza di quelli realizzati qualche giorno fa nell’area centrale della Siria che si estende tra le cittadine di Sukhna e Shaer. Giovedì l’esercito aveva riferito di aver preso possesso di una zona di circa 2.000 chilometri quadrati proprio nella regione desertica di Badia da dove ieri è partita l’avanzata. A Deir Ezzor potrebbero intervenire “nel giro di qualche settimana” anche le Forze democratiche siriane (Sdf) a maggioranza curda e sostenute dagli Stati Uniti. A dirlo alla Reuters è stato il capo del consiglio militare della città, Ahmed Abu Khawla. La scorsa settimana Khawla, che può fare affidamento su circa 4.000 combattenti per lo più arabi, aveva già riferito che i piani per l’assalto a Deir Ezzor sono pronti e che la sua unità ha già “liberato diverse cittadine”.

Mentre si combatte ad est, nell’ovest della Siria al confine con il Libano è stato annunciato un temporaneo cessate il fuoco. La notizia è giunta nelle ore in cui l’ufficiale dell’esercito libanese Abbas Ibrahim annunciava il ritrovamento dei resti di otto soldati libanesi catturati tre anni fa da gruppi jihadisti. Ibrahim ha poi precisato che sei dei cadaveri sono stati trasportati all’ospedale militare di Beirut per determinare le identità delle vittime mentre le operazioni per il recupero degli altri corpi continuano. Manca all’appello solo un soldato il cui destino non è al momento chiaro.

L’individuazione dei resti dei soldati, parte dell’accordo di cessate il fuoco tra l’esercito e i jihadisti, giunge a una settimana dall’inizio della campagna militare lanciata da Beirut per porre fine alla presenza dei miliziani dell’Is nella regione montagnosa a confine tra il Paese dei Cedri e la Siria.

Un’operazione che, affermano fonti militari, ha già prodotto la “bonifica” di 100 chilometri quadrati dalla presenza degli estremisti islamici. L’intesa raggiunta tra le parti prevede anche il trasferimento dei jihadisti e dei loro familiari dell’area nella provincia di Deir Ezzor.

Ai combattimenti per la liberazione del confine siro-libanese dalla presenza jihadista stanno partecipando dal territorio siriano di Qalamun anche i libanesi sciiti di Hezbollah alleati di Damasco (Beirut, però, nega qualunque coordinamento con loro). Ieri è stato anche il “partito di Dio” a confermare lo stop agli scontri in modo da permettere l’implementazione dell’intesa.

La sorte dei 30 soldati e poliziotti libanesi catturati nel 2014 da miliziani collegati ad al-Qa’eda e Is ha molto scosso l’opinione pubblica del Paese dei Cedri in questi anni causando in diverse occasioni proteste e blocchi stradali da parte dei familiari degli ostaggi. I militari furono rapiti durante l’assalto qa’edista e dello Stato Islamico alla cittadina Arsal (a confine con la Siria) in quello che è stato tra i più gravi sconfinamenti della guerra civile siriana in Libano. Quattro militari furono uccisi dai miliziani e un quinto morì per le ferite riportate. Sedici furono poi rilasciati in uno scambio di prigionieri raggiunto nel dicembre 2015.

Resta tesa la situazione in Iraq dove stamattina un’autobomba è esplosa in un mercato affollato nel distretto di Sadr City, nella zona orientale di Baghdad. Il primo bilancio fornito dalle autorità locali parla di sei persone morte. L’attentato, al momento non ancora rivendicato da nessun gruppo ma molto probabilmente compiuto dall’Is, giunge mentre appare ormai prossima la fine dell’occupazione jihadista della cittadina settentrionale irachena di Tal Afar.

22/08/2017

Raqqa. 167 morti in otto giorni sotto le bombe Usa

Un macabro bilancio ci dice che sono più di venti morti al giorno, più di quelli di Barcellona. Sarebbero infatti almeno 167 i civili, di cui 59 minori, uccisi a partire tra il 14 agosto e il 21 agosto sotto i bombardamenti statunitensi su Raqqa, a sostegno dell’offensiva delle forze a predominanza curda che avanzano nella città siriana per strapparla al controllo dell’Isis. Ad affermarlo è l’Ondus. Secondo la stessa fonte, 27 persone sono state uccise domenica e 42 ieri. E’ assai improbabile che le immagini delle conseguenze di questi bombardamenti verranno mai trasmesse dai media mainstream. I bombardamenti Usa prima su Mosul poi su Raqqa, sembrano quasi avvenire in un vuoto pneumatico e invisibile, trattamento assai diverso da quello riservato ad altri soggetti in campo nella guerra a geometria variabile in corso in Siria e Iraq da anni.

Sulla situazione a Raqqa è tornato a farsi sentire anche Erdogan. Il presidente turco ha assicurato che la Turchia ostacolerà qualsiasi tentativo da parte delle milizie curde – che egli ritiene “terroristiche” – di istituire uno stato curdo nella Siria settentrionale. Ankara ha decretato infatti che le Unità di Difesa del Popolo curdo(YPG) e il suo braccio politico, il Partito Democratico Curdo (PYD) sono a suo avviso entità terroristiche. Tuttavia, al momento la Turchia deve tenere conto che gli Stati Uniti stanno sostenendo i combattenti dello YPG nella battaglia contro i jihadisti dello Stato Islamico (Isis) per la liberazione di Raqqa, nel nord siriano. “Non facciamo e non permetteremo mai che un cosiddetto stato sia stabilito dal PYD e lo YPG nel nord della Siria”, ha dichiarato Erdogan in un discorso a Ankara. “Vogliono istituire un corridoio terroristico nella Siria settentrionale che raggiunge il Mediterraneo”.

Si bombarda intanto anche in altri quadranti della Siria. Le forze aeree russe in Siria hanno dichiarato di aver distrutto un grande convoglio di veicoli di jihadisti diretti verso la città siriana di Deir ez-Zor. Secondo il ministero della Difesa russo: “L’aviazione militare russa ha eliminato un altro grande convoglio di militanti dallo Stato Islamico mentre erano diretti verso Deir ez-Sor, dove i terroristi di tutto il mondo cercano di ricongiungersi e di dar vita alla loro ultima roccaforte siriana”, ha detto il ministero citato dalla Tass.

Fonte

24/03/2017

Deir ez Zor, Siria. Un nome che dovrebbe far vergognare tutto l’Occidente

Padre Elias Janji, prete armeno cattolico siriano sui mezzi di informazione occidentali: “I media europei ci hanno tradito, non dicono la verità”.

Deir ez Zor o Deir Ezzor, una città nel governatorato omonimo della Siria orientale, era la settima più grande città del Paese; situata a circa 450 km da Damasco, situata sulle rive del fiume Eufrate, aveva circa 215.000 residenti. La maggioranza dei suoi abitanti è formata da arabi musulmani, oltre a una forte e radicata comunità armena siriana; a Deir ez Zor convivevano tutti insieme sunniti, assiri siriaci, arabi, kurdi e cristiani.

La città era famosa sopratutto per un bellissimo antico ponte sull’Eufrate ora distrutto, e per la “Chiesa Memoriale del Genocidio Armeno”, una chiesa che ricordava il massacro di decine di migliaia di armeni, avvenuto proprio sulle rive del fiume, i quali erano sopravvissuti al genocidio turco, che ogni anno il 24 aprile ospitava migliaia di pellegrini armeni per commemorare il genocidio.

Anche il Ministro degli Esteri armeno Nalbandian ha denunciato questa distruzione e ha invitato la comunità internazionale a intervenire al fianco della Siria contro il terrorismo.

Vi era anche l’importante Museo dove erano custoditi migliaia di pezzi archeologici risalenti al tempo della antica Mesopotamia, anch’esso attaccato e semi distrutto; nel 2015 il governo aveva portato via molti pezzi. Oltre a due Università e un Politecnico, tutto distrutto dai terroristi.
Una città dove oltre 100.000 persone sono intrappolate da tre anni da un assedio dei terroristi dell’ISIS; oltre centomila bambini, donne, anziani senza acqua, cibo, medicine, luce, riscaldamento se non quei pochi approvvigionamenti che l’Esercito Arabo Siriano e le Forze di Difesa Nazionale riescono, mediante via aerea, a far arrivare alla popolazione periodicamente.

Quanti, in questi anni nel nostro paese o in occidente, hanno sentito levarsi voci, articoli, denunce, indignazioni, presidi per questa città martoriata da 5 anni! Una catastrofe umanitaria occultata.

Forse per i cantori dei “diritti umani”, della democrazia, dei “diritti civili”, della “pace” nostrani, queste donne, questi bambini, questi civili di Deir ez Zor, non sono esseri umani?

Forse per i nostri giornalisti “democratici” narrare e documentare la tragedia, non fa indici di ascolto bene accolti? Forse perché in questi anni oltre alla popolazione civile che ha subito orridi massacri di massa, ha avuto a sua difesa e scudo, perdendo centinaia di eroici soldati, soltanto l’EAS, le Forze di Difesa Nazionale e le milizie popolari dei villaggi.

O forse perché dovrebbero raccontare che il 17 settembre 2016 gli USA hanno fatto dei raid aerei su obiettivi ISIS, ma in realtà hanno colpito unità dell’Esercito siriano, uccidendo 62 soldati, nonostante la Russia avesse avvisato i comandi USA, che quello era un sito controllato dal governo di Damasco e ferendone altre decine. Subito dopo (che casualità), l’ISIS ha attaccato l’area conquistandola e tagliando in due la città.

Forse bisognerebbe dire che la resistenza di questi centomila civili e dei 4000 soldati dell’EAS che li difendono è in Siria considerata leggendaria.

Non si deve dire, non si deve sapere, potrebbe far pensare troppi onesti occidentali.

Il primo massacro di massa in questa città era avvenuto il 14 agosto 2014, dopo che le forze locali erano riuscite a respingere e a scacciare dalla città le forze ribelli e l’ISIS.

Questo dopo una lunga battaglia e grazie soprattutto alla Milizia sunnita Shaitat, espressione delle comunità e tribù sunnite locali, la quale nonostante forti pressioni e allettamenti economici, si era schierata senza indugi per la difesa della Siria araba e sovrana, pagando fino ad oggi un altissimo tributo di sangue. Come reazione l’ISIS crocifisse e decapitò in tre giorni circa 700 prigionieri in gran parte di Shaitat.

Oppure come il 17 gennaio 2016 quando l’ISIS ha riportato di aver ucciso oltre 400 civili in un tentativo di spezzare la resistenza di un area orientale della città, difesa dalle milizie locali di autodifesa dei cittadini e da un contingente di soldati.

La tragedia di Deir ez Zor era cominciata fin dall’inizio dell’aggressione alla Siria, quando nella città si verificarono scontri armati tra l’Esercito Arabo Siriano, polizia e gruppi del cosiddetto Esercito Libero Siriano, dell’ISIL, di Al Nusra con la presenza di mercenari stranieri.

Nel Maggio 2015 dopo una pesante offensiva con oltre 14.000 combattenti, l’ISIS prese il controllo delle aree esterne della città, lasciando solamente a trasporti aerei e di elicotteri la possibilità di rifornimenti alimentari e aiuti, oltre al controllo dell’aereoporto militare a pochi chilometri dall’abitato e presidiato da un contingente della 104° Brigata Aviotrasportata, un corpo di elite della Guardia Repubblicana guidata dal Generale druso Issam Zahreddine, un comandante leggendario dell’EAS.

La Russia, il governo siriano e il WFP hanno fornito finora via aerea centinaia di tonnellate di aiuti umanitari; nel 2016 il governo siriano è riuscito a far arrivare cibo e medicine attraverso la Croce Rossa Siriana.

La città ha un ruolo strategico, sia perché è la più ricca provincia petrolifera della Siria orientale, e perché se cadesse in mano all’ISIS unificherebbe i suoi territori iracheni con quelli siriani, e da un punto di vista militare avrebbe notevoli benefici tattici.

Attualmente la situazione militare è in una fase di intensificazione degli scontri, sia sul terreno che dal cielo. Dopo la liberazione di Palmira nei primi di marzo 2017 da parte delle forze governative, ora l’EAS insieme con le milizie popolari e le forze alleate sta dirigendo massicce forze e armamenti verso Deir ez Zor, ponendo l’obiettivo della sua liberazione come prossima tappa per la cacciata dei criminali e terroristi dal paese. Già a metà gennaio altre unità delle forze di elite della Guardia Repubblicana dell’EAS erano state trasportate con elicotteri alla guarnigione dell’aereoporto militare vicino alla città, andando a rinforzare la presenza militare governativa.

Nel frattempo la popolazione siriana della provincia di Deir ez Zor si rivolta contro i mercenari e terroristi e chiede la liberazione al Governo siriano e ad Assad.

Il 18 gennaio 2017 nelle cittadine di al-Mayadeen e al-Ashareh, nel sudest di Deir ez Zor, la popolazione stremata dalla situazione e dall’occupazione dei terroristi e mercenari dell’ISIS e Al Nusra è scesa in piazza attaccando le sedi dei terroristi.

Innalzando bandiere della Siria araba e sovrana, cartelli e foto di Assad hanno marciato per le strade prima di essere dispersa.

A al-Mayadeen la gente ha anche incendiato alcuni veicoli della cosiddetta polizia speciale dell’ISIS.

Il 19 gennaio anche ad Hatleh, un villaggio vicino alla città, un gruppo guerrigliero formato da cittadini del posto, ha attaccato e ucciso 9 terroristi dopo che questi avevano decapitato alcuni civili per una rappresaglia. Dato il terrore instaurato nelle aree occupate, questi sono segnali che la situazione in prospettiva sta cambiando.

Come per Aleppo, Palmira, Maaloula e le altre aree liberate, si avvicina anche per il popolo di Deir ez Ezor e della Siria la liberazione, nonostante il silenzio vergognoso della “stampa libera” occidentale.

Fonte

17/02/2017

Deir Ezzor: coraggio, parliamone

Uomini e donne di ottima volontà. Marciatori e marciatrici. Difensori dei diritti umani. Democratici sdegnati. Pacifisti. Intellettuali della buona causa. Aleppo è andata com’è andata ma comunque è finita e vi trovate un po’ con le mani in mano, con un sacco di energie da investire? Non temete, una ragione per mobilitarsi si trova sempre. Mai sentito parlare di Deir Ezzor?

No? Curioso, perché Deir Ezzor è una città della Siria, non lontana dal confine con l’Iraq, che da due anni e mezzo è assediata dall’Isis. L’Isis quello vero, quello che sgozza la gente all’ombra delle bandiere nere, non i “ribelli moderati”. Da due anni e mezzo, dunque, l’Isis è riuscito a occupare una serie di alture strategiche sul lato della città che ospita l’aeroporto e da lì bombarda e attacca senza sosta. Nell’ultimo mese, poi, i jihadisti hanno addirittura ricevuto rinforzi dall’Iraq (quelli che vanno su e giù nel deserto dell’Iraq, operando contro Palmira e Deir Ezzor senza mai essere visti dagli aerei della coalizione di 67 Paesi messa insieme dagli Usa di Obama e dall’Arabia Saudita di re Salman) e con quelli hanno scatenato un’offensiva che ha aperto un corridoio nelle difese della città.

Il rischio è che i miliziani riescano a tagliarla in due, mettendo così in grave pericolo la resistenza della guarnigione siriana e la sopravvivenza della stessa Deir Ezzor.

Ora... Si sa che molti considerano i soldati siriani dei feroci servi della dittatura e dunque non si fanno soverchie preoccupazioni sulla loro sorte. Però a Deir Ezzor sono assediati da anni anche 100 mila civili che, rispetto alla guerra, ad Assad, all’Isis e a tutto ciò che volete, non sono meno innocenti dei civili di Aleppo Est per i quali avete usato senza risparmio i termini “massacro”, “olocausto”, “strage” e così via.

E a Deir Ezzor questi termini hanno un senso preciso. Giusto un anno fa, l’Isis riuscì a penetrare nella città. Venne infine ricacciato ma fece comunque in tempo ad assassinare più di 300 civili, in maggioranza donne vecchi e bambini, in gran parte sgozzati. Altri 400 civili furono rapiti e poi in parte rilasciati nelle settimane successive. Sono sicuro che non avete perso memoria di una tale strage, nonostante la penosa mancanza, a Deir Ezzor, di pediatri, clown e bambine con la passione di Twitter.

Quei civili massacrati erano le famiglie dei soldati siriani. Voi, che date del nazista anche a Donald Trump, non definireste nazista il comportamento dell’Isis a Deir Ezzor? E cosa c’è di peggio del nazismo? Non è una fantastica occasione per mostrare tutta la capacità di mobilitazione di una società sensibile come la nostra?

Tra l’altro, non lo dico io. C’è pure il bollino di garanzia delle Nazioni Unite, perché l’Unicef ha fatto notare che nella città assediata ci sono 40 mila bambini che rischiano la vita sotto i “bombardamenti indiscriminati” che hanno già ucciso decine e decine di civili. Bambini che a causa dell’assedio dell’Isis sono ridotti a bere l’acqua inquinata dell’Eufrate. Bambini che da due anni e mezzo sopravvivono non per gli aiuti umanitari (che a Deir Ezzor sono cominciati ad arrivare solo nelle ultime settimane) ma grazie ai rifornimenti paracadutati dall’aviazione siriana e russa.

Brutto, no? Ed è una situazione che a Deir Ezzor è particolarmente grave nei numeri ma che si ripete nella sostanza anche a Fua e Kafraya, due città che gli islamisti tengono sotto assedio non lontano da Idlib. È una buonissima causa, certo non peggiore di quella di Aleppo Est, Zabadani e Madaya che, per essere attaccate dall’esercito di Assad, sono diventate immediatamente “città martiri”. Quanti articoli abbiamo letto sui bambini di Madaya costretti a nutrirsi d’erba per non morire di fame? O ci volete dire che i bambini di Deir Ezzor valgono meno?

Quindi ora aspettiamo. Le articolesse, i lamenti in Tv, gli appelli contro l’indifferenza e l’inazione dell’Occidente. Se proprio dovesse servire, possiamo anche trovare un ultimo clown a Deir Ezzor. Aspettiamo con fiducia. Perché la coerenza ha un valore. E l’informazione anche.

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