Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/10/2017

Kurdistan nel limbo, Barzani rinuncia alla presidenza


Proseguirà – così ha scritto in una lettera inviata al Parlamento regionale – a rincorrere, assieme agli amati peshmerga, il diritto di ottenere una nazione kurda, ma per ora Masoud Barzani rinuncia a rivestire l’incarico di presidente del Krg che scade il 1° novembre. Una decisione controversa ma realistica, seguìta alla fase del successo del referendum da lui fortemente voluto e vinto il mese scorso con un consenso del 93%, cui è seguita la minacciosa reazione del governo iracheno. E la minaccia s’è concretizzata in quel movimento di truppe e carri armati giunti sin nel cuore di Kirkuk. Così capitale del petrolio, ripulita dall’Isis a opera dei guerriglieri kurdi, veniva occupata dalle truppe spedite da Baghdad che l’hanno riconquistata senza combattere. I peshmerga, per non cadere in un conflitto fratricida, si ritiravano anche in virtù delle grandi manovre diplomatiche compiute da potenze locali (Arabia Saudita, Turchia e pure Iran) schierate col governo di Abadi. Visto l’abbandono statunitense al suo piano di consolidare il ruolo autonomo della regione del Kurdistan tramite una ratifica dell’indipendenza, Barzani aveva fatto ripiegare le sue milizie. Le elezioni previste per l’inizio di novembre sono state posticipate di otto mesi e ora c’è bisogno di riempire il vuoto d’incarico e di potere.

La richiesta viene da Barzani in persona, l’ha girata al Parlamento del Kurdistan ben conoscendo le difficoltà che essa suscita, in una struttura rimasta bloccata per due anni. Lui, navigato e astuto politico, resta alla guida del Partito Democratico del Kurdistan, forza maggioritaria nei confronti dell’Unione patriottica (che il 3 Ottobre scorso ha perso il vecchio leader Talabani) e del Gorran, formazione d’ispirazione nazional-liberale che ha fortemente contestato il clanismo e la corruzione presenti nella politica kurdo-irachena. Si vocifera che nelle manovre di Barzani senior alberghi il piano di aprire la strada per incarichi superiori a suo nipote, Nechirvan, il cacciatore in doppiopetto, già investito del ruolo di premier del Krg. Il nome in kurdo ha questo significato, mentre la descrizione dell’eleganza riguarda la funzione dei contatti diplomatici finora svolti, assai attivi per perorare la causa della regione autonoma. Tale nepotismo è proprio ciò che l’opposizione del Gorran vorrebbe evitare offrendo segnali di discontinuità alla gestione familistica della rappresentanza e del potere. Ma le ramificazioni tribali dei Barzani sembrano avere gioco facile nei territori di Duhok, Erbil, Sulaimaniya, Halabja, le aree del Krg che hanno offerto un riscontro anche nell’urna alle posizioni del Pdk. Ma è il corto circuito creato sulla scena geopolitica a caratterizzare una situazione che rischia di restare congelata per un periodo indefinito.

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25/10/2017

Iraq - Il Kurdistan congela l'indipendenza e chiede il dialogo

Nella notte è arrivata la mano tesa del Kurdistan iracheno al governo centrale di Baghdad: pronti a congelare i risultati del referendum sull’indipendenza, esattamente ad un mese dal voto del 25 settembre.

La notizia giunge con un comunicato che propone il cessate il fuoco e l’interruzione di ogni operazione militare nella regione del Kurdistan. Non, dunque, direttamente dal presidente Barzani che da settimane ormai non si mostra più in pubblico. Dopo aver raccolto l’entusiasmo della popolazione per un voto consultivo ma comunque storico, il leader del Kdp si è ritrovato isolato all’esterno e all’interno, debole e con i carri armati iracheni alle porte.

“La situazione pericolosa e le tensioni tra forze irachene e forze kurde ci pongono di fronte a responsabilità storiche – si legge nella nota inviata a Baghdad – e ci spingono a evitare una guerra. Pertanto proponiamo l’immediata cessazione delle ostilità e di qualsiasi tipo di operazione militare nella regione del Kurdistan, il congelamento dei risultati del referendum e l’inizio di un dialogo aperto tra il governo kurdo e quello federale sulla base della costituzione irachena”.

Un passo indietro a cui Baghdad per ora non ha risposto ma che significa molto per la leadership di Barzani, costretto ad arretrare dalle difficoltà politiche ed economiche che attanagliano la regione. Con i partiti di opposizione, a partire da Gorran, che ne chiedevano le dimissioni e con il crollo delle esportazioni di greggio verso la Turchia a causa dell’avanzata irachena a Kirkuk, il Kdp rischiava il collasso e la perdita dell’autonomia ottenuta nel 1991.

L’ultimo mese ha visto salire giorno dopo giorno la tensione interna, prima con le minacce di isolamento di Turchia e Iran, poi con il blocco dei voli da e per Erbil e il mandato d’arresto spiccato dalla Corte suprema irachena nei confronti del vice presidente Rasul. E infine con l’operazione militare delle truppe irachene, sostenute dalle milizie sciite, che ha costretto i peshmerga alla ritirata da buona parte delle zone contese, da Sinjar a Diyala.

Domenica il premier iracheno al-Abadi ha detto di non voler alcuno scontro con le forze peshmerga, sebbene ieri alla Reuters un portavoce dell’esercito iracheno avrebbe comunque parlato di un prosieguo dell’avanzata militare: “Le operazioni militari non hanno nulla a che vedere con la politica”, avrebbe detto. Nel mirino ci sarebbe il valico di Fish-Khabur, tra Iraq, Siria e Turchia, al momento sotto il controllo kurdo ma su cui Baghdad vuole imporre la propria autorità. Luogo strategico per le esportazioni di greggio che il governo centrale considera area contesa.

Ma la prospettiva di uno scontro interno appare distruttiva per uno Stato semi-fallito, dove i vertici delle istituzioni non hanno il controllo di tutto il paese e dove la guerra allo Stato Islamico non si è conclusa con la cacciata degli islamisti dalle loro roccaforti.

Intanto, ieri il parlamento autonomo del Kurdistan – dopo la decisione di sospendere le elezioni parlamentari e presidenziali previste per il primo novembre – aveva votato per rinviare il voto di otto mesi. Nessuna data precisa è stata fornita, sebbene fonti del Kdp dicano che a breve i parlamentari indicheranno anche il giorno delle elezioni.

Sospese anche le attività della presidenza, ufficio di cui fa parte Barzani, il vice Rasul del partito rivale Puk e il capo del gabinetto Hussein: un colpo duro per il presidente che nella pratica si è visto negare l’estensione del mandato, già scaduto due volte, nel 2013 e nel 2015.

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24/10/2017

Kurdistan iracheno - Barzani sotto attacco

Non è sicuramente un momento facile per il presidente del governo regionale del Kurdistan (Krg) Masoud Barzani. Dopo aver visto le truppe di Baghdad e le milizie alleate riconquistare, in alcuni casi senza sparare un colpo, i territori che le forze curde peshmerga avevano sottratto dalle mani dello Stato Islamico (Is) dopo sanguinose battaglie, ieri ha subito un duro attacco politico da parte del partito di opposizione Gorran. Gorran (o Movimento per il cambiamento) – che si era opposto in questi mesi al referendum per l’indipendenza perché contrario alla sua tempistica – ha chiesto all’anziano leader curdo di dimettersi, di “sciogliere” il Krg proponendo un “governo di salvezza nazionale”. In un comunicato apparso sul suo sito, Gorran ha accusato Barzani di “essersi rifiutato di ascoltare le nostre istanze e quelle di Baghdad” lasciando così l’intera regione curda “in un terribile crisi”. “Quello che è accaduto ora – recita ancora la nota – non dimostra il fallimento del nostro popolo o della nazione curda. Piuttosto è la sconfitta delle autorità e degli ufficiali che hanno provocato la più grande crisi e disastro per i curdi”.
 
Proprio quel referedum del 25 settembre che Barzani pensava potesse essere il suo capolavoro politico nonché uno strumento per rinsaldare il controllo del suo partito sull’intera regione autonoma curda, si sta rivelando di ora in ora sempre più un enorme errore. Nonostante infatti il pieno sostegno della popolazione (il 92% votò per il Sì alla secessione dall’Iraq), le grandi potenze internazionali – a partire dagli storici alleati Usa – e regionali avevano a più riprese intimato al presidente di non portare avanti il suo piano. Il leader del Pdk non ha dato loro ascolto ed ora è costretto a pagare le conseguenze delle sue decisioni.

Politicamente: perché di fatto è stato isolato (e con lui il Kurdistan iracheno). Il silenzio degli occidentali – quando non le felicitazioni pubbliche – di fronte alle recenti riconquiste del governo centrale iracheno a Kirkuk e nelle altre aree “contese” controllate dai curdi non è casuale. 

Economicamente: se si pensa che le esportazioni di petrolio dal Kurdistan iracheno attraverso il porto turco di Ceyhann si sono più che dimezzate (si viaggia ora sui 200.000-250.000 barili al giorno rispetto ai 600.000 pre-crisi). Per rimediare a questa ingente diminuzione, il governo iracheno ha per ora aumentato le esportazioni a sud, nella regione di Bassora, dove, ha riferito il ministro del petrolio sabato, è stato registrato un aumento nelle esportazioni di 200.000 barili. Baghdad prova a ostentare sicurezza rassicurando gli iracheni che si ritornerà presto alla normalità (lo aveva promesso per ieri, ma questo non si è verificato). Tuttavia questa “normalità” molto probabilmente escluderà il Krg, partner ormai considerato del tutto inaffidabile per il governo centrale.

Dal Kurdistan iracheno le reazioni sono blande: è come se ci fosse la consapevolezza che a rischio non ci sia tanto l’indipendenza della regione quanto l’autonomia stessa ottenuta quasi 30 anni fa. Le tensioni esterne si ripropongono all’interno con le accese polemiche politiche tra i due principali partiti kurdi, il Kdp del presidente Barzani e il Puk dei Talabani, con il primo che accusa il secondo di aver ordinato la ritirata da Kirkuk senza combattere.

Alla crisi interna, non potevano poi mancare le ingerenze esterne. Prima fra tutte quella Usa. Venerdì gli Stati Uniti avevano chiesto a Baghdad di fermare le truppe e di non ingaggiare altri scontri con quelle kurde nelle aree contese precisando però che lo status di queste ultime non sarebbe stato deciso dall’avanzata delle truppe del governo. Pur senza dirlo esplicitamente, Washington, nei fatti, ha aperto ad un negoziato tra Baghdad e Irbil che al momento appare molto difficile. Ad alzare la tensione ci ha poi pensato ieri il Segretario di Stato statunitense, Rex Tillerson. Da Riyadh, dove ha incontrato alti ufficiali del Golfo, Tillerson ha chiesto ai gruppi armati iraniani di lasciare l’Iraq. “Ora che il combattimento contro lo Stato Islamico sta per finire, queste milizie devono tornare a casa. Tutti i combattenti stranieri lo devono fare”.

Si pronuncia Iraq, ma si legge come al solito Iran: la visita del segretario rientra infatti negli sforzi compiuti dalla nuova amministrazione a stelle e strisce e dalle monarchie del Golfo sue alleate per fermare l’influenza iraniana nella regione mediorientale. L’incontro, del resto, giunge a pochi giorni di distanza dalla decisione del presidente Trump di non certificare l’accordo sul nucleare iraniano lasciando che a decidere su questa spinosa questione sia il Congresso.

In questo quadro geopolitico appare ambiguo il ruolo svolto dall’Iraq di al-Abadi: da un lato ha bisogno di Teheran per sconfiggere lo Stato Islamico, dall’altro lato, però, ha sempre più l’occhio rivolto all’Arabia Saudita e agli Usa. La partecipazione di Baghdad ieri ad un vertice con la monarchia wahhabita a cui ha preso parte anche Tillerson certifica nuovamente come la forte rivalità tra i due paesi arabi sia solo un lontano ricordo del passato.

Ore 16:00   L’Iraq respinge la richiesta Usa sulle unità filo-iraniane: “Nessuna interferenza sulle faccende irachene”
Il governo iracheno ha respinto la richiesta fatta ieri dal Segretario di Stato Usa Tillerson secondo la quale le unità paramilitari filo-iraniane presenti in Iraq devono “tornare a casa”. “Nessuno ha il diritto di interferire nelle faccende irachene” si legge in una nota dell’ufficio del premier Haider al-Abadi. “Le unità di mobilitazione popolare sono formate da patrioti iracheni” recita ancora il comunicato.

Le elezioni presidenziali della regione del Kurdistan, intanto, non avranno luogo il 1 novembre perché i partiti politici non sono riusciti a presentare i candidati. A dirlo alla Reuters è stato oggi il capo della commissione elettorale Hendrean Mohammed.

A parlare di Kurdistan iracheno è stato stamane anche il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov. “Capiamo le speranze del popolo curdo così come la loro aspirazione a rafforzare la propria identità e coscienza di sé” ha detto Lavrov durante una conferenza stampa con il suo pari iracheno Ibrahim al-Jaafari. “Tuttavia – ha aggiunto – crediamo che sia giusto che tali desideri e speranze si realizzino solo attraverso il governo iracheno e tenendo presente quale significato abbia la questione curda sul piano regionale cercando di evitare i motivi d’instabilità della regione”.

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21/10/2017

Iraq - Baghdad strappa a Erbil l'intera provincia di Kirkuk

L’intera provincia di Kirkuk è sotto il controllo del governo centrale di Baghdad: dopo la ripresa dell’ultima città del distretto, Altun Kupri, a poche decine di chilometri da Erbil, non ci sono più peshmerga nella principale area contesa del paese.
 
Stavolta, a differenza della città di Kirkuk e di Sinjar, scontri ce ne sono stati: colpi di mortaio e di artiglieria da entrambe le parti sono andati avanti per alcune ore ieri mattina prima della ritirata dei kurdi che, prima di arretrare, hanno fatto saltare in aria il ponte che da Altun Kupri porta alla capitale del Kurdistan iracheno.

Dopotutto le truppe irachene e le milizie sciite sono a soli 25 km da Erbil. Ma non avanzeranno oltre, assicura Baghdad: l’obiettivo, ripetono i vertici iracheni, non è invadere la regione autonoma ma tornare ai confini precedenti al 2014. È intervenuto lo stesso premier iracheno al-Abadi che ha ordinato all’esercito di fermarsi e non entrare a Erbil, ma di rispettare le frontiere ufficiali definite nel 2003 dopo la caduta di Saddam Hussein.

Dal Kurdistan iracheno le reazioni sono blande, nella consapevolezza che a rischio non c’è tanto il referendum per l’indipendenza quanto l’autonomia già ottenuta quasi 30 anni fa. Le tensioni esterne si riverberano all’interno con polemiche politiche tra i due principali partiti kurdi, il Kdp del presidente Barzani e il Puk dei Talabani, con il primo che accusa il secondo di aver ordinato la ritirata da Kirkuk senza combattere.

Alla crisi interna irachena si aggiungono altri attori. Il leader religioso sciita Moqtada al-Sadr ha annunciato ieri l’invio delle sue Brigate della Pace – l’ex esercito del Mahdi, protagonista della resistenza anti-statunitense nel decennio passato – a Kirkuk, a sostegno dell’esercito iracheno. Al fianco, dunque, di quelle milizie sciite legate all’Iran rivali di al-Sadr. Ma il religioso sa di doversi giocare le sue carte dopo aver trascorso gli ultimi anni a togliersi di dosso l’etichetta sciita per indossare i panni del leader nazionale e non settario, che lo hanno portato fino in Arabia Saudita in chiave anti-Iran.

Interviene anche il Dipartimento di Stato Usa, alleato di Baghdad quanto di Erbil, nel mirino di tanti peshmerga che in queste ore affidano alla stampa la rabbia per il mancato intervento della coalizione al loro fianco. Gli Stati Uniti hanno chiesto ieri a Baghdad di fermare le truppe e di non ingaggiare altri scontri con quelle kurde nelle aree contese. Aggiungono però un elemento in pù: le aree contese restano tali, l’avanzata di Baghdad non ne modifica lo status a favore del governo centrale.

Dichiarazioni che dovrebbero aprire al negoziato, un dialogo chiaramente difficile: quelle zone sono le più ricche di greggio dell’intero Iraq, fonte di ricchezza inestimabile. Soprattutto per Erbil in grave crisi economica: dall’avanzata delle truppe irachene su Kirkuk le esportazioni di greggio attraverso l’oleodotto che arriva alla cita turca di Ceyhan sono crollate di due terzi. Meno di 200mila barili al giorno, invece dei 600mila precedenti.

19/10/2017

Kurdistan iracheno - Barzani sospende le elezioni del 1 novembre

La crisi con il governo centrale a Baghdad e gli scontri armati tra Pershmerga curdi e l’esercito governativo per il controllo di Kirkuk, hanno spinto le autorità del Kurdistan iracheno a sospendere i preparativi per le elezioni presidenziali e parlamentari, in programma per il primo novembre. La Commissione elettorale ha prima spiegato di essere in attesa di una decisione in merito del Parlamento curdo che avrebbe dovuto riunirsi ieri ma la seduta è stata rinviata per divergenze tra i partiti riguardo proprio le elezioni. Poi è giunta la decisione di rinviare le consultazioni.
 
E’ una nuova battuta d’arresto per i leader curdi e in particolare per il presidente Massud Barzani sempre più sotto attacco. Il presidente turco Erdogan, un nemico delle aspirazioni curde ma che era stato, per motivi di opportunità, uno dei suoi principali alleati, ieri l’ha criticato pesantemente per avere cercato di impossessarsi di Kirkuk e per avere provocato l’attuale situazione di instabilità con il referendum sull’indipendenza del Kurdistan del mese scorso. “Che diritto avete di fare rivendicazioni su Kirkuk? Che storia avete a Kirkuk?”, ha tuonato il presidente turco. Erdogan ha addirittura invitato la popolazione curda a “punire” i suoi leader, tra cui proprio Barzani. Secondo il ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu, il ritorno di Kirkuk sotto il controllo di Baghdad ha corretto “l’errore” commesso da Erbil, che a suo dire ha “calcolato male” le conseguenze del referendum, immaginando che “avrebbe ottenuto ulteriori guadagni”.

Le forze governative irachene intanto sono arrivate ieri alla diga di Mosul, dove la società Trevi sta effettuando lavori di consolidamento con la protezione di 500 soldati italiani. I Peshmerga curdi hanno ceduto il controllo dell’area all’esercito di Baghdad con “un ordinato trasferimento di poteri”, hanno comunicato le autorità governative, che non ha comportato alcun combattimento. In Iraq le forze di Baghdad, che lunedì avevano ripreso ai curdi la provincia di Kirkuk, ricca di petrolio, hanno continuato ad estendere la loro presenza anche in altre aree che erano state occupate dai Peshmerga durante i combattimenti contro l’Isis, pur non facendo parte della regione autonoma del Kurdistan.

Intanto unità di commando dell’esercito turco continuano l’operazione militare avviata lunedì nell’Iraq settentrionale per impedire, spiega Ankara, “ai militanti del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) di minacciare la sicurezza del confine”. L’operazione Zap, dal nome della regione curdo-irachena dove viene condotta, è il primo intervento di terra contro il Pkk. Nella stessa aerea, la Turchia compie regolarmente attacchi aerei.

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18/10/2017

La variante curda tra Siria, Iraq, Iran Turchia e Usa

La questione curda si fa sempre più intricata nelle sue diversissime articolazioni in Siria e Iraq. Negli ultimi giorni un importantissimo sviluppo si sta avendo in Iraq, dove il Governo di Baghdad è passato alle vie di fatto in risposta al referendum indipendentista tenuto nelle aree controllate dal Governo Regionale Curdo, guidato dal clan Barzani e dal suo Partito Democratico del Kurdistan (PDK), lo scorso 27 settembre; tale referendum è nullo secondo Baghdad, mentre secondo Erbil, dato il risultato che ha premiato il sì all’indipendenza con più del 90% dei voti, ha avviato un processo di sconnessione dell’entità curda dallo stato iracheno.

Pertanto quest’ultimo, dopo aver attuato varie politiche di blocco in collaborazione attiva con Iran e Turchia (fino al 27 settembre storico alleato di Barzani), ha avviato un’offensiva militare per prendere il controllo di alcuni territori che il Governo Regionale Curdo si è annesso nel corso degli anni strappandoli all’Isis prima dei soldati di Baghdad, ma che non sarebbero di sua pertinenza secondo la Costituzione irachena del 2004.

A partire dal 15 ottobre diversi reparti della polizia irachena e dell’esercito iracheno, fra cui le Unità di Mobilitazione Popolare (PMU) di forte influenza iraniana, si sono mossi dapprima verso la città di Kirkuk e l’area petrolifera che la circonda, poi verso Sinjar; la risposta dei Peshmerga, ovvero le milizie del Governo regionale Curdo, è stata molto sporadica poiché essi hanno abbandonato le due aree quasi senza combattere; solo le Hpg, ovvero le milizie del Pkk sono rimaste nelle città ed hanno invitato alla resistenza, anche se non è chiaro se ed in che forme questa sia avvenuta. Fatto sta che ora le città sono in mano al governo centrale.

I portavoce dei comandi USA nell’area hanno affermato di sostenere una soluzione pacifica, ma nei termini della Costituzione, delle dispute territoriali e poi, nel negare ogni ruolo delle PMU, hanno parlato di collaborazione fra peshmerga ed esercito iracheno nel ripristino del controllo di quest’ultimo su Kirkuk e Sinjar.

D’altra parte, ambienti vicini al PDK hanno accusato il partito rivale, ovvero l’Unione Patriottica Curda (PUK), tradizionalmente meno ostile all’Iran e al governo centrale, di aver compiuto un tradimento, come se solo i peshmerga controllati dal PUK si fossero ritirati; il Pkk invece, dal canto suo rivolge questa accusa ad entrambi.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, lo scenario più probabile è che sia stato proprio il voltafaccia americano nei confronti di Erbil (fino a prima considerato alleato molto più affidabile rispetto al Governo Iracheno, troppo influenzato dall’Iran) a determinare la ritirata dei peshmerga dai territori in questione che, è bene tenere presente, sono di popolazione multietnica e non preminentemente curda; a determinare tale spostamento di equilibri, dunque, sarebbe stato il referendum indipendentista di settembre, che ha alienato parzialmente a Barzani alleanze storiche, come la Turchia e, appunto, gli USA. Staremo a vedere se e come il leader nazionalista curdo proverà a correggere la rotta. La situazione rimane fluida ed evolve di ora in ora.

Sul fronte siriano, intanto, le Forze Democratiche Siriane (SDF), composte principalmente dalla formazione curda delle Ypg vicina al Pkk, ma anche da milizie di altre etnie, hanno dichiarato che Raqqa (città a prevalenza arabo-sunnita) è completamente sottratta all’Isis; non sono chiari, al momento, i termini dell’accordo che ha portato all’evacuazione delle ultime centinaia di miliziani del califfato che erano rimasti in città, molti dei quali foreign fighters.

Si pone, così, la parola fine ad una battaglia sanguinosissima che ha visto l’aviazione USA riversare sulla città, a copertura aerea dell’azione delle SDF, tonnellate di bombe in maniera pressoché indiscriminata, senza badare ai danni materiali e alle vittime civili, come riportato da molteplici fonti, spesso anche accondiscendenti nei confronti dell’imperialismo; sono apparse anche evidenze fotografiche e video dell’utilizzo di armi chimiche al fosforo bianco.

Continua intanto, la competizione fra esercito governativo e SDF su un altro fronte e sempre sulle ceneri dell’isis, in lento ma inesorabile decadimento: ovvero la provincia orientale di Deir-ez-Zor, area anch’essa a prevalenza arabo-sunnita. Dopo aver rotto l’assedio del capoluogo e sottratto al califfato la città di Mayadin, Damasco e alleati continuano l’avanzata verso il confine con l’Iraq per giungere all’agognato ricongiungimento con le PMU filo-iraniane, che cambierebbe i rapporti di forza nell’area a proprio favore.

Tuttavia, le SDF, anche a costo di allentare parzialmente l’assedio su Raqqa, hanno concentrato molte forze nell’area per impedire ai soldati di Damasco di varcare l’Eufrate e portarsi verso l’Iraq; in questo sforzo, hanno strappato all’Isis diversi pozzi petroliferi (di cui la zona è ricchissima) e si sono spinte fino all’area industriale di Deir-ez-Zor; lo stato maggiore russo, a tal proposito, ha più volte accusato gli USA di favorire e coprire l’afflusso di miliziani dell’Isis dall’Iraq e da altre zone della Siria per contrastare l’avanzata dell’esercito di Damasco.

Per completare il quadro, il terzo fronte che potrebbe surriscaldarsi a breve è quello della provincia di Idlib, dove la Turchia ha schierato alcuni soldati e pezzi di artiglieria pesante. Lo scopo teorico dell’operazione sarebbe quello di implementare nell’area una zona di de-escalation militare, così come concordato ad Astana con Russia e Iran; pertanto, Ankara dovrebbe appoggiare le varie brigate che si fregiano dei simboli del Free Syrian Army contro Hayat Tahrir al-Sham (HTS), ex Al-Nusra, non compresa negli accordi perché nei fatti legata ad Al-Qaeda.

Tuttavia, i vari gruppi operanti nella provincia di Idlib sono spesso indistinguibili, né la Turchia ha mai contribuito a distinguere i qaedisti dagli altri, poiché ha sempre appoggiato tutti indistintamente; se a ciò aggiungiamo che fonti delle brigate del FSA già parlano di accordi e copertura reciproca fra HTS ed esercito turco, ecco che si può giungere alla conclusione non lontana dalla verità che il vero obiettivo dell’incursione turca potrebbe essere il confinante Cantone di Afrin del cosiddetto Rojava, ovvero l’area controllata dalle Ypg curde.

Tutte queste “micce accese” sono spia del fatto che anche dopo l’eventuale sconfitta completa dell’Isis (non scontata poiché l’imperialismo potrebbe comunque avere interesse a lasciarne in vita qualche focolaio a tempo indefinito) l’effetto destabilizzante e la deriva settaria portati dagli interventi imperialisti nell’area non cesserà; così come non cesserà il tentativo di utilizzare strumentalmente le aspirazioni legittime del popolo curdo per fini differenti.

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Il Kurdistan iraqueno perde Sinjar, lo Stato Islamico Raqqa

di Roberto Prinzi

Dopo Kirkuk è stato il turno oggi di Sinjar, nel nord ovest dell’Iraq: il gruppo yazida Lalesh affiliato alle milizie sciite irachene ha infatti detto di aver preso il controllo della città rivendicata sia dal governo centrale sia da quello autonomo curdo.

Anche qui, come è avvenuto ieri nella città petrolifera di Kirkuk, l’avanzata di forze legate a Baghdad è avvenuta senza lo spargimento di sangue: Lalesh è riuscito ad estendere il suo controllo su tutta Sinjar approfittando del ritiro delle forze peshmerga curde avvenuto nella tarda notte di ieri. Uno scenario ben diverso rispetto a quanto accaduto lo scorso marzo quando si erano registrati in città violenti scontri tra le Unità di resistenza del Sinjar (YBS) e quelle peshmerga, riproposizione locale del più ampio conflitto tra il governo centrale e quello regionale curdo (Krg).

La perdita del territorio da parte curda è stata confermata dal sindaco di Sinjar, Mahma Khalil, che ha fatto sapere che le unità di mobilitazione popolare (Pmu) controllano ora la città. Ma a essere presenti nell’area restano anche i combattenti del partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), tra i protagonisti nel 2015, insieme ai peshmerga, della sua riconquista dalle mani dell’autoproclamato Stato Islamico.

Le forze irachene – secondo quanto ha riferito un ufficiale militare alla Reuters – sono avanzate poi stamane anche nei campi petroliferi di Bai Hasan e Avana dopo che ieri avevano preso possesso di quelli di Baba Gurgur, Jambur e Khabbaz. Giacimenti che, affermano da Baghdad, starebbero già operando regolarmente.

Le recenti ritirate dei peshmerga – che giungono a distanza di tre settimane dal referendum curdo sull’indipendenza che includeva anche alcune aree “contese” da Baghdad e il Krg, a partire da Kirkuk – rappresentano un duro colpo per il presidente della regione curda, Massoud Barzani, che proprio sul voto referendario aveva puntato tutte le sue carte per ricompattare la sua popolazione distogliendola dai problemi reali (corruzione, crisi economica, disoccupazione alle stelle).

Una mossa apparsa già allora un azzardo visto che le potenze regionali e internazionali avevano manifestato sin da subito la loro netta contrarietà all’indipendenza del Kurdistan iracheno e che, di ora in ora, sembra essere stata sempre di più un grosso errore politico. Baghdad, godendo di ampio sostegno, può ora avanzare senza difficoltà in quei territori che i curdi, dopo averli strappati all’Is con costi umani ed economici elevati, volevano far rientrare nel loro stato indipendente.

Sinjar è balzata alle cronache tristemente nell’estate del 2014 perché teatro di una delle più gravi stragi commesse dallo Stato islamico: ancora oggi non si conosce il numero esatto delle persone uccise dalla barbarie jihadista (si parla di migliaia di civili). Senza poi dimenticare le migliaia di donne e ragazze yazide rapite e trasformate in schiave del sesso dai miliziani. Il dramma yazida, con i suoi morti, stupri e le sue lunghe file di rifugiati in fuga disperata dalla città, riuscì a fare breccia per alcuni giorni sulla stampa occidentale mainstream facendo scoprire al mondo, forse per la prima volta in questi termini, la crudeltà e la violenza cieca dello Stato Islamico.

La perdita di un altro pezzo di territorio rivendicato dai curdi giunge mentre la tensione politica nel Kurdistan iracheno continua ad essere alta: ieri uno dei partiti storici della regione, il Puk, è stato accusato dal Kdp del presidente Barzani di “tradimento” per aver ritirato le sue forze di fronte all’avanzata delle truppe irachene. Il Puk, accusa il Kdp, avrebbe negoziato con l’Iran e il governo iracheno lo status di Kirkuk, prima del collasso di ogni possibile dialogo.

Quanto fondamento hanno queste accuse è quanto invece sono strumentali in vista del voto locale previsto tra due settimane? La domanda nasce spontanea. Sempre che, sia chiaro, il voto avrà luogo. Una possibilità su cui non è possibile mettere la mano sul fuoco visto gli sviluppi delle ultime ore. Elezioni che sembrano sempre più minacciate anche dalle casse vuote curde a causa della perdita dei giacimenti petroliferi nel distretto di Kirkuk.

Un dato su tutto: Bai Hassan e Avana producevano da soli la metà dei 600 mila barili giornalieri esportati da Erbil verso l’Europa, via Turchia.

Ore 15:00 Forze democratiche siriane: “Conquistata tutta Raqqa”

Le forze democratiche siriane (Sdf), sostenute dagli Stati Uniti, hanno il pieno controllo della città di Raqqa, la “capitale” siriana dell’autoproclamato Stato Islamico. A riferirlo all’Afp è stato il portavoce delle Sdf, Talal Sello. “Le operazioni militari – ha detto Sello – sono terminate, ma sono in corso ora quelle di pulizia volte a scovare cellule [terroristiche] dormienti e a rimuovere le mine”.

Intervistato dalla Reuters, un residente della città ha raccontato che i combattenti delle Sdf hanno celebrato la vittoria per strada con cori e canti. La vittoria a Raqqa, la cui offensiva era iniziata lo scorso 6 giugno, è il simbolo ormai definitivo della fine, almeno nella sua forma statuale, del “califfato” islamico.

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16/10/2017

Kurdistan, le milizie di Baghdad avanzano su Kirkuk

Puntano su Kirkuk e, come promesso, lo fanno con l’artiglieria. L’esercito di Baghdad ha lanciato stanotte la maggiore offensiva degli ultimi tempi verso la città del petrolio controllata dai kurdi. Secondo un annuncio del governo lo sta facendo “cooperando col popolo kurdo e coi peshmerga”, dunque non contro di essi. La realtà sembra dire altro. Diverse agenzie e l’emittente Al Jazeera informano che i militari e polizia iracheni, assieme alla milizia sciita al-Shaabi, sono in piena area petrolifera, a pochi chilometri a sud dal capoluogo della provincia. Anche un dispaccio militare recapitato alla stampa locale e internazionale annuncia che l’avanzata è in corso e proseguirà. Mentre circolano voci della presenza di numerosi feriti, più tragicamente fonti kurde raccontano di abitazioni civili colpite e di numerose vittime. L’agenzia Reuters, che ha raccolto sul luogo la dichiarazione d’un comandante iracheno, indica in una base aerea a est di Kirkuk – denominata K1 – il primo obiettivo che si prefigge il piano del premier al-Abadi. Fino a due giorni or sono così lui rispondeva a un portavoce dell’amministrazione di Erbil che l’accusava di voler usar la forza come pressione politica “L’idea dell’attacco a Kirkuk era una falsa notizia”. La risposta muscolare attua le minacce scaturite dopo il referendum del 25 settembre scorso, un voto dal valore consultivo ma proiettato verso l’indipendenza della regione del Kurdistan. Questa consultazione, voluta da Masoud Barzani e vinta col 93% dei consensi, trovava discorde la Casa Bianca, diventata nell’ultimo anno il grande sponsor politico oltre che l’armiere dei guerriglieri kurdo-iracheni.

Però l’occupazione peshmerga di Kirkuk e dei suoi giacimenti di idrocarburi, che offrono a chi ne sfrutta e controlla l’estrazione ritorni economici non indifferenti (8 miliardi annui, con l’estrazione di oltre mezzo milione di barili al giorno), è considerata dal governo di Baghdad e dalle componenti alleate un insostenibile smacco. Tanto che al-Abadi ha cercato un alibi per giustificare l’avanzata delle sue truppe: a suo dire Najmaldin Karim, governatore della provincia di Kirkuk, avrebbe aperto i confini a un certo numero guerriglieri del Pkk. Da qui l’attuazione dell’offensiva alla quale, per ora, le forze kurde oppongono una resistenza tattica. Secondo alcune testimonianze attuano una ritirata verso il centro città, sconveniente sul fronte militare e su quello delle risorse, non menzionato da parte kurda. Insomma, secondo Baghdad le manovre con tanto di granate, feriti e, pare, vittime non vengono considerate uno scontro. Entrambi i contendenti usano forniture belliche americane: i tank Abrams sono appannaggio degli iracheni, mentre l’equipaggiamento corazzato di terra kurdo si serve degli Humvee, seppure questi blindati siano in dotazione anche delle truppe di al-Abadi. Stesse armi, stesso fornitore e teoricamente protettore, medesimi ‘consiglieri’ strategici e anche d’Intelligence, di fatto l’amministrazione decisionista Trump usa la medesima ambiguità e doppiezza dell’attendista Obama. Però nel quadro regionale e di quella che sarà la sorte della nazione irachena pesano anche i giudizi russi e iraniani, impegnati sul fronte siriano contro ciò che resta dell’Isis. Di quest’ultimo nemico parla Washington quando richiama Barzani e al-Abadi per evitare conflitti armati. Mentre agli occhi delle potenze regionali turca e iraniana c'è un nemico che continua a restar tale: l’etnìa kurda riottosa e ribelle. Perciò i terreni di scontro, come i fronti delle alleanze, risultano sempre aggrovigliati.

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12/10/2017

Bagdad spicca mandati di cattura per dirigenti kurdi iracheni

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Massoud Barzani si è trincerato dietro un muro di silenzio. Dai suoi uffici non escono dichiarazioni; fuori, giorno dopo giorno sale il livello della tensione con il governo di Baghdad. Un braccio di ferro che per due settimane, dal 25 settembre, data del referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno, si è giocato sul piano verbale, eccezion fatta per l’embargo aereo, cosa non da poco per una regione che sopravvive grazie ai rapporti commerciali con l’esterno.

Da ieri si è spostato sul piano giuridico-politico: il tribunale di al Rufasa (braccio della Corte Suprema) ha spiccato tre mandati d’arresto nei confronti degli organizzatori materiali del voto, la presidente e due membri dell’Alto Comitato per le elezioni e il referendum di Erbil.

La sentenza è giunta su appello del Consiglio di sicurezza nazionale, presieduto dal primo ministro iracheno al Abadi (lo stesso che due giorni fa non ha escluso che una misura simile, il mandato d’arresto, possa essere recapitata anche al presidente Barzani). La motivazione: il mancato rispetto della richiesta della Corte Suprema di sospendere il voto in attesa di verificare tutti i ricorsi che tacciavano il referendum di incostituzionalità.

Nel mirino non c’è solo l’Alto Comitato: lunedì il Consiglio di sicurezza ha redatto una prima lista di nomi di funzionari pubblici, di alto e basso livello, su cui far piovere una qualche punizione penale o amministrativa per aver disobbedito al governo centrale. La risposta da Erbil è arrivata a stretto giro: «Si tratta di una decisione politica», ha dichiarato il Comitato kurdo.

Ci sono pochi dubbi: l’intera questione dell’indipendenza è politica, con le sue ovvie basi economiche. A fare più paura a Erbil è l’eventuale embargo, finora solo minacciato dalle potenze vicine, Iran e Turchia.

I confini terrestri sono aperti e l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan, che da due anni trasferisce il greggio dalla città irachena alla costa mediterranea della Turchia, lavora a regime. Su Kirkuk fa leva Baghdad: il governo iracheno discuterà a breve il taglio del budget federale per la città contesa da decenni e dal 2014 controllata da Erbil, dopo che l’avanzata militare dei peshmerga ne permise la liberazione dalla breve occupazione dell’Isis.

A monte stanno – da allora – i ricavi dalla vendita di petrolio della provincia, la più ricca del paese dal punto di vista energetico, che dal 2015 il Governo regionale del Kurdistan tiene per sé. Lo vende bypassando Baghdad e incassa, sebbene il suo bilancio sia costantemente in rosso, spia che ha acceso le proteste popolari e quelle delle opposizioni al partito di governo Kdp per la «misteriosa» sparizione delle entrate nelle ampie pieghe di corruzione e clientelismo strutturale.

È Kirkuk a restare la principale fonte di tensioni, insieme ai fumi che giorno e notte si alzano dalle sue raffinerie. La misura la dà l’impennata del prezzo delle armi al mercato nero, soprattutto tra arabi e turkmeni, preoccupati dall’eventuale esplosione di un conflitto interno.

Secondo l’agenzia New Arab, dal 25 settembre i costi sono lievitati: un Ak-47 viene venduto a un milione di dinari (725 euro), una Beretta a 845 euro. E impazzano pistole e granate che, dicono i locali, sono le armi requisite ai miliziani dell’Isis catturati nell’operazione in corso a Hawija.

La partita si gioca sui soldi, quelli di cui Erbil ha disperato bisogno alla luce di una grave crisi economica che la attanaglia da almeno tre anni. Barzani affronterà con le tasche sempre più vuote le elezioni parlamentari e presidenziali del primo novembre, che spera di vincere sulla spinta dell’entusiasmo popolare. Si trova di fronte i rivali del Puk alle prese con la scomparsa dello storico leader Jalal Talabani, morto il 3 ottobre a seguito di un ictus che lo aveva allontanato dalla scena politica.

Una perdita che pesa sul futuro politico del partito che Mam Jalal, lo «zio», fondò a metà degli anni ’70 da una costola del Kdp: già provato dall’incapacità di ergersi a credibile alternativa a Barzani (le accuse di corruzione investono anche il Puk che controlla militarmente ed economicamente l’est della regione), manca di un progetto di lungo periodo e ora anche di un leader capace di mantenerlo unito.

06/10/2017

Kurdistan iracheno - I riflessi politici della scomparsa di Talabani

di Francesca La Bella

Messaggi di cordoglio sono giunti alla famiglia e al partito di Jalal Talabani dagli alleati di sempre così come da tutti i principali avversari politici. Il presidente kurdo-iracheno ha proclamato il lutto nazionale e il giorno successivo lo stesso premier iracheno al Abadi ha deciso di seguire l’esempio di Barzani. Nelle stesse ore i maggiori leader mondiali hanno ricordato con parole di stima l’ex presidente dell’Iraq e fondatore dell’Unione Patriottica del Kurdistan (Puk).

Talabani, dal 2005, anno della sua elezione alla presidenza dell’Iraq, aveva assunto un ruolo di mediazione tra le istanze kurde e quelle irachene e, grazie ai legami di lungo corso con Teheran, era riuscito a cementare una rete di alleanze trasversali che attraversava i confini del Krg passando per Sulaymaniyya. L’eredità dell’anziano leader rimane oggi nelle mani del suo partito, nato alla metà degli anni ’70 come scissione del Kdp oggi al Governo, della moglie e dui due figli. Il primo, Bafel, uomo di intelligence fuori dalla scena politica ufficiale e il secondo, Qubad, attuale vice primo ministro del Governo regionale del Kurdistan iracheno.

Una linea di successione solida che dovrebbe portare a non temere uno sconvolgimento degli equilibri interni alla galassia politica kurdo-irachena nonostante la dipartita di Talabani. Il contesto in cui la scomparsa è avvenuta rischia, però, di cambiare in maniera sostanziale l’evolversi degli eventi. Il voto referendario del 25 settembre ha consolidato il potere del Kdp e della famiglia Barzani, riportando nettamente il potere decisionale verso Erbil.

Il Puk e le altre forze di opposizione, come Gorran ad esempio, dopo un’iniziale titubanza hanno deciso di non opporsi al voto e schierarsi a favore del nuovo progetto di indipendenza. Nonostante questo, gli oneri e gli onori della vittoria sembrano essere nelle sole mani del governo in carica che, con la legittimità acquisita con il voto, potrebbero decidere di restringere ulteriormente gli spazi di apertura verso le opposizioni. Le prime avvisaglie si sono già palesate. La costituzione di una nuova entità, il Political Leadership of Kurdistan – Iraq, che gestisca il processo post-referendario ha incontrato l’opposizione sia di Gorran sia del Puk che, per bocca della moglie di Talabani, Hero Ibrahim Ahmed, ha definito l’istituzione del nuovo organo come un “grave errore” dovuto all’errata valutazione della situazione contingente.

La dirigenza del Krg ha, però, proseguito per la sua strada mentre all’orizzonte si profilano le elezioni del prossimo mese. Dopo più di due anni di rinvii, il primo novembre dovrebbero, infatti, tenersi le elezioni parlamentari e presidenziali per il governo della regione autonoma. Non ancora un atto di secessione, ma un tentativo da parte di Barzani e del Kdp di capitalizzare il sostegno ottenuto con il referendum. In questo senso, la debolezza del Puk, incapace in questa fase di essere reale alternativa al partito di governo, potrebbe essere amplificata dallo sbandamento dovuto alla scomparsa di Talabani.

A questo si aggiunga che il contesto d’area non è favorevole alla stabilità politica interna del Krg. L’interdipendenza con gli eventi che coinvolgono la popolazione curda negli altri territori dell’area, in Siria così come in Turchia o in Iran, la competizione tra il modello proposto dal Kdp e quello diffusosi grazie all’azione del Pkk e del Pyd e la chiusura totale dei confini a seguito del risultato referendario pongono i partiti locali davanti a scelte politiche cruciali.

Per un’eventuale rottura con l’attuale (e probabilmente anche futura) maggioranza di governo, le opposizioni, e il Puk in particolare, necessiterebbero di solide relazioni interne e internazionali, di un progetto organico per fare fronte ai numerosi bisogni della società locale e, probabilmente, anche di un leader capace di rendere questo processo accettabile dentro e fuori dai confini del paese.

29/09/2017

Kurdistan - Barzani congela l'indipendenza

Il timore di un isolamento mortale intorno al Kurdistan iracheno cresce tra i vertici del Governo regionale del Kurdistan, il Krg. Secondo quanto riportato stamattina dal quotidiano arabo basato a Londra, Asharq Alawsat, il presidente Barzani avrebbe inviato al vice presidente iracheno, Ayad Allawi, una lettera nella quale si dice “pronto” a cooperare per evitare la rottura.
 
Nella missiva Barzani parlerebbe di un congelamento dell’indipendenza di “due anni durante i quali costruire un dialogo nazionale che affronti tutte le questioni per renderci partner nella costruzione del futuro dei nostri popoli”.

Di due anni di tempo per la realizzazione dell’indipendenza Barzani aveva già parlato prima del voto di lunedì scorso, ma stavolta sembra che i toni siano cambiati. Erbil sta già subendo le prime sanzioni dei potenti vicini ed è consapevole della propria debolezza economica per poter sopravvivere, vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro.

Da oggi alle 18, infatti, i voli da e per la capitale del Kurdistan iracheno saranno sospesi. Da giorni  cittadini stranieri fanno la fila negli scali di Erbil e Suleymaniya per trovare un volo e lasciare la regione, un embargo aereo a cui hanno aderito tutte le compagnie che operano nella zona. La decisione segue all’appello del premier iracheno al-Abadi che ha chiamato all’isolamento di Erbil dopo aver ripetutamente chiesto a Barzani di cedere il controllo degli scali internazionali a Baghdad.

Ma a muoversi di più è la Turchia, alleato di ferro di Erbil che oggi si sente tradito da un passo che non approva perché capace di ribaltare le ambizioni di Ankara nella regione mediorientale. La Turchia non è tanto mossa dalla paura di simili spinte da parte della propria minoranza kurda – Ankara non è Baghdad in termini di potenza militare e il Kurdistan turco non gode dell’autonomia che dagli anni ’90 caratterizza lo status legale del Krg – quanto dal timore di uno sgretolamento dei piani per il futuro dell’Iraq: uno Stato federale diviso in aree amministrative su base etnica in cui una regione autonoma kurda alleata di Ankara sia ponte per gli interessi turchi nell’area amministrativa sunnita.

Ieri il primo ministro turco Yildirim ha chiesto ai governi iracheno e iraniano di incontrarsi per coordinare la risposta  al referendum: “Stiamo pianificando di vederci nel prossimo futuro per coordinare le misure da prendere. Vogliamo un summit a tre”. Il dialogo procede già: Yildirim ha discusso con al-Abadi della questione energetica e, secondo Baghdad, la Turchia ha deciso di acquistare petrolio direttamente dal governo iracheno, bypassando Erbil e l’oleodotto che arriva al porto mediterraneo di Ceyhan.

Insomma, la stessa misura ma al contrario presa qualche anno fa, nel 2015, quando Erbil ha cominciato a esportare in autonomia il greggio di Kirkuk senza condividere vendite e profitti con Baghdad. Un bacino con una capacità di 500mila barili di petrolio al giorno la cui sospensione farebbe collassare la fragile economia kurda, strangolata da una grave crisi economica e mancata auto-sufficienza nel settore agricolo industriale.

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26/09/2017

Kurdistan, le conseguenze del sogno referendario

Sogno gioioso – Fra chi festeggia (i kurdi iracheni) e chi minaccia (Turchia, Iran e ovviamente il governo di Baghdad) si muovono i dati ufficiosi del referendum sull’agognata indipendenza in Kurdistan, compresi i seggi collocati nella preziosa area di Kirkuk. Ha votato il 78% degli aventi diritto e il sì supera il 93%.

I dati ufficiali saranno noti entro giovedì. Le telecamere di numerose emittenti accorse a Erbil mostrano gente gioiosa che celebra un giorno considerato storico, seppure potrebbe risultare l’anticamera d’una deriva anche pericolosa. Basata su nuovi conflitti in casa, ora che lo scontro con lo Stato Islamico pare, se non concluso definitivamente, di certo attenuato. Nel giorno della festa la voce più dura la fa il solito Erdoğan, che pensa sicuramente ai suoi kurdi, tre volte più numerosi, sparsi in più punti dell’Anatolia, seppure il sud-est sia la loro patria mai designata. E minacciosi dopo la ripresa delle ostilità col Pkk, più i dissidenti (Falconi della libertà) quest’ultimi sì usi al terrorismo diffuso.

Per animare la divisione fra i molteplici ceppi dell’etnìa kurda – separata, dopo il ‘tradimento’ del trattato di Losanna, nelle quattro nazioni confinanti (Turchia, Siria, Iraq, Iran) – l’attuale presidente turco aveva da tempo stabilito un rapporto cordiale col più malleabile e filoccidentale dei leader della regione autonoma del Kurdistan: quel Masoud Barzani, nipote e figlio di chi nel nome dei kurdi cercava di ottenere terra e potere.

Barzani nella storia – Questo Kurdistan, solo di recente riconosciuto come regione autonoma, anche in funzione del barcollante assetto di un Iraq lacerato dai conflitti interni dopo la caduta di Saddam Hussein, riceve le sue risorse dalla ricchezza del sottosuolo, principalmente nella provincia contesa di Kirkuk. Terra abitata dall’etnìa, che subì verso la fine degli anni Ottanta una delle operazioni politiche del dittatore iracheno.

Alla pulizia etnica praticata coi gas, s’aggiunse quella della colonizzazione dei luoghi, e nella città del petrolio giunsero frotte di arabi pagati da Baghdad. Le estrazioni dai pozzi di Kirkuk trovano nei Paesi confinanti, specie la Turchia, un canale di distribuzione e commercio, di cui Ankara ora minaccia di chiudere i rubinetti.

Questa, al di là del potere delle armi, è la mannaia che può pendere sulla testa della comunità festante, finora garantita rispetto ai fratelli collocati oltre confine. Un vantaggio finanziario non di poco conto, con una ricaduta distributiva delle ricchezze magari limitata dai capi clan, ma comunque presente. Ecco l’azzardo che l’accelerazione di Masoud Barzani sul tema dell’indipendenza sta introducendo. Però l’ormai settantunenne leader difficilmente farà marcia indietro, spera di poter far scrivere sui libri di storia il conseguimento d’un obiettivo più concreto di quelli raggiunti dal nonno e dal padre. Una questione privata o di famiglia, dunque? Non del tutto. Chiaramente, nelle mosse dell’attuale statista senza Stato, c’è la volontà di dare un senso ad antiche battaglie.

Confederazione – Specie in una fase in cui i colossi mondiali si pongono il problema su cosa fare di una nazione nata, come altre contigue, da accordi coloniali che sembrano aver esaurito il loro percorso temporale. In più con la guerra al Daesh il combattentismo dei kurdi iracheni ha acquisito punti. Cinquemila peshmerga hanno riversato sangue sui propri scarponi messi sul terreno a Mosul, cosa che nessun generale Nato e d’altra coalizione ha ordinato ai militari anti-Isis.

La via intrapresa da Barzani tiene in considerazione tali logiche, sebbene non è detto che possa passare all’incasso geopolitico. Consapevole del valore simbolico del referendum appena concluso e vinto senza stralciare i voti contrari, che s’attestano attorno al 7%, conscio dell’alto peso politico che esso può avere, la tappa futura di Barzani potrebbe rivolgersi al governo di Baghdad, pur col supporto della Comunità internazionale, parlando di confederazione kurda in luogo di regione autonoma.

Non è lo spettro dell’indipendenza che sveglia fantasmi di secessione, aggiungendo un tassello ulteriore all’autogestione, specie se coinvolgerà la zona di Kirkuk, dove i capi kurdi si guardano bene dall’escludere arabi e turcomanni lì presenti, facendo convivere anche fedi islamica e caldea.

I dubbi su un tale percorso risiedono prevalentemente oltre confine. Ancoràti al pericolo dell’effetto domino fra milioni di altri kurdi, divisi geograficamente e politicamente, ma ben vivi in altri sogni. Quelli dei leader delle potenze regionali che non vogliono trasformarli in incubo.

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25/09/2017

Kurdistan, il referendum storico del popolo di Barzani

“Orgoglioso di lanciare il mio voto di primo mattino e partecipare allo storico giorno del Referendum per il Kurdstan”. Così ha twittato stamane, prestissimo, Masoud, l’epigono del clan Barzani e da tempo leader dei kurdi iracheni. Per l’evento esclusivamente consultivo, e nonostante tutto ostacolato dal governo di Baghdad, negato da quelli di Ankara e Teheran, e surclassato dagli stessi amici (di Masoud) americani che non vogliono prestare il fianco all’ennesimo elemento divisivo fra etnìe e nazioni, sono stati approntati più di duemila seggi. Dieci le ore dedicate alle consultazioni e 5.6 milioni gli aventi diritti al voto. In realtà quello è il numero di tutti gli abitanti della regione autonoma del Kurdistan, bambini compresi, ma la cifra citata estende il referendum anche a gente presente nei territori attualmente controllati dai peshmerga. Alla vigilia il premier iracheno Haider al-Abadi aveva annunciato, tramite un messaggio televisivo, che sui promotori del referendum sarebbero ricadute tutte le conseguenze divisive di questo passo elettorale. Ne aveva ribadito l’incostituzionalità, affermando con toni gravi che non si può minare l’unità del Paese.

Ma la posizione fermissima tenuta in primo luogo da Barzani, che gli consente di ricevere l’assenso anche dagli elettori delle frange avversarie dei due partiti di casa (Unione patriottica e Gorran) non esclude il desiderio di dialogo col potere centrale e coi grandi del mondo che scoraggiano lo sfaldamento della nazione. Lui è ottimista e legge il futuro con questi occhi, piuttosto che con aria di scontro. Bisognerà vedere cosa faranno gli altri davanti al risultato, che ufficialmente verrà annunciato domani e dovrebbe vedere una valanga di assensi per la causa dell’indipendenza. Passo comunque non vincolante, seppure simbolicamente significativo. Per ora tre capitali interessate: Baghdad, Ankara, Teheran hanno rispettivamente chiuso i confini di Stato, fatto muovere i carri armati verso la frontiera del Kurdistan, interrotto i voli aerei. Per non far scaldare animi e armi, finora non c’è stata alcuna mossa coercitiva, solo pantomime. Gli esecutivi dei tre Stati sperano che le divisioni partitiche interne facciano da freno alla supremazia che Barzani cerca col referendum. I giorni e le settimane a seguire ci diranno di più.

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17/09/2017

Referendum Kurdistan: Washington lavora per il rinvio

Alleato sì, ma sempre secondo propri interessi e dettami, perciò Washington in queste ore sta spingendo affinché Massoud Barzani e il suo partito (Pdk) mettano da parte la scadenza del referendum d’indipendenza del Kurdistan fissato per il 25 settembre. ‘Non è tempo di voto’ sostengono alla Casa Bianca e qui la frattura diventa netta, perché nel territorio fremono i preparativi con tanto di striscioni e cartelli elettorali. La posizione statunitense non è un diniego, si vuole posticipare la consultazione in una fase meno turbolenta. Però l’affermazione diventa sibillina, visto il crescendo bellico registrato in questi anni nella regione, dove i peshmerga kurdi hanno giocato un ruolo di primo piano nella difesa dei propri territori e nell’offensiva per la riconquista delle aree occupate quattro anni addietro dai miliziani del Daesh. Tutto ciò è stato reso possibile anche grazie agli armamenti ricevuti dal Pentagono, ma la leadership di Erbil si sente in credito coi politici d’Oltreoceano, obamiani o trumpiani che siano. Col referendum, pur limitato ai territori del Kurdistan iracheno, entra in ballo il fattore per un secolo evitato dalla politica coloniale mondiale: la creazione di una nazione kurda. O perlomeno di un suo embrione.


La frammentazione della cospicua comunità in quattro Paesi, le divisioni interne fra i vari ceppi etnici, le ulteriori divisioni politiche fra i kurdi anche dentro la stessa comunità, come accade nella regione irachena, non cancellano il fantasma con cui la geopolitica mondiale non vuole misurarsi. Le nazioni forti del Medioriente infiammato, Turchia e Iran, coinvolte direttamente e per interposte fazioni nella crisi e guerra siriana, sono entrambe contrarie a concedere autonomie locali sia entro i propri confini sia fra i vicini. Egualmente le potenze mondiali americana e russa, attente agli sviluppi del possibile ridisegno mediorientale non gradiscono la frantumazione di due Paesi alleati e protetti: Iraq e Siria. E’ una contraddizione perché di fatto queste nazioni si ritrovano disgregate da terribili guerre, anche fratricide. Il quadro è in divenire, partite e obiettivi differenti s’incrociano su uno scacchiere quanto mai complesso. Washington lavora per conservare il consunto status quo con cui Baghdad riconosce da tempo l’autonomia del territorio del nord, definito Kurdistan. I kurdi, però, accanto al marchio d’indipendenza, vogliono inserire nella regione la provincia di Kirkuk, coi tanti pozzi petroliferi che costituiscono una delle perle del governo centrale iracheno (e delle compagnìe estrattive mondiali che li sfruttano).

Contro quest’ipotesi si schierano anche le minoranze arabe e turkmene presenti in quella fetta di territorio che continua a essere disputato non solo per fini economici e politici, ma di appartenenza etnica. Nei decenni si sono ripetuti contrasti fra clan e comunità con faide e spostamenti di gruppi, occupazioni e demolizioni di case, razzie e vendette. Attualmente il governo di Baghdad non ha l’autorità e la forza militare né del trascorso regime baathista, né della prima fase di transizione. Ma se opponesse un’azione di forza sul tema referendario, magari con l’avallo statunitense, la contrapposizione fra gruppi etnici rilancerebbe un caos violento poco controllabile. E’ l’opzione che teoricamente tutti scongiurano, sebbene in contemporanea ciascuna parte alza la voce senza optare per il dialogo. In più la recente uscita di Trump sulla vicenda: “La questione del referendum kurdo distoglie l’attenzione dall’impegno primario: la lotta all’Isis” anziché compattare le parti, ha gettato benzina sul fuoco visto che mette in discussione un tema caro ai peshmerga, i combattenti sul campo dei miliziani neri. Costoro, dopo gli encomi, cercano l’incasso politico e mercantile.

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25/08/2017

Referendum sul Kurdistan: attese e timori

A un mese dal previsto referendum promosso da Massoud Barzani sull’ipotetica “indipendenza della regione del Kurdistan e di zone fuori dal territorio” (dunque i governatorati di Erbil, Sulaymaniyah, Dohuk più l’ambitissima Kirkuk) la Turchia, che è ferrea oppositrice dell’iniziativa nonostante i discreti rapporti col leader del Partito democratico del Kurdistan (Kdp), ha rilanciato un’azione diplomatica di dissuasione. Il ministro degli Esteri Çavuşoğlu è in queste ore a Baghdad, ospite dell’omologo al-Jaafari, per ribadire l’unicità di due obiettivi. Primo: lavorare per la totale liberazione delle aree tuttora sotto il controllo dell’Isis (piuttosto ridotte rispetto a tre anni fa). Secondo: garantire l’integrità della nazione irachena. Parlare d’integrità per un territorio che, solo nel triennio della nascita del Daesh, ha subìto sanguinose lacerazioni accanto a idee di soluzioni buone per ogni velleità geopolitica, sembra una totale astrazione. Ma pur fra le mille incertezze prodotte dalla condizione di Stato in dissoluzione e dalle strategie per tener congelata (ma esecutiva) una guerra che dal 2003 opprime milioni di persone, chi è interessato all’Iraq e alla sua cospicua ricchezza di petrolio (epigoni delle Sette sorelle del petrolio, Usa, Daesh, petromonarchie e i capiclan dei 5 milioni di kurdi iracheni) il problema se lo pone.

Se lo pongono anche gli ingombranti vicini turchi e iraniani, interessati a un presente che è già futuro, sia nel caso d’implosione di un territorio da tutti invidiato per l’oro nero del sottosuolo, sia per il temibile effetto domino che la scelta dell’autodeterminazione dei kurdi locali potrebbe produrre fra i 15 milioni di kurdi di Turchia e gli 8 milioni presenti nel nord-ovest iraniano. Esorcizzare ed evitare questo passo, ritenuto un pericolo ad Ankara come a Teheran, fa parte della missione di Çavuşoğlu. Dal canto suo con l’attuale referendum, già proposto tempo addietro, Barzani vuol cogliere i frutti d’un momento favorevole per il territorio che amministra in virtù di quelle concessioni statunitensi successive alla prima guerra del Golfo (1991). Una soluzione di passaggio che vedeva gli Usa tutori interessati per tenere una presenza indiretta nella regione, che dal 2003 divenne occupazione. Anche in quel caso Washington fece ricorso al popolo kurdo e alle storie dei massacri da esso subiti nel 1988 su ordine di Saddam Hussein. Il vecchio leader del Kdp lancia lo strumento consultivo anche per rafforzare la propria posizione sullo scenario della dirigenza kurdo-irachena, per limitare le velleità del Movimento per il cambiamento (Gorran) propostosi nelle elezioni locali del 2013 come partito d’opposizione, una novità rispetto allo storico dualismo fra Kdp e Puk (Unione patriottica del Kurdistan).

Eppure Barzani in una recente dichiarazione ha lasciato intendere che la rinuncia al referendum, temuto da turchi e iraniani, potrebbe avvenire solo di fronte a una soluzione alternativa di buona vicinanza. Intuitivamente parlava anche dei vicinissimi dell’amministrazione di Baghdad che in caso di successo del sì, dovrebbe vedersi privata di tutta la fascia settentrionale irachena, controllate, e non da oggi, dai combattenti peshmerga. Del resto la regione autonoma del Kurdistan (Krg), rafforzata sul terreno geopolitico dal 2005, ha ricevuto un ulteriore benestare dal 2014. Gli scontri sui campi di battaglia contro i miliziani dello Stato Islamico sono stati sostenuti dai peshmerga e quest’imprinting politico, suggellato nella lotta, è la carta di credito cui il Krg non vuol rinunciare. Certo, i successi kurdi sono scaturiti scontrandosi casa per casa con un nemico motivato e feroce, ma sono seguiti alle azioni di copertura garantite dall’aviazione Nato. Attualmente l’establishment occidentale sembra preferire l’ingombrante idea dell’autonomia della regione kurdo-irachena a quell’espansione dell’Isis, che in quell’area ha seminato un biennio di lutti e paure. Ma proprio la Casa Bianca, dopo il decennio di distruzioni creato, spinge per una possibile rinascita dell’Iraq. C’è poi appunto la contrarietà turca sul tema dell’autonomia del Kurdistan orientale, cui potrebbe seguire una richiesta di quello orientale: il Rojava.

Sebbene in quest’area la continuità dei cantoni (Efrin-Kobanȇ-Jazira-Șehba) non sia totalmente garantita, per la presenza ancora di sacche controllate dall’Isis, in più occasioni Erdoğan in persona ha minacciato l’uso dell’esercito contro un aggregato politico non gradito, che, a suo dire, minaccia la sicurezza nazionale turca. Non è un segreto come l’elaborazione del progetto politico del Rojava, che esalta l’autonomia territoriale e prospetta una società democratica e paritaria, veda il Partito dell’unione democratica di Siria (Pyd) in stretto rapporto col Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Tracciando un’equazione securitaria il presidente turco spinge affinché anche il Pyd subisca ostracismo e trattamento applicati da anni al Pkk e venga considerato un’organizzazione terroristica. Di mezzo s’è posta la guerra civile siriana, il ruolo giocato dalle determinatissime ‘Unità di protezione popolare’ e di ‘protezione della donna’, che hanno difeso con la vita quei territori, impedendo un’avanzata delle bandiere nere da sud verso nord, confine turco compreso. Così la comunità kurda meno numerosa, quella siriana che conta circa tre milioni di persone, oltre a essere giocoforza mobilitata dagli eventi, risulta altamente politicizzata e determinata, tanto da fare invidia allo stesso Barzani. Su tali divisioni vecchie e nuove, sui disegni politici che separano taluni leader kurdi e il loro seguito, insistono gli altri attori regionali. In una partita riaperta, che può però ripetere i voltafaccia compiuti nella storia del Novecento da potenze grandi e medie per lasciare un antichissimo popolo di oltre trenta milioni d’individui senza patria. Mentre nascevano Kosovo e simili.

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20/01/2017

Iraq - Il muro di Erbil per i nuovi confini curdi

di Chiara Cruciati

Un altro muro si sta sollevando, stavolta a definire la conquista di territorio compiuta negli anni successivi all’avanzata dello Stato Islamico in Iraq. A innalzarlo è il Kurdistan iracheno, come riporta oggi il Guardian: a nord e ad est di Mosul, montagne di terra sono state accumulate a formare una barriera lunga più di mille km.

La barriera correrà da Sinjar, vicino il confine siriano, a Khanaqin, a oriente, nel distretto di Diyala, a pochi passi dalla frontiera con l’Iran. Definirà il territorio sotto il controllo di Erbil. Una mossa che accompagna le dichiarazioni di indipendenza che ormai da tempo caratterizzano la politica kurdo-irachena, ampiamente sostenuta dal vicino alleato turco. Ma è anche una mossa che genererà altre tensioni: da due anni, da quando l’Isis prese Mosul, i peshmerga hanno approfittato della guerra in corso e dell’implosione dell’esercito governativo di Baghdad per ampliare i propri confini verso sud, verso territori che rivendicano come propri.

A partire dalla ricca Kirkuk, città contesa teatro di una violenta arabizzazione sotto Saddam e oggi sottoposta al processo inverso, la kurdizzazione della comunità che ha portato alla fuga o alla cacciata di numerose famiglie arabe. Oggi Kirkuk è gestita amministrativamente da Erbil, controllata dalle sue forze militari, costellata di bandiere kurde e di poster con il volto del presidente Barzani.

Ma Kirkuk non è il limite ultimo: da anni sono in corso scontri violenti tra peshmerga e milizie sciite a sud della città, nella zona di Tuz Khurmatu, dove sono finiti intrappolati nel conflitto interno migliaia di sfollati sunniti scappati dai territori occidentali e da Mosul. E ora gli obiettivi sono le città cristiane di Bartella e Bashiqa, dove i peshmerga stanno consolidando le proprie posizioni dopo la liberazione dal giogo islamista.

Molti, all’epoca della presa di Mosul, mossero accuse aperte ad Erbil: si parlò di un accordo segreto con la leadership del “califfato” che evitasse scontri diretti tra i due con l’Isis più interessato all’inizio ad avanzare verso Baghdad. Ma le difficoltà incontrate dallo Stato Islamico lo hanno fatto ripiegare, spingendolo verso nord-est e aprendo il fronte con il Kurdistan iracheno. Il primo incontro vis-a-vis fu a Sinjar, nell’agosto 2014, dove la popolazione yazidi assistette impotente al massacro con i peshmerga che si davano alla fuga.

Ma nonostante la perdita della piana di Ninawa, oggi i kurdi iracheni controllano un territorio del 40% più ampio di quello pre-2014. L’obiettivo è chiaro: costringere Baghdad, una volta sradicata la presenza islamista da Mosul, a negoziare territorio e maggiore autonomia. Dietro, cane da guardia, c’è la Turchia che non ha mai allentato il sostegno all’alleato kurdo-iracheno, unica realtà kurda con cui fa affari consistenti e tiene rapporti politici continuativi. In chiave anti-Pkk, principalmente, ma anche con lo scopo di impedire una chiara unità politica e amministrativa del futuro Iraq, a maggioranza sciita e sotto l’ala iraniana.

Lo ha ribadito pochi giorni in un’intervista al Washington Post lo stesso presidente Barzani: “Continueremo a esportare petrolio attraverso la Turchia, Baghdad non ha alcun diritto di lamentarsi o criticare visto che ha deciso illegalmente di tagliare il nostro budget”. Una risposta a metà: il taglio del budget è arrivato dopo l’inizio del trasferimento del greggio di Kirkuk verso Ankara.

“La linea su cui siamo oggi è militare, non politica – dice una fonte governativa di Erbil – Non faremo alcun compromesso su quanto fatto prima del 17 ottobre [data di inizio della controffensiva su Mosul, ndr]”. Insomma, Baghdad dovrà sedersi al tavolo e accettare le conquiste kurde. Target principale resta proprio Sinjar: Erbil intende assumerne il controllo, una posizione strategica a metà tra Mosul e la Siria, a poca distanza dal confine turco. C’è chi guarda a tanta insistenza come al modo per tenere lontani gli uomini del Pkk e delle Ypg, il cui intervento è stato fondamentale alla liberazione della comunità yazidi.

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04/10/2016

Dal campo di Makhmur. Enclave curda nel cuore del deserto

Case basse in zona desertica, ai piedi di montagne rocciose. Questa è l'immagine in lontananza del più importante campo di profughi kurdi del Bashur. Mossul sullo sfondo, a circa 30 km, importante città ancora in mano a Daesh. Tutto intorno i guerriglieri del Pkk in difesa del suo popolo. Una difesa concentrica totalmente organizzata dai guerriglieri del Pkk dopo l'abbandono, con enorme pericolo per donne e bambini presenti nel campo, dei militari peshmerga, difronte all'attacco di Daesh.

Risale al 1993 l'anno della fuga dei kurdi dalla Turchia e molte sono state le peripezie e le repressioni che hanno subito prima di insediarsi definitivamente, nel 1998, in questo luogo.

Dalla fame, alla sete; dalla lotta con serpenti a sonagli e scorpioni alla persecuzione e l'isolamento per molto tempo, non riconosciuta nemmeno dall'ONU.

Oggi il campo ospita 13.000 persone. Uomini, donne e bambini che qui hanno cercato con fierezza di difendersi e costruire una nuova vita. Kurdi, che non hanno esitato ad organizzarsi socialmente ed istituzionalmente per cercare di sopperire ai bisogni con una società attenta al rispetto e alla partecipazione di tutti.

Dopo aver superato i ferrei controlli di sicurezza dei guerriglieri nei corpi di guardia del campo, incontriamo l'attuale co-sindaco sig. Mehmet, l'ex sindaco Polat, Zeinet responsabile internazionale del campo, sig.ra Kashar resp. sanità e il co-sindaco Haci dell'Assemblea del Popolo. Dopo i rituali saluti, il co-sindaco ci informa che esistono contrasti con il governo federale di Barzani (kurdistan nord Iraq) perché i rifugiati sono vicini alle posizioni del PKK.

“Il campo in questo momento è in sofferenza – ci comunica il co-sindaco Mehemet – perché molti lavori sono stati bloccati e il campo è stato sottoposto ad embargo di aiuti”. Sono, infatti, molte le azioni intraprese dal governo Barzani, per mettere in difficoltà i kurdi di questo campo. Esempio sono il licenziamento di tutti i giovani che lavoravano ad Erbil; l'impossibilità di uscire dal campo perché non sono stati più rilasciati i permessi di soggiorno; sono stati bloccati i permessi di guida con la conseguenza che molti mezzi non possono circolare; 2000 nuovi bambini non sono stati più registrati. Anche per quanto riguarda il loro sostentamento e cura, il grano per il pane viene venduto a prezzo contenuto solo dal governo centrale dell'Iraq e l'ambulatorio UNHCR, prima gestito da loro funzionari, ora è gestito dai giovani medici del campo.

“Per il momento riusciamo ugualmente a mantenerci – ci dicono – con le sole risorse del campo ma siamo preoccupati per il futuro”. Ci illustrano poi il sistema del Confederalismo Democratico applicato nel campo come nel resto del Rojava.

Nel campo, operano due Assemblee istituzionali: una Popolare e una delle Donne. Ogni organo del campo, esempio scuola, l'ospedale o quartiere, ha un suo rappresentante in queste assemblee. Ogni quartiere ha, a sua volta, una sua assemblea dove elabora le richieste da presentare all'Assemblea Popolare. L'Assemblea Popolare viene convocata ogni due mesi, mentre quelle di quartiere, una volta alla settimana. Il campo è stato diviso in 5 zone e ogni zona ha 4 quartieri. I problemi vengono generalmente risolti, nelle assemblee di quartiere ma, se il problema non è risolvibile, viene ridiscusso durante l'Assemblea Popolare. Ogni due anni, c'è il Congresso del campo.

Anche per l'Assemblea delle Donne valgono le medesime modalità con la differenza che, mentre nell'Assemblea Popolare ci sono due co-presidenti: uno uomo e una donna, nell'Assemblea delle Donne il Presidente è uno solo.

Si parla poi del sistema scolastico: gli studenti sono circa 3000 divisi in 5 asili, 4 scuole elementari, 2 medie, 1 liceo e un'Accademia (Università). La prima scuola è stata formata nel 1994 quando i profughi non erano ancora a Makhmur. Nell'Accademia ci sono corsi di giurisprudenza, medicina, storia e altre materie. Per il momento, c'è anche la possibilità di andare a studiare in altre università, ad esempio ad Erbil. I libri di testo vengono redatti dagli insegnati del campo e poi sono distribuiti in fotocopie a tutti gli studenti. Viene rilasciato, al termine del percorso di formazione, un diploma o laurea definito, da parte dell'ONU, “diploma dei rifugiati”. Vengono insegnate due lingue: il kurdo kurmangi (caratteri latini) e l'Inglese, dalla 4° elementare, come seconda lingua. L'ultimo anno di liceo, lo studente può scegliere la lingua kurda sorani in modo da non riscontrare difficoltà se deciderà di andare all'università di Erbil.

Durante l'incontro, ci viene comunicato che è urgente un sostegno economico, data la situazione di guerra esistente, per l'acquisto di medicinali e kit sanitari.

Riguardo al problema dell'amministrazione della giustizia, ci riferiscono che ogni quartiere ha un suo comitato e che il principio, che regola il sistema giudiziario, è quello di recuperare coloro che “sbagliano”. Per la comunità, non si tratta di un reato ma di uno “sbaglio”, richiamando il concetto di responsabilità collettiva e non individuale. Per questo non hanno un sistema carcerario e se il quartiere non riesce a decidere in merito, si va alla decisione nell'Assemblea Generale che isola il soggetto senza però incarcerarlo. Nei casi più gravi, come l'omicidio, la persona viene isolata dalla comunità per un periodo di tempo in modo che l'Assemblea trovi una soluzione con la famiglia dell'ucciso. La questione è molto più complicata ma il principio è quello di cercare di rieducare e non incarcerare. Solo in zone di guerra come il Rojava sono previste “zone di sicurezza” per i nemici di Daesh e per gli stupratori.

Nel primo pomeriggio ci rechiamo all'Accademia delle Donne dove si tengono corsi di vario tipo: sociologia, filosofia, gineologia (scienza delle donne: un insieme di sociologia, di filosofia e antropologia). Si tengono anche corsi per gli anziani di alfabetizzazione. L'accademia delle donne ha contatti con altre organizzazioni europee. Si producono anche testi scritti che vengono poi pubblicati. L'obiettivo di questa accademia è quella di creare un cambiamento culturale nella società. Nella società kurda, infatti, si vive ancora come nella società patriarcale anche se nel campo di Makhmur, questo problema è stato superato. Si sfiora anche il problema del divorzio che viene discusso e risolto nel Comitato di Giustizia.

Una donna del campo può abortire liberamente ma tecnicamente è costretta ad andare all'ospedale di Erbil per mancanza di strutture.

Nel pomeriggio visitiamo la “Casa dei Feriti”. In genere provengono dal Rojava per essere seguiti per la riabilitazione. I casi più gravi, vanno all'ospedale di Sulemania.

“Quello che mi rattristisce di più – ci comunica un guerrigliero – è il non poter più combattere anche se so che la mia lontananza è solo momentanea. Sono consapevole che quello per cui lottiamo nel Rojava, è una battaglia che può aiutare tutti i popoli di questa zona, per la costruzione di un processo democratico”

Prima di lasciare il campo, ci accompagnano in auto sulla montagna lungo le linee di difesa che controllano il campo di Makhmur. Prima di arrivare ci fermiamo presso un avamposto dove incontriamo Gigdem comandante delle YJA STAR, (milizie femminili) di Makmur e Kirkuk, nel movimento da ben 23 anni. La comandante è una donna turca di Sivas. Saliamo poi all'avamposto più alto ove incontriamo guerriglieri uomini e donne giovanissimi. Tra le rocce, un campo da pallavolo allieta momenti di riposo. In lontananza i villaggi e il fumo dei pozzi in fiamme ad opera di Daesh.

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23/08/2016

Siria-Iraq, prove di collaborazione tra Usa e Russia

Le forze speciali irachene hanno avviato oggi un'operazione per strappare ai miliziani jahidisti la cittadina di Qayyarah, postazione sulla riva occidentale del fiume Tigri strategicamente decisiva per la programmata riconquista di Mosul. L'operazione, condotta dal Servizio Antiterrorismo e dall'esercito col sostegno della coalizione militare guidata dagli Usa, è iniziata all'alba e secondo un portavoce "è ancora in corso e sta ottenendo gli obbiettivi prefissati". A Qayyarah e nella zona, secondo diverse fonti, sono intrappolati almeno 15.000 civili esposti alle rappresaglie dei miliziani dell'Isis. Secondo le forze di sicurezza irachene, oltre all'offensiva militare, è stato predisposto un piano per fornire cibo e medicine alle persone "ancora barricate nelle loro case".

Da parte loro i jihadisti dello Stato islamico stanno ricorrendo sempre più spesso ai bambini nei loro attacchi suicidi per carenza di combattenti stranieri. E' quanto scrive il quotidiano panarabo Asharq al-Awsat, citando fonti della sicurezza curde, secondo cui sarebbero circa 1.650 i bambini di età compresa tra 6 e 17 anni addestrati nelle basi di Daesh. Ieri le forze di sicurezza curde hanno arrestato a Kirkuk un ragazzino di 14 anni munito di cintura esplosiva, sventando un attentato nella città dopo quello già messo a segno dal fratello del giovane arrestato in una moschea. I due ragazzi erano stati addestrati a Mosul, roccaforte jihadista in Iraq. Il capo della polizia ha detto al quotidiano che il ragazzino era stato drogato.

Proprio oggi il presidente del Kurdistan iracheno, Massud Barzani, è in visita in Turchia per incontrare il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il premier Binali Yildirim e il ministro degli Esteri Mevlut Cavusolgu. I colloqui vertono proprio sulla situazione in Iraq e in Siria e sul contrasto alla guerriglia del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), osteggiato anche dal governo autonomo curdo dell'Iraq del nord. Secondo la stampa araba i colloqui sul Pkk sono importanti per la Turchia che "sta cercando di ottenere l'aiuto americano per tenere le Unità di difesa del popolo curdo (Ypg) a ovest dell'Eufrate e fuori da Manbij" e il sostegno di Barzani potrebbe risultare positivo in vista della visita ad Ankara del vicepresidente americano Joe Biden, in programma domani.

Sul fronte siriano la prima tregua umanitaria ad Aleppo di 48 ore sarà annunciata dopo aver ricevuto l'appello del Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite Staffan de Mistura per la consegna dei carichi umanitari. Lo ha detto il vice ministro della Difesa della Federazione Russa Anatoly Antonov. "Il Ministero della Difesa russo ha sostenuto l'iniziativa del rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura sull'introduzione di 48 ore di pausa umanitaria per i combattimenti ad Aleppo" ha detto Antonov, il quale ha osservato che il Ministero della Difesa della Federazione Russa insieme con le autorità siriane continuano a condurre operazioni di soccorso umanitario alla popolazione della città di Aleppo.

Intanto le consultazioni tra esperti militari di Russia e Stati Uniti sulla cooperazione in Siria inizieranno questa settimana, mentre si profila l'opportunità dell'ennesimo incontro tra il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il Segretario di Stato americano John Kerry. "La possibilità di tale incontro dipende dai progressi dei negoziati", ha detto una fonte da Ginevra a Interfax, sottolineando che non c'è "nessun ritardo: le trattative inizieranno questa settimana".

Ieri Kerry ha annunciato che avrebbe incontrato Lavrov, dopo una riunione tra diplomatici russi e degli Stati Uniti, che si incontreranno questa settimana. Il ministero degli Esteri russo, a sua volta, ritiene possibile un incontro tra il capo della diplomazia russa Sergei Lavrov e il segretario di Stato Kerry, solo nel caso di alcuni progressi nei colloqui tra esperti dei due Paesi sulla Siria a Ginevra.

Giovedì scorso, la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha detto nel tradizionale briefing a Mosca che il lavoro per coordinare le azioni di Russia e Stati Uniti in Siria è "in una fase cruciale". Inoltre, la portavoce ha detto che esperti russi e statunitensi sono d'accordo sul complesso meccanismo di interazione in Siria. "Ora c'è un difficile e complesso processo da raggiungere, formare, creare. Sia sul piano diplomatico, che militare", ha detto Zakharova, secondo cui Mosca sta facendo "tutto il possibile per garantire che il lavoro quotidiano su questo meccanismo sia completato con successo". In precedenza, una fonte affermato detto che il ministero degli Esteri russo vorrebbe che "l'incontro (Lavrov e Kerry) non sia di protocollo o di natura promozionale, ma riempito di contenuto reale".

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18/03/2016

L'autonomia del Rojava non è la separazione della Siria

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Rojava balla da sola: ieri il Partito dell’Unione Democratica (Pyd) ha annunciato quanto promesso, la nascita di una regione federale nel nord della Siria. I tre cantoni di Kobane, Afrin e Jazira con il loro modello di confederalismo democratico si rendono autonomi da Damasco. Una decisione unilaterale, non legittimata né a livello nazionale che internazionale, ma che avrà conseguenze. Per due ragioni: l’ira del presidente turco Erdogan e la realtà sul terreno.

Le ovvie reazioni alla dichiarazione di ieri sono state di rifiuto. Da parte di tutti: Damasco, Stati Uniti e Turchia hanno criticato, ognuno a modo suo, una mossa considerata affrettata e unilaterale. Ma vanno sempre tenuti in considerazione gli equilibri politici sul campo: Rojava ha saputo dare vita in pochi anni ad un modello funzionante di democrazia dal basso, di cui fanno parte sì i kurdi siriani, ma anche arabi, turkmeni e cristiani. E la loro capacità militare (ma anche ideologica) di resistenza alla macchina da guerra dello Stato Islamico ne hanno fatto un imprescindibile alleato, sia per l’Occidente che per il fronte Mosca-Damasco.

Tanto che ieri, dal meeting del Pyd nella città di Rmeilan, ad Hasakah, è uscito un comunicato nel quale Rojava si dice pronta a proseguire la lotta contro l’Isis al fianco di Usa e forze governative. Perché, ribadiscono, la regione federale resterà parte integrante dello Stato siriano: è stata ribattezzata, infatti, “Sistema democratico federale di Rojava-Siria del nord”.

Nonostante l’attesa presa di posizione di Damasco («una mossa incostituzionale e senza valore», commenta il Ministero degli Esteri siriano), non è campata in aria l’idea che nel futuro della Siria i kurdi ottengano quell’autonomia che rincorrono da decenni e che – dicono da Rmeilan – vorrebbero diventasse un modello per l’intero paese: non una divisione federale su base etnica o religiosa, ma una struttura di governo che si fondi sulla democrazia di base e di autogoverno delle comunità. Un’idea ben diversa dalla divisione federale immaginata dalla comunità internazionale e messa sul tavolo di Ginevra che andrebbe invece a radicare i settarismi interni, invece di risolverli.

La dichiarazione va letta come mossa preventiva da parte di un soggetto che, pur stretto alleato statunitense e russo, è escluso dai negoziati di Ginevra. A tenerli fuori è stato il diktat del presidente-sultano turco che probabilmente ora starà vedendo i sorci verdi. La reazione non dovrebbe tardare ad arrivare, parte integrante della campagna che si abbatte su tutto il Kurdistan storico, dall’Iraq al sud est turco.

Contro il Pyd Ankara si muove da tempo. Non solo abbandonando i civili assediati dall’Isis, non solo facendo passare dalla propria porosa frontiera aiuti agli islamisti. Lo farebbe anche attraverso una vera e propria milizia, “Nipoti di Saladino”, unità di kurdi integrata dentro l’Esercito Libero Siriano. Kurdi contro kurdi: i Nipoti di Saladino ricevono sostegno da Ankara, raccontano loro stessi a Middle East Eye, in chiave anti-Rojava perché contrari al modello politico dei tre cantoni e perché convinti dell’alleanza tra Pyd e governo di Damasco.

L’obiettivo, racconta Mahmoud Abu Hamza, comandante della milizia basata in Turchia, è impedire l’avanzata dell’Isis ma soprattutto evitare ampliamenti territoriali del Pyd. Coperti dall’artiglieria turca, i 600 miliziani kurdi del gruppo (provenienti da villaggi della provincia di Aleppo) avrebbero già assunto il controllo di alcuni villaggi tra Azaz e Jarabulus, corridoio lungo il confine occidentale che la Turchia da tempo considera linea rossa invalicabile dalle Ypg. Le comunità sono state strappate allo Stato Islamico, ieri oggetto del voto della Camera Usa che ha definito quello commesso contro yazidi, cristiani, sciiti iracheni e siriani «genocidio».

Ci sono dei kurdi che al governo turco piacciono: i Nipoti di Saladino, ideologicamente avversi al Pkk, e quelli iracheni con cui Ankara ha intrecciato fruttuose collaborazioni economiche. La Erbil del presidente Barzani, dopotutto, non ha mai nascosto l’intenzione di trasformare l’attuale autonomia in un’indipendenza, finalmente lo Stato del Kurdistan ma nei soli confini iracheni, che tagli fuori Rojava e Bakur. Qui a muoversi sono i movimenti di sinistra legati al Pkk: mentre nel sud est della Turchia la brutale campagna militare in corso spinge sempre più kurdi verso il sogno di un’entità autonoma, in Siria il sogno è una realtà, seppur unilaterale.

La strategia anti-kurda di Ankara – militare, politica, mediatica – non ha fiaccato la resistenza kurda. Eppure Erdogan ci prova, sfruttando dichiarazioni politiche e attentati per portare acqua al mulino della propaganda di Stato. Non funziona: per la seconda volta in poco più di un mese il gruppo separatista kurdo Tak ha rivendicato l’attacco di Ankara di domenica scorsa, come quello del mese precedente a Istanbul, smontando il castello di carte governativo. Poche ore dopo l’esplosione in cui sono morte 37 persone, Ankara si era affrettata ad attribuire la colpa al Pkk e a lanciare una dura rappresaglia a sud est.

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