Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/03/2018
Iraq-Kurdistan. Cambio della guardia a Sengal
Dopo le minacce di guerra turche il PKK consegna il controllo sulla regione yezida a Baghdad. L’esercito iracheno domenica ha fatto ingresso nella regione nord-irachena di Sengal (Sinjar) e ha preso il pieno controllo del confine iracheno-siriano.
Le zone di insediamento della minoranza religiosa degli ezidi in precedenza erano sotto il controllo della guerriglia del Partito dei Lavoratori del Kurdistan PKK, che venerdì a sorpresa aveva annunciato il ritiro dei suoi combattenti. Il PKK è a Sengal dall’estate del 2014.
La sua guerriglia all’epoca, insieme alle Unità di Difesa del Popolo e delle Donne YPG/YPJ, portò decine di migliaia di ezidi attraverso un corridoio di fuga al sicuro dagli attacchi dello Stato Islamico (IS) dalla Siria del nord nell’interno del Paese. »La guerriglia è intervenuta a Sengal per salvare la popolazione ezida da un genocidio. Con il raggiungimento dell’obiettivo di pace e sicurezza a Sengal, la guerriglia viene ritirata da quella zona«, aveva dichiarato l’Unione delle Comunità del Kurdistan KCK, come organizzazione di riferimento del PKK rispetto al suo ritiro. Gli ezidi ora come società organizzata sarebbero in grado di provvedere loro stessi alla sicurezza e alla difesa di Sengal.
In precedenza c’erano state minacce dirette del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan. L’esercito turco avrebbe potuto »una notte fare all’improvviso ingresso a Sinjar per ripulire la regione dal PKK«. Se Baghdad non avesse proceduto contro il PKK nell’Iraq del nord, ci sarebbe stata un’ulteriore »operazione ramo d’ulivo«, aveva dichiarato Erdogan la scorsa settimana facendo riferimento al fatto che l’esercito turco e i suoi mercenari hanno occupato il cantone di Afrin nel nord della Siria.
Che non si trattasse di minacce vuote, lo dimostravano i contemporanei preparativi turchi per operazioni militari nel nord dell’Iraq. Così è stata costruita una nuova base militare in territorio iracheno nella zona di confine iracheno-siriano-turca presso la città di Sidakan. Sulla montagna Kolitar l’esercito turco ha inoltre costruito a pochi chilometri da un campo del PKK, un posto di controllo per l’impiego di droni.
Negli attacchi aerei turchi contro villaggi nel nord dell’Iraq alla fine della scorsa settimana presso Dola Balayan, sono stati uccisi quattro civili sulla via del rientro da un festeggiamento per il Newroz, la festa del capodanno curdo. Gli attacchi mirano a intimidire la popolazione civile »perché la lotta del movimento di liberazione curdo non viene più condotta da un’avanguardia, ma è diventata una lotta di popolo«, ha dichiarato la KCK in proposito.
Mentre il governo regionale curdo dominato dal Partito Democratico del Kurdistan (KDP) ha taciuto, il governo centrale iracheno ha protestato contro questi attacchi all’integrità territoriale del Paese. Baghdad inoltre ha respinto l’illazione del Ministro degli Esteri turco Mevlüt Cavusoglu, che sarebbe stata concordata un’operazione militare congiunta contro il PKK nel nord dell’Iraq.
Per non esporre gli ezidi al rischio di un attacco turco, i funzionari del PKK e rappresentanti del Ministero della Difesa iracheno, nella città di Khan Al-Sur si sono accordati sul ritiro della guerriglia. Parte dell’accordo è che Baghdad dia il consenso a integrare le Unità di Resistenza dello Sengal (YBS) costruite da addestratori del PKK con ezidi locali, nelle forze di intervento irachene. I circa 1.500 combattenti ezidi resteranno di stanza nei territori da loro controllati nell’ovest della regione.
Tuttavia le truppe che agiscono secondo l’ideologia dell’ideologo del PKK Abdullah Öcalan, dovrebbero continuare a disturbare il governo turco. In effetti il Presidente turco per ora si è mostrato indifferente alla dichiarazione di ritiro del PKK. »Noi abbiamo detto che andiamo a Sinjar. Ora l’operazione è iniziata. La lotta è interna e esterna«, ha sostenuto Erdogan sabato davanti a seguaci del suo partito di governo AKP nella città di Trebisonda. Ma sia l’esercito iracheno che il PKK smentiscono l’inizio di un’azione militare in Iraq.
da https://www.jungewelt.de/aktuell/rubrik/ausland.php
tradotto in italiano e pubblicato da Rete Kurdistan
Fonte
18/10/2017
Il Kurdistan iraqueno perde Sinjar, lo Stato Islamico Raqqa
di Roberto Prinzi
Dopo Kirkuk è stato il turno oggi di Sinjar, nel nord ovest dell’Iraq: il gruppo yazida Lalesh affiliato alle milizie sciite irachene ha infatti detto di aver preso il controllo della città rivendicata sia dal governo centrale sia da quello autonomo curdo.
Anche qui, come è avvenuto ieri nella città petrolifera di Kirkuk, l’avanzata di forze legate a Baghdad è avvenuta senza lo spargimento di sangue: Lalesh è riuscito ad estendere il suo controllo su tutta Sinjar approfittando del ritiro delle forze peshmerga curde avvenuto nella tarda notte di ieri. Uno scenario ben diverso rispetto a quanto accaduto lo scorso marzo quando si erano registrati in città violenti scontri tra le Unità di resistenza del Sinjar (YBS) e quelle peshmerga, riproposizione locale del più ampio conflitto tra il governo centrale e quello regionale curdo (Krg).
La perdita del territorio da parte curda è stata confermata dal sindaco di Sinjar, Mahma Khalil, che ha fatto sapere che le unità di mobilitazione popolare (Pmu) controllano ora la città. Ma a essere presenti nell’area restano anche i combattenti del partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), tra i protagonisti nel 2015, insieme ai peshmerga, della sua riconquista dalle mani dell’autoproclamato Stato Islamico.
Le forze irachene – secondo quanto ha riferito un ufficiale militare alla Reuters – sono avanzate poi stamane anche nei campi petroliferi di Bai Hasan e Avana dopo che ieri avevano preso possesso di quelli di Baba Gurgur, Jambur e Khabbaz. Giacimenti che, affermano da Baghdad, starebbero già operando regolarmente.
Le recenti ritirate dei peshmerga – che giungono a distanza di tre settimane dal referendum curdo sull’indipendenza che includeva anche alcune aree “contese” da Baghdad e il Krg, a partire da Kirkuk – rappresentano un duro colpo per il presidente della regione curda, Massoud Barzani, che proprio sul voto referendario aveva puntato tutte le sue carte per ricompattare la sua popolazione distogliendola dai problemi reali (corruzione, crisi economica, disoccupazione alle stelle).
Una mossa apparsa già allora un azzardo visto che le potenze regionali e internazionali avevano manifestato sin da subito la loro netta contrarietà all’indipendenza del Kurdistan iracheno e che, di ora in ora, sembra essere stata sempre di più un grosso errore politico. Baghdad, godendo di ampio sostegno, può ora avanzare senza difficoltà in quei territori che i curdi, dopo averli strappati all’Is con costi umani ed economici elevati, volevano far rientrare nel loro stato indipendente.
Sinjar è balzata alle cronache tristemente nell’estate del 2014 perché teatro di una delle più gravi stragi commesse dallo Stato islamico: ancora oggi non si conosce il numero esatto delle persone uccise dalla barbarie jihadista (si parla di migliaia di civili). Senza poi dimenticare le migliaia di donne e ragazze yazide rapite e trasformate in schiave del sesso dai miliziani. Il dramma yazida, con i suoi morti, stupri e le sue lunghe file di rifugiati in fuga disperata dalla città, riuscì a fare breccia per alcuni giorni sulla stampa occidentale mainstream facendo scoprire al mondo, forse per la prima volta in questi termini, la crudeltà e la violenza cieca dello Stato Islamico.
La perdita di un altro pezzo di territorio rivendicato dai curdi giunge mentre la tensione politica nel Kurdistan iracheno continua ad essere alta: ieri uno dei partiti storici della regione, il Puk, è stato accusato dal Kdp del presidente Barzani di “tradimento” per aver ritirato le sue forze di fronte all’avanzata delle truppe irachene. Il Puk, accusa il Kdp, avrebbe negoziato con l’Iran e il governo iracheno lo status di Kirkuk, prima del collasso di ogni possibile dialogo.
Quanto fondamento hanno queste accuse è quanto invece sono strumentali in vista del voto locale previsto tra due settimane? La domanda nasce spontanea. Sempre che, sia chiaro, il voto avrà luogo. Una possibilità su cui non è possibile mettere la mano sul fuoco visto gli sviluppi delle ultime ore. Elezioni che sembrano sempre più minacciate anche dalle casse vuote curde a causa della perdita dei giacimenti petroliferi nel distretto di Kirkuk.
Un dato su tutto: Bai Hassan e Avana producevano da soli la metà dei 600 mila barili giornalieri esportati da Erbil verso l’Europa, via Turchia.
Ore 15:00 Forze democratiche siriane: “Conquistata tutta Raqqa”
Le forze democratiche siriane (Sdf), sostenute dagli Stati Uniti, hanno il pieno controllo della città di Raqqa, la “capitale” siriana dell’autoproclamato Stato Islamico. A riferirlo all’Afp è stato il portavoce delle Sdf, Talal Sello. “Le operazioni militari – ha detto Sello – sono terminate, ma sono in corso ora quelle di pulizia volte a scovare cellule [terroristiche] dormienti e a rimuovere le mine”.
Intervistato dalla Reuters, un residente della città ha raccontato che i combattenti delle Sdf hanno celebrato la vittoria per strada con cori e canti. La vittoria a Raqqa, la cui offensiva era iniziata lo scorso 6 giugno, è il simbolo ormai definitivo della fine, almeno nella sua forma statuale, del “califfato” islamico.
Fonte
Dopo Kirkuk è stato il turno oggi di Sinjar, nel nord ovest dell’Iraq: il gruppo yazida Lalesh affiliato alle milizie sciite irachene ha infatti detto di aver preso il controllo della città rivendicata sia dal governo centrale sia da quello autonomo curdo.
Anche qui, come è avvenuto ieri nella città petrolifera di Kirkuk, l’avanzata di forze legate a Baghdad è avvenuta senza lo spargimento di sangue: Lalesh è riuscito ad estendere il suo controllo su tutta Sinjar approfittando del ritiro delle forze peshmerga curde avvenuto nella tarda notte di ieri. Uno scenario ben diverso rispetto a quanto accaduto lo scorso marzo quando si erano registrati in città violenti scontri tra le Unità di resistenza del Sinjar (YBS) e quelle peshmerga, riproposizione locale del più ampio conflitto tra il governo centrale e quello regionale curdo (Krg).
La perdita del territorio da parte curda è stata confermata dal sindaco di Sinjar, Mahma Khalil, che ha fatto sapere che le unità di mobilitazione popolare (Pmu) controllano ora la città. Ma a essere presenti nell’area restano anche i combattenti del partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), tra i protagonisti nel 2015, insieme ai peshmerga, della sua riconquista dalle mani dell’autoproclamato Stato Islamico.
Le forze irachene – secondo quanto ha riferito un ufficiale militare alla Reuters – sono avanzate poi stamane anche nei campi petroliferi di Bai Hasan e Avana dopo che ieri avevano preso possesso di quelli di Baba Gurgur, Jambur e Khabbaz. Giacimenti che, affermano da Baghdad, starebbero già operando regolarmente.
Le recenti ritirate dei peshmerga – che giungono a distanza di tre settimane dal referendum curdo sull’indipendenza che includeva anche alcune aree “contese” da Baghdad e il Krg, a partire da Kirkuk – rappresentano un duro colpo per il presidente della regione curda, Massoud Barzani, che proprio sul voto referendario aveva puntato tutte le sue carte per ricompattare la sua popolazione distogliendola dai problemi reali (corruzione, crisi economica, disoccupazione alle stelle).
Una mossa apparsa già allora un azzardo visto che le potenze regionali e internazionali avevano manifestato sin da subito la loro netta contrarietà all’indipendenza del Kurdistan iracheno e che, di ora in ora, sembra essere stata sempre di più un grosso errore politico. Baghdad, godendo di ampio sostegno, può ora avanzare senza difficoltà in quei territori che i curdi, dopo averli strappati all’Is con costi umani ed economici elevati, volevano far rientrare nel loro stato indipendente.
Sinjar è balzata alle cronache tristemente nell’estate del 2014 perché teatro di una delle più gravi stragi commesse dallo Stato islamico: ancora oggi non si conosce il numero esatto delle persone uccise dalla barbarie jihadista (si parla di migliaia di civili). Senza poi dimenticare le migliaia di donne e ragazze yazide rapite e trasformate in schiave del sesso dai miliziani. Il dramma yazida, con i suoi morti, stupri e le sue lunghe file di rifugiati in fuga disperata dalla città, riuscì a fare breccia per alcuni giorni sulla stampa occidentale mainstream facendo scoprire al mondo, forse per la prima volta in questi termini, la crudeltà e la violenza cieca dello Stato Islamico.
La perdita di un altro pezzo di territorio rivendicato dai curdi giunge mentre la tensione politica nel Kurdistan iracheno continua ad essere alta: ieri uno dei partiti storici della regione, il Puk, è stato accusato dal Kdp del presidente Barzani di “tradimento” per aver ritirato le sue forze di fronte all’avanzata delle truppe irachene. Il Puk, accusa il Kdp, avrebbe negoziato con l’Iran e il governo iracheno lo status di Kirkuk, prima del collasso di ogni possibile dialogo.
Quanto fondamento hanno queste accuse è quanto invece sono strumentali in vista del voto locale previsto tra due settimane? La domanda nasce spontanea. Sempre che, sia chiaro, il voto avrà luogo. Una possibilità su cui non è possibile mettere la mano sul fuoco visto gli sviluppi delle ultime ore. Elezioni che sembrano sempre più minacciate anche dalle casse vuote curde a causa della perdita dei giacimenti petroliferi nel distretto di Kirkuk.
Un dato su tutto: Bai Hassan e Avana producevano da soli la metà dei 600 mila barili giornalieri esportati da Erbil verso l’Europa, via Turchia.
Ore 15:00 Forze democratiche siriane: “Conquistata tutta Raqqa”
Le forze democratiche siriane (Sdf), sostenute dagli Stati Uniti, hanno il pieno controllo della città di Raqqa, la “capitale” siriana dell’autoproclamato Stato Islamico. A riferirlo all’Afp è stato il portavoce delle Sdf, Talal Sello. “Le operazioni militari – ha detto Sello – sono terminate, ma sono in corso ora quelle di pulizia volte a scovare cellule [terroristiche] dormienti e a rimuovere le mine”.
Intervistato dalla Reuters, un residente della città ha raccontato che i combattenti delle Sdf hanno celebrato la vittoria per strada con cori e canti. La vittoria a Raqqa, la cui offensiva era iniziata lo scorso 6 giugno, è il simbolo ormai definitivo della fine, almeno nella sua forma statuale, del “califfato” islamico.
Fonte
16/11/2015
Iraq - "Avevamo avvertito Parigi"
di Chiara Cruciati – il manifesto
«Fonti dell’intelligence irachena hanno ricevuto informazioni in merito
ad attacchi terroristici in preparazione in diversi paesi, compresa la
Francia, gli Stati Uniti e l’Iran. E a tutti loro è stato comunicato». A
dirlo, a margine dell’incontro di Vienna sabato sera, è stato il
ministro degli Esteri iracheno al-Jafari. Non ha dato altri dettagli,
soltanto di aver avvertito Parigi.
L’Iraq conosce bene
l’Isis. Lo Stato Islamico qui non ha mai smesso di colpire. Lo ha fatto
venerdì uccidendo 26 persone nella capitale, lo ha fatto di nuovo sabato
sempre a Baghdad. Due giorni fa nel mirino degli islamisti sono tornati
i quartieri sciiti: una bomba è esplosa nel quartiere di Sadr
City, almeno 5 vittime; 21 quelle provocate da un kamikaze che si è
fatto saltare in aria nel sobborgo di Hay al-Amal, a sud ovest della
capitale, durante il funerale di un miliziano sciita morto in scontri
con l’Isis.
Uno stillicidio quotidiano
proseguito sabato sera: sette morti in una serie di attacchi perpetrati
con autobombe nel quartiere di al-Nahza, in quello commerciale di
al-Kariat e nella cittadina di Mahmoudiyah, 30 km a sud di Baghdad, e in
successive sparatorie contro un veicolo militare nel quartiere di
Jabour e nella città meridionale di Latifiyah. E di nuovo ieri: nel
centrale quartiere di Allawi, nella capitale, due persone sono rimaste
uccise da un’esplosione avvenuta di fronte ad alcuni negozi.
Una strage continua: secondo
le Nazioni Unite solo ad ottobre in Iraq sono state uccise in atti di
terrorismo 714 persone (di cui 559 civili), altre 1.269 sono rimaste
ferite. Baghdad resta il target: ben 298 vittime, oltre il 50%, si sono
registrate nella capitale. A dimostrazione che lo Stato Islamico non
resta confinato nel territorio che ha conquistato ma riesce a coordinare
cellule anche a est e a sud del paese. La linea del fronte tra
Isis e governo iracheno e tra Isis e Kurdistan è stata lentamente
spostata verso ovest, dopo le fondamentali vittorie di Tikrit e Sinjar.
Gli islamisti cedono terreno, poco, ma vincono nella frammentazione del
paese, sempre più diviso al suo interno tra comunità etniche e
religiose, vittima sacrificale delle violenze perpetrate da milizie
sunnite e milizie sciite, dagli scontri per il territorio tra governo
centrale e peshmerga kurdi.
Ieri a Kirkuk alcuni residenti riportavano al manifesto
di scontri in corso da alcuni giorni nei villaggi a sud della città,
che il Governo Regionale del Kurdistan ha strappato un anno fa al
controllo di Baghdad. Da sempre città contesa, comunità kurda in cui
Saddam trasferì arabi sunniti per cambiarne la demografia e avvalersi
delle ricchissime risorse petrolifere, è ancora oggi teatro di scontri
tra peshmerga e milizie sciite. Che per ora si svolgono a sud della
città: si registrano scontri a fuoco quotidiani, da alcuni giorni, nei
villaggi intorno a Tuz Khurmato tra soldati di Erbil e milizie sciite.
A pagare le spese di un conflitto totale sono i civili. L’ennesimo orrore è stato scoperto ieri dalle forze armate kurde: due
fosse comuni poco fuori Sinjar, la città appena liberata dalla
morsa dello Stato Islamico. La prima contiene 78 corpi di anziane
donne, la seconda tra 50 e 60 cadaveri, donne, uomini, bambini. Secondo
il sindaco della città, si tratterebbe di donne del vicino villaggio di
Kocho, che un anno fa furono separate dalle più giovani, vendute come
schiave.
Pochi i dettagli che giungono
dalla zona a causa – dicono i residenti – dei lavori di identificazione
di ordigni inesplosi, sinistro lascito degli islamisti che per oltre un
anno hanno affamato, massacrato e schiavizzato la popolazione yazidi.
«Queste persone sono state uccise
con colpi di pistola e poi seppellite qui durante l’invasione dello
Stato Islamico, lo scorso anno», ha raccontato all’Ap Qasim Samir,
direttore dell’intelligence a Sinjar aggiungendo che – purtroppo – non
si tratta di una novità: già in passato altre fosse comuni erano state
scoperte nella zona dopo il passaggio degli islamisti.
13/11/2015
Sinjar, la battaglia della riconquista
Yazidi all’attacco per riprendersi la propria città. Non da soli, li coadiuvano guerriglieri peshmerga e soprattutto i raid aerei dell’aviazione statunitense che bombardano le postazioni dell’Isis. Sinjar, che si trova sotto un’arida montagna dalla stessa denominazione, è da stamane sotto il controllo delle forze anti Isis. La località rappresenta un importante snodo viario per le geometrie strategiche dei miliziani islamici, perché con l’autostrada 47 mette in collegamento quella che è considerata dal capitale del Califfato, Raqqa, con la città di Mosul. Sedici mesi fa i fondamentalisti nello sferrare l’offensiva a Sinjar avevano usato ogni tattica mirata a far terra bruciata, uccidendo uomini, stuprando e catturando donne da inserire nel proprio mercato del sesso, allontanando con estrema violenza la popolazione dalla località così da non avere intralci per un disegno geostrategico volto a cancellare il confine fra Siria e Kurdistan iracheno. E creare lo spostamento indisturbato di armi, uomini e merci fra i fronti orientale e occidentale.
Secondo dati forniti dal Washington Post, che riporta note diffuse dal Dipartimento della difesa americano, a Sinjar ci sarebbero almeno 400 jihadisti dotati anche di armi pesanti; altrettanti sono i volontari yazidi inquadrati nei copiosi battaglioni peshmerga (oltre settemila unità) desiderosi di prendersi una rivincita sulla disfatta dell’agosto 2014 che aprì le porte ai sogni di Al Baghdadi di creare concretamente uno Stato Islamico, occupando e controllando un territorio. Nei mesi scorsi quella parte della popolazione yazida che non è riparata nei campi profughi turchi, o finita sui canotti della migrazione disperata verso le isole del Dodecaneso, s’era rifugiata nell’area montuosa che sovrasta la città, rischiando fame e stenti, prima d’essere raggiunta dai guerriglieri kurdo-iracheni. Ora spera in un ritorno stabile nel territorio d’origine. L’avanzata dei peshmerga è stata rapida, ma prende precauzioni soprattutto contro attentati di kamikaze.
Un’arma che il Daesh ha iniziato a usare diffusamente, come dimostrano le stragi di Suruç, forse quella di Ankara, e sicuramente le deflagrazioni di ieri sera nella cintura sciita di Beirut (Burj el-Barajneh) che hanno fatto 43 vittime e 180 feriti. Un massacro diretto contro il ruolo di Hezbollah e mirante ad aprire un nuovo fronte verso il Libano, già investito da schermaglie di fuoco nella valle della Beqa. Secondo note di fonte militare Nato diffuse dalla Cnn l’offensiva su Sinjar rappresenterebbe il prodromo di un’operazione a più ampio spettro che, dopo bombardamenti, giungerebbe a un copioso intervento di terra. Non si svela, però, di quale nazionalità sarebbero le truppe impegnate, visto che l’attuale conflitto nella zona è sostenuto esclusivamente dalla guerriglia kurdo-irachena. Lì quella che fa capo a Barzani (Kdp) e a Talabani (Puk), nell’area del Rojava dai combattenti diretti dal Partito dell’Unione Democratica.
Fonte
Secondo dati forniti dal Washington Post, che riporta note diffuse dal Dipartimento della difesa americano, a Sinjar ci sarebbero almeno 400 jihadisti dotati anche di armi pesanti; altrettanti sono i volontari yazidi inquadrati nei copiosi battaglioni peshmerga (oltre settemila unità) desiderosi di prendersi una rivincita sulla disfatta dell’agosto 2014 che aprì le porte ai sogni di Al Baghdadi di creare concretamente uno Stato Islamico, occupando e controllando un territorio. Nei mesi scorsi quella parte della popolazione yazida che non è riparata nei campi profughi turchi, o finita sui canotti della migrazione disperata verso le isole del Dodecaneso, s’era rifugiata nell’area montuosa che sovrasta la città, rischiando fame e stenti, prima d’essere raggiunta dai guerriglieri kurdo-iracheni. Ora spera in un ritorno stabile nel territorio d’origine. L’avanzata dei peshmerga è stata rapida, ma prende precauzioni soprattutto contro attentati di kamikaze.
Un’arma che il Daesh ha iniziato a usare diffusamente, come dimostrano le stragi di Suruç, forse quella di Ankara, e sicuramente le deflagrazioni di ieri sera nella cintura sciita di Beirut (Burj el-Barajneh) che hanno fatto 43 vittime e 180 feriti. Un massacro diretto contro il ruolo di Hezbollah e mirante ad aprire un nuovo fronte verso il Libano, già investito da schermaglie di fuoco nella valle della Beqa. Secondo note di fonte militare Nato diffuse dalla Cnn l’offensiva su Sinjar rappresenterebbe il prodromo di un’operazione a più ampio spettro che, dopo bombardamenti, giungerebbe a un copioso intervento di terra. Non si svela, però, di quale nazionalità sarebbero le truppe impegnate, visto che l’attuale conflitto nella zona è sostenuto esclusivamente dalla guerriglia kurdo-irachena. Lì quella che fa capo a Barzani (Kdp) e a Talabani (Puk), nell’area del Rojava dai combattenti diretti dal Partito dell’Unione Democratica.
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