Si usa dire, ed è sempre vero, che in guerra la prima vittima è la verità. La propaganda prende il sopravvento perché ogni parte ha bisogno di magnificare i propri successi e minimizzare i danni subiti.
Detto questo, sono ben poche le notizie confermate. Lo è certamente quella del cacciatorpediniere iraniano affondato al largo dello Sri Lanka. Non tanto per il video in soggettiva rilasciato dal Pentagono (con l’intelligenza artificiale si può fare quasi di tutto), quanto per le testimonianze dei soccorsi in mare. La nave non costituiva nessun “pericolo immediato” per gli Usa, visto che si trovava a migliaia di chilometri dal teatro di guerra, dopo un’esercitazione di routine condotta insieme alla flotta indiana.
Non si capisce invece quanto sia vero o solo propaganda quella per cui “migliaia di combattenti curdi” sarebbero già pronti alla frontiera dell’Iran per svolgere quell'“offensiva di terra” che gli statunitensi non vorrebbero dover attuare direttamente, vista l’impopolarità interna di perdite proprie.
Sarebbe certo una prova di idiozia conclamata da parte curda, che solo pochi giorni fa sono stati ancora una volta usati e abbandonati dagli Stati Uniti nel Rojava, perché ora l’ex capo dell’Isis Al Jolani è anche formalmente un “alleato affidabile” in Siria. Oltretutto, qualche migliaio di peshmerga iracheni – i curdi con minor pratica di combattimento, negli ultimi anni – sarebbero poco più che una spina nel fianco per l’esercito iraniano e i pasdaran.
Certa invece l’ennesima invasione del Libano da parte di Israele, venduta come “rappresaglia per i razzi” sparati da Hezbollah, a conferma che il progetto di “Grande Israele” è l’unica idea nella testa dei genocidi a Tel Aviv.
Per il resto, bombardamenti da una parte, missili e droni dall’altra, con la forte ipotesi che alcuni attacchi contro raffinerie dei Paesi del Golfo siano in realtà operazioni “falsa bandiera” di Israele.
L’Iran nega il lancio di un missile verso la Turchia
Lo stato maggiore delle forze armate dell’Iran ha rilasciato una dichiarazione che nega di aver sparato qualsiasi missile verso la Turchia, che ieri ha detto che le difese della NATO hanno abbattuto un missile dall’Iran mentre si dirigeva nel suo spazio aereo.
“Le forze armate della Repubblica islamica dell’Iran rispettano la sovranità del paese vicino e amico, e negano qualsiasi lancio di missili verso il territorio di quel paese”, ha detto la dichiarazione dell’esercito iraniano, portata dall’agenzia di stampa iraniana Mehr.
Il missile si è avvicinato allo spazio aereo turco dopo aver sorvolato l’Iraq e la Siria, secondo il ministero della Difesa di Ankara.
Nessuna trattativa di Teheran con gli Usa
Un funzionario iraniano ha categoricamente negato le notizie dei media precedenti secondo cui Teheran ha inviato un messaggio agli Stati Uniti.
“Nessun messaggio è stato inviato dall’Iran agli Stati Uniti e l’Iran non risponderà ai messaggi inviati dalla parte americana”, ha detto il funzionario iraniano all’agenzia di stampa Tasnim giovedì.
Il funzionario ha ribadito che le Forze armate dell’Iran si sono preparate per una lunga guerra.
La dichiarazione è arrivata dopo un precedente rapporto del sito web Axios che afferma che l’Iran ha inviato messaggi agli Stati Uniti negli ultimi giorni, ma non ha ricevuto una risposta.
I problemi di tenuta in Israele
L’esercito israeliano ha lanciato attacchi contro le infrastrutture governative in Iran mentre cerca di intercettare più missili iraniani in arrivo così come il lancio di razzi e droni dal Libano. Questo sta mettendo alla prova le capacità di Israele e la tolleranza del pubblico israeliano.
La gente in Israele si è svegliata alla notizia che ci sarebbe stato un certo allentamento delle restrizioni agli incontri pubblici e qualche ritorno alla normalità nei luoghi di lavoro. Ciò significa un po’ di sollievo per gli israeliani a cui viene detto dal loro governo che si sta facendo di tutto per limitare la capacità dell’Iran di vendicarsi.
C’è stato, sembra, un calo nel numero degli attacchi, ma l’Iran sta usando ora missili di livello superiore che sono più grandi e causano più danni quando cadono, anche quando vengono intercettati.
Si prevede che il costo dei danni sarà di circa 2 miliardi di dollari solo nella prima settimana. Questo è in aggiunta al costo dello sforzo bellico stesso. Quindi ci sono sforzi per mitigare alcune di queste perdite tornando all’attività economica, tra cui il rimpatrio degli oltre 100.000 israeliani sfollati.
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05/03/2026
30/10/2017
Kurdistan nel limbo, Barzani rinuncia alla presidenza
Proseguirà – così ha scritto in una lettera inviata al Parlamento regionale – a rincorrere, assieme agli amati peshmerga, il diritto di ottenere una nazione kurda, ma per ora Masoud Barzani rinuncia a rivestire l’incarico di presidente del Krg che scade il 1° novembre. Una decisione controversa ma realistica, seguìta alla fase del successo del referendum da lui fortemente voluto e vinto il mese scorso con un consenso del 93%, cui è seguita la minacciosa reazione del governo iracheno. E la minaccia s’è concretizzata in quel movimento di truppe e carri armati giunti sin nel cuore di Kirkuk. Così capitale del petrolio, ripulita dall’Isis a opera dei guerriglieri kurdi, veniva occupata dalle truppe spedite da Baghdad che l’hanno riconquistata senza combattere. I peshmerga, per non cadere in un conflitto fratricida, si ritiravano anche in virtù delle grandi manovre diplomatiche compiute da potenze locali (Arabia Saudita, Turchia e pure Iran) schierate col governo di Abadi. Visto l’abbandono statunitense al suo piano di consolidare il ruolo autonomo della regione del Kurdistan tramite una ratifica dell’indipendenza, Barzani aveva fatto ripiegare le sue milizie. Le elezioni previste per l’inizio di novembre sono state posticipate di otto mesi e ora c’è bisogno di riempire il vuoto d’incarico e di potere.
La richiesta viene da Barzani in persona, l’ha girata al Parlamento del Kurdistan ben conoscendo le difficoltà che essa suscita, in una struttura rimasta bloccata per due anni. Lui, navigato e astuto politico, resta alla guida del Partito Democratico del Kurdistan, forza maggioritaria nei confronti dell’Unione patriottica (che il 3 Ottobre scorso ha perso il vecchio leader Talabani) e del Gorran, formazione d’ispirazione nazional-liberale che ha fortemente contestato il clanismo e la corruzione presenti nella politica kurdo-irachena. Si vocifera che nelle manovre di Barzani senior alberghi il piano di aprire la strada per incarichi superiori a suo nipote, Nechirvan, il cacciatore in doppiopetto, già investito del ruolo di premier del Krg. Il nome in kurdo ha questo significato, mentre la descrizione dell’eleganza riguarda la funzione dei contatti diplomatici finora svolti, assai attivi per perorare la causa della regione autonoma. Tale nepotismo è proprio ciò che l’opposizione del Gorran vorrebbe evitare offrendo segnali di discontinuità alla gestione familistica della rappresentanza e del potere. Ma le ramificazioni tribali dei Barzani sembrano avere gioco facile nei territori di Duhok, Erbil, Sulaimaniya, Halabja, le aree del Krg che hanno offerto un riscontro anche nell’urna alle posizioni del Pdk. Ma è il corto circuito creato sulla scena geopolitica a caratterizzare una situazione che rischia di restare congelata per un periodo indefinito.
Fonte
21/10/2017
Iraq - Baghdad strappa a Erbil l'intera provincia di Kirkuk
L’intera provincia di Kirkuk è sotto il controllo del governo
centrale di Baghdad: dopo la ripresa dell’ultima città del distretto,
Altun Kupri, a poche decine di chilometri da Erbil, non ci sono più
peshmerga nella principale area contesa del paese.
Stavolta, a differenza della città di Kirkuk e di Sinjar, scontri ce ne sono stati: colpi
di mortaio e di artiglieria da entrambe le parti sono andati avanti per
alcune ore ieri mattina prima della ritirata dei kurdi che, prima di
arretrare, hanno fatto saltare in aria il ponte che da Altun Kupri porta
alla capitale del Kurdistan iracheno.
Dopotutto le truppe irachene e le milizie sciite sono a soli 25 km da Erbil. Ma non avanzeranno oltre, assicura Baghdad: l’obiettivo,
ripetono i vertici iracheni, non è invadere la regione autonoma ma
tornare ai confini precedenti al 2014. È intervenuto lo stesso premier
iracheno al-Abadi che ha ordinato all’esercito di fermarsi e non entrare
a Erbil, ma di rispettare le frontiere ufficiali definite nel 2003 dopo la caduta di Saddam Hussein.
Dal Kurdistan iracheno le reazioni sono blande, nella consapevolezza
che a rischio non c’è tanto il referendum per l’indipendenza quanto
l’autonomia già ottenuta quasi 30 anni fa. Le tensioni esterne
si riverberano all’interno con polemiche politiche tra i due principali
partiti kurdi, il Kdp del presidente Barzani e il Puk dei Talabani, con
il primo che accusa il secondo di aver ordinato la ritirata da Kirkuk
senza combattere.
Alla crisi interna irachena si aggiungono altri attori. Il leader
religioso sciita Moqtada al-Sadr ha annunciato ieri l’invio delle sue
Brigate della Pace – l’ex esercito del Mahdi, protagonista della
resistenza anti-statunitense nel decennio passato – a Kirkuk, a sostegno
dell’esercito iracheno. Al fianco, dunque, di quelle milizie sciite
legate all’Iran rivali di al-Sadr. Ma il religioso sa di doversi
giocare le sue carte dopo aver trascorso gli ultimi anni a togliersi di
dosso l’etichetta sciita per indossare i panni del leader nazionale e
non settario, che lo hanno portato fino in Arabia Saudita in chiave anti-Iran.
Interviene anche il Dipartimento di Stato Usa, alleato di Baghdad
quanto di Erbil, nel mirino di tanti peshmerga che in queste ore
affidano alla stampa la rabbia per il mancato intervento della
coalizione al loro fianco. Gli Stati Uniti hanno chiesto ieri a Baghdad
di fermare le truppe e di non ingaggiare altri scontri con quelle kurde
nelle aree contese. Aggiungono però un elemento in pù: le aree contese
restano tali, l’avanzata di Baghdad non ne modifica lo status a favore
del governo centrale.
Dichiarazioni che dovrebbero aprire al negoziato, un dialogo chiaramente difficile: quelle
zone sono le più ricche di greggio dell’intero Iraq, fonte di ricchezza
inestimabile. Soprattutto per Erbil in grave crisi economica:
dall’avanzata delle truppe irachene su Kirkuk le esportazioni di greggio
attraverso l’oleodotto che arriva alla cita turca di Ceyhan sono
crollate di due terzi. Meno di 200mila barili al giorno, invece dei
600mila precedenti.
07/02/2017
Erbil e il modello Dubai: implode la classe media, esplode il conflitto sociale
di Chiara Cruciati il Manifesto
Cinque milioni di abitanti, un milione di sfollati iracheni e 200mila rifugiati siriani, 700mila persone sotto la soglia di povertà con meno di 90 dollari al mese (il 14%, erano il 4% nel 2013), un tasso di disoccupazione balzato in sei anni dal 4,8% al 14%, mezzo milione di barili di greggio al giorno, l’80% del Pil derivante dal petrolio e un miliardo di dollari di ricavi petroliferi scomparsi nel nulla, 18 miliardi di deficit.
È la storia in numeri del Kurdistan iracheno. Poi ci sono le vite: quella di Akhbar, laureato in economia, arrivato a Erbil in cerca di lavoro e ancora disoccupato; quella di Mahmoun, receptionist in un hotel a due stelle, che in una guerra tra poveri dà la colpa ai profughi che lavorano a metà prezzo; quella degli insegnanti in sciopero per mesi, costretti a riaprire le scuole per il bene degli studenti.
Fuori, sfondo alle crescenti tensioni sociali, ci sono i palazzi della capitale del governo regionale del Kurdistan (Krg), cantieri aperti e grattacieli che disegnano un orizzonte da petromonarchia del Golfo. Stridono con i mercati dove gli anziani posano un cartone a terra e vendono una qualche mercanzia, cinture, accendini, caramelle. Eppure è questo il modello che il governo cerca di imporre, forte delle ricchezze sotterranee. Alla base i due clan, i Barzani e i Talabani, da decenni detentori del potere politico ed economico, famiglie che fondano il consenso su unità militari, una galassia di imprese, voto di scambio, nepotismo.
Momento di passaggio è il 2003, l’invasione Usa dell’Iraq, la nuova Baghdad senza Saddam e l’ingresso nella rete di alleanze occidentali: «Nel 2003 la società kurda ha assistito ad una significativa avanzata economica – ci spiega Kamal Chomani, giornalista kurdo iracheno per Al Monitor e Foreign Policy – Dopo Saddam, il Krg ha ricevuto un flusso ingente di denaro da Baghdad che ha apparentemente migliorato le condizioni di vita.
La popolazione, “liberata” dalla miseria, ha cominciato a chiedere cambiamenti radicali del sistema politico, democrazia e partecipazione alla vita socio-economica. Ma i due principali partiti, il Kdp di Barzani e il Puk di Talabani, hanno stretto il controllo sul flusso di denaro in arrivo dal governo centrale. E sui ricavi petroliferi: nel 2007 iniziano ad arrivare compagnie straniere per esplorazione e estrazione».
Il decennio di prosperità apre le porte ad un capitalismo selvaggio, un neoliberismo sfociato nell’ampliamento del gap tra ricchi e poveri. In pochi anni esplode il conflitto tra popolo e partiti in una società di stampo tribale, dove esistono diversi centri di potere informale: le famiglie più potenti generano gruppi sociali ed economici, spesso divisi per area geografica (con i poli di Erbil, Duhok, Suleimaniya), in cui nessun partito-clan riesce ad imporsi come potere unico e fonte di un’univoca visione socio-economica.
A sostenere la ribellione sociale, palese nel 2007 con le prime manifestazioni, è la presa di coscienza popolare unita alla nascita di media indipendenti e alla diffusione di internet. La repressione colpisce subito: Puk e Kdp usano la forza per silenziare le voci critiche, far sparire attivisti e giornalisti, sopprimere le proteste. E anche per forzare il sistema economico: «È il modello-Dubai, il modello-Golfo: un’economia basata sul greggio che annulla le altre forme di produzione. Barzani lo ha detto più volte: faremo di Erbil la nuova Dubai».
Le luci dei nuovi palazzi illuminano la crisi, esplosa nel 2014 con il taglio del budget deciso da Baghdad in reazione alla vendita di greggio in autonomia da parte di Erbil. Gli stipendi dei dipendenti pubblici sono tagliati di due terzi e sospesi per mesi; le manifestazioni si moltiplicano; il tasso di disoccupazione triplica in sei anni e la classe media, appena nata, inizia a morire: «Dal 2003 al 2013 si era sviluppata una nuova classe media, per l’incremento consistente di impiegati pubblici – aggiunge Chomani – Di 5 milioni di abitanti, oltre un milione lavora nel pubblico. Ma i posti di lavoro sono stati tagliati, insieme ai salari. Un dipendente pubblico guadagna 450mila dinari iracheni al mese, 350 dollari. Come può permettersi una vita dignitosa in un paese in cui un affitto costa almeno 250 dollari, non esiste un sistema di trasporto pubblico, i servizi pubblici ci sono solo sulla carta?».
Se da una parte aumentano le proteste contro un sistema clientelare che per decenni ha tenuto compatta la società, dall’altra si moltiplicano rapine, prostituzione, omicidi. «Un boom di disagio sociale mai vissuto prima del 2013. La società è sempre stata legata a valori tradizionali, tribali e religiosi che garantivano controllo sociale. La risposta del governo è il modello Dubai che alza i prezzi e divora il potere d’acquisto delle classi medio-basse».
C’è chi torna alla terra, tradizionale fonte di sussistenza il cui volto è stato trasformato dalla caccia al greggio: se alla fine degli anni ’90 la popolazione si era spostata verso le città, oggi va all’inverso. «Torna nei villaggi, tra mille difficoltà: il governo non investe, non compra i prodotti locali (come faceva Baghdad) e importa dall’estero annullando il potenziale agricolo interno».
È la faccia del Kurdistan iracheno, tra crisi e minaccia islamista. Daesh è “alle porte”, spauracchio sfruttato dalla leadership per mascherare le disuguaglianze sociali con la necessità di sostenere le forze armate. Un’altra peculiarità: il Krg non ha un esercito nazionale, ma unità di peshmerga affiliate ai partiti politici. 200mila uomini, 36 brigate, dipendenti da Kdp o Puk, un legame tribale usato come strumento di consenso e indiretto soffocamento dello scontento: «Sono pagati dallo Stato, ma controllati dai due partiti – conclude Chomani – Quelle uniformi servono ad arginare la disoccupazione, mantenere centinaia di migliaia di famiglie, generare affiliazione politica, voti, silenzio».
Fonte
Cinque milioni di abitanti, un milione di sfollati iracheni e 200mila rifugiati siriani, 700mila persone sotto la soglia di povertà con meno di 90 dollari al mese (il 14%, erano il 4% nel 2013), un tasso di disoccupazione balzato in sei anni dal 4,8% al 14%, mezzo milione di barili di greggio al giorno, l’80% del Pil derivante dal petrolio e un miliardo di dollari di ricavi petroliferi scomparsi nel nulla, 18 miliardi di deficit.
È la storia in numeri del Kurdistan iracheno. Poi ci sono le vite: quella di Akhbar, laureato in economia, arrivato a Erbil in cerca di lavoro e ancora disoccupato; quella di Mahmoun, receptionist in un hotel a due stelle, che in una guerra tra poveri dà la colpa ai profughi che lavorano a metà prezzo; quella degli insegnanti in sciopero per mesi, costretti a riaprire le scuole per il bene degli studenti.
Fuori, sfondo alle crescenti tensioni sociali, ci sono i palazzi della capitale del governo regionale del Kurdistan (Krg), cantieri aperti e grattacieli che disegnano un orizzonte da petromonarchia del Golfo. Stridono con i mercati dove gli anziani posano un cartone a terra e vendono una qualche mercanzia, cinture, accendini, caramelle. Eppure è questo il modello che il governo cerca di imporre, forte delle ricchezze sotterranee. Alla base i due clan, i Barzani e i Talabani, da decenni detentori del potere politico ed economico, famiglie che fondano il consenso su unità militari, una galassia di imprese, voto di scambio, nepotismo.
Momento di passaggio è il 2003, l’invasione Usa dell’Iraq, la nuova Baghdad senza Saddam e l’ingresso nella rete di alleanze occidentali: «Nel 2003 la società kurda ha assistito ad una significativa avanzata economica – ci spiega Kamal Chomani, giornalista kurdo iracheno per Al Monitor e Foreign Policy – Dopo Saddam, il Krg ha ricevuto un flusso ingente di denaro da Baghdad che ha apparentemente migliorato le condizioni di vita.
La popolazione, “liberata” dalla miseria, ha cominciato a chiedere cambiamenti radicali del sistema politico, democrazia e partecipazione alla vita socio-economica. Ma i due principali partiti, il Kdp di Barzani e il Puk di Talabani, hanno stretto il controllo sul flusso di denaro in arrivo dal governo centrale. E sui ricavi petroliferi: nel 2007 iniziano ad arrivare compagnie straniere per esplorazione e estrazione».
Il decennio di prosperità apre le porte ad un capitalismo selvaggio, un neoliberismo sfociato nell’ampliamento del gap tra ricchi e poveri. In pochi anni esplode il conflitto tra popolo e partiti in una società di stampo tribale, dove esistono diversi centri di potere informale: le famiglie più potenti generano gruppi sociali ed economici, spesso divisi per area geografica (con i poli di Erbil, Duhok, Suleimaniya), in cui nessun partito-clan riesce ad imporsi come potere unico e fonte di un’univoca visione socio-economica.
A sostenere la ribellione sociale, palese nel 2007 con le prime manifestazioni, è la presa di coscienza popolare unita alla nascita di media indipendenti e alla diffusione di internet. La repressione colpisce subito: Puk e Kdp usano la forza per silenziare le voci critiche, far sparire attivisti e giornalisti, sopprimere le proteste. E anche per forzare il sistema economico: «È il modello-Dubai, il modello-Golfo: un’economia basata sul greggio che annulla le altre forme di produzione. Barzani lo ha detto più volte: faremo di Erbil la nuova Dubai».
Le luci dei nuovi palazzi illuminano la crisi, esplosa nel 2014 con il taglio del budget deciso da Baghdad in reazione alla vendita di greggio in autonomia da parte di Erbil. Gli stipendi dei dipendenti pubblici sono tagliati di due terzi e sospesi per mesi; le manifestazioni si moltiplicano; il tasso di disoccupazione triplica in sei anni e la classe media, appena nata, inizia a morire: «Dal 2003 al 2013 si era sviluppata una nuova classe media, per l’incremento consistente di impiegati pubblici – aggiunge Chomani – Di 5 milioni di abitanti, oltre un milione lavora nel pubblico. Ma i posti di lavoro sono stati tagliati, insieme ai salari. Un dipendente pubblico guadagna 450mila dinari iracheni al mese, 350 dollari. Come può permettersi una vita dignitosa in un paese in cui un affitto costa almeno 250 dollari, non esiste un sistema di trasporto pubblico, i servizi pubblici ci sono solo sulla carta?».
Se da una parte aumentano le proteste contro un sistema clientelare che per decenni ha tenuto compatta la società, dall’altra si moltiplicano rapine, prostituzione, omicidi. «Un boom di disagio sociale mai vissuto prima del 2013. La società è sempre stata legata a valori tradizionali, tribali e religiosi che garantivano controllo sociale. La risposta del governo è il modello Dubai che alza i prezzi e divora il potere d’acquisto delle classi medio-basse».
C’è chi torna alla terra, tradizionale fonte di sussistenza il cui volto è stato trasformato dalla caccia al greggio: se alla fine degli anni ’90 la popolazione si era spostata verso le città, oggi va all’inverso. «Torna nei villaggi, tra mille difficoltà: il governo non investe, non compra i prodotti locali (come faceva Baghdad) e importa dall’estero annullando il potenziale agricolo interno».
È la faccia del Kurdistan iracheno, tra crisi e minaccia islamista. Daesh è “alle porte”, spauracchio sfruttato dalla leadership per mascherare le disuguaglianze sociali con la necessità di sostenere le forze armate. Un’altra peculiarità: il Krg non ha un esercito nazionale, ma unità di peshmerga affiliate ai partiti politici. 200mila uomini, 36 brigate, dipendenti da Kdp o Puk, un legame tribale usato come strumento di consenso e indiretto soffocamento dello scontento: «Sono pagati dallo Stato, ma controllati dai due partiti – conclude Chomani – Quelle uniformi servono ad arginare la disoccupazione, mantenere centinaia di migliaia di famiglie, generare affiliazione politica, voti, silenzio».
Fonte
08/12/2015
Ultimatum iracheno alla Turchia. La ‘coalizione’ bombarda una base siriana
Ieri quattro soldati di Damasco sono stati uccisi e altri 13 sono rimasti feriti in un bombardamento aereo condotto probabilmente da caccia statunitensi su una base dell’esercito governativo siriano a Saeqa, località nella provincia di Deir Ezzor, nell’est del paese. Secondo quanto riportato da alcuni media arabi e dal cosiddetto Osservatorio Siriano per i diritti umani (un gruppo vicino ai ribelli basato a Londra che, quando vuole, sa essere oggettivo e informato) quattro bombardieri a stelle e strisce avrebbero condotto ripetuti raid che oltre a provocare vittime avrebbero anche distrutto veicoli blindati e un deposito di armi, munizioni e mitragliatrici. Un regalo non indifferente ai jihadisti, anche se si fosse in presenza di “un errore” non voluto.
Per ora Washington continua a negare l’accaduto: “Non abbiamo condotto alcun bombardamento ieri a Deir Ezzor” ha insistito oggi il colonnello Warren, portavoce della coalizione. Segno che i bombardamenti sono stati condotti da aerei di qualche altro paese della coalizione obamiana, magari da quelli delle petromonarchie arabe che continuano a considerare Daesh e gli altri gruppi jihadisti il male minore rispetto ai regimi sciiti? E’ ancora presto per dirlo, le informazioni sono scarse. Però certo una simile provocazione potrebbe rappresentare un tentativo, più che esplicito, di far saltare il patto di collaborazione, seppur indiretta, attiva da qualche tempo tra le potenze rivali – Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia – intervenute sul fronte siriano con l’apparente comune intento di annichilire il Califfato ma con assai diversi progetti per la Siria. E i principali attori interessati a far saltare il tavolo di Vienna sono proprio le petromonarchie, oltre alla Turchia. Oppure gli Stati Uniti stessi, dove accanto ad un tentennante Barack Obama prendono sempre più piede settori militari e politici intransigenti che non sopportano il compromesso di Washington con Mosca e Teheran.
Intanto però il governo di Damasco, nella fattispecie il ministro degli Esteri siriano, ha denunciato la “palese aggressione che viola chiaramente la carta dell’Onu” e si è rivolto alle Nazioni Unite affinché intervengano urgentemente.
Su un altro fronte, ma comunque legato alla sempre più ingarbugliata situazione siriana, Iraq e Turchia sono sempre più ai ferri corti dopo che nei giorni scorsi una brigata corazzata dell’esercito turco è penetrata nella provincia di Ninive, prendendo possesso di una base a Bashiqa, località a circa 30 km da Mosul, città occupata dai miliziani jihadisti del Califfato. Il governo turco si difende affermando che i suoi militari, accompagnati da carri armati e artiglieria, sono stati invitati dal governo regionale curdo guidato da Massud Barzani, allo scopo di continuare l’addestramento dei suoi peshmerga iniziato nei mesi scorsi, e di coadiuvare alcune milizie sunnite che controllano alcune propaggini di Mosul. Ma tra i peshmerga qualche comandante ha rivelato che in realtà i turchi starebbero preparando una offensiva per conquistare Mosul, che del resto è già circondata dalle truppe agli ordini del governo regionale dei curdi iracheni, che pure continuano a ribadire che non hanno alcun interesse a prendere la seconda città del paese.
Ieri quindi il governo di Baghdad ha alzato i toni della protesta, inviando un ultimatum di 48 ore al premier turco Ahmet Davutoglu. Se i soldati turchi non rientreranno nei propri confini, ha minacciato l’esecutivo iracheno, il paese assumerà “ogni opzione a sua disposizione” pur di far riassumere la piena sovranità del proprio territorio. Il governo turco ha inviato una missiva al premier iracheno al-Abadi dichiarando di aver sospeso l’invio di altri militari nella provincia di Ninive. Un compromesso che però – non essendo un ritiro – non può di certo soddisfare l’esecutivo iracheno che teme, non a torto, le mire territoriali di Ankara. D’altronde Erdogan da tempo sfrutta le ottime relazioni commerciali, politiche e militari con i curdi collaborazionisti di Erbil (fieri avversari delle Ypg curdo-siriane e del Pkk curdo-turco) per approvvigionarsi di petrolio bypassando il governo di Baghdad e potrebbe essere in procinto di dare il via all’occupazione di una parte del territorio iracheno per dar man forte ad un'avanzata verso sud dei peshmerga che, con le truppe irachene impegnate contro Daesh, potrebbe trovare scarsa resistenza. Un protettorato turco nei territori sunniti dell’Iraq e/o il rafforzamento del semistato curdo nel nord demolirebbero ciò che resta di uno Stato, attualmente governato da un esecutivo filo-iraniano, di fatto già dinamitato dai tempi dell’invasione e dell’occupazione statunitense. Questo mentre da settimane, nella zona petrolifera di Kirkuk, fuori dai territori curdi ma sotto il controllo dei peshmerga, sono in atto scontri armati tra questi ultimi e alcune milizie sciite.
E’ evidente che la Russia, che ha creato proprio a Baghdad un centro di coordinamento militare con siriani, iraniani e iracheni, non può accettare l’interventismo militare turco in Iraq.
E quindi, se la Turchia pretendeva di raffreddare la tensione con la Russia schizzata alle stelle a causa dell’abbattimento del caccia di Mosca sul suolo siriano, l’intervento militare turco in territorio iracheno sta producendo esattamente l’effetto contrario. Dopo le prime sanzioni e ritorsioni commerciali decise dal governo di Mosca, gli incontri al vertice negati, la sospensione del regime di esenzione dall'obbligo dei visti per i cittadini turchi, le accuse rivolte dal Cremlino a Erdogan e alla sua famiglia di contrabbandare il petrolio di Daesh, sono arrivati nei giorni scorsi nuovi passi.
Uno in particolare impensierisce il regime di Ankara: la proposta di Mosca agli Stati Uniti di far approvare all’Onu una risoluzione che permetta di sanzionare i paesi e i privati che fanno affari con l’Isis; la Turchia non è citata ma tutti sanno contro a chi è diretta principalmente la misura e proprio oggi il premier iracheno Haider al-Abadi ha affermato, nel corso di un incontro con il capo della diplomazia tedesca Frank-Walter Steinmeier arrivato a Baghdad, che la maggior parte del petrolio contrabbandato dallo Stato islamico passa dalla Turchia, unendosi al coro di Paesi che legano Ankara al finanziamento dei jihadisti. Stessa pesante accusa ribadita dal governo iraniano recentemente.
Da parte sua la Turchia ha convocato l'ambasciatore russo dopo le foto apparse sulla stampa turca di un soldato di Mosca che brandisce un lanciarazzi a bordo di una nave da guerra russa, la "Caesar Kunikov", che attraversava il Bosforo.
Una mossa evidentemente provocatoria che la dice lunga sullo stato dei rapporti tra i due paesi che solo alcuni mesi fa sembravano in procinto di siglare importanti accordi geopolitici in nome della rottura del reciproco isolamento.
Il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu, ha minacciato in futuro «risposte necessarie ad azioni considerate una minaccia». C’è da giurare che l’escalation nell’area vivrà presto nuovi momenti di drammatizzazione…
Fonte
Per ora Washington continua a negare l’accaduto: “Non abbiamo condotto alcun bombardamento ieri a Deir Ezzor” ha insistito oggi il colonnello Warren, portavoce della coalizione. Segno che i bombardamenti sono stati condotti da aerei di qualche altro paese della coalizione obamiana, magari da quelli delle petromonarchie arabe che continuano a considerare Daesh e gli altri gruppi jihadisti il male minore rispetto ai regimi sciiti? E’ ancora presto per dirlo, le informazioni sono scarse. Però certo una simile provocazione potrebbe rappresentare un tentativo, più che esplicito, di far saltare il patto di collaborazione, seppur indiretta, attiva da qualche tempo tra le potenze rivali – Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia – intervenute sul fronte siriano con l’apparente comune intento di annichilire il Califfato ma con assai diversi progetti per la Siria. E i principali attori interessati a far saltare il tavolo di Vienna sono proprio le petromonarchie, oltre alla Turchia. Oppure gli Stati Uniti stessi, dove accanto ad un tentennante Barack Obama prendono sempre più piede settori militari e politici intransigenti che non sopportano il compromesso di Washington con Mosca e Teheran.
Intanto però il governo di Damasco, nella fattispecie il ministro degli Esteri siriano, ha denunciato la “palese aggressione che viola chiaramente la carta dell’Onu” e si è rivolto alle Nazioni Unite affinché intervengano urgentemente.
Su un altro fronte, ma comunque legato alla sempre più ingarbugliata situazione siriana, Iraq e Turchia sono sempre più ai ferri corti dopo che nei giorni scorsi una brigata corazzata dell’esercito turco è penetrata nella provincia di Ninive, prendendo possesso di una base a Bashiqa, località a circa 30 km da Mosul, città occupata dai miliziani jihadisti del Califfato. Il governo turco si difende affermando che i suoi militari, accompagnati da carri armati e artiglieria, sono stati invitati dal governo regionale curdo guidato da Massud Barzani, allo scopo di continuare l’addestramento dei suoi peshmerga iniziato nei mesi scorsi, e di coadiuvare alcune milizie sunnite che controllano alcune propaggini di Mosul. Ma tra i peshmerga qualche comandante ha rivelato che in realtà i turchi starebbero preparando una offensiva per conquistare Mosul, che del resto è già circondata dalle truppe agli ordini del governo regionale dei curdi iracheni, che pure continuano a ribadire che non hanno alcun interesse a prendere la seconda città del paese.
Ieri quindi il governo di Baghdad ha alzato i toni della protesta, inviando un ultimatum di 48 ore al premier turco Ahmet Davutoglu. Se i soldati turchi non rientreranno nei propri confini, ha minacciato l’esecutivo iracheno, il paese assumerà “ogni opzione a sua disposizione” pur di far riassumere la piena sovranità del proprio territorio. Il governo turco ha inviato una missiva al premier iracheno al-Abadi dichiarando di aver sospeso l’invio di altri militari nella provincia di Ninive. Un compromesso che però – non essendo un ritiro – non può di certo soddisfare l’esecutivo iracheno che teme, non a torto, le mire territoriali di Ankara. D’altronde Erdogan da tempo sfrutta le ottime relazioni commerciali, politiche e militari con i curdi collaborazionisti di Erbil (fieri avversari delle Ypg curdo-siriane e del Pkk curdo-turco) per approvvigionarsi di petrolio bypassando il governo di Baghdad e potrebbe essere in procinto di dare il via all’occupazione di una parte del territorio iracheno per dar man forte ad un'avanzata verso sud dei peshmerga che, con le truppe irachene impegnate contro Daesh, potrebbe trovare scarsa resistenza. Un protettorato turco nei territori sunniti dell’Iraq e/o il rafforzamento del semistato curdo nel nord demolirebbero ciò che resta di uno Stato, attualmente governato da un esecutivo filo-iraniano, di fatto già dinamitato dai tempi dell’invasione e dell’occupazione statunitense. Questo mentre da settimane, nella zona petrolifera di Kirkuk, fuori dai territori curdi ma sotto il controllo dei peshmerga, sono in atto scontri armati tra questi ultimi e alcune milizie sciite.
E’ evidente che la Russia, che ha creato proprio a Baghdad un centro di coordinamento militare con siriani, iraniani e iracheni, non può accettare l’interventismo militare turco in Iraq.
E quindi, se la Turchia pretendeva di raffreddare la tensione con la Russia schizzata alle stelle a causa dell’abbattimento del caccia di Mosca sul suolo siriano, l’intervento militare turco in territorio iracheno sta producendo esattamente l’effetto contrario. Dopo le prime sanzioni e ritorsioni commerciali decise dal governo di Mosca, gli incontri al vertice negati, la sospensione del regime di esenzione dall'obbligo dei visti per i cittadini turchi, le accuse rivolte dal Cremlino a Erdogan e alla sua famiglia di contrabbandare il petrolio di Daesh, sono arrivati nei giorni scorsi nuovi passi.
Uno in particolare impensierisce il regime di Ankara: la proposta di Mosca agli Stati Uniti di far approvare all’Onu una risoluzione che permetta di sanzionare i paesi e i privati che fanno affari con l’Isis; la Turchia non è citata ma tutti sanno contro a chi è diretta principalmente la misura e proprio oggi il premier iracheno Haider al-Abadi ha affermato, nel corso di un incontro con il capo della diplomazia tedesca Frank-Walter Steinmeier arrivato a Baghdad, che la maggior parte del petrolio contrabbandato dallo Stato islamico passa dalla Turchia, unendosi al coro di Paesi che legano Ankara al finanziamento dei jihadisti. Stessa pesante accusa ribadita dal governo iraniano recentemente.
Da parte sua la Turchia ha convocato l'ambasciatore russo dopo le foto apparse sulla stampa turca di un soldato di Mosca che brandisce un lanciarazzi a bordo di una nave da guerra russa, la "Caesar Kunikov", che attraversava il Bosforo.
Una mossa evidentemente provocatoria che la dice lunga sullo stato dei rapporti tra i due paesi che solo alcuni mesi fa sembravano in procinto di siglare importanti accordi geopolitici in nome della rottura del reciproco isolamento.
Il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu, ha minacciato in futuro «risposte necessarie ad azioni considerate una minaccia». C’è da giurare che l’escalation nell’area vivrà presto nuovi momenti di drammatizzazione…
Fonte
20/11/2015
Siria - A Raqqa l'Isis si prepara allo scontro via terra
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
L’intensità della reazione congiunta di Francia e Russia cambia i piani dello Stato Islamico. Ieri l’Osservatorio Siriano per i diritti umani riportava del trasferimento di molti miliziani e delle loro famiglie dalla “capitale” Raqqa verso l’irachena Mosul. Tra loro anche i leader del gruppo, in fuga dopo l’uccisione di 33 islamisti negli ultimi bombardamenti.
Non si pensi ad una ritirata: chi resta a Raqqa si sta organizzando. Avrebbero lasciato le postazioni note, campi di addestramento, quartier generali, più volte target dell’aviazione francese, per nascondersi tra i 350mila civili rimasti, nei quartieri abitati, nelle case abbandonate da chi fuggì un anno fa. Una mossa che si accompagna al controllo delle strade in uscita da Raqqa: ai residenti, che nei giorni scorsi hanno cercato riparo nelle campagne, ora viene impedito di andarsene.
L’intensità della reazione congiunta di Francia e Russia cambia i piani dello Stato Islamico. Ieri l’Osservatorio Siriano per i diritti umani riportava del trasferimento di molti miliziani e delle loro famiglie dalla “capitale” Raqqa verso l’irachena Mosul. Tra loro anche i leader del gruppo, in fuga dopo l’uccisione di 33 islamisti negli ultimi bombardamenti.
Non si pensi ad una ritirata: chi resta a Raqqa si sta organizzando. Avrebbero lasciato le postazioni note, campi di addestramento, quartier generali, più volte target dell’aviazione francese, per nascondersi tra i 350mila civili rimasti, nei quartieri abitati, nelle case abbandonate da chi fuggì un anno fa. Una mossa che si accompagna al controllo delle strade in uscita da Raqqa: ai residenti, che nei giorni scorsi hanno cercato riparo nelle campagne, ora viene impedito di andarsene.
A raccontare ai media la vita a Raqqa sono i rifugiati all’estero, in
costante contatto telefonico con amici e parenti rimasti in Siria,
visto che internet è stato bloccato dagli uomini di al-Baghdadi: il
califfato si attenderebbe un’invasione via terra da parte di forze kurde
(la nuova formazione Forze Democratiche sostenute dalla coalizione)
e non meglio definite forze arabe, forse le milizie anti-Assad da anni
finanziate dall’Occidente.
Di certo Raqqa è nel mirino e l’Isis ne è consapevole: le forze kurde siriane hanno strappato agli islamisti la città di Hol e stanno ora marciando verso Shaddadeh, a sud di Hasakah e 150 km a est di Raqqa, speculare a Sinjar in Iraq. Se presa, i kurdi delle Ypg e i peshmerga assumerebbero il controllo di entrambe le zone di confine, irachena e siriana, il corridoio di territorio prima usato dallo Stato Islamico per muovere uomini, armi, petrolio di contrabbando. Si aprirebbero di fronte ai kurdi siriani le montagne di Abdul-Aziz, primo passo verso la “capitale” islamista.
Lo Stato Islamico non può attendere oltre: si starebbe preparando ad un eventuale scontro diretto, ponendo difese intorno alla città e impedendo la fuga ai civili, potenziali scudi umani. Si mescolano alla gente, evitano di utilizzare i veicoli militari durante le ore notturne, si muovono a piedi nei vicoli di Raqqa per non essere localizzati. Scavano tunnel e trincee, raccontano gli attivisti presenti in città, e hanno posto contenitori pieni di carburante lungo il perimetro esterno, da incendiare in caso di un attacco da fuori.
Prendono precauzioni: dopotutto 33 miliziani uccisi in tre giorni non sono molti e confondersi ai civili potrebbe in parte frenare la risposta aerea occidentale, che in questi giorni si è concentrata su zone non abitate e su centinaia di camion di greggio. I leader hanno preferito spostarsi a Mosul, meno seguita dalla coalizione internazionale, ma che ora potrebbe tornare nel mirino. La seconda città irachena è quasi del tutto circondata: Sinjar a ovest, Erbil a est, e la via verso la Siria tagliata a metà dalla presenza peshmerga.
I limiti nella reazione, però, sono di nuovo dettati dalle frizioni interne al fronte anti-Isis: ieri il ministro degli Esteri russo Lavrov è tornato a criticare la strategia Usa, definendola contradditoria: «Vogliono pescare un pesce senza bagnarsi i piedi». Al centro resta il presidente siriano Assad, che gli Stati Uniti non intendono facilitare con i raid, mentre i russi lo sostengono bombardando le zone delle controffensive.
Ma, raid o meno, il problema resta la limitatezza della risposta globale al califfato. In un anno e mezzo non sono state prese misure concrete per scalfire le sue ingenti entrate finanziarie, a partire dalle vendita di petrolio sottobanco e dalle ricche donazioni di simpatizzanti privati nel Golfo: secondo uno studio della Reuters, l’Isis gode di un patrimonio di 2mila miliardi di dollari, derivanti da contrabbando di greggio, controllo delle risorse naturali e minerali, estorsioni, tasse. Troppo denaro per restare fuori dal sistema finanziario mondiale.
Allo stesso modo non si è mai lavorato seriamente al controllo dei movimenti dei nuovi adepti che entrano dalla Turchia senza ostacoli di sorta. Per far fronte al problema, Ankara ha annunciato un’operazione congiunta con gli Usa per il monitoraggio della frontiera con la Siria, in ritardo di un anno e mezzo. Per lungo tempo le autorità turche, con il sostegno di servizi segreti, esercito e gendarmeria, hanno permesso agli islamisti di entrare in Siria con armi e veicoli. Erano necessari a demolire il progetto di confederalismo democratico kurdo teorizzato dal Pkk e concretizzato da Rojava.
Adesso che l’Isis, novello Frankestein, si è reso incontrollabile, anche la Turchia dice di voler fare la sua parte: chiuderà tutto il confine e potrebbe lanciare un’operazione militare, ha detto il ministro degli Esteri turco Sinirlioglu.
Fonte
Di certo Raqqa è nel mirino e l’Isis ne è consapevole: le forze kurde siriane hanno strappato agli islamisti la città di Hol e stanno ora marciando verso Shaddadeh, a sud di Hasakah e 150 km a est di Raqqa, speculare a Sinjar in Iraq. Se presa, i kurdi delle Ypg e i peshmerga assumerebbero il controllo di entrambe le zone di confine, irachena e siriana, il corridoio di territorio prima usato dallo Stato Islamico per muovere uomini, armi, petrolio di contrabbando. Si aprirebbero di fronte ai kurdi siriani le montagne di Abdul-Aziz, primo passo verso la “capitale” islamista.
Lo Stato Islamico non può attendere oltre: si starebbe preparando ad un eventuale scontro diretto, ponendo difese intorno alla città e impedendo la fuga ai civili, potenziali scudi umani. Si mescolano alla gente, evitano di utilizzare i veicoli militari durante le ore notturne, si muovono a piedi nei vicoli di Raqqa per non essere localizzati. Scavano tunnel e trincee, raccontano gli attivisti presenti in città, e hanno posto contenitori pieni di carburante lungo il perimetro esterno, da incendiare in caso di un attacco da fuori.
Prendono precauzioni: dopotutto 33 miliziani uccisi in tre giorni non sono molti e confondersi ai civili potrebbe in parte frenare la risposta aerea occidentale, che in questi giorni si è concentrata su zone non abitate e su centinaia di camion di greggio. I leader hanno preferito spostarsi a Mosul, meno seguita dalla coalizione internazionale, ma che ora potrebbe tornare nel mirino. La seconda città irachena è quasi del tutto circondata: Sinjar a ovest, Erbil a est, e la via verso la Siria tagliata a metà dalla presenza peshmerga.
I limiti nella reazione, però, sono di nuovo dettati dalle frizioni interne al fronte anti-Isis: ieri il ministro degli Esteri russo Lavrov è tornato a criticare la strategia Usa, definendola contradditoria: «Vogliono pescare un pesce senza bagnarsi i piedi». Al centro resta il presidente siriano Assad, che gli Stati Uniti non intendono facilitare con i raid, mentre i russi lo sostengono bombardando le zone delle controffensive.
Ma, raid o meno, il problema resta la limitatezza della risposta globale al califfato. In un anno e mezzo non sono state prese misure concrete per scalfire le sue ingenti entrate finanziarie, a partire dalle vendita di petrolio sottobanco e dalle ricche donazioni di simpatizzanti privati nel Golfo: secondo uno studio della Reuters, l’Isis gode di un patrimonio di 2mila miliardi di dollari, derivanti da contrabbando di greggio, controllo delle risorse naturali e minerali, estorsioni, tasse. Troppo denaro per restare fuori dal sistema finanziario mondiale.
Allo stesso modo non si è mai lavorato seriamente al controllo dei movimenti dei nuovi adepti che entrano dalla Turchia senza ostacoli di sorta. Per far fronte al problema, Ankara ha annunciato un’operazione congiunta con gli Usa per il monitoraggio della frontiera con la Siria, in ritardo di un anno e mezzo. Per lungo tempo le autorità turche, con il sostegno di servizi segreti, esercito e gendarmeria, hanno permesso agli islamisti di entrare in Siria con armi e veicoli. Erano necessari a demolire il progetto di confederalismo democratico kurdo teorizzato dal Pkk e concretizzato da Rojava.
Adesso che l’Isis, novello Frankestein, si è reso incontrollabile, anche la Turchia dice di voler fare la sua parte: chiuderà tutto il confine e potrebbe lanciare un’operazione militare, ha detto il ministro degli Esteri turco Sinirlioglu.
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13/11/2015
Sinjar, la battaglia della riconquista
Yazidi all’attacco per riprendersi la propria città. Non da soli, li coadiuvano guerriglieri peshmerga e soprattutto i raid aerei dell’aviazione statunitense che bombardano le postazioni dell’Isis. Sinjar, che si trova sotto un’arida montagna dalla stessa denominazione, è da stamane sotto il controllo delle forze anti Isis. La località rappresenta un importante snodo viario per le geometrie strategiche dei miliziani islamici, perché con l’autostrada 47 mette in collegamento quella che è considerata dal capitale del Califfato, Raqqa, con la città di Mosul. Sedici mesi fa i fondamentalisti nello sferrare l’offensiva a Sinjar avevano usato ogni tattica mirata a far terra bruciata, uccidendo uomini, stuprando e catturando donne da inserire nel proprio mercato del sesso, allontanando con estrema violenza la popolazione dalla località così da non avere intralci per un disegno geostrategico volto a cancellare il confine fra Siria e Kurdistan iracheno. E creare lo spostamento indisturbato di armi, uomini e merci fra i fronti orientale e occidentale.
Secondo dati forniti dal Washington Post, che riporta note diffuse dal Dipartimento della difesa americano, a Sinjar ci sarebbero almeno 400 jihadisti dotati anche di armi pesanti; altrettanti sono i volontari yazidi inquadrati nei copiosi battaglioni peshmerga (oltre settemila unità) desiderosi di prendersi una rivincita sulla disfatta dell’agosto 2014 che aprì le porte ai sogni di Al Baghdadi di creare concretamente uno Stato Islamico, occupando e controllando un territorio. Nei mesi scorsi quella parte della popolazione yazida che non è riparata nei campi profughi turchi, o finita sui canotti della migrazione disperata verso le isole del Dodecaneso, s’era rifugiata nell’area montuosa che sovrasta la città, rischiando fame e stenti, prima d’essere raggiunta dai guerriglieri kurdo-iracheni. Ora spera in un ritorno stabile nel territorio d’origine. L’avanzata dei peshmerga è stata rapida, ma prende precauzioni soprattutto contro attentati di kamikaze.
Un’arma che il Daesh ha iniziato a usare diffusamente, come dimostrano le stragi di Suruç, forse quella di Ankara, e sicuramente le deflagrazioni di ieri sera nella cintura sciita di Beirut (Burj el-Barajneh) che hanno fatto 43 vittime e 180 feriti. Un massacro diretto contro il ruolo di Hezbollah e mirante ad aprire un nuovo fronte verso il Libano, già investito da schermaglie di fuoco nella valle della Beqa. Secondo note di fonte militare Nato diffuse dalla Cnn l’offensiva su Sinjar rappresenterebbe il prodromo di un’operazione a più ampio spettro che, dopo bombardamenti, giungerebbe a un copioso intervento di terra. Non si svela, però, di quale nazionalità sarebbero le truppe impegnate, visto che l’attuale conflitto nella zona è sostenuto esclusivamente dalla guerriglia kurdo-irachena. Lì quella che fa capo a Barzani (Kdp) e a Talabani (Puk), nell’area del Rojava dai combattenti diretti dal Partito dell’Unione Democratica.
Fonte
Secondo dati forniti dal Washington Post, che riporta note diffuse dal Dipartimento della difesa americano, a Sinjar ci sarebbero almeno 400 jihadisti dotati anche di armi pesanti; altrettanti sono i volontari yazidi inquadrati nei copiosi battaglioni peshmerga (oltre settemila unità) desiderosi di prendersi una rivincita sulla disfatta dell’agosto 2014 che aprì le porte ai sogni di Al Baghdadi di creare concretamente uno Stato Islamico, occupando e controllando un territorio. Nei mesi scorsi quella parte della popolazione yazida che non è riparata nei campi profughi turchi, o finita sui canotti della migrazione disperata verso le isole del Dodecaneso, s’era rifugiata nell’area montuosa che sovrasta la città, rischiando fame e stenti, prima d’essere raggiunta dai guerriglieri kurdo-iracheni. Ora spera in un ritorno stabile nel territorio d’origine. L’avanzata dei peshmerga è stata rapida, ma prende precauzioni soprattutto contro attentati di kamikaze.
Un’arma che il Daesh ha iniziato a usare diffusamente, come dimostrano le stragi di Suruç, forse quella di Ankara, e sicuramente le deflagrazioni di ieri sera nella cintura sciita di Beirut (Burj el-Barajneh) che hanno fatto 43 vittime e 180 feriti. Un massacro diretto contro il ruolo di Hezbollah e mirante ad aprire un nuovo fronte verso il Libano, già investito da schermaglie di fuoco nella valle della Beqa. Secondo note di fonte militare Nato diffuse dalla Cnn l’offensiva su Sinjar rappresenterebbe il prodromo di un’operazione a più ampio spettro che, dopo bombardamenti, giungerebbe a un copioso intervento di terra. Non si svela, però, di quale nazionalità sarebbero le truppe impegnate, visto che l’attuale conflitto nella zona è sostenuto esclusivamente dalla guerriglia kurdo-irachena. Lì quella che fa capo a Barzani (Kdp) e a Talabani (Puk), nell’area del Rojava dai combattenti diretti dal Partito dell’Unione Democratica.
Fonte
12/11/2015
Iraq - Curdi all'attacco dell'ISIS a Sinjar
E’ cominciata questa mattina l’offensiva delle forze curde irachene
per la riconquista di Sinjar, occupata la scorsa estate dai miliziani
dello Stato islamico e teatro del massacro della minoranza yazida da
parte degli uomini del cosiddetto califfato.
Stando a quanto dichiarato dal generale Ezzedine Saadun all’AFP, i peshmerga starebbero avanzando su più assi per liberare il centro del distretto, aiutati dai raid della coalizione anti-Isis a guida Usa.
Il Consiglio di Sicurezza regionale curdo ha dichiarato all’Associated Press che a poche ore dall’inizio delle operazioni le sue forze hanno preso il controllo di una parte dell’autostrada 47 isolando completamente Sinjar dalle roccaforti Isis in Siria e nell’Iraq settentrionale. I villaggi di Gabarra a ovest e di Tel Shore, Fadhelya e Qen sul fronte orientale sarebbero stati messi in sicurezza.
Fondamentali, secondo il generale Seme Busal, comandante di una delle linee del fronte, sono stati i raid della coalizione anti-Isis: “Le truppe [peshmerga, ndr] – ha dichiarato all’Associated Press – stanno tenendo le loro posizioni, in attesa di rinforzi e ulteriori attacchi aerei in modo che possano poi entrare nel centro della città. Gli attacchi aerei sono stati molto importanti per arrivare al punto dove si è ora”. A coordinare i raid, secondo una troupe dell’AP, ci sarebbe una piccola unità americana in cima a un colle lungo la linea del fronte.
La Coalizione ha reso noto che nel corso degli ultimi giorni sono stati effettuati 24 attacchi aerei che, tra gli altri obiettivi, hanno centrato nove unità tattiche dei militanti, nove aree di sosta e distrutto 27 posizioni di combattimento. Grande assente, anche questa volta, è Baghdad, che già lo scorso dicembre aveva ignorato le richieste del presidente curdo Barzani di inviare munizioni alle sue truppe e non aveva contribuito in alcun modo alla controffensiva lanciata dai peshmerga – poi fallita – per liberare il martoriato distretto nord-occidentale iracheno.
Sono molteplici gli obiettivi dell’offensiva, denominata “Operazione Sinjar Libera”: da un lato bloccare l’autostrada 47, che collega Mosul – la roccaforte irachena dell’Isis – alla sua omologa siriana Raqqa, per tagliare i rifornimenti del califfato che finora hanno tranquillamente attraversato i due paesi. “Riconquistare Sinjar – ha spiegato il comandante curdo Rawan Barzani al Washington Post – è fondamentale, perché l’Isis si troverà così a dover scegliere tra Raqqa e Mosul”.
Dall’altro, però, le forze curde lavorano per stabilire una zona cuscinetto che possa proteggere la città e i suoi abitanti dal fuoco dell’Isis. Nell’agosto dello scorso anno, infatti, l’offensiva del califfato sul distretto ha portato alla mattanza di gran parte dei suoi abitanti, gli yazidi, minoranza con una sua propria religione derivante dagli antichi culti mesopotamici. Accusati dai miliziani jihadisti di essere eretici e adoratori del diavolo, un numero imprecisato di uomini yazidi sono stati uccisi in massa, mentre le donne sono state violentate, schiavizzate e spartite per divertimento tra gli uomini del califfato al di qua e al di là della frontiera irachena.
Decine di migliaia di yazidi si sono rifugiati all’inizio di agosto di quell’anno sul monte Sinjar, assediati dai miliziani di al-Baghdadi. In quel momento la Coalizione ha cominciato a bombardare l’Isis, mentre i combattenti curdi siriani liberavano un sentiero su un fianco della montagna per far scendere i civili e ricondurli nel Kurdistan iracheno attraversando il territorio siriano. I prigionieri rimasti sono stati aiutati lo scorso dicembre dalla controffensiva dei peshmerga sull’altro fianco della montagna: molti dei civili sono riusciti a fuggire, ma le forze curde irachene sono state respinte dagli uomini del Calffato all’ingresso della città.
A monte, però, sta la necessità sempre più impellente di proteggere il Kurdistan iracheno, troppo vicino ai territori conquistati dall’Isis e, seppur risparmiato in passato dagli attacchi dei jihadisti, sempre più nel mirino di al-Baghdadi.
Fonte
Stando a quanto dichiarato dal generale Ezzedine Saadun all’AFP, i peshmerga starebbero avanzando su più assi per liberare il centro del distretto, aiutati dai raid della coalizione anti-Isis a guida Usa.
Il Consiglio di Sicurezza regionale curdo ha dichiarato all’Associated Press che a poche ore dall’inizio delle operazioni le sue forze hanno preso il controllo di una parte dell’autostrada 47 isolando completamente Sinjar dalle roccaforti Isis in Siria e nell’Iraq settentrionale. I villaggi di Gabarra a ovest e di Tel Shore, Fadhelya e Qen sul fronte orientale sarebbero stati messi in sicurezza.
Fondamentali, secondo il generale Seme Busal, comandante di una delle linee del fronte, sono stati i raid della coalizione anti-Isis: “Le truppe [peshmerga, ndr] – ha dichiarato all’Associated Press – stanno tenendo le loro posizioni, in attesa di rinforzi e ulteriori attacchi aerei in modo che possano poi entrare nel centro della città. Gli attacchi aerei sono stati molto importanti per arrivare al punto dove si è ora”. A coordinare i raid, secondo una troupe dell’AP, ci sarebbe una piccola unità americana in cima a un colle lungo la linea del fronte.
La Coalizione ha reso noto che nel corso degli ultimi giorni sono stati effettuati 24 attacchi aerei che, tra gli altri obiettivi, hanno centrato nove unità tattiche dei militanti, nove aree di sosta e distrutto 27 posizioni di combattimento. Grande assente, anche questa volta, è Baghdad, che già lo scorso dicembre aveva ignorato le richieste del presidente curdo Barzani di inviare munizioni alle sue truppe e non aveva contribuito in alcun modo alla controffensiva lanciata dai peshmerga – poi fallita – per liberare il martoriato distretto nord-occidentale iracheno.
Sono molteplici gli obiettivi dell’offensiva, denominata “Operazione Sinjar Libera”: da un lato bloccare l’autostrada 47, che collega Mosul – la roccaforte irachena dell’Isis – alla sua omologa siriana Raqqa, per tagliare i rifornimenti del califfato che finora hanno tranquillamente attraversato i due paesi. “Riconquistare Sinjar – ha spiegato il comandante curdo Rawan Barzani al Washington Post – è fondamentale, perché l’Isis si troverà così a dover scegliere tra Raqqa e Mosul”.
Dall’altro, però, le forze curde lavorano per stabilire una zona cuscinetto che possa proteggere la città e i suoi abitanti dal fuoco dell’Isis. Nell’agosto dello scorso anno, infatti, l’offensiva del califfato sul distretto ha portato alla mattanza di gran parte dei suoi abitanti, gli yazidi, minoranza con una sua propria religione derivante dagli antichi culti mesopotamici. Accusati dai miliziani jihadisti di essere eretici e adoratori del diavolo, un numero imprecisato di uomini yazidi sono stati uccisi in massa, mentre le donne sono state violentate, schiavizzate e spartite per divertimento tra gli uomini del califfato al di qua e al di là della frontiera irachena.
Decine di migliaia di yazidi si sono rifugiati all’inizio di agosto di quell’anno sul monte Sinjar, assediati dai miliziani di al-Baghdadi. In quel momento la Coalizione ha cominciato a bombardare l’Isis, mentre i combattenti curdi siriani liberavano un sentiero su un fianco della montagna per far scendere i civili e ricondurli nel Kurdistan iracheno attraversando il territorio siriano. I prigionieri rimasti sono stati aiutati lo scorso dicembre dalla controffensiva dei peshmerga sull’altro fianco della montagna: molti dei civili sono riusciti a fuggire, ma le forze curde irachene sono state respinte dagli uomini del Calffato all’ingresso della città.
A monte, però, sta la necessità sempre più impellente di proteggere il Kurdistan iracheno, troppo vicino ai territori conquistati dall’Isis e, seppur risparmiato in passato dagli attacchi dei jihadisti, sempre più nel mirino di al-Baghdadi.
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03/07/2015
Obama blocca gli aiuti ai curdi. Lotta all’Isis ma senza esagerare…
“(Quelli della coalizione internazionale a guida Usa, ndr) Non fanno del loro meglio. Ci sono spesso civili kurdi uccisi nei bombardamenti. Succede per errore, secondo loro, ma noi invece crediamo che vogliano mantenere una forma di equilibrio tra jihadisti e combattenti kurdi. Se la coalizione vuole bombardare una sigaretta lo fa. A volte chiediamo attacchi mirati e dicono di non poter procedere. Troppi combattenti jihadisti hanno armi degli Stati Uniti o turche. Invece noi per mesi non abbiamo avuto armamenti sufficienti” denunciava qualche fa al giornalista del Manifesto Giuseppe Acconcia la comandante Rangin, delle Jpg, raggiunta telefonicamente a Kobane.
Che gli attacchi della coalizione militare a guida statunitense contro le postazioni dello Stato Islamico e di Al Qaeda in Siria e in Iraq siano insufficienti e altalenanti era apparso chiaro fin dall’inizio. D’altronde non si spiegherebbe come a distanza di alcuni mesi dall’inizio delle operazioni militari che vedono impegnati decine di caccia ed elicotteri di varie potenze militari, oltre a truppe e commandos d’elite, siano di fatto solo le milizie curde e in alcuni casi l’esercito siriano a infliggere dure sconfitte ai jihadisti, che comunque sfruttando il sostegno turco sono tornati in queste ultime settimane a colpire Kobane e poi anche Tal Abyad.
Il sospetto che Washington, le potenze europee coinvolte e soprattutto le petromonarchie vogliano ridimensionare l’Isis – creatura a lungo tollerata quando non coccolata e sostenuta ma poi diventata troppo ingombrante e incontrollabile – senza però eliminare del tutto il 'Califfato' per poter continuare ad avere a disposizione una forza da utilizzare come contraltare ai paesi dell’asse sciita è ormai una certezza incontestabile.
Confermata dalle recenti decisioni del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, il quale si è detto contrario alla fornitura di armi ai combattenti curdi che contrastano l’espansione dello Stato Islamico in Siria mentre già "milioni di sterline di armi comprati da diversi Paesi europei per armare i curdi sono bloccati dai comandanti americani che supervisionano le operazioni contro Isis" come ha scritto un quotidiano di Londra.
A rivelare il no della Casa Bianca al sostegno alle milizie popolari curde è stato nei giorni scorsi il britannico Telegraph che, pubblicando indiscrezioni raccolte da un “importante funzionario di un governo arabo”, ha svelato i tentativi di alcuni esecutivi della regione a incrementare gli aiuti militari ai combattenti curdi – soprattutto i docili peshmerga di Erbil – e alle forze armate irachene se non a quelle siriane nei confronti delle quali l’ostracismo nelle cancellerie mediorientali è comune e totale. Il funzionario intervistato ha anche rivelato che lo scarso impegno statunitense nella lotta contro i fondamentalisti ha generato nel suo governo – non è dato sapere quale – contrarietà e polemiche, tanto da annunciare la ricerca di una ‘via autonoma’ dei paesi del Golfo rispetto ai tentennamenti di Washington. "Se gli americani e l'Occidente non sono pronti a fare qualcosa di serio per sconfiggere l'Isis, allora dovremo trovare altri modi per gestire questa minaccia" avrebbe detto l'alto funzionario coperto dall’anonimato, "con l'Isis che continua a guadagnare terreno, semplicemente non possiamo permetterci di aspettare che Washington si svegli e realizzi l'enormità della minaccia a cui ci troviamo di fronte". "Semplicemente non c'è un approccio strategico" avrebbe aggiunto il misterioso rappresentante, "c'è una mancanza di coordinamento nella scelta degli obiettivi e non c'è un piano complessivo che miri alla sconfitta dell'Isis".
Secondo il Telegraph i paesi – o alcuni paesi – del Golfo sarebbero pronti a fornire armi anche pesanti ai combattenti curdi, anche a costo di indispettire il governo di Baghdad che non vede di buon occhio il rafforzamento dell’autonomia curda nel nord del paese e soprattutto d'inimicarsi ulteriormente la Turchia. Ankara nei giorni scorsi ha esplicitamente affermato di essere indisponibile a tollerare la formazione di ‘uno stato curdo’ ai propri confini e di essere in procinto di inviare una consistente forza militare turca in territorio siriano per creare una ‘zona cuscinetto’ di varie centinaia di chilometri quadrati. Secondo alcuni media, sarebbero state proprio le pressioni e le rimostranze di Erdogan nei confronti dell'ex alleato americano a convincere Obama a bloccare i già scarsi rifornimenti ai combattenti curdi.
E’ evidente che il disappunto delle petromonarchie – o di alcune, perché anche all’interno del polo islamico guidato da Riad non mancano le divergenze strategiche – potrebbe avere un carattere strumentale a rafforzare la propria egemonia nella regione. Che i regimi feudali del Golfo temano l’espansione dello Stato Islamico, dopo averlo sostenuto e foraggiato contro Baghdad, Damasco, Teheran e Beirut è più che evidente visto che il Califfato ha iniziato a minacciare anche i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Ma è anche evidente che nel mirino del blocco regionale islamico ci sono comunque i paesi sconvolti dalla guerra civile. Sostenere ora i curdi iracheni – anche in questo caso senza esagerare – e solo in minima parte quelli siriani dopo aver sostenuto i jihadisti potrebbe rappresentare un modo per perpetuare la destabilizzazione dell’area e giocare così al sempre verde ‘divide et impera’.
Usa, Unione Europea e petromonarchie giocano col fuoco, sulla pelle dei popoli del Medio Oriente e non solo.
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Che gli attacchi della coalizione militare a guida statunitense contro le postazioni dello Stato Islamico e di Al Qaeda in Siria e in Iraq siano insufficienti e altalenanti era apparso chiaro fin dall’inizio. D’altronde non si spiegherebbe come a distanza di alcuni mesi dall’inizio delle operazioni militari che vedono impegnati decine di caccia ed elicotteri di varie potenze militari, oltre a truppe e commandos d’elite, siano di fatto solo le milizie curde e in alcuni casi l’esercito siriano a infliggere dure sconfitte ai jihadisti, che comunque sfruttando il sostegno turco sono tornati in queste ultime settimane a colpire Kobane e poi anche Tal Abyad.
Il sospetto che Washington, le potenze europee coinvolte e soprattutto le petromonarchie vogliano ridimensionare l’Isis – creatura a lungo tollerata quando non coccolata e sostenuta ma poi diventata troppo ingombrante e incontrollabile – senza però eliminare del tutto il 'Califfato' per poter continuare ad avere a disposizione una forza da utilizzare come contraltare ai paesi dell’asse sciita è ormai una certezza incontestabile.
Confermata dalle recenti decisioni del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, il quale si è detto contrario alla fornitura di armi ai combattenti curdi che contrastano l’espansione dello Stato Islamico in Siria mentre già "milioni di sterline di armi comprati da diversi Paesi europei per armare i curdi sono bloccati dai comandanti americani che supervisionano le operazioni contro Isis" come ha scritto un quotidiano di Londra.
A rivelare il no della Casa Bianca al sostegno alle milizie popolari curde è stato nei giorni scorsi il britannico Telegraph che, pubblicando indiscrezioni raccolte da un “importante funzionario di un governo arabo”, ha svelato i tentativi di alcuni esecutivi della regione a incrementare gli aiuti militari ai combattenti curdi – soprattutto i docili peshmerga di Erbil – e alle forze armate irachene se non a quelle siriane nei confronti delle quali l’ostracismo nelle cancellerie mediorientali è comune e totale. Il funzionario intervistato ha anche rivelato che lo scarso impegno statunitense nella lotta contro i fondamentalisti ha generato nel suo governo – non è dato sapere quale – contrarietà e polemiche, tanto da annunciare la ricerca di una ‘via autonoma’ dei paesi del Golfo rispetto ai tentennamenti di Washington. "Se gli americani e l'Occidente non sono pronti a fare qualcosa di serio per sconfiggere l'Isis, allora dovremo trovare altri modi per gestire questa minaccia" avrebbe detto l'alto funzionario coperto dall’anonimato, "con l'Isis che continua a guadagnare terreno, semplicemente non possiamo permetterci di aspettare che Washington si svegli e realizzi l'enormità della minaccia a cui ci troviamo di fronte". "Semplicemente non c'è un approccio strategico" avrebbe aggiunto il misterioso rappresentante, "c'è una mancanza di coordinamento nella scelta degli obiettivi e non c'è un piano complessivo che miri alla sconfitta dell'Isis".
Secondo il Telegraph i paesi – o alcuni paesi – del Golfo sarebbero pronti a fornire armi anche pesanti ai combattenti curdi, anche a costo di indispettire il governo di Baghdad che non vede di buon occhio il rafforzamento dell’autonomia curda nel nord del paese e soprattutto d'inimicarsi ulteriormente la Turchia. Ankara nei giorni scorsi ha esplicitamente affermato di essere indisponibile a tollerare la formazione di ‘uno stato curdo’ ai propri confini e di essere in procinto di inviare una consistente forza militare turca in territorio siriano per creare una ‘zona cuscinetto’ di varie centinaia di chilometri quadrati. Secondo alcuni media, sarebbero state proprio le pressioni e le rimostranze di Erdogan nei confronti dell'ex alleato americano a convincere Obama a bloccare i già scarsi rifornimenti ai combattenti curdi.
E’ evidente che il disappunto delle petromonarchie – o di alcune, perché anche all’interno del polo islamico guidato da Riad non mancano le divergenze strategiche – potrebbe avere un carattere strumentale a rafforzare la propria egemonia nella regione. Che i regimi feudali del Golfo temano l’espansione dello Stato Islamico, dopo averlo sostenuto e foraggiato contro Baghdad, Damasco, Teheran e Beirut è più che evidente visto che il Califfato ha iniziato a minacciare anche i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Ma è anche evidente che nel mirino del blocco regionale islamico ci sono comunque i paesi sconvolti dalla guerra civile. Sostenere ora i curdi iracheni – anche in questo caso senza esagerare – e solo in minima parte quelli siriani dopo aver sostenuto i jihadisti potrebbe rappresentare un modo per perpetuare la destabilizzazione dell’area e giocare così al sempre verde ‘divide et impera’.
Usa, Unione Europea e petromonarchie giocano col fuoco, sulla pelle dei popoli del Medio Oriente e non solo.
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15/11/2014
L’Italia invia 4 cacciabombardieri Tornado per la Guerra all’Isis
L’Aeronautica militare sta per inviare quattro cacciabombardieri “Tornado” per partecipare alle operazioni della coalizione internazionale anti-Isis in Iraq e in Siria. La notizia giunge dagli Stati Uniti d’America: stamani la rivista specializzata Defensenews, citando il “portavoce del Minitero della difesa italiano”, afferma che i velivoli saranno schierati nella base aerea di Ahmed Al Jaber in Kuwait e “saranno utilizzati solo per missioni di riconoscimento”. Defensenews aggiunge che la ministra Roberta Pinotti avrebbe inviato nei giorni scorsi una lettera al parlamento italiano spiegando che insieme ai “Tornado” giungerà uno staff logistico di 135 uomini dell’Aeronautica italiana. Inspiegabilmente la notizia sulla nuova escalation militare italiana nel complesso scenario di guerra all’Isis non è trapelata in Italia.
In ottobre un velivolo tanker Boeing KC-767-A in dotazione al 14° Stormo dell’Aeronautica di Pratica di Mare (Roma) era stato trasferito nella base aerea di Kuwait City per rifornire in volo i cacciabombardieri della coalizione internazionale a guida Usa impegnati nei bombardamenti in Iraq e Siria. Successivamente in Kuwait sono giunti pure due droni-spia “Predator” del 32° Stormo di Amendola (Foggia), 200 addestratori e 80 “consiglieri” militari, buona parte dei quali sono stati poi trasferiti a Erbil, nel Kurdistan iracheno, per partecipare alle attività addestrative delle unità locali e dei battaglioni dei peshmega curdi.
Il governo italiano ha fatto sapere di aver trasferito alle forze armate irachene un numero imprecisato di cannoni leggeri “Folgore” con munizioni calibro 80mm, prodotto dalla Breda, di proprietà dell’Esercito italiano. Il raggio di tiro di queste armi è di circa 1000 metri che diventano 4,5 km mediante l’impiego di razzi. L’Esercito aveva ordinato 800 sistemi “Folgore”, ma l’arma ha avuto scarsissimi risultati sul campo. Secondo quanto pubblicato dalla Rivista Italiana Difesa (RID), date le grosse dimensioni e la pesantezza del “Folgore”, è stato scarsamente gradito come arma per fanteria, mentre la granata da 80mm non sarebbe in grado di perforare le corazze dei carri armati moderni. Attualmente solo il 4º reggimento Genio guastatori di stanza a Palermo ha in dotazione tale arma. Il 12 settembre scorso, l’Italia ha inoltre inviato a Baghdad un aereo cargo C-130J “Hercules” con a bordo armi leggere per un valore complessivo di 1,9 milioni di euro, incluso 100 mitragliatrici MG 42/59 “Beretta” più 100 treppiedi, 100 mitragliatrici pesanti da 12.7, 250.000 munizioni per ciascuna delle due tipologie di armi, 1.000 razzi RPG 7, 1.000 razzi RPG 9 e 400.000 munizioni per mitragliatrici di fabbricazione sovietica. I 2.000 razzi e le munizioni facevano parte di uno stock di armi sequestrato nel 1994 a bordo di una nave diretta in Serbia e conservate presso un deposito sotterraneo in Sardegna. Le armi sono state consegnate attraverso un ponte aereo per Erbil ai peshmerga curdi.
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Tornado a parte, il nostro ministero della difesa ha colto la palla al balzo dell'ISIS per liberare i magazzini dalla spazzatura in eccesso.
05/11/2014
Isis e al Nusra avanzano insieme
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Il sole tramonta, la tensione sale. Nella città vecchia di Diyarbakir succede ormai quasi ogni sera, dal 7 ottobre scorso quando scoppiò la rabbia kurda per l’apatia di Ankara verso Kobane. «Non si passa, la polizia ha chiuso la strada», ci dice un’anziana signora mentre accende un fuoco nella piccola piazza a ridosso delle mura. Qualche scaramuccia, i poliziotti che intervengono e chiudono con le transenne a un paio di auto l’ingresso in città vecchia. Dopo mezz’ora torna la calma.
«Durante i giorni di coprifuoco, all’inizio di ottobre, la situazione era esplosiva – racconta al manifesto Bilal, attivista del movimento politico kurdo – La polizia lanciava i lacrimogeni nelle case, la notte non si dormiva. Da allora il governo ha dato piena autorità ai poliziotti: lo chiamano ‘ragionevole sospetto’. Se ritengono che possano esserci proteste, hanno mano libera. Ne approfittano per provocare la gente e avere poi la scusa per reprimere: chiudono le strade, fermano qualche giovane, perquisiscono le abitazioni».
Nei discorsi di tutti resta però una parola fissa: Kobane. Nelle tv la metà dei notiziari è dedicata alla battaglia al di là della frontiera, alla radio passano canzoni che celebrano il Kurdistan unito. La solidarietà per i combattenti kurdi in Siria è forte e aumenta proporzionalmente alla durata dell’assedio islamista. Che ieri ha ottenuto ulteriore sostegno: il Fronte al-Nusra, formazione qaedista oggi vicina all’Isis, si è ammassato nella cittadina di Sarmada, a soli 6 km dallo strategico passaggio di frontiera di Bab al-Hawa tra Siria e Turchia. L’eventuale presa di Bab al-Hawa avrebbe conseguenze nere per la coalizione guidata dagli Usa che da quella frontiera ha finora sostenuto le opposizioni moderate al regime di Assad.
La situazione volge al peggio soprattutto dopo la presa da parte di al-Nusra di un’altra città, Khan al-Subul, e di altri villaggi nella provincia nord-occidentale di Idlib, prima in mano ai moderati del movimento Hazm e dell’Esercito Libero Siriano, che già la scorsa settimana aveva perso il controllo di alcune comunità a favore dei qaedisti.
Insieme ai villaggi, al-Nusra si è impossessato anche di armi consegnate ai gruppi anti-Assad da Washington, tra cui missili anti-carro. Se questo è il sostegno di cui gode il califfato, quello a favore di Kobane è minimo: i 150 peshmerga sono troppo pochi e resteranno – come detto dal primo ministro del Kurdistan iracheno, Nechervan Barzani – solo «temporaneamente» a sostegno della resistenza di Rojava. Nessun ruolo politico futuro, ha messo in chiaro il premier, nessun successivo discorso unitario.
A Diyarbakir qualcuno storce il naso: c’è chi addirittura sostiene che un gruppo di peshmerga abbia approfittato del viaggio in Turchia per disertare, altri li chiamano «inutili cowboy con i Ray Ban». Non faranno la differenza, soprattutto contro il potenziale militare islamista. Tra le file militari kurde, ha aggiunto poi Barzani, ci sono anche peshmerga contrari all’avventura siriana e che vorrebbero concentrarsi sulla ripresa delle città occupate in Iraq, lamentando l’assenza del governo di Baghdad. Il premier al-Abadi vive un periodo nero: i massacri contro le comunità sunnite che si sono sollevate contro l’Isis proseguono con numeri senza precedenti insieme agli attacchi suicidi. Ieri un’autobomba è esplosa nel quartiere sciita di Sadr City, nella capitale, uccidendo 23 persone durante la tradizionale processione al-Husseiniya della settimana dell’Ashura, festa religiosa sciita. Domenica un’altra marcia era stata target a sud di Baghdad: 31 morti.
Entrambi gli attacchi sono stati rivendicati dall’Isis. Ma nel mirino del califfato non ci sono solo gli «apostati» sciiti. Ci sono anche i sunniti che hanno preso le armi contro l’avanzata islamista. Dopo le stragi della scorsa settimana nella provincia di Anbar, nuovo bersaglio è la tribù di Albu Nimr: oltre 200 i civili giustiziati in pochi giorni. Numeri da far tremare qualsiasi governo, tanto più quello di Baghdad incapace di difendere la popolazione, sunnita e sciita.
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Il sole tramonta, la tensione sale. Nella città vecchia di Diyarbakir succede ormai quasi ogni sera, dal 7 ottobre scorso quando scoppiò la rabbia kurda per l’apatia di Ankara verso Kobane. «Non si passa, la polizia ha chiuso la strada», ci dice un’anziana signora mentre accende un fuoco nella piccola piazza a ridosso delle mura. Qualche scaramuccia, i poliziotti che intervengono e chiudono con le transenne a un paio di auto l’ingresso in città vecchia. Dopo mezz’ora torna la calma.
«Durante i giorni di coprifuoco, all’inizio di ottobre, la situazione era esplosiva – racconta al manifesto Bilal, attivista del movimento politico kurdo – La polizia lanciava i lacrimogeni nelle case, la notte non si dormiva. Da allora il governo ha dato piena autorità ai poliziotti: lo chiamano ‘ragionevole sospetto’. Se ritengono che possano esserci proteste, hanno mano libera. Ne approfittano per provocare la gente e avere poi la scusa per reprimere: chiudono le strade, fermano qualche giovane, perquisiscono le abitazioni».
Nei discorsi di tutti resta però una parola fissa: Kobane. Nelle tv la metà dei notiziari è dedicata alla battaglia al di là della frontiera, alla radio passano canzoni che celebrano il Kurdistan unito. La solidarietà per i combattenti kurdi in Siria è forte e aumenta proporzionalmente alla durata dell’assedio islamista. Che ieri ha ottenuto ulteriore sostegno: il Fronte al-Nusra, formazione qaedista oggi vicina all’Isis, si è ammassato nella cittadina di Sarmada, a soli 6 km dallo strategico passaggio di frontiera di Bab al-Hawa tra Siria e Turchia. L’eventuale presa di Bab al-Hawa avrebbe conseguenze nere per la coalizione guidata dagli Usa che da quella frontiera ha finora sostenuto le opposizioni moderate al regime di Assad.
La situazione volge al peggio soprattutto dopo la presa da parte di al-Nusra di un’altra città, Khan al-Subul, e di altri villaggi nella provincia nord-occidentale di Idlib, prima in mano ai moderati del movimento Hazm e dell’Esercito Libero Siriano, che già la scorsa settimana aveva perso il controllo di alcune comunità a favore dei qaedisti.
Insieme ai villaggi, al-Nusra si è impossessato anche di armi consegnate ai gruppi anti-Assad da Washington, tra cui missili anti-carro. Se questo è il sostegno di cui gode il califfato, quello a favore di Kobane è minimo: i 150 peshmerga sono troppo pochi e resteranno – come detto dal primo ministro del Kurdistan iracheno, Nechervan Barzani – solo «temporaneamente» a sostegno della resistenza di Rojava. Nessun ruolo politico futuro, ha messo in chiaro il premier, nessun successivo discorso unitario.
A Diyarbakir qualcuno storce il naso: c’è chi addirittura sostiene che un gruppo di peshmerga abbia approfittato del viaggio in Turchia per disertare, altri li chiamano «inutili cowboy con i Ray Ban». Non faranno la differenza, soprattutto contro il potenziale militare islamista. Tra le file militari kurde, ha aggiunto poi Barzani, ci sono anche peshmerga contrari all’avventura siriana e che vorrebbero concentrarsi sulla ripresa delle città occupate in Iraq, lamentando l’assenza del governo di Baghdad. Il premier al-Abadi vive un periodo nero: i massacri contro le comunità sunnite che si sono sollevate contro l’Isis proseguono con numeri senza precedenti insieme agli attacchi suicidi. Ieri un’autobomba è esplosa nel quartiere sciita di Sadr City, nella capitale, uccidendo 23 persone durante la tradizionale processione al-Husseiniya della settimana dell’Ashura, festa religiosa sciita. Domenica un’altra marcia era stata target a sud di Baghdad: 31 morti.
Entrambi gli attacchi sono stati rivendicati dall’Isis. Ma nel mirino del califfato non ci sono solo gli «apostati» sciiti. Ci sono anche i sunniti che hanno preso le armi contro l’avanzata islamista. Dopo le stragi della scorsa settimana nella provincia di Anbar, nuovo bersaglio è la tribù di Albu Nimr: oltre 200 i civili giustiziati in pochi giorni. Numeri da far tremare qualsiasi governo, tanto più quello di Baghdad incapace di difendere la popolazione, sunnita e sciita.
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29/10/2014
Kobanê, l’assedio e il surplace difensivo
Sembra che la battaglia di Kobanê travalichi il valore simbolico della difesa di un’enclave, che per l’autogestione della Rojava è già moltissimo. Rappresenta la chiusura d’uno spazio non facilmente difendibile in un’estesissima pianura sulla direttrice viaria verso occidente, che potrebbe portare le milizie islamiche ad ampliare il controllo lungo l’asse dei villaggi attorno ad Aleppo, la zona di Raqqah con la fertilissima valle dell’Eufrate, sino a raggiungere Mosul. Un’area estremamente vasta dove da quest’estate sventola il nero vessillo dell’Isis. Del resto il motto del Califfato: “consolidamento ed espansione”, al di là dei desideri, esprime chiaramente il programma del nuovo Stato che ha stabilito una schiacciante supremazia nello schieramento jihadista, sopravanzando il gruppo siriano di Al-Nusra e cercando d’inglobarlo. Ben oltre le strategie di leadership che vedono Abu Bakr Al-Baghdadi salire nel ranking gerarchico fondamentalista (scatenando dietrologie sui suoi soggiorni detentivi nello statunitense Camp Bucca, capaci d’istruirlo e rafforzarlo più che contenerlo) c’è la sostanza offerta da professionisti delle armi e dagli armamenti stessi, provenienti dalle file del disgregato esercito iracheno e dalle strutture dell’Intelligence del partito Baa’th.
Più il flusso di forniture che i fondamentalisti continuano a ricevere, così da fomentare i sospetti che la stessa coalizione, che a tratti li bombarda dal cielo, nutra la loro presenza con armi di terra. In questo gioco delle parti, dove si recita a soggetto, la Turchia tenendo fede alle ultime dichiarazioni del premier Davutoğlu ha permesso il passaggio sul confine di Habur d’un reparto di 150 guerriglieri peshmerga giunti dal Kurdistan iracheno a supporto dei combattenti del Pyd. Stesso passaggio, però, continua a essere proibito ai miliziani del Pkk, su cui il governo di Ankara continua a porre un ferreo veto. In tal modo la finalità di aiutare in un’efficace difesa la cittadina di Kobanê resta in bilico, anzi continua a essere subordinata ai meccanismo della politica nazionale (in tal caso turca) e internazionale di non sbilanciarsi eccessivamente a favore della comunità kurda e soprattutto del suo disegno futuribile della Rojava. Una regione autonoma e autogestita, prova vivente della reale possibilità di attuare quel processo di autodeterminazione federale tanto teorizzato dal leder Öcalan. Nel surplace della comunità internazionale, a Kobanȇ, occupata in una vasta zona orientale da 5000 e forse più miliziani dell’Is, circa duemila guerriglieri kurdi continuano a combattere. Registrano il decesso di 200 compagni, mentre le bandiere nere hanno ricoperto fino a 500 loro cadaveri, parecchi finiti sotto le bombe dei raid della Nato. Mentre prosegue la fuga dei civili.
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Più il flusso di forniture che i fondamentalisti continuano a ricevere, così da fomentare i sospetti che la stessa coalizione, che a tratti li bombarda dal cielo, nutra la loro presenza con armi di terra. In questo gioco delle parti, dove si recita a soggetto, la Turchia tenendo fede alle ultime dichiarazioni del premier Davutoğlu ha permesso il passaggio sul confine di Habur d’un reparto di 150 guerriglieri peshmerga giunti dal Kurdistan iracheno a supporto dei combattenti del Pyd. Stesso passaggio, però, continua a essere proibito ai miliziani del Pkk, su cui il governo di Ankara continua a porre un ferreo veto. In tal modo la finalità di aiutare in un’efficace difesa la cittadina di Kobanê resta in bilico, anzi continua a essere subordinata ai meccanismo della politica nazionale (in tal caso turca) e internazionale di non sbilanciarsi eccessivamente a favore della comunità kurda e soprattutto del suo disegno futuribile della Rojava. Una regione autonoma e autogestita, prova vivente della reale possibilità di attuare quel processo di autodeterminazione federale tanto teorizzato dal leder Öcalan. Nel surplace della comunità internazionale, a Kobanȇ, occupata in una vasta zona orientale da 5000 e forse più miliziani dell’Is, circa duemila guerriglieri kurdi continuano a combattere. Registrano il decesso di 200 compagni, mentre le bandiere nere hanno ricoperto fino a 500 loro cadaveri, parecchi finiti sotto le bombe dei raid della Nato. Mentre prosegue la fuga dei civili.
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Siria - Peshmerga a Kobane. Opposizioni moderate allo sbando
| I peshmerga iracheni in viaggio verso Kobane (Foto: AFP Photo/Safin Hamed)* |
di Chiara Cruciati
I 150 peshmerga che tanto hanno fatto discutere in questi giorni sono arrivati in Turchia questa mattina. Prossima destinazione Kobane: una parte del gruppo a bordo di autobus è in viaggio verso la città curda a nord della Siria, scortata da veicoli militari turchi. Alcuni sono arrivati in aereo, altri in autobus dal Kurdistan iracheno, sventolando bandiere curde.
Lungo il confine i curdi che da oltre un mese hanno assistito da lontano alla battaglia di Kobane li hanno visti passare e li hanno accolti con canti e slogan. Sembra giunta alla fine la diatriba tra Ankara e Rojava, che hanno passato l’ultima settimana a scambiarsi accuse per il ritardo nell’arrivo dei peshmerga mandati da Irbil.
“Resteranno fino a quando non saranno più necessari”, aveva detto ieri il ministro curdo Qader. Avranno con sé armi automatiche, lanciarazzi e mortai, tutti di fabbricazione Usa, con la promessa di non lasciarli in mano alle Unità di Protezione Popolare di Kobane e ai combattenti del Pkk presenti nella città curda. Funzionari di Irbil hanno poi tenuto a precisare che non saranno impiegati in azioni dirette, sul campo, ma sosteranno con l’artiglieria i combattimenti dei kurdi siriani.
La notizia fa sorridere il presidente Obama, dopo settimane di pressioni sulla Turchia perché intervenisse a Kobane. L’unico intervento ottenuto è stato il via libera al passaggio dei peshmerga. Poca cosa: appare alquanto improbabile che 150 combattenti possano fare la differenza in campo, quella differenza che nemmeno le bombe della coalizione riescono ad archiviare.
L’Isis resta fermo nelle proprie posizioni e si fa beffe del fronte anti-Isis, di nuovo via web. Ieri è stato pubblicato un nuovo video dello Stato Islamico in cui appare l’ostaggio britannico John Cantlie, usato dall’Isis alla stregua di un reporter di guerra. Cantlie da Kobane dice di voler svelare le bugie dei media occidentali: l’Isis non sta perdendo la battaglia per la città kurda, dice nel video, perché controlla ancora la zona est e sud della città. La caduta di Kobane, aggiunge, è solo questione di tempo.
Ma non si combatte solo a Kobane. Nel resto della Siria è in atto uno scontro su due livelli, tra Damasco e Isis e tra Stato Islamico e opposizioni moderate. Seppure il nemico sia lo stesso Washington insiste nel non voler parlare con il governo di Assad, aiutando indirettamente l’avanzata islamista. Ora sempre più vicina alla caduta è la città di Idlib, 30 chilometri da Aleppo.
Lunedì miliziani dell’Isis e del Fronte al-Nusra (ex gruppo qaedista, oggi affiliato allo Stato Islamico dopo la stipula di un patto di non aggressione) hanno lanciato una dura offensiva contro la comunità, strategica per la sua posizione. A metà tra Aleppo e Latakia, lungo la costa mediterranea, Idlib rappresenta il corridoio di passaggio tra il nord – per gran parte occupato dalle milizie di al-Baghdadi – e la costa, e quindi Damasco. Due giorni fa gli islamisti hanno temporaneamente occupato la sede del governatore e il quartier generale della polizia e avrebbero decapitato 70 soldati governativi. Poco dopo l’esercito di Damasco ha riassunto il controllo di Idlib, ma l’alleanza tra al-Nusra e al-Baghdadi continua a preoccupare.
Preoccupa anche la Casa Bianca, dopo la presa da parte islamista di alcune comunità intorno Idlib, strappate al controllo delle opposizioni moderate dell’Esercito Libero Siriano sempre più allo sbando. Ormai in un angolo, il braccio armato della Coalizione Nazionale Siriana (considerata dalla comunità internazionale unico rappresentante legittimo del popolo siriano), è spinto fuori da ogni area prima controllata, tanto da perdere ulteriore credibilità anche agli occhi dell’alleato Usa. A Washington si continua a discutere del programma di addestramento e armamento di 5mila miliziani dell’Els, nella convinzione però che vadano ormai utilizzati non per la guerra guerreggiata quanto per una futura transizione politica. Se mai ce ne sarà una.
La perdita delle comunità intorno Idlib è un altro duro colpo per le opposizioni moderate, incapaci di frenare Isis e Fronte al-Nusra, in grado di allargarsi fino al Libano dove nei giorni scorsi è stato protagonista di una dura battaglia a Tripoli con l’esercito di Beirut.
“Quanto successo è già avvenuto in passato – ha detto Jamal Maarouf, leader delle opposizioni moderate siriane – Ma questa volta la mobilitazione è molto ampia”. Impossibile frenarla, soprattutto per una coalizione internazionale divisa al suo interno tra gli interessi personali e strategici di ogni attore in campo che detta diktat e impone obiettivi.
Fonte
* da notare che la foto ritrae i phesmerga a bordo di alcuni Mercedes Classe G, mezzo militare e non solo decisamente non alla portata di tutti.
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