Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/11/2015

Iraq - La battaglia interna per Kirkuk

Chiara Cruciati – il Manifesto

Mentre l’orrore di due fosse comuni, tomba per 140 yazidi massacrati dall’Isis, ricorda al mondo cos’è stato l’assedio di Sinjar, si moltiplicavano ieri le voci di case sunnite date alle fiamme dai residenti yazidi, forma di vendetta per le brutalità degli islamisti. E a sventolare su Sinjar, dopo la liberazione dalla morsa dello Stato Islamico, è la bandiera del governo regionale del Kurdistan (Krg), non vessilli dell’Iraq. Erbil rivendica la zona: è territorio kurdo tornato in mano kurda.

Il nuovo protagonismo del Krg sta radicalizzando lo scontro interno con il governo centrale di Baghdad e c’è chi a mezza bocca lo dice già: la prossima battaglia sarà a Kirkuk. Una città militarizzata dal giugno 2014, quando i peshmerga distrussero il Battaglione 12 dell’esercito iracheno: approfittando dell’avanzata dell’Isis a Mosul, i peshmerga di Barzani hanno sfondato e ripreso la città, rivendicata da decenni.

Checkpoint volanti bloccano le strade, file di auto si sottopongono ai controlli dei peshmerga. Lungo le vie principali compaiono poster con il volto del presidente kurdo Barzani, barriere di cemento chiudono le zone considerate sensibili. Sui tetti sventolano bandiere rosse, verdi e nere: sono drappi sciiti, ci dicono, ogni colore si riferisce ad un diverso imam. Così gli iracheni sciiti rivendicano l’appartenenza di certi quartieri. Perché Kirkuk, da un anno, sta vivendo una nuova “pulizia etnica”.

«Negli anni ‘80 Saddam Hussein avviò una vasta campagna di “arabizzazione” della città, tra le più ricche di greggio del paese: spostò arabi sciiti da Karbala, Najaf, Nassiriya, famiglie povere a cui offriva una casa e un po’ di soldi – spiega al manifesto F., arabo sciita, che chiede l’anonimato – Oggi le autorità kurde, che dal 2003 controllano parte delle istituzioni locali e dal 2014 quelle militari, fanno lo stesso. Al contrario: soldi agli arabi per incoraggiarli ad andarsene e appartamenti e terre agricole a famiglie kurde di Erbil, Dohuk, Sulaimaniya per convincerle a trasferirsi qui».

Alla fine degli anni ’50, a Kirkuk i kurdi erano la metà della popolazione, il resto si divideva tra arabi e turkmeni. La campagna di arabizzazione di Saddam ribaltò la demografia interna: negli anni ’90 gli arabi erano il 70%. Ora si potrebbe assistere ad un nuovo stravolgimento: «Erbil non è interessata alla gente. Vuole il petrolio e Kirkuk ne è ricca: 300mila barili di petrolio al giorno – continua F. – Guardate alla battaglia kurda contro l’Isis: hanno ricacciato indietro gli islamisti fino a spostare la linea del fronte oltre i giacimenti petroliferi, poi si sono fermati. Vogliono i giacimenti e le condutture. Per questo puntano a modificare la demografia della zona».

Ci spostiamo a Omar, villaggio a pochi km a sud di Kirkuk. Lungo la strada vediamo il fuoco delle raffinerie di greggio. Entriamo nella comunità, poverissima, che oggi accoglie centinaia di sfollati interni: arrivano da vicini villaggi arabi sunniti. Come Saad, liberato come decine di altre comunità sei mesi fa dai peshmerga. Eppure i kurdi non permettono agli sfollati di tornarci: «Dicono per motivi di sicurezza perché si trovano in una zona cuscinetto che i peshmerga hanno dichiarato area militare chiusa. Probabilmente però non li fanno tornare perché vogliono prendersi questi territori, molte comunità sono state distrutte».

Mona ha 30 anni e cinque figli. Scappata da Saad un anno e mezzo fa, si è rifugiata con la famiglia nel villaggio di Omar. Vivono in una tenda: «Fa freddo e abbiamo poco cibo, mio marito era soldato nell’esercito iracheno, qui non trova lavoro. L’ultima volta che abbiamo ricevuto cibo da organizzazioni internazionali è stato 4-5 mesi fa». Qui le Ong non arrivano, le autorità locali rendono difficile l’accesso e impediscono la distribuzione dei voucher per acquistare beni di consumo, come accade nei campi di Erbil, per non attirare altri sfollati: il distretto di Kirkuk è oggi casa per 400mila profughi. La differenza con il resto del Kurdistan iracheno è abissale: qui i rifugiati sono abbandonati a loro stessi.
«Il mio villaggio è stato attaccato da Daesh, siamo fuggiti senza portarci dietro nulla – ci racconta Mona – Ora è libero, ma non ci fanno rientrare». Eppure è a una manciata di km di distanza. Perché la battaglia interna per Kirkuk è già scoppiata. Da mesi ci sono scontri a sud, a Tuz Khurmatu, 60mila abitanti e 70 villaggi nel distretto. I giorni scorsi hanno visto un’escalation degli scontri a fuoco tra peshmerga e milizie sciite: «Tuz Khurmatu è strategica – conclude F. – Collega i governatorati di Baghdad, Kirkuk, Tikrit. Per questo siamo convinti che Kirkuk sarà il prossimo terreno di scontro: le milizie sciite che attaccano i peshmerga non sono indipendenti, sono collegate a Baghdad. Che non vuole perdere questa città».

13/11/2015

Sinjar, la battaglia della riconquista

Yazidi all’attacco per riprendersi la propria città. Non da soli, li coadiuvano guerriglieri peshmerga e soprattutto i raid aerei dell’aviazione statunitense che bombardano le postazioni dell’Isis. Sinjar, che si trova sotto un’arida montagna dalla stessa denominazione, è da stamane sotto il controllo delle forze anti Isis. La località rappresenta un importante snodo viario per le geometrie strategiche dei miliziani islamici, perché con l’autostrada 47 mette in collegamento quella che è considerata dal capitale del Califfato, Raqqa, con la città di Mosul. Sedici mesi fa i fondamentalisti nello sferrare l’offensiva a Sinjar avevano usato ogni tattica mirata a far terra bruciata, uccidendo uomini, stuprando e catturando donne da inserire nel proprio mercato del sesso, allontanando con estrema violenza la popolazione dalla località così da non avere intralci per un disegno geostrategico volto a cancellare il confine fra Siria e Kurdistan iracheno. E creare lo spostamento indisturbato di armi, uomini e merci fra i fronti orientale e occidentale.

Secondo dati forniti dal Washington Post, che riporta note diffuse dal Dipartimento della difesa americano, a Sinjar ci sarebbero almeno 400 jihadisti dotati anche di armi pesanti; altrettanti sono i volontari yazidi inquadrati nei copiosi battaglioni peshmerga (oltre settemila unità) desiderosi di prendersi una rivincita sulla disfatta dell’agosto 2014 che aprì le porte ai sogni di Al Baghdadi di creare concretamente uno Stato Islamico, occupando e controllando un territorio. Nei mesi scorsi quella parte della popolazione yazida che non è riparata nei campi profughi turchi, o finita sui canotti della migrazione disperata verso le isole del Dodecaneso, s’era rifugiata nell’area montuosa che sovrasta la città, rischiando fame e stenti, prima d’essere raggiunta dai guerriglieri kurdo-iracheni. Ora spera in un ritorno stabile nel territorio d’origine. L’avanzata dei peshmerga è stata rapida, ma prende precauzioni soprattutto contro attentati di kamikaze.

Un’arma che il Daesh ha iniziato a usare diffusamente, come dimostrano le stragi di Suruç, forse quella di Ankara, e sicuramente le deflagrazioni di ieri sera nella cintura sciita di Beirut (Burj el-Barajneh) che hanno fatto 43 vittime e 180 feriti. Un massacro diretto contro il ruolo di Hezbollah e mirante ad aprire un nuovo fronte verso il Libano, già investito da schermaglie di fuoco nella valle della Beqa. Secondo note di fonte militare Nato diffuse dalla Cnn l’offensiva su Sinjar rappresenterebbe il prodromo di un’operazione a più ampio spettro che, dopo bombardamenti, giungerebbe a un copioso intervento di terra. Non si svela, però, di quale nazionalità sarebbero le truppe impegnate, visto che l’attuale conflitto nella zona è sostenuto esclusivamente dalla guerriglia kurdo-irachena. Lì quella che fa capo a Barzani (Kdp) e a Talabani (Puk), nell’area del Rojava dai combattenti diretti dal Partito dell’Unione Democratica.

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22/01/2015

Khama, la schiava del sesso

Il tristissimo caso di Khama è uguale ad altre storie di sopraffazione di genere introdotte dalle guerre. E dalla stessa pace. Certo dove imperversa la violenza, per decenni o per mille e mille anni, queste situazioni si sono ripetute. E’ un tempo fermo e infinito, che assimila stupri e oppressione sessuale a quel mondo maschile incentrato sul potere della forza e sulla forza del potere. La vicenda di Khama si sviluppa a Sjniar, nella terra irachena ora segnata dai drappi neri dell’Isis e dalla spietata fama dei suoi miliziani. Ai quali la giovinetta è costretta a offrirsi quale schiava del sesso solo perché è yezida, dunque, secondo una visione del sunnismo fondamentalista, un’infedele cui si può infliggere ogni dolore. La si può degradare con qualsiasi umiliazione. Come lei migliaia di giovani donne impossibilitate a fuggire sono state soggiogate e usate. “Perché ci fate questo?” hanno chiesto, pur impaurite, agli aguzzini. La risposta è arrivata con scherni e colpi di bastone. Khama lo ricorda con orrore oggi che mestamente ricostruisce, davanti a un gruppo di avvocati dei diritti, una testimonianza sul “bazar dei corpi femminili” istituito attorno a Mosul da lenoni delle bande fondamentaliste.

Fra molte sofferenze la libertà è apparsa a Khama in una notte, complice una finestra chiusa solo col cellophane; dopo averlo reciso lei e altre cinque ragazze sono saltate fuori dalla casa-prigione. Istanti di cuore impazzito e angoscia. Khama attendeva la cugina che s’attardava a calarsi... A un tratto una luce, forse una sentinella, le compagne di fuga che fremono: non si può più aspettare. Via, la corsa notturna a perdifiato, con la paura montante d’essere prese e per questa “trasgressione” condotte a morte. Incertezze. I jihadisti affermano di non sopprimere le donne. Lo dicono da maschi islamici, ma le yezide sono terrorizzate. L’inatteso lieto fine conduce Khama e le fuggitive a scampare agli oppressori, però ogni momento della terribile avventura resta nella mente e pesa come un macigno. La memoria della propria vendita, individuale e collettiva, l’ascolto delle trattative, la richiesta di denaro e sconti. Pochissimo denaro, 13 dollari, viene sborsato da un foreign fighter con passaporto dell’ovest per due ragazze. L’intento è parcheggiarle nella propria casa accanto a moglie e altre donne yezide, alcune nella veste di serve.

Ora sul web è comparso un documento, una specie di fatwa, che affronta il tema della schiavitù femminile con tanto di domande e risposte. L’oggetto sono yezide, cristiane, ebree che possono essere acquistate e cedute. Seguono particolari di comportamento: l’uomo può avere un rapporto intimo con una schiava solo se lei è vergine, se non lo è il maschio deve accertarsi che non sia incinta. E ancora: può avere un rapporto con una bambina se lei ‘s’adatta al rapporto’. Il responso è giudicato depravato e deprimente in contrasto con le norme islamiche, pare sia stato stilato a misura delle stravaganze e dei desideri di guerriglieri mascherati da credenti. Tutto è stilato a sua misura: una donna convertita può attendersi un matrimonio forzato, ma se rifiuta finisce fra le braccia di decine di miliziani. Le donne, giovani o ragazze, vengono raccolte in una sala chiusa e vendute come bottino di guerra. I primi a scegliere sono i combattenti stranieri, quindi i locali. Drammi femminili non dissimili dalle infernali pene che il benessere occidentale propone alle sue donne oggetto, pescate ovunque dalle mafie internazionali e vendute sulle strade, dietro l’angolo di casa nostra. Con una fine spesso segnata per il povero corpo gettato in un fosso.

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19/12/2014

IRAQ. I peshmerga liberano Sinjar, gli Usa decapitano i vertici Isis

La controffensiva kurda per la riconquista di Sinjar, lanciata mercoledì, ha segnato la prima vittoria: ieri i peshmerga sono riusciti ad aprire un corridoio umanitario per permettere la liberazione delle migliaia di yazidi ancora intrappolati sul monte Sinjar, assediato dall’Isis.

Le forze kurde hanno attaccato da Zumar, a est di Sinjar, rioccupando circa 700 km quadrati di territorio in due giorni. Sostenute da 45 raid della coalizione, fa sapere un comandante kurdo, le forze di Irbil hanno mosso il primo passo verso la liberazione delle comunità occupate dallo Stato Islamico, prevalentemente abitate dalla minoranza yazidi.

Il presidente kurdo Barzani gongola, sottolineando che l’operazione è stata condotta senza l’aiuto dell’esercito iracheno: “Il corridoio è stato aperto per evacuare quelle persone – ha detto Barzani – Abbiamo chiesto al governo iracheno di fornire munizioni per l’operazione. Ma sfortunatamente non hanno mandato nulla, il loro contributo è stato nullo, ad essere sinceri”.

La controffensiva è stata lanciata ufficialmente per liberare i migliaia di yazidi che ad agosto erano rimasti ostaggio dell’Isis sul monte Sinjar, impossibilitati a fuggire come altre migliaia di loro, che erano riusciti a raggiungere il Kurdistan iracheno dove oggi vivono in condizioni estremamente precarie: Irbil non è in grado di accogliere tanti profughi e molti sono costretti a rifugiarsi in case in costruzione o sotto i ponti, senza protezioni contro l’arrivo del freddo inverno iracheno.

A livello strategico, in realtà, Sinjar rappresenta un bastione fondamentale per Irbil: a poca distanza dalla Siria, la zona è vicinissima al Kurdistan iracheno, ormai diventato target degli islamisti che in passato avevano volutamente “risparmiato” il territorio della regione autonoma. Oggi non è più così: era necessario per i kurdi riprendere Sinjar e togliere all’Isis un importante punto di partenza di una possibile offensiva contro il Kurdistan.

Un’analisi che troverebbe conferma nel precedente abbandono di Sinjar da parte di Irbil: ad agosto, quando lo Stato Islamico occupò la comunità e massacrò la minoranza yazidi, i peshmerga fuggirono senza combattere nella convinzione di non essere un target islamista. Oggi quella certezza è evaporata e Sinjar è tornato elemento centrale della battaglia per il controllo dell’Iraq.

Proseguono intanto i raid della coalizione guidata dagli Stati Uniti: ieri il capo dello Stato maggiore Usa, Martin Dempsey, ha fatto sapere che in bombardamenti condotti tra il 3 e il 9 dicembre sono stati uccisi diversi leader del califfato, un’azione “distruttiva del loro sistema di comando e controllo”. “Riteniamo che la perdita di leader chiave diminuisce la capacità dell’Isis di comando e di controllo delle attuali operazioni contro l’esercito iracheno, i peshmerga e altre forze locali in Iraq”, ha aggiunto il portavoce Kirby.

Si tratterebbe infatti di leader di alto livello, dei vertici dell’Isis: tra loro Haji Mutazz, vice di al-Baghdadi, Radwin Talib, governatore di Mosul, e Abd al Basit, capo delle operazioni militari in Iraq.

L’obiettivo Usa è indebolire la struttura interna dell’Isis, decapitandone la testa. Ma molti analisti ritengono l’Isis tanto organizzato al suo interno da poter sostituire la propria leadership in tempi brevi: l’eventuale scomparsa dello stesso al-Baghdadi, figura centrale sia sul piano simbolico che politico, potrebbe essere vissuta in un primo momento come una cocente sconfitta, ma potrebbe trasformarsi in vendetta e rappresaglia, gestibili dai suoi più stretti collaboratori.

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23/10/2014

ISIS - Nuovo video islamista: “Obama, le tue armi le abbiamo noi”



“Le armi le abbiamo prese noi”. Con questo messaggio al presidente Obama si apre il nuovo video dello Stato Islamico pubblicato da Aamaq News, media vicino agli islamisti. Un video con cui al-Baghdadi si fa gioco degli Stati Uniti: “Questo è parte dell’equipaggiamento militare lanciato dalle forze statunitensi”, dice nel video un miliziano mentre mostra delle munizioni in una cassa. “Queste sono le bombe che le forze statunitensi hanno lanciato ai kurdi. Ora sono bottino di guerra dei mujahideen”, aggiunge.

Si tratta delle armi che domenica notte per errore i jet Usa hanno sganciato su postazioni dell’Isis invece che su quelle kurde. Per evitare che venissero prese dagli islamisti, l’esercito aveva detto di averle distrutte. Diversa la versione dell’Isis. Ma chi abbia ragione o meno, poco importa. A monte resta l’ennesimo errore, figlio di un mancato e stretto controllo di quanto accade sul terreno.

«Stiamo valutando il completamento della missione – aveva detto un funzionario Usa – La maggior parte dei pacchi sono stati consegnati con successo alle forze kurde». Alcuni, ha aggiunto il Pentagono, sono stati distrutti, per evitare che cadessero in mano jihadista. Il problema, secondo il Pentagono? Il buio: gli armamenti sono stati sganciati di notte rendendo più difficile centrare il bersaglio.

Gli errori di valutazione e le spaccature interne alla coalizione non fanno che garantire allo Stato Islamico maggiore spazio di manovra. Ogni attore pare agire per proprio conto: ieri l’Iran – che non è partner ufficiale del fronte anti-Isis, ma ha più volte spinto per farne parte – ha promesso al premier iracheno al-Abadi in visita a Teheran nuove armi e altri consiglieri militari. La Turchia insiste sui peshmerga, autorizzati a passare il confine per andare a combattere a Kobane: ma ad oggi nessun kurdo iracheno ha raggiunto la Siria, bloccato secondo le autorità turche da ostacoli burocratici.

Sul terreno a segnare punti è al-Baghdadi. Si è intensificato l’assedio di Sinjar, come all’inizio di agosto: 2mila yazidi, circa 700 famiglie, sono intrappolate, senza più armi né munizioni, costrette a fuggire di nuovo sulla montagna. L’Onu è tornata a parlare di possibile “genocidio”: ieri il vice segretario generale per i Diritti Umani, Ivan Simonovic, ha detto che “le azioni contro gli yazidi possono essere categorizzabili come tentato genocidio”.

Da agosto sono almeno 5mila gli yazidi uccisi, 7mila (ma probabilmente si tratta di una stima al ribasso) quelli venduti al mercato degli schiavi, 200mila quelli fuggiti a nord in Kurdistan, oggi profughi. I raid “umanitari” del presidente Obama, con cui gli Usa iniziarono la guerra all’Isis non sono affatto bastati. Una volta aperto il corridoio umanitario verso nord, gli yazidi sono stati dimenticati.

L’Isis avanza anche nel resto dell’Iraq, sotto forma di autobombe: ieri di nuovo Baghdad è stata colpita con tre attentati nei quartieri sciiti di Abu Dashir, Madian e Talibiya, 30 morti. Nelle stesse ore i miliziani islamisti assaltavano contemporaneamente 15 postazioni peshmerga nei pressi della diga di Mosul e a nord.

In Siria, dopo due mesi, l’Isis ha occupato territori prima controllati dal governo di Damasco. È caduta metà della città di Deir-al-Zor, la zona industriale.

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22/10/2014

ISIS - Iraq e Siria terreno di confronto tra Turchia e Iran

Kurdi in Turchia guardano la battaglia di Kobane (Foto: Afp)

L’Iran non intende restare fuori dalla guerra all’Isis. Dopo le cinque autobombe che ieri hanno colpito la città sacra sciita di Karbala – che più volte Teheran ha definito la linea rossa invalicabile dallo Stato Islamico, insieme a Najaf – ieri sera il premier iracheno al-Abadi è volato per la prima volta in Iran. Ha incontrato il presidente Rowhani con il quale ha discusso della crisi in corso.

Dopo l’occupazione statunitense e la nascita di governi a maggioranza sciita a Baghdad, i legami con Teheran si sono rafforzati, trasformando – secondo i critici – l’Iraq in un satellite iraniano. Un riavvicinamento che preoccupa soprattutto l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti, in particolare a seguito delle politiche morbide di Baghdad nei confronti del presidente siriano Assad, parte dell’asse sciita guidato dall’Iran.

La visita di al-Abadi segna il rinnovato rapporto con Teheran, dopo la rimozione dell’ex premier Maliki, ex alleato iraniano che Rowhani non ha però esitato a scaricare per le politiche divisive e settarie di cui ha impregnato il paese. Da allora il sostegno iraniano alla guerra all’Isis è stato immediato: Teheran è stato il primo paese a inviare armi ai peshmerga, mentre l’unità di élite delle Guardie Rivoluzionarie e il suo capo, Qassem Suleimani, sono volati in Iraq per coordinare le operazioni militari irachene.

L’incontro si è svolto a poche ore dal via libera turco al passaggio di peshmerga a Kobane. La Turchia, parte dell’asse anti-iraniano, ha optato per un cambio di strategia e dopo settimane di apatia ha ceduto alle pressioni Usa. Ovviamente, l’ingresso in Siria è garantito ai soli kurdi iracheni, alleati Usa e quindi turchi, ma non ai combattenti del Pkk*.

Oggi è giunto il plauso Usa alla decisione turca: “Accogliamo le dichiarazioni del ministro degli Esteri”, ha detto la portavoce del Dipartimento di Stato, seppure a ieri sera nessun peshmerga avesse ancora messo piede a Kobane, hanno fatto sapere i kurdi siriani in città. Il dialogo tra Washington e Ankara non cessa, con la Casa Bianca impegnata a fare ancora pressioni sugli alleati perché intervengano in modo più massiccio.

Un intervento che per Ankara è condizionato: in un articolo pubblicato ieri sul The Guardian, il ministro degli Esteri turco Cavusoglu ha ricordato che, seppure “la Turchia sarà sempre in prima linea nella lotta al terrore” e sebbene “abbia aperto i propri confini ai rifugiati di Kobane e […] facilitato il passaggio dei peshmerga”, quello che resta necessario è “una strategia chiara”. Contro chi? Contro Assad: “L’Isis è il prodotto di un più grande demonio – scrive Cavusoglu – Non solo il terreno fertile offerto dall’instabilità in Siria, ma anche l’ardente sostegno del regime ha aiutato i gruppi terroristici a crescere. Il regime è stato il padrino dell’Isis con l’intenzione di sradicare le opposizioni siriane insieme alle legittime domande del popolo siriano”.

Dimenticando il ruolo avuto dal suo stesso paese che in quasi quattro anni di guerra civile ha permesso il passaggio di armi e miliziani islamisti in territorio siriano, Ankara insiste sul ruolo di Damasco. Questo l’obiettivo dichiarato: rovesciare Assad e assumere il ruolo di guida mediorientale, un target per ora sempre fallito dal presidente Erdogan.

Da parte loro, gli Stati Uniti hanno sganciato domenica su Kobane armi e munizioni a favore delle Unità di protezione popolare kurde. Non senza errori: ieri l’esercito Usa ha ammesso di aver bombardato alcuni aiuti militari lanciati il giorno prima vicino Kobane, perché troppo vicini ad una postazione Isis. Distrutti per non farli cadere in mano islamista.

L’assedio di Sinjar.

A due mesi dall’assedio di Sinjar e il massacro di yazidi, la minoranza irachena torna all’attenzione dei media: lo Stato Islamico ha circondato i villaggi yazidi iracheni, occupandone due e costringendo alla fuga un’altra ondata di civili. All’inizio di agosto, il dramma degli yazidi – 5mila furono uccisi, oltre 7mila rapidi dai miliziani islamisti e venduti come schiavi al mercato di Mosul – è stato utilizzato dall’Occidente come la migliore giustificazione all’intervento in Iraq e ai primi bombardamenti. All’epoca l’azione congiunta di peshmerga e Stati Uniti permise di rompere l’assedio islamista del monte Sinjar, dove 200mila yazidi si erano rifugiati, per poi fuggire in Kurdistan dove oggi vivono in campi profughi e in rifugi improvvisati.

Secondo testimoni sul posto, alle unità di protezione messe in piedi dagli yazidi mancano ormai armi e munizioni: “Stanno avanzando – ha detto Khalid Qassim Shesho, combattente yazidi sul monte Sinjar, al telefono – Posso vedere le jeep senza il binocolo. Abbiamo bisogno di aerei”. Non è ancora chiaro quanti siano i civili assediati, probabilmente 2mila persone, 700 famiglie.

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* Finalmente qualcuno lo fa notare, era l'ora! La nuova emergenza degli Yazidi dimostri invece come la strategia americana sia costantemente di corto respiro, o meglio volta a sfruttare le onde di empatia per i poveri cristi che si lasciano comunque in balia dei pescecani una volta solleticata l'emotività dell'opinione pubblica.

Iraq - La fuga senza fine degli yazidi

Rifugiati yazidi in un palazzo in costruzione di Dohuk (Foto: Afp Photo/SAFIN HAMED)


di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Un milione e 800mila iracheni rifugiati da gennaio, tanti quanti l’intera popolazione della Striscia di Gaza. Certi numeri descrivono l’avanzata dello Stato Islamico tra Siria e Iraq, il dramma dei profughi sunniti, yazidi e cristiani, l’emergenza che accompagna la loro fuga verso il Kurdistan iracheno. Dietro i numeri, stanno le vite di ogni rifugiato, la perdita della comunità, la famiglia, il lavoro. Sono quelli per cui la comunità internazionale ha detto di voler mettere in piedi una coalizione per frenare l’offensiva islamista. 

Sono quelli che hanno riempito i telegiornali nei giorni dell’assedio di Sinjar: 5mila di loro sono morti, 7mila – soprattutto donne – venduti come schiavi al mercato. Andavano salvati, ci hanno detto i governi occidentali. Ma adesso che sono in Kurdistan, pare che la missione sia terminata. Eppure l’emergenza non è cessata. Sono ancora 700 le famiglie yazidi intrappolate a Sinjar, circondate dalle bandiere nere dei miliziani islamisti.

Sul campo le Ong internazionali cercano di arginare l’emergenza. La metà dei quasi due milioni di profughi ha trovato rifugio in scuole, campi ancora da completare, edifici pubblici nella regione autonoma del Kurdistan. Migliaia di persone non hanno avuto la stessa fortuna e vivono per strada, sotto i ponti, dentro palazzi in costruzione. Oltre 465mila si trovano a Dohuk, in condizioni di estrema povertà: «Oltre a Dohuk siamo attivi anche a Sharia e Zakho, dove la maggior parte dei profughi è concentrata – spiega al manifesto Giuseppe D’Andrea, coordinatore di Medici senza Frontiere in Iraq – Lavoriamo in un insediamento informale, Dabin: cinque torri da dieci piani con 7mila persone all’interno. Altri campi ospitano 5mila persone, per lo più yazidi da Sinjar, in tende non organizzate».

Chi non trova posto nei campi, finisce sotto i ponti. Come quello di Dalal, nella città di Zakho, un antico ponte in pietra che oggi è casa per 5mila profughi di Sinjar. Le tende sono allineate sotto l’arco, intramezzate da qualche latrina. «Ci concentriamo sui rifugiati più vulnerabili. Non tutti si trovano nei campi. Le torri sono palazzi fantasma, solo pilastri, senza muri, completamente alla mercé delle intemperie. Lo spazio è pochissimo: immaginate 5 palazzi con 7mila persone, ci sono tra le 100 e le 200 famiglie per piano. È scioccante. Difficilmente ho visto altri profughi in tali condizioni».

Tra le famiglie di Dabin c’è quella di Ahmed, insegnante a Sinjar. I trenta membri di quel nucleo familiare allargato condividono quattro stanze al sesto piano di uno dei palazzi fantasma. Intorno si continua a lavorare: gli operai scaricano dai camion i materiali da costruzione e li issano ai piani superiori. Le venti latrine disponibili sono tutte a piano terra. Sotto scorrono le acque reflue, a cielo aperto. Per non passarci sopra i profughi hanno posto delle passerelle di legno, ma diarrea, infezioni della pelle e problemi gastro-intestinali affliggono sempre più rifugiati.

Cibo e acqua non mancano. A mancare sono bagni e rifugi dignitosi, che fanno crollare il livello delle condizioni igieniche: «Le toilette sono state portate due settimane fa, circa 50, ma non bastano – riprende D’Andrea –  Msf sta costruendo docce e bagni [100 latrine e 100 docce, ndr] ma ne servono molte di più. I profughi vanno dove possono, lungo le strade, sotto gli alberi, nelle case in costruzione, in ogni luogo che possa proteggerli dal sole. Ma a breve, tra un mese, cominceranno le piogge e il freddo invernale».

Una preoccupazione che attanaglia anche Dalal: «Non ci sono finestre e non abbiamo abbastanza coperte. Come sopravvivremo alle temperature gelide?». Condizioni di vita lontane anni luce dalla vita di prima. In mezzo, un viaggio accidentato: «Parlo con loro per capire quello che hanno passato durante il tragitto per arrivare qui – ci dice D’Andrea – La maggior parte di loro viene da Sinjar dove noi di Msf eravamo presenti a luglio, nell’ospedale locale. Quando il 3 agosto i gruppi armati sono entrati e la gente è scappata sulle montagne, abbiamo mantenuto i contatti con i medici. Dopo una settimana, hanno camminato sette ore per arrivare in Siria quando hanno aperto il corridoio umanitario. Molti di loro, una volta raggiunta la Siria, sono rientrati da nord nel Kurdistan iracheno. La popolazione kurda è stato il primo attore umanitario ad intervenire, aiutandoli con trasporti, cibo, acqua. Arrivavano qui con molte bruciature dovute al sole o con problemi ai piedi per le distanze percorse. Molti sono ancora traumatizzati: ogni famiglia ha perso almeno un membro».

Ma nonostante gli aiuti, l’emergenza è esplosiva: il numero di profughi è elevatissimo e sta costringendo le autorità kurde a completare in fretta i campi, per poterci trasferire i rifugiati che vivono nelle scuole e far ripartire l’anno scolastico. Dall’inizio di agosto, le scuole di Dohuk sono chiuse, trasformate in rifugi improvvisati. A Sharia sono oltre 3mila le persone alloggiate negli istituti scolastici. Ma per i bambini profughi la scuola è un miraggio. Malican ha 10 anni. È fuggita con la famiglia da Hatare: « Qualche giorno fa ho incontrato il mio insegnante e gli ho domandato quando avremmo ricominciato le lezioni – racconta – Mi ha detto che per ora le scuole a Hatare non riapriranno, è troppo pericoloso. Ma quello che mi manca sono i miei amici. Mi manca Madeline, non so dove sia ora, mi manca giocare con lei».

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22/08/2014

Erdogan blinda governo e Akp. E spara sugli sfollati yezidi...

Il ‘sultano’ va avanti come un treno. Dopo aver resistito ai moti popolari più estesi e determinati che la Turchia abbia vissuto negli ultimi anni a forza di galera, censura e spari sulla folla, il capo indiscusso dell’Akp ha prima vinto le elezioni amministrative e poi quelle presidenziali, al primo turno, fondamentali per la trasformazione del paese in una repubblica presidenziale con un ulteriore accentramento del potere nelle sue mani.

Ieri un’ulteriore passo avanti in questo senso, con la scelta dell’ex ministro degli esteri di Ankara Ahmet Davutoglu alla carica di primo ministro. Inoltre il comitato esecutivo centrale dell'AKP ha deciso di proporre il nome di Davutoglu per la presidenza del partito, che lo eleggerà formalmente nel corso del congresso straordinario previsto ad Ankara il 27 agosto prossimo. Una volta eletto, l’ex titolare della diplomazia sarà incaricato di formare il nuovo gabinetto già a partire dal 29 del mese.

Una sconfitta su tutta la linea dei competitori di Erdogan all’interno della formazione politica liberal-islamista – in particolare dell’ex presidente Abdullah Gul – che le manovre della confraternita di Fetullah Gulen non sono riuscite più di tanto a indebolire.

Davutoglu è stato uno dei maggiori responsabili della politica turca di destabilizzazione della Siria e di sostegno aperto a varie fazioni ribelli, islamisti e jihadisti compresi. E, curiosa coincidenza, proprio ieri un episodio ha ricordato al mondo l’essenza della politica di Ankara in Medio Oriente.
Fonti curde e alcuni media turchi hanno denunciato che un gruppo di oltre 100 yezidi in fuga dalle persecuzione delle bande dello ‘Stato Islamico’ che erano riusciti a raggiungere il confine con la Turchia sono stati presi di mira dai soldati di Ankara che presidiano la frontiera. Una frontiera chiusa – non è la prima volta agli sfollati curdi o turcomanni scappati dal nord dell’Iraq ma spesso aperta quando si tratta di far riparare in territorio turco gruppi di combattenti jihadisti, con i feriti dello Stato Islamico spesso curati negli ospedali turchi delle regioni di confine.

All’altezza del villaggio di Roboski, nel distretto di Uludere a Sirnak, i militari hanno addirittura aperto il fuoco sul gruppo di sfollati nei pressi del luogo dove il 28 dicembre del 2011 l’aviazione di Ankara bombardò un convoglio di ‘contrabbandieri’ curdi facendo una strage (34 i civili trucidati). Contro gli sfollati yezidi i soldati turchi hanno sparato non solo gas lacrimogeni ma anche proiettili veri causando alcuni feriti, per fortuna lievi. Informati dell’episodio dai residenti mercoledì sera il parlamentare dell’HDP (Partito Democratico dei Popoli, sinistra curda e turca) di Sirnak Faysal Sarıyıldız, ed il co-sindaco della municipalità di Uludere e la popolazione del villaggio di Roboski si sono recati al confine finché, dopo una lunga trattativa, al gruppo di rifugiati è stato consentito di varcare la frontiera. Il gruppo di rifugiati è stato portato successivamente a Roboski e le persone colpite dai lacrimogeni all’ospedale di Uludere.

Al momento nessuno dei tanti paesi che affermano di aver mobilitato i loro eserciti e una impressionante macchina umanitaria per aiutare i curdi yazidi a scampare alle persecuzioni e alla pulizia etnica dei fondamentalisti sunniti dell'Isis ha denunciato quanto accaduto ad Uludere e chiesto al governo turco di farla finita con il sostegno alle organizzazioni jihadiste che appestano il Medio Oriente.

La scelta di Davutoglu non sarà senza conseguenze. Il capo dell'opposizione nazionalista e di centrosinistra, Kemal Kilicdaroglu, ha ironizzato sul fatto che il nuovo premier altro non sarà che una marionetta nelle mani di Erdogan. Ma conoscendo la traiettoria politica del capo del governo scelto dal 'sultano' come suo successore pare di capire che non sarà esattamente così.
Nato in una famiglia religiosa di Konya, la capitale del conservatorismo sunnita turco, Davutoglu è un islamista ancora più intransigente del suo predecessore. Quando era alla guida della diplomazia turca il futuro leader dell'Akp è stato il teorico della proiezione estera “neo-ottomana” del Paese, e della filosofia «zero problemi con i vicini» che in realtà in Siria si è trasformata in una guerra aperta contro il governo di Damasco. Una strategia che ora però sta mettendo a rischio i confini della Turchia e che potrebbe ritorcersi contro il paese, se e quando le bande dell'Isis dovessero rivolgersi contro i propri benefattori.

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16/08/2014

Gli Yazidi raccontano: “traditi dai nostri vicini di casa”


Per anni sono stati loro vicini di casa o amici, ma quando sono arrivati i jihadisti dell'autoproclamato Stato islamico (Is) li hanno denunciati, aggiungendo il tradimento alla lunga lista di sofferenze patite dagli yazidi iracheni. "I jihadisti erano afgani, bosniaci, arabi, o anche americani e britannici. Ma i peggiori massacri li hanno orchestrati quelli che vivevano con noi, i nostri vicini musulmani", ha raccontato Sabah Hajji Hassan, uno yazida di 68 anni che è riuscito a trovato rifugio nel Kurdistan iracheno.

"Le tribù Mewet, Khawata e Kejala, erano tutti nostri vicini. Ma si sono uniti allo Stato islamico, hanno ricevuto armi, e hanno indicato chi era yazida e chi no", ha aggiunto, affranto, l’anziano signore dalla barba bianca. Sono ormai passate due settimane da quando i combattenti dell'Is hanno attaccato i villaggi yazidi attorno a Sinjar, nel nord dell'Iraq, mettendo in fuga decine di migliaia di persone. Chi non è riuscito a scappare è stato massacrato.

Nessuna comunità è stata risparmiata dalla crudeltà dei jihadisti dell'Is che, dal 9 giugno scorso, hanno preso il controllo di vaste zone del nord dell'Iraq, lasciando alla popolazione solo la possibilità di scegliere tra obbedienza, conversione o morte. Ma gli yazidi, ritenuti dai musulmani adoratori del diavolo, sono le persone più a rischio di un "potenziale genocidio", stando a quanto ammonito dall'Onu.

"L'Is ha chiesto alle tribù sunnite di scegliere: o collaborate con noi o vi uccidiamo. E hanno collaborato", ha raccontato Mahmud Haidar, 24 anni, un ex membro delle forze di sicurezza irachene. "Tutti gli iracheni sanno come usare un'arma, non hanno bisogno di essere addestrati. L'Is ha dato loro armi pesanti, veicoli corazzati, AK-47... che avevano preso dall'esercito iracheno", ha aggiunto. Anche il suo amico di infanzia si è unito ai jihadisti: "E' stato uno shock. L'Is gli ha fatto il lavaggio del cervello, e lui ha cominciato a indicare chi erano gli yazidi. Se mi avessero trovato, mi avrebbero giustiziato".

Numerosi sfollati hanno raccontato l'orrore che ha investito i loro villaggi all'arrivo dei jihadisti, che hanno inseguito in strada gli yazidi, uccidendo gli uomini e rapendo le donne. "Hanno portato via tutte le donne della mia famiglia, anche le mie bambine", ha raccontato Hamid Kurdo. "C'erano cadaveri dappertutto nel mio villaggio - ha aggiunto Khudeida Hussein, 46 anni - hanno detto alle persone che dovevano convertirsi all'islam, il loro islam, altrimenti sarebbero morte".

Sibashe Khodr, 18 anni, racconta sconvolto la scomparsa del padre, del fratello e di due suoi zii: "Avevano delle armi e avevano deciso di combattere l'Is, ma sono rimasti senza munizioni. Sapevano che sarebbero stati sconfitti, ma volevano dare il tempo agli altri di fuggire. Ho provato a chiamarli. Qualcuno ha risposto, dicendomi che erano nella mani dell'Is. Ora i loro telefoni squillano, ma non risponde nessuno".

Per le decine di migliaia di yazidi riusciti ad arrivare in Kurdistan, l'attacco dell'Is significa la fine della loro comunità in Iraq. "Hanno tagliano i polsi agli anziani con i coltelli, hanno strappato gli occhi alle persone, hanno rapito le donne, tra cui due delle mie nipoti... fanno tutto per far sparire la nostra comunità dall'Iraq - ha detto Khodeida Bakr, 35 anni - dicono che noi siamo degli eretici. Ma guardate che stanno facendo. Sono loro gli eretici".

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14/08/2014

Nella yazida Lalesh arriva la difesa del Pkk

Guerriglieri e guerrigliere kurde delle Hpg, le Forze di difesa del popolo, struttura del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, sono giunti nell’area di Lalesh. Il luogo è situato in una valle montana del nord Iraq, a circa 60 km da Mosul, e rappresenta un simbolo sacro della religione yazida perché lì c’è la tomba dello sceicco riformatore Adi. L’azione politico-militare rientra nei piani di soccorso messi in atto dai combattenti dell’Hpg che agiscono di concerto con le Yja Star. Quest’ultime sono ulteriori formazioni di difesa che, pur meno armate delle forze jihadiste dell’Islamic State, mostrano una buona capacità di muoversi sul territorio montuoso e pietroso nord iracheno e di saperlo controllare. Una nota diffusa dall’agenzia kurda Firatnews offre il comune sentire di questi armati tramite la voce di qualche guerrigliera che riassume la finalità di un’azione decisa dai vertici dell’organizzazione per mere necessità difensive, sulla cui tempestività non c’è da discutere vista l’emergenza vissuta da oltre 100.000 individui, molti dei quali bambini e minori.

Il sostegno alla popolazione e ai suoi elementi più deboli rappresenta il fulcro dell’intervento delle squadre che provengono dalla Rojava (sul confine siriano) e dall’area montana della Turchia sudorientale. Al nuovo flusso di profughi, stavolta dall’Iraq, il governo di Ankara risponde dando spazio a una ripetuta emergenza umanitaria. Un campo è stato creato a Zakho, sulla via che porta alla turca Silopi, e accoglierà cinquemila yazidi fuggiti e terrorizzati dall’idea di cadere nelle mani degli estremisti sunniti che agitano il drappo nero. La gente in fuga, e in cerca di supporto, è decisamente superiore e difficilmente potrà trovare un totale riparo nelle tendopoli predisposte sulla frontiera turca. Eppure l’atteggiamento d’un disponibile Erdoğan, sicuramente soddisfatto dai nuovi successi interni, sembra diverso da quello rivolto nei mesi scorsi ai siriani in fuga dal conflitto. Nella veste di presidente potrà utilizzare l’ennesima complicata situazione per un rilancio internazionale del Paese. Con un approccio conciliante rispetto allo sbandamento guerrafondaio di tre anni or sono che rese progressivamente claudicante la politica estera turca.

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Iraq - Maliki non molla: “Non mi dimetto"

Rifugiati iracheni in fuga verso il Kurdistan

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Maliki non si arrende. Il silenzio dei giorni appena trascorsi, dopo la nomina del nuovo premier Al Abadi che estromette il leader sciita dalla guida del governo, è stato rotto ieri: Nouri al-Maliki ha annunciato che non si dimetterà. Resterà in attesa della sentenza della corte federale sul ricorso che chiede l’annullamento della nomina del rivale. «Una violazione della costituzione – ha ribadito Maliki – Non ha alcun valore. Confermo che il governo andrà avanti e non ci sarà una sostituzione senza una decisione della corte federale».

E mentre Baghdad risuona del boato di due autobomba che ieri hanno ucciso 10 persone, con una mano Maliki calma gli animi invitando le forze armate a non interferire, mentre con l’altra lancia minacce: la nomina di Al Abadi, ha detto ieri, «aprirà le porte dell’inferno». Vero è che Maliki è ancora a capo delle forze armate e ne controlla i vertici, tutti uomini a lui fedeli. Ma tale fedeltà non è a senso unico: la milizia sciita Asaib Ahl al-Haq, finanziata generosamente dall’Iran, ha già dichiarato il proprio sostegno ad Al-Abadi che nelle prime consultazioni si è già accaparrato 127 dei 165 seggi necessari alla maggioranza parlamentare. Tutti seggi sciiti, ma giungono già dagli scranni curdi e sunniti le prime dichiarazioni di appoggio al nuovo esecutivo.

E se Maliki non molla l’osso, l’ex premier appare sempre più isolato: la comunità internazionale lo ha abbandonato, Washington ha impiegato un attimo a scaricarlo, mentre Teheran da tempo premeva – forte del sostegno dei leader religiosi sciiti iracheni e iraniani – per una sua sostituzione. Lo stesso intervento Usa, aveva detto Obama nei giorni scorsi, sarebbe dipeso dalla formazione di un governo di unità nazionale guidato da una figura più coesiva.

Il primo segno è arrivato ieri: la Casa Bianca ha inviato altri 130 consiglieri militari, in aggiunta ai 775 già presenti. Il loro compito – sottolinea il Pentagono – sarà collaborare con l’esercito iracheno per affrontare la crisi umanitaria a nord. Ovvero, ha precisato il segretario di Stato Kerry, l’amministrazione Usa valuta la possibilità di lanciare un’operazione di salvataggio dei profughi. Marines e unità speciali sono già atterrati nella capitale curda, Irbil, ma il Dipartimento di Stato ci tiene a sottolineare che nessun militare sarà impiegato in operazioni di combattimento.

Non cessa intanto la fuga della comunità yazidi: decine di migliaia i profughi sono ancora intrappolati sul monte Sinjar, mentre oltre 100mila hanno immediato bisogno di aiuti umanitari dopo aver attraversato il confine con la regione autonoma del Kurdistan. Una fuga dettata dalle violenze dei jihadisti dell’Isil: un tentato genocidio, lo hanno descritto in molti, che ha terrorizzato la piccola comunità che oggi chiede di essere portata via dall’Iraq. «Vogliono andarsene – ha raccontato la giornalista di Al Jazeera, Jane Arraf, dal campo Bad-git Kandala, al confine con la Siria – Dicono che non c’è alcuna possibilità di sentirsi sicuri, mai più».

E mentre il mondo assiste al dramma delle minoranze target dell’avanzata dell’Isil, i leader mondiali infilano le mani nel caos iracheno. Alla consegna di armi ai peshmerga curdi avviata dagli Usa la scorsa settimana, hanno risposto anche Gran Bretagna e Francia. Londra si occuperà del trasporto di equipaggiamento militare donato dalla Giordania al Kurdistan e invierà elicotteri Chinook per l’operazione di salvataggio degli yazidi, mentre Parigi ha annunciato ieri l’invio di armi ai peshmerga a partire dalle prossime ore. La Germania sta valutando la possibilità di inviare equipaggiamento non letale all’esercito iracheno. A monte l’ennesimo fallimento dell’Unione Europea, priva di una politica estera comune: i 28 Stati membri non sono riusciti a stabilire una linea di condotta unica limitandosi a garantire ad ogni paese la libertà di intervenire in autonomia.

Forte anche il sostegno dell’Iran, che gode di un’estrema influenza nelle faccende irachene. Dietro la nomina di Al Abadi c’è il benestare sia di Teheran che di Washington: l’Iran punta ad un governo inclusivo che ricacci indietro la minaccia jihadista e la longa manus saudita, che negli anni passati ha indirettamente finanziato i gruppi estremisti sunniti anti-Assad in Siria e Iraq; gli Stati Uniti non possono permettersi la divisione di un paese occupato per otto anni e ora in preda a settarismi interni così forti da limitare l’egemonia statunitense su una delle aree strategiche della regione. Settarismi frutto delle dirette politiche Usa contro cui ha puntato il dito anche l’ex segretario di Stato Hillary Clinton che domenica, in un’intervista, ha sollevato il dubbio che il sostegno di Obama ai ribelli siriani abbia favorito la crescita dei movimenti islamisti estremisti.

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