Gli Stati Uniti adesso devono prendere una decisione per concludere l’accordo sul nucleare dell’Iran del 2015 insieme con le altre potenze mondiali. L’affermazione, rilevata dalla Reuters, è del portavoce del ministero degli Esteri iraniano tra i timori che i colloqui in corso a Vienna possano fallire.
Gli sforzi per concludere un nuovo accordo sul nucleare iraniano sono stati lasciati nel limbo dopo che una richiesta dell’ultimo minuto da parte della Russia – ora in contrasto con l’Occidente per l’invasione dell’Ucraina – ha costretto le potenze a sospendere i colloqui per un tempo indeterminato nonostante avessero a disposizione un testo in gran parte completato.
Il 5 marzo scorso, il ministro degli Esteri russo ha chiesto inaspettatamente ampie garanzie che il commercio russo con l’Iran non sarebbe stato influenzato dalle sanzioni imposte a Mosca per l’invasione dell’Ucraina – una richiesta che le potenze occidentali hanno ritenuto inaccettabile e Washington ha insistito sul fatto che non sarebbe stata d’accordo.
Il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amirabdollahian visiterà oggi la Russia. “Stiamo attualmente prendendo una pausa dai colloqui sul nucleare”, ha fatto sapere il portavoce iraniano Saeed Khatibzadeh. “Non siamo al punto di annunciare un accordo ora poiché ci sono alcune importanti questioni aperte che devono essere decise da Washington”.
Il portavoce di Teheran ha descritto la visita del ministro degli Esteri iraniano a Mosca come “una piattaforma per colloqui seri, franchi e lungimiranti” tra due paesi che hanno dimostrato che “possono lavorare a stretto contatto, con decisione e con successo su problemi complessi”.
Poco prima della delegazione iraniana, in Russia c’era stata la visita del ministro degli Esteri del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani, il quale in una conferenza stampa aveva dichiarato di aver discusso i colloqui sul nucleare iraniano con il suo omologo russo Sergei Lavrov durante una visita a Mosca.
Sull'incertezza che caratterizza l'accordo sul nucleare iraniano, si aggiungono le tensioni nella guerra a distanza tra Israele e Iran.
Dopo un raid israeliano in Siria che ha ucciso due ufficiali iraniani presenti nel paese, l’Iran ha lanciato domenica una dozzina di missili contro Erbil, capitale della regione autonoma curda irachena, in un attacco che ha preso di mira gli Stati Uniti e i loro alleati israeliani. I media statali iraniani hanno affermato che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane ha effettuato l’attacco contro i “centri strategici” israeliani a Erbil, come vendetta per i recenti attacchi aerei israeliani che hanno ucciso il personale militare iraniano in Siria.
I missili sono caduti vicino al consolato Usa a Erbil. Il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan ha detto alla CBS News che l’attacco missilistico non ha colpito alcuna struttura o cittadino statunitense. La stazione televisiva satellitare Kurdistan24, situata vicino al consolato statunitense, ha detto invece di aver subito danni dall’attacco.
Anche Israele non ha confermato né smentito eventuali perdite tra il suo personale militare e di intelligence presente nell’enclave curda in Iraq. A Erbil e nell’enclave curda nel nord dell’Iraq sono sicuramente e notoriamente presenti militari e intelligence statunitensi, mentre il governatore curdo di Erbil, Umid Khouchnaw, ha nuovamente negato qualsiasi presenza israeliana nella regione, definendo le accuse di Teheran “infondate”.
Tuttavia, secondo il noto reporter investigativo ed esperto di Medio Oriente, Seymour Hersh, “l’intelligence di Tel Aviv è silenziosamente al lavoro nella regione nord-irachena, fornendo addestramento ad unità curde e, cosa più importante per Israele, guidando covert-operation all’interno del Kurdistan siriano ed iraniano” scriveva in un reportage nel 2004.
Più recentemente anche i media israeliani riportavano che la filiale israeliana della Motorola Inc. e la Magalcom Communications and Computers hanno firmato centinaia di milioni di dollari di contratti con il governo curdo, compresa la costruzione di un moderno aeroporto a Erbil. Tra i consulenti risultano esserci figure militari e politiche israeliane, in particolare l’ex capo del Mossad, Dani Yatom.
Nel Kurdistan iracheno puoi trovare centinaia di merci per vari scopi con l’etichetta “made in Israel”: motocicli, trattori, giubbotti antiproiettile, ambulanze e persino Kalashnikov modernizzati. Più intense si sono fatte anche le relazioni diplomatiche tra Israele e il governo dell’enclave curda nel nord dell’Iraq.
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15/03/2022
18/07/2019
Iraq - Attentato a Erbil, morto un diplomatico turco
di Chiara Cruciati – il Manifesto
Spari in un ristorante, due morti e un ferito e poi la fuga dell’aggressore: è successo ieri alle 14.30 ora locale a Erbil, capitale del governo regionale del Kurdistan iracheno (Krg). Tra le vittime un civile iracheno e un diplomatico turco: non ne è stato fatto il nome, ma si tratterebbe del vice console.
L’orario è quello del pranzo, la zona i quartieri nuovi della capitale, palazzi in vetro e sprazzi di verde, che negli ultimi anni ha visto un boom di speculazione edilizia in stile Dubai: il ristorante HuQQabaz è lungo Airport Road, tra Dream City ed Empire, una toponomastica che dice molto del modello di sviluppo immaginato dal clan Barzani per una regione che dopo anni di crescita record è oggi ostaggio di una seria crisi economica.
È qui, nord-ovest di Erbil, che uomini d’affari, diplomatici e stranieri trascorrono il tempo libero, tra il centro commerciale Mozart Plaza, il parco Sami Abdulrahman e i palazzi che ospitano l’American International School e la Cambridge. HuQQabaz segue identico stile, luci soffuse e poltroncine pastello.
La sparatoria è avvenuta lì dentro, tra i tavoli. Sui motivi Ankara ed Erbil non si sbilanciano: «Abbiamo chiesto alle autorità irachene e regionali di individuare velocemente gli aggressori», scrive in una nota il ministro degli esteri turco Cavusoglu. «Il governo ha lanciato un’indagine e contattato i diplomatici turchi per fornire assistenza», gli fanno eco le forze di sicurezza curde, le Asayesh, che hanno fatto sapere di aver chiuso tutte le strade che portano fuori città.
L’aggressore ha sparato da distanza ravvicinata, probabilmente la vittima era designata: il proprietario del ristorante racconta di aver visto un uomo con due pistole avvicinarsi a un gruppo di diplomatici turchi, aprire il fuoco e fuggire. E le prime ipotesi iniziano a fiorire: se Cavusoglu, a specifica domanda, ha parlato di possibile «attacco terroristico» ma non di poter confermare, quotidiani turchi – pur non attribuendo responsabilità certe – ricordano le operazioni aeree turche che da anni colpiscono con cadenza settimanale le montagne di Qandil, nord dell’Iraq, rifugio e centro di comando del Pkk.
La nuova fase della campagna, «Operazione artiglio 2», è cominciata appena pochi giorni fa, il 12 luglio ad Hakurk al confine tra Krg e Turchia e a 52 km da Erbil: in poche ore sono state distrutte grotte che Ankara riteneva nascondigli della guerriglia.
Proprio ieri il Partito curdo dei lavoratori rendeva nota la morte di un suo leader, Sarhad Varto, membro del braccio politico ucciso da un raid aereo turco a marzo, mentre è di pochi giorni fa l’uccisione di un altro leader di spicco, Diyar Gharib Mohammed, colpito dall’aviazione di Erdogan a Qandil.
Da parte sua il Pkk – che ieri tramite un portavoce negava ogni coinvolgimento nella sparatoria – ha portato a termine in queste settimane, dice l’agenzia curda Anf, una serie di attacchi contro basi militari e convogli dell’esercito di Ankara in territorio turco, in un caso uccidendo sei soldati.
Il governo turco ha già promesso «risposte», scrive su Twitter il portavoce del presidente Erdogan. Che prende direttamente la parola esprimendo condoglianze alla famiglia della vittima e garantendo l’impegno congiunto con l’alleato curdo-iracheno per individuare i responsabili.
Un’alleanza tornata operativa dopo un periodo di gelo seguito al referendum sull’indipendenza da Baghdad del Krg. Pur vincendo con percentuali bulgare, l’allora presidente Masoud Barzani era stato isolato nella regione anche da amici, come la Turchia, un isolamento commerciale e finanziario che aveva costretto il leader del Krg a un umiliante passo indietro.
Ma mettere in pericolo rapporti consolidati non conveniva a nessuno. La Turchia ha relazioni commerciali e finanziarie importanti con Erbil, di cui è primo partner nella distribuzione del greggio e principale importatore di beni di consumo per un interscambio totale di 13 miliardi di dollari. Il 20 giugno Erdogan ha invitato a Istanbul il neoeletto presidente curdo, Nerchivan Barzani.
Il nipote del vecchio leader ha inaugurato il suo mandato con un incontro a porte chiuse con il presidente turco. Erdogan ha promesso un raddoppio nel volume degli scambi e Barzani ha ringraziato con il miglior tributo possibile: addossando la colpa delle violenze al Pkk e non alla palese violazione della sovranità del Krg da parte dei caccia di Ankara.
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Spari in un ristorante, due morti e un ferito e poi la fuga dell’aggressore: è successo ieri alle 14.30 ora locale a Erbil, capitale del governo regionale del Kurdistan iracheno (Krg). Tra le vittime un civile iracheno e un diplomatico turco: non ne è stato fatto il nome, ma si tratterebbe del vice console.
L’orario è quello del pranzo, la zona i quartieri nuovi della capitale, palazzi in vetro e sprazzi di verde, che negli ultimi anni ha visto un boom di speculazione edilizia in stile Dubai: il ristorante HuQQabaz è lungo Airport Road, tra Dream City ed Empire, una toponomastica che dice molto del modello di sviluppo immaginato dal clan Barzani per una regione che dopo anni di crescita record è oggi ostaggio di una seria crisi economica.
È qui, nord-ovest di Erbil, che uomini d’affari, diplomatici e stranieri trascorrono il tempo libero, tra il centro commerciale Mozart Plaza, il parco Sami Abdulrahman e i palazzi che ospitano l’American International School e la Cambridge. HuQQabaz segue identico stile, luci soffuse e poltroncine pastello.
La sparatoria è avvenuta lì dentro, tra i tavoli. Sui motivi Ankara ed Erbil non si sbilanciano: «Abbiamo chiesto alle autorità irachene e regionali di individuare velocemente gli aggressori», scrive in una nota il ministro degli esteri turco Cavusoglu. «Il governo ha lanciato un’indagine e contattato i diplomatici turchi per fornire assistenza», gli fanno eco le forze di sicurezza curde, le Asayesh, che hanno fatto sapere di aver chiuso tutte le strade che portano fuori città.
L’aggressore ha sparato da distanza ravvicinata, probabilmente la vittima era designata: il proprietario del ristorante racconta di aver visto un uomo con due pistole avvicinarsi a un gruppo di diplomatici turchi, aprire il fuoco e fuggire. E le prime ipotesi iniziano a fiorire: se Cavusoglu, a specifica domanda, ha parlato di possibile «attacco terroristico» ma non di poter confermare, quotidiani turchi – pur non attribuendo responsabilità certe – ricordano le operazioni aeree turche che da anni colpiscono con cadenza settimanale le montagne di Qandil, nord dell’Iraq, rifugio e centro di comando del Pkk.
La nuova fase della campagna, «Operazione artiglio 2», è cominciata appena pochi giorni fa, il 12 luglio ad Hakurk al confine tra Krg e Turchia e a 52 km da Erbil: in poche ore sono state distrutte grotte che Ankara riteneva nascondigli della guerriglia.
Proprio ieri il Partito curdo dei lavoratori rendeva nota la morte di un suo leader, Sarhad Varto, membro del braccio politico ucciso da un raid aereo turco a marzo, mentre è di pochi giorni fa l’uccisione di un altro leader di spicco, Diyar Gharib Mohammed, colpito dall’aviazione di Erdogan a Qandil.
Da parte sua il Pkk – che ieri tramite un portavoce negava ogni coinvolgimento nella sparatoria – ha portato a termine in queste settimane, dice l’agenzia curda Anf, una serie di attacchi contro basi militari e convogli dell’esercito di Ankara in territorio turco, in un caso uccidendo sei soldati.
Il governo turco ha già promesso «risposte», scrive su Twitter il portavoce del presidente Erdogan. Che prende direttamente la parola esprimendo condoglianze alla famiglia della vittima e garantendo l’impegno congiunto con l’alleato curdo-iracheno per individuare i responsabili.
Un’alleanza tornata operativa dopo un periodo di gelo seguito al referendum sull’indipendenza da Baghdad del Krg. Pur vincendo con percentuali bulgare, l’allora presidente Masoud Barzani era stato isolato nella regione anche da amici, come la Turchia, un isolamento commerciale e finanziario che aveva costretto il leader del Krg a un umiliante passo indietro.
Ma mettere in pericolo rapporti consolidati non conveniva a nessuno. La Turchia ha relazioni commerciali e finanziarie importanti con Erbil, di cui è primo partner nella distribuzione del greggio e principale importatore di beni di consumo per un interscambio totale di 13 miliardi di dollari. Il 20 giugno Erdogan ha invitato a Istanbul il neoeletto presidente curdo, Nerchivan Barzani.
Il nipote del vecchio leader ha inaugurato il suo mandato con un incontro a porte chiuse con il presidente turco. Erdogan ha promesso un raddoppio nel volume degli scambi e Barzani ha ringraziato con il miglior tributo possibile: addossando la colpa delle violenze al Pkk e non alla palese violazione della sovranità del Krg da parte dei caccia di Ankara.
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23/03/2019
Omaggio a Lorenzo Orsetti, combattente Ypg
di Davide Grasso
In queste ore tutti parlano di Lorenzo Orsetti, nome di battaglia Tekosher Piling, noto su Facebook come Orso Dellatullo. Orso era combattente italiano delle Unità di protezione popolare (Ypg) inquadrate nelle Forze siriane democratiche (Sdf). Il nostro heval, il nostro amico, è caduto in uno scontro a fuoco ravvicinato nell’area di Baghuz, in Siria, dove le Ypg contrastano le ultime resistenze del sedicente “Stato islamico” (Isis). Di fronte a un esempio di coraggio e generosità come il suo, incarnato dall’atto del martirio e illuminato dal suo ultimo messaggio, tutti, pur in un momento storico dove la stima sociale per i valori collettivi è al minimo, si sono fermati per un attimo e hanno provato un sentimento di ammirazione per lo sguardo fiero, pulito e ribelle di Tekosher. Gli stessi mezzi d’informazione nazionali, di solito più che restii a valorizzare figure come la sua, non hanno voluto o potuto esimersi dall’ammetterne il valore sulle pagine dei giornali o sui servizi in TV.
Da molte espressioni di cordoglio o ammirazione per Lorenzo, nel mondo dei media e in quello delle istituzioni, è come se trasparisse, tuttavia, un certo imbarazzo, che è probabilmente destinato ad aumentare. Perché? Lorenzo ha fatto qualcosa che, sebbene nobile, secondo la politica e la sua appendice mediatica non si dovrebbe fare. Diverse testate televisive, ad esempio, hanno affermato che, pur di andare a combatte contro l’Isis, Lorenzo avrebbe “violato” e “sfidato” le leggi dello stato italiano, sebbene questo non sia vero. Lorenzo non ha violato alcuna legge italiana o internazionale, poiché non esiste una norma che vieti di partecipare a un conflitto estero, se non in casi specifici: le leggi bandiscono, ad esempio, l’adesione a organizzazioni considerate terroristiche, all’estero come in Italia. Le Ypg, tuttavia – con cui Tekosher combatteva – non sono nella lista delle organizzazioni terroristiche compilata dall’Italia, dall’Unione Europea o dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Perché, allora, i media insistono su una diversa versione dei fatti, seppur falsa?
L’apparente squalifica giuridica della sua scelta cela quella reale, che è politica. Lorenzo ha agito sul piano più alto: quello della trasformazione della realtà, del cambiamento rivoluzionario; e lo ha fatto senza essere inquadrato in alcuna struttura istituzionale del suo paese: ciò che lo Stato, nel presente contesto storico, sembra non poter sopportare. Vero è che le Forze siriane democratiche, di cui le Ypg sono parte, sono alleate dell’Italia nella guerra contro l’Isis, attraverso la Combined Joint Task Force istituita dagli Stati Uniti per la missione internazionale Inherent Resolve, che mira a distruggere il califfato. Ciononostante le Ypg, che delle Sdf detengono il comando, non dipendono, né prendono ordini, dalla Coalizione internazionale. Sheid Tekosher – “il martire Tekosher”: termine da intendere qui in senso rigorosamente civile – si muoveva sotto un comando interamente rivoluzionario, totalmente sottratto al controllo di qualsiasi Stato.
Il rapporto dei suoi comandi con la Nato è stato di collaborazione nella provincia di Deir El Zor, contro l’Isis, ma anche di ostilità e di guerra, nella fattispecie contro l’esercito turco pro-jihadista (che è parte della Nato), ad Afrin, durante l’attacco turco alla città (un attacco, quello sì, privo di qualsiasi legalità internazionale, in piena violazione dell’integrità territoriale siriana). Lorenzo, sia pur all’interno dei limiti della legge, si è mosso al di fuori delle aspettative politiche di chi è al potere nel suo paese. Questa “irregolarità politica” di Tekosher è, credo, espressione di una “irregolarità” molto più profonda: un’irregolarità etica, che emerge chiaramente dalla sua lettera. Come si è espresso sul suo conto, il giorno seguente il suo martirio, l’antropologo Roberto Beneduce, l’elemento etico che colpisce in Lorenzo consiste nell’aver scelto di irrompere nella situazione politica mondiale “liberando il campo” da tutta una serie di fardelli politici e geopolitici che l’abitante del pianeta, oggi, eredita dalla storia e sente premere sulle spalle.
Lo ha fatto in Kurdistan, ha aggiunto Beneduce, poiché quest’ultimo, in un mondo apparentemente bloccato, è oggi lo “spazio del possibile”. Per irrompere all’interno di questo spazio Lorenzo ha messo in discussione molto più delle aspettative dello Stato nei suoi confronti. Ha rotto con molto di più.
Il primo fardello di cui Lorenzo si è liberato è il più potente del secolo. Ha eccepito sulla bontà o necessità del capitalismo come modello di civiltà, e sul famoso presupposto che non si possa ipotizzare, e tanto meno mettere in pratica, un modo di lavorare, agire e collaborare alternativo. Lorenzo provava disgusto per il sistema di sfruttamento del mondo della ristorazione in cui aveva lavorato a Firenze e, in generale, per il mercato del lavoro italiano con i suoi tratti di brutalità e spietatezza: accettazione di orari inaccettabili e fatiche disumane, competizione di tutti contro tutti, indifferenza per il prossimo, disprezzo per l’altro in nome del profitto, annichilimento di ogni spazio autonomo di vita in nome del dogma della connessione necessaria e assoluta tra valore umano e prestazione lavorativa. Alzando serenamente il dito medio di fronte a tutto questo lui ha preso un aereo ed è andato dove la rivoluzione delle donne e delle comuni, nel 2017, aveva già costruito, in ampia parte della società e nella vita comunistica delle Ypg, un modello di condivisione radicale, di annullamento tendenziale dei privilegi e di edificazione di forme di cooperazione orientati alla collaborazione piuttosto che al parassitismo e allo sfruttamento.
Per far questo Lorenzo ha preso le armi. Ha accettato di proteggere sé stesso e i civili che mettevano in atto queste riforme, le donne che imponevano il loro protagonismo, i bambini che studiavano all’interno di un sistema educativo nuovo. Agendo nell’ambito di un movimento rivoluzionario ha spezzato un altro laccio, ha messo in discussione un altro dogma: quello secondo cui i compiti di protezione collettiva devono appartenere esclusivamente agli stati, o a forme illegali di para-stato, pur sempre fondate sulla divisione di classe. Facendo questo ha anche eccepito sul principio secondo cui usare la violenza è sempre sbagliato. La lotta di questo Lottatore ha ricordato a tutti che non esercitare la violenza ad Afrin, a Deir El Zor o a Baghuz avrebbe significato lasciare impunemente la popolazione nelle mani di chi l’avrebbe condannata (e ad Afrin, data la sconfitta, questo è accaduto) a un destino dove la violenza diviene non eccezione amara benché necessaria, ma pietra angolare di un sistema di dominio. Quale moralità, dev’essersi chiesto Lorenzo, avrebbe chi si astenesse dal portare soccorso a chi ha più bisogno per tutelare i capricci della propria auto-rappresentazione, esteriore o interiore?
Non basta. Sheid Tekosher non ha avuto remore a battersi contro i droni turchi pilotati a Washington che colpivano i civili di Afrin, ma non ne ha avute neanche ad avanzare nel deserto con il sostegno dell’aviazione statunitense. Non ha creduto che un’alleanza con gli Stati Uniti fosse per forza sbagliata, e quindi neanche che qualsiasi azione portata avanti dagli stati capitalisti debba essere boicottata per principio. Ha mostrato una flessibilità mentale rara nei militanti di sinistra e ha messo davanti a tutto tanto le preoccupazioni concrete per il popolo quanto le necessità strategiche della rivoluzione – intesa come cambiamento reale, però, come “spazio del possibile”, e non come feticcio immaginario, patetico e inservibile. C’è di più. Muovendosi, da anarchico, dentro un esercito rigorosamente disciplinato, per quanto privo di gradi e mostrine, e accettando linee di comando nitide e riconoscibili, ha mostrato di assegnare valore all’idea nella misura in cui questa si mostra capace di imporre i suoi diritti sulla realtà.
Da uomo bianco, europeo, figlio di un continente coloniale, caduto sul campo assieme a siriani in una rivoluzione siriana, ha dimostrato che non tutti gli europei, i bianchi, gli italiani sono necessariamente animati dalla smania di sottomissione di altri popoli o da un disprezzo malcelato nei loro confronti. Da militante di un’organizzazione curda in un paese a maggioranza araba ha dimostrato che per sconfiggere l’islamismo e le sue conseguenze, o per ristabilire la pace in Siria, non è necessario sottomettersi al mito della superiorità di un’identità nazionale egemone, quand’anche maggioritaria sul piano linguistico e istituzionale nella storia della repubblica. Da combattente delle Forze siriane democratiche, caduto al fianco dei suoi rafiq (“compagni”) arabi ha mostrato che i rivoluzionari politicizzati come lui, contrariamente ai meri rivoltosi o ai semplici combattenti, non cedono alla tentazione di innamorarsi di una nazione tra le altre, per quanto oppressa, poiché la convivenza è necessaria e il pluralismo è opzione obbligata per una vita sociale degna.
Da combattente contro il fondamentalismo ha mostrato che il senso etico più alto sorge con agio là dove vibra l’assenza della fede in un Dio, e prevale la preoccupazione per una giustizia e un’uguaglianza che sono beni dannatamente terreni per noi mortali, su questo piccolo pianeta dove ancora i Lottatori come lui non si sottomettono, nonostante i patimenti della finitezza umana, ad una presunta Rivelazione. Senza Dio, apostata miscredente che ha preso le armi assieme a migliaia di fedeli cristiani, musulmani, ezidi, in un paese dove il sentimento religioso è traboccante, ha mostrato che non farsi imporre un credo non significa non praticare il rispetto per i percorsi di vita diversi dal proprio – al contrario. Rivoluzionario occidentale che ha trovato la sua realizzazione piena in una rivoluzione d’oriente, non ha accondisceso all’esotismo, smentendo anche il dogma secondo cui la comprensione del mondo in questa epoca debba orientarsi secondo le linee di una contrapposizione binaria tra “culture” e “civiltà” che si pretende inevitabile o necessaria.
Ma il dogma, il laccio o il fardello che Tekosher ha rotto nel modo più vertiginoso è il più difficile da rompere per un occidentale e per un internazionalista. Tutte e tutti noi, che abbiamo partecipato per qualche mese o per anni alla rivoluzione della Siria del nord, abbiamo in forme e modi diversi accettato di mettere a rischio la nostra vita. Mi sembra, se posso avanzare un’impressione che non è stata soltanto mia, che Tekosher abbia accettato la possibilità della morte in modo per certi versi differente. Pur non cercandola affatto, la possibilità della fine era accettata da lui con una speciale serenità, che non va confusa con l’indifferenza o la rassegnazione: tutto il contrario. L’Italia intera adesso lo sa, poiché ha appreso le sue parole scritte e quelle affidate, con autoironia e sfrontatezza, a una telecamera. La causa comune lo rendeva felice. Era soddisfatto della lotta, e trovava realizzazione in essa. La morte, benché irrimediabile, non era forse per lui la peggiore tra tutte le prospettive; poiché con essa anche il messaggio di un Lottatore, e non di un poeta o di un Dio, avrebbe potuto giungere nella sua Firenze, e vincere ancora una volta di mille secoli sul silenzio.
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In queste ore tutti parlano di Lorenzo Orsetti, nome di battaglia Tekosher Piling, noto su Facebook come Orso Dellatullo. Orso era combattente italiano delle Unità di protezione popolare (Ypg) inquadrate nelle Forze siriane democratiche (Sdf). Il nostro heval, il nostro amico, è caduto in uno scontro a fuoco ravvicinato nell’area di Baghuz, in Siria, dove le Ypg contrastano le ultime resistenze del sedicente “Stato islamico” (Isis). Di fronte a un esempio di coraggio e generosità come il suo, incarnato dall’atto del martirio e illuminato dal suo ultimo messaggio, tutti, pur in un momento storico dove la stima sociale per i valori collettivi è al minimo, si sono fermati per un attimo e hanno provato un sentimento di ammirazione per lo sguardo fiero, pulito e ribelle di Tekosher. Gli stessi mezzi d’informazione nazionali, di solito più che restii a valorizzare figure come la sua, non hanno voluto o potuto esimersi dall’ammetterne il valore sulle pagine dei giornali o sui servizi in TV.
Da molte espressioni di cordoglio o ammirazione per Lorenzo, nel mondo dei media e in quello delle istituzioni, è come se trasparisse, tuttavia, un certo imbarazzo, che è probabilmente destinato ad aumentare. Perché? Lorenzo ha fatto qualcosa che, sebbene nobile, secondo la politica e la sua appendice mediatica non si dovrebbe fare. Diverse testate televisive, ad esempio, hanno affermato che, pur di andare a combatte contro l’Isis, Lorenzo avrebbe “violato” e “sfidato” le leggi dello stato italiano, sebbene questo non sia vero. Lorenzo non ha violato alcuna legge italiana o internazionale, poiché non esiste una norma che vieti di partecipare a un conflitto estero, se non in casi specifici: le leggi bandiscono, ad esempio, l’adesione a organizzazioni considerate terroristiche, all’estero come in Italia. Le Ypg, tuttavia – con cui Tekosher combatteva – non sono nella lista delle organizzazioni terroristiche compilata dall’Italia, dall’Unione Europea o dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Perché, allora, i media insistono su una diversa versione dei fatti, seppur falsa?
L’apparente squalifica giuridica della sua scelta cela quella reale, che è politica. Lorenzo ha agito sul piano più alto: quello della trasformazione della realtà, del cambiamento rivoluzionario; e lo ha fatto senza essere inquadrato in alcuna struttura istituzionale del suo paese: ciò che lo Stato, nel presente contesto storico, sembra non poter sopportare. Vero è che le Forze siriane democratiche, di cui le Ypg sono parte, sono alleate dell’Italia nella guerra contro l’Isis, attraverso la Combined Joint Task Force istituita dagli Stati Uniti per la missione internazionale Inherent Resolve, che mira a distruggere il califfato. Ciononostante le Ypg, che delle Sdf detengono il comando, non dipendono, né prendono ordini, dalla Coalizione internazionale. Sheid Tekosher – “il martire Tekosher”: termine da intendere qui in senso rigorosamente civile – si muoveva sotto un comando interamente rivoluzionario, totalmente sottratto al controllo di qualsiasi Stato.
Il rapporto dei suoi comandi con la Nato è stato di collaborazione nella provincia di Deir El Zor, contro l’Isis, ma anche di ostilità e di guerra, nella fattispecie contro l’esercito turco pro-jihadista (che è parte della Nato), ad Afrin, durante l’attacco turco alla città (un attacco, quello sì, privo di qualsiasi legalità internazionale, in piena violazione dell’integrità territoriale siriana). Lorenzo, sia pur all’interno dei limiti della legge, si è mosso al di fuori delle aspettative politiche di chi è al potere nel suo paese. Questa “irregolarità politica” di Tekosher è, credo, espressione di una “irregolarità” molto più profonda: un’irregolarità etica, che emerge chiaramente dalla sua lettera. Come si è espresso sul suo conto, il giorno seguente il suo martirio, l’antropologo Roberto Beneduce, l’elemento etico che colpisce in Lorenzo consiste nell’aver scelto di irrompere nella situazione politica mondiale “liberando il campo” da tutta una serie di fardelli politici e geopolitici che l’abitante del pianeta, oggi, eredita dalla storia e sente premere sulle spalle.
Lo ha fatto in Kurdistan, ha aggiunto Beneduce, poiché quest’ultimo, in un mondo apparentemente bloccato, è oggi lo “spazio del possibile”. Per irrompere all’interno di questo spazio Lorenzo ha messo in discussione molto più delle aspettative dello Stato nei suoi confronti. Ha rotto con molto di più.
Il primo fardello di cui Lorenzo si è liberato è il più potente del secolo. Ha eccepito sulla bontà o necessità del capitalismo come modello di civiltà, e sul famoso presupposto che non si possa ipotizzare, e tanto meno mettere in pratica, un modo di lavorare, agire e collaborare alternativo. Lorenzo provava disgusto per il sistema di sfruttamento del mondo della ristorazione in cui aveva lavorato a Firenze e, in generale, per il mercato del lavoro italiano con i suoi tratti di brutalità e spietatezza: accettazione di orari inaccettabili e fatiche disumane, competizione di tutti contro tutti, indifferenza per il prossimo, disprezzo per l’altro in nome del profitto, annichilimento di ogni spazio autonomo di vita in nome del dogma della connessione necessaria e assoluta tra valore umano e prestazione lavorativa. Alzando serenamente il dito medio di fronte a tutto questo lui ha preso un aereo ed è andato dove la rivoluzione delle donne e delle comuni, nel 2017, aveva già costruito, in ampia parte della società e nella vita comunistica delle Ypg, un modello di condivisione radicale, di annullamento tendenziale dei privilegi e di edificazione di forme di cooperazione orientati alla collaborazione piuttosto che al parassitismo e allo sfruttamento.
Per far questo Lorenzo ha preso le armi. Ha accettato di proteggere sé stesso e i civili che mettevano in atto queste riforme, le donne che imponevano il loro protagonismo, i bambini che studiavano all’interno di un sistema educativo nuovo. Agendo nell’ambito di un movimento rivoluzionario ha spezzato un altro laccio, ha messo in discussione un altro dogma: quello secondo cui i compiti di protezione collettiva devono appartenere esclusivamente agli stati, o a forme illegali di para-stato, pur sempre fondate sulla divisione di classe. Facendo questo ha anche eccepito sul principio secondo cui usare la violenza è sempre sbagliato. La lotta di questo Lottatore ha ricordato a tutti che non esercitare la violenza ad Afrin, a Deir El Zor o a Baghuz avrebbe significato lasciare impunemente la popolazione nelle mani di chi l’avrebbe condannata (e ad Afrin, data la sconfitta, questo è accaduto) a un destino dove la violenza diviene non eccezione amara benché necessaria, ma pietra angolare di un sistema di dominio. Quale moralità, dev’essersi chiesto Lorenzo, avrebbe chi si astenesse dal portare soccorso a chi ha più bisogno per tutelare i capricci della propria auto-rappresentazione, esteriore o interiore?
Non basta. Sheid Tekosher non ha avuto remore a battersi contro i droni turchi pilotati a Washington che colpivano i civili di Afrin, ma non ne ha avute neanche ad avanzare nel deserto con il sostegno dell’aviazione statunitense. Non ha creduto che un’alleanza con gli Stati Uniti fosse per forza sbagliata, e quindi neanche che qualsiasi azione portata avanti dagli stati capitalisti debba essere boicottata per principio. Ha mostrato una flessibilità mentale rara nei militanti di sinistra e ha messo davanti a tutto tanto le preoccupazioni concrete per il popolo quanto le necessità strategiche della rivoluzione – intesa come cambiamento reale, però, come “spazio del possibile”, e non come feticcio immaginario, patetico e inservibile. C’è di più. Muovendosi, da anarchico, dentro un esercito rigorosamente disciplinato, per quanto privo di gradi e mostrine, e accettando linee di comando nitide e riconoscibili, ha mostrato di assegnare valore all’idea nella misura in cui questa si mostra capace di imporre i suoi diritti sulla realtà.
Da uomo bianco, europeo, figlio di un continente coloniale, caduto sul campo assieme a siriani in una rivoluzione siriana, ha dimostrato che non tutti gli europei, i bianchi, gli italiani sono necessariamente animati dalla smania di sottomissione di altri popoli o da un disprezzo malcelato nei loro confronti. Da militante di un’organizzazione curda in un paese a maggioranza araba ha dimostrato che per sconfiggere l’islamismo e le sue conseguenze, o per ristabilire la pace in Siria, non è necessario sottomettersi al mito della superiorità di un’identità nazionale egemone, quand’anche maggioritaria sul piano linguistico e istituzionale nella storia della repubblica. Da combattente delle Forze siriane democratiche, caduto al fianco dei suoi rafiq (“compagni”) arabi ha mostrato che i rivoluzionari politicizzati come lui, contrariamente ai meri rivoltosi o ai semplici combattenti, non cedono alla tentazione di innamorarsi di una nazione tra le altre, per quanto oppressa, poiché la convivenza è necessaria e il pluralismo è opzione obbligata per una vita sociale degna.
Da combattente contro il fondamentalismo ha mostrato che il senso etico più alto sorge con agio là dove vibra l’assenza della fede in un Dio, e prevale la preoccupazione per una giustizia e un’uguaglianza che sono beni dannatamente terreni per noi mortali, su questo piccolo pianeta dove ancora i Lottatori come lui non si sottomettono, nonostante i patimenti della finitezza umana, ad una presunta Rivelazione. Senza Dio, apostata miscredente che ha preso le armi assieme a migliaia di fedeli cristiani, musulmani, ezidi, in un paese dove il sentimento religioso è traboccante, ha mostrato che non farsi imporre un credo non significa non praticare il rispetto per i percorsi di vita diversi dal proprio – al contrario. Rivoluzionario occidentale che ha trovato la sua realizzazione piena in una rivoluzione d’oriente, non ha accondisceso all’esotismo, smentendo anche il dogma secondo cui la comprensione del mondo in questa epoca debba orientarsi secondo le linee di una contrapposizione binaria tra “culture” e “civiltà” che si pretende inevitabile o necessaria.
Ma il dogma, il laccio o il fardello che Tekosher ha rotto nel modo più vertiginoso è il più difficile da rompere per un occidentale e per un internazionalista. Tutte e tutti noi, che abbiamo partecipato per qualche mese o per anni alla rivoluzione della Siria del nord, abbiamo in forme e modi diversi accettato di mettere a rischio la nostra vita. Mi sembra, se posso avanzare un’impressione che non è stata soltanto mia, che Tekosher abbia accettato la possibilità della morte in modo per certi versi differente. Pur non cercandola affatto, la possibilità della fine era accettata da lui con una speciale serenità, che non va confusa con l’indifferenza o la rassegnazione: tutto il contrario. L’Italia intera adesso lo sa, poiché ha appreso le sue parole scritte e quelle affidate, con autoironia e sfrontatezza, a una telecamera. La causa comune lo rendeva felice. Era soddisfatto della lotta, e trovava realizzazione in essa. La morte, benché irrimediabile, non era forse per lui la peggiore tra tutte le prospettive; poiché con essa anche il messaggio di un Lottatore, e non di un poeta o di un Dio, avrebbe potuto giungere nella sua Firenze, e vincere ancora una volta di mille secoli sul silenzio.
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02/03/2019
Kurdistan - Si allarga la zona del combattimenti
Migliaia di prigionieri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) nelle carceri turche da questo venerdì entrano in sciopero della fame a tempo indeterminato per protestare contro le condizioni di carcerazione in isolamento del fondatore del PKK, Abdullah Öcalan, recluso da vent’anni sull’isola di Imrali.
Così si uniscono allo sciopero della fame di oltre 300 prigionieri del PKK e del Partito Democratico dei Popoli (HDP) in corso già da metà dicembre in 67 carceri turche. Nella città francese di Strasburgo anche un gruppo di politici curdi in esilio, tra cui il Presidente della confederazione delle associazioni curde KCDE-K, Yüksel Koc, rifiuta l’assunzione di cibo.
La prima ad entrare in sciopero della fame è stata la deputata HDP Leyla Güven il 7 novembre, all’epoca ancora in carcerazione preventiva, che ha continuato anche dopo il suo rilascio alla fine di gennaio. Giovedì l’HPD ha fatto sapere che nonostante le sue condizioni di salute, che da tempo sono di pericolo di vita, la 55enne rifiuta le cure mediche.
Anche le condizioni di salute dei prigionieri in sciopero della fame da metà dicembre sono critiche, ha ammonito l’HDP nel suo appello alla solidarietà internazionale. Verrebbero inoltre frequentemente puniti con misure disciplinari di isolamento, avvocati e parenti hanno riferito anche di torture e maltrattamenti.
"Noi resistiamo contro il fascismo del regime AKP/MHP che non permette una vita libera e con parità di diritti", si legge in una dichiarazione del portavoce dei membri del PKK in carcere, Deniz Kaya, pubblicata martedì. "L’azione continua fino a quando sarà spezzato l’isolamento. Tranne il nostro Presidente Abdullah Öcalan, nessuno potrà farci desistere da questa forma di resistenza". Con scioperi della fame a tempo determinato, da questo venerdì membri dei partiti comunisti TKP/ML e MLKP nelle carceri turche vogliono dare vigore alla richiesta della fine delle condizioni di carcerazione in isolamento di Öcalan.
A metà della settimana gli avvocati di Öcalan hanno presentato alla procura la 793° richiesta di visita. Da otto anni non sono riusciti a vedere il loro cliente, le loro richieste sono state respinte rinviando a presunte condizioni di maltempo o a un danno al motore della nave per la traversata verso l’isola carcere nel Mar di Marmara.
Dall’interruzione dei colloqui di pace tra il governo turco e il PKK nel 2015, durante i quali Öcalan poteva essere regolarmente consultato da deputati HDP, il prigioniero viene di nuovo completamente isolato dal pubblico. In due anni e mezzo, per sole due volte ha potuto vedere suo fratello Mehmet, l’ultima volta il 12 gennaio di quest’anno per 15 minuti.
Il PKK evidentemente è consapevole che il governo turco non può essere costretto a tornare al tavolo negoziale con Öcalan come rappresentante della parte curda, solo con gli scioperi della fame. Così con l’avvicinarsi della fine dell’inverno, si è nuovamente infiammata la guerra nell’est della Turchia. All’inizio dell’anno l’alto comando delle Forze di Difesa del Popolo (HPG) aveva annunciato una "tattica di guerriglia nuova, al passo con i tempi e professionale" che tiene testa alle tecnologie più recenti.
Ne ha fornito una prima prova la guerriglia domenica notte con un’azione degna di James Bond. Una "unità volante" con paramotori ha bombardato la base militare turca di Hacilar nel distretto di Silopi dal cielo e così, secondo quanto hanno riferito fonti della guerriglia, ha danneggiato gravemente un edificio nell’area di atterraggio per elicotteri da combattimento. Intanto nella provincia di Agri sei soldati turchi sono morti in un attacco della guerriglia a un veicolo corazzato, ha comunicato l’agenzia stampa curda ANF mercoledì.
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Così si uniscono allo sciopero della fame di oltre 300 prigionieri del PKK e del Partito Democratico dei Popoli (HDP) in corso già da metà dicembre in 67 carceri turche. Nella città francese di Strasburgo anche un gruppo di politici curdi in esilio, tra cui il Presidente della confederazione delle associazioni curde KCDE-K, Yüksel Koc, rifiuta l’assunzione di cibo.
La prima ad entrare in sciopero della fame è stata la deputata HDP Leyla Güven il 7 novembre, all’epoca ancora in carcerazione preventiva, che ha continuato anche dopo il suo rilascio alla fine di gennaio. Giovedì l’HPD ha fatto sapere che nonostante le sue condizioni di salute, che da tempo sono di pericolo di vita, la 55enne rifiuta le cure mediche.
Anche le condizioni di salute dei prigionieri in sciopero della fame da metà dicembre sono critiche, ha ammonito l’HDP nel suo appello alla solidarietà internazionale. Verrebbero inoltre frequentemente puniti con misure disciplinari di isolamento, avvocati e parenti hanno riferito anche di torture e maltrattamenti.
"Noi resistiamo contro il fascismo del regime AKP/MHP che non permette una vita libera e con parità di diritti", si legge in una dichiarazione del portavoce dei membri del PKK in carcere, Deniz Kaya, pubblicata martedì. "L’azione continua fino a quando sarà spezzato l’isolamento. Tranne il nostro Presidente Abdullah Öcalan, nessuno potrà farci desistere da questa forma di resistenza". Con scioperi della fame a tempo determinato, da questo venerdì membri dei partiti comunisti TKP/ML e MLKP nelle carceri turche vogliono dare vigore alla richiesta della fine delle condizioni di carcerazione in isolamento di Öcalan.
A metà della settimana gli avvocati di Öcalan hanno presentato alla procura la 793° richiesta di visita. Da otto anni non sono riusciti a vedere il loro cliente, le loro richieste sono state respinte rinviando a presunte condizioni di maltempo o a un danno al motore della nave per la traversata verso l’isola carcere nel Mar di Marmara.
Dall’interruzione dei colloqui di pace tra il governo turco e il PKK nel 2015, durante i quali Öcalan poteva essere regolarmente consultato da deputati HDP, il prigioniero viene di nuovo completamente isolato dal pubblico. In due anni e mezzo, per sole due volte ha potuto vedere suo fratello Mehmet, l’ultima volta il 12 gennaio di quest’anno per 15 minuti.
Il PKK evidentemente è consapevole che il governo turco non può essere costretto a tornare al tavolo negoziale con Öcalan come rappresentante della parte curda, solo con gli scioperi della fame. Così con l’avvicinarsi della fine dell’inverno, si è nuovamente infiammata la guerra nell’est della Turchia. All’inizio dell’anno l’alto comando delle Forze di Difesa del Popolo (HPG) aveva annunciato una "tattica di guerriglia nuova, al passo con i tempi e professionale" che tiene testa alle tecnologie più recenti.
Ne ha fornito una prima prova la guerriglia domenica notte con un’azione degna di James Bond. Una "unità volante" con paramotori ha bombardato la base militare turca di Hacilar nel distretto di Silopi dal cielo e così, secondo quanto hanno riferito fonti della guerriglia, ha danneggiato gravemente un edificio nell’area di atterraggio per elicotteri da combattimento. Intanto nella provincia di Agri sei soldati turchi sono morti in un attacco della guerriglia a un veicolo corazzato, ha comunicato l’agenzia stampa curda ANF mercoledì.
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28/12/2018
Kurdistan. L’appello e le richieste del Knk
Le minacce dello Stato turco, le preparazioni per un attacco militare su vasta scala e l’occupazione militare del Rojava (Siria del nord) si stanno intensificando. Nel gennaio di quest’anno, lo Stato turco ha iniziato una campagna di aggressione militare contro la regione un tempo pacifica di Afrin nel Rojava e questa campagna, condotta in modo coordinato con vari gruppi jihadisti, alla fine è culminata nell’occupazione di Afrin stessa.
La guerra dello Stato turco contro Afrin è risultata in una tragedia umana di ampie proporzioni – centinaia di civili indifesi sono stati massacrati e migliaia sono stati feriti, la regione è stata incendiata, saccheggiata e distrutta dallo Stato turco e dai suoi alleati jihadisti. Centinaia di migliaia sono stati espulsi con la forza dalle proprie case, la guerra e la successiva occupazione e le campagne terroristiche dello Stato turco e dei suoi alleati jihadisti in corso nella regione hanno significativamente alterato la demografia di Afrin. La catastrofe che ha investito la popolazione di Afrin era l’obiettivo ultimo della campagna dello Stato turco.
Lo Stato turco ora cerca di ottenere in altre regioni del Rojava lo stesso risultato visto ad Afrin e in questo momento si sta preparando ad attaccare in Siria una regione lunga 500 chilometri tra i fiumi Tigri ed Eufrate. I primi obiettivi nella regione sono le aree di confine di Kobane, Manbij, Tel Abyad, Serêkaniyê (Ras al-Ain), Darbasiyah, Amude, Qamishlo, Tirbespî (al-Qahtaniyah), Dêrik (al-Malikiyah) e migliaia di città e villaggi. Insieme a città come Qamishlo, Hasakah e Raqqa, con grandi popolazioni urbane, ci sono circa cento città e migliaia di villaggi nell’area che attualmente ospita circa 3 milioni di persone. Qualsiasi attacco da parte dello Stato turco condurrebbe a un’insopportabile tragedia umana di grandi dimensioni.
È ben noto che, con i loro sacrifici, l’amministrazione regionale del Nord e dell’Est della Siria/Rojava e le forze delle YPG/YPJ/FSD sono coloro che hanno pagato il prezzo più alto nella guerra contro ISIS. Il mondo intero è stato testimone della resistenza di Kobane, e non è passato tanto tempo. Queste sono alcune delle forze prese di mira dallo Stato turco e Kobane, il bastione della resistenza contro ISIS, è tra gli obiettivi turchi. La guerra contro ISIS è ancora in corso e forze del Nord e dell’Est della Siria sono sulle linee del fronte di questa guerra.
Le forze della coalizione anti-ISIS a guida USA, che comprendono il Regno Unito, la Francia e altri Paesi, sono stazionate in quest’area e mantengono una presenza attiva conducendo oltre 200 attacchi in Siria solo nella scorsa settimana. Le forze della coalizione avevano promesso all’amministrazione regionale la protezione di queste aree. Tuttavia secondo notizie recenti, per via delle minacce dello Stato turco, gli USA si stanno preparando a ritirare velocemente le proprie forze dalla regione. Se gli USA e le altre forze della coalizione si ritireranno, abbandoneranno le comunità in quest’area a massacri su ampia scala. Uno sviluppo del genere porterebbe a una tragedia umanitaria di grandi dimensioni e allo stesso tempo infliggerebbe una profonda ferita alla coscienza dell’umanità.
Il nostro appello alle forze internazionali e all’umanità:
1. Le forze della coalizione non devono lasciare il Nord e l’Est della Siria/Rojava.
2. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU deve riunirsi con la massima urgenza, decidere di proteggere quest’area dall’aggressione e dichiararla una No-Fly Zone.
3. Gli USA devono riconsiderare e annullare la decisione riferita di ritirarsi da quest’area.
4. Le nazioni europee, in particolare Francia, Germania e Regno Unito, devono immediatamente mettere questa questione all’ordine del giorno e non devono restare in silenzio di fronte a potenziali massacri contro curdi, arabi, siriaci, assiri e armeni nella regione.
5. La Russia non deve restare spettatrice degli attacchi dello Stato turco come ha fatto ad Afrin, ma deve invece opporsi alle politiche distruttive dello Stato turco e alle sue interferenze nella regione.
6 .Coloro che difendono i diritti umani, i movimenti per la pace e le organizzazioni attive nella politica e nella società, non devono restare in silenzio di fronte a incombenti massacri, ma devono invece ascoltare la voce di curdi, arabi, siriaci, assiri e armeni, dei milioni di innocenti civili aleviti, musulmani, ezidi e cristiani minacciati dall’aggressione dello Stato turco e schierarsi in solidarietà con i popoli della Siria del Nord e dell’Est e aiutare a trasmettere al mondo le loro richieste di protezione e di pace.
Il popolo del Kurdistan resisterà contro questi attacchi. Noi facciamo appello a tutte e tutti di schierarsi in solidarietà con il nostro popolo!
Fonte
La guerra dello Stato turco contro Afrin è risultata in una tragedia umana di ampie proporzioni – centinaia di civili indifesi sono stati massacrati e migliaia sono stati feriti, la regione è stata incendiata, saccheggiata e distrutta dallo Stato turco e dai suoi alleati jihadisti. Centinaia di migliaia sono stati espulsi con la forza dalle proprie case, la guerra e la successiva occupazione e le campagne terroristiche dello Stato turco e dei suoi alleati jihadisti in corso nella regione hanno significativamente alterato la demografia di Afrin. La catastrofe che ha investito la popolazione di Afrin era l’obiettivo ultimo della campagna dello Stato turco.
Lo Stato turco ora cerca di ottenere in altre regioni del Rojava lo stesso risultato visto ad Afrin e in questo momento si sta preparando ad attaccare in Siria una regione lunga 500 chilometri tra i fiumi Tigri ed Eufrate. I primi obiettivi nella regione sono le aree di confine di Kobane, Manbij, Tel Abyad, Serêkaniyê (Ras al-Ain), Darbasiyah, Amude, Qamishlo, Tirbespî (al-Qahtaniyah), Dêrik (al-Malikiyah) e migliaia di città e villaggi. Insieme a città come Qamishlo, Hasakah e Raqqa, con grandi popolazioni urbane, ci sono circa cento città e migliaia di villaggi nell’area che attualmente ospita circa 3 milioni di persone. Qualsiasi attacco da parte dello Stato turco condurrebbe a un’insopportabile tragedia umana di grandi dimensioni.
È ben noto che, con i loro sacrifici, l’amministrazione regionale del Nord e dell’Est della Siria/Rojava e le forze delle YPG/YPJ/FSD sono coloro che hanno pagato il prezzo più alto nella guerra contro ISIS. Il mondo intero è stato testimone della resistenza di Kobane, e non è passato tanto tempo. Queste sono alcune delle forze prese di mira dallo Stato turco e Kobane, il bastione della resistenza contro ISIS, è tra gli obiettivi turchi. La guerra contro ISIS è ancora in corso e forze del Nord e dell’Est della Siria sono sulle linee del fronte di questa guerra.
Le forze della coalizione anti-ISIS a guida USA, che comprendono il Regno Unito, la Francia e altri Paesi, sono stazionate in quest’area e mantengono una presenza attiva conducendo oltre 200 attacchi in Siria solo nella scorsa settimana. Le forze della coalizione avevano promesso all’amministrazione regionale la protezione di queste aree. Tuttavia secondo notizie recenti, per via delle minacce dello Stato turco, gli USA si stanno preparando a ritirare velocemente le proprie forze dalla regione. Se gli USA e le altre forze della coalizione si ritireranno, abbandoneranno le comunità in quest’area a massacri su ampia scala. Uno sviluppo del genere porterebbe a una tragedia umanitaria di grandi dimensioni e allo stesso tempo infliggerebbe una profonda ferita alla coscienza dell’umanità.
Il nostro appello alle forze internazionali e all’umanità:
1. Le forze della coalizione non devono lasciare il Nord e l’Est della Siria/Rojava.
2. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU deve riunirsi con la massima urgenza, decidere di proteggere quest’area dall’aggressione e dichiararla una No-Fly Zone.
3. Gli USA devono riconsiderare e annullare la decisione riferita di ritirarsi da quest’area.
4. Le nazioni europee, in particolare Francia, Germania e Regno Unito, devono immediatamente mettere questa questione all’ordine del giorno e non devono restare in silenzio di fronte a potenziali massacri contro curdi, arabi, siriaci, assiri e armeni nella regione.
5. La Russia non deve restare spettatrice degli attacchi dello Stato turco come ha fatto ad Afrin, ma deve invece opporsi alle politiche distruttive dello Stato turco e alle sue interferenze nella regione.
6 .Coloro che difendono i diritti umani, i movimenti per la pace e le organizzazioni attive nella politica e nella società, non devono restare in silenzio di fronte a incombenti massacri, ma devono invece ascoltare la voce di curdi, arabi, siriaci, assiri e armeni, dei milioni di innocenti civili aleviti, musulmani, ezidi e cristiani minacciati dall’aggressione dello Stato turco e schierarsi in solidarietà con i popoli della Siria del Nord e dell’Est e aiutare a trasmettere al mondo le loro richieste di protezione e di pace.
Il popolo del Kurdistan resisterà contro questi attacchi. Noi facciamo appello a tutte e tutti di schierarsi in solidarietà con il nostro popolo!
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11/11/2018
USA - Doppio gioco in Kurdistan
Gli USA pattugliano insieme ai curdi siriani e mettono una taglia sulla direzione del PKK. Che Washington prenda di mira proprio ora la direzione del PKK, può essere considerato un tentativo di ammansire il partner turco della NATO a fronte della collaborazione dell’esercito USA con le Unità di Difesa del Popolo curde (YPG) contro «Stato Islamico» (IS) in Siria.
Contemporaneamente gli USA in questo modo aumentano la pressione sugli alleati curdo-siriani perché prendano le distanze dal PKK, insieme al quale condividono le idee del precursore del movimento di liberazione curdo Abdullah Öcalan.Il governo USA ha messo un’alta taglia su tre funzionari di spicco del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Per «informazioni, che portino alla cattura o all’individuazione del luogo in cui soggiornano» i ricercati, nell’ambito del programma anti-terrorismo del Ministro degli Esteri USA sarebbero a disposizione premi milionari, ha spiegato il sottosegretario USA Matthew Palmer martedì nella capitale turca Ankara.
Sono ricercati Cemil Bayik, co-Presidente della confederazione comprendente il PKK e le sue organizzazioni sorelle in Iraq, Iran e Siria, «Unione delle Comunità del Kurdistan» (KCK), il comandante in capo della guerriglia, Murat Karayilan, e il co-fondatore del PKK Duran Kalkan. Si sospetta che i tre rivoluzionari sui quali ora sono state poste taglie tra i 5 e i 3 milioni di dollari, si trovino nelle zone di difesa del PKK nelle montagne di Qandil nel triangolo tra Turchia, Iran e Iraq.
Retroscena delle ultime tensioni tra Washington e Ankara sono le pattuglie militari lungo il confine turco-siriano. Vi prendono parte l’esercito USA e le Forze Siriane Democratiche (FSD) multietniche, la cui componente combattente più forte sono le YPG.
Il portavoce del Pentagono Robert Manning lunedì aveva dichiarato in proposito che le «pattuglie di sicurezza» tra le città di Manbij e Kobane renderebbero «possibile a noi, alla Turchia, e ai nostri partner delle FSD di mantenere la sicurezza nella regione». Il Presidente dello Stato turco Recep Tayyip Erdogan invece martedì in una riunione del gruppo del suo AKP al governo ha definito «inaccettabile» la collaborazione «con l’organizzazione terroristica PKK/YPG».
La Turchia spara su località di confine
Le pattuglie il 2 novembre erano iniziate come reazione all’ondata di attacchi dell’esercito turco contro la zona di autogoverno curda nel nord e nell’est della Siria. La settimana scorsa sono stati uccisi due combattenti e una bambina di dodici anni. Il fuoco arbitrario contro località di confine che martedì è proseguito presso Ras Al-Ain (curdo Serekaniye) e Al-Kahtanija (Tirbespiye), sembra parte di una strategia turca per costringere alla fuga la popolazione civile.
Le FSD a causa degli attacchi turchi hanno fermato la loro offensiva per la liberazione dell’ultima roccaforte di IS a est dell’Eufrate presso Deir Al-Sor per spostare truppe al confine con la Turchia. «La Turchia non vuole una soluzione per la crisi siriana. Vuole sostenere i terroristi di IS», è stata l’analisi sull’ondata di attacchi fatta dalla comandante delle FSD Zinarin Kobani lunedì a colloquio con l’agenzia stampa Hawar.
Questa era iniziata il giorno dopo il vertice sulla Siria a Istanbul tra Turchia, Germania, Russia e Francia, il 27 ottobre. Nel vertice a quattro Erdogan aveva annunciato un’offensiva contro la zona di amministrazione autonoma a est dell’Eufrate. Erdogan ha potuto ritenere il silenzio della cancelliera Angela Merkel, del Presidente russo Vladimir Putin e del capo di Stato francese un semaforo verde per i suoi piani di aggressione.
Avvicinamento a Damasco
Secondo quanto riferito da osservatori locali, dall’inizio della settimana vengono riunite sotto guida turca unità dell’ «Esercito Siriano Libero», compresi gruppi combattenti vicini a Al-Qaida provenienti dalle regioni sotto controllo, ovvero occupazione turca nelle regioni di Idlib e Afrin per un’offensiva contro il territorio ad amministrazione autonoma.
La minaccia di intervento, così sostiene il giornalista Fehim Tastekin in un articolo pubblicato a inizio della settimana sul portale di notizie dell’opposizione turca Gazete Duvar, potrebbe incoraggiare i curdi a trattare con il governo di Damasco. «Questo non sarebbe un risultato gradito a Ankara. La Russia invece sostiene questa opzione. Quello che invece va bene a Erdogan è la distruzione definitiva, assoluta dei territori a est dell’Eufrate», sostiene Tastekin.
Il doppio gioco degli USA dovrebbe ulteriormente scuotere la fiducia dei curdi nei loro alleati tattici e aumentare la disponibilità per un appianamento con il governo siriano.*
Fonte
* sarebbe l'ora che la dirigenza curda recepisse e digerisse questa antifona.
Contemporaneamente gli USA in questo modo aumentano la pressione sugli alleati curdo-siriani perché prendano le distanze dal PKK, insieme al quale condividono le idee del precursore del movimento di liberazione curdo Abdullah Öcalan.Il governo USA ha messo un’alta taglia su tre funzionari di spicco del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Per «informazioni, che portino alla cattura o all’individuazione del luogo in cui soggiornano» i ricercati, nell’ambito del programma anti-terrorismo del Ministro degli Esteri USA sarebbero a disposizione premi milionari, ha spiegato il sottosegretario USA Matthew Palmer martedì nella capitale turca Ankara.
Sono ricercati Cemil Bayik, co-Presidente della confederazione comprendente il PKK e le sue organizzazioni sorelle in Iraq, Iran e Siria, «Unione delle Comunità del Kurdistan» (KCK), il comandante in capo della guerriglia, Murat Karayilan, e il co-fondatore del PKK Duran Kalkan. Si sospetta che i tre rivoluzionari sui quali ora sono state poste taglie tra i 5 e i 3 milioni di dollari, si trovino nelle zone di difesa del PKK nelle montagne di Qandil nel triangolo tra Turchia, Iran e Iraq.
Retroscena delle ultime tensioni tra Washington e Ankara sono le pattuglie militari lungo il confine turco-siriano. Vi prendono parte l’esercito USA e le Forze Siriane Democratiche (FSD) multietniche, la cui componente combattente più forte sono le YPG.
Il portavoce del Pentagono Robert Manning lunedì aveva dichiarato in proposito che le «pattuglie di sicurezza» tra le città di Manbij e Kobane renderebbero «possibile a noi, alla Turchia, e ai nostri partner delle FSD di mantenere la sicurezza nella regione». Il Presidente dello Stato turco Recep Tayyip Erdogan invece martedì in una riunione del gruppo del suo AKP al governo ha definito «inaccettabile» la collaborazione «con l’organizzazione terroristica PKK/YPG».
La Turchia spara su località di confine
Le pattuglie il 2 novembre erano iniziate come reazione all’ondata di attacchi dell’esercito turco contro la zona di autogoverno curda nel nord e nell’est della Siria. La settimana scorsa sono stati uccisi due combattenti e una bambina di dodici anni. Il fuoco arbitrario contro località di confine che martedì è proseguito presso Ras Al-Ain (curdo Serekaniye) e Al-Kahtanija (Tirbespiye), sembra parte di una strategia turca per costringere alla fuga la popolazione civile.
Le FSD a causa degli attacchi turchi hanno fermato la loro offensiva per la liberazione dell’ultima roccaforte di IS a est dell’Eufrate presso Deir Al-Sor per spostare truppe al confine con la Turchia. «La Turchia non vuole una soluzione per la crisi siriana. Vuole sostenere i terroristi di IS», è stata l’analisi sull’ondata di attacchi fatta dalla comandante delle FSD Zinarin Kobani lunedì a colloquio con l’agenzia stampa Hawar.
Questa era iniziata il giorno dopo il vertice sulla Siria a Istanbul tra Turchia, Germania, Russia e Francia, il 27 ottobre. Nel vertice a quattro Erdogan aveva annunciato un’offensiva contro la zona di amministrazione autonoma a est dell’Eufrate. Erdogan ha potuto ritenere il silenzio della cancelliera Angela Merkel, del Presidente russo Vladimir Putin e del capo di Stato francese un semaforo verde per i suoi piani di aggressione.
Avvicinamento a Damasco
Secondo quanto riferito da osservatori locali, dall’inizio della settimana vengono riunite sotto guida turca unità dell’ «Esercito Siriano Libero», compresi gruppi combattenti vicini a Al-Qaida provenienti dalle regioni sotto controllo, ovvero occupazione turca nelle regioni di Idlib e Afrin per un’offensiva contro il territorio ad amministrazione autonoma.
La minaccia di intervento, così sostiene il giornalista Fehim Tastekin in un articolo pubblicato a inizio della settimana sul portale di notizie dell’opposizione turca Gazete Duvar, potrebbe incoraggiare i curdi a trattare con il governo di Damasco. «Questo non sarebbe un risultato gradito a Ankara. La Russia invece sostiene questa opzione. Quello che invece va bene a Erdogan è la distruzione definitiva, assoluta dei territori a est dell’Eufrate», sostiene Tastekin.
Il doppio gioco degli USA dovrebbe ulteriormente scuotere la fiducia dei curdi nei loro alleati tattici e aumentare la disponibilità per un appianamento con il governo siriano.*
Fonte
* sarebbe l'ora che la dirigenza curda recepisse e digerisse questa antifona.
13/09/2018
Iran - Sciopero nei territori curdi
In numerose città curde dell’Iran mercoledì si è arrivati a uno sciopero generale. La maggior parte dei negozi a Sanandaj, Mariwan, Saqqez, Bane, Mahabad e Piranshah sono rimasti chiusi, ha riferito la pagina di notizie Kurdistan24. Con la serrata, i partecipanti hanno protestato contro gli attacchi dei Guardiani della Rivoluzione Iraniani (IRGC) contro campi dei partiti curdi nel nord dell’Iraq e contro l’esecuzione di prigionieri politici.
Sabato gli IRGC avevano bombardato la regione autonoma nel nord dell’Iraq. I sette missili a corto raggio hanno colpito un campo di addestramento dei peshmerga del »Partito Democratico del Kurdistan Iraniano« (PDKI) e il quartier generale del »Partito Democratico del Kurdistan – Iran« (KDP-I), risultato di una scissione del 2006, dove era in corso un incontro di direzione. Secondo quanto riferito dall’agenzia ANF nell’attacco sono state uccise 21 persone, tra loro diversi componenti della direzione del KDP-I. Dozzine di persone sono state ferite.
PDKI e KDP-I sostengono un Iran federale con diritti di autonomia per i circa sei milioni di curdi. Dal 2015 il PDKI ha anche ripreso una lotta armata contro Teheran. I suoi peshmerga negli ultimi mesi sono riusciti ad aumentare nettamente la loro presenza nel Kurdistan iraniano, si è arrivati scontri con le forze di sicurezza iraniane e ci sono state dozzine di morti da entrambe le parti. A giugno il capo del PDKI Mustafa Hijri e il Presidente del partito Komala di orientamento socialdemocratico, Abdullah Mohtadi, a Washington hanno chiesto il sostegno degli USA.
Poco prima degli attacchi missilistici sulle due basi di partito nell’Iraq del nord, sabato in Iran sono stati giustiziati i tre prigionieri curdi Ramin Hossein Panahi, Zanyar Moradi e Luqman Moradi, dopo che le esecuzioni erano state più volte rinviate a seguito di proteste a livello internazionale. Tutti e tre erano stati condannati a morte per »inimicizia nei confronti di Dio«, avrebbero sostenuto il Komala. Il padre e lo zio dei cugini Zanyar e Luqman in carcere dal 2009, Iqbal Moradi, come attivista di spicco di un’organizzazione curda per i diritti umani era stato assassinato solo sette settimane fa nel suo esilio nel nord dell’Iraq. La responsabilità viene attribuita ai servizi segreti iraniani. Inoltre domenica sarebbero stati giustiziati anche due peshmerga del PDKI incarcerati.
Il »Partito per una Vita Libera in Kurdistan« (PJAK), un’organizzazione sorella del » Partito dei Lavoratori del Kurdistan« (PKK) attivo in Turchia, a fronte degli »attacchi del regime del terrore« ha invitato i partiti curdo-iraniani a mettere da parte le differenze e all’unità. Tuttavia il PJAK, che dal 2011 rispetta una tregua con Teheran, rifiuta qualsiasi ingerenza dell’estero. Il partito punta invece sulla dinamica interna di movimenti di protesta sociale per la trasformazione democratica dell’Iran.
Il PJAK sospetta anche che la vicinanza temporale degli attacchi rispetto al vertice sulla Siria dei Presidenti di Turchia, Russia e Iran a Teheran di venerdì scorso, non sia stata una coincidenza. Si ritiene che l’Iran abbia acconsentito a procedere in modo più aspro contro organizzazioni curde per ammansire Ankara alla vigilia dell’offensiva dell’esercito siriano, sostenuta da Mosca e Teheran, contro la roccaforte jihadista sotto protezione turca a Idlib nel nord della Siria.
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Sabato gli IRGC avevano bombardato la regione autonoma nel nord dell’Iraq. I sette missili a corto raggio hanno colpito un campo di addestramento dei peshmerga del »Partito Democratico del Kurdistan Iraniano« (PDKI) e il quartier generale del »Partito Democratico del Kurdistan – Iran« (KDP-I), risultato di una scissione del 2006, dove era in corso un incontro di direzione. Secondo quanto riferito dall’agenzia ANF nell’attacco sono state uccise 21 persone, tra loro diversi componenti della direzione del KDP-I. Dozzine di persone sono state ferite.
PDKI e KDP-I sostengono un Iran federale con diritti di autonomia per i circa sei milioni di curdi. Dal 2015 il PDKI ha anche ripreso una lotta armata contro Teheran. I suoi peshmerga negli ultimi mesi sono riusciti ad aumentare nettamente la loro presenza nel Kurdistan iraniano, si è arrivati scontri con le forze di sicurezza iraniane e ci sono state dozzine di morti da entrambe le parti. A giugno il capo del PDKI Mustafa Hijri e il Presidente del partito Komala di orientamento socialdemocratico, Abdullah Mohtadi, a Washington hanno chiesto il sostegno degli USA.
Poco prima degli attacchi missilistici sulle due basi di partito nell’Iraq del nord, sabato in Iran sono stati giustiziati i tre prigionieri curdi Ramin Hossein Panahi, Zanyar Moradi e Luqman Moradi, dopo che le esecuzioni erano state più volte rinviate a seguito di proteste a livello internazionale. Tutti e tre erano stati condannati a morte per »inimicizia nei confronti di Dio«, avrebbero sostenuto il Komala. Il padre e lo zio dei cugini Zanyar e Luqman in carcere dal 2009, Iqbal Moradi, come attivista di spicco di un’organizzazione curda per i diritti umani era stato assassinato solo sette settimane fa nel suo esilio nel nord dell’Iraq. La responsabilità viene attribuita ai servizi segreti iraniani. Inoltre domenica sarebbero stati giustiziati anche due peshmerga del PDKI incarcerati.
Il »Partito per una Vita Libera in Kurdistan« (PJAK), un’organizzazione sorella del » Partito dei Lavoratori del Kurdistan« (PKK) attivo in Turchia, a fronte degli »attacchi del regime del terrore« ha invitato i partiti curdo-iraniani a mettere da parte le differenze e all’unità. Tuttavia il PJAK, che dal 2011 rispetta una tregua con Teheran, rifiuta qualsiasi ingerenza dell’estero. Il partito punta invece sulla dinamica interna di movimenti di protesta sociale per la trasformazione democratica dell’Iran.
Il PJAK sospetta anche che la vicinanza temporale degli attacchi rispetto al vertice sulla Siria dei Presidenti di Turchia, Russia e Iran a Teheran di venerdì scorso, non sia stata una coincidenza. Si ritiene che l’Iran abbia acconsentito a procedere in modo più aspro contro organizzazioni curde per ammansire Ankara alla vigilia dell’offensiva dell’esercito siriano, sostenuta da Mosca e Teheran, contro la roccaforte jihadista sotto protezione turca a Idlib nel nord della Siria.
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31/07/2018
Che ne è stato dell’occupazione di Bradost e Qandil?
Dalle elezioni in Turchia del 24 giugno è passato più di un mese. Prima delle elezioni un’occupazione di Bradost e Qandil rappresentava uno degli argomenti centrali nei media della propaganda dell’AKP e di Tayyip Erdoğan. Naturalmente questi attacchi non erano né straordinari né limitati solo alla propaganda elettorale.
La guerriglia ha sventato i piani
Le operazioni si possono capire solo nel contesto di un piano più ampio con la partecipazione di USA, Regno Unito e del KDP del Kurdistan del sud. Così gli USA, il Regno Unito e altre potenze internazionali vogliono usare la Turchia per aumentare la pressione sull’Iran. A fronte di questo è stato fatto l’accordo di Minbic con la Turchia per il mantenimento del potere di Erdoğan e l’allargamento delle zone occupate in Rojava e nel Kurdistan del sud come contropartita. Tuttavia non è andata come previsto. Le reazioni della popolazione del Kurdistan del sud e le efficaci azioni della guerriglia in corso fin dal mese di marzo, rappresentano un ostacolo nell’esecuzione del piano. Dato che l’occupazione non ha funzionato come Erdoğan aveva previsto, anche l’altra parte, l’intervento in Iran, non ha potuto avere luogo.
Erdoğan e l’AKP nel dicembre 2017 hanno iniziato attacchi di invasione su Bradost e nel marzo 2018 si sono seriamente preparati a un nuovo avvio. Nei mesi da marzo ad aprile la regione è stata bombardata 24 ore al giorno da aerei da combattimento e elicotteri Kobra, aerei da ricognizione sorvolavano continuamente le aree. Nonostante questo l’esercito è riuscito a penetrare nella regione solo per cinque chilometri. Sulle vette Siro, Partîzan e Lêlîkan con massicci attacchi aerei e di artiglieria con elicotteri da trasporto Sikorsky truppe sono state scaricate nella regione montuosa. Questi soldati sono stati presi di mira dalla guerriglia da ogni lato. Contro le vette citate, finora sono state fatte circa 80 azioni. La guerriglia ha pubblicato riprese della maggior parte delle azioni. L’opinione pubblica turca e internazionale ha visto come l’esercito turco, definito eccellente, ha fallito e in quale situazione senza scampo i suoi soldati sono stati lasciati a morire.
Morti oltre 270 soldati
Nelle azioni della guerriglia sono morti oltre 270 soldati. È deplorevole che i media turchi non abbiano nemmeno dato la notizia della morte dei figli della popolazione povera che sono stati mandati a morire nel Kurdistan del sud. La guerriglia ha comunicato le sue azioni giorno per giorno. Ha mostrato le armi e gli equipaggiamenti conquistati al pubblico. Lo stato turco ha nascosto la morte dei figli della popolazione povera. Quando venivano mostrati pubblicamente i caschi dei soldati e le armi, occasionalmente alle perdite venivano riservati articoli marginali. Questo mostra che a nessun soldato viene attribuito tanto valore quanto a un’arma.
Colpo su colpo a Bradost
Mentre lo Stato turco a Lêlîkan, Ali Direj, Partîzan e Avdol Kovi ha continuamente incassato colpi duri e ben documentati, ha cercato di nascondere la sconfitta con notizie di successi. “Avanziamo su Qandil”, è stato detto ripetutamente nei titoli. In questo modo Qandil è arrivata in cima all’ordine del giorno. Un’invasione di Qandil era parte del piano. Si tratta di una parte decisiva dell’intenzione di iniziare l’occupazione a Bradost e di avanzare poi fino a Qandil.
Questo piano è stato citato ripetutamente dal Ministro degli Interni Süleyman Soylu e dall’allora Primo Ministro Binali Yıldırım in dichiarazioni corrispondenti. Soylu ha detto, “Siamo a venti chilometri da Qendîl” e Yıldırım ha parlato di undici basi militari nel “Iraq del nord”. Queste dichiarazioni mostravano la direzione del piano. Qandil è stata messa all’ordine del giorno per nascondere le pesanti perdite a Bradost. Con il permesso del capo del governo del Kurdistan del sud del KDP, Neçirvan Barzanî, con l’aiuto del portavoce governativo Sefin Dizai si è cercato di nascondere le pesanti perdite. Corrispondenti dell’agenzia stampa Anadolu Ajans vicina all’AKP, sono stati inviato in una base del KDP sulla vetta Korek nelle montagne di Qendîl. Da questa postazione hanno fatto una trasmissione in diretta. Si trattava unicamente del tentativo di ingannare l’opinione pubblica.
Proteste della popolazione del Kurdistan del sud contro l’atteggiamento del KDP
Da un lato le azioni efficaci della guerriglia hanno fatto fallire il piano di occupazione e hanno inflitto all’esercito turco totalmente sotto il controllo di Erdoğan, gravi perdite. Dall’altro lato anche le proteste della popolazione del Kurdistan del sud hanno avuto il loro effetto. Dopo che Neçirvan Barzanî aveva fatto dichiarazioni nelle quali legittimava l’invasione turca, è andato ancora oltre e ha fatto finta che l’occupazione turca non esistesse affatto. Ha perfino dichiarato occupanti il movimento di liberazione curdo che in mezzo secolo di lotta per la liberazione del Kurdistan ha dato oltre 40.000 caduti. A quel punto in nove città e molti villaggi e località del Kurdistan del sud ci sono state proteste contro l’occupazione e le affermazioni di Barzanî.
La popolazione ha reagito in questo modo sia alla dichiarazione di Erdoğan sia a quella di Barzanî del giorno precedente. Lo Stato turco ha fatto incessantemente pressione su partiti politici, organizzazioni e sulla popolazione del Kurdistan del sud per renderli propri complici. Il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha affermato “Hewlêr è con noi, ma una parte di Gorran e PUK non sono con noi.”
Rispetto a questo il Movimento Gorran ha dichiarato che la lotta di liberazione curda è una componente essenziale del movimento e che viene sostenuta. Con questo ha nuovamente chiarito la sua opposizione all’invasione e ha trasmesso a Barzanî il messaggio che il Kurdistan è la patria di tutte le organizzazioni curde. A seguito di questo le persone delle zone colpite, intellettuali, attivisti e giovani in interviste con diversi canali TV hanno dichiarato “il PKK nel Kurdistan del sud è nel suo Paese”. Da ultimo anche il movimento islamico ha fatto una dichiarazione chiara in questo senso.
Dopo le elezioni l’argomento è stato lasciato cadere
Sulla base di questi sviluppi, dopo le elezioni le grida di Erdoğan e dell’AKP su una presa di Qendîl sono cessate. Dichiarazioni sull’invasione e sul piano di invasione sono diventate praticamente impossibili. Sono state cancellate dall’ordine del giorno. Dalle elezioni è passato oltre un mese. I signori che dozzine di volte hanno parlato di un’occupazione ora fingono di non aver mai sostenuto una cosa del genere e in particolare Erdoğan e i generali dell’AKP tacciono. Questo tuttavia non significa che il piano di occupazione sia finito. È ancora in corso. Il piano di Erdoğan e dell’AKP di portare la guerra contro la guerriglia fino nel Kurdistan del sud ha però subito un grave colpo. Perché questo era un altro obiettivo importante del piano, di spostare del tutto la guerra dal nord della Turchia nel Kurdistan del sud.
L’AKP sarà costretto ad accettare la guerra nel Kurdistan del nord e in Turchia. Così la guerriglia si è mobilitata anche nel Kurdistan del nord e in Turchia conducendo azioni efficaci. A fronte di questo il piano continua ancora perché Erdoğan e il suo esercito di occupazione fanno massicci preparativi per la sua prosecuzione. Ai confini con il Kurdistan del sud vengono radunate senza sosta forze militari e le montagne del Kurdistan del sud continuano a essere bombardate.
La rabbia della gente nel Kurdistan del sud cresce. Sarà inevitabile che Erdoğan e lo Stato turco incontrino una resistenza ancora più dura se dovessero continuare il loro piano.
Il giornalista Seyit Evran sugli annunci di Erdoğan e dello Stato turco di occupare Bradost e Qandil nel Kurdistan del sud, 28.07.2018
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La guerriglia ha sventato i piani
Le operazioni si possono capire solo nel contesto di un piano più ampio con la partecipazione di USA, Regno Unito e del KDP del Kurdistan del sud. Così gli USA, il Regno Unito e altre potenze internazionali vogliono usare la Turchia per aumentare la pressione sull’Iran. A fronte di questo è stato fatto l’accordo di Minbic con la Turchia per il mantenimento del potere di Erdoğan e l’allargamento delle zone occupate in Rojava e nel Kurdistan del sud come contropartita. Tuttavia non è andata come previsto. Le reazioni della popolazione del Kurdistan del sud e le efficaci azioni della guerriglia in corso fin dal mese di marzo, rappresentano un ostacolo nell’esecuzione del piano. Dato che l’occupazione non ha funzionato come Erdoğan aveva previsto, anche l’altra parte, l’intervento in Iran, non ha potuto avere luogo.
Erdoğan e l’AKP nel dicembre 2017 hanno iniziato attacchi di invasione su Bradost e nel marzo 2018 si sono seriamente preparati a un nuovo avvio. Nei mesi da marzo ad aprile la regione è stata bombardata 24 ore al giorno da aerei da combattimento e elicotteri Kobra, aerei da ricognizione sorvolavano continuamente le aree. Nonostante questo l’esercito è riuscito a penetrare nella regione solo per cinque chilometri. Sulle vette Siro, Partîzan e Lêlîkan con massicci attacchi aerei e di artiglieria con elicotteri da trasporto Sikorsky truppe sono state scaricate nella regione montuosa. Questi soldati sono stati presi di mira dalla guerriglia da ogni lato. Contro le vette citate, finora sono state fatte circa 80 azioni. La guerriglia ha pubblicato riprese della maggior parte delle azioni. L’opinione pubblica turca e internazionale ha visto come l’esercito turco, definito eccellente, ha fallito e in quale situazione senza scampo i suoi soldati sono stati lasciati a morire.
Morti oltre 270 soldati
Nelle azioni della guerriglia sono morti oltre 270 soldati. È deplorevole che i media turchi non abbiano nemmeno dato la notizia della morte dei figli della popolazione povera che sono stati mandati a morire nel Kurdistan del sud. La guerriglia ha comunicato le sue azioni giorno per giorno. Ha mostrato le armi e gli equipaggiamenti conquistati al pubblico. Lo stato turco ha nascosto la morte dei figli della popolazione povera. Quando venivano mostrati pubblicamente i caschi dei soldati e le armi, occasionalmente alle perdite venivano riservati articoli marginali. Questo mostra che a nessun soldato viene attribuito tanto valore quanto a un’arma.
Colpo su colpo a Bradost
Mentre lo Stato turco a Lêlîkan, Ali Direj, Partîzan e Avdol Kovi ha continuamente incassato colpi duri e ben documentati, ha cercato di nascondere la sconfitta con notizie di successi. “Avanziamo su Qandil”, è stato detto ripetutamente nei titoli. In questo modo Qandil è arrivata in cima all’ordine del giorno. Un’invasione di Qandil era parte del piano. Si tratta di una parte decisiva dell’intenzione di iniziare l’occupazione a Bradost e di avanzare poi fino a Qandil.
Questo piano è stato citato ripetutamente dal Ministro degli Interni Süleyman Soylu e dall’allora Primo Ministro Binali Yıldırım in dichiarazioni corrispondenti. Soylu ha detto, “Siamo a venti chilometri da Qendîl” e Yıldırım ha parlato di undici basi militari nel “Iraq del nord”. Queste dichiarazioni mostravano la direzione del piano. Qandil è stata messa all’ordine del giorno per nascondere le pesanti perdite a Bradost. Con il permesso del capo del governo del Kurdistan del sud del KDP, Neçirvan Barzanî, con l’aiuto del portavoce governativo Sefin Dizai si è cercato di nascondere le pesanti perdite. Corrispondenti dell’agenzia stampa Anadolu Ajans vicina all’AKP, sono stati inviato in una base del KDP sulla vetta Korek nelle montagne di Qendîl. Da questa postazione hanno fatto una trasmissione in diretta. Si trattava unicamente del tentativo di ingannare l’opinione pubblica.
Proteste della popolazione del Kurdistan del sud contro l’atteggiamento del KDP
Da un lato le azioni efficaci della guerriglia hanno fatto fallire il piano di occupazione e hanno inflitto all’esercito turco totalmente sotto il controllo di Erdoğan, gravi perdite. Dall’altro lato anche le proteste della popolazione del Kurdistan del sud hanno avuto il loro effetto. Dopo che Neçirvan Barzanî aveva fatto dichiarazioni nelle quali legittimava l’invasione turca, è andato ancora oltre e ha fatto finta che l’occupazione turca non esistesse affatto. Ha perfino dichiarato occupanti il movimento di liberazione curdo che in mezzo secolo di lotta per la liberazione del Kurdistan ha dato oltre 40.000 caduti. A quel punto in nove città e molti villaggi e località del Kurdistan del sud ci sono state proteste contro l’occupazione e le affermazioni di Barzanî.
La popolazione ha reagito in questo modo sia alla dichiarazione di Erdoğan sia a quella di Barzanî del giorno precedente. Lo Stato turco ha fatto incessantemente pressione su partiti politici, organizzazioni e sulla popolazione del Kurdistan del sud per renderli propri complici. Il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha affermato “Hewlêr è con noi, ma una parte di Gorran e PUK non sono con noi.”
Rispetto a questo il Movimento Gorran ha dichiarato che la lotta di liberazione curda è una componente essenziale del movimento e che viene sostenuta. Con questo ha nuovamente chiarito la sua opposizione all’invasione e ha trasmesso a Barzanî il messaggio che il Kurdistan è la patria di tutte le organizzazioni curde. A seguito di questo le persone delle zone colpite, intellettuali, attivisti e giovani in interviste con diversi canali TV hanno dichiarato “il PKK nel Kurdistan del sud è nel suo Paese”. Da ultimo anche il movimento islamico ha fatto una dichiarazione chiara in questo senso.
Dopo le elezioni l’argomento è stato lasciato cadere
Sulla base di questi sviluppi, dopo le elezioni le grida di Erdoğan e dell’AKP su una presa di Qendîl sono cessate. Dichiarazioni sull’invasione e sul piano di invasione sono diventate praticamente impossibili. Sono state cancellate dall’ordine del giorno. Dalle elezioni è passato oltre un mese. I signori che dozzine di volte hanno parlato di un’occupazione ora fingono di non aver mai sostenuto una cosa del genere e in particolare Erdoğan e i generali dell’AKP tacciono. Questo tuttavia non significa che il piano di occupazione sia finito. È ancora in corso. Il piano di Erdoğan e dell’AKP di portare la guerra contro la guerriglia fino nel Kurdistan del sud ha però subito un grave colpo. Perché questo era un altro obiettivo importante del piano, di spostare del tutto la guerra dal nord della Turchia nel Kurdistan del sud.
L’AKP sarà costretto ad accettare la guerra nel Kurdistan del nord e in Turchia. Così la guerriglia si è mobilitata anche nel Kurdistan del nord e in Turchia conducendo azioni efficaci. A fronte di questo il piano continua ancora perché Erdoğan e il suo esercito di occupazione fanno massicci preparativi per la sua prosecuzione. Ai confini con il Kurdistan del sud vengono radunate senza sosta forze militari e le montagne del Kurdistan del sud continuano a essere bombardate.
La rabbia della gente nel Kurdistan del sud cresce. Sarà inevitabile che Erdoğan e lo Stato turco incontrino una resistenza ancora più dura se dovessero continuare il loro piano.
Il giornalista Seyit Evran sugli annunci di Erdoğan e dello Stato turco di occupare Bradost e Qandil nel Kurdistan del sud, 28.07.2018
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11/02/2018
Perché il PKK non è un’organizzazione terroristica
Cemil Bayik, componente del Comitato Esecutivo della KCK (Unione delle Comunità del Kurdistan) e co-fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), intervistato dal giornale spagnolo Publico, 08.02.2018
Di seguito una versione italiana della traduzione tedesca di alcune risposte selezionate per la loro rilevanza rispetto all’attualità e che contribuiscono a un’analisi della questione curda e della politica del governo dell’AKP in Turchia.
Signor Bayik, se noi come giornalisti scriviamo qualcosa sul PKK, dobbiamo indicare che alcune organizzazioni e Stati, per esempio la Spagna, considerano il PKK un’organizzazione terroristica. Può spiegare perché il PKK non dovrebbe essere considerato un’organizzazione terroristica?
Per capire che il PKK non è un’organizzazione terroristica, vanno spiegate le condizioni della sua nascita. La nascita del PKK è determinata dalla condizione del popolo curdo e del Kurdistan. Il Kurdistan nel Medio Oriente era ed è diviso in quattro e colonizzato da quattro Stati. Inoltre in Turchia è predominante una mentalità che porta avanti la strategia di negazione "Non ci sono curdi, non esiste la lingua curda, non esiste un Paese di nome Kurdistan".
È noto che persone che si definivano "curde" nel 1980 nel carcere di Diyarbakir sono state assassinate. C’è quindi una realtà di un popolo la cui esistenza viene negata, la cui lingua è vietata e il cui Paese è diviso in quattro e colonizzato. I curdi sono un popolo che è diviso in quattro e vive sotto la rispettiva colonizzazione.
Il PKK come movimento è nato fondamentalmente da queste condizioni di contesto e si è posto come obiettivo quello di liberare il popolo curdo e il Kurdistan. Se consideriamo la questione in questo modo, in primo luogo va messo in discussione il sistema di egemonia regionale e globale che ha diviso e colonizzato il Kurdistan e il popolo curdo.
Quale prospettiva andrebbe assunta primariamente per richiamare alla memoria la situazione di oppressione e la geografia del Kurdistan e del popolo curdo? Quella delle vittime e degli oppressi o quella dell’oppressore e dello sfruttatore?
Il Kurdistan è in una condizione di prigionia. Il popolo curdo è esposto a un sistema di oppressione coloniale. Il PKK è nato nel contesto di un popolo oppresso e del suo Paese diviso. Se quindi il PKK è nato in condizioni del genere e si è posto come obiettivo la liberazione di un popolo, la sua stigmatizzazione come terroristico e l’uso di simili terminologie per la sua caratterizzazione, può essere solo la lingua degli Stati che esercitano il colonialismo e la negazione in Kurdistan. Un’analisi che tiene conto della necessaria e legittima nascita del PKK e parte primariamente da questo punto, porterà interpretazioni più corrette e giudizi fondati.
Inoltre: se si illustrano gli attuali metodi e strumenti del PKK adottati rispetto alla soluzione della questione curda, diventa chiaro che queste interpretazioni [che il PKK sia un’organizzazione terroristica] non sono altro che travisamenti.
Il PKK come movimento politico e filosofico dal giorno della sua fondazione con il suo programma, il suo obiettivo, i suoi principi e i suoi strumenti ha dimostrato molto chiaramente di essere un movimento a carattere democratico. Dispone di una finalità programmatica che è lontana dal nazionalismo e persegue la liberazione del Kurdistan e dei popoli in Kurdistan. Con una finalità programmatica progressiva persegue l’obiettivo di liberare il popolo curdo e risolvere la questione curda. La mentalità del contropotere tuttavia è quella dello Stato Nazione, della negazione dispotica, che non offre possibilità alla soluzione democratica della questione. Non lascia al PKK che conduce una lotta di liberazione, altra possibilità che quella di una lotta militare. Il PKK è aperto per qualsiasi opzione democratica e politica, per quanto possa essere piccola. Ma dato che lo Stato turco non ammette alcuna possibilità che il percorso militare, è costretto a condurre la lotta di liberazione nazionale attraverso la lotta militare. È costretto a sviluppare una difesa che si basa sulla lotta armata. Per spezzare la politica di negazione, assimilazione forzata e coloniale, una linea del genere è imprescindibile. E questo il PKK lo fa nel rispetto dei criteri internazionali.
Se si considerano i trattati internazionali, allora per una resistenza non si pone la questione degli strumenti, perché ha legittimità. L’uso di armi e violenza nell’ambito di una lotta legittima genera legittimità. Il PKK dalla sua fondazione è un movimento che conduce una lotta armata nell’ambito del diritto internazionale di guerra contro l’assimilazione e la negazione e su questa base si organizza politicamente. Il PKK ha firmato la Convenzione di Ginevra e dichiarato che rispetterà il trattato internazionale. Già nel 1994 ha firmato la Convenzione di Ginevra e ha sottoposto questo fatto nei luoghi rilevanti. Se si osserva la sua pratica, allora vediamo molto chiaramente che si attiene alle regole. Abbiamo una situazione di guerra da 30–40 anni. È vero che in guerra si sono determinati alcuni eventi infelici. Ma se consideriamo la linea fondamentale, allora si vede chiaramente che la lotta armata sviluppata dal PKK è rivolta contro le unità militari delle forze coloniali. Non ha né seguito una linea rivolta contro ambiti civili, né ha usato violenza contro civili. È noto da quale punto il PKK ha iniziato la sua lotta lunga quaranta anni e quale forza abbia sviluppato fino a oggi. Nella storia della sua lotta lunga quarantennale, il PKK in Turchia non ha mai consapevolmente e intenzionalmente compiuto un’azione militare o un massacro contro civili. Non solo in Turchia, in nessun ambito all’interno del suo raggio di azione, ha seguito un approccio del genere. In Turchia vengono eseguite azioni esclusivamente contro forze di sicurezza – esponenti del sistema penitenziario, soldati, poliziotti o agenti dei servizi segreti. Sono quelle forze che agiscono contro il popolo curdo nel modo più brutale e in questo usano mezzi strumenti disumani.
Davanti agli occhi del mondo negli anni ’90 sono stati spopolati migliaia di villaggi curdi, decine di migliaia di civili curdi assassinati da squadre della morte statali. Oltre sei milioni di persone ai fini dell’espulsione dal Kurdistan sono state costrette nelle metropoli turche. Hanno arrestato centinaia di migliaia di persone, ne hanno torturate e arrestate decine di migliaia.
Coloro i quali negli anni ’90 bruciavano i villaggi e scacciavano il popolo curdo nelle città, nel 2015 e 2016 hanno di nuovo distrutto città e assassinato centinaia di civili. Hanno cercato di modificare l’equilibrio demografico del Kurdistan a sfavore dei curdi. Tutto questo è stato fatto sotto gli occhi del mondo intero e non è stato detto niente contro ciò che accedeva. Se qualcosa del genere avvenisse in altri luoghi del mondo, le proteste sarebbero forti, ma quando si tratta di curdi, per via delle relazioni con la Turchia non si dice niente, meno che mai si interviene.
Il movimento di liberazione curdo conduce una guerra di difesa contro simili forze assassine. Inoltre nella linea di difesa si è badato a non commettere qualsivoglia attacco contro la popolazione civile. E così sarà in futuro.
Il PKK dispone di una rete organizzativa in tutto il mondo. Il PKK ha un elevato grado di organizzazione in Medio Oriente, e in particolare in Europa. Se andiamo a guardare le relazioni internazionali o bilaterali degli Stati europei con la Turchia, allora si vede la loro posizione a sostegno della Turchia – ciononostante il PKK non ha mai intrapreso azioni contro gli interessi di questi Stati o usato violenza. Mai da parte nostra è stata seguita una politica che avesse come obiettivo questi Stati o i loro interessi. Una cosa del genere è fuori questione. Solo con azioni di protesta democratiche e nell’ambito dell’ordinamento dello Stato di diritto, si vuole attirare l’attenzione sugli attacchi ai curdi e al Kurdistan. Se consideriamo il PKK da questa prospettiva, allora emerge che l’inserimento nelle liste e la stigmatizzazione come organizzazione terroristica, non sono collegati ai suoi obiettivi politici e ai suoi metodi.
Perché nel 2002 il PKK è stato inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche?
Solo considerando il momento in cui il PKK è stato aggiunto alle liste delle organizzazioni terroristiche, allora si vede che la decisione è politica e che è collegata alle relazioni con la Turchia. Il PKK è nato negli anni ‘70, ma l’inserimento nelle liste come organizzazione terroristica è stato fatto nel 2002; un periodo in cui non avevano luogo scontri militari e la guerriglia si stava ritirando dai confini dello Stato turco. L’inserimento nelle liste quindi è avvenuto 30–35 anni dopo la nascita e la lotta del PKK. In questi 30–35 anni è stata fatta una grande lotta e una grande resistenza, hanno avuto luogo grandi combattimenti e azioni di guerra.
Perché il PKK fino al 2002 non è stato inserito nelle liste delle organizzazioni terroristiche, ma solo dopo il 2002, quando non erano in corso scontri militari e non era data una situazione di guerra? E quali sono gli sviluppi avvenuti intorno all’anno 2002?
Voglio ricordarlo: in primo luogo veniva sviluppato a livello politico un complotto internazionale contro il nostro Presidente Abdullah Öcalan. Il complotto compiuto nell’anno 1999 [espulsione di A. Öcalan dalla Siria] è avvenuto in una fase in cui gli USA stavano concependo la loro politica sul Vicino Oriente e consideravano un intervento. Questa politica interventista sul Vicino Oriente da parte degli USA si basava sul piano e la necessità di togliere di mezzo il PKK. La politica finita con l’arresto del nostro Presidente aveva come obiettivo quello di rendere più profonda la strumentalizzazione della Turchia per l’intervento degli USA nel Vicino Oriente. Si riteneva che insieme al nostro Presidente, anche il movimento nel suo complesso e il suo lavoro rivoluzionario lungo quarant’anni potessero essere resi inefficaci. Ma l’arresto del nostro Presidente non ha ottenuto i risultati da loro sperati. Al contrario, Abdullah Öcalan durante la prigionia ha compiuto grandi e intense opere di pensiero e un cambio di paradigma riferito alla pratica. Il PKK ha accettato interamente il nuovo paradigma e si è ristrutturato dal punto di vista organizzativo e ri-orientato politicamente.
Un paio d’anni dopo il complotto, il PKK è stato inserito nelle liste delle organizzazioni terroristiche. Quando il nostro movimento è stato inserito in queste liste, sono state messe in atto la seguente politica e le seguenti azioni da parte del PKK – erano il risultato del lavoro del nostro Presidente –: in primo luogo il movimento ha realizzato un rinnovamento ideologico e teorico e con questo il cambio di paradigma. In secondo luogo: era una situazione nella quale il nostro Presidente, per risolvere la questione curda in modo democratico, aveva chiesto una tregua unilaterale. Il PKK ha seguito questo appello e ritirato le forze della guerriglia dal territorio della Turchia.
Perché il PKK è stato inserito nelle liste delle organizzazioni terroristiche in una fase nella quale compiva un cambio di paradigma, si orientava verso percorsi di soluzione democratici e politici e metteva fine alla sue azioni militari?
Naturalmente questa è una decisione interamente politica. Quindi per via della sua effettiva finalità programmatica, della sua Carta, della sua realtà e degli strumenti adottati, non è possibile definire il PKK come organizzazione terroristica. In altre parole, l’inserimento del PKK nelle liste delle organizzazioni terroristiche è avvenuto per via di una determinata situazione politica e della politica degli interessi di Stati.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 08.02.2018 con il titolo “Warum die PKK keine terroristische Organisation ist” sulla homepage dell’agenzia stampa ANFdeutsch.
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30/10/2017
Kurdistan nel limbo, Barzani rinuncia alla presidenza
Proseguirà – così ha scritto in una lettera inviata al Parlamento regionale – a rincorrere, assieme agli amati peshmerga, il diritto di ottenere una nazione kurda, ma per ora Masoud Barzani rinuncia a rivestire l’incarico di presidente del Krg che scade il 1° novembre. Una decisione controversa ma realistica, seguìta alla fase del successo del referendum da lui fortemente voluto e vinto il mese scorso con un consenso del 93%, cui è seguita la minacciosa reazione del governo iracheno. E la minaccia s’è concretizzata in quel movimento di truppe e carri armati giunti sin nel cuore di Kirkuk. Così capitale del petrolio, ripulita dall’Isis a opera dei guerriglieri kurdi, veniva occupata dalle truppe spedite da Baghdad che l’hanno riconquistata senza combattere. I peshmerga, per non cadere in un conflitto fratricida, si ritiravano anche in virtù delle grandi manovre diplomatiche compiute da potenze locali (Arabia Saudita, Turchia e pure Iran) schierate col governo di Abadi. Visto l’abbandono statunitense al suo piano di consolidare il ruolo autonomo della regione del Kurdistan tramite una ratifica dell’indipendenza, Barzani aveva fatto ripiegare le sue milizie. Le elezioni previste per l’inizio di novembre sono state posticipate di otto mesi e ora c’è bisogno di riempire il vuoto d’incarico e di potere.
La richiesta viene da Barzani in persona, l’ha girata al Parlamento del Kurdistan ben conoscendo le difficoltà che essa suscita, in una struttura rimasta bloccata per due anni. Lui, navigato e astuto politico, resta alla guida del Partito Democratico del Kurdistan, forza maggioritaria nei confronti dell’Unione patriottica (che il 3 Ottobre scorso ha perso il vecchio leader Talabani) e del Gorran, formazione d’ispirazione nazional-liberale che ha fortemente contestato il clanismo e la corruzione presenti nella politica kurdo-irachena. Si vocifera che nelle manovre di Barzani senior alberghi il piano di aprire la strada per incarichi superiori a suo nipote, Nechirvan, il cacciatore in doppiopetto, già investito del ruolo di premier del Krg. Il nome in kurdo ha questo significato, mentre la descrizione dell’eleganza riguarda la funzione dei contatti diplomatici finora svolti, assai attivi per perorare la causa della regione autonoma. Tale nepotismo è proprio ciò che l’opposizione del Gorran vorrebbe evitare offrendo segnali di discontinuità alla gestione familistica della rappresentanza e del potere. Ma le ramificazioni tribali dei Barzani sembrano avere gioco facile nei territori di Duhok, Erbil, Sulaimaniya, Halabja, le aree del Krg che hanno offerto un riscontro anche nell’urna alle posizioni del Pdk. Ma è il corto circuito creato sulla scena geopolitica a caratterizzare una situazione che rischia di restare congelata per un periodo indefinito.
Fonte
25/10/2017
Iraq - Il Kurdistan congela l'indipendenza e chiede il dialogo
Nella notte è arrivata la mano tesa del Kurdistan iracheno al governo
centrale di Baghdad: pronti a congelare i risultati del referendum
sull’indipendenza, esattamente ad un mese dal voto del 25 settembre.
La notizia giunge con un comunicato che propone il cessate il fuoco e l’interruzione di ogni operazione militare nella regione del Kurdistan. Non, dunque, direttamente dal presidente Barzani che da settimane ormai non si mostra più in pubblico. Dopo aver raccolto l’entusiasmo della popolazione per un voto consultivo ma comunque storico, il leader del Kdp si è ritrovato isolato all’esterno e all’interno, debole e con i carri armati iracheni alle porte.
“La situazione pericolosa e le tensioni tra forze irachene e forze kurde ci pongono di fronte a responsabilità storiche – si legge nella nota inviata a Baghdad – e ci spingono a evitare una guerra. Pertanto proponiamo l’immediata cessazione delle ostilità e di qualsiasi tipo di operazione militare nella regione del Kurdistan, il congelamento dei risultati del referendum e l’inizio di un dialogo aperto tra il governo kurdo e quello federale sulla base della costituzione irachena”.
Un passo indietro a cui Baghdad per ora non ha risposto ma che significa molto per la leadership di Barzani, costretto ad arretrare dalle difficoltà politiche ed economiche che attanagliano la regione. Con i partiti di opposizione, a partire da Gorran, che ne chiedevano le dimissioni e con il crollo delle esportazioni di greggio verso la Turchia a causa dell’avanzata irachena a Kirkuk, il Kdp rischiava il collasso e la perdita dell’autonomia ottenuta nel 1991.
L’ultimo mese ha visto salire giorno dopo giorno la tensione interna, prima con le minacce di isolamento di Turchia e Iran, poi con il blocco dei voli da e per Erbil e il mandato d’arresto spiccato dalla Corte suprema irachena nei confronti del vice presidente Rasul. E infine con l’operazione militare delle truppe irachene, sostenute dalle milizie sciite, che ha costretto i peshmerga alla ritirata da buona parte delle zone contese, da Sinjar a Diyala.
Domenica il premier iracheno al-Abadi ha detto di non voler alcuno scontro con le forze peshmerga, sebbene ieri alla Reuters un portavoce dell’esercito iracheno avrebbe comunque parlato di un prosieguo dell’avanzata militare: “Le operazioni militari non hanno nulla a che vedere con la politica”, avrebbe detto. Nel mirino ci sarebbe il valico di Fish-Khabur, tra Iraq, Siria e Turchia, al momento sotto il controllo kurdo ma su cui Baghdad vuole imporre la propria autorità. Luogo strategico per le esportazioni di greggio che il governo centrale considera area contesa.
Ma la prospettiva di uno scontro interno appare distruttiva per uno Stato semi-fallito, dove i vertici delle istituzioni non hanno il controllo di tutto il paese e dove la guerra allo Stato Islamico non si è conclusa con la cacciata degli islamisti dalle loro roccaforti.
Intanto, ieri il parlamento autonomo del Kurdistan – dopo la decisione di sospendere le elezioni parlamentari e presidenziali previste per il primo novembre – aveva votato per rinviare il voto di otto mesi. Nessuna data precisa è stata fornita, sebbene fonti del Kdp dicano che a breve i parlamentari indicheranno anche il giorno delle elezioni.
Sospese anche le attività della presidenza, ufficio di cui fa parte Barzani, il vice Rasul del partito rivale Puk e il capo del gabinetto Hussein: un colpo duro per il presidente che nella pratica si è visto negare l’estensione del mandato, già scaduto due volte, nel 2013 e nel 2015.
Fonte
La notizia giunge con un comunicato che propone il cessate il fuoco e l’interruzione di ogni operazione militare nella regione del Kurdistan. Non, dunque, direttamente dal presidente Barzani che da settimane ormai non si mostra più in pubblico. Dopo aver raccolto l’entusiasmo della popolazione per un voto consultivo ma comunque storico, il leader del Kdp si è ritrovato isolato all’esterno e all’interno, debole e con i carri armati iracheni alle porte.
“La situazione pericolosa e le tensioni tra forze irachene e forze kurde ci pongono di fronte a responsabilità storiche – si legge nella nota inviata a Baghdad – e ci spingono a evitare una guerra. Pertanto proponiamo l’immediata cessazione delle ostilità e di qualsiasi tipo di operazione militare nella regione del Kurdistan, il congelamento dei risultati del referendum e l’inizio di un dialogo aperto tra il governo kurdo e quello federale sulla base della costituzione irachena”.
Un passo indietro a cui Baghdad per ora non ha risposto ma che significa molto per la leadership di Barzani, costretto ad arretrare dalle difficoltà politiche ed economiche che attanagliano la regione. Con i partiti di opposizione, a partire da Gorran, che ne chiedevano le dimissioni e con il crollo delle esportazioni di greggio verso la Turchia a causa dell’avanzata irachena a Kirkuk, il Kdp rischiava il collasso e la perdita dell’autonomia ottenuta nel 1991.
L’ultimo mese ha visto salire giorno dopo giorno la tensione interna, prima con le minacce di isolamento di Turchia e Iran, poi con il blocco dei voli da e per Erbil e il mandato d’arresto spiccato dalla Corte suprema irachena nei confronti del vice presidente Rasul. E infine con l’operazione militare delle truppe irachene, sostenute dalle milizie sciite, che ha costretto i peshmerga alla ritirata da buona parte delle zone contese, da Sinjar a Diyala.
Domenica il premier iracheno al-Abadi ha detto di non voler alcuno scontro con le forze peshmerga, sebbene ieri alla Reuters un portavoce dell’esercito iracheno avrebbe comunque parlato di un prosieguo dell’avanzata militare: “Le operazioni militari non hanno nulla a che vedere con la politica”, avrebbe detto. Nel mirino ci sarebbe il valico di Fish-Khabur, tra Iraq, Siria e Turchia, al momento sotto il controllo kurdo ma su cui Baghdad vuole imporre la propria autorità. Luogo strategico per le esportazioni di greggio che il governo centrale considera area contesa.
Ma la prospettiva di uno scontro interno appare distruttiva per uno Stato semi-fallito, dove i vertici delle istituzioni non hanno il controllo di tutto il paese e dove la guerra allo Stato Islamico non si è conclusa con la cacciata degli islamisti dalle loro roccaforti.
Intanto, ieri il parlamento autonomo del Kurdistan – dopo la decisione di sospendere le elezioni parlamentari e presidenziali previste per il primo novembre – aveva votato per rinviare il voto di otto mesi. Nessuna data precisa è stata fornita, sebbene fonti del Kdp dicano che a breve i parlamentari indicheranno anche il giorno delle elezioni.
Sospese anche le attività della presidenza, ufficio di cui fa parte Barzani, il vice Rasul del partito rivale Puk e il capo del gabinetto Hussein: un colpo duro per il presidente che nella pratica si è visto negare l’estensione del mandato, già scaduto due volte, nel 2013 e nel 2015.
Fonte
24/10/2017
Kurdistan iracheno - Barzani sotto attacco
Non è sicuramente un momento facile per il presidente del governo regionale del Kurdistan (Krg) Masoud Barzani. Dopo
aver visto le truppe di Baghdad e le milizie alleate riconquistare, in
alcuni casi senza sparare un colpo, i territori che le forze curde
peshmerga avevano sottratto dalle mani dello Stato Islamico (Is) dopo
sanguinose battaglie, ieri ha subito un duro attacco politico da parte del partito di opposizione Gorran.
Gorran (o Movimento per il cambiamento) – che si era opposto in questi
mesi al referendum per l’indipendenza perché contrario alla sua
tempistica – ha chiesto all’anziano leader curdo di dimettersi, di “sciogliere” il Krg proponendo un “governo di salvezza nazionale”.
In un comunicato apparso sul suo sito, Gorran ha accusato Barzani di
“essersi rifiutato di ascoltare le nostre istanze e quelle di Baghdad”
lasciando così l’intera regione curda “in un terribile crisi”. “Quello
che è accaduto ora – recita ancora la nota – non dimostra il fallimento
del nostro popolo o della nazione curda. Piuttosto è la sconfitta delle
autorità e degli ufficiali che hanno provocato la più grande crisi e
disastro per i curdi”.
Proprio quel referedum del 25 settembre che Barzani pensava potesse essere il suo capolavoro politico nonché uno strumento per rinsaldare il controllo del suo partito sull’intera regione autonoma curda, si sta rivelando di ora in ora sempre più un enorme errore. Nonostante infatti il pieno sostegno della popolazione (il 92% votò per il Sì alla secessione dall’Iraq), le grandi potenze internazionali – a partire dagli storici alleati Usa – e regionali avevano a più riprese intimato al presidente di non portare avanti il suo piano. Il leader del Pdk non ha dato loro ascolto ed ora è costretto a pagare le conseguenze delle sue decisioni.
Politicamente: perché di fatto è stato isolato (e con lui il Kurdistan iracheno). Il silenzio degli occidentali – quando non le felicitazioni pubbliche – di fronte alle recenti riconquiste del governo centrale iracheno a Kirkuk e nelle altre aree “contese” controllate dai curdi non è casuale.
Economicamente: se si pensa che le esportazioni di petrolio dal Kurdistan iracheno attraverso il porto turco di Ceyhann si sono più che dimezzate (si viaggia ora sui 200.000-250.000 barili al giorno rispetto ai 600.000 pre-crisi). Per rimediare a questa ingente diminuzione, il governo iracheno ha per ora aumentato le esportazioni a sud, nella regione di Bassora, dove, ha riferito il ministro del petrolio sabato, è stato registrato un aumento nelle esportazioni di 200.000 barili. Baghdad prova a ostentare sicurezza rassicurando gli iracheni che si ritornerà presto alla normalità (lo aveva promesso per ieri, ma questo non si è verificato). Tuttavia questa “normalità” molto probabilmente escluderà il Krg, partner ormai considerato del tutto inaffidabile per il governo centrale.
Dal Kurdistan iracheno le reazioni sono blande: è come se ci fosse la consapevolezza che a rischio non ci sia tanto l’indipendenza della regione quanto l’autonomia stessa ottenuta quasi 30 anni fa. Le tensioni esterne si ripropongono all’interno con le accese polemiche politiche tra i due principali partiti kurdi, il Kdp del presidente Barzani e il Puk dei Talabani, con il primo che accusa il secondo di aver ordinato la ritirata da Kirkuk senza combattere.
Alla crisi interna, non potevano poi mancare le ingerenze esterne. Prima fra tutte quella Usa. Venerdì gli Stati Uniti avevano chiesto a Baghdad di fermare le truppe e di non ingaggiare altri scontri con quelle kurde nelle aree contese precisando però che lo status di queste ultime non sarebbe stato deciso dall’avanzata delle truppe del governo. Pur senza dirlo esplicitamente, Washington, nei fatti, ha aperto ad un negoziato tra Baghdad e Irbil che al momento appare molto difficile. Ad alzare la tensione ci ha poi pensato ieri il Segretario di Stato statunitense, Rex Tillerson. Da Riyadh, dove ha incontrato alti ufficiali del Golfo, Tillerson ha chiesto ai gruppi armati iraniani di lasciare l’Iraq. “Ora che il combattimento contro lo Stato Islamico sta per finire, queste milizie devono tornare a casa. Tutti i combattenti stranieri lo devono fare”.
Si pronuncia Iraq, ma si legge come al solito Iran: la visita del segretario rientra infatti negli sforzi compiuti dalla nuova amministrazione a stelle e strisce e dalle monarchie del Golfo sue alleate per fermare l’influenza iraniana nella regione mediorientale. L’incontro, del resto, giunge a pochi giorni di distanza dalla decisione del presidente Trump di non certificare l’accordo sul nucleare iraniano lasciando che a decidere su questa spinosa questione sia il Congresso.
In questo quadro geopolitico appare ambiguo il ruolo svolto dall’Iraq di al-Abadi: da un lato ha bisogno di Teheran per sconfiggere lo Stato Islamico, dall’altro lato, però, ha sempre più l’occhio rivolto all’Arabia Saudita e agli Usa. La partecipazione di Baghdad ieri ad un vertice con la monarchia wahhabita a cui ha preso parte anche Tillerson certifica nuovamente come la forte rivalità tra i due paesi arabi sia solo un lontano ricordo del passato.
Ore 16:00 L’Iraq respinge la richiesta Usa sulle unità filo-iraniane: “Nessuna interferenza sulle faccende irachene”
Il governo iracheno ha respinto la richiesta fatta ieri dal Segretario di Stato Usa Tillerson secondo la quale le unità paramilitari filo-iraniane presenti in Iraq devono “tornare a casa”. “Nessuno ha il diritto di interferire nelle faccende irachene” si legge in una nota dell’ufficio del premier Haider al-Abadi. “Le unità di mobilitazione popolare sono formate da patrioti iracheni” recita ancora il comunicato.
Le elezioni presidenziali della regione del Kurdistan, intanto, non avranno luogo il 1 novembre perché i partiti politici non sono riusciti a presentare i candidati. A dirlo alla Reuters è stato oggi il capo della commissione elettorale Hendrean Mohammed.
A parlare di Kurdistan iracheno è stato stamane anche il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov. “Capiamo le speranze del popolo curdo così come la loro aspirazione a rafforzare la propria identità e coscienza di sé” ha detto Lavrov durante una conferenza stampa con il suo pari iracheno Ibrahim al-Jaafari. “Tuttavia – ha aggiunto – crediamo che sia giusto che tali desideri e speranze si realizzino solo attraverso il governo iracheno e tenendo presente quale significato abbia la questione curda sul piano regionale cercando di evitare i motivi d’instabilità della regione”.
Fonte
Proprio quel referedum del 25 settembre che Barzani pensava potesse essere il suo capolavoro politico nonché uno strumento per rinsaldare il controllo del suo partito sull’intera regione autonoma curda, si sta rivelando di ora in ora sempre più un enorme errore. Nonostante infatti il pieno sostegno della popolazione (il 92% votò per il Sì alla secessione dall’Iraq), le grandi potenze internazionali – a partire dagli storici alleati Usa – e regionali avevano a più riprese intimato al presidente di non portare avanti il suo piano. Il leader del Pdk non ha dato loro ascolto ed ora è costretto a pagare le conseguenze delle sue decisioni.
Politicamente: perché di fatto è stato isolato (e con lui il Kurdistan iracheno). Il silenzio degli occidentali – quando non le felicitazioni pubbliche – di fronte alle recenti riconquiste del governo centrale iracheno a Kirkuk e nelle altre aree “contese” controllate dai curdi non è casuale.
Economicamente: se si pensa che le esportazioni di petrolio dal Kurdistan iracheno attraverso il porto turco di Ceyhann si sono più che dimezzate (si viaggia ora sui 200.000-250.000 barili al giorno rispetto ai 600.000 pre-crisi). Per rimediare a questa ingente diminuzione, il governo iracheno ha per ora aumentato le esportazioni a sud, nella regione di Bassora, dove, ha riferito il ministro del petrolio sabato, è stato registrato un aumento nelle esportazioni di 200.000 barili. Baghdad prova a ostentare sicurezza rassicurando gli iracheni che si ritornerà presto alla normalità (lo aveva promesso per ieri, ma questo non si è verificato). Tuttavia questa “normalità” molto probabilmente escluderà il Krg, partner ormai considerato del tutto inaffidabile per il governo centrale.
Dal Kurdistan iracheno le reazioni sono blande: è come se ci fosse la consapevolezza che a rischio non ci sia tanto l’indipendenza della regione quanto l’autonomia stessa ottenuta quasi 30 anni fa. Le tensioni esterne si ripropongono all’interno con le accese polemiche politiche tra i due principali partiti kurdi, il Kdp del presidente Barzani e il Puk dei Talabani, con il primo che accusa il secondo di aver ordinato la ritirata da Kirkuk senza combattere.
Alla crisi interna, non potevano poi mancare le ingerenze esterne. Prima fra tutte quella Usa. Venerdì gli Stati Uniti avevano chiesto a Baghdad di fermare le truppe e di non ingaggiare altri scontri con quelle kurde nelle aree contese precisando però che lo status di queste ultime non sarebbe stato deciso dall’avanzata delle truppe del governo. Pur senza dirlo esplicitamente, Washington, nei fatti, ha aperto ad un negoziato tra Baghdad e Irbil che al momento appare molto difficile. Ad alzare la tensione ci ha poi pensato ieri il Segretario di Stato statunitense, Rex Tillerson. Da Riyadh, dove ha incontrato alti ufficiali del Golfo, Tillerson ha chiesto ai gruppi armati iraniani di lasciare l’Iraq. “Ora che il combattimento contro lo Stato Islamico sta per finire, queste milizie devono tornare a casa. Tutti i combattenti stranieri lo devono fare”.
Si pronuncia Iraq, ma si legge come al solito Iran: la visita del segretario rientra infatti negli sforzi compiuti dalla nuova amministrazione a stelle e strisce e dalle monarchie del Golfo sue alleate per fermare l’influenza iraniana nella regione mediorientale. L’incontro, del resto, giunge a pochi giorni di distanza dalla decisione del presidente Trump di non certificare l’accordo sul nucleare iraniano lasciando che a decidere su questa spinosa questione sia il Congresso.
In questo quadro geopolitico appare ambiguo il ruolo svolto dall’Iraq di al-Abadi: da un lato ha bisogno di Teheran per sconfiggere lo Stato Islamico, dall’altro lato, però, ha sempre più l’occhio rivolto all’Arabia Saudita e agli Usa. La partecipazione di Baghdad ieri ad un vertice con la monarchia wahhabita a cui ha preso parte anche Tillerson certifica nuovamente come la forte rivalità tra i due paesi arabi sia solo un lontano ricordo del passato.
Ore 16:00 L’Iraq respinge la richiesta Usa sulle unità filo-iraniane: “Nessuna interferenza sulle faccende irachene”
Il governo iracheno ha respinto la richiesta fatta ieri dal Segretario di Stato Usa Tillerson secondo la quale le unità paramilitari filo-iraniane presenti in Iraq devono “tornare a casa”. “Nessuno ha il diritto di interferire nelle faccende irachene” si legge in una nota dell’ufficio del premier Haider al-Abadi. “Le unità di mobilitazione popolare sono formate da patrioti iracheni” recita ancora il comunicato.
Le elezioni presidenziali della regione del Kurdistan, intanto, non avranno luogo il 1 novembre perché i partiti politici non sono riusciti a presentare i candidati. A dirlo alla Reuters è stato oggi il capo della commissione elettorale Hendrean Mohammed.
A parlare di Kurdistan iracheno è stato stamane anche il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov. “Capiamo le speranze del popolo curdo così come la loro aspirazione a rafforzare la propria identità e coscienza di sé” ha detto Lavrov durante una conferenza stampa con il suo pari iracheno Ibrahim al-Jaafari. “Tuttavia – ha aggiunto – crediamo che sia giusto che tali desideri e speranze si realizzino solo attraverso il governo iracheno e tenendo presente quale significato abbia la questione curda sul piano regionale cercando di evitare i motivi d’instabilità della regione”.
Fonte
21/10/2017
Iraq - Baghdad strappa a Erbil l'intera provincia di Kirkuk
L’intera provincia di Kirkuk è sotto il controllo del governo
centrale di Baghdad: dopo la ripresa dell’ultima città del distretto,
Altun Kupri, a poche decine di chilometri da Erbil, non ci sono più
peshmerga nella principale area contesa del paese.
Stavolta, a differenza della città di Kirkuk e di Sinjar, scontri ce ne sono stati: colpi
di mortaio e di artiglieria da entrambe le parti sono andati avanti per
alcune ore ieri mattina prima della ritirata dei kurdi che, prima di
arretrare, hanno fatto saltare in aria il ponte che da Altun Kupri porta
alla capitale del Kurdistan iracheno.
Dopotutto le truppe irachene e le milizie sciite sono a soli 25 km da Erbil. Ma non avanzeranno oltre, assicura Baghdad: l’obiettivo,
ripetono i vertici iracheni, non è invadere la regione autonoma ma
tornare ai confini precedenti al 2014. È intervenuto lo stesso premier
iracheno al-Abadi che ha ordinato all’esercito di fermarsi e non entrare
a Erbil, ma di rispettare le frontiere ufficiali definite nel 2003 dopo la caduta di Saddam Hussein.
Dal Kurdistan iracheno le reazioni sono blande, nella consapevolezza
che a rischio non c’è tanto il referendum per l’indipendenza quanto
l’autonomia già ottenuta quasi 30 anni fa. Le tensioni esterne
si riverberano all’interno con polemiche politiche tra i due principali
partiti kurdi, il Kdp del presidente Barzani e il Puk dei Talabani, con
il primo che accusa il secondo di aver ordinato la ritirata da Kirkuk
senza combattere.
Alla crisi interna irachena si aggiungono altri attori. Il leader
religioso sciita Moqtada al-Sadr ha annunciato ieri l’invio delle sue
Brigate della Pace – l’ex esercito del Mahdi, protagonista della
resistenza anti-statunitense nel decennio passato – a Kirkuk, a sostegno
dell’esercito iracheno. Al fianco, dunque, di quelle milizie sciite
legate all’Iran rivali di al-Sadr. Ma il religioso sa di doversi
giocare le sue carte dopo aver trascorso gli ultimi anni a togliersi di
dosso l’etichetta sciita per indossare i panni del leader nazionale e
non settario, che lo hanno portato fino in Arabia Saudita in chiave anti-Iran.
Interviene anche il Dipartimento di Stato Usa, alleato di Baghdad
quanto di Erbil, nel mirino di tanti peshmerga che in queste ore
affidano alla stampa la rabbia per il mancato intervento della
coalizione al loro fianco. Gli Stati Uniti hanno chiesto ieri a Baghdad
di fermare le truppe e di non ingaggiare altri scontri con quelle kurde
nelle aree contese. Aggiungono però un elemento in pù: le aree contese
restano tali, l’avanzata di Baghdad non ne modifica lo status a favore
del governo centrale.
Dichiarazioni che dovrebbero aprire al negoziato, un dialogo chiaramente difficile: quelle
zone sono le più ricche di greggio dell’intero Iraq, fonte di ricchezza
inestimabile. Soprattutto per Erbil in grave crisi economica:
dall’avanzata delle truppe irachene su Kirkuk le esportazioni di greggio
attraverso l’oleodotto che arriva alla cita turca di Ceyhan sono
crollate di due terzi. Meno di 200mila barili al giorno, invece dei
600mila precedenti.
19/10/2017
Kurdistan iracheno - Barzani sospende le elezioni del 1 novembre
La crisi con il governo centrale a Baghdad e gli scontri armati tra
Pershmerga curdi e l’esercito governativo per il controllo di Kirkuk, hanno
spinto le autorità del Kurdistan iracheno a sospendere i preparativi
per le elezioni presidenziali e parlamentari, in programma per il primo
novembre. La Commissione elettorale ha prima spiegato di essere
in attesa di una decisione in merito del Parlamento curdo che avrebbe
dovuto riunirsi ieri ma la seduta è stata rinviata per divergenze tra i
partiti riguardo proprio le elezioni. Poi è giunta la decisione di
rinviare le consultazioni.
E’ una nuova battuta d’arresto per i leader curdi e in particolare per il presidente Massud Barzani sempre più sotto attacco. Il presidente turco Erdogan, un nemico delle aspirazioni curde ma che era stato, per motivi di opportunità, uno dei suoi principali alleati, ieri l’ha criticato pesantemente per avere cercato di impossessarsi di Kirkuk e per avere provocato l’attuale situazione di instabilità con il referendum sull’indipendenza del Kurdistan del mese scorso. “Che diritto avete di fare rivendicazioni su Kirkuk? Che storia avete a Kirkuk?”, ha tuonato il presidente turco. Erdogan ha addirittura invitato la popolazione curda a “punire” i suoi leader, tra cui proprio Barzani. Secondo il ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu, il ritorno di Kirkuk sotto il controllo di Baghdad ha corretto “l’errore” commesso da Erbil, che a suo dire ha “calcolato male” le conseguenze del referendum, immaginando che “avrebbe ottenuto ulteriori guadagni”.
Le forze governative irachene intanto sono arrivate ieri alla diga di Mosul, dove la società Trevi sta effettuando lavori di consolidamento con la protezione di 500 soldati italiani. I Peshmerga curdi hanno ceduto il controllo dell’area all’esercito di Baghdad con “un ordinato trasferimento di poteri”, hanno comunicato le autorità governative, che non ha comportato alcun combattimento. In Iraq le forze di Baghdad, che lunedì avevano ripreso ai curdi la provincia di Kirkuk, ricca di petrolio, hanno continuato ad estendere la loro presenza anche in altre aree che erano state occupate dai Peshmerga durante i combattimenti contro l’Isis, pur non facendo parte della regione autonoma del Kurdistan.
Intanto unità di commando dell’esercito turco continuano l’operazione militare avviata lunedì nell’Iraq settentrionale per impedire, spiega Ankara, “ai militanti del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) di minacciare la sicurezza del confine”. L’operazione Zap, dal nome della regione curdo-irachena dove viene condotta, è il primo intervento di terra contro il Pkk. Nella stessa aerea, la Turchia compie regolarmente attacchi aerei.
Fonte
E’ una nuova battuta d’arresto per i leader curdi e in particolare per il presidente Massud Barzani sempre più sotto attacco. Il presidente turco Erdogan, un nemico delle aspirazioni curde ma che era stato, per motivi di opportunità, uno dei suoi principali alleati, ieri l’ha criticato pesantemente per avere cercato di impossessarsi di Kirkuk e per avere provocato l’attuale situazione di instabilità con il referendum sull’indipendenza del Kurdistan del mese scorso. “Che diritto avete di fare rivendicazioni su Kirkuk? Che storia avete a Kirkuk?”, ha tuonato il presidente turco. Erdogan ha addirittura invitato la popolazione curda a “punire” i suoi leader, tra cui proprio Barzani. Secondo il ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu, il ritorno di Kirkuk sotto il controllo di Baghdad ha corretto “l’errore” commesso da Erbil, che a suo dire ha “calcolato male” le conseguenze del referendum, immaginando che “avrebbe ottenuto ulteriori guadagni”.
Le forze governative irachene intanto sono arrivate ieri alla diga di Mosul, dove la società Trevi sta effettuando lavori di consolidamento con la protezione di 500 soldati italiani. I Peshmerga curdi hanno ceduto il controllo dell’area all’esercito di Baghdad con “un ordinato trasferimento di poteri”, hanno comunicato le autorità governative, che non ha comportato alcun combattimento. In Iraq le forze di Baghdad, che lunedì avevano ripreso ai curdi la provincia di Kirkuk, ricca di petrolio, hanno continuato ad estendere la loro presenza anche in altre aree che erano state occupate dai Peshmerga durante i combattimenti contro l’Isis, pur non facendo parte della regione autonoma del Kurdistan.
Intanto unità di commando dell’esercito turco continuano l’operazione militare avviata lunedì nell’Iraq settentrionale per impedire, spiega Ankara, “ai militanti del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) di minacciare la sicurezza del confine”. L’operazione Zap, dal nome della regione curdo-irachena dove viene condotta, è il primo intervento di terra contro il Pkk. Nella stessa aerea, la Turchia compie regolarmente attacchi aerei.
Fonte
18/10/2017
Il Kurdistan iraqueno perde Sinjar, lo Stato Islamico Raqqa
di Roberto Prinzi
Dopo Kirkuk è stato il turno oggi di Sinjar, nel nord ovest dell’Iraq: il gruppo yazida Lalesh affiliato alle milizie sciite irachene ha infatti detto di aver preso il controllo della città rivendicata sia dal governo centrale sia da quello autonomo curdo.
Anche qui, come è avvenuto ieri nella città petrolifera di Kirkuk, l’avanzata di forze legate a Baghdad è avvenuta senza lo spargimento di sangue: Lalesh è riuscito ad estendere il suo controllo su tutta Sinjar approfittando del ritiro delle forze peshmerga curde avvenuto nella tarda notte di ieri. Uno scenario ben diverso rispetto a quanto accaduto lo scorso marzo quando si erano registrati in città violenti scontri tra le Unità di resistenza del Sinjar (YBS) e quelle peshmerga, riproposizione locale del più ampio conflitto tra il governo centrale e quello regionale curdo (Krg).
La perdita del territorio da parte curda è stata confermata dal sindaco di Sinjar, Mahma Khalil, che ha fatto sapere che le unità di mobilitazione popolare (Pmu) controllano ora la città. Ma a essere presenti nell’area restano anche i combattenti del partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), tra i protagonisti nel 2015, insieme ai peshmerga, della sua riconquista dalle mani dell’autoproclamato Stato Islamico.
Le forze irachene – secondo quanto ha riferito un ufficiale militare alla Reuters – sono avanzate poi stamane anche nei campi petroliferi di Bai Hasan e Avana dopo che ieri avevano preso possesso di quelli di Baba Gurgur, Jambur e Khabbaz. Giacimenti che, affermano da Baghdad, starebbero già operando regolarmente.
Le recenti ritirate dei peshmerga – che giungono a distanza di tre settimane dal referendum curdo sull’indipendenza che includeva anche alcune aree “contese” da Baghdad e il Krg, a partire da Kirkuk – rappresentano un duro colpo per il presidente della regione curda, Massoud Barzani, che proprio sul voto referendario aveva puntato tutte le sue carte per ricompattare la sua popolazione distogliendola dai problemi reali (corruzione, crisi economica, disoccupazione alle stelle).
Una mossa apparsa già allora un azzardo visto che le potenze regionali e internazionali avevano manifestato sin da subito la loro netta contrarietà all’indipendenza del Kurdistan iracheno e che, di ora in ora, sembra essere stata sempre di più un grosso errore politico. Baghdad, godendo di ampio sostegno, può ora avanzare senza difficoltà in quei territori che i curdi, dopo averli strappati all’Is con costi umani ed economici elevati, volevano far rientrare nel loro stato indipendente.
Sinjar è balzata alle cronache tristemente nell’estate del 2014 perché teatro di una delle più gravi stragi commesse dallo Stato islamico: ancora oggi non si conosce il numero esatto delle persone uccise dalla barbarie jihadista (si parla di migliaia di civili). Senza poi dimenticare le migliaia di donne e ragazze yazide rapite e trasformate in schiave del sesso dai miliziani. Il dramma yazida, con i suoi morti, stupri e le sue lunghe file di rifugiati in fuga disperata dalla città, riuscì a fare breccia per alcuni giorni sulla stampa occidentale mainstream facendo scoprire al mondo, forse per la prima volta in questi termini, la crudeltà e la violenza cieca dello Stato Islamico.
La perdita di un altro pezzo di territorio rivendicato dai curdi giunge mentre la tensione politica nel Kurdistan iracheno continua ad essere alta: ieri uno dei partiti storici della regione, il Puk, è stato accusato dal Kdp del presidente Barzani di “tradimento” per aver ritirato le sue forze di fronte all’avanzata delle truppe irachene. Il Puk, accusa il Kdp, avrebbe negoziato con l’Iran e il governo iracheno lo status di Kirkuk, prima del collasso di ogni possibile dialogo.
Quanto fondamento hanno queste accuse è quanto invece sono strumentali in vista del voto locale previsto tra due settimane? La domanda nasce spontanea. Sempre che, sia chiaro, il voto avrà luogo. Una possibilità su cui non è possibile mettere la mano sul fuoco visto gli sviluppi delle ultime ore. Elezioni che sembrano sempre più minacciate anche dalle casse vuote curde a causa della perdita dei giacimenti petroliferi nel distretto di Kirkuk.
Un dato su tutto: Bai Hassan e Avana producevano da soli la metà dei 600 mila barili giornalieri esportati da Erbil verso l’Europa, via Turchia.
Ore 15:00 Forze democratiche siriane: “Conquistata tutta Raqqa”
Le forze democratiche siriane (Sdf), sostenute dagli Stati Uniti, hanno il pieno controllo della città di Raqqa, la “capitale” siriana dell’autoproclamato Stato Islamico. A riferirlo all’Afp è stato il portavoce delle Sdf, Talal Sello. “Le operazioni militari – ha detto Sello – sono terminate, ma sono in corso ora quelle di pulizia volte a scovare cellule [terroristiche] dormienti e a rimuovere le mine”.
Intervistato dalla Reuters, un residente della città ha raccontato che i combattenti delle Sdf hanno celebrato la vittoria per strada con cori e canti. La vittoria a Raqqa, la cui offensiva era iniziata lo scorso 6 giugno, è il simbolo ormai definitivo della fine, almeno nella sua forma statuale, del “califfato” islamico.
Fonte
Dopo Kirkuk è stato il turno oggi di Sinjar, nel nord ovest dell’Iraq: il gruppo yazida Lalesh affiliato alle milizie sciite irachene ha infatti detto di aver preso il controllo della città rivendicata sia dal governo centrale sia da quello autonomo curdo.
Anche qui, come è avvenuto ieri nella città petrolifera di Kirkuk, l’avanzata di forze legate a Baghdad è avvenuta senza lo spargimento di sangue: Lalesh è riuscito ad estendere il suo controllo su tutta Sinjar approfittando del ritiro delle forze peshmerga curde avvenuto nella tarda notte di ieri. Uno scenario ben diverso rispetto a quanto accaduto lo scorso marzo quando si erano registrati in città violenti scontri tra le Unità di resistenza del Sinjar (YBS) e quelle peshmerga, riproposizione locale del più ampio conflitto tra il governo centrale e quello regionale curdo (Krg).
La perdita del territorio da parte curda è stata confermata dal sindaco di Sinjar, Mahma Khalil, che ha fatto sapere che le unità di mobilitazione popolare (Pmu) controllano ora la città. Ma a essere presenti nell’area restano anche i combattenti del partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), tra i protagonisti nel 2015, insieme ai peshmerga, della sua riconquista dalle mani dell’autoproclamato Stato Islamico.
Le forze irachene – secondo quanto ha riferito un ufficiale militare alla Reuters – sono avanzate poi stamane anche nei campi petroliferi di Bai Hasan e Avana dopo che ieri avevano preso possesso di quelli di Baba Gurgur, Jambur e Khabbaz. Giacimenti che, affermano da Baghdad, starebbero già operando regolarmente.
Le recenti ritirate dei peshmerga – che giungono a distanza di tre settimane dal referendum curdo sull’indipendenza che includeva anche alcune aree “contese” da Baghdad e il Krg, a partire da Kirkuk – rappresentano un duro colpo per il presidente della regione curda, Massoud Barzani, che proprio sul voto referendario aveva puntato tutte le sue carte per ricompattare la sua popolazione distogliendola dai problemi reali (corruzione, crisi economica, disoccupazione alle stelle).
Una mossa apparsa già allora un azzardo visto che le potenze regionali e internazionali avevano manifestato sin da subito la loro netta contrarietà all’indipendenza del Kurdistan iracheno e che, di ora in ora, sembra essere stata sempre di più un grosso errore politico. Baghdad, godendo di ampio sostegno, può ora avanzare senza difficoltà in quei territori che i curdi, dopo averli strappati all’Is con costi umani ed economici elevati, volevano far rientrare nel loro stato indipendente.
Sinjar è balzata alle cronache tristemente nell’estate del 2014 perché teatro di una delle più gravi stragi commesse dallo Stato islamico: ancora oggi non si conosce il numero esatto delle persone uccise dalla barbarie jihadista (si parla di migliaia di civili). Senza poi dimenticare le migliaia di donne e ragazze yazide rapite e trasformate in schiave del sesso dai miliziani. Il dramma yazida, con i suoi morti, stupri e le sue lunghe file di rifugiati in fuga disperata dalla città, riuscì a fare breccia per alcuni giorni sulla stampa occidentale mainstream facendo scoprire al mondo, forse per la prima volta in questi termini, la crudeltà e la violenza cieca dello Stato Islamico.
La perdita di un altro pezzo di territorio rivendicato dai curdi giunge mentre la tensione politica nel Kurdistan iracheno continua ad essere alta: ieri uno dei partiti storici della regione, il Puk, è stato accusato dal Kdp del presidente Barzani di “tradimento” per aver ritirato le sue forze di fronte all’avanzata delle truppe irachene. Il Puk, accusa il Kdp, avrebbe negoziato con l’Iran e il governo iracheno lo status di Kirkuk, prima del collasso di ogni possibile dialogo.
Quanto fondamento hanno queste accuse è quanto invece sono strumentali in vista del voto locale previsto tra due settimane? La domanda nasce spontanea. Sempre che, sia chiaro, il voto avrà luogo. Una possibilità su cui non è possibile mettere la mano sul fuoco visto gli sviluppi delle ultime ore. Elezioni che sembrano sempre più minacciate anche dalle casse vuote curde a causa della perdita dei giacimenti petroliferi nel distretto di Kirkuk.
Un dato su tutto: Bai Hassan e Avana producevano da soli la metà dei 600 mila barili giornalieri esportati da Erbil verso l’Europa, via Turchia.
Ore 15:00 Forze democratiche siriane: “Conquistata tutta Raqqa”
Le forze democratiche siriane (Sdf), sostenute dagli Stati Uniti, hanno il pieno controllo della città di Raqqa, la “capitale” siriana dell’autoproclamato Stato Islamico. A riferirlo all’Afp è stato il portavoce delle Sdf, Talal Sello. “Le operazioni militari – ha detto Sello – sono terminate, ma sono in corso ora quelle di pulizia volte a scovare cellule [terroristiche] dormienti e a rimuovere le mine”.
Intervistato dalla Reuters, un residente della città ha raccontato che i combattenti delle Sdf hanno celebrato la vittoria per strada con cori e canti. La vittoria a Raqqa, la cui offensiva era iniziata lo scorso 6 giugno, è il simbolo ormai definitivo della fine, almeno nella sua forma statuale, del “califfato” islamico.
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16/10/2017
Kurdistan, le milizie di Baghdad avanzano su Kirkuk
Puntano su Kirkuk e, come promesso, lo fanno con l’artiglieria. L’esercito di Baghdad ha lanciato stanotte la maggiore offensiva degli ultimi tempi verso la città del petrolio controllata dai kurdi. Secondo un annuncio del governo lo sta facendo “cooperando col popolo kurdo e coi peshmerga”, dunque non contro di essi. La realtà sembra dire altro. Diverse agenzie e l’emittente Al Jazeera informano che i militari e polizia iracheni, assieme alla milizia sciita al-Shaabi, sono in piena area petrolifera, a pochi chilometri a sud dal capoluogo della provincia. Anche un dispaccio militare recapitato alla stampa locale e internazionale annuncia che l’avanzata è in corso e proseguirà. Mentre circolano voci della presenza di numerosi feriti, più tragicamente fonti kurde raccontano di abitazioni civili colpite e di numerose vittime. L’agenzia Reuters, che ha raccolto sul luogo la dichiarazione d’un comandante iracheno, indica in una base aerea a est di Kirkuk – denominata K1 – il primo obiettivo che si prefigge il piano del premier al-Abadi. Fino a due giorni or sono così lui rispondeva a un portavoce dell’amministrazione di Erbil che l’accusava di voler usar la forza come pressione politica “L’idea dell’attacco a Kirkuk era una falsa notizia”. La risposta muscolare attua le minacce scaturite dopo il referendum del 25 settembre scorso, un voto dal valore consultivo ma proiettato verso l’indipendenza della regione del Kurdistan. Questa consultazione, voluta da Masoud Barzani e vinta col 93% dei consensi, trovava discorde la Casa Bianca, diventata nell’ultimo anno il grande sponsor politico oltre che l’armiere dei guerriglieri kurdo-iracheni.
Però l’occupazione peshmerga di Kirkuk e dei suoi giacimenti di idrocarburi, che offrono a chi ne sfrutta e controlla l’estrazione ritorni economici non indifferenti (8 miliardi annui, con l’estrazione di oltre mezzo milione di barili al giorno), è considerata dal governo di Baghdad e dalle componenti alleate un insostenibile smacco. Tanto che al-Abadi ha cercato un alibi per giustificare l’avanzata delle sue truppe: a suo dire Najmaldin Karim, governatore della provincia di Kirkuk, avrebbe aperto i confini a un certo numero guerriglieri del Pkk. Da qui l’attuazione dell’offensiva alla quale, per ora, le forze kurde oppongono una resistenza tattica. Secondo alcune testimonianze attuano una ritirata verso il centro città, sconveniente sul fronte militare e su quello delle risorse, non menzionato da parte kurda. Insomma, secondo Baghdad le manovre con tanto di granate, feriti e, pare, vittime non vengono considerate uno scontro. Entrambi i contendenti usano forniture belliche americane: i tank Abrams sono appannaggio degli iracheni, mentre l’equipaggiamento corazzato di terra kurdo si serve degli Humvee, seppure questi blindati siano in dotazione anche delle truppe di al-Abadi. Stesse armi, stesso fornitore e teoricamente protettore, medesimi ‘consiglieri’ strategici e anche d’Intelligence, di fatto l’amministrazione decisionista Trump usa la medesima ambiguità e doppiezza dell’attendista Obama. Però nel quadro regionale e di quella che sarà la sorte della nazione irachena pesano anche i giudizi russi e iraniani, impegnati sul fronte siriano contro ciò che resta dell’Isis. Di quest’ultimo nemico parla Washington quando richiama Barzani e al-Abadi per evitare conflitti armati. Mentre agli occhi delle potenze regionali turca e iraniana c'è un nemico che continua a restar tale: l’etnìa kurda riottosa e ribelle. Perciò i terreni di scontro, come i fronti delle alleanze, risultano sempre aggrovigliati.
Fonte
Però l’occupazione peshmerga di Kirkuk e dei suoi giacimenti di idrocarburi, che offrono a chi ne sfrutta e controlla l’estrazione ritorni economici non indifferenti (8 miliardi annui, con l’estrazione di oltre mezzo milione di barili al giorno), è considerata dal governo di Baghdad e dalle componenti alleate un insostenibile smacco. Tanto che al-Abadi ha cercato un alibi per giustificare l’avanzata delle sue truppe: a suo dire Najmaldin Karim, governatore della provincia di Kirkuk, avrebbe aperto i confini a un certo numero guerriglieri del Pkk. Da qui l’attuazione dell’offensiva alla quale, per ora, le forze kurde oppongono una resistenza tattica. Secondo alcune testimonianze attuano una ritirata verso il centro città, sconveniente sul fronte militare e su quello delle risorse, non menzionato da parte kurda. Insomma, secondo Baghdad le manovre con tanto di granate, feriti e, pare, vittime non vengono considerate uno scontro. Entrambi i contendenti usano forniture belliche americane: i tank Abrams sono appannaggio degli iracheni, mentre l’equipaggiamento corazzato di terra kurdo si serve degli Humvee, seppure questi blindati siano in dotazione anche delle truppe di al-Abadi. Stesse armi, stesso fornitore e teoricamente protettore, medesimi ‘consiglieri’ strategici e anche d’Intelligence, di fatto l’amministrazione decisionista Trump usa la medesima ambiguità e doppiezza dell’attendista Obama. Però nel quadro regionale e di quella che sarà la sorte della nazione irachena pesano anche i giudizi russi e iraniani, impegnati sul fronte siriano contro ciò che resta dell’Isis. Di quest’ultimo nemico parla Washington quando richiama Barzani e al-Abadi per evitare conflitti armati. Mentre agli occhi delle potenze regionali turca e iraniana c'è un nemico che continua a restar tale: l’etnìa kurda riottosa e ribelle. Perciò i terreni di scontro, come i fronti delle alleanze, risultano sempre aggrovigliati.
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12/10/2017
Bagdad spicca mandati di cattura per dirigenti kurdi iracheni
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Massoud Barzani
si è trincerato dietro un muro di silenzio. Dai suoi uffici non escono
dichiarazioni; fuori, giorno dopo giorno sale il livello della tensione
con il governo di Baghdad. Un braccio di ferro che per due settimane,
dal 25 settembre, data del referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno,
si è giocato sul piano verbale, eccezion fatta per l’embargo aereo,
cosa non da poco per una regione che sopravvive grazie ai rapporti
commerciali con l’esterno.
Da ieri si è spostato sul piano giuridico-politico: il
tribunale di al Rufasa (braccio della Corte Suprema) ha spiccato tre
mandati d’arresto nei confronti degli organizzatori materiali del voto,
la presidente e due membri dell’Alto Comitato per le elezioni e il
referendum di Erbil.
La sentenza è giunta su appello del Consiglio di sicurezza nazionale, presieduto dal primo ministro iracheno al Abadi
(lo stesso che due giorni fa non ha escluso che una misura simile, il
mandato d’arresto, possa essere recapitata anche al presidente Barzani).
La motivazione: il mancato rispetto della richiesta della Corte Suprema
di sospendere il voto in attesa di verificare tutti i ricorsi che
tacciavano il referendum di incostituzionalità.
Nel mirino non c’è solo l’Alto Comitato: lunedì il Consiglio di
sicurezza ha redatto una prima lista di nomi di funzionari pubblici, di
alto e basso livello, su cui far piovere una qualche punizione penale o
amministrativa per aver disobbedito al governo centrale. La risposta da
Erbil è arrivata a stretto giro: «Si tratta di una decisione politica»,
ha dichiarato il Comitato kurdo.
Ci sono pochi dubbi: l’intera questione dell’indipendenza è politica,
con le sue ovvie basi economiche. A fare più paura a Erbil è
l’eventuale embargo, finora solo minacciato dalle potenze vicine, Iran e
Turchia.
I confini terrestri sono aperti e l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan,
che da due anni trasferisce il greggio dalla città irachena alla costa
mediterranea della Turchia, lavora a regime. Su Kirkuk fa leva
Baghdad: il governo iracheno discuterà a breve il taglio del budget
federale per la città contesa da decenni e dal 2014 controllata da
Erbil, dopo che l’avanzata militare dei peshmerga ne permise la
liberazione dalla breve occupazione dell’Isis.
A monte stanno – da allora – i ricavi dalla vendita di
petrolio della provincia, la più ricca del paese dal punto di vista
energetico, che dal 2015 il Governo regionale del Kurdistan tiene per
sé. Lo vende bypassando Baghdad e incassa, sebbene il suo
bilancio sia costantemente in rosso, spia che ha acceso le proteste
popolari e quelle delle opposizioni al partito di governo Kdp per la
«misteriosa» sparizione delle entrate nelle ampie pieghe di corruzione e
clientelismo strutturale.
È Kirkuk a restare la principale fonte di tensioni, insieme ai fumi
che giorno e notte si alzano dalle sue raffinerie. La misura la dà
l’impennata del prezzo delle armi al mercato nero, soprattutto tra arabi
e turkmeni, preoccupati dall’eventuale esplosione di un conflitto
interno.
Secondo l’agenzia New Arab, dal 25
settembre i costi sono lievitati: un Ak-47 viene venduto a un milione di
dinari (725 euro), una Beretta a 845 euro. E impazzano pistole e
granate che, dicono i locali, sono le armi requisite ai miliziani
dell’Isis catturati nell’operazione in corso a Hawija.
La partita si gioca sui soldi, quelli di cui Erbil ha
disperato bisogno alla luce di una grave crisi economica che la
attanaglia da almeno tre anni. Barzani affronterà con le tasche
sempre più vuote le elezioni parlamentari e presidenziali del primo
novembre, che spera di vincere sulla spinta dell’entusiasmo popolare. Si
trova di fronte i rivali del Puk alle prese con la scomparsa dello
storico leader Jalal Talabani, morto il 3 ottobre a seguito di un ictus
che lo aveva allontanato dalla scena politica.
Una perdita che pesa sul futuro politico del partito che Mam Jalal,
lo «zio», fondò a metà degli anni ’70 da una costola del Kdp: già
provato dall’incapacità di ergersi a credibile alternativa a Barzani (le
accuse di corruzione investono anche il Puk che controlla militarmente
ed economicamente l’est della regione), manca di un progetto di lungo
periodo e ora anche di un leader capace di mantenerlo unito.
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