Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/03/2019

Omaggio a Lorenzo Orsetti, combattente Ypg

di Davide Grasso

In queste ore tutti parlano di Lorenzo Orsetti, nome di battaglia Tekosher Piling, noto su Facebook come Orso Dellatullo. Orso era combattente italiano delle Unità di protezione popolare (Ypg) inquadrate nelle Forze siriane democratiche (Sdf). Il nostro heval, il nostro amico, è caduto in uno scontro a fuoco ravvicinato nell’area di Baghuz, in Siria, dove le Ypg contrastano le ultime resistenze del sedicente “Stato islamico” (Isis). Di fronte a un esempio di coraggio e generosità come il suo, incarnato dall’atto del martirio e illuminato dal suo ultimo messaggio, tutti, pur in un momento storico dove la stima sociale per i valori collettivi è al minimo, si sono fermati per un attimo e hanno provato un sentimento di ammirazione per lo sguardo fiero, pulito e ribelle di Tekosher. Gli stessi mezzi d’informazione nazionali, di solito più che restii a valorizzare figure come la sua, non hanno voluto o potuto esimersi dall’ammetterne il valore sulle pagine dei giornali o sui servizi in TV.

Da molte espressioni di cordoglio o ammirazione per Lorenzo, nel mondo dei media e in quello delle istituzioni, è come se trasparisse, tuttavia, un certo imbarazzo, che è probabilmente destinato ad aumentare. Perché? Lorenzo ha fatto qualcosa che, sebbene nobile, secondo la politica e la sua appendice mediatica non si dovrebbe fare. Diverse testate televisive, ad esempio, hanno affermato che, pur di andare a combatte contro l’Isis, Lorenzo avrebbe “violato” e “sfidato” le leggi dello stato italiano, sebbene questo non sia vero. Lorenzo non ha violato alcuna legge italiana o internazionale, poiché non esiste una norma che vieti di partecipare a un conflitto estero, se non in casi specifici: le leggi bandiscono, ad esempio, l’adesione a organizzazioni considerate terroristiche, all’estero come in Italia. Le Ypg, tuttavia – con cui Tekosher combatteva – non sono nella lista delle organizzazioni terroristiche compilata dall’Italia, dall’Unione Europea o dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Perché, allora, i media insistono su una diversa versione dei fatti, seppur falsa?

L’apparente squalifica giuridica della sua scelta cela quella reale, che è politica. Lorenzo ha agito sul piano più alto: quello della trasformazione della realtà, del cambiamento rivoluzionario; e lo ha fatto senza essere inquadrato in alcuna struttura istituzionale del suo paese: ciò che lo Stato, nel presente contesto storico, sembra non poter sopportare. Vero è che le Forze siriane democratiche, di cui le Ypg sono parte, sono alleate dell’Italia nella guerra contro l’Isis, attraverso la Combined Joint Task Force istituita dagli Stati Uniti per la missione internazionale Inherent Resolve, che mira a distruggere il califfato. Ciononostante le Ypg, che delle Sdf detengono il comando, non dipendono, né prendono ordini, dalla Coalizione internazionale. Sheid Tekosher – “il martire Tekosher”: termine da intendere qui in senso rigorosamente civile – si muoveva sotto un comando interamente rivoluzionario, totalmente sottratto al controllo di qualsiasi Stato.

Il rapporto dei suoi comandi con la Nato è stato di collaborazione nella provincia di Deir El Zor, contro l’Isis, ma anche di ostilità e di guerra, nella fattispecie contro l’esercito turco pro-jihadista (che è parte della Nato), ad Afrin, durante l’attacco turco alla città (un attacco, quello sì, privo di qualsiasi legalità internazionale, in piena violazione dell’integrità territoriale siriana). Lorenzo, sia pur all’interno dei limiti della legge, si è mosso al di fuori delle aspettative politiche di chi è al potere nel suo paese. Questa “irregolarità politica” di Tekosher è, credo, espressione di una “irregolarità” molto più profonda: un’irregolarità etica, che emerge chiaramente dalla sua lettera. Come si è espresso sul suo conto, il giorno seguente il suo martirio, l’antropologo Roberto Beneduce, l’elemento etico che colpisce in Lorenzo consiste nell’aver scelto di irrompere nella situazione politica mondiale “liberando il campo” da tutta una serie di fardelli politici e geopolitici che l’abitante del pianeta, oggi, eredita dalla storia e sente premere sulle spalle.

Lo ha fatto in Kurdistan, ha aggiunto Beneduce, poiché quest’ultimo, in un mondo apparentemente bloccato, è oggi lo “spazio del possibile”. Per irrompere all’interno di questo spazio Lorenzo ha messo in discussione molto più delle aspettative dello Stato nei suoi confronti. Ha rotto con molto di più.

Il primo fardello di cui Lorenzo si è liberato è il più potente del secolo. Ha eccepito sulla bontà o necessità del capitalismo come modello di civiltà, e sul famoso presupposto che non si possa ipotizzare, e tanto meno mettere in pratica, un modo di lavorare, agire e collaborare alternativo. Lorenzo provava disgusto per il sistema di sfruttamento del mondo della ristorazione in cui aveva lavorato a Firenze e, in generale, per il mercato del lavoro italiano con i suoi tratti di brutalità e spietatezza: accettazione di orari inaccettabili e fatiche disumane, competizione di tutti contro tutti, indifferenza per il prossimo, disprezzo per l’altro in nome del profitto, annichilimento di ogni spazio autonomo di vita in nome del dogma della connessione necessaria e assoluta tra valore umano e prestazione lavorativa. Alzando serenamente il dito medio di fronte a tutto questo lui ha preso un aereo ed è andato dove la rivoluzione delle donne e delle comuni, nel 2017, aveva già costruito, in ampia parte della società e nella vita comunistica delle Ypg, un modello di condivisione radicale, di annullamento tendenziale dei privilegi e di edificazione di forme di cooperazione orientati alla collaborazione piuttosto che al parassitismo e allo sfruttamento.

Per far questo Lorenzo ha preso le armi. Ha accettato di proteggere sé stesso e i civili che mettevano in atto queste riforme, le donne che imponevano il loro protagonismo, i bambini che studiavano all’interno di un sistema educativo nuovo. Agendo nell’ambito di un movimento rivoluzionario ha spezzato un altro laccio, ha messo in discussione un altro dogma: quello secondo cui i compiti di protezione collettiva devono appartenere esclusivamente agli stati, o a forme illegali di para-stato, pur sempre fondate sulla divisione di classe. Facendo questo ha anche eccepito sul principio secondo cui usare la violenza è sempre sbagliato. La lotta di questo Lottatore ha ricordato a tutti che non esercitare la violenza ad Afrin, a Deir El Zor o a Baghuz avrebbe significato lasciare impunemente la popolazione nelle mani di chi l’avrebbe condannata (e ad Afrin, data la sconfitta, questo è accaduto) a un destino dove la violenza diviene non eccezione amara benché necessaria, ma pietra angolare di un sistema di dominio. Quale moralità, dev’essersi chiesto Lorenzo, avrebbe chi si astenesse dal portare soccorso a chi ha più bisogno per tutelare i capricci della propria auto-rappresentazione, esteriore o interiore?

Non basta. Sheid Tekosher non ha avuto remore a battersi contro i droni turchi pilotati a Washington che colpivano i civili di Afrin, ma non ne ha avute neanche ad avanzare nel deserto con il sostegno dell’aviazione statunitense. Non ha creduto che un’alleanza con gli Stati Uniti fosse per forza sbagliata, e quindi neanche che qualsiasi azione portata avanti dagli stati capitalisti debba essere boicottata per principio. Ha mostrato una flessibilità mentale rara nei militanti di sinistra e ha messo davanti a tutto tanto le preoccupazioni concrete per il popolo quanto le necessità strategiche della rivoluzione – intesa come cambiamento reale, però, come “spazio del possibile”, e non come feticcio immaginario, patetico e inservibile. C’è di più. Muovendosi, da anarchico, dentro un esercito rigorosamente disciplinato, per quanto privo di gradi e mostrine, e accettando linee di comando nitide e riconoscibili, ha mostrato di assegnare valore all’idea nella misura in cui questa si mostra capace di imporre i suoi diritti sulla realtà.

Da uomo bianco, europeo, figlio di un continente coloniale, caduto sul campo assieme a siriani in una rivoluzione siriana, ha dimostrato che non tutti gli europei, i bianchi, gli italiani sono necessariamente animati dalla smania di sottomissione di altri popoli o da un disprezzo malcelato nei loro confronti. Da militante di un’organizzazione curda in un paese a maggioranza araba ha dimostrato che per sconfiggere l’islamismo e le sue conseguenze, o per ristabilire la pace in Siria, non è necessario sottomettersi al mito della superiorità di un’identità nazionale egemone, quand’anche maggioritaria sul piano linguistico e istituzionale nella storia della repubblica. Da combattente delle Forze siriane democratiche, caduto al fianco dei suoi rafiq (“compagni”) arabi ha mostrato che i rivoluzionari politicizzati come lui, contrariamente ai meri rivoltosi o ai semplici combattenti, non cedono alla tentazione di innamorarsi di una nazione tra le altre, per quanto oppressa, poiché la convivenza è necessaria e il pluralismo è opzione obbligata per una vita sociale degna.

Da combattente contro il fondamentalismo ha mostrato che il senso etico più alto sorge con agio là dove vibra l’assenza della fede in un Dio, e prevale la preoccupazione per una giustizia e un’uguaglianza che sono beni dannatamente terreni per noi mortali, su questo piccolo pianeta dove ancora i Lottatori come lui non si sottomettono, nonostante i patimenti della finitezza umana, ad una presunta Rivelazione. Senza Dio, apostata miscredente che ha preso le armi assieme a migliaia di fedeli cristiani, musulmani, ezidi, in un paese dove il sentimento religioso è traboccante, ha mostrato che non farsi imporre un credo non significa non praticare il rispetto per i percorsi di vita diversi dal proprio – al contrario. Rivoluzionario occidentale che ha trovato la sua realizzazione piena in una rivoluzione d’oriente, non ha accondisceso all’esotismo, smentendo anche il dogma secondo cui la comprensione del mondo in questa epoca debba orientarsi secondo le linee di una contrapposizione binaria tra “culture” e “civiltà” che si pretende inevitabile o necessaria.

Ma il dogma, il laccio o il fardello che Tekosher ha rotto nel modo più vertiginoso è il più difficile da rompere per un occidentale e per un internazionalista. Tutte e tutti noi, che abbiamo partecipato per qualche mese o per anni alla rivoluzione della Siria del nord, abbiamo in forme e modi diversi accettato di mettere a rischio la nostra vita. Mi sembra, se posso avanzare un’impressione che non è stata soltanto mia, che Tekosher abbia accettato la possibilità della morte in modo per certi versi differente. Pur non cercandola affatto, la possibilità della fine era accettata da lui con una speciale serenità, che non va confusa con l’indifferenza o la rassegnazione: tutto il contrario. L’Italia intera adesso lo sa, poiché ha appreso le sue parole scritte e quelle affidate, con autoironia e sfrontatezza, a una telecamera. La causa comune lo rendeva felice. Era soddisfatto della lotta, e trovava realizzazione in essa. La morte, benché irrimediabile, non era forse per lui la peggiore tra tutte le prospettive; poiché con essa anche il messaggio di un Lottatore, e non di un poeta o di un Dio, avrebbe potuto giungere nella sua Firenze, e vincere ancora una volta di mille secoli sul silenzio.

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21/03/2019

Curdi, il corpo di Orsetti scudo dell’ ipocrisia dei media italiani

Nel 2104 entrai con i curdi a Kobane al 70% occupata dall’Isis e scrissi che qui avrebbero dovuto venire a combattere i nuovi garibaldini.

Lorenzo Orsetti lo ha fatto, ma il suo corpo non deve essere lo scudo per non opporsi ai piani di Erdogan che li considera terroristi e ha fatto passare migliaia di jihadisti per abbattere Assad.

Erdogan viene pagato dall’Europa per tenersi tre milioni di profughi siriani e cediamo sempre ai suoi ricatti. Così come cediamo, fornendo armi, a quelli delle monarchie del Golfo, come sauditi e qatarini, che i jihadisti hanno sostenuto e foraggiato.

Quindi gli editorialisti che oggi piangono Orsetti sulla stampa smettano di lacrimare: non li abbiamo mai visti da nessuna parte in 35 anni di guerre.

Alberto Negri

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20/03/2019

Rojava - "Lorenzo non è un morto di serie B"

Chiara Cruciati – il Manifesto

«Non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà. Ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi quella goccia».

Sono le parole di Lorenzo Orsetti, rese pubbliche ieri dalle unità di difesa curde Ypg dopo la conferma dell’uccisione, per mano dell’Isis, del giovane italiano.

Trentatré anni, fiorentino, Lorenzo – nome di battaglia Tekoser, lottatore – è stato ucciso a Baghouz, ultima enclave territoriale dell’Isis in Siria. La battaglia finale come è stata chiamata, con migliaia di curdi, arabi, turkmeni impegnati contro centinaia di miliziani islamisti rimasti nel villaggio. Pochi ma, come si temeva, intenzionati a resistere fino alla fine. Lorenzo sarebbe morto in un’imboscata. Con lui, con Orso – così in Italia lo chiamano i compagni – sarebbe stata uccisa tutta la sua unità.

«Ci avrebbe fatto piacere un po’ di vicinanza istituzionale, politica, ma nessuno si è messo in contatto con noi – dice al manifesto il padre Alessandro – è vero che ancora il corpo non è stato ritrovato, è ancora nel campo di battaglia, ma ci sono le sue foto, quelle dei documenti. Lo abbiamo saputo dalla tv. Poi ci è stato confermato dai curdi, ci ha chiamato il suo comandante. Ci ha invitato ad andare lì per le commemorazioni, il suo desiderio era di essere seppellito in Siria».

«È un caduto di serie B, fosse stato un altro forse ci avrebbero chiamato. Ma forse era dalla parte “sbagliata” della barricata».

In Siria Orsetti era arrivato nel settembre-ottobre del 2017, ci racconta Davide Grasso, ex combattente delle Ypg: «L’ho conosciuto in Siria, erano le ultime fasi della battaglia di Raqqa. Dopo l’addestramento ha partecipato all’offensiva di Deir Ezzor. Poi a gennaio il cantone curdo di Afrin è stato invaso dai turchi e lui, con altri internazionalisti, ha insistito per andare. In battaglia si è distinto, è stato tra gli ultimi a lasciare il cantone. Lorenzo è stato tra i combattenti che ha avuto l’atteggiamento più generoso sul piano militare».

Per unirsi alle Ypg aveva lasciato il lavoro in un ristorante poco fuori Firenze, sulla spinta della vicinanza agli ideali che muovono da anni il confederalismo democratico in corso a Rojava: «Una società più giusta ed equa», diceva Orso in un’intervista rilasciata poco tempo fa a Radio Onda Rossa. Un anarchico, si definiva. A Rifredi la sua partenza per la Siria ha portato alla nascita del gruppo «Da Rifredi ad Afrin». Su Fb raccontava la battaglia di Baghouz, “rallentata” in questi giorni per la presenza di migliaia di civili: «Rallentare non vuol dire che non si combatte – continua Davide – ma più scontri di terra e meno aviazione»

A dare per primo la notizia della sua uccisione è stato lo Stato islamico: sul sito Amaq, ormai da anni «agenzia stampa» del sedicente califfato, l’Isis ha pubblicato la foto del corpo di Lorenzo (definito con spregio «crociato italiano») e dei suoi documenti. «Noi nelle Ypg non abbiamo mai toccato un prigioniero, quello che ha fatto l’Isis è disgustoso», ci dice un amico di Lorenzo, ex combattente anche lui. Nome di battaglia Dilsoz: «Abbiamo combattuto insieme ad Afrin, in una guerra che ci riguarda tutti, dove la Turchia ha cacciato le Sdf per sostituirle con i jihadisti. Quando si muore così, si diventa un martire: perché quello per cui si è morti, non muore».

«Lorenzo era un compagno, un proletario, uno che lavorava. Era molto semplice, non aveva bisogno di grandi discorsi politici per sapere da che parte stare – continua Dilsoz – Gli volevano tutti bene, la condivisione gli veniva naturale». Due mesi fa a morire nella lotta all’Isis era stato il 50enne Giovanni Francesco Asperti, nome di battaglia Hiwa Bosco. Due vite spese al fianco di una rivoluzione ma che in Italia il sistema politico e giudiziario reprime.

Ieri il ministro dell’interno Salvini affidava a Twitter «una preghiera per Lorenzo e disprezzo per i suoi infami assassini», “dimenticando” che la Digos (sotto il suo ministero) di Torino e la procuratrice Pedrotta tentano da mesi di restringere la libertà degli italiani che in Siria hanno fatto lo stesso. Il 25 marzo i giudici della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Torino decideranno in merito alla richiesta di sorveglianza speciale per cinque torinesi, Paolo Andolina, Jacopo Bindi, Davide Grasso, Fabrizio Maniero e Maria Edgarda Marcucci. In Sardegna identica misura è stata chiesta per Pierluigi Luisi Caria: la decisione è prevista per oggi.

L’udienza di lunedì (non essendo un processo, non ci sarà sentenza ma la notifica dell’eventuale «attivazione» della sorveglianza speciale sarà comunicata a domicilio) sarà accompagnata da un presidio di protesta come avviene da mesi. Alla base della richiesta, sta la criminalizzazione politica della lotta all’Isis: secondo la procura i cinque vanno privati della libertà in assenza di reato e di processo (una misura di epoca fascista, direttamente dal Codice Rocco) perché pericolosi per la società. Hanno imparato a sparare e hanno idee politiche che Digos e Procura ritengono un rischio per la comunità. La stessa comunità per cui si battono da anni, per il diritto allo studio, alla casa, in prima fila nel movimento No-Tav.

«La pm ha prodotto nuovi atti, tra cui il mio libro – continua Davide – E il comandante della Digos Carlo Ambra ha copiato e incollato i nostri post su Fb e il discorso letto da Jacopo alla manifestazione di Roma per Ocalan. È tutto basato sulle idee, i libri, le parole. Un contesto degenerato che minaccia chi ancora combatte a Rojava. Pochi giorni fa ho parlato con Lorenzo, ci esprimeva solidarietà. Se la sorveglianza speciale sarà applicata è una minaccia anche per chi combatte ancora laggiù».

«Ora, dopo la morte di Lorenzo – conclude Dilsoz – voglio vedere con che faccia il giudice potrà condannare dei compagni. Se condannano loro, condannano tutte le Ypg».

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18/03/2019

Lorenzo Orsetti è caduto combattendo in Siria, contro l’Isis

E’ caduto combattendo contro l’Isis, a Baghouz, in Siria al confine con l’Iraq, Lorenzo Orsetti.

Fiorentino, 33 anni, si definiva anarchico e ha lasciato, partendo, questo sintetico messaggio: “Mi chiamo Lorenzo, ho 32 anni, sono nato e cresciuto a Firenze. Ho lavorato per 13 anni nell’alta ristorazione: ho fatto il cameriere, il sommelier, il cuoco. Mi sono avvicinato alla causa curda perché mi convincevano gli ideali che la ispirano, vogliono costruire una società più giusta più equa. L’emancipazione della donna, la cooperazione sociale, l’ecologia sociale e, naturalmente, la democrazia. Per questi ideali sarei stato pronto a combattere anche altrove, in altri contesti. Poi è scoppiato il caos a Afrin e ho deciso di venire qui per aiutare la popolazione civile a difendersi”.

Nome di battaglia, Heval Tekosher, il “lottatore”. Qui una sua testimonianza: https://www.facebook.com/orso.dellatullo.1/videos/584167505432628/?hc_location=ufi.

Il messaggio postumo di “Tekoser”



Daesh ha diffuso foto e documenti su Instagram, accompagnando con l’ultimo insulto possibile per un compagno: «il crociato italiano è stato ucciso negli scontri nella località di Baghuz». Ma non si può pretendere che degli integralisti di qualsiasi religione capiscano l’ateismo...

Si era unito alle milizie curdo-siriane Ypg, e da un anno e mezzo era impegnato nelle operazioni contro le ultime sacche del califfato islamico intorno a Baghouz. Come altri in precedenza...

Non si nascondeva affatto, com’è giusto che sia per chi combatte per una causa giusta. Tant’è vero che lo aveva raggiunto una volta l’inviato del Corriere della Sera, Giulio Giri, cui aveva consegnato poche scarne frasi.

«Io non ho nessuna remora morale, sto facendo la cosa giusta, sono a posto con la mia coscienza. Siamo qua e qua resteremo fino all’ultimo. Un po’ perché non c’è nient’altro da fare, un po’ perché è la cosa giusta da fare. Combattiamo».

E’ impossibile spiegare lo stato d’animo dei combattenti a chi non condivide neanche un pelo della loro esperienza umana. Dunque è inevitabile ridurre le parole al minimo, scartare le tentazioni dell’autocelebrazione, le fisime dell’individuo asservito ai culti del consumo e dell’individualismo, guardare in faccia la nuda realtà e accettare le conseguenze delle proprie scelte. Serenamente e con grande determinazione.

Aveva conosciuto altri compagni italiani impegnati nello stesso fronte – e solo i compagni combattono contro l’Isis, chissà come mai… – gli stessi che vengono “attenzionati” da polizia e magistratura una volta rientrati in Italia. Strano, non vi sembra? Eppure si sono battuti e si battono contro un nemico del “nostro” Stato, ufficialmente…

Col tempo, era stato raggiunto al fronte persino da Fausto Biloslavo, sedicente giornalista di guerra, di matrice fascista (iniziò nel Il fronte della gioventù, organizzazione giovanile missina, a Trieste), poi arrestato (e prosciolto) per falsa testimonianza nelle indagini sulla strage di Bologna, inviato in Libano, corrispondente per testate di destra italiane e in “forte odore di Cia”, stando a corrispondenti di guerra di lungo corso. Un autentico nemico che finge di esserti amico...

Non a caso la breve intervista che Lorenzo gli concede parte proprio da una domanda sugli altri compagni combattenti in Siria.

Eccola qui:

Altri cinque volontari rientrati in Italia sono finiti nel mirino della Digos. Cosa ne pensi?

“Le misure di sorveglianza speciale per cinque compagni italiani Paolo, Jack, Eddy, Davide e Jacopo sono profondamente ingiuste. Chi ha imparato ad usare le armi contro l’Isis è stato considerato socialmente pericoloso”.

Nessuno è venuto in Siria per poi combattere anche in Italia?

“Alcuni di questi compagni non avevano nemmeno imbracciato le armi. In Italia sono legati al movimento No Tav, ma questo non li trasforma in terroristi a prescindere”.

Anche tu temi di avere problemi?

“Al momento non prevedo di rientrare, ma se dovessero accusarmi di qualcosa rispondo che sono fiero di quello che sto facendo in Siria. Sono pronto ad assumermi le eventuali conseguenze”.

Come è stata la guerra, quasi vinta, contro lo Stato islamico?

“Dura. Un paio di volte sono quasi riusciti ad accerchiarci. Nel deserto hanno contrattaccato e travolto le nostre postazioni. Quando iniziano a morirti i tuoi compagni accanto, soprattutto per le mine e cecchini, non lo dimentichi. Adesso molti miliziani stranieri si arrendono, ma spesso si sono fatti saltare in aria quando non avevano vie di scampo. Lo Stato islamico è un male assoluto. Questa è una battaglia di civiltà”.

Vi state preparando al prossimo conflitto con i turchi?

“Ad Afrin (l’ultima battaglia in gennaio nda) ho visto i caccia e i droni turchi fare terra bruciata, i corpi carbonizzati dei miei compagni ed i civili sotto le macerie. Non è importante essere di destra o di sinistra per capire che la Turchia continua ad appoggiare le frange estremiste ed è una minaccia per l’intero Medio Oriente”.

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