I nuovi volti, le recenti frontiere dell’affarismo di guerra afghano prospettano sempre più intrecci d’ogni genere, collaborazioni fra intelligence e criminali, che poi è una rimpatriata fra simili. Certo, gli agenti delle strutture maggiormente sofisticate improntano piani altrettanto raffinati, perciò dovrebbero scegliersi pedine affidabili non solo per raggiungere lo scopo, ma per serbare anche un decente livello di segretezza. Però ambienti infarciti di personaggi degeneri oppure negligenza e superficialità degli stessi Servizi, che sanno di non dover tenere la guardia alta, producono storie come quella di Rahmatullah Azizi apparsa sul New York Times, attorno all’intreccio di taglie pagate dalla GRU russa ai talebani per uccidere soldati statunitensi, anche in epoca di trattative di “pace”. Oggi quarantenne, Azizi è raccontato da conoscenti come un ex ragazzo che non aveva neppure una coperta per coprirsi. L’emancipazione giunge attraverso il canale del contrabbando di droga, verso l’Iran e altrove. Ma il salto affaristico di quest’elemento minore del panorama criminale afghano giunge quando viene contattato da appartenenti all’intelligence moscovita per il ruolo di mediatore impegnato a trovare miliziani pronti a uccidere soldati americani, in una fase in cui le trattative di Doha non avrebbero dovuto condurre a scontri aperti. Tutto in cambio di laute somme.
Vero, falso? L’escalation economica di mister Azizi, attualmente dotato d’un cospicuo patrimonio immobiliare, di pattuglie di guardie del corpo degne dei più agguerriti Signori della guerra, oltreché di cumuli di contanti: mezzo milione di dollari sono stati trovati in una delle sue abitazioni di Kabul durante una perquisizione messa in atto da militari afghani e statunitensi, evidenziano il cresciuto affarismo del chiacchierato cittadino afghano e avvalorano la tesi. Gli intrecci della geopolitica possono far pensare a un abbandono da parte dei suoi ultimi padrini, quelli del “Direttorato per l’informazione” molto utilizzato da Putin in politica estera come contraltare del “lavoro” della CIA. Poveri coloro che si ritrovano in mezzo alle trame di simili Servizi, soprattutto se si tratta di civili innocenti. In quest’operazione che doveva, e magari ha, riempito le tasche di combattenti talebani, forse nuclei borderline rispetto alla linea ortodossa della Shura di Quetta, impegnatasi nel corso delle trattative a non sparare sul nemico, gli uomini di Mosca potrebbero aver tramato per far saltare il tavolo di pace, reso peraltro già traballante dalle ritrosie all’accordo del governo Ghani. Oppure per mettere in difficoltà la linea Trump, dopo una fase di apprezzamento e sostegno. Certo è che le superpotenze nei confronti del combattentismo islamico d’ogni epoca - mujaheddin, qaediasta, talebano e del Daesh - attuano il doppiogioco favorevole alla propria industria bellica, oltre alle geo strategie talora cangianti. Una prassi che prosegue e si rinnova.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/07/2020
11/11/2018
USA - Doppio gioco in Kurdistan
Gli USA pattugliano insieme ai curdi siriani e mettono una taglia sulla direzione del PKK. Che Washington prenda di mira proprio ora la direzione del PKK, può essere considerato un tentativo di ammansire il partner turco della NATO a fronte della collaborazione dell’esercito USA con le Unità di Difesa del Popolo curde (YPG) contro «Stato Islamico» (IS) in Siria.
Contemporaneamente gli USA in questo modo aumentano la pressione sugli alleati curdo-siriani perché prendano le distanze dal PKK, insieme al quale condividono le idee del precursore del movimento di liberazione curdo Abdullah Öcalan.Il governo USA ha messo un’alta taglia su tre funzionari di spicco del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Per «informazioni, che portino alla cattura o all’individuazione del luogo in cui soggiornano» i ricercati, nell’ambito del programma anti-terrorismo del Ministro degli Esteri USA sarebbero a disposizione premi milionari, ha spiegato il sottosegretario USA Matthew Palmer martedì nella capitale turca Ankara.
Sono ricercati Cemil Bayik, co-Presidente della confederazione comprendente il PKK e le sue organizzazioni sorelle in Iraq, Iran e Siria, «Unione delle Comunità del Kurdistan» (KCK), il comandante in capo della guerriglia, Murat Karayilan, e il co-fondatore del PKK Duran Kalkan. Si sospetta che i tre rivoluzionari sui quali ora sono state poste taglie tra i 5 e i 3 milioni di dollari, si trovino nelle zone di difesa del PKK nelle montagne di Qandil nel triangolo tra Turchia, Iran e Iraq.
Retroscena delle ultime tensioni tra Washington e Ankara sono le pattuglie militari lungo il confine turco-siriano. Vi prendono parte l’esercito USA e le Forze Siriane Democratiche (FSD) multietniche, la cui componente combattente più forte sono le YPG.
Il portavoce del Pentagono Robert Manning lunedì aveva dichiarato in proposito che le «pattuglie di sicurezza» tra le città di Manbij e Kobane renderebbero «possibile a noi, alla Turchia, e ai nostri partner delle FSD di mantenere la sicurezza nella regione». Il Presidente dello Stato turco Recep Tayyip Erdogan invece martedì in una riunione del gruppo del suo AKP al governo ha definito «inaccettabile» la collaborazione «con l’organizzazione terroristica PKK/YPG».
La Turchia spara su località di confine
Le pattuglie il 2 novembre erano iniziate come reazione all’ondata di attacchi dell’esercito turco contro la zona di autogoverno curda nel nord e nell’est della Siria. La settimana scorsa sono stati uccisi due combattenti e una bambina di dodici anni. Il fuoco arbitrario contro località di confine che martedì è proseguito presso Ras Al-Ain (curdo Serekaniye) e Al-Kahtanija (Tirbespiye), sembra parte di una strategia turca per costringere alla fuga la popolazione civile.
Le FSD a causa degli attacchi turchi hanno fermato la loro offensiva per la liberazione dell’ultima roccaforte di IS a est dell’Eufrate presso Deir Al-Sor per spostare truppe al confine con la Turchia. «La Turchia non vuole una soluzione per la crisi siriana. Vuole sostenere i terroristi di IS», è stata l’analisi sull’ondata di attacchi fatta dalla comandante delle FSD Zinarin Kobani lunedì a colloquio con l’agenzia stampa Hawar.
Questa era iniziata il giorno dopo il vertice sulla Siria a Istanbul tra Turchia, Germania, Russia e Francia, il 27 ottobre. Nel vertice a quattro Erdogan aveva annunciato un’offensiva contro la zona di amministrazione autonoma a est dell’Eufrate. Erdogan ha potuto ritenere il silenzio della cancelliera Angela Merkel, del Presidente russo Vladimir Putin e del capo di Stato francese un semaforo verde per i suoi piani di aggressione.
Avvicinamento a Damasco
Secondo quanto riferito da osservatori locali, dall’inizio della settimana vengono riunite sotto guida turca unità dell’ «Esercito Siriano Libero», compresi gruppi combattenti vicini a Al-Qaida provenienti dalle regioni sotto controllo, ovvero occupazione turca nelle regioni di Idlib e Afrin per un’offensiva contro il territorio ad amministrazione autonoma.
La minaccia di intervento, così sostiene il giornalista Fehim Tastekin in un articolo pubblicato a inizio della settimana sul portale di notizie dell’opposizione turca Gazete Duvar, potrebbe incoraggiare i curdi a trattare con il governo di Damasco. «Questo non sarebbe un risultato gradito a Ankara. La Russia invece sostiene questa opzione. Quello che invece va bene a Erdogan è la distruzione definitiva, assoluta dei territori a est dell’Eufrate», sostiene Tastekin.
Il doppio gioco degli USA dovrebbe ulteriormente scuotere la fiducia dei curdi nei loro alleati tattici e aumentare la disponibilità per un appianamento con il governo siriano.*
Fonte
* sarebbe l'ora che la dirigenza curda recepisse e digerisse questa antifona.
Contemporaneamente gli USA in questo modo aumentano la pressione sugli alleati curdo-siriani perché prendano le distanze dal PKK, insieme al quale condividono le idee del precursore del movimento di liberazione curdo Abdullah Öcalan.Il governo USA ha messo un’alta taglia su tre funzionari di spicco del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Per «informazioni, che portino alla cattura o all’individuazione del luogo in cui soggiornano» i ricercati, nell’ambito del programma anti-terrorismo del Ministro degli Esteri USA sarebbero a disposizione premi milionari, ha spiegato il sottosegretario USA Matthew Palmer martedì nella capitale turca Ankara.
Sono ricercati Cemil Bayik, co-Presidente della confederazione comprendente il PKK e le sue organizzazioni sorelle in Iraq, Iran e Siria, «Unione delle Comunità del Kurdistan» (KCK), il comandante in capo della guerriglia, Murat Karayilan, e il co-fondatore del PKK Duran Kalkan. Si sospetta che i tre rivoluzionari sui quali ora sono state poste taglie tra i 5 e i 3 milioni di dollari, si trovino nelle zone di difesa del PKK nelle montagne di Qandil nel triangolo tra Turchia, Iran e Iraq.
Retroscena delle ultime tensioni tra Washington e Ankara sono le pattuglie militari lungo il confine turco-siriano. Vi prendono parte l’esercito USA e le Forze Siriane Democratiche (FSD) multietniche, la cui componente combattente più forte sono le YPG.
Il portavoce del Pentagono Robert Manning lunedì aveva dichiarato in proposito che le «pattuglie di sicurezza» tra le città di Manbij e Kobane renderebbero «possibile a noi, alla Turchia, e ai nostri partner delle FSD di mantenere la sicurezza nella regione». Il Presidente dello Stato turco Recep Tayyip Erdogan invece martedì in una riunione del gruppo del suo AKP al governo ha definito «inaccettabile» la collaborazione «con l’organizzazione terroristica PKK/YPG».
La Turchia spara su località di confine
Le pattuglie il 2 novembre erano iniziate come reazione all’ondata di attacchi dell’esercito turco contro la zona di autogoverno curda nel nord e nell’est della Siria. La settimana scorsa sono stati uccisi due combattenti e una bambina di dodici anni. Il fuoco arbitrario contro località di confine che martedì è proseguito presso Ras Al-Ain (curdo Serekaniye) e Al-Kahtanija (Tirbespiye), sembra parte di una strategia turca per costringere alla fuga la popolazione civile.
Le FSD a causa degli attacchi turchi hanno fermato la loro offensiva per la liberazione dell’ultima roccaforte di IS a est dell’Eufrate presso Deir Al-Sor per spostare truppe al confine con la Turchia. «La Turchia non vuole una soluzione per la crisi siriana. Vuole sostenere i terroristi di IS», è stata l’analisi sull’ondata di attacchi fatta dalla comandante delle FSD Zinarin Kobani lunedì a colloquio con l’agenzia stampa Hawar.
Questa era iniziata il giorno dopo il vertice sulla Siria a Istanbul tra Turchia, Germania, Russia e Francia, il 27 ottobre. Nel vertice a quattro Erdogan aveva annunciato un’offensiva contro la zona di amministrazione autonoma a est dell’Eufrate. Erdogan ha potuto ritenere il silenzio della cancelliera Angela Merkel, del Presidente russo Vladimir Putin e del capo di Stato francese un semaforo verde per i suoi piani di aggressione.
Avvicinamento a Damasco
Secondo quanto riferito da osservatori locali, dall’inizio della settimana vengono riunite sotto guida turca unità dell’ «Esercito Siriano Libero», compresi gruppi combattenti vicini a Al-Qaida provenienti dalle regioni sotto controllo, ovvero occupazione turca nelle regioni di Idlib e Afrin per un’offensiva contro il territorio ad amministrazione autonoma.
La minaccia di intervento, così sostiene il giornalista Fehim Tastekin in un articolo pubblicato a inizio della settimana sul portale di notizie dell’opposizione turca Gazete Duvar, potrebbe incoraggiare i curdi a trattare con il governo di Damasco. «Questo non sarebbe un risultato gradito a Ankara. La Russia invece sostiene questa opzione. Quello che invece va bene a Erdogan è la distruzione definitiva, assoluta dei territori a est dell’Eufrate», sostiene Tastekin.
Il doppio gioco degli USA dovrebbe ulteriormente scuotere la fiducia dei curdi nei loro alleati tattici e aumentare la disponibilità per un appianamento con il governo siriano.*
Fonte
* sarebbe l'ora che la dirigenza curda recepisse e digerisse questa antifona.
11/11/2016
Raqqa: gli interrogativi curdi, il doppio gioco Usa, le pretese turche
Prosegue da alcuni giorni ormai l’offensiva lanciata da varie forze contro Raqqa, di fatto la ‘capitale’ dello Stato Islamico in Siria. Ad annunciare l’inizio dell'operazione militare ribattezzata “Collera dell’Eufrate” era stata, lo scorso fine settimana, la portavoce delle Forze Democratiche Siriane Jihan Cheikh Ahmad, a capo di una coalizione che riunisce le milizie curde e varie formazioni militari turcomanne e arabe rappresentative di alcune delle comunità che abitano il nord del martoriato paese.
«Raqqa sarà liberata grazie ai suoi figli e alle forze arabe, curde e turcomanne, eroi che combattono sotto la bandiera delle Forze Democratiche Siriane», con «la partecipazione attiva delle Unità di Protezione del Popolo (YPG), in coordinamento con la coalizione internazionale» a guida statunitense, aveva spiegato la comandante Ahmad nel corso di una conferenza stampa.
Nell’offensiva, che è riuscita finora a liberare una decina di villaggi nei dintorni della città ma che si è arenata alle porte di Raqqa, stanno partecipando circa 30 mila combattenti, per lo più inquadrati nelle Forze Democratiche Siriane, con un forte sostegno e contributo statunitense. Sul terreno stanno combattendo alcune decine di membri delle forze speciali inviate da Obama e la città è oggetto da giorni dei raid compiuti dai caccia della ‘coalizione’ a guida statunitense.
Campagna militare a parte – compresa la strage di civili compiuta ieri da un bombardamento dei caccia statunitensi – le implicazioni e le incognite riguardanti l’offensiva che potrebbe portare alla sconfitta (definitiva? difficile dirlo...) dello Stato Islamico in Siria sono numerose.
Teoricamente, come per la contemporanea offensiva contro Mosul in Iraq, tutte le forze in campo mirano a sconfiggere e a cacciare i jihadisti dall’ultima grande città che occupano nel paese. Ma la questione che divide il fronte ‘anti Isis’ è: chi deve liberare Raqqa? Chi gestirà la città dopo l’eventuale liberazione? In gioco ci sono il futuro assetto della Siria, il ruolo che alcuni paesi potranno rivendicare ad un tavolo di spartizione del Medio Oriente che prima o poi ridisegnerà i confini nati dalla divisione coloniale dei territori dell’Impero Ottomano da parte di Francia e Gran Bretagna, la formalizzazione politica e diplomatica di aree di influenza che ogni attore tenta ora di imporre direttamente o per interposta persona.
Questioni non da poco, che in questi ultimi giorni hanno creato ulteriori fibrillazioni tra le varie forze e potenze coinvolte nel conflitto, all’insegna del ‘tutti contro tutti’ che caratterizza lo scenario mediorientale. I soggetti in campo, coinvolti in vario modo, sono del resto numerosi e i rapporti reciproci sono contraddittori, le alleanze mutevoli e parziali. Il tutto in attesa di capire se Donald Trump e la sua amministrazione cambieranno in maniera significativa la politica estera di Washington nell’area oppure no. Per ora sono in troppi ad esultare – da Israele ad Assad, da Erdogan a Daesh – e sicuramente più di uno rimarrà deluso.
L’offensiva contro Daesh a Raqqa ha rinsaldato, almeno formalmente, le relazioni tra la guerriglia curda nel nord della Siria e gli Stati Uniti. Mollati quasi del tutto da Mosca che in cambio di un corridoio energetico di carattere strategico ha ripreso le relazioni con la Turchia, i curdi del Pyd tentano, stringendo i legami con l’amministrazione statunitense, di agganciarsi ad una sponda internazionale che sia in grado di rafforzare lo sforzo militare finora profuso contro i jihadisti anche fuori dal Rojava, e di controbilanciare l’intervento turco in quell’area. Un intervento che da indiretto – con il sostegno ai gruppi fondamentalisti e alle milizie turcomanne legate ad Ankara – è diventato diretto con l’invasione della Siria da parte di un consistente contingente militare accompagnato da colonne di carri armati.
Il problema è che gli Stati Uniti – coscientemente, ma anche a causa della confusione che regna a Washington – giocano su due tavoli. Da una parte l’amministrazione Obama arma i curdi e li sostiene con i raid aerei e le azioni dei propri commandos, dall’altra però appoggia anche alcuni dei gruppi armati fondamentalisti agli ordini del regime turco. Washington utilizza strumentalmente le milizie curde – così come il Pyd spera di riuscire ad utilizzare il sostegno Usa – per cercare di frenare l’invadente e irriverente protagonismo turco, ma non può non tenere conto delle pressanti richieste di un paese guidato da un regime, quello di Erdogan, che minaccia di continuo di sganciarsi dalla Nato e di ‘fare da sé’. Di fatto, per non rimanere completamente tagliata fuori da una regione del globo nel quale la sua influenza è ridotta ormai ai minimi termini, Washington è impegnata in un difficile e rischioso doppio gioco che da un lato blandisce le pretese turche e dall’altro tenta di ridimensionarle.
«Abbiamo convenuto in maniera definitiva con la coalizione internazionale che non ci sarà alcun ruolo per la Turchia o le sue forze alleate» aveva annunciato alla vigilia dell’offensiva Talal Sello, uno dei portavoce delle Forze Democratiche Siriane, parlando anche a nome dell’alleato statunitense.
E le accuse lanciate nei giorni scorsi da Ankara contro Washington sembravano confermare il quadro, col regime turco che non solo rinfacciava agli Usa di “permettere una conquista curda di Raqqa che cambierebbe gli equilibri etnici della regione” ma rivendicava un ruolo diretto nell’offensiva delle truppe che nelle scorse settimane hanno occupato centinaia di chilometri quadrati di territorio siriano scacciando i jihadisti di Daesh ma assai più spesso le milizie curde che avevano già liberato quei territori.
A cercare di togliere argomenti al regime turco la stessa comandante delle Fds, Jihan Sheikh Ahmad, aveva annunciato che dopo la liberazione Raqqa sarà amministrata da un consiglio civile e da un comitato militare composti dai rappresentanti degli abitanti e non dai liberatori.
Ma poi la visita non annunciata del capo di stato maggiore statunitense Dunford ad Ankara e il lungo incontro con il suo omologo locale Akar hanno dimostrato che Washington è assai sensibile alle pretese di Erdogan. E così in una dichiarazione ufficiale l’alto papavero Usa ha affermato che le milizie curde non entreranno nella città e che “la coalizione e la Turchia lavoreranno insieme per conquistare e governare Raqqa”. Smentendo nettamente le affermazioni del portavoce delle Fds, il curdo Talal Sello, Dunford ha aggiunto che l’operazione deve coinvolgere anche consistenti forze arabe e sunnite, a partire dal cosiddette Esercito Libero Siriano.
Una rassicurazione evidentemente insufficiente per il governo turco che ha schierato altri 80 carri armati lungo la frontiera con l'Iraq ed ha ammassato altre truppe di terra lungo quella siriana.
A dimostrazione che quelle di Dunford non erano dichiarazioni di circostanza Liwa Thuwar Raqqa, piccola milizia sunnita affiliata all’Esercito Siriano Libero, con un passato di collaborazione coi qaedisti di Al Nusra ma poi avvicinatasi alle Forze Democratiche Siriane, ha annunciato il suo disimpegno dall’offensiva militare contro Raqqa.
A soffiare sul fuoco delle contraddizioni sono in questi giorni i media arabi, in particolare quelli di proprietà saudita, che hanno il dente avvelenato ora che i gruppi fondamentalisti etero-diretti dalle petromonarchie in Iraq e Siria sono in ritirata. Se da una parte criticano aspramente il regime di Erdogan, accusato di aver abbandonato la difesa delle comunità sunnite (leggi “i gruppi jihadisti”) in nome della ricucitura con la Russia e un tentativo di parziale normalizzazione con Iran e Damasco, dall’altra parte i media di proprietà saudita puntano l’indice contro il presidente Obama, reo di aver “escluso la Turchia” dalle offensive contro Raqqa e contro Mosul a vantaggio dei curdi e degli odiati sciiti. E questo nonostante Dunford abbia platealmente assicurato il capo di stato maggiore turco, Hulusi Akar, sul fatto che né a Mosul né a Raqqa sarà permesso l’ingresso di milizie curde o sciite.
A complicare il quadro, infine, il quotidiano libanese Assafir ha parlato nei giorni scorsi di un’intesa segreta tra alcuni degli attori in campo per permettere l’ingresso a Raqqa anche delle truppe fedeli al regime siriano. Riportando le dichiarazioni di una fonte anonima delle Forze Democratiche Siriane (da prendere con le molle, ovviamente) il quotidiano Assafir ha scritto: "Sicuramente Washington ha concordato intese su Raqqa, ma la natura della battaglia e i possibili sviluppi richiedono la necessità di disegnare confini precisi per delimitare le zone di influenza degli antagonisti sul terreno. Siccome le forze del Fds non hanno la possibilità di estendere il loro controllo sul vasto territorio della provincia di Raqqa, per non parlare del fatto che non vogliono allontanarsi troppo dalla loro roccaforte (nelle zone curde siriane), l'unica forza in grado davvero di avanzare su alcune zone e controllarle è l'esercito siriano: questa necessità ha spinto verso un riconoscimento di un ruolo a Damasco in una certa fase dell'offensiva".
Sempre secondo Assafir, allo scopo di tranquillizzare Ankara, Washington avrebbe promesso ad Erdogan di permettere ad alcune milizie sunnite legate alla Turchia o addestrate dall’esercito turco di entrare a Raqqa e di controllarne una certa porzione.
Insomma, sembra scontato che la liberazione di Raqqa non farà che complicare ulteriormente un quadro già esplosivo.
Fonte
«Raqqa sarà liberata grazie ai suoi figli e alle forze arabe, curde e turcomanne, eroi che combattono sotto la bandiera delle Forze Democratiche Siriane», con «la partecipazione attiva delle Unità di Protezione del Popolo (YPG), in coordinamento con la coalizione internazionale» a guida statunitense, aveva spiegato la comandante Ahmad nel corso di una conferenza stampa.
Nell’offensiva, che è riuscita finora a liberare una decina di villaggi nei dintorni della città ma che si è arenata alle porte di Raqqa, stanno partecipando circa 30 mila combattenti, per lo più inquadrati nelle Forze Democratiche Siriane, con un forte sostegno e contributo statunitense. Sul terreno stanno combattendo alcune decine di membri delle forze speciali inviate da Obama e la città è oggetto da giorni dei raid compiuti dai caccia della ‘coalizione’ a guida statunitense.
Campagna militare a parte – compresa la strage di civili compiuta ieri da un bombardamento dei caccia statunitensi – le implicazioni e le incognite riguardanti l’offensiva che potrebbe portare alla sconfitta (definitiva? difficile dirlo...) dello Stato Islamico in Siria sono numerose.
Teoricamente, come per la contemporanea offensiva contro Mosul in Iraq, tutte le forze in campo mirano a sconfiggere e a cacciare i jihadisti dall’ultima grande città che occupano nel paese. Ma la questione che divide il fronte ‘anti Isis’ è: chi deve liberare Raqqa? Chi gestirà la città dopo l’eventuale liberazione? In gioco ci sono il futuro assetto della Siria, il ruolo che alcuni paesi potranno rivendicare ad un tavolo di spartizione del Medio Oriente che prima o poi ridisegnerà i confini nati dalla divisione coloniale dei territori dell’Impero Ottomano da parte di Francia e Gran Bretagna, la formalizzazione politica e diplomatica di aree di influenza che ogni attore tenta ora di imporre direttamente o per interposta persona.
Questioni non da poco, che in questi ultimi giorni hanno creato ulteriori fibrillazioni tra le varie forze e potenze coinvolte nel conflitto, all’insegna del ‘tutti contro tutti’ che caratterizza lo scenario mediorientale. I soggetti in campo, coinvolti in vario modo, sono del resto numerosi e i rapporti reciproci sono contraddittori, le alleanze mutevoli e parziali. Il tutto in attesa di capire se Donald Trump e la sua amministrazione cambieranno in maniera significativa la politica estera di Washington nell’area oppure no. Per ora sono in troppi ad esultare – da Israele ad Assad, da Erdogan a Daesh – e sicuramente più di uno rimarrà deluso.
L’offensiva contro Daesh a Raqqa ha rinsaldato, almeno formalmente, le relazioni tra la guerriglia curda nel nord della Siria e gli Stati Uniti. Mollati quasi del tutto da Mosca che in cambio di un corridoio energetico di carattere strategico ha ripreso le relazioni con la Turchia, i curdi del Pyd tentano, stringendo i legami con l’amministrazione statunitense, di agganciarsi ad una sponda internazionale che sia in grado di rafforzare lo sforzo militare finora profuso contro i jihadisti anche fuori dal Rojava, e di controbilanciare l’intervento turco in quell’area. Un intervento che da indiretto – con il sostegno ai gruppi fondamentalisti e alle milizie turcomanne legate ad Ankara – è diventato diretto con l’invasione della Siria da parte di un consistente contingente militare accompagnato da colonne di carri armati.
Il problema è che gli Stati Uniti – coscientemente, ma anche a causa della confusione che regna a Washington – giocano su due tavoli. Da una parte l’amministrazione Obama arma i curdi e li sostiene con i raid aerei e le azioni dei propri commandos, dall’altra però appoggia anche alcuni dei gruppi armati fondamentalisti agli ordini del regime turco. Washington utilizza strumentalmente le milizie curde – così come il Pyd spera di riuscire ad utilizzare il sostegno Usa – per cercare di frenare l’invadente e irriverente protagonismo turco, ma non può non tenere conto delle pressanti richieste di un paese guidato da un regime, quello di Erdogan, che minaccia di continuo di sganciarsi dalla Nato e di ‘fare da sé’. Di fatto, per non rimanere completamente tagliata fuori da una regione del globo nel quale la sua influenza è ridotta ormai ai minimi termini, Washington è impegnata in un difficile e rischioso doppio gioco che da un lato blandisce le pretese turche e dall’altro tenta di ridimensionarle.
«Abbiamo convenuto in maniera definitiva con la coalizione internazionale che non ci sarà alcun ruolo per la Turchia o le sue forze alleate» aveva annunciato alla vigilia dell’offensiva Talal Sello, uno dei portavoce delle Forze Democratiche Siriane, parlando anche a nome dell’alleato statunitense.
E le accuse lanciate nei giorni scorsi da Ankara contro Washington sembravano confermare il quadro, col regime turco che non solo rinfacciava agli Usa di “permettere una conquista curda di Raqqa che cambierebbe gli equilibri etnici della regione” ma rivendicava un ruolo diretto nell’offensiva delle truppe che nelle scorse settimane hanno occupato centinaia di chilometri quadrati di territorio siriano scacciando i jihadisti di Daesh ma assai più spesso le milizie curde che avevano già liberato quei territori.
A cercare di togliere argomenti al regime turco la stessa comandante delle Fds, Jihan Sheikh Ahmad, aveva annunciato che dopo la liberazione Raqqa sarà amministrata da un consiglio civile e da un comitato militare composti dai rappresentanti degli abitanti e non dai liberatori.
Ma poi la visita non annunciata del capo di stato maggiore statunitense Dunford ad Ankara e il lungo incontro con il suo omologo locale Akar hanno dimostrato che Washington è assai sensibile alle pretese di Erdogan. E così in una dichiarazione ufficiale l’alto papavero Usa ha affermato che le milizie curde non entreranno nella città e che “la coalizione e la Turchia lavoreranno insieme per conquistare e governare Raqqa”. Smentendo nettamente le affermazioni del portavoce delle Fds, il curdo Talal Sello, Dunford ha aggiunto che l’operazione deve coinvolgere anche consistenti forze arabe e sunnite, a partire dal cosiddette Esercito Libero Siriano.
Una rassicurazione evidentemente insufficiente per il governo turco che ha schierato altri 80 carri armati lungo la frontiera con l'Iraq ed ha ammassato altre truppe di terra lungo quella siriana.
A dimostrazione che quelle di Dunford non erano dichiarazioni di circostanza Liwa Thuwar Raqqa, piccola milizia sunnita affiliata all’Esercito Siriano Libero, con un passato di collaborazione coi qaedisti di Al Nusra ma poi avvicinatasi alle Forze Democratiche Siriane, ha annunciato il suo disimpegno dall’offensiva militare contro Raqqa.
A soffiare sul fuoco delle contraddizioni sono in questi giorni i media arabi, in particolare quelli di proprietà saudita, che hanno il dente avvelenato ora che i gruppi fondamentalisti etero-diretti dalle petromonarchie in Iraq e Siria sono in ritirata. Se da una parte criticano aspramente il regime di Erdogan, accusato di aver abbandonato la difesa delle comunità sunnite (leggi “i gruppi jihadisti”) in nome della ricucitura con la Russia e un tentativo di parziale normalizzazione con Iran e Damasco, dall’altra parte i media di proprietà saudita puntano l’indice contro il presidente Obama, reo di aver “escluso la Turchia” dalle offensive contro Raqqa e contro Mosul a vantaggio dei curdi e degli odiati sciiti. E questo nonostante Dunford abbia platealmente assicurato il capo di stato maggiore turco, Hulusi Akar, sul fatto che né a Mosul né a Raqqa sarà permesso l’ingresso di milizie curde o sciite.
A complicare il quadro, infine, il quotidiano libanese Assafir ha parlato nei giorni scorsi di un’intesa segreta tra alcuni degli attori in campo per permettere l’ingresso a Raqqa anche delle truppe fedeli al regime siriano. Riportando le dichiarazioni di una fonte anonima delle Forze Democratiche Siriane (da prendere con le molle, ovviamente) il quotidiano Assafir ha scritto: "Sicuramente Washington ha concordato intese su Raqqa, ma la natura della battaglia e i possibili sviluppi richiedono la necessità di disegnare confini precisi per delimitare le zone di influenza degli antagonisti sul terreno. Siccome le forze del Fds non hanno la possibilità di estendere il loro controllo sul vasto territorio della provincia di Raqqa, per non parlare del fatto che non vogliono allontanarsi troppo dalla loro roccaforte (nelle zone curde siriane), l'unica forza in grado davvero di avanzare su alcune zone e controllarle è l'esercito siriano: questa necessità ha spinto verso un riconoscimento di un ruolo a Damasco in una certa fase dell'offensiva".
Sempre secondo Assafir, allo scopo di tranquillizzare Ankara, Washington avrebbe promesso ad Erdogan di permettere ad alcune milizie sunnite legate alla Turchia o addestrate dall’esercito turco di entrare a Raqqa e di controllarne una certa porzione.
Insomma, sembra scontato che la liberazione di Raqqa non farà che complicare ulteriormente un quadro già esplosivo.
Fonte
19/09/2016
Siria: Obama bombarda la tregua. Usa in (colpevole) confusione
Quando si dice “gli apprendisti stregoni dell'imperialismo”… Dopo mesi passati a tentare di convincere la Russia a collaborare in Siria e aver portato a casa il per niente scontato risultato di una tregua di una settimana, nelle ultime ore Washington ha letteralmente bombardato il cessate il fuoco e l'accordo con la Russia.
Nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno fatto ciò che non si erano permessi – e che gli era stato impedito dal sostegno russo e cinese a Damasco – dall'inizio della cosiddetta 'guerra civile siriana'. In una serie di raid i caccia di Washington e forse di altri paesi della “coalizione internazionale anti-Isis” hanno preso di mira delle postazioni e dei convogli dell'esercito siriano nella regione di Deir Ezzor, in un'area dove le forze lealiste erano impegnate contro i jihadisti del Califfato. Il bilancio delle vittime tra i militari di Damasco sarebbe salito addirittura a 90 morti e a centinaia di feriti.
Gli Usa hanno affermato che si è trattato di un errore e hanno presentato le loro scuse al governo siriano. Ma ovviamente nessuno degli attori coinvolti nel conflitto siriano potrà fare finta di niente, e il quadro muterà ulteriormente dopo i capovolgimenti di fronte delle scorse settimane.
Possibile che i piloti dei caccia statunitensi e chi li comandava abbiano compiuto un errore così madornale e gravido di conseguenze? O quanto avvenuto ci dice che tra i comandi militari di Washington c'è qualcuno che intende mettere i bastoni tra le ruote al proprio stesso governo e provocare una riesplosione del conflitto interrompendo la seppur sospettosa collaborazione tra le due coalizioni anti jihadiste, quella a guida statunitense e quella capeggiata da Mosca? O non si tratta invece di una scientifica decisione dell'amministrazione Obama, animata da chi sa quale oscura strategia?
Fatto sta che ore le speranze che la tregua venga prolungata come inizialmente previsto sono assai scarse.
Il cessate il fuoco ormai sbriciolato, le tensioni tra Russia e Usa sono improvvisamente tornate ai massimi livelli e la già provata popolazione di Aleppo che aspettava aiuti umanitari si è vista di nuovo piovere addosso le bombe. Da Mosca si ribadisce l'accusa a Washington – “La Casa Bianca difende l'Isis!” – che ovviamente Obama respinge sdegnosamente.
Della guerra in Siria non si vede la fine. L'esercito siriano e i suoi alleati hanno ricominciato a martellare diverse aree del paese occupate dai ribelli fondamentalisti di diversa specie. Da parte loro i jihadisti dello Stato Islamico hanno rivendicato ieri l'abbattimento di un caccia siriano proprio a Dayr az Zor e la distruzione con un missile di un carro armato turco a Jakkah, nella regione di Aleppo.
E' proprio nel nord della Siria, dove si concentrano le spinte e gli interessi di numerosi attori, che nel fine settimana un episodio ha esplicitato per l'ennesima volta la confusione che regna a Washington, superpotenza in crisi di identità e in declino dal punto di vista egemonico che rincorre i contendenti locali contraddicendosi ogni due giorni e infognandosi sempre di più in un pantano da cui tutti, purtroppo, usciranno con le ossa rotte.
Gli Stati Uniti continuano a compiere raid di sostegno alle milizie curde siriane e alle altre formazioni inquadrate nelle cosiddette Forze Democratiche Siriane che oltre ai jihadisti di Daesh ora sono impegnate anche contro le truppe corazzate turche e uno stuolo di mercenari pagati e addestrati da Ankara e spacciati per l'Esercito Siriano Libero. Ma Washington sta rapidamente aumentando negli ultimi giorni il proprio sostegno anche ai ribelli 'moderati', gli stessi che Ankara utilizza per mettere i propri stivali sul terreno e il cui obiettivo principale è ricacciare indietro le Ypg curde. Di fatto Washington sostiene due schieramenti che si combattono, oggettivamente a vantaggio delle formazioni jihadiste che pure, anche se senza esagerare, l'amministrazione Obama ha deciso dopo qualche anno di tolleranza di contrastare.
Washington, dopo aver ottenuto dai curdi lo scorso anno la possibilità di utilizzare una pista d'atterraggio abbandonata dall'esercito siriano nella zona di Hasaka, ora starebbe aprendo anche una seconda base a pochi chilometri da Kobane.
Questo mentre gli Stati Uniti mandano altri 40 membri delle forze speciali a sostenere i soldati turchi e i loro servitori dell'Els; presto di “consiglieri” e di commandos da Washington ne dovrebbero arrivare ben 300, con l'obiettivo di sostenere le truppe di Ankara e i ribelli filo-turchi a contrastare l'Isis (in realtà i curdi).
Un grosso, ennesimo regalo dell'amministrazione Obama ai cosiddetti 'ribelli moderati', dopo la pioggia di milioni che sono spesso serviti ad armare e addestrare miliziani passati poi ad al Qaeda o a Daesh. Peccato che i 40 militari americani arrivati ad al-Rai, dove i turchi preparano un'offensiva verso sud, non sono stati ben accolti dai cosiddetti 'ribelli moderati', che li hanno fischiati e sommersi di slogan in particolare da alcuni gruppi definiti “più oltranzisti”, come Ahrar al-Sharqiyah e Furqat Hamza. La colonna delle forze speciali Usa, scortata da due carri armati turchi, è stata coperta di insulti e minacce – “Crociati. Morte all’America. Vi sgozzeremo” – tanto da essere costretta a ripiegare.
Poi i comandi militari turchi avrebbero tirato il guinzaglio ai loro servitori e le truppe americane sarebbero arrivate senza problemi. Ma chi glie lo spiegherà ai cittadini statunitensi, od europei, quando alcuni dei terroristi fondamentalisti addestrati, armati e stipendiati da Washington spargeranno il terrore in qualche città del nostro continente o dall'altra parte dell'oceano in nome del jihadismo?
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Nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno fatto ciò che non si erano permessi – e che gli era stato impedito dal sostegno russo e cinese a Damasco – dall'inizio della cosiddetta 'guerra civile siriana'. In una serie di raid i caccia di Washington e forse di altri paesi della “coalizione internazionale anti-Isis” hanno preso di mira delle postazioni e dei convogli dell'esercito siriano nella regione di Deir Ezzor, in un'area dove le forze lealiste erano impegnate contro i jihadisti del Califfato. Il bilancio delle vittime tra i militari di Damasco sarebbe salito addirittura a 90 morti e a centinaia di feriti.
Gli Usa hanno affermato che si è trattato di un errore e hanno presentato le loro scuse al governo siriano. Ma ovviamente nessuno degli attori coinvolti nel conflitto siriano potrà fare finta di niente, e il quadro muterà ulteriormente dopo i capovolgimenti di fronte delle scorse settimane.
Possibile che i piloti dei caccia statunitensi e chi li comandava abbiano compiuto un errore così madornale e gravido di conseguenze? O quanto avvenuto ci dice che tra i comandi militari di Washington c'è qualcuno che intende mettere i bastoni tra le ruote al proprio stesso governo e provocare una riesplosione del conflitto interrompendo la seppur sospettosa collaborazione tra le due coalizioni anti jihadiste, quella a guida statunitense e quella capeggiata da Mosca? O non si tratta invece di una scientifica decisione dell'amministrazione Obama, animata da chi sa quale oscura strategia?
Fatto sta che ore le speranze che la tregua venga prolungata come inizialmente previsto sono assai scarse.
Il cessate il fuoco ormai sbriciolato, le tensioni tra Russia e Usa sono improvvisamente tornate ai massimi livelli e la già provata popolazione di Aleppo che aspettava aiuti umanitari si è vista di nuovo piovere addosso le bombe. Da Mosca si ribadisce l'accusa a Washington – “La Casa Bianca difende l'Isis!” – che ovviamente Obama respinge sdegnosamente.
Della guerra in Siria non si vede la fine. L'esercito siriano e i suoi alleati hanno ricominciato a martellare diverse aree del paese occupate dai ribelli fondamentalisti di diversa specie. Da parte loro i jihadisti dello Stato Islamico hanno rivendicato ieri l'abbattimento di un caccia siriano proprio a Dayr az Zor e la distruzione con un missile di un carro armato turco a Jakkah, nella regione di Aleppo.
E' proprio nel nord della Siria, dove si concentrano le spinte e gli interessi di numerosi attori, che nel fine settimana un episodio ha esplicitato per l'ennesima volta la confusione che regna a Washington, superpotenza in crisi di identità e in declino dal punto di vista egemonico che rincorre i contendenti locali contraddicendosi ogni due giorni e infognandosi sempre di più in un pantano da cui tutti, purtroppo, usciranno con le ossa rotte.
Gli Stati Uniti continuano a compiere raid di sostegno alle milizie curde siriane e alle altre formazioni inquadrate nelle cosiddette Forze Democratiche Siriane che oltre ai jihadisti di Daesh ora sono impegnate anche contro le truppe corazzate turche e uno stuolo di mercenari pagati e addestrati da Ankara e spacciati per l'Esercito Siriano Libero. Ma Washington sta rapidamente aumentando negli ultimi giorni il proprio sostegno anche ai ribelli 'moderati', gli stessi che Ankara utilizza per mettere i propri stivali sul terreno e il cui obiettivo principale è ricacciare indietro le Ypg curde. Di fatto Washington sostiene due schieramenti che si combattono, oggettivamente a vantaggio delle formazioni jihadiste che pure, anche se senza esagerare, l'amministrazione Obama ha deciso dopo qualche anno di tolleranza di contrastare.
Washington, dopo aver ottenuto dai curdi lo scorso anno la possibilità di utilizzare una pista d'atterraggio abbandonata dall'esercito siriano nella zona di Hasaka, ora starebbe aprendo anche una seconda base a pochi chilometri da Kobane.
Questo mentre gli Stati Uniti mandano altri 40 membri delle forze speciali a sostenere i soldati turchi e i loro servitori dell'Els; presto di “consiglieri” e di commandos da Washington ne dovrebbero arrivare ben 300, con l'obiettivo di sostenere le truppe di Ankara e i ribelli filo-turchi a contrastare l'Isis (in realtà i curdi).
Un grosso, ennesimo regalo dell'amministrazione Obama ai cosiddetti 'ribelli moderati', dopo la pioggia di milioni che sono spesso serviti ad armare e addestrare miliziani passati poi ad al Qaeda o a Daesh. Peccato che i 40 militari americani arrivati ad al-Rai, dove i turchi preparano un'offensiva verso sud, non sono stati ben accolti dai cosiddetti 'ribelli moderati', che li hanno fischiati e sommersi di slogan in particolare da alcuni gruppi definiti “più oltranzisti”, come Ahrar al-Sharqiyah e Furqat Hamza. La colonna delle forze speciali Usa, scortata da due carri armati turchi, è stata coperta di insulti e minacce – “Crociati. Morte all’America. Vi sgozzeremo” – tanto da essere costretta a ripiegare.
Poi i comandi militari turchi avrebbero tirato il guinzaglio ai loro servitori e le truppe americane sarebbero arrivate senza problemi. Ma chi glie lo spiegherà ai cittadini statunitensi, od europei, quando alcuni dei terroristi fondamentalisti addestrati, armati e stipendiati da Washington spargeranno il terrore in qualche città del nostro continente o dall'altra parte dell'oceano in nome del jihadismo?
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24/08/2016
Il doppio gioco di Erdogan, tra est e ovest
Riproduciamo un interessante articolo di Alberto Negri sul nuovo scenario in Turchia pubblicato oggi sul Sole 24 Ore.
La destabilizzazione della Turchia obbliga Erdogan al doppio gioco tra Est e Ovest. Dopo aver sostenuto per 5 anni i jihadisti in funzione anti-Assad il presidente turco ha dovuto prima correre a fare la pace con Putin. Poi, di fronte alla sconfitta nella guerra siriana, con una recente dichiarazione del premier Binali Yildirim si è dichiarato disponibile ad accettare che l’autocrate di Damasco resti al potere per un periodo “transitorio”.
La posta in gioco per Erdogan è che non si realizzi in Siria un’entità curda che possa costituire un magnete per l’irredentismo del Kurdistan turco. Un’eventualità del genere sarebbe un colpo mortale per un presidente che si proponeva di estendere l’influenza neo-ottomana a tutto il Medio Oriente. La Russia può dare qualche garanzia e ha rinunciato, per il momento, a reclamare la presenza di curdi ai negoziati Onu sulla Siria. Anche Assad, davanti alla “buona volontà” di Erdogan, non si è tirato indietro facendo decollare i caccia a bombardare, per la prima volta dopo molto tempo, le postazioni curde.
Cosa dovrebbe fare Erdogan in cambio? Quello che Putin ha chiesto agli Stati Uniti nei negoziati per spartire le zone di influenza in Siria: far fuori i jihadisti, dall’Isis ad al-Nusra, e se possibile gran parte dell’opposizione sostenuta da Ankara e dai sauditi. La Russia e l’Iran vogliono che la Siria resti tutta intera con l’asse Nord-Sud, Aleppo-Damasco, sotto il controllo del regime alauita a protezione delle basi di Mosca.
Questo è il prezzo di una tregua e del tentativo di terminare il massacro in Siria: contenere i curdi ed eliminare un fronte islamista con un’ideologia simile a quella dell’Isis perché al-Nusra, come il Califfato, nasce da una costola di al-Qaeda. Peccato che i curdi siano una delle forze trainanti della lotta all’Isis e vengano sostenuti dall’aviazione americana mentre gli Stati Uniti hanno ispirato ai sauditi e ai turchi la mossa di al-Nusra di staccarsi da al-Qaeda per riciclare questi miliziani come jihadisti “buoni”, da utilizzare in chiave anti-iraniana e anti-russa. Chi è più spregiudicato tra Putin e gli occidentali?
Ma anche gli americani hanno il loro rompicapo: Obama esce sempre peggio dal Medio Oriente, dove ha assistito all’ascesa del Califfato con il piano non troppo nascosto di ricompensare il fronte sunnita uscito sconfitto dalla caduta di Saddam nel 2003. Non solo: dopo i problemi post-golpe con la Turchia – oscillante partner Nato dove sta per arrivare il segretario di stato John Kerry – deve salvare la faccia dei sauditi impantanati in Yemen contro gli Houthi sciiti: qui l’ex presidente Ali Abdullah Saleh, alleato dei ribelli e un tempo membro di una coalizione a guida Usa contro al-Qaeda, si è dichiarato disponibile a fornire basi a Mosca «per la lotta al terrorismo».
Si è aperto un suq a chi offre di più e di meglio: Erdogan fa il pendolo tra Est e Ovest, così come la maggior parte dei leader della regione che lottano per sopravvivere. Un giorno sostiene al-Nusra, un altro promette a Putin di neutralizzare i jihadisti, un altro ancora chiede agli Usa di cacciare i curdi da Manbij, dove hanno espugnato una roccaforte jihadista. Sono i risultati contraddittori e ambigui di una politica estera che, fallito il tentativo di abbattere Assad, presenta un conto salato in termini di sicurezza interna. I jihadisti dell’Isis erano stati corteggiati da Erdogan, l’unico ad avere negoziato direttamente con loro il rilascio dei diplomatici turchi sequestrati nel 2014 a Mosul. Lo Stato Islamico ha goduto per molto tempo della connivenza della Turchia: traffico di petrolio e di armi. In cambio i jihadisti hanno ripagato Erdogan attaccando i curdi a Kobane e mandando i kamikaze a farli fuori nelle piazze turche come avvenuto a Suruc e Ankara nel 2015. Sono stati manovrati per fare la guerra ai curdi, l’incubo di ogni stratega turco. I jihadisti ora si vendicano ma continuano a colpire i curdi come è avvenuto con il massacro alle nozze di Gaziantep e il tentativo di inviare un altro attentatore – adolescente – a Kirkuk, nel Kurdistan iracheno.
In questa geopolitica del caos i leader europei ieri sulla Garibaldi galleggiavano al largo di Ventotene, attenti a non irritare troppo i protagonisti di una destabilizzazione alle porte di casa nostra che sono anche clienti politici e partner in affari: amici o nemici a seconda di alleanze sempre più labili e mutevoli.
Sole 24 ore del 23 agosto
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La destabilizzazione della Turchia obbliga Erdogan al doppio gioco tra Est e Ovest. Dopo aver sostenuto per 5 anni i jihadisti in funzione anti-Assad il presidente turco ha dovuto prima correre a fare la pace con Putin. Poi, di fronte alla sconfitta nella guerra siriana, con una recente dichiarazione del premier Binali Yildirim si è dichiarato disponibile ad accettare che l’autocrate di Damasco resti al potere per un periodo “transitorio”.
La posta in gioco per Erdogan è che non si realizzi in Siria un’entità curda che possa costituire un magnete per l’irredentismo del Kurdistan turco. Un’eventualità del genere sarebbe un colpo mortale per un presidente che si proponeva di estendere l’influenza neo-ottomana a tutto il Medio Oriente. La Russia può dare qualche garanzia e ha rinunciato, per il momento, a reclamare la presenza di curdi ai negoziati Onu sulla Siria. Anche Assad, davanti alla “buona volontà” di Erdogan, non si è tirato indietro facendo decollare i caccia a bombardare, per la prima volta dopo molto tempo, le postazioni curde.
Cosa dovrebbe fare Erdogan in cambio? Quello che Putin ha chiesto agli Stati Uniti nei negoziati per spartire le zone di influenza in Siria: far fuori i jihadisti, dall’Isis ad al-Nusra, e se possibile gran parte dell’opposizione sostenuta da Ankara e dai sauditi. La Russia e l’Iran vogliono che la Siria resti tutta intera con l’asse Nord-Sud, Aleppo-Damasco, sotto il controllo del regime alauita a protezione delle basi di Mosca.
Questo è il prezzo di una tregua e del tentativo di terminare il massacro in Siria: contenere i curdi ed eliminare un fronte islamista con un’ideologia simile a quella dell’Isis perché al-Nusra, come il Califfato, nasce da una costola di al-Qaeda. Peccato che i curdi siano una delle forze trainanti della lotta all’Isis e vengano sostenuti dall’aviazione americana mentre gli Stati Uniti hanno ispirato ai sauditi e ai turchi la mossa di al-Nusra di staccarsi da al-Qaeda per riciclare questi miliziani come jihadisti “buoni”, da utilizzare in chiave anti-iraniana e anti-russa. Chi è più spregiudicato tra Putin e gli occidentali?
Ma anche gli americani hanno il loro rompicapo: Obama esce sempre peggio dal Medio Oriente, dove ha assistito all’ascesa del Califfato con il piano non troppo nascosto di ricompensare il fronte sunnita uscito sconfitto dalla caduta di Saddam nel 2003. Non solo: dopo i problemi post-golpe con la Turchia – oscillante partner Nato dove sta per arrivare il segretario di stato John Kerry – deve salvare la faccia dei sauditi impantanati in Yemen contro gli Houthi sciiti: qui l’ex presidente Ali Abdullah Saleh, alleato dei ribelli e un tempo membro di una coalizione a guida Usa contro al-Qaeda, si è dichiarato disponibile a fornire basi a Mosca «per la lotta al terrorismo».
Si è aperto un suq a chi offre di più e di meglio: Erdogan fa il pendolo tra Est e Ovest, così come la maggior parte dei leader della regione che lottano per sopravvivere. Un giorno sostiene al-Nusra, un altro promette a Putin di neutralizzare i jihadisti, un altro ancora chiede agli Usa di cacciare i curdi da Manbij, dove hanno espugnato una roccaforte jihadista. Sono i risultati contraddittori e ambigui di una politica estera che, fallito il tentativo di abbattere Assad, presenta un conto salato in termini di sicurezza interna. I jihadisti dell’Isis erano stati corteggiati da Erdogan, l’unico ad avere negoziato direttamente con loro il rilascio dei diplomatici turchi sequestrati nel 2014 a Mosul. Lo Stato Islamico ha goduto per molto tempo della connivenza della Turchia: traffico di petrolio e di armi. In cambio i jihadisti hanno ripagato Erdogan attaccando i curdi a Kobane e mandando i kamikaze a farli fuori nelle piazze turche come avvenuto a Suruc e Ankara nel 2015. Sono stati manovrati per fare la guerra ai curdi, l’incubo di ogni stratega turco. I jihadisti ora si vendicano ma continuano a colpire i curdi come è avvenuto con il massacro alle nozze di Gaziantep e il tentativo di inviare un altro attentatore – adolescente – a Kirkuk, nel Kurdistan iracheno.
In questa geopolitica del caos i leader europei ieri sulla Garibaldi galleggiavano al largo di Ventotene, attenti a non irritare troppo i protagonisti di una destabilizzazione alle porte di casa nostra che sono anche clienti politici e partner in affari: amici o nemici a seconda di alleanze sempre più labili e mutevoli.
Sole 24 ore del 23 agosto
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16/12/2015
È morto Licio Gelli, ideologo dei governi degli ultimi 25 anni
Uno dei personaggi più fetidi della storia d'Italia è morto ieri sera. Licio Gelli se n'è andato alla tenera età di 96 anni, probabilmente ridendo alle spalle della democrazia che – “finalmente”, diceva – era stata seppellita di fatto. Grazie anche a governi “rottamatori” che hanno concretizzato, e stanno ancora lavorando per finire l'opera, il suo “piano di rinascita democratica”. Che si può ancora leggere per chi è appassionato di storia, ma che è stato copiato pari pari dai governi degli ultimi 25 anni, dai tentativi – non perfettamente andati a segno – di Berlusconi fino alla marcia trionfale di Renzi e Boschi (casualmente di Laterina, a un tiro di schioppo da Castiglion Fibocchi, residenza abituale di Gelli).
La storia del fondatore della P2 – una loggia “deviata” solo per chi sentiva l'urgente necessità di salvaguardare l'intera massoneria italiana, dunque la casse politica quasi al completo e gran parte dei vertici dei vari apparati dello Stato – è una lista inesauribile di carognate, fin dal suo inizio: volontario nazifascista nelle guerra di Spagna, contro chi aveva vinto le elezioni e resisteva al colpo di stato di Francisco Franco.
Personaggio perennemente dietro le quinte, manovratore e “faccendiere”, non certo un leader di prima fila, è stato sempre in mezzo alle più oscure manovre che hanno minato le istituzioni repubblicane con la complicità evidente di buona parte delle stesse istituzioni.
Il meno che si possa dire è che la terra ti pesi addosso come un blocco di piombo.
Il "piano di rinascita democratica", testo completo.
La sua biografia, per come la ricostruisce Wikipedia (da ricordare sempre che le voci di questa “enciclopedia”, soprattutto per quanto riguarda i temi storico-politici, altamente conflittuali, sono spesso ostaggio di gruppi omogenei che impediscono aggiunte e correzioni ritenute incoerenti con l'assunto base del gruppo “padrone”).
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La storia del fondatore della P2 – una loggia “deviata” solo per chi sentiva l'urgente necessità di salvaguardare l'intera massoneria italiana, dunque la casse politica quasi al completo e gran parte dei vertici dei vari apparati dello Stato – è una lista inesauribile di carognate, fin dal suo inizio: volontario nazifascista nelle guerra di Spagna, contro chi aveva vinto le elezioni e resisteva al colpo di stato di Francisco Franco.
Personaggio perennemente dietro le quinte, manovratore e “faccendiere”, non certo un leader di prima fila, è stato sempre in mezzo alle più oscure manovre che hanno minato le istituzioni repubblicane con la complicità evidente di buona parte delle stesse istituzioni.
Il meno che si possa dire è che la terra ti pesi addosso come un blocco di piombo.
Il "piano di rinascita democratica", testo completo.
La sua biografia, per come la ricostruisce Wikipedia (da ricordare sempre che le voci di questa “enciclopedia”, soprattutto per quanto riguarda i temi storico-politici, altamente conflittuali, sono spesso ostaggio di gruppi omogenei che impediscono aggiunte e correzioni ritenute incoerenti con l'assunto base del gruppo “padrone”).
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