Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/07/2026

La scoperta di Gladio e l’inizio dell’attività “stragista” della Banda della uno bianca

Come abbiamo riportato, gli ultimi elementi emersi dalla nuova indagine sulla Banda dell’uno bianca, avviata nel 2024, sembrano indicare un legame piuttosto organico tra i membri della banda – quasi tutti poliziotti in servizio attivo – ed i Servizi Segreti (quelli “normali”, visto che non esistono quelli “deviati”).

Su questo, sappiamo che anche il Copasir ha aperto un fascicolo, che si spera contribuisca, insieme alle indagini giudiziarie, a far luce su una banda che terrorizzò dal 1987 al 1994 Bologna, la Romagna e le Marche, mietendo almeno 24 vittime e provocando ben più di cento feriti, in un centinaio di “azioni”.

Una sorta di super-teste, che in precedenza aveva fatto più volte dichiarazioni agli avvocati dell’associazione delle vittime della banda, per poi essere sentito in Procura, aveva rivelato che insieme a Roberto Savi – di cui era collega e con cui si confidava – si era recato a bordo di una volante, per un colloquio di “reclutamento”, presso un’azienda usata come copertura dai Servizi.

Savi aveva accolto la confidenza del collega, che voleva lasciare la routine di poliziotto in servizio alla questura di Bologna per arruolarsi nella Legione Straniera, affermando che “si poteva fare la guerra anche a Bologna”, portandolo per questo nella sede “coperta” dei Servizi.

Dalle successive rivelazioni giornalistiche, abbiamo appreso che su quella volante non erano solo in due, ma in tre.

Il terzo era Gugliotta, altro membro della banda, che da tempo aveva finito di scontare la propria condanna, recentemente “suicidatosi” in circostanze piuttosto misteriose qualche giorno dopo aver chiamato la propria legale per esprimerle il desiderio di parlarle di persona.

Particolare non di poco conto, il suo suicidio, è stato reso noto solo mesi dopo, a pochi giorni di distanza dall’intervista di Roberto Savi a Belve Crime, in cui il “capo” della banda – che ha poi deciso di fare scena muta nell’interrogatorio di fronte ai magistrati nel carcere di Bollate – aveva di fatto dichiarato che il suo gruppo era al soldo dei Servizi, dotata di coperture, soldi e basi all’estero.

Probabilmente, pensiamo noi, il “suicidio” di Gugliotta non dev’essere stato un incentivo a parlare, dopo il suo exploit televisivo.

Altro particolare, si è saputo l’anno in cui è avvenuto questo tentativo di reclutamento: 1990.

E da qui parte il nostro ragionamento.

Nel 1990, presso l’archivio della VII Divisione del Sismi – nata prima della riforma dei Servizi del ’77 come Sezione Addestramento – venne ritrovato il cosiddetto «archivio Gladio», o almeno parte di ciò che restava.

Il suo ritrovamento non è casuale, ma è dovuto alla determinazione di un giudice istruttore, in questo caso Felice Casson, che stava svolgendo indagini supplementari sulla strage di Peteano, ovvero sul massacro di tre Carabinieri con un’autobomba in provincia di Gorizia, il 31 maggio 1972, ed in particolare il depistaggio della prima inchiesta a opera dei vertici dei Carabinieri. Si tratta peraltro dell’unica strage per cui c’è un reo confesso: il fascista Vincenzo Vinciguerra.

Il magistrato veneziano scopre l’esistenza di una rete di depositi occulti di armi in Friuli, i cosiddetti «nasco».

Su questa “strage” dimenticata che ha notevoli punti in comune con le vicende della Banda della uno bianca, rimandiamo al volume di Paolo Morando, L’Ergastolano. La strage di Peteano e l’enigma di Vinciguerra.

È singolare che nonostante alcuni tratti in comune – 3 Carabinieri uccisi in un vero e proprio attentato-trappola, le piste giudiziarie quanto meno ingannevoli, le deposizioni di testi rivelatisi inaffidabili, l’incapacità (scarsa volontà) di avvalersi di alcuni indizi che avrebbero portato presto ai veri responsabili – l’attentato di Peteano non sia mai stato “confrontato” con la strage del Pilastro del 4 gennaio 1994, almeno per ciò che concerne i suoi primi e ultra-fallimentari esiti giudiziari.

Singolare anche perché anche nel caso della uno bianca, fu un Carabiniere, il depistatore seriale Domenico Macauda, che molto probabilmente non agiva “in solitaria”, a depistare le indagini sulle morti di altri uomini dell’Arma.

Altra singolare somiglianza: Macauda era stato – insieme ai suoi colleghi dell’O.A.I.O che in modo esplicito o indiretto avvaloreranno la sua versione nel depistaggio sul caso Stasi-Erriu – protagonista di una elogiata operazione repressiva nel 1986 contro il movimento antagonista a Bologna, finita in una bolla di sapone nel giro di neanche un mese, con sentenza del giudice veneziano Carlo Mastelloni.

A Peteano la prima pista d’indagine era stata “indirizzata” verso gli ambienti di Lotta Continua di Trento, allora uno degli epicentri del lungo ’68 italiano.

Ma restiamo su Gladio e le indagini di Casson.

Casson voleva capire se l’esplosivo usato a Peteano provenisse da uno di quei depositi; un’ipotesi investigativa che potrebbe far luce anche su altri attentati della “strategia della tensione”.

Chiese allora di poter accedere all’archivio del Sismi insieme al collega Carlo Mastelloni – lo stesso che nell’aprile del 1986 prese un grosso granchio arrestando i compagni del KAMO a Bologna – allora impegnato nelle indagini sull’abbattimento dell’aereo dei servizi Argo 16 nel 1973 (un’operazione compiuta dal Mossad, si seppe in seguito) che già nel 1988 aveva intuito l’esistenza della rete Stay Behind, dato che quell’aereo era stato utilizzato, tra l’altro, per i trasferimenti dei “gladiatori” nella base di addestramento di Alghero.

Sulla stampa trapelano le prime indiscrezioni, ed il 27 luglio 1990, dopo diversi dinieghi, l’allora presidente del Consiglio Andreotti autorizza Casson ad accedere agli archivi della VII Divisione del Sismi a Forte Boccea, a Roma.

Di lì a poco, giocando d'anticipo, il Divino Giulio fece una rivelazione clamorosa, cercando l’effetto boomerang su una vicenda che avrebbe potuto travolgerlo.

Coglie l’occasione offerta dall’ordine del giorno presentato da alcuni deputati dell’allora PCI che – facendo esplicito riferimento a quanto emerso nell’inchiesta Rosa dei Venti – impegna il governo a rispondere entro 60 giorni circa l’esistenza di una struttura occulta all’interno dei servizi, ovvero la famosa “organizzazione X” scoperta dal giudice Tamburino, che i giornali ai tempi avevano ribattezzato «Super Sid», o «Sid Parallelo».

Insomma, la madre di tutti i misteri legati ai Servizi del dopoguerra.

Nell’ottobre del 1990, Andreotti riconosce pubblicamente l’esistenza della cosiddetta “Gladio”, un’organizzazione segreta costituita in ambito Nato, polo italiano di una rete stay-behind presente in molti paesi dell’Europa Occidentale.

È la seconda volta, nella vita politica di Andreotti, che il navigato democristiano inscena un clamoroso gesto di trasparenza. Lo aveva già fatto nel 1974 con le rivelazioni su Giannettini e sul golpe Borghese, cercando di realizzare almeno 3 effetti politici per lui più che desiderabili:

  1. silurare Cossiga, collocandolo tra i padri di “Gladio”, come candidato concorrente al Quirinale, a cui aspirava per coronare la sua carriera e “schermarsi”.
  2. distogliere l’attenzione dal ritrovamento dell’ex base delle Brigate Rosse di via Montenevoso a Milano, contenente fotocopie dei manoscritti della prigionia di Moro, in parte inediti. Come sappiamo, da quel memoriale non emerse un’immagine edificante della classe dirigente democristiana. In particolare di Andreotti, che era stato il più accanito oppositore della trattativa che avrebbe potuto portare alla liberazione di Moro.
  3. dare in pasto all’opinione pubblica un’organizzazione ormai ridotta a “residuato bellico” della Guerra Fredda appena conclusa, facendo convergere su di essa tutti i sospetti relativi all’esistenza di strutture paramilitari e d’intelligence occulte emerse nei decenni precedenti.

In particolare per l’inchiesta sulla Rosa dei Venti, allontanando ed ostacolando, con l’ennesimo polverone mediatico, una possibile chiarificazione sulla famigerata “organizzazione X”, ammessa in sede giudiziaria dal capo del Sid Miceli nel 1974, almeno in parte sovrapponibile con i Nuclei di Difesa della Stato, cui erano collegati gli stragisti della galassia ordinovista.

Paradossalmente, la rivelazione di Gladio era il “male minore” a Guerra Fredda ormai vinta, anche se proiettava un’ombra piuttosto lunga sulla “doppia fedeltà” degli apparati dello Stato democratico (agli Usa, oltre che all’Italia).

Dopo l’accesso di Casson, la documentazione è stata oggetto di analisi per svariate procure che indagano su varie stragi, dall’Italicus a Brescia.

Sullo stato volutamente pietoso di quegli archivi dei Servizi, rimandiamo all’ultimo capitolo del volume di Benedetta Tobagi, Segreti e Lacune. Le stragi tra i servizi segreti, magistratura e governo.

Qui ci preme ricordare che entrambi i servizi usciti fuori dalla riforma del ’77 saranno, da lì a poco, al centro di due “scandali” per così dire paralleli: quello dei cosiddetti “fondi neri” del Sisde che lambì il personale politico della Prima Repubblica – in cui si scopre anche un’attività di infiltrazione dei Servizi nell’ambiente antagonista tramite un’attività economica finanziata con i soldi dei contribuenti – e quello del cosiddetto “Super-Sismi” o “Super S”.

È accertato che i vertici dei servizi provvedevano arbitrariamente al reclutamento di uomini in modo che non potessero essere ricondotti all’attività di Servizi, come nel caso del generale Musumeci dell’Ufficio Controllo e Sicurezza, il quale oltre a partecipare alle procedure di selezione, procedeva all’arruolamento diretto di personale in modalità non chiare.

Musumeci «Provvide» secondo la sentenza per l’Italicus 1994 «ad arruolare un numero imprecisato, non inferiore a trenta, di ex paracadutisti, addestrati alla guerriglia ed al sabotaggio», «creando un nucleo clandestino di offesa e di provocazione sottratto ad ogni controllo», di cui non si sapeva (e non si sa) nulla.

Insomma operazioni coperte più o meno efferate destinate a non essere mai conosciute davvero, neanche in parte, con buona pace del “controllo democratico” auspicato dalla Riforma del ‘77.

E questa è la storia recente dei servizi, per i quali il modus operandi qui appena accennato sembra sposarsi con il profilo operativo del periodo della Banda della uno bianca.

Sono gli anni, quelli della prima decade del Novanta, in cui comincia ad emergere la verità su un’altra banda – mostruosamente simile a quella della uno Bianca – che aveva agito in Belgio a metà degli Anni Ottanta, i cui effettivi probabilmente arrivavano dall’intreccio tra apparati, “eserciti segreti” della NATO ed ambienti neo-fascisti.

Ciò che colpisce è l’anno, il 1990. Soprattutto se teniamo conto della contemporaneità con le rivelazioni su Gladio da parte di Andreotti – tese in parte a depistare su ulteriori accertamenti rispetto a tutto il marcio che stavano ancora producendo i servizi (una buona parte provenienti dalle fila dell’Arma), in combutta con la dirigenza politica della Prima Repubblica – e l’inizio della “stagione delle stragi” della Banda, come l’ha giustamente definita Paolo Soglia nel Capitolo 8 di Uno Bianca Reloaded. La storia, l’inchiesta, le nuove verità.

Infatti, il 10, il 22 ed il 23 dicembre la banda compie tre stragi – solo in parte riuscite – “a sfondo razziale” in cui restano ferite 9 persone al campo nomadi di Santa Maria di Quarto, due all’Ipercoop di via De Gasperi, mentre rimangono uccise due persone e due altre ferite al campo di via Gobetti, il 23 dicembre.

Il 4 gennaio del ’91 avviene la strage al Pilastro, cui il vero movente non è ancora stato accertato, e l’anno proseguirà con una trentina di azioni criminali.

È una semplice “coincidenza temporale” il fatto che il 1990 fu l’anno del tentativo di reclutamento e che, a pochi mesi di distanza dalla rivelazione su Gladio, la strategia stragista della Banda compì un vero e proprio salto di qualità? Oppure è una “sincronia significativa”?

Chissà se le indagini giudiziarie e del Copasir avranno il coraggio di far luce anche su questo.

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08/12/2020

Giannuli - Il golpe Borghese: a 50 anni dal tentativo di colpo di Stato del 7-8 dicembre 1970

Erano gli anni della commedia all’italiana e quella vicenda è un insieme di trame eversive, pulsioni golpiste reali ed episodi tragicomici. Ma chiediamoci: ci fu davvero un reale rischio di colpo di Stato? Perchè non è mai stata chiesta una commissione di inchiesta su questa vicenda? Quale fu il ruolo di Giulio Andreotti? Seguitemi in questo approfondimento.



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25/06/2018

Il lavoro in galera

La ministra della funzione pubblica Bongiorno, che ha come massimo lustro della sua carriera la prescrizione di Andreotti, ha proposto la schedatura dei dipendenti pubblici, con impronte digitali e biometriche. Come i rom e i sinti, che devono essere censiti perché rubacchiano, i pubblici devono essere controllati come in un carcere, perché tra di essi si annidano i furbetti del cartellino.

È la società del sospetto del sopruso e della ferocia che mette tutto il lavoro in galera, senza distinzioni tra padrone pubblico e padrone privato.

La maestra Flavia Cassaro di Torino, che dopo essere stata sottoposta alle cure degli idranti e delle cariche della polizia ha inveito contro di essa, è stata licenziata. Da tutte le scuole del Regno verrebbe da dire.

L’operaio Mimmo Mignano, che insieme a altri quattro compagni ha protestato contro i suicidi dei lavoratori FIAT emarginati e bullizzati dall’azienda, ha visto il licenziamento confermato dalla Cassazione. E ora padrone e giudici vogliono indietro gli stipendi che gli operai hanno ricevuto.

La ferocia quotidiana del potere non colpisce solo poveri e migranti, ma sempre di più anche quel mondo del lavoro che una volta aveva diritti e potere. Anzi si può tranquillamente affermare che la violenza economica e di stato contro gli ultimi, costituisce solo la leva per colpire i penultimi.

È la schiavitù che avanza, presentata sempre come necessità oggettiva, banale persino, di affermare regole. Bongiorno, Salvini e Marchionne vogliono tutti affermare lo stesso principio: ordine e disciplina per Dio!

Naturalmente il potere autoritario che toglie ogni libertà al lavoro ha anche le sue preferenze ed i suoi protetti. Il carabiniere che ha detto la verità sui suoi colleghi responsabili della morte Cucchi è perseguitato dai vertici dell’Arma, mentre gli autori del crimine sono ancora tutti al lavoro. Ricchi e potenti sono blanditi, oggetto di regali, assolti preventivamente. Il potere autoritario in Italia ha sempre i tratti del potere mafioso. Che non a caso è scomparso dai proclami legge ed ordine di Salvini e compagnia.

Ogni giorno che passa veniamo abituati a considerare normale qualche orrore in più, dopo le impronte digitali ci potrebbero essere magari le tute arancioni per chi viola le regole, naturalmente solo per poterli distinguere, che diamine.

I governi precedenti nel nome del mercato hanno distrutto i diritti e il senso stesso della dignità del lavoro. Quello attuale su queste macerie vuole ricostruire il potere dell’autorità sulle persone, di ogni autorità, pubblica o privata che sia.

È come se ci sia stata una divisione dei compiti. Uno ha distrutto in basso, l’altro ricostruisce in alto. Tra governi vecchi e governo nuovo si passa il testimone di un potere ogni giorno più feroce.

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20/09/2016

Il bacio della morte: 40 anni fa nasceva il governo Andreotti con l'appoggio del Pci

29 luglio 1976. Nasce il governo Andreotti con l'appoggio decisivo del Pci. Un evento che ci spiega molto della politica per come è arrivata fino a noi


L'Italia degli anni '70 è ben documentata davanti a noi, oltretutto con miriadi di testimonianze. Non è certo poi, per capire quel periodo, problema di testimonianze dirette. Ma oggi la trasmissione generazionale della memoria ha difficoltà. Siamo, in fin dei conti, in una società che trova vecchissimo ed inutile ciò che ha appena quattro anni di vita. Eppure quanto accaduto nel 1976 e oggi dimenticato (per semplificare usiamo quell'anno come data simbolo), ci spiega molto della politica per come è arrivata fino a noi.

Ma andiamo, appunto, alla data: 29 luglio 1976. Tra i flash, in bianco e nero, dell'epoca e i servizi delle tv, sempre in bianco e nero (il colore arriverà stabilmente dal primo gennaio 1977), nasce il terzo governo Andreotti. Uno dei tanti presieduti dall'anima nera della politica italiana. C'è però una novità: quel governo Andreotti quel giorno nasce con i voti del Pci. Decisivi? Certamente. Basta vedere i risultati dello scrutinio alla Camera per il voto di fiducia: il governo Andreotti ottenne 258 voti a favore, 44 contro e 303 astensioni. Siccome il Pci dichiarò pubblicamente l'astensione, formula politica per garantire un governo di solidarietà nazionale, era evidente dal risultato della Camera che l'area del non voto era decisiva per garantire la sopravvivenza del governo Andreotti. I rapporti tra Pci ed Andreotti, tra l'altro, sono stati a lungo tutt'altro che burrascosi. Ben 27 volte, stando alle cronache, le camere non hanno dato l'autorizzazione a processare il noto leader democristiano con i voti decisivi del Pci in aula o in commissione. Questi sono i fatti, poi si può entrare nel piano dell'analisi con considerazioni magari molto diverse tra loro.

Certo, a scorrere la lista dei ministri di quel governo, che doveva giornalmente confrontarsi con il capo della diplomazia del Pci presso l'esecutivo (Giorgio Napolitano) si vede subito il dna di quell'esecutivo. C'è Franco Evangelisti, storico colonnello di Andreotti, che ammise a suo tempo le tangenti ricevute dal palazzinaro Caltagirone (la cui famiglia ha poi fatto il bello e il cattivo tempo nella seconda repubblica sia nel centrodestra sia nel centrosinistra passando dal Monte dei Paschi), personaggi che non hanno bisogno di presentazione come De Mita, Forlani, Cossiga e Scotti. Ministro della difesa, Vito Lattanzio, responsabile, un anno dopo, della scarsa vigilanza che permise la fuga di Kappler da Roma. Era una Dc che veniva da un periodo di scandali impressionante, su tangenti di ogni tipo dal petrolio alle forniture militari, rimessa in piedi e salvata dal Pci che era stato votato per esserne il maggiore antagonista. La linea di governo? Austerità, contenimento salariale, rigore e sacrifici. Fino ad arrivare alla parodia dell'abolizione di alcune feste, tra cui l‘Epifania (poi reintrodotta negli anni successivi), per incentivare la produttività. O a misure da simbolismo dell'austerità che fanno solo sorridere: Italia-Inghilterra dell'autunno 1976, allora sentitissima partita di qualificazione ai mondiali, fu giocata alle 14:30 di mercoledì senza diretta tv. Si voleva che il paese producesse, senza inutili distrazioni. Finì che il Parlamento andò allo stadio per vedere la partita mentre la gente, come negli anni '50, seguì la partita alla radio (per la cronaca vinse l'Italia 2-0).

Ma cosa aveva spinto il Pci a salvare la peggior Democrazia Cristiana di sempre, quella che finirà di saccheggiare il paese con Tangentopoli? Gladio, la minaccia di golpe o simili? No, nel 1976 sarebbero stati tutti tentativi falliti vista la forza militante delle sinistre dell'epoca. Gli Usa venivano poi dal Vietnam, guerra persa appena l'anno prima, quindi non avevano la forza politica per star dentro ad una eventuale crisi militare di prima grandezza in Italia. Viene da dire che la risposta la dovrebbero dare tutti quelli che tramandano, a sinistra, una mitologia delle mani pulite, di questo o quel big della politica di allora. Qui più che una risposta si può dare una indicazione storiografica. Già all'epoca dell'invasione di Praga, benedetta obtorto collo dal Pci, la rivista del Manifesto accusava il Pci di preparare un percorso di solidarietà nazionale come poi concretizzatosi nel 1976. Era il sessantotto, eppure il Pci era già da un'altra parte rispetto alla sinistra nata con la contestazione generale. Questo per andare verso il bacio della morte delle larghe intese con la Dc. Che preparò la fine del Pci ma anche la concertazione sindacale successiva e la politica per come l'abbiamo conosciuta all'epoca di Berlusconi. Con il governo di solidarietà nazionale, infatti, la sinistra da antisistemica era diventata sistemica. E così è rimasta. Fino alla consumazione di se stessa e del paese.

Terry McDermott - tratto dall'edizione cartacea di Senza Soste n.117 (luglio-agosto 2016)

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01/07/2016

Genova 1960. La rivolta antifascista

Il 30 Giugno 1960 Genova scendeva in piazza per respingere il tentativo fascista di svolgere il proprio congresso nella città medaglia d’oro della Resistenza: seguirono giorni di grande tensione e mobilitazione popolare in tutto il Paese, con una forte repressione poliziesca: vi furono 5 morti a Reggio Emilia, a Roma i carabinieri a cavallo caricarono i partecipanti a una manifestazione antifascista a Porta San Paolo ferendo deputati comunisti e socialisti, vi furono altri morti a Palermo e a Catania.

Alla fine di quei giorni convulsi la democrazia vinse e il governo Tambroni fondato sull’alleanza tra democristiani e fascisti fu costretto alle dimissioni e si aprì, per il nostro Paese, una pagina nuova.

Non dobbiamo dimenticare mai quegli episodi e in particolare adesso, nella più stretta attualità: in Italia è in atto, ormai da molto tempo ma ora in maniera molto più esplicita e diretta una vera e propria svolta autoritaria fondata sull’intreccio tra personalizzazione della politica e presidenzialismo.

Si tratta del frutto di vent’anni di sistemi elettorali fondati sul “maggioritario”, sulla distruzione dei partiti politici e dei corpi intermedi, lo svilimento di ruolo del Parlamento, l’affermazione in termini egemonici dell’Europa della troika e di una feroce gestione del ciclo da parte del neo-capitalismo globalizzato in un vero e proprio delirio di finanziarizzazione, in conclusione del quale le condizioni materiali di vita dei ceti popolari, il complesso dei diritti sociali, il mondo del lavoro hanno subito colpi tremendi.

Mentre ormai la politica, come dimostra bene il governo Renzi, è fatta di costruzione del consenso in precedenza all’espressione di contenuti, al punto da assomigliare molto a come si muoveva la macchina della propaganda del ventennio e si costruisce il “Partito Unico della Nazione” si sta realizzando, attraverso le riforme costituzionali e il varo di una nuova legge elettorale, una vera e propria svolta autoritaria.

Serve subito la messa in campo di una forte opposizione sociale e politica, non può – sotto questo aspetto – essere perso altro tempo: la sinistra di alternativa e di opposizione deve ritrovare subito una propria identità e una propria autonoma capacità d’iniziativa, l’esempio del Luglio ’60 allora non dovrà essere, in questa occasione, un semplice richiamo al passato ma un modello cui richiamarsi.

Occorre creare le condizioni per una forte tensione sociale cui collegare una altrettanto decisa prospettiva politica.

Occorre un’opposizione consapevole del fatto che, anche adesso, prima di tutto è in gioco la democrazia.

In questo senso l’espressione del “NO” nel referendum confermativo delle deformazioni costituzionali assumerà un’importanza strategica, paragonabile proprio a quel momento in cui, attraverso un grande moto popolare che costò sacrifici di sangue, fu respinto l’assalto di un pericoloso rigurgito fascista.

Di seguito una riflessione più approfondita al riguardo di quei fatti.

*****

30 GIUGNO 1960: LA RIVOLTA DI GENOVA E LA VITTORIA DELLA DEMOCRAZIA

Era l’Italia del 1960. Il Paese si trovava in pieno miracolo economico, ma il benessere nascondeva profonde lacerazioni socio-politiche.

Si stava provando, con fatica, a uscire dagli anni’50 e a far nascere il centrosinistra.

Un giovane democristiano, Fernando Tambroni esponente della corrente del presidente della Repubblica Gronchi, assumeva la Presidenza del Consiglio sostenuto da una maggioranza comprendente il partito neofascista, il MSI.

Quell’MSI che stava tornando alla ribalta con la sua ideologia e la sua iniziativa: quell’MSI che decise, alla fine del mese di Giugno, di tenere il suo congresso a Genova, Città medaglia d’oro della Resistenza.

L’antifascismo, vecchio e nuovo, disse di no.

Comparvero sulle piazze i giovani dalle magliette a strisce, i portuali, i partigiani.

La Resistenza riuscì a sconfiggere il rigurgito fascista.

Ma si trattò di una vittoria amara, a Reggio Emilia e in altre città la polizia sparò sulla folla causando numerose vittime.

Questi i fatti, descritti più nel dettaglio attraverso la cronologia che troverete accanto a questo articolo, accaduti in quell’intenso e drammatico inizio d’estate di cinquant’anni fa: è necessario, però, tornarvi sopra per riflettere, partendo da un dato.

Non si trattò semplicemente di un moto di piazza, di opposizione alla scelta provocatoria di una forza politica come quella compiuta dall’MSI di convocare il proprio congresso a Genova e di annunciare anche come quelle assise sarebbero state presiedute da Basile, soltanto quindici anni prima, protagonista nella stessa Città di torture e massacri verso i partigiani e la popolazione.

Si trattò, invece, di un punto di vero e proprio snodo della storia sociale e politica d’Italia.

Erano ancora vivi e attivi quasi tutti i protagonisti della vicenda che era parsa chiudersi nel 1945, ed è sempre necessario considerare come quei fatti si inserissero dentro una crisi gravissima degli equilibri politici: una crisi inserita anche in un mutamento profondo dello scenario internazionale, nei quali si muovevano i primi passi del processo di distensione ed era in atto il fenomeno della “decolonizzazione”, in particolare, in Africa, con la nascita del movimento dei “non allineati”.

Prima ancora, però, dovrebbe essere valutato un elemento, a nostro avviso, di fondamentale importanza: abbiamo già accennato all’entrata in scena di quella che fu definita la generazione “dalle magliette a strisce”, i giovani che per motivi d’età non avevano fatto la Resistenza, ma ne avevano respirata l’aria entrando in fabbrica o studiando all’Università accanto ai fratelli maggiori; giovani che avevano vissuto il passaggio dall’Italia arretrata degli anni’40-’50 all’Italia del boom, della modernizzazione, del consumismo, delle migrazioni bibliche dal Sud al Nord, di una difficile integrazione sociale e culturale.

Allora i moti del Luglio’60 non possono essere considerati semplicemente un punto di saldatura tra le generazioni, anzi rappresentavano un momento di conflitto, di richiesta di cambiamento profondo, non limitato agli equilibri politici.

Un punto di analisi, questo, non ricordato di frequente: al riguardo del quale abbiamo pensato di presentare un testo, a nostro giudizio illuminante, scritto da Raniero Panzieri e apparso, il 25 Luglio del 1960 proprio nel momento in cui i nuovi equilibri politici si andavano formando (il governo Tambroni si era dimesso e Amintore Fanfani si apprestava a varare quel ministero che Aldo Moro avrebbe definito delle “convergenze parallele”: per la prima volta, infatti, il PSI si sarebbe astenuto, come i Monarchici, sull’altro versante. Si trattava del prodromo del governo organico di centrosinistra che poi lo stesso Moro avrebbe presieduto nel Dicembre del 1963).

L’articolo di Panzieri (che non aveva ancora aperto la serie dei “Quaderni Rossi”) uscì sulla rivista della federazione torinese del PSI, “La Città” e ne riportiamo di seguito uno stralcio particolarmente significativo:

” E’ dunque necessario conquistare, al livello delle forze politiche organizzate, una consapevolezza precisa e seria del movimento reale del Paese. E per questo occorre, innanzi tutto, riconoscere i tratti del processo democratico che da lungo tempo è andato maturando nella nostra società, al di fuori, in gran parte, dalle linee e dagli obiettivi perseguiti dai partiti di sinistra. Ciò che è caratteristico di questo processo è che, nonostante la sua estraneità ai partiti, non ha per nulla i connotati tipici della “spontaneità”: il suo grado di coscienza è fortemente sottolineato dalla capacità delle giovani leve operaie di “servirsi” del sindacato unitario (soprattutto) e anche dei partiti di classe, nella stretta misura in cui la partecipazione e il sostegno delle organizzazioni operaie esistenti sono necessari all’affermazione di uno schieramento unitario di classe. Perciò l’estraneità organizzativa ai partiti di decine di migliaia di giovani operai, che sono state la punta avanzata del movimento, deve essere valutata come un rapporto di spinta, di azione critica esercitata da forze consapevoli, ora in modo chiaro, ora in forme incerte e travagliate, di rappresentare esigenze e scopi di lotta più complessi e più avanzati di quelli offerti dalle organizzazioni e di dover esercitare con la loro autonomia una pressione perché queste si adeguino ai rapporti di classe...

...Ma questi elementi possono prendere rilievo e consistenza durevole soltanto in una prospettiva politica generale. E proprio questa prospettiva è presente nell’azione dei partiti solo assai parzialmente e in modo deformato. Essa dovrebbe concretarsi nella rivendicazione di un mutamento profondo nelle strutture economiche e sociali, nella individuazione dei processi totalitari del potere, che dalla grande fabbrica si estendono a tutti i livelli del Paese, in un rifiuto del divario che l’azione capitalistica provoca e aggrava di continuo tra la realtà dei rapporti politici e le istituzioni…”

Fin qui lo stralcio dell’articolo di Raniero Panzieri: un Panzieri quasi profetico a indicare temi che poi sarebbero stati alla base delle lotte operaie del decennio, fino a sfociare nell’ “Autunno caldo” del 1969, nell’unità e nel sindacato dei “Consigli” (stava già, forse, nell’articolo citato quell’interrogativo suscitato da qualcuno, proprio a proposito del Luglio’60: ultimo episodio della Resistenza o primo vagito del ’68?).

E, ancora, quanto vale oggi il richiamo di Panzieri in un momento in cui sono attaccati direttamente i diritti fondamentali strappati con le lotte di quella stagione e che non appaiono difesi, se non soltanto da minoranze apparentemente isolate, in un dato complessivo di sfrangiamento sociale e di sostanziale atonia politica?

Interrogativi che rimandiamo all’attualità: una complessa e difficile attualità.

In quel Luglio ’60, da non considerare – ripetiamo – soltanto per i fatti accaduti in quei giorni, ma nel complesso di una fase di cambiamento della società e della politica, si aprì, ancora, a sinistra, una discussione sulla natura della DC, fino a quel momento perno fondamentale del sistema politico italiano.

Molti si chiesero, a quel momento, se dentro la DC covasse il “vero fascismo” italiano: non quello rumoroso e un poco patetico del MSI, ma quello vero; quello che poteva considerarsi il vero referente dei ceti dominanti, capace di portare al blocco sociale di potere l’apporto della piccola e media borghesia.

Il partito democristiano appariva, dunque, a una parte della sinistra, soprattutto nei giorni infuocati della repressione, come il partito che avrebbe potuto in qualunque momento rimettere in moto in Italia (ricordiamolo ancora una volta: eravamo a soli quindici anni dalla Liberazione) un meccanismo politico-sociale-repressivo-autoritario tale da dar vita a nuove esperienze di tipo fascista.

L’analisi sviluppata dal PCI togliattiano fu diversa.

Nonostante le asprezze della polemica quotidiana, il PCI aveva assunto come una delle prospettive di fondo di tutta la sua strategia (assieme a quella, prioritaria, della “legittimazione nazionale” del Partito) l’intesa con le masse cattoliche, da sottrarre al predominio moderato prevalente dal ’47 in poi (grazie alla “guerra fredda”) al vertice della DC.

Ma la prospettiva non era così ingenua: essa comportava il proposito di far emergere le forze presenti all’interno della DC, anche al vertice del partito.

In quel Luglio ’60 il PCI cercò di operare in quella direzione, e il successo dello sciopero generale, pur macchiato di sangue, si rivelò efficace e significativo anche perché dall’interno della DC si aprì finalmente un varco a quella parte del gruppo dirigente che, sulle rovine dell’esperimento Tambroni, poté riproporre con maggiore efficacia e speranza di esito positivo una soluzione diversa: quella che abbiamo già richiamato delle “convergenze parallele” e, successivamente, del centrosinistra “organico”.

Oggi, possiamo meglio valutare l’esito di quei fatti: le contraddizioni che ne seguirono, il rattrappirsi progressivo della realtà riformatrice( a partire dal “tintinnar di sciabole” dell’estate 1964, fino alla disgraziata stagione del terrorismo, aperta nel 1969 dalle bombe di Piazza della Fontana), l’assunzione, in particolare da parte del PSI ,via, via, di una vocazione “governista” sfociata nel decisionismo craxiano, nello sviluppo abnorme della partitocrazia (con il contributo di un complessivo “consociativismo” allargato all’intero arco parlamentare) e, infine, nella “questione morale” che segnò, all’inizio degli anni’90, lo sconquasso definitivo del quadro di governo.

Ebbene, proprio in quella situazione, l’implosione della DC consentì di verificare la giustezza di certe analisi: le masse DC, la gran parte dell’elettorato democristiano, in quel momento di trasformazione del sistema politico trovarono, infatti, sede politica e dirigenti in cui affidarsi in Alleanza Nazionale (l’ex-MSI diventato ormai vero e proprio soggetto di massa) e in Forza Italia (diventato subito il maggior partito italiano, dal punto di vista dei risultati elettorali).

Il che induce a pensare, anche oggi, come una analisi della DC di tipo “azionista” non risultasse del tutto errata: certo era schematica perché leggeva il presente di allora, quello degli anni’60, con le categorie del passato conosciuto negli anni’30 – ’40 (il fascismo).

In ogni caso si può affermare che nel Luglio ’60 vinse la democrazia.

CRONOLOGIA DEI FATTI
CRONOLOGIA DEI FATTI DEL LUGLIO ’60

24 Febbraio
Il Presidente del Consiglio, Antonio Segni rassegna le dimissioni

20 Marzo
Segni rinuncia all’incarico di formare un governo con l’astensione dei socialisti per l’opposizione di settori democristiani, che minacciano la formazione di un secondo partito cattolico. Con una iniziativa personale il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, affida l’incarico a Fernando Tambroni.


26 Marzo
Il governo Tambroni giura nelle mani del Capo dello Stato. Si tratta di un monocolore democristiano.

8 Aprile
Il governo Tambroni ottiene la fiducia della Camera con 300 sì e 293 no. Votano a favore DC, MSI e 4 ex monarchici, contro i deputati di tutti gli altri partiti.

I ministri Pastore e Bo e i sottosegretari Antonio Pecoraro, Nullo Biaggi e Lorenzo Spallino, tutti appartenenti alla sinistra della DC, si dimettono immediatamente per protesta, seguiti immediatamente anche dal ministro Sullo, della corrente di “base”.

13 Aprile
Fanfani che aveva ricevuto l’incarico il 14 per la formazione di un tripartito con l’appoggio del PSI, rinuncia per l’opposizione degli andreottiani e degli scelbiani, dei seguaci di Paolo Bonomi (Coldiretti) e di settori dorotei.

23 Aprile
Gronchi respinge le dimissioni di Tambroni anche su sollecitazione del segretario della DC Aldo Moro e lo invita a ripresentare il governo al Senato per completare la procedura del voto di fiducia.

29 Aprile
Tambroni ottiene la fiducia del Senato con 128 sì (DC, MSI, 1 monarchico, Raffaele Cadorna e Giuseppe Paratore) e 110 no. La direzione della DC aveva, il giorno precedente, stabilito che il governo rimanesse in carica fino al 31 Ottobre per consentire l’approvazione dei bilanci, limitandosi quindi all’ordinaria amministrazione.

21 Maggio
Un comizio del deputato del PCI Giancarlo Pajetta è interrotto a Bologna da un commissario di polizia, provocando la protesta degli intervenuti. La “celere” ferisce il deputato comunista Giovanni Bottonelli. Pajetta aveva criticato la politica estera del governo ed il commissario lo aveva interrotto e aveva ingiunto di sciogliere la riunione.

25 Giugno
A Genova si tiene un comizio contro il congresso del MSI, autorizzato da tempo dal governo, che dovrebbe cominciare il 2 Luglio al Teatro Margherita, a pochi metri dal sacrario dei caduti partigiani di via XX Settembre.

La decisione del MSI di tenere il congresso a Genova è ritenuta provocatoria, anche perché se ne vuole affidare la presidenza a Carlo Emanuele Basile, prefetto della Città nel periodo della Repubblica Sociale Italiana e responsabile di arresti e torture di partigiani.

27 Maggio
A Palermo 30 persone rimangono ferite in conseguenza dell’intervento della “celere” contro lo sciopero generale proclamato da CGIL, CISL,UIL per sollecitare misure a favore dell’economia cittadina.

28 Giugno
Una grande manifestazione si tiene a Genova, organizzata da PCI, PSI, PSDI , PRI, PR e dalle associazioni partigiane per protestare contro il congresso del MSI.

Parla Sandro Pertini che chiede il rispetto della norma costituzionale che vieta la riorganizzazione del disciolto Partito Fascista.

La CGIL proclama lo sciopero generale, e si stabilisce che a partire dal 30 Giugno i capi delle formazioni partigiane, guidate dal Presidente onorario della Corte di Cassazione Domenico Peretti Griva montino la guardia al sacrario dei partigiani caduti.


30 Giugno
Un corteo antifascista che percorre il centro di Genova è bloccato dalla polizia con il lancio di bombe lacrimogene. Rimangono ferite 83 persone. A Genova è proclamato lo sciopero generale.

Si verificano incidenti anche in altre città tra polizia e manifestanti antifascisti.

1 Luglio
La questura di Genova, su sollecitazione del Governo, propone al MSI di spostare la sede del Congresso a Nervi. Il MSI prima rifiuta, poi accetta. Viene sospeso lo sciopero.


5 Luglio
Un morto, il giovane Vincenzo Napoli e 24 feriti a Licata (AG) sono il bilancio degli scontri tra polizia e dimostranti nel corso dello sciopero generale contro la disoccupazione, guidato dal sindaco democristiano della Città.

Il Ministro dell’Interno Giuseppe Spataro intervenendo sul bilancio del suo ministero, accusa i comunisti di aver fomentato le manifestazioni di Genova e di aver scientemente perseguito una azione di forza contro il Governo e le istituzioni dello Stato.

Neofascisti incendiano a Ravenna l’abitazione del senatore Arrigo Boldrini, medaglia d’oro della Resistenza e presidente dell’ANPI.

A Milano è devastata la sede del Partito Radicale, mentre a Roma vengono lanciate bombe contro una sezione del PCI.

6 Luglio
A Roma una manifestazione antifascista a Porta San Paolo, organizzata dalle associazioni partigiane, in un primo momento autorizzata dalla questura, è proibita all’ultimo momento.

La manifestazione si tiene egualmente ed è duramente repressa dalla polizia,c eh fa uso di idranti ed interviene con le jeep ed una carica a c avallo, guidata dal futuro campione olimpico Raimondo D’Inzeo, capitano dei carabinieri.

Sono feriti diversi deputati, più gravemente il socialista Gian Guido Borghese e i comunisti Walter Audisio e Ambrogio Donini.

Sono fermati numerosi deputati del PCI e del PSI.

La DC rivolge un appello al Paese e dichiara “la sua fedeltà agli ideali della Resistenza e ai valori della libertà”.

Sono proclamati scioperi a Bologna e a Roma.

7 Luglio
A Reggio Emilia, nel corso della manifestazione di protesta che si svolge in contemporanea con tutte le altre piazze d’Italia, per i fatti di Roma la polizia uccide cinque dimostranti: Ovidio Franchi 19 anni, Lauro Ferioli 21 anni, Marino Serri 40, Emilio Reverberi 21, Afro Tondelli 20.

A Parma, Modena, Castellamare di Stabia e Napoli si registrano feriti.

Protagonisti degli scontri sono ovunque giovani che rimarranno nella memoria del Paese come “ i ragazzi delle magliette a strisce”.
La CGIL indice uno sciopero generale, al quale non aderiscono CISL e UIL.



8 Luglio
A Palermo e Catania rimangono uccise quattro persone nelle manifestazioni legate allo sciopero generale: sono Andrea Gangitano 20 anni, Francesco Vella 45, Rosi La Barbera 54, Salvatore Novembre 22

9 Luglio
I funerali delle vittime di Reggio Emilia si svolgono alla presenza del senatore Ferruccio Parri e con la partecipazione di 80.000 persone, dopo che per tutto il giorno e per tutta la notte la cittadinanza era sfilata davanti alle salme, composte nell’atrio del Teatro Municipale.

Il giorno dopo migliaia di persone presenzieranno a Palermo ai funerali delle vittime dell’8, vi parteciperanno il segretario generale della CGIL, Agostino Novella e il vicesegretario del PCI. Luigi Longo.

19 Luglio
Tambroni rassegna le dimissioni dopo un colloquio con il Presidente della Repubblica


27 Luglio
Fanfani costituisce il suo III governo,che giura al Quirinale, aveva ricevuto l’incarico il 23: si tratta di un monocolore democristiano.

3 Agosto
Il governo Fanfani ottiene la fiducia dal Senato con 126 sì, 58 no e 36 astensioni. Votano a favore DC, PSDI, PLI, contro PCI e MSI, si astengono monarchici e socialisti.

Alla Camera si voterà la fiducia il 5, la maggioranza sarà composta anche dal PRI e Comunità non presenti al Senato; il governo otterrà 310 voti a favore, 156 contro, 96 astensioni.

L’astensione dei monarchici a destra e del PSI a sinistra indurrà Aldo Moro a definire quello di Fanfani il governo delle “convergenze parallele” intendendo con ciò che i contributi di monarchici e PSI, entrambi preziosi, sono tuttavia destinati a non incontrarsi, autonomi l’uno dall’altro.

Fonte

16/12/2015

È morto Licio Gelli, ideologo dei governi degli ultimi 25 anni

Uno dei personaggi più fetidi della storia d'Italia è morto ieri sera. Licio Gelli se n'è andato alla tenera età di 96 anni, probabilmente ridendo alle spalle della democrazia che – “finalmente”, diceva – era stata seppellita di fatto. Grazie anche a governi “rottamatori” che hanno concretizzato, e stanno ancora lavorando per finire l'opera, il suo “piano di rinascita democratica”. Che si può ancora leggere per chi è appassionato di storia, ma che è stato copiato pari pari dai governi degli ultimi 25 anni, dai tentativi – non perfettamente andati a segno – di Berlusconi fino alla marcia trionfale di Renzi e Boschi (casualmente di Laterina, a un tiro di schioppo da Castiglion Fibocchi, residenza abituale di Gelli).

La storia del fondatore della P2 – una loggia “deviata” solo per chi sentiva l'urgente necessità di salvaguardare l'intera massoneria italiana, dunque la casse politica quasi al completo e gran parte dei vertici dei vari apparati dello Stato – è una lista inesauribile di carognate, fin dal suo inizio: volontario nazifascista nelle guerra di Spagna, contro chi aveva vinto le elezioni e resisteva al colpo di stato di Francisco Franco.

Personaggio perennemente dietro le quinte, manovratore e “faccendiere”, non certo un leader di prima fila, è stato sempre in mezzo alle più oscure manovre che hanno minato le istituzioni repubblicane con la complicità evidente di buona parte delle stesse istituzioni.

Il meno che si possa dire è che la terra ti pesi addosso come un blocco di piombo.

Il "piano di rinascita democratica", testo completo.

La sua biografia, per come la ricostruisce Wikipedia (da ricordare sempre che le voci di questa “enciclopedia”, soprattutto per quanto riguarda i temi storico-politici, altamente conflittuali, sono spesso ostaggio di gruppi omogenei che impediscono aggiunte e correzioni ritenute incoerenti con l'assunto base del gruppo “padrone”).

Fonte

09/05/2013

I "faldoni" di Andreotti

Tra realtà e leggenda, i dossier di un uomo politico che porta nella tomba grandi responsabilità e moltissime informazioni sulla storia recente del nostro paese, soprattutto sulle zone d’ombra.

Secondo alcune fonti l’archivio accumulato da Giulio Andreotti nei suoi sessanta anni di frequentazione del potere è depositato in un appartamento discreto in via delle Coppelle, secondo altre in un caveau blindato dell'Istituto Don Sturzo a Roma. In questa sede i principali esponenti della Dc hanno lasciato molte delle loro carte. Si tratterebbe di quasi 3.500 grandi faldoni conservati in due stanze dei sotterranei dell'Istituto che già accoglie i 1.400 faldoni di Luigi Sturzo, l'intero archivio della Dc, quello di Flaminio Piccoli, i trecento di Giovanni Gronchi e i 350 di Mario Scelba. Ma i faldoni più delicati, quelli per i palati più difficili, starebbero altrove.

L'Archivio Andreotti nel 2007 era stato definito di "interesse storico particolarmente importante". Chi lo ha visto, quello all'Istituto Don Sturzo, descrive che sulle singole scaffalature di due grandi armadi scorrevoli compaia una semplice sigla "G.A." e alcune sezioni recano la scritta "riservato" per le carte di natura personale.

Nei faldoni risultano esserci ritagli di giornali, appunti personali, documenti, alcune foto, testi dei discorsi pronunciati. Le schede sintetizzate sono collocate in due grandi classificatori tematici e legati a fatti storici rilevanti (Alleanza Atlantica, comunismo, De Gasperi ecc.). Ci sono poi 80 fascicoli dedicati agli Usa e 200 al Vaticano. Ci sono fascicoli archiviati sulla base degli anni, in particolare dovrebbe essere interessante quello sul 1978, l'anno del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro, del governo di solidarietà nazionale con il PCI e della elezione di ben due pontefici dopo la morte prima di Paolo VI e poi di Papa Luciani. Sarebbe interessante sapere se ci sono anche gli accordi bilaterali tra Italia e Usa del 1953 e poi del 1970, accordi secretati anche per il Parlamento, con i quali l’Italia ha ceduto parti del proprio territorio alle basi militari USA, inclusa la presenza di armi nucleari, accordi nei quali la funzione di Andreotti è stata decisiva e onnipresente.

Sin dal 1952, con uno dei primissimi accordi bilaterali segreti, i servizi americani ed italiani si accordarono per la costruzione della base della Gladio di Capo Marargiu in Sardegna. Si trattava "ufficialmente" di una base italiana, tuttavia progettata e pagata dagli Usa, che avrebbe ospitato, in caso di colpo di Stato (auspicato per evitare l'ingresso del PCI nell'area di governo) i personaggi considerati politicamente pericolosi (i cosiddetti enucleandi). La lista di questi "deportabili", circa seicento fra personalità della cultura e politici vicini
soprattutto al partito comunista e socialista, esiste tuttora, ma nessuno si è mai fatto carico di renderla pubblica. In maniera più che esplicita, nell'accordo italo-statunitense del cosiddetto piano Demagnetize (smagnetizzare i comunisti) si può leggere: "I governi italiano e francese non devono essere a conoscenza, essendo evidente che l'accordo può interferire con la loro rispettiva sovranità nazionale".

L’accordo principale rimane comunque il Bilateral Infrastructure Agreement (BIA) firmato il 20 ottobre 1954 dal ministro Scelba e dall’ambasciatrice statunitense Clare Booth Luce. Al governo c’era Fanfani ed Andreotti era il Ministro degli Interni. Un testo mai ratificato dal Parlamento, in palese violazione della Costituzione, e probabilmente destinato a rimanere segreto dal momento che non può essere desecretato unilateralmente dal governo italiano.

C’è poi l’accordo bilaterale firmato il 16 settembre 1972 dal governo Andreotti a proposito della base navale statunitense sull’isola di Santo Stefano, nell’arcipelago de La Maddalena in Sardegna. Relativamente al dispiegamento delle armi nucleari Usa in Italia, esiste un accordo – segreto e mai sottoposto all’esame del Parlamento – chiamato Stone Ax(Ascia di Pietra) che è stato firmato tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Lo Stone Ax è stato rinnovato nel 2001, ma la sua esistenza è venuta alla luce solo nel 2005.

Oppure sarebbero interessanti i documenti riservati e archiviati da Andreotti sugli anni tra il 1966 e il 1980, quando venne dichiarata dagli Usa e dai loro complici “atlantici” italiani la guerra a bassa intensità contro la sinistra che ha provocato molti morti, feriti, prigionieri politici, violenza di stato. Una guerra sulla quale la DC si spaccò profondamente tra chi diceva “guerra fredda si, ma guerra civile no” come Taviani e quelli che invece volevano un Italia con un regime forte come nella Spagna franchista, nella Grecia dei Colonnelli o nel Portogallo di Salazar. Andreotti era aperto a tutte le soluzioni, prevalse la prima ma non senza le contraddizioni che vennero alla luce con il sequestro Moro.

Obiettivamente avere la possibilità di scartabellare gli armadi con gli archivi di Andreotti potrebbe essere il desiderio di tutta una vita per molti di noi. Il rischio è quello di non trovare quello che si cerca veramente, magari contenuto in altri armadi, magari come quello con le ante semplicemente rivolte verso il muro situato nei sotterranei del Ministero degli Interni con i dossier sulle stragi e i criminali nazisti insabbiati ... un armadio chiuso per non creare imbarazzo nelle relazioni con la Germania.


Fonte 

Alla chiusura dell'articolo aggiungo che, non di rado, gli armadi girati verso i muri si consumano inspiegabilmente per autocombustione. 

08/05/2013

Dimenticare Andreotti

Non è difficile scorgere, con la morte di Giulio Andreotti, il fatto che il processo di mitizzazione dell’ex pluriministro e pluripresidente del consiglio abbia subito improvvisamente un’impennata.  Del resto lo stesso Andreotti, da vivo, aveva alimentato questa mitologia. Lavoratore febbrile, lettore, brillante autore di testi, divo prima letterario, poi televisivo ed infine cinematografico, fabbricante di aforismi e motti di spirito.  Tutte qualità che compongono una mitologia politica piuttosto che la biografia collettiva di generazioni di democristiani. Mitologia alla quale amici e nemici hanno concorso alla tessitura in modo paritario ed infaticabile.

Una delle chiavi di questa mitologia, tenuta cara da amici e nemici, è quella legata ai misteri d’Italia dei quali Andreotti sarebbe stato ineguagliabile detentore. E qui non bisogna confondere la logica giudiziaria, quella per la quale l’attribuzione della responsabilità è sempre invocata ma sempre incerta, con quella della storia. Non esistono i misteri d’Italia se non nella forma di carte che forse non verranno mai alla luce ma che non potranno aggiungere molto alla verità già emersa. Non c’è bisogno di ulteriori carte, magari nascoste chissà dove, per affermare con certezza che Giulio Andreotti è stato tra i massimi responsabili, nella storia della repubblica, di trame golpiste, fiancheggiamento di stragi, omicidi, speculazioni finanziarie, relazioni con la mafia e con la P2.  I fatti già emersi, pubblici e certificabili inchiodano irrimediabilmente alle sue responsabilità storiche e politiche uno dei peggiori uomini che mai siano nati nell’Italia contemporanea.

Il fatto che Andreotti sia stato anche una persona brillante getta, sicuramente, un’ombra su questa qualità in generale, ma non rappresenta certo un’attenuante. Un uomo che ha concorso ad uccidere, imbrogliare, tramare, gettando nella disperazione un paese troppo spesso scosso dalle stragi. Il mito di Giulio Andreotti, con tutto il suo portato di sedicenti misteri, non va quindi coltivato. Va proprio dimenticato. Perché la sua storia fa piuttosto parte di una più generale storia di una classe dirigente, quella della DC, che è rimasta al potere ben oltre ogni decenza ma soprattutto necessità di questo paese. Quella è la storia da studiare ben più degli aneddoti su Andreotti. La vicenda di una classe dirigente corrotta e mafiosa ma abile e accorta. Compromessa ma capace di ricavarsi a lungo un ruolo e una necessità. Classe dirigente che si è nutrita di sangue, quando l’ha ritenuto necessario, e che è persino rimpianta dai meno accorti. Classe dirigente che non dimentichiamolo, nel momento di massima difficoltà e di delegittimazione completa di un intero paese, è stata salvata dal Pci. Partito che non trovò di meglio che salvare, con voti decisivi alle camere, ben 27 volte Andreotti  dall’autorizzazione al processo. Ma qui comincerebbe un’altra storia. Di quando la sinistra salvò, con la regia di Giorgio Napolitano, Andreotti e la Dc. Ricorda qualcosa?

Ecco, meglio dimenticare Andreotti, il suo inutile folklore e concentrarsi sui veri drammi politici di questo paese. Quelli che vogliono che, in un modo o in un altro, ogni tipo di spinta a sinistra finisca per consolidare le destre specie se traballanti. E chissà che chi oggi ciancica di “traditori” finisca una volta tanto per capire che il traditore, verso il quale la storia deve emettere un verdetto senza scampo, è proprio lui. Il progressista colto, moderato, democratico della porta accanto. Altro che Andreotti che il suo mestiere di boia l’ha svolto con stile persino impeccabile.

redazione
6 maggio 2013

Fonte

06/05/2013

E' morto Giulio Andreotti. Forse

Un lancio dell'agenzia stampa Agi ha riferito per prima che Giulio Andreotti sarebbe morto. A 94 anni. Poi sono anche arrivate le conferme ufficiali.

E' difficile improvvisare un necrologio su un personaggio del genere senza dover ripercorrere la storia dell'Italia repubblicana. E per le coincidenze anche simboliche che costellano la nostra storia, se ne va proprio quando la Repubblica sta per cambiare definitivamente forma.

E' difficile anche fare un paragone con la classe politica attuale, composta per lo più di mezze figure non all'altezza della sua leggendaria gobba. Uno statista, dall'altra parte della barricata, e nemmeno il migliore del suo schieramento. Molto più considerati di lui erano infatti i due "cavalli di razza", Amintore Fanfani e Aldo Moro. Dietro di lui una schiera di terze linee, come Francesco Cossiga, Ciriaco De Mita, Antonio Segni, Mariano Rumor, ecc.
Era certamente un nemico feroce del movimento operaio e dei comunisti in genere (e non faceva certo distinzioni tra "socialismo reale" e le varie eresie degli anni '60-'70. Ma nemmeno lui fece cadere la "discriminante antifascista" fissata dalla Costituzione, anche se ci andò molto vicino in alcuni passaggi parlamentari piuottosto "arditi" per quei tempi. Oggi sembrerebbero normalità, in un parlamento che vede nella stessa maggioranza ex-fascisti ed ex-comunisti (non guardateci male; la tessera del Pci in tasca i D'Alema e i Bersani l'hanno avuta...), sotto la regia dei tecnocrati della Troika e sotto il ricatto quotidiano di un ex-piduista ora loro trainante alleato.

Era certamente il capo della corrente democristiana cui faceva riferimento la Dc siciliana, e quindi la mafia, senza se e senza ma. E quindi era anche la faccia dello Stato che manteneva nel suo cerchio magico anche la criminalità organizzata, in un rapporto sempre conflittuale, ossia "contrattato". E furono i suoi uomini in Sicilia - i Riina e i Salvo - a pagare il prezzo della incapacità, persino di Andreotti, di mantenere i patti fin lì stipulati con Cosa Nostra.

Fonte

Mi fa piacere.
L'unico rammarico è per tutto il "sapere" che finisce nella tomba insieme a lui.

21/02/2012

Tangentopoli: vent'anni di menzogne

Sono passati vent’anni da Mani Pulite eppure la cronaca giudiziaria riesce ad avere ancora la meglio sull’analisi storica dei fatti accaduti e mai pienamente chiariti. Ma la storia raccontata dai giudici non è tutta la storia di quel periodo caotico e devastante che spazzò via un’intera classe dirigente, dall’oggi al domani. I protagonisti, magistrati inquirenti e giudicanti di quella fase, tra lacrime finte e ammiccamenti alla pubblica opinione, sono tutti intervenuti sui giornali per proseguire nella mistificazione della realtà con i loro raccontini moralistici su corruzione e ruberie che divennero intollerabili ed esondarono dai confini della legalità soltanto in quel preciso momento epocale, laddove quegli stessi togati avevano chiuso gli occhi per decenni sugli abusi dei partiti essendo tutti legati a qualche santo politico al quale dovevano la loro brillante carriera.

Il pool di Milano ed i suoi antichi membri cercano ancora di oscurare la verità di una operazione internazionale che si servì della magistratura, la cui insincerità e doppiezza morale diviene più intollerabile man mano che vengono a galla retroscena sconcertanti, per curvare il destino di una nazione che stava perdendo il suo status di bastione avanzato contro il comunismo dell’est.

Tangentopoli nasce proprio in questo clima di riassestamento geopolitico seguito alla caduta dell’URSS che imponeva una modifica degli assetti interni di quegli Stati, come l’Italia ma non solo, i quali, fino a quegli eventi, avevano fatto da cuscinetto e da piazzeforti collocate in prima linea a protezione dell’Occidente, per necessità degli Usa. L’unico non unitosi al coro delle esaltazioni alla caduta del Muro di Berlino fu Giulio Andreotti il quale, evidentemente, intuì subito che quella sarebbe stata la rovina della DC e degli equilibri europei e mondiali emersi dopo la 2 guerra mondiale, i quali contemplavano la DC al centro dell’arco costituzionale italiano in funzione anticomunista. Ma osserviamoli da vicino questi insigni uomini del pool di Milano, dal principale simbolo Antonio Di Pietro ai vari Davigo, D’Ambrosio, Colombo, Borrelli ecc. ecc.

Di Pietro ebbe una carriera in magistratura davvero folgorante, da ex poliziotto un po’ 007 (si cerca ancora di capire la natura dei suoi viaggi non autorizzati alle Seychelles alle calcagna del faccendiere Francesco Pazienza ricercato dall’intelligence di mezzo mondo ( www.ilgiornale.it ) alle frequentazioni, anche da PM, delle barbe finte come attesta la famosa foto che lo ritrae insieme a Bruno Contrada (il quale sarà arrestato qualche giorno dopo il banchetto di cui si parla) ed altri soggetti della CIA ( www.corriere.it ). Tonino da Montenero di Bisaccia prende la laurea “breve” in giurisprudenza in meno di tre anni ( www.ilgiornale.it), un fulmine del diritto che dà esami difficili a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro (1). Non ci sarebbe nulla di sospetto se non fosse che Tonino litiga con l’italiano come un ragazzo delle elementari. Poi riesce ad entrare in magistratura nonostante la Commissione esaminatrice inizialmente lo escluda.

Come racconta il Presidente della stessa, il giudice Carnevale, Di Pietro fu fatto passare per motivi diversi dalla preparazione richiesta ad un futuro magistrato: «Avevo letto il curriculum di Antonio Di Pietro: era stato emigrante, si era arrabattato molto, questo mi indusse a essere clemente. Se devo pentirmi di tutto, come pretendono molti, mi pento anche di aver fatto promuovere Di Pietro. Nei concorsi per magistrati non bisognerebbe tenere conto di considerazioni pietistiche. In base all’esame però non avrebbe meritato il voto minimo che gli abbiamo attribuito…». La verità è però un’altra, qualcuno di piuttosto influente suggerì a Carnevale e agli altri componenti della Commissione di essere buoni col contadino in cerca di fortuna e di farlo “come un favore che non si può rifiutare”. I verbali della pessima prova di Tonino furono pertanto stracciati e sostituiti con altri favorevoli al candidato (leggete le dichiarazioni dei chiamati in causa: qui ).

Dunque, Il Pubblico Ministero più giusto e irreprensibile d’Italia inizia la professione con una bella spintarella. Poi c’è Gerardo D’ambrosio il cui nome è tristemente legato alla storia dell’anarchico Giuseppe Pinelli, “suicidato” il 15 dicembre ’69, da una finestra della questura di Milano. Pinelli era stato accusato della strage di Piazza Fontana in seguito ad una montatura che aveva spinto la polizia a seguire la pista dei circoli sovversivi di estrema sinistra. Pinelli però da quella Questura, dove lo stavano interrogando, uscirà soltanto morto, dopo un salto dal 4° Piano. Successivamente vi fu una inchiesta ed un processo che terminò nel 1975. Il giudice asseverò la versione secondo cui Pinelli, sotto stress per gli interrogatori subiti, “si sarebbe sentito male e, invece di accasciarsi al suolo, avrebbe spiccato un “involontario balzo” fuori dalla finestra (???)” ( www.comedonchisciotte.org).

Il famigerato “malore attivo” attribuito all’anarchico milanese fu una bella trovata, indovinate di chi? Ma di Gerardo D’Ambrosio of course, il quale adesso sostiene che il pool non fece mai politica. Peccato che il succitato venga immediatamente smentito da un’altra sua collega all’interno dell’equipe milanese, Tiziana Parenti, presto allontanata dalla squadra dei vendicatori della legge per aver osato indagare sulle tangenti del PCI. Fu proprio D’Ambrosio a suggerirle di considerare un “vagone staccato” quello degli illeciti a sinistra, ma in sostanza non si voleva toccare quella parte politica per ragioni ancora tutte da sceverare. Infatti, dopo quella breve parentesi nessuno andò più a fondo in tale direzione ( rassegna.camera.it ). Ma D’Ambrosio non s’immischia di politica e difende il ruolo imparziale della magistratura, e poco vale se, con Saverio Borrelli, si ritrovò a firmare l’appello per la candidatura di Walter Veltroni alla guida del Partito Democratico.

Quanto a Gherardo Colombo forse è l’uomo che sapeva meglio degli altri le finalità di tangentopoli. Quest’ultimo dirà al suo omologo Misiani che la competenza di Milano sulle inchieste non era una questione giuridica. E se non era una questione giuridica di che natura era allora questa competenza? Forse politica?

Infine, Camillo Davigo che ora piange per una corruzione anche più vasta di prima e che sente sprecato il suo lavoro di ripulitura della società italiana dal ladrocinio pubblico e privato. E’ così risentito Davigo che ironizza su coloro i quali hanno in mano molti elementi per adombrare l’ipotesi del complotto internazionale che lui definisce pura stravaganza. Sarà, ma se un magistrato come lui sostiene che tali episodi di corruzione non erano risaputi dimostra esclusivamente due cose incontrovertibili: o che i giudici non sapevano fare il loro lavoro oppure, molto più semplicemente, che fingessero di non vedere così tanti reati per non inimicarsi una classe dirigente non ancora indebolita dagli avvenimenti mondiali. Ma non appena quest’ultima si è ritrovata nel vortice di una vertenzialità geopolitica che le voltava le spalle, costoro, irreprensibili tutori della legge quando conviene, le hanno dato il colpo di grazia. Non vorrà mica Davigo darci a bere la favoletta secondo cui “Né i miei colleghi né io, pur avendo la percezione che i reati di concussione, corruzione, finanziamento illecito dei partiti politici e false comunicazioni sociali fossero ben più numerosi di quanto risultava dalle statistiche giudiziarie, immaginavamo le dimensioni dell’illegalità, quali emersero dalle indagini” ( www.ilquotidianoweb.it ). E come mai Mani Pulite improvvisamente si arrestò sul più bello, proprio mentre era giunto il momento di fare chiarezza sulle compartecipazioni oscure del PCI al potere consociativo, cosa che gli permetteva di entrare a piene mani nelle logiche spartitorie di quei tempi.

Noi invece pensiamo che non si era voluto coinvolgere il Partito Comunista, ormai non più tale dopo la svolta della Bolognina, per non far saltare l’intero sistema e questo, probabilmente, su consiglio degli stessi soggetti o gruppi che avevano dato il via libera ai magistrati per sferrare l’attacco alle basi dello Stato italiano. Tutti gli elementi qui elencati rafforzano la nostra convinzione circa l’esistenza di un’altra versione dei fatti che condussero a Mani Pulite. La chiameremo la versione Formica, sia perché questa sta emergendo lentamente da dietro la cortina fumogena delle versione ufficiale, sia in quanto la esplicita senza tentennamenti uno degli attori principali di quella stagione, l’ex ministro socialista Rino Formica ( rassegna.camera.it).

Costui parla di un vero colpo di Stato organizzato dalla CIA e dall’FBI in Italia subito dopo “Berlino ’89". Dice Formica: “L’intreccio tra politica, affari e partiti durava da cinquant’anni ma la questione morale diventa questione politica quando cambia la storia: fino al 1989 Italia e Germania avevano presidiato la frontiera ma con la caduta del Muro si comincia a temere per la stabilità dell’Italia”. In questa situazione i servizi segreti americani decidono che è il momento di liberarsi di gente troppo compromessa con assetti di potere ormai superati dagli eventi. Dopo mezzo secolo di cecità assoluta la magistratura riacquista improvvisamente la vista, ma Davigo ed i suoi colleghi non erano a conoscenza di tutto ciò perché probabilmente lui e gli altri vivevano su un pianeta dorato dove regnavano da sempre ordine, disciplina e bendaggi gratis per tutti i togati.

La smetta dunque di prenderci in giro e di lamentarsi dell’attuale putrefazione nazionale, perché questo è il premio ricevuto dagli italiani per aver creduto alle frottole giudiziarie di chi, volendo mondare i peccati della politica, si è liberto della seconda lasciandoci in eredità i primi quadruplicati. Ora siamo messi molto peggio di allora. Ai tempi della DC e del PSI, seppur sporche, avevamo ancora le mani per maneggiare il nostro destino.

Mani pulite ci ha segato le braccia e le gambe riducendoci ad una provincia oscura dell’impero senza più speranze. E’ dagli anni novanta che privati degli organi prensili offriamo il sedere al mondo affinché tutti, ma proprio tutti, possano prenderci a pedate sul di dietro. Bella rivoluzione del piffero!

Fonte.

Un'interpretazione davvero interessate di quegli anni, se ne potrebbe dibattere per ore e a buon senso concludere che la narrazione ufficiale, come in molti altri casi, non torna.

05/02/2012

Viaggiatori del tempo

Ogni tanto c'è bisogno di giocare. Il gioco di oggi è cambiare il passato dell'Italia. Tornare indietro nel tempo e far fallire una strage, ritardare un incontro, impedire un omicidio, far approvare, o bocciare, una legge. Non solo eventi importanti, anche situazioni apparentemente insignificanti, ma tali da causare un "effetto farfalla" come nel racconto "Rumore di Tuono" di Ray Bradbury, quell'idea che piccoli cambiamenti del passato possano produrre grandi effetti nel nostro presente. C'è solo l'imbarazzo della scelta.
La domenica del 19 luglio 1992 affittare un carro attrezzi a Palermo e spostare le auto in via D'Amelio, di fronte al palazzo dove viveva la madre di Paolo Borsellino. Antonio Caponnetto disse "Paolo aveva chiesto alla questura venti giorni prima dell'attentato di disporre la rimozione dei veicoli nella zona antistante l'abitazione della madre. Ma la domanda era rimasta inevasa. Ancora oggi aspetto di sapere chi fosse il funzionario responsabile della sicurezza di Paolo." Forse Borsellino sarebbe diventato presidente della Repubblica al posto di Napolitano. Un sogno! Il 16 marzo 1978 salire a Monte Mario, a Roma, sotto l'abitazione di Aldo Moro e costringere la sua scorta a una deviazione per evitare via Fani. L'Italia non sarebbe stata così consegnata al prescritto Andreotti, frequentatore di mafiosi e protettore di Sindona, che proprio quel giorno presentò in Parlamento il suo nuovo governo.
Se Craxi non fosse fuggito non ci sarebbe stato Berlusconi e vent'anni di berlusconismo e anti berlusconismo, mentre il Paese falliva un giorno alla volta. Tra i due la scelta è complicata, come tra un ictus e un infarto, ma Craxi non c'è più da anni e il suo discepolo è vivo e vegeto e rimarrà tra noi per chissà quanto ancora. Si potrebbe provare per vedere l'effetto che fa. Il 17 febbraio 1992 fermare all'ingresso del Pio Albergo Trivulzio di Milano l'imprenditore Luca Magni mentre porta la busta a Mario Chiesa (che venne arrestato in flagranza di reato mentre cercava di buttare nel water le banconote). Mani Pulite non sarebbe esistita. Craxi o Berlusconi? Questo il dilemma. Nell'autunno del 1998 sequestrare Prodi e nasconderlo in una buca della Sila per impedire l'ingresso nell'Euro. Il 27 ottobre 1962 a Catania obbligare il pilota di Mattei a ispezionare l'aereo Morane-Saulnier MS-760 Paris in seguito esploso in volo per una bomba. Avremmo mandato a fanculo le Sette Sorelle per il Cane a Sei Zampe e forse la Storia del Medio Oriente sarebbe stata migliore.
Cosa cambiereste come viaggiatori del tempo?

Fonte.

13/12/2011

Dicembre '69/'70

Il 25 Aprile 1969 con le bombe che esplosero a Milano (nello stand della Fiat alla fiera campionaria) gli italiani entarono in una nuova quanto nefasta fase storica trovandosi improvvisamente faccia a faccia con il terrorismo nero, che perdurerá per piú di 10 anni. L'anno prima era stato il '68 con le rivolte studentesche in tutto il mondo, in seguito era venuto l'Autunno Caldo con le lotte operaie e le rivendicazioni di condizioni lavorative migliori.
Di fatto la saldatura tra il movimento studentesco e quello operaio, crearono in Italia un nuovo soggetto politico al momento autonomo, destabilizzando l'assetto politico e sociale dell'Italia. Nello stesso anno le trame nere svilupparono il loro attacco piazzando bombe su numerosi treni , fino ad arrivare a quel maledetto 12 dicembre 1969 e la strage di piazza Fontana iniziando di fatto una vera e propria guerra criminale e segnando l'inizio del terrore stragista di stampo fascista. Il bilancio di questa assurda giornata fu di 27 morti e 88 feriti. Il resto della storia purtroppo é risaputo, dalla favoleggiante teoria che a compiere gli attentati furono gli anarchici Pinelli e Valpreda, sino ad accertare con certezza assoluta che la strage di piazza fontana fu opera dell'eversione nera.
Da qualche parte nell'estrema sinistra si ricavò dagli attentati, specie quello di piazza Fontana, materiale più che sufficiente per alimentare il sospetto e la paura di un rischio di "golpe neofascista". La strage, intesa anche come un atto di guerra contro le lotte e il movimento del Sessantotto, spinse le tensioni sociali che alimentavano la protesta di sinistra ad assumere più intensamente forme eversive e rivoluzionarie. Tutti questi attentati facevano indubbiamente parte di un "qualcosa" di concertato e oscuro, di cui già si percepiva la potenza, insomma l'inizio di un piano criminale ben organizzato. E proprio le stragi nere del periodo 1969-1974 non sono state altro che piccoli tasselli di un grande mosaico cospiratorio e golpista, oltre che criminale.Il periodo che va dal 1969 al 1974 rappresenta l'inizio della "strategia della tensione" operata dalla manovalanza del terrorismo nero.
Ci fu indubbiamente un rapporto previlegiato da parte degli estremisti di destra con una parte del potere e parallelamente anche una profonda attivitá di copertura da parte dei servizi segreti italiani e della cia che era arrivata persino ad infiltrare in formazioni eversive della destra alcuni suoi uomini. In tutto questo calderone di rapporti ambigui tra lo stato, i suoi servi e l'eversione nera si colloca un episodio a dir poco sconcertante, il nuovo tentativo di colpo di stato, (dopo quello progettato dal generale de Lorenzo), colpo di stato guidato da Valerio Junio Borghese ex comandante fascista della "Decima Mas", durante la Repubblica di Saló.
borghese.jpgIl piano golpista chiamato "Piano Tora Tora" ha inizio nella tarda serata del 7 dicembre del 1970 nella cosidetta notte dell'Immacolata , quando gruppi di militanti dell'estrema destra , militari e civili si radunano in luoghi di strategica importanza come il Ministero degli Interni, il Ministero della Difesa, la sede della televisione italiana, gli impianti telefonici e di radiocomunicazione, il piano inoltre comprende l'elenco delle persone da arrestare e il luogo della loro deportazione ed il proclama alla Nazione da leggere in diretta televisiva.
Questo manipolo di uomini era stato riunito da Borghese sotto la sigla Fronte Nazionale in stretto contatto con Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale la sua costituzione era stata redatta sin dal 1968 con un regolarissimo atto notarile, le finalità erano quelle di "perseguire qualsiasi azione utile alla difesa e al ripristino dei massimi valori della civiltà italiana". A partire dal 1969, il Fronte Nazionale del principe Borghese aveva favorito la fondazione di gruppi clandestini armati, aveva stretto relazioni con uomini e settori delle Forze Armate, aveva coltivato rapporti con faccendieri e intermediari collegati all'amministrazione statunitense ed ai comandi Nato..
Proprio quando l'epilogo della vicenda si stava per compiere ovvero quando Borghese si apprestava a leggere il proclama alla nazione dell'avvenuto colpo di stato , lo stesso Borghese ricevette l'ordine di sospendere l'operazione e di rientrare, riconsegnando le armi, chi dette quell'ordine Borghese non ce lo ha mai detto e solo un anno e mezzo dopo l'Italia inizió a sapere quello che era successo quella notte del 7 Dicembre 1970. Borghese sparí misteriosamente dall'Italia e rifugió in Spagna dove durante una perquisizione nel 1974, venne rinvenuto morto. Dopo innumerevoli insabbiamenti e manovre politico giudiziare da maestri, lo stato fece passare l'episodio come una "manifestazione eclatante,ostile di per sé inidonea a realizzare l'evento previsto", la magistratura assolse tutte e 78 le persone coinvolte "perché il fatto non sussiste".
Di quanto accadde a Roma in quella notte dell'Immacolata del 1970 una sola cosa è certa: i servizi segreti sicuramente sapevano. Lo proverà la documentazione che Andreotti consegnerà alla magistratura romana soltanto cinque anni dopo. La Strategia della Tensione abbraccia e divora, quindi, un ben definito periodo della storia dell'Italia repubblicana. Ma il mistero delle sue trame è ancora praticamente integro.

23/09/2011

Quando il bue dice cornuto all'asino.

“Se il Parlamento è vivo la democrazia è certa, se il Parlamento è povero o pezzente, come oggi, allora c’è da dubitare molto che ci sia democrazia”. L’analisi impietosa è di Oscar Luigi Scalfaro ed è un passaggio della videointervista che è stata realizzata da Stefano Rodotà e trasmessa questa sera per la prima giornata del Festival del Diritto, a Piacenza fino a domenica.

“Chi ha fatto parte dell’Assemblea Costituente ha mantenuto nella carne viva il marchio della Costituzione – ha detto ancora l’ex presidente della Repubblica – noi avevamo, vorrei dire quasi naturalmente, per essere stati all’Assemblea Costituente il senso del Parlamento, della democrazia parlamentare. La Dc ebbe il culto del Parlamento. Il Parlamento come marchio di fabbrica di una democrazia, indice di quanto la democrazia è entrata dentro il Paese, starei per dire di come la democrazia si è incarnata nelle persone. Oggi guardare il Parlamento è una desolazione gravissima. Oggi purtroppo si può sostenere che la democrazia è defunta e defunta malamente”.

E rispondendo a una domanda sullo stato della moralità pubblica, Scalfaro ha rincarato: “Leggendo le cronache dei giornali, sembra che ogni giorno nascano a centinaia i nuovi profittatori, i nuovi ladri, le persone che nel momento in cui si avvicinano a un incarico, a una responsabilità, pensano per prima cosa a rubare, a tradire. Una cosa che fa spavento. La corruzione dilaga come una peste bubbonica”.

A commentare la video intervista, durante la tavola rotonda “I valori della Costituzione”, anche Rosy Bindi: “Siamo in una situazione molto complicata perché questo è un Parlamento di nominati sottoposto alla dittatura della maggioranza”. Una maggioranza che, prosegue la Democratica, “impone numeri e con i numeri decide anche contro il rispetto fondamentale delle regole. C’ è un parlamentare che ha approfittato dell’istituto dell’immunità per assicurarsi impunità e questa è una ulteriore prova che c’è qualcuno meno uguale degli altri davanti alla legge”.

Fonte.

Mancava giusto Scalfaro sul palco del teatrino di vacche sacre bollite che fanno invettive sulla democrazia dopo aver contribuito a sfasciarla.
Assistere all'esaltazione di un 90enne che rivendica il culto del Parlamento da parte della DC e sputa sentenza su ladri e approfittatori avendo alle spalle un decennale carriera politica a fianco dei peggiori personaggi della prima repubblica (Andreotti e Craxi) va oltre lo spavento, fa proprio vomitare!
Auspico anche per Scalfaro un fulmineo trapasso, prima va a far compagnia a Cossiga meglio sarà per tutti.