Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/12/2020

Lotte operaie, lotte contadine, repressione poliziesca

Il volume di Franzinelli e Giacone “1960 L’Italia sull’orlo della guerra civile” (Mondadori) racconta la storia dell’ascesa al potere di Fernando Tambroni e la fasi difficili e complicate attraversate dal sistema politico italiano nella fase della ricostruzione post – bellica fino ai “fatti” del luglio 1960.

In quel momento il tributo di sangue pagato dal popolo italiano in difesa della democrazia antifascista segnò un vero e proprio spartiacque tra l’immediato dopoguerra è l’ avvio del “miracolo economico” con la gestazione del centro – sinistra.

Il libro di Franzinelli e Giacone ricorda un passaggio fondamentale nella storia della Repubblica, un passaggio che non può essere dimenticato: fin dal periodo di approvazione della Costituzione Repubblicana e poi di immediata negazione dei principi in essa contenuti da parte dei governi centristi a egemonia democristiana, la lotta sociale e politica nel nostro Paese è stata contrassegnata da una forte repressione poliziesca.

Tambroni succedette a Scelba come ministro dell’Interno a metà degli anni’50 ma è importante sapere che fin dall’immediato dopoguerra la polizia interveniva brutalmente per proibire o reprimere manifestazioni o proteste.

Distribuire volantini o affiggere manifesti antigovernativi poteva costare l’arresto.

L’oratore che in un comizio non si fosse attenuto all’argomento prefissato, per il quale era stata concessa l’autorizzazione veniva ammonito e poi interrotto da un commissario di PS, mentre gli agenti disperdevano la folla con la forza.

Scelba resse il Ministero dell’Interno per 2345 giorni ed è necessario rimanga associato nella memoria del Paese a contrapposizioni luttuose, in una guerra di classe ad alta intensità condotta con la Celere e altri corpi repressivi dello Stato.

Nel novembre 1947 (a maggio si era conclusa la stagione dei governi di solidarietà antifascista con l’uscita di PCI e PSI dal ministero), con l’uccisione di cinque braccianti durante lo sciopero generale di Puglia e Basilicata, iniziò uno stillicidio di vittime, per lo più contadini e operai, in operazioni di ordine pubblico nelle quali la polizia viene schierata a sostegno di latifondisti e imprenditori.

Una striscia di sangue tracciata al Sud come al Nord che accompagnerà la vita pubblica italiana fino – appunto – ai fatti del luglio ‘60 appena sopra ricordati.

I comunisti venivano epurati dai posti direttivi della Pubblica Amministrazione e gli esponenti dei partiti di sinistra dipendenti dai Ministeri dell’Interno e della Difesa licenziati in tronco.

Erano i tempi di Gladio e del “progetto di difesa democratica” elaborato dalla Direzione della DC in collegamento con la Protezione Civile: un disegno di legge che poi sarà abbandonato nel giugno 1958 e fatto decadere alla fine della legislatura.

Il clima era dunque da “caccia alle streghe” e i funzionari di polizia accusati di illegalità furono difesi in Parlamento osservando come se, nei casi di repressione violenta con morti e feriti, si trattasse di “dolorosi incidenti”.

Vale allora la pena, per meglio descrivere la situazione dell’epoca ricordare due interventi parlamentari riportandone di seguito alcuni stralci contenuti nel già citato testo di Franzinelli e Giacone.

Il primo intervento è di Francesco De Martino, deputato socialista, futuro segretario del partito e vice-presidente del Consiglio nei primi anni ’70.

Nella seduta della Camera dei Deputati del 20 gennaio 1956 l’illustre parlamentare socialista (professore di diritto romano) esclama:

“L’indirizzo generale è quello di coprire tutti i fatti che vengono commessi, e non vi è esempio di un provvedimento solo adottato dall’autorità dello Stato a carico dei responsabili; sicché in definitiva, i colpevoli sono coloro che vengono fatti segno alle fucilate della polizia”.

In occasione dell’eccidio di San Donaci (Brindisi) dove una protesta di viticoltori si era conclusa con tre morti (due dei quali iscritti alla DC) il deputato comunista Giorgio Napolitano, nella seduta della Camera del 24 settembre 1956, intervenne con grande durezza.

Di seguito l’avvio dell’intervento del futuro presidente della Camera, Ministro dell’Interno e Presidente della Repubblica:

“Noi siamo arrivati all’assurdo di udire il ministro dell’Interno dichiararci, confermarci che sul luogo dell’eccidio, quando si è sparato c’erano l’ispettore generale di pubblica sicurezza, il questore, il comandante dei carabinieri, il tenente della polizia stradale, e poi raccontarci che, quando egli ha voluto accertarsi se si poteva o meno evitare la sparatoria, lo ha domandato proprio all’ispettore generale di pubblica sicurezza, al questore, al comandante dei carabinieri, al tenente della polizia stradale, tutti legati da una evidente omertà di fronte all’eccidio dei lavoratori di San Donaci. Ebbene onorevoli colleghi è una vergogna che vengano citati alla Camera dei Deputati come testi degni di fede uomini che dovrebbero essere interrogati come imputati di omicidio di tre pacifici lavoratori e cittadini”.

Oggi è necessario che siano ricordati questi drammatici passaggi succedutisi nel processo di ricostruzione democratica della Repubblica.

Un ricordo che deve servire non tanto e non solo per ricordare colpe e/o responsabilità ma per dare finalmente atto alle classi lavoratrici del nostro Paese dei sacrifici imposti da una forza repressiva che, colte le occasioni fornite dalle proteste per le condizioni di miseria che agivano da propellente per la rivendicazione di migliori condizioni di vita, si muoveva per eliminare ogni capacità di protesta da parte dei sindacati e della sinistra.

Si può ben affermare che la democrazia italiana, negli anni del centrismo, fosse una “democrazia dimezzata”.

Si tratta di un pezzo della nostra storia di cui non può essere tralasciata la memoria proprio nel momento in cui, oggi, si rivendica il ruolo avuto dall’applicazione della Costituzione Repubblicana come fattore di crescita sociale e democratica in un’Italia che solo apparentemente sembra lontana nel tempo.

Fonte

29/06/2019

Luglio 1960


La necessità di rinnovare con costanza la memoria storica del nostra Paese si colloca ben oltre alla discussione sul neofascismo rampante nella difficile situazione dell’Italia di oggi.

Per questo motivo è più che mai valida la ricostruzione storica (pur eseguita in maniera assolutamente sommaria) di ciò che accadde tra la fine di giugno e il luglio del 1960: cinquantanove anni fa.

Era l’Italia del 1960. Ci si trovava in pieno miracolo economico, ma il benessere nascondeva profonde lacerazioni politiche e sociali.

Si stava provando, con fatica, a uscire dagli anni’50 e a far nascere il centrosinistra.

Un giovane democristiano, Fernando Tambroni esponente della corrente del presidente della Repubblica Gronchi, assumeva la Presidenza del Consiglio sostenuto da una maggioranza comprendente il partito neofascista, l’MSI.

Quell’MSI che stava tornando alla ribalta con la sua ideologia e la sua iniziativa, quell’MSI che decise, alla fine del mese di Giugno, di tenere il suo congresso a Genova, Città medaglia d’oro della Resistenza.

L’antifascismo, vecchio e nuovo, disse di no.

Comparvero sulle piazze i giovani dalle magliette a strisce, i portuali, i partigiani.

La Resistenza riuscì a sconfiggere il rigurgito fascista.

Ma si trattò di una vittoria amara, a Reggio Emilia e in altre città la polizia sparò sulla folla causando numerose vittime.

Questi i fatti, accaduti in quell’intenso e drammatico inizio estate di cinquantanove anni fa: è necessario, però, tornarvi sopra per riflettere, partendo da un dato.

Non si trattò semplicemente di un moto di piazza, di opposizione alla scelta provocatoria di una forza politica come quella compiuta dall’MSI di convocare il proprio congresso a Genova e di annunciare anche come quell’assise sarebbe stata presieduta da Basile, soltanto quindici anni prima, protagonista nella stessa Città di torture e massacri verso i partigiani e la popolazione.

Si trattò, invece, di un punto di vero e proprio snodo della storia sociale e politica d’Italia.

Erano ancora vivi e attivi quasi tutti i protagonisti della vicenda che era parsa chiudersi nel 1945, ed è sempre necessario considerare come quei fatti si inserissero dentro una crisi gravissima degli equilibri politici.

Una crisi inserita anche in un mutamento profondo dello scenario internazionale, nel quale si muovevano i primi passi del processo di distensione ed era in atto il fenomeno della “decolonizzazione”, in particolare, in Africa, con la nascita del movimento dei “non allineati”.

Prima ancora, però, dovrebbe essere valutato un elemento di fondamentale importanza: si è già accennato all’entrata in scena di quella che fu definita la generazione “dalle magliette a strisce”, i giovani che per motivi d’età non avevano fatto la Resistenza, ma ne avevano respirato l’aria entrando in fabbrica o studiando all’Università accanto ai fratelli maggiori; giovani che avevano vissuto il passaggio dall’Italia arretrata degli anni’40-’50 all’Italia del boom, della modernizzazione, del consumismo, delle migrazioni bibliche dal Sud al Nord, di una difficile integrazione sociale e culturale.

In questo senso i moti del Luglio ’60 non possono essere considerati semplicemente un punto di saldatura tra le generazioni, anzi rappresentavano un momento di conflitto, di richiesta di cambiamento profondo, non limitato agli equilibri politici.

In quel Luglio ’60, da non considerare – ripetiamo – soltanto per i fatti accaduti in quei giorni, ma nel complesso di una fase di cambiamento della società e della politica, si aprì, ancora, a sinistra, una discussione sulla natura della DC, fino a quel momento perno fondamentale del sistema politico italiano.

Molti si chiesero, a quel momento, se dentro la DC covasse il “vero fascismo” italiano: non quello rumoroso e un poco patetico del MSI, ma quello vero; quello che poteva considerarsi il vero referente dei ceti dominanti, capace di portare al blocco sociale di potere l’apporto della piccola e media borghesia.

Il partito democristiano appariva, dunque, a una parte della sinistra, soprattutto nei giorni infuocati della repressione, come il partito che avrebbe potuto in qualunque momento rimettere in moto in Italia (ricordiamolo ancora una volta: eravamo a soli quindici anni dalla Liberazione) un meccanismo politico–sociale repressivo e autoritario tale da dar vita a nuove esperienze di tipo fascista.

L’analisi sviluppata dal PCI togliattiano fu diversa.

Nonostante le asprezze della polemica quotidiana, il PCI aveva assunto come stella polare di tutta la sua strategia l’intesa con le masse cattoliche, da sottrarre al predominio moderato prevalente dal ’47 in poi (grazie alla “guerra fredda”) al vertice della DC.

Ma la prospettiva non era così ingenua: essa comportava il proposito di far emergere le forze presenti all’interno della DC, anche al vertice del partito.

In quel Luglio ’60 il PCI cercò di operare in quella direzione, e il successo dello sciopero generale, pur macchiato di sangue, si rivelò efficace e significativo anche perché dall’interno della DC si aprì finalmente un varco a quella parte del gruppo dirigente che, sulle rovine dell’esperimento Tambroni, poté riproporre con maggiore efficacia e speranza di esito positivo una soluzione diversa: quella che abbiamo già richiamato delle “convergenze parallele” e, successivamente, del centrosinistra “organico”.

Oggi, a cinquantanove anni di distanza, possiamo meglio valutare l’esito di quei fatti: le contraddizioni che ne seguirono, il rattrappirsi progressivo della realtà riformatrice (a partire dal “tintinnar di sciabole” dell’estate 1964, fino alla disgraziata stagione del terrorismo, aperta nel 1969 dalle bombe di Piazza della Fontana), l’assunzione, in particolare da parte del PSI, via, via, di una vocazione “governista” sfociata nel decisionismo craxiano, i limiti di puro politicismo insiti nella strategia berlingueriana del “compromesso storico”, nello sviluppo abnorme di quella che già dagli anni’50 Maranini aveva definito come partitocrazia (con il contributo di un complessivo “consociativismo” allargato all’intero arco parlamentare) e, infine, nella “questione morale” che segnò, all’inizio degli anni’90, lo sconquasso definitivo del quadro di governo in coincidenza con la caduta del muro di Berlino (sulla quale furono commessi errori di valutazione enormi) e l’avvio, con il trattato di Maastricht, della logica monetarista anti-democratica di gestione dell’Unione Europea sul modello reaganian-tachteriano della crescita delle diseguaglianze economiche e sociali fino alla drammatica attualità che stiamo vivendo in un quadro esaltato da un insieme di valori negativi.

Forse luglio ’60 rappresentò uno degli ultimi passaggi utili per contrastare radicalmente questo processo di involuzione e riproporre alcune radici di fondo della prospettiva resistenziale ma è necessario ammettere, anche in un momento di rievocazione importante come l’attuale, che quel messaggio non fu completamente colto.

Fonte

07/07/2017

7 luglio 1960. Cinque assassinati dalla polizia a Reggio Emilia


7 Luglio 1960- 7 Luglio 2017 – Strage di Reggio Emilia

“Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli, e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli dovremo tutti quanti aver d’ora in avanti voialtri al nostro fianco per non sentirci soli. Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa fuori a cantar con noi Bandiera Rossa!”

Questa vicenda accaduta allora, mi tocca profondamente e sapete, io mi vergogno,leggendo di queste morti assurde, di come è ridotta la nostra Italia. Loro sono morti anche per noi, per difendere i diritti dei lavoratori, in una manifestazione pacifica, uccisi da colpi di arma da fuoco da un Governo con profonde matrici fasciste. No, non si può morire così. Se vi guardate bene intorno, la situazione è la stessa. Bisogna fare qualcosa, bisogna fermare questo fascismo dilagante!

Ovidio Franchi, il più giovane, 19 anni. La testimonianza di suo fratello:

“Ma lo posso dire che non si può morire in piazza a 19 anni? Sì, lo posso dire? Allora lo voglio urlare.

Io Ovidio Franchi, di anni 19, apprendista, segretario della FGCI del Circolo “La Cirenaica” lo urlo. Non si può! Non si può andare in piazza e morire. Come non si può che nessuno abbia mai pagato. Non è giusto, non è morale. Non può succedere in una democrazia.

E’ da quella giornata di luglio che mi gira in testa questo urlo. Mi esce dal cuore, mi esce dai polmoni, ma non ho più voce. Ci ha pensato una pallottola a spegnerla. Una pallottola sparata da chi doveva garantire l’ordine pubblico.

E, invece, si sono messi a fare tiro a segno. In una piazza dove la gente dovrebbe parlare, cantare, baciarsi, passeggiare, sognare, guardare le nuvole. Reggio Emilia, il 7 luglio 1960.

Ero andato lì con mio fratello. E con noi tantissimi altri giovani. Troppi per chi ci vuole schiavi della paura e della noia. La storia la sapete. La racconta anche una canzone. “Sangue del nostro sangue, nervi di nostri nervi... ” La cantano tutti gli anni. Voi, però, questa volta non cantate. Urlate. Perché non si può. Non si può!

Aveva ragione, NON SI PUO’!

Nell’immagine il suo funerale.

I cinque comunisti caduti:

Lauro Farioli (1938), operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino.
Ovidio Franchi (1941), operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti.
Marino Serri (1919), pastore di 41 anni, partigiano della 76a, primo di sei fratelli.
Afro Tondelli (1924), operaio di 36 anni, partigiano della 76a SAP, è il quinto di otto fratelli.
Emilio Reverberi (1921), operaio di 39 anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi era commissario politico nel distaccamento “G. Amendola”.

Da un post Facebook di Miria Pergetti, che ringraziamo.

Fonte

26/06/2017

Avevo vent’anni il 30 giugno 1960...


Ad una settimana dall’anniversario dei moti del giugno e del luglio del 1960, e della importante manifestazione antifascista che si terrà venerdì 30 Giugno a Genova, abbiamo ritenuto utile fornire una sintetica ricostruzione storica ed una testimonianza diretta di quei giorni concentrandosi sulle vittoriose mobilitazioni nella Superba che portarono alla cancellazione del previsto congresso del Movimento Sociale Italiano a Genova e successivamente alla caduta del governo Tambroni, sostenuto dalla DC e dal partito neo-fascista di Almirante.

«Dieci lavoratori uccisi in manifestazioni di strada; il rinvio del congresso del Msi; l’esplodere di manifestazioni in più città; la caduta del governo Tambroni sorretto dai voti fascisti e la sua sostituzione con il governo Fanfani, leader della sinistra democristiana: questo il bilancio apparente delle giornate di giugno-luglio in Italia...

Vittoria dell’antifascismo?

Sarebbe falso fermarsi a questi dati, perché sotto questo bilancio occorre trarre un insegnamento più profondo di quello ricavato dai partiti di sinistra. Una forza del tutto nuova ha fatto la sua comparsa in queste giornate: l’elemento che ha fatto saltare sia i progetti della borghesia che dei partiti di sinistra è stata la massa giovanile operaia e studentesca»

Il significato dei fatti di luglio, in «Quaderni d’Unità Proletaria», n. 1, 1960

«I giovani di luglio erano i figli degli operai e dei licenziati, operai e licenziati pur essi dell’Ansaldo, della San Giorgio, del Fossati, della Bruzzo, dell’Oto, dell’Ilva di Bolzaneto, della Bagnara, dei cantieri navali, del porto, delle piccole e medie industrie che vivono ancor oggi nell’incubo dei licenziamenti»

La capitale di Luglio, Silvio Micheli, in «Vie Nuove», 22/10/80 

Le premesse: Livorno, Bologna, Milano

Le settimane che precedono i fatti di Genova e gli eventi successivi danno la cifra del clima politico sociale nel Paese e del fermento della giovane classe operaia del “boom economico”.

Tra il 18 e il 22 Aprile, prima a Pisa e poi in maniera più estesa e continuata a Livorno, stanca delle angherie dei parà la popolazione insorge, mentre le auto­rità militari lasciano arrivare le squadracce di soldataglia nella città toscana per “regolare i conti”, dopo avere avuto la peggio la sera prima: volano sedie, tavoli del caffè, macchinette a gettone sradicate dai supporti... un capitano dell’Ardenza viene ferito alla gola da un coltello, un giovane proletario livor­nese perde un occhio a causa di una “cintata” di un paracadutista. Il centro città è in stato d’assedio, le autorità cittadine e le organizzazioni di sinistra fanno fa­tica a riportare l’ordine. 

Gli scontri che coinvolgono quasi tutta la città contro parà, Celere, Mobile e Carabinieri da una parte e la popolazione dall’altra dureranno 4 giorni, anche se scaturiti da un episodio “banale” sono in realtà rivolti contro i corpi armati spe­cializzati nella repressione.

Queste quattro giornate si concluderanno con un bilancio di 15 feriti tra le forze dell’ordine, 10 tra i parà, 11 tra i cittadini. Gli arrestati saranno 70 e 220 i fermati.

Il 21 maggio a Bologna, un affollato comizio nella centrale Piazza Malpighi di Pajetta, antifascista di vecchia data e dirigente comunista, viene ad un certo punto vietato dal commissario Pagliarulo, che fa partire le cariche sui presenti dopo aver dato l’ordine di “sciogliere” l’assembramento, divieto a cui lo stesso Pajetta si oppone.

Le virulente parole di Pajetta contro il governo italiano, complice della poli­tica di Eisenhower, accusato di collaborare al sabotaggio del processo di distensione tra USA e URSS, fanno scattare l’intimazione del responsabile delle forze dell’ordine.

La violenta rissa dura circa mezz’ora, con numerosi feriti da ambo le parti, mentre i tranvieri entrano subito in sciopero portando i mezzi nelle proprie au­torimesse.

Andrea Barbato, in un articolo su l’Espresso definì la rissa «una delle più violente che si siano verificate in Italia dall’epoca della legge maggioritaria».

Il 7 giugno a Milano la sede dei radicali viene assaltata dai missini nel corso di una conferenza pubblica su “movimento cristiano e laicismo”, rovesciando il tavolo della presidenza e usando le sedie come clave per distruggere quel che potevano. Tra gli aggressori che vengono arrestati dopo pochi giorni dall’accaduto c’è un consigliere comunale missino di Sesto San Giovanni. Per il 15 dello stesso mese la giunta municipale di S.S. Giovanni convoca una manifestazione di protesta.

Il Blocco DC–MSI e il congresso neo-fascista

I voti del MSI, casa politica nell’Italia “democratica” per i peggiori boia del Ventennio ed esponenti della Repubblica Sociale Italiana, erano allora fonda­mentali per il governo democristiano del marchigiano Tambroni, la cui carriera politica si concluderà fortunatamente da lì a poco, bruciata a causa proprio dei moti di piazza passati alla storia come “I fatti di Luglio”.

Per la cronaca, il politico democristiano feroce anticomunista e sostenitore del “pugno di ferro” contro i possibili turbamenti dell’ordine costituito, finirà i suoi giorni stroncato da un infarto nel febbraio del ’63, pochi giorni dopo che una telefonata di Aldo Moro gli comunicò che la DC non lo voleva come capolista nelle Marche per le elezioni politiche di quell’anno. 

L’appoggio esclusivo dei neo-fascisti – benedetto dalle gerarchie vaticane e dal “partito americano” – al governo Tambroni, verrà fatto pesare dai missini che con un atto di forza teso a consolidare il loro fondamentale ruolo di sostegno alla Democrazia Cristiana imporranno, ottenendo l’autorizzazione, di svolgere il proprio congresso in Liguria, proprio a Genova e candidando alla presidenza Basile, l’ex-prefetto di Genova, fedele collaboratore dei nazisti, responsabile dei più efferati eccidi di partigiani, della massiccia deportazione in Germania di operai genovesi, nonché ligio esecutore della persecuzione anti-ebraica nazi-fa­scista.

Va ricordato che sotto diverso nome le squadracce fasciste (Squadre d’azione Mussolini, Lotta Fascista, ecc.) continuarono ad agire anche dopo il 25 aprile del ’45 attaccando Camere del lavoro, Case del popolo, sedi dei partiti di sinistra, esponenti del movimento sindacale e dei partiti antifascisti. 

Tutte le forze di sinistra, nessuna esclusa, si mobilitano in città per impedire tale provocazione, nel mentre convergono in quei giorni a Genova numerose persone con l’intento di impedire lo svolgimento del congresso.

Allora, la sinistra, che aveva ancora in parte il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome, non si tirerà indietro di fronte a questa provocazione e le vibranti parole di Sandro Pertini nel comizio da lui tenuto in piazza della Vitto­ria il 28 giugno danno la cifra del profondo sdegno, anche dei dirigenti della sinistra istituzionale, nei confronti della provocazione fascista.

Invece di placare gli animi, il suo discorso infervorò maggiormente il cuore della Genova proletaria e antifascista.

Interrogandosi, durante il suo discorso, sul perché ancora allora ci si doveva mobilitare contro i responsabili di un «passato vergognoso e doloroso» che tentano di tornare alla ribalta dichiarerà:

«Ci sono stati degli errori, primo di tutti la generosità nei confronti degli av­versari. Una generosità che ha permesso troppe cose e per la quale oggi i fascisti la fanno da padroni, giungendo a qualificare delitto l’esecuzione di Mussolini a Milano. Ebbene, neofascisti che ancora una volta state nell’ombra a sentire, io mi vanto di avere ordinato la fucilazione di Mussolini, poiché io e altri, altro non abbiamo fatto che firmare una condanna a morte pronunciata dal popolo italiano venti anni prima».

L’esponente socialista concluse il suo comizio con le seguenti parole:

«Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio. Questo lo consideriamo un nostro pre­ciso dovere: per la pace dei nostri morti e per l’avvenire dei vivi, lo compiremmo fino in fondo, costi quel che costi.»

Il 30 giugno Genova proletaria trasformò nella pratica le indicazioni di quest’orazione

Genova, 30 Giugno 1960: No Pasaran!

Il 30 giugno 1960 è il culmine della mobilitazione che ha portato all’annullamento del congresso del Movimento Sociale Italiano previsto per il 2 luglio a Genova.

Durante quei giorni i ma­nifestanti sfidarono l’aria resa irrespirabile dai lacrimogeni lanciati dalla polizia, i “caroselli” delle camionette che si lanciavano contro di loro per inse­guirli fino ai portici e ai marciapiedi, i manganelli e le altre armi delle “forze dell’ordine”.

In quei giorni venne fatta pagare alla canea reazionaria democristiana e ai suoi servi in divisa il dovuto prezzo per la protezione politica e militare data allo svolgi­mento del congresso missino.

Anche i numeri, per così dire, parlano chiaro e testimoniano di come  i manifestanti sul campo abbiano avuto la meglio sugli “uomini in divisa”.

Gli scontri, infatti, si chiudono con un bilancio di 162 tra funzionari, agenti ed ufficiali della «Celere» feriti e contusi contro una quarantina di feriti tra i dimo­stranti.

La vittoria dei giovani “con le magliette a strisce”, così come vennero etichet­tati dalla stampa dell’epoca i protagonisti degli scontri, venne fatta pagare a caro prezzo agli altri proletari che nelle settimane successive scenderanno in piazza contro il governo Tambroni, sostenuto esclusivamente dai voti della Democra­zia Cristiana e dai fascisti del Msi. 

Il livello dello scontro era tale, non solo per ciò che concerne l’apparato im­piegato dallo Stato, da poter parlare senza esagerazione del 30 giugno come di un episodio di vera e propria “guerra di classe”.

Questo è il racconto di un allora giovane proletario di Milano, Primo Moroni, che insieme a suoi coe­tanei, così come tanti altri, arrivò in città:

«Quando siamo arrivati da Milano con l’autostrada, lì quando si scende a Genova dall’alto, avevano piazzato un cannoncino centoventi montato su un camioncino degli ortolani, a controllare la strada. Dove cazzo l’avesse tirato fuori non so bene, ma era un centoventi; io avevo fatto il militare e sapevo quindi che quello era un centoventi... E poi c’erano le armi, che sono state usate, non si è sparato, sono state usate come deterrente. Sono state mostrate. Alla salita del Fondaco, un vicolo che sale dalla vecchia Genova verso piazza de Ferrari. Ricordo che c’era una libreria... E dalla salita del Fondaco è ve­nuto fuori ‘sto gruppone, che aveva dei moschetti e degli sten. E si sono schierati fuori, mentre la polizia era dall’altra parte di piazza de Ferrari.»

I moti di piazza del 30 sono preceduti da uno sciopero che in quel giorno ha paralizzato l’economia della città (un altro sciopero dei portuali il 25, in prote­sta contro il divieto prefettizio di un comizio, si era concluso con scontri) e da una manifestazione oceanica che gli stessi obiettivi fotografici non riescono a catturare interamente in un solo scatto.

A queste mobilitazioni va aggiunto l’attivo sabotaggio di una parte della po­polazione cittadina nei confronti dei congressisti accorsi nel capoluogo ligure che ha reso per loro Genova una città tutt’altro che ospitale: i ferrovieri terroriz­zavano gli incauti congressisti che incontravano sui vagoni prefigurandogli scenari apocalittici, i taxisti portavano gli stessi da tutt’altra parte rispetto all’hotel a cui erano destinati, i lavoratori alberghieri erano tutto meno che gen­tili e servivano pietanze non proprio invitanti...

Questa reazione popolare era sostenuta da un percorso organizzativo che du­rava all’incirca da un mese, non privo di occasioni di frizione e scontro con i fascisti e la polizia, percorso in cui si mobilitarono principalmente i giovani proletari e i vecchi partigiani, non solo liguri.
Dal rapporto del mese di giugno del prefetto di Genova Pianese si può leg­gere:

«Il MSI ha scelto Genova per il 6° congresso nazionale... Tale notizia ha provocato viva reazione negli ambienti partigiani che si propongono scioperi ed azioni di piazza. Anche il senatore Terracini, nel comizio tenuto il 2 corrente a Pannesi, ha affermato che la scelta di Genova è un’offesa ai valori della città decorata con la medaglia d’oro e che bisogna riunire tutte le forze della resi­stenza per tale occasione.»

Il 30 giugno, le indicazioni della dirigenza dei partiti della sinistra istituzio­nale, che invitano alla calma e temono “provocazioni”, sono superate dall’azione dei proletari che come un fiume in piena travolgono la timidezza e la modera­zione di questi, costretti ad inseguire e a legittimare la pratica autonoma dei giovani lavoratori, degli studenti, dei vecchi partigiani e dei pro­letari in genere.
Così racconta Giusy Giani, poco più che ventenne all’epoca dei fatti e fre­quentatrice del Circolo Culturale Gobetti di Via XX settembre, che non indietreggiò di fronte alla violenza poliziesca:
«Io però non avevo paura, vivevo quel momento in modo un po’ adolescen­ziale, come una sfida, pensando: “Questo è il momento nel quale si misura il mio vero valore: devo scoprire se sono una persona che vuole lottare per la giustizia sociale oppure se sono una che si lascia spaventare”».

Per lei, come per altri suoi coetanei, quel momento d’autodeterminazione della propria esistenza segna una rottura con la pacificazione sociale imposta fino allora con la repressione poliziesca e la timidezza delle organizzazioni della sinistra istituzionale.

Le giovani leve della classe operaia e gli studenti universitari si trovano per la prima volta fianco a fianco in un’unità d’intenti che non solo non soccombe alla polizia e impedisce il congresso missino, ma manda in crisi il governo e da al­lora fino alla creazione di Alleanza Nazionale. Viene così “marginalizzato” il peso politico pubblico dei neo-fascisti che saranno comunque utilizzati in seguito dalla classe dirigente e dal blocco sociale dominante come manovalanza per le trame golpi­ste e le stragi di stato che dal 12 dicembre ’69, con Piazza Fontana, fino agli anni '80 inoltrati, saranno al centro della strategie dello stato “nato dalla Resistenza”.

Cronaca del 30 giugno e del 1 luglio

Facciamo una breve sintesi di come si svolsero i fatti il 30 giugno e il giorno successivo.
Il 30 la manifestazione si era conclusa senza problemi in piazza della Vittoria con il comizio del segretario della Camera del Lavoro. La maggior parte dei dimostranti per tornare a casa dovevano attraversare per forza la centrale piazza de Ferrari dove centinaia di camionette bloccavano il flusso della gente che doveva pre­gare i militi per potere passare.

Venne fatta partire la carica improvvisamente, senza che il responsabile di piazza indossasse la fascia tricolore e facesse i tre canonici squilli di tromba, fu una carica violenta con le camionette che si muovevano in mezzo alla folla, i lacrimogeni subito adoperati copiosamente e i manganelli fatti crepitare.

Ma i manifestanti non indietreggiarono, si riversarono contro i mezzi delle forze dell’ordine.
Sedie dei bar, assi di legno, ciottoli, pietre, mattoni, paletti di ferro e relative catene, persino i ferri delle tende dei bar divennero le “armi” improvvisate del popolo.

Numerose camionette s’incendiarono, si costruivano barricate, mentre altre persone giungevano dai vicoli, dove i mezzi delle forze dell’ordine non potevano entrare ed erano facile preda della collera popolare che rovesciava dalle finestre su di loro qualsiasi cosa.

Gli scontri durarono ore.

Finì tutto alle otto quando il presidente dell’ANPI, non senza difficoltà, a bordo di una macchina scortata dalla polizia arrivò in piazza per convincere i manifestanti a rinunciare allo scontro, perché Prefettura e Questura si erano im­pegnate a ritirare le forze di polizia. 

La situazione tornò alla calma non senza problemi, e quello stato di quiete era del tutto apparente perché la tregua servì ad entrambi gli schieramenti per pre­pararsi al giorno successivo.

Così mentre le polizia si preparava per cingere la città in un vero e proprio stato d’assedio con tanto di filo spinato, la Genova proletaria si adoperava per il giorno seguente per il quale era stato proclamato uno sciopero generale di 24 ore.

Circolavano voci di “calate in massa” di fascisti verso Genova dove scon­tri con i fascisti, protetti dalla “Celere” avvenivano qua e là, con i missini che avevano la peggio. Tutto questo in una città con blocchi ovunque e mezzi dei militi che scorrazzavano a tutta velocità.

Così lo storico Renzo del Carria ricostruisce quei momenti: «Ma tutta Genova la notte tra l’1 e il 2 luglio scende ancora una volta nella lotta di strada in un clima pre-insurrezionale: venti trattori agricoli, alla testa di una colonna prove­niente da Portoria, avanzano per abbattere gli sbarramenti di filo spinato con cui la polizia aveva isolato piazza de Ferrari e via XX Settembre. Nei quartieri del porto nella notte di vigilia si erano confezionate centinaia di bottiglie molotov; nella cinta industriale intorno alla città si erano ricostruite le vecchie formazioni partigiane armate pronte a scendere in città», in molti quartieri si erano erette barricate di pietre e di legname.

Così il governo, capisce di avere perso la partita e revoca il permesso al con­gresso dopo avere cercato invano di farlo svolgere a Nervi, ottenendo come contropartita il mantenimento dell’ordine da parte dei partiti di sinistra.

La solidarietà con gli arrestati, la difesa politica al processo, le con­danne

Quella giornata avrà anche come conseguenza l’inevitabile accanimento giu­diziario contro i manifestanti: 50 arrestati durante la giornata (con una età media di 28 anni e di cui la metà non aveva più di 25 anni) e i successivi pro­cessi. Questi non vennero lasciati soli, ma venne garantito a loro e alle loro famiglie il necessario supporto durante il periodo detentivo e l’adeguata assi­stenza giudiziaria.

Questa la testimonianza d’Eraldo O., un partigiano dell’ANPI:

«Sì, ci assumemmo il fardello di queste famiglie, che io ricordo con partico­lare commozione, perché molti ormai non ci sono più.

I parenti venivano da noi a chiedere “ma come è stato possibile, non hanno fatto nulla di male”, e noi non avevamo risposte.

Però, e questo è un fatto unico nella storia, tutte le mattine con un carretto portavamo a questi detenuti nel carcere di Marassi quanto occorreva per vi­vere una giornata meno carceraria possibile. […] Ricordo che a ognuna di queste famiglie ogni mese veniva corrisposto lo stipendio che il detenuto avrebbe percepito se fosse stato in libertà. Ricordo anche che avevamo un ca­lendario dove segnavamo l’indirizzo di queste persone nel giorno in cui l’ufficiale giudiziario avrebbe dovuto mettere i sigilli (siamo arrivati anche a questo), e allora noi versavamo ogni volta 5.000 lire chiedendo il rinvio del se­questro dell’appartamento. All’ANPI vennero anche addebitate le spese processuali, gli avvocati della difesa erano quasi tutti volontari e operavano gratuitamente, ma le spese del processo ammontavano ad una decina di mi­lioni, all’epoca una cifra enorme, che noi non avevamo proprio».

Questa la testimonianza di G.B. Lazagna, il vice-capo partigiano “Carlo”, che si è occupato anche della difesa degli imputati per i fatti del ‘60: 

«Esisteva già un’organizzazione che si chiamava “Solidarietà Democratica”, formata nel ’48 per assistere l’ondata dei processi penali a seguito del 14 lu­glio. […] Naturalmente operavamo tutti gratuitamente, era nella tradizione risorgimentale e non se ne parlava nemmeno di emettere parcella. Le arringhe di difesa in genere erano fondate su argomenti politici come la salvaguardia dei valori della Costituzione e della libertà personale, sulla legittimità della re­sistenza – che poi era stato l’argomento della mia tesi di laurea con Terracini – in caso di gravi provocazioni. Cercavamo sempre di inserire l’argomento dell’oltraggio di avere di nuovo il boia Basile a Genova. Noi avevamo una vi­sione politica dei fatti e consideravamo queste reazioni la giusta risposta al neofascismo che si stava riorganizzando. Per 25 imputati mettevamo in genere una decina di avvocati, che perseguivano questa posizione politico-giuridica.»

Il processo, che si celebra nel 1962 a Roma, e che avrà 43 imputati di cui sette detenuti e trentasette a piede libero, si concluderà con la condanna di 41 dei 43 accusati a pene superiori a quattro anni.

L’arringa finale di Terracini, di cui riportiamo un breve stralcio, da il senso della difesa politica non solo di quegli imputati ma di quella giornata:

«Io credo di poter dire, interpretando l’animo degli assenti, che in questi 43 tutti si riconoscono i 100.000 del 30 giugno – professori, impiegati, studenti, professionisti, i quali rifiutano una distinzione, una divisione che è tutto artifi­cio, nutrita di vecchi pregiudizi, insidiosa e grave di danni per gli imputati e umiliante per coloro verso i quali si pensa esprima invece deferenza e conside­razione. Questi 43 rappresentano, così come sono e chi sono, la maturità politica di tutta la popolazione di Genova, dalla quale appunto quel giorno è pervenuto lo slancio generoso che li ha spinti alla protesta»

Gli altri centri dei “Fatti di luglio

A S.Ferdinando (RC) il primo luglio si svolgono sciopero e corteo di un migliaio di braccianti, che si reca alla Camera del Lavoro, dove si tiene un’assemblea. Dato il numero dei partecipanti non tutti riescono ad entrare nella sede e sostano sulla piazza antistante alla Camera del Lavoro. I Carabinieri allora chiudono a chiave dall’esterno la porta dell’edificio e poi caricano i lavoratori in piazza, sparando anche colpi di moschetto e di mitra. 

Un bracciante viene ferito gravemente.

Intanto i manifestanti da dentro riescono a sfondare la porta e escono in piazza, i carabinieri li accolgono con spari ad altezza d’uomo, a causa dei quali vengono feriti altri due scioperanti.
La reazione dei manifestanti costringe i Carabinieri a indietreggiare, sparando, fino alla caserma.
Cariche e sparatorie durano circa un’ora e mezza, oltre ai tre feriti, numerose donne e bambini vengono picchiati.

A Licata (AG) il 5 luglio si svolge uno sciopero contro il governo Tambroni.
Carabinieri e polizia fatti affluire da altre località dopo numerosi scontri provocano la morte di un commerciante ucciso da raffiche di mitra alla stazione ferroviaria.
La giornata si conclude con il ferimento di 24 manifestanti, tra cui tre gravi e di due carabinieri.

A Roma il 6 luglio una manifestazione contro il governo Tambroni e per la commemorazione dei caduti della Resistenza a Porta San Paolo, a cui è stata revocata all’ultimo momento l’autorizzazione, viene violentemente caricata dalla polizia e dai carabinieri a cavallo. L’intero quartiere reagisce. Un agente che cade dalla propria jeep durante un “carosello” si ferisce gravemente, morendo a pochi giorni di distanza. Venti manifestanti vengono feriti, mentre tre, portati in questura, verranno torturati.

Il 7 luglio a Reggio Emilia un comizio contro il governo Tambroni che si dovrebbe tenere in un teatro si trasforma in una manifestazione di 20.000 persone che affollano la piazza principale di fronte al teatro. Viene negato il permesso di posizionare degli alto-parlanti nella piazza. La polizia carica facendo caroselli, appoggiata dai carabinieri. Le forze dell’ordine sparano per ammazzare e uccidono cinque persone, tra cui due ex partigiani, mentre negli scontri rimangono feriti altri 21 dimostranti.

L’8 luglio a Palermo una manifestazione di protesta contro i fatti di Reggio Emilia si trasforma in una battaglia vera e propria a causa delle cariche con le jeep della polizia che spara: tre manifestanti vengono uccisi mentre una donna muore mentre chiudeva la finestra del proprio appartamento. Altri 36 manifestanti vengono feriti da colpi d’arma da fuoco.

Lo stesso giorno, sempre in Sicilia a Catania durante uno sciopero contro il governo Tambroni polizia e carabinieri sparano lacrimogeni a cui i dimostranti rispondono con lanci di sassi ed erigendo barricate. La polizia inizia i caroselli. Muore un edile disoccupato prima ferito, poi colpito ripetutamente da più agenti con il manganello e poi “finito” a colpi di rivoltella da un poliziotto. Vengono feriti sette dimostranti.

Giacomo Marchetti

*****

Avevo vent’anni il 30 giugno 1960. Ero nato all’inizio della seconda guerra mondiale. Mio padre “Ce” (Francesco) era un lavoratore del porto di Genova, un “camallo”, anche mio nonno lo era stato prima di lui. Fece in tempo a partecipare da richiamato alla guerra sul confine italo-francese, divenne militante del Partito Comunista e come molti altri lavoratori si impegnò nella Resistenza al Nazifascismo. 

Finita la scuola nel 1959 scelsi il porto come palestra delle mie aspirazioni. Il luogo mi aveva sempre affascinato e i racconti che avevo sentito fare in famiglia – anche i tre fratelli maschi di mio padre erano portuali – per quanto affascinanti non erano certo all’altezza di quanto in prima persona riuscivo a vedere e a mettere in memoria. In compagnia eravamo 8000 lavoratori autogestiti impegnati tutti i giorni in chiamate, a turni di lavoro, mansioni e professioni necessarie alla merce che venivano dislocati nei luoghi più disparati sulla banchina, le navi, i magazzini, i piazzali, camion e vagoni per sbarcare e imbarcare sulle navi la merce che arrivava e partiva per il mondo intero. La confusione era massima ma tutti con pochissimi ordini apparenti riuscivamo come tante formichine a far funzionare questo grande crogiolo. 

Il dopoguerra fra il 1948 e il 1960 fu caratterizzato in Italia dal governo democristiano. Per le classi subalterne piegate dalla necessità di ricostruzione e dalle difficoltà delle condizioni di vita furono certamente anni difficili. Lentamente ma inesorabilmente la restaurazione capitalistica mise all’angolo la classe operaia e grazie al consenso di borghesia, ceto medio e Vaticano, represse anche politicamente il mondo del lavoro che tanto aveva dato nel periodo della guerra. La sperequazione sociale, la disoccupazione ma anche l’immigrazione dal Sud Italia, i bassi redditi e i consumi inadeguati misero pian piano in discussione i diritti generali e crearono una piattaforma politica tesa a sdoganare anche i lati più oscuri del capitalismo verso la destra e i fascisti. 

Erano trascorsi appena 15 anni da quel 25 Aprile 1945 quando durante una delle tante crisi di governo a chiara maggioranza DC Tambroni primo ministro pensò che fosse arrivato il momento di utilizzare i voti del M.S.I. per arrivare alla maggioranza in Parlamento. Un momento dopo il partito neo fascista indisse a Genova il congresso del partito il 30 giugno. Invitò anche all’introduzione un ex gerarca che aveva guidato a Genova la repressione della guerra partigiana. Per la curiosità ricordo il cognome del galantuomo (Basile). Ma non avevano fatto bene i conti con i genovesi: con chi aveva liberato la città dall’esercito tedesco, con le organizzazioni democratiche e sindacali, con tanta avanguardia comunista ma principalmente con tutti quei giovani che volevano una vita migliore e non ripetere gli errori dell’anteguerra. 

Noi portuali insieme agli operai delle fabbriche, ai tranvieri, ma anche con categorie del pubblico impiego caratterizzammo ogni singola vertenza la presenza in piazza dando spesso origine a scaramucce con le forze dell’ordine. Ci organizzammo in fabbrica e nel porto, ma ci organizzammo anche nei quartieri e nelle sezioni, nei circoli democratici, nei partiti con una forza e una capacità sempre crescente. Anche tanti giovani disoccupati manifestavano forse per la prima volta la loro presenza assieme agli antifascisti e agli operai. Il mondo della scuola e dell’università che non aveva mai brillato di soverchia presenza nel dibattito politico manifestava sdegno e presenza coerente.
La CGIL nella sede di Vico Tana in via Balbi divenne forse in quei momenti il luogo in cui più alto si unificò il rifiuto totale alle scelte di governo. Noi portuali poi eravamo una storia a parte. La grande quantità di giovani e di compagni prima e dopo il lavoro si organizzavano e partecipando alle differenti riunioni, manifestazioni e volantinaggi ma principalmente nei quartieri coi dirigenti dell’ANPI e sindacalisti preparavano un’adeguata resistenza. Il congresso del MSI non si doveva fare a Genova e il governo Tambroni piano piano diventava il secondo obiettivo da cancellare. E piano piano con la forza di un antifascismo crescente anche la città tutta si preparò. E non bastò la stampa né la polizia né i carabinieri e neppure le mitragliatrici dietro i cavalli di frisia che delimitavano alcune zone (ricordo quella a lato di via XX Settembre, direzione porto e quelle in cima a via Balbi davanti all’hotel Savoia) riuscirono a dissuadere gli antifascisti genovesi. 

La CGIL dichiarò lo sciopero politico generale. In centomila partecipammo alla manifestazione di piazza della Vittoria con un comizio rovente di Pertini, ma fu verso le 6 della sera allo sfollare dal comizio che in piazza De Ferrari ci trovammo una quindicina di camionette della famosa celere di Padova che presidiavano la piazza dell’attuale Palazzo della Regione e forse per sfida assieme a un centinaio di manifestanti ci sedemmo sui bordi della vasca. Forse ci furono urla, forse vennero lanciate alcune monetine contro i poliziotti certo è che in un momento il capitano scatenò gli agenti contro noi che a mani nude cominciammo a resistere ma anche a organizzarci. Il capitano finì nella vasca, alcune camionette presero fuoco e la gente ognuno di noi cominciò a battersi trovando strumenti adatti alla difesa. 

In tre ore di battaglia la polizia non guadagnò un metro, anzi a più riprese rischiò di essere travolta, fortunatamente non usò le armi come a Reggio Emilia e nel Sud Italia e si andò avanti tutta la sera fino a mezzanotte quando venne concordata una tregua e una possibile trattativa. Fu una grande vittoria, il congresso saltò e poi anche Tambroni dovette rassegnare le dimissioni. In piazza durante gli scontri incontrai anche il mio papà che mi diede un sonoro scapaccione e mi disse di tornare a casa per dire alla mamma che tutto andava bene. Aveva 47 anni lo ricordo con la sua canottiera bianca e con la sua attenzione e baldanza sempre attento e determinato a battersi per le sue idee e i suoi valori. 

Il 30 giugno per me fu il giorno in cui compresi che anche dal basso con lotte giuste e determinate si possono raggiungere obiettivi quasi impossibili. E quella giornata preparò tanti magnifici anni che sarebbero poi arrivati.

Bruno Rossi

01/07/2016

Genova 1960. La rivolta antifascista

Il 30 Giugno 1960 Genova scendeva in piazza per respingere il tentativo fascista di svolgere il proprio congresso nella città medaglia d’oro della Resistenza: seguirono giorni di grande tensione e mobilitazione popolare in tutto il Paese, con una forte repressione poliziesca: vi furono 5 morti a Reggio Emilia, a Roma i carabinieri a cavallo caricarono i partecipanti a una manifestazione antifascista a Porta San Paolo ferendo deputati comunisti e socialisti, vi furono altri morti a Palermo e a Catania.

Alla fine di quei giorni convulsi la democrazia vinse e il governo Tambroni fondato sull’alleanza tra democristiani e fascisti fu costretto alle dimissioni e si aprì, per il nostro Paese, una pagina nuova.

Non dobbiamo dimenticare mai quegli episodi e in particolare adesso, nella più stretta attualità: in Italia è in atto, ormai da molto tempo ma ora in maniera molto più esplicita e diretta una vera e propria svolta autoritaria fondata sull’intreccio tra personalizzazione della politica e presidenzialismo.

Si tratta del frutto di vent’anni di sistemi elettorali fondati sul “maggioritario”, sulla distruzione dei partiti politici e dei corpi intermedi, lo svilimento di ruolo del Parlamento, l’affermazione in termini egemonici dell’Europa della troika e di una feroce gestione del ciclo da parte del neo-capitalismo globalizzato in un vero e proprio delirio di finanziarizzazione, in conclusione del quale le condizioni materiali di vita dei ceti popolari, il complesso dei diritti sociali, il mondo del lavoro hanno subito colpi tremendi.

Mentre ormai la politica, come dimostra bene il governo Renzi, è fatta di costruzione del consenso in precedenza all’espressione di contenuti, al punto da assomigliare molto a come si muoveva la macchina della propaganda del ventennio e si costruisce il “Partito Unico della Nazione” si sta realizzando, attraverso le riforme costituzionali e il varo di una nuova legge elettorale, una vera e propria svolta autoritaria.

Serve subito la messa in campo di una forte opposizione sociale e politica, non può – sotto questo aspetto – essere perso altro tempo: la sinistra di alternativa e di opposizione deve ritrovare subito una propria identità e una propria autonoma capacità d’iniziativa, l’esempio del Luglio ’60 allora non dovrà essere, in questa occasione, un semplice richiamo al passato ma un modello cui richiamarsi.

Occorre creare le condizioni per una forte tensione sociale cui collegare una altrettanto decisa prospettiva politica.

Occorre un’opposizione consapevole del fatto che, anche adesso, prima di tutto è in gioco la democrazia.

In questo senso l’espressione del “NO” nel referendum confermativo delle deformazioni costituzionali assumerà un’importanza strategica, paragonabile proprio a quel momento in cui, attraverso un grande moto popolare che costò sacrifici di sangue, fu respinto l’assalto di un pericoloso rigurgito fascista.

Di seguito una riflessione più approfondita al riguardo di quei fatti.

*****

30 GIUGNO 1960: LA RIVOLTA DI GENOVA E LA VITTORIA DELLA DEMOCRAZIA

Era l’Italia del 1960. Il Paese si trovava in pieno miracolo economico, ma il benessere nascondeva profonde lacerazioni socio-politiche.

Si stava provando, con fatica, a uscire dagli anni’50 e a far nascere il centrosinistra.

Un giovane democristiano, Fernando Tambroni esponente della corrente del presidente della Repubblica Gronchi, assumeva la Presidenza del Consiglio sostenuto da una maggioranza comprendente il partito neofascista, il MSI.

Quell’MSI che stava tornando alla ribalta con la sua ideologia e la sua iniziativa: quell’MSI che decise, alla fine del mese di Giugno, di tenere il suo congresso a Genova, Città medaglia d’oro della Resistenza.

L’antifascismo, vecchio e nuovo, disse di no.

Comparvero sulle piazze i giovani dalle magliette a strisce, i portuali, i partigiani.

La Resistenza riuscì a sconfiggere il rigurgito fascista.

Ma si trattò di una vittoria amara, a Reggio Emilia e in altre città la polizia sparò sulla folla causando numerose vittime.

Questi i fatti, descritti più nel dettaglio attraverso la cronologia che troverete accanto a questo articolo, accaduti in quell’intenso e drammatico inizio d’estate di cinquant’anni fa: è necessario, però, tornarvi sopra per riflettere, partendo da un dato.

Non si trattò semplicemente di un moto di piazza, di opposizione alla scelta provocatoria di una forza politica come quella compiuta dall’MSI di convocare il proprio congresso a Genova e di annunciare anche come quelle assise sarebbero state presiedute da Basile, soltanto quindici anni prima, protagonista nella stessa Città di torture e massacri verso i partigiani e la popolazione.

Si trattò, invece, di un punto di vero e proprio snodo della storia sociale e politica d’Italia.

Erano ancora vivi e attivi quasi tutti i protagonisti della vicenda che era parsa chiudersi nel 1945, ed è sempre necessario considerare come quei fatti si inserissero dentro una crisi gravissima degli equilibri politici: una crisi inserita anche in un mutamento profondo dello scenario internazionale, nei quali si muovevano i primi passi del processo di distensione ed era in atto il fenomeno della “decolonizzazione”, in particolare, in Africa, con la nascita del movimento dei “non allineati”.

Prima ancora, però, dovrebbe essere valutato un elemento, a nostro avviso, di fondamentale importanza: abbiamo già accennato all’entrata in scena di quella che fu definita la generazione “dalle magliette a strisce”, i giovani che per motivi d’età non avevano fatto la Resistenza, ma ne avevano respirata l’aria entrando in fabbrica o studiando all’Università accanto ai fratelli maggiori; giovani che avevano vissuto il passaggio dall’Italia arretrata degli anni’40-’50 all’Italia del boom, della modernizzazione, del consumismo, delle migrazioni bibliche dal Sud al Nord, di una difficile integrazione sociale e culturale.

Allora i moti del Luglio’60 non possono essere considerati semplicemente un punto di saldatura tra le generazioni, anzi rappresentavano un momento di conflitto, di richiesta di cambiamento profondo, non limitato agli equilibri politici.

Un punto di analisi, questo, non ricordato di frequente: al riguardo del quale abbiamo pensato di presentare un testo, a nostro giudizio illuminante, scritto da Raniero Panzieri e apparso, il 25 Luglio del 1960 proprio nel momento in cui i nuovi equilibri politici si andavano formando (il governo Tambroni si era dimesso e Amintore Fanfani si apprestava a varare quel ministero che Aldo Moro avrebbe definito delle “convergenze parallele”: per la prima volta, infatti, il PSI si sarebbe astenuto, come i Monarchici, sull’altro versante. Si trattava del prodromo del governo organico di centrosinistra che poi lo stesso Moro avrebbe presieduto nel Dicembre del 1963).

L’articolo di Panzieri (che non aveva ancora aperto la serie dei “Quaderni Rossi”) uscì sulla rivista della federazione torinese del PSI, “La Città” e ne riportiamo di seguito uno stralcio particolarmente significativo:

” E’ dunque necessario conquistare, al livello delle forze politiche organizzate, una consapevolezza precisa e seria del movimento reale del Paese. E per questo occorre, innanzi tutto, riconoscere i tratti del processo democratico che da lungo tempo è andato maturando nella nostra società, al di fuori, in gran parte, dalle linee e dagli obiettivi perseguiti dai partiti di sinistra. Ciò che è caratteristico di questo processo è che, nonostante la sua estraneità ai partiti, non ha per nulla i connotati tipici della “spontaneità”: il suo grado di coscienza è fortemente sottolineato dalla capacità delle giovani leve operaie di “servirsi” del sindacato unitario (soprattutto) e anche dei partiti di classe, nella stretta misura in cui la partecipazione e il sostegno delle organizzazioni operaie esistenti sono necessari all’affermazione di uno schieramento unitario di classe. Perciò l’estraneità organizzativa ai partiti di decine di migliaia di giovani operai, che sono state la punta avanzata del movimento, deve essere valutata come un rapporto di spinta, di azione critica esercitata da forze consapevoli, ora in modo chiaro, ora in forme incerte e travagliate, di rappresentare esigenze e scopi di lotta più complessi e più avanzati di quelli offerti dalle organizzazioni e di dover esercitare con la loro autonomia una pressione perché queste si adeguino ai rapporti di classe...

...Ma questi elementi possono prendere rilievo e consistenza durevole soltanto in una prospettiva politica generale. E proprio questa prospettiva è presente nell’azione dei partiti solo assai parzialmente e in modo deformato. Essa dovrebbe concretarsi nella rivendicazione di un mutamento profondo nelle strutture economiche e sociali, nella individuazione dei processi totalitari del potere, che dalla grande fabbrica si estendono a tutti i livelli del Paese, in un rifiuto del divario che l’azione capitalistica provoca e aggrava di continuo tra la realtà dei rapporti politici e le istituzioni…”

Fin qui lo stralcio dell’articolo di Raniero Panzieri: un Panzieri quasi profetico a indicare temi che poi sarebbero stati alla base delle lotte operaie del decennio, fino a sfociare nell’ “Autunno caldo” del 1969, nell’unità e nel sindacato dei “Consigli” (stava già, forse, nell’articolo citato quell’interrogativo suscitato da qualcuno, proprio a proposito del Luglio’60: ultimo episodio della Resistenza o primo vagito del ’68?).

E, ancora, quanto vale oggi il richiamo di Panzieri in un momento in cui sono attaccati direttamente i diritti fondamentali strappati con le lotte di quella stagione e che non appaiono difesi, se non soltanto da minoranze apparentemente isolate, in un dato complessivo di sfrangiamento sociale e di sostanziale atonia politica?

Interrogativi che rimandiamo all’attualità: una complessa e difficile attualità.

In quel Luglio ’60, da non considerare – ripetiamo – soltanto per i fatti accaduti in quei giorni, ma nel complesso di una fase di cambiamento della società e della politica, si aprì, ancora, a sinistra, una discussione sulla natura della DC, fino a quel momento perno fondamentale del sistema politico italiano.

Molti si chiesero, a quel momento, se dentro la DC covasse il “vero fascismo” italiano: non quello rumoroso e un poco patetico del MSI, ma quello vero; quello che poteva considerarsi il vero referente dei ceti dominanti, capace di portare al blocco sociale di potere l’apporto della piccola e media borghesia.

Il partito democristiano appariva, dunque, a una parte della sinistra, soprattutto nei giorni infuocati della repressione, come il partito che avrebbe potuto in qualunque momento rimettere in moto in Italia (ricordiamolo ancora una volta: eravamo a soli quindici anni dalla Liberazione) un meccanismo politico-sociale-repressivo-autoritario tale da dar vita a nuove esperienze di tipo fascista.

L’analisi sviluppata dal PCI togliattiano fu diversa.

Nonostante le asprezze della polemica quotidiana, il PCI aveva assunto come una delle prospettive di fondo di tutta la sua strategia (assieme a quella, prioritaria, della “legittimazione nazionale” del Partito) l’intesa con le masse cattoliche, da sottrarre al predominio moderato prevalente dal ’47 in poi (grazie alla “guerra fredda”) al vertice della DC.

Ma la prospettiva non era così ingenua: essa comportava il proposito di far emergere le forze presenti all’interno della DC, anche al vertice del partito.

In quel Luglio ’60 il PCI cercò di operare in quella direzione, e il successo dello sciopero generale, pur macchiato di sangue, si rivelò efficace e significativo anche perché dall’interno della DC si aprì finalmente un varco a quella parte del gruppo dirigente che, sulle rovine dell’esperimento Tambroni, poté riproporre con maggiore efficacia e speranza di esito positivo una soluzione diversa: quella che abbiamo già richiamato delle “convergenze parallele” e, successivamente, del centrosinistra “organico”.

Oggi, possiamo meglio valutare l’esito di quei fatti: le contraddizioni che ne seguirono, il rattrappirsi progressivo della realtà riformatrice( a partire dal “tintinnar di sciabole” dell’estate 1964, fino alla disgraziata stagione del terrorismo, aperta nel 1969 dalle bombe di Piazza della Fontana), l’assunzione, in particolare da parte del PSI ,via, via, di una vocazione “governista” sfociata nel decisionismo craxiano, nello sviluppo abnorme della partitocrazia (con il contributo di un complessivo “consociativismo” allargato all’intero arco parlamentare) e, infine, nella “questione morale” che segnò, all’inizio degli anni’90, lo sconquasso definitivo del quadro di governo.

Ebbene, proprio in quella situazione, l’implosione della DC consentì di verificare la giustezza di certe analisi: le masse DC, la gran parte dell’elettorato democristiano, in quel momento di trasformazione del sistema politico trovarono, infatti, sede politica e dirigenti in cui affidarsi in Alleanza Nazionale (l’ex-MSI diventato ormai vero e proprio soggetto di massa) e in Forza Italia (diventato subito il maggior partito italiano, dal punto di vista dei risultati elettorali).

Il che induce a pensare, anche oggi, come una analisi della DC di tipo “azionista” non risultasse del tutto errata: certo era schematica perché leggeva il presente di allora, quello degli anni’60, con le categorie del passato conosciuto negli anni’30 – ’40 (il fascismo).

In ogni caso si può affermare che nel Luglio ’60 vinse la democrazia.

CRONOLOGIA DEI FATTI
CRONOLOGIA DEI FATTI DEL LUGLIO ’60

24 Febbraio
Il Presidente del Consiglio, Antonio Segni rassegna le dimissioni

20 Marzo
Segni rinuncia all’incarico di formare un governo con l’astensione dei socialisti per l’opposizione di settori democristiani, che minacciano la formazione di un secondo partito cattolico. Con una iniziativa personale il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, affida l’incarico a Fernando Tambroni.


26 Marzo
Il governo Tambroni giura nelle mani del Capo dello Stato. Si tratta di un monocolore democristiano.

8 Aprile
Il governo Tambroni ottiene la fiducia della Camera con 300 sì e 293 no. Votano a favore DC, MSI e 4 ex monarchici, contro i deputati di tutti gli altri partiti.

I ministri Pastore e Bo e i sottosegretari Antonio Pecoraro, Nullo Biaggi e Lorenzo Spallino, tutti appartenenti alla sinistra della DC, si dimettono immediatamente per protesta, seguiti immediatamente anche dal ministro Sullo, della corrente di “base”.

13 Aprile
Fanfani che aveva ricevuto l’incarico il 14 per la formazione di un tripartito con l’appoggio del PSI, rinuncia per l’opposizione degli andreottiani e degli scelbiani, dei seguaci di Paolo Bonomi (Coldiretti) e di settori dorotei.

23 Aprile
Gronchi respinge le dimissioni di Tambroni anche su sollecitazione del segretario della DC Aldo Moro e lo invita a ripresentare il governo al Senato per completare la procedura del voto di fiducia.

29 Aprile
Tambroni ottiene la fiducia del Senato con 128 sì (DC, MSI, 1 monarchico, Raffaele Cadorna e Giuseppe Paratore) e 110 no. La direzione della DC aveva, il giorno precedente, stabilito che il governo rimanesse in carica fino al 31 Ottobre per consentire l’approvazione dei bilanci, limitandosi quindi all’ordinaria amministrazione.

21 Maggio
Un comizio del deputato del PCI Giancarlo Pajetta è interrotto a Bologna da un commissario di polizia, provocando la protesta degli intervenuti. La “celere” ferisce il deputato comunista Giovanni Bottonelli. Pajetta aveva criticato la politica estera del governo ed il commissario lo aveva interrotto e aveva ingiunto di sciogliere la riunione.

25 Giugno
A Genova si tiene un comizio contro il congresso del MSI, autorizzato da tempo dal governo, che dovrebbe cominciare il 2 Luglio al Teatro Margherita, a pochi metri dal sacrario dei caduti partigiani di via XX Settembre.

La decisione del MSI di tenere il congresso a Genova è ritenuta provocatoria, anche perché se ne vuole affidare la presidenza a Carlo Emanuele Basile, prefetto della Città nel periodo della Repubblica Sociale Italiana e responsabile di arresti e torture di partigiani.

27 Maggio
A Palermo 30 persone rimangono ferite in conseguenza dell’intervento della “celere” contro lo sciopero generale proclamato da CGIL, CISL,UIL per sollecitare misure a favore dell’economia cittadina.

28 Giugno
Una grande manifestazione si tiene a Genova, organizzata da PCI, PSI, PSDI , PRI, PR e dalle associazioni partigiane per protestare contro il congresso del MSI.

Parla Sandro Pertini che chiede il rispetto della norma costituzionale che vieta la riorganizzazione del disciolto Partito Fascista.

La CGIL proclama lo sciopero generale, e si stabilisce che a partire dal 30 Giugno i capi delle formazioni partigiane, guidate dal Presidente onorario della Corte di Cassazione Domenico Peretti Griva montino la guardia al sacrario dei partigiani caduti.


30 Giugno
Un corteo antifascista che percorre il centro di Genova è bloccato dalla polizia con il lancio di bombe lacrimogene. Rimangono ferite 83 persone. A Genova è proclamato lo sciopero generale.

Si verificano incidenti anche in altre città tra polizia e manifestanti antifascisti.

1 Luglio
La questura di Genova, su sollecitazione del Governo, propone al MSI di spostare la sede del Congresso a Nervi. Il MSI prima rifiuta, poi accetta. Viene sospeso lo sciopero.


5 Luglio
Un morto, il giovane Vincenzo Napoli e 24 feriti a Licata (AG) sono il bilancio degli scontri tra polizia e dimostranti nel corso dello sciopero generale contro la disoccupazione, guidato dal sindaco democristiano della Città.

Il Ministro dell’Interno Giuseppe Spataro intervenendo sul bilancio del suo ministero, accusa i comunisti di aver fomentato le manifestazioni di Genova e di aver scientemente perseguito una azione di forza contro il Governo e le istituzioni dello Stato.

Neofascisti incendiano a Ravenna l’abitazione del senatore Arrigo Boldrini, medaglia d’oro della Resistenza e presidente dell’ANPI.

A Milano è devastata la sede del Partito Radicale, mentre a Roma vengono lanciate bombe contro una sezione del PCI.

6 Luglio
A Roma una manifestazione antifascista a Porta San Paolo, organizzata dalle associazioni partigiane, in un primo momento autorizzata dalla questura, è proibita all’ultimo momento.

La manifestazione si tiene egualmente ed è duramente repressa dalla polizia,c eh fa uso di idranti ed interviene con le jeep ed una carica a c avallo, guidata dal futuro campione olimpico Raimondo D’Inzeo, capitano dei carabinieri.

Sono feriti diversi deputati, più gravemente il socialista Gian Guido Borghese e i comunisti Walter Audisio e Ambrogio Donini.

Sono fermati numerosi deputati del PCI e del PSI.

La DC rivolge un appello al Paese e dichiara “la sua fedeltà agli ideali della Resistenza e ai valori della libertà”.

Sono proclamati scioperi a Bologna e a Roma.

7 Luglio
A Reggio Emilia, nel corso della manifestazione di protesta che si svolge in contemporanea con tutte le altre piazze d’Italia, per i fatti di Roma la polizia uccide cinque dimostranti: Ovidio Franchi 19 anni, Lauro Ferioli 21 anni, Marino Serri 40, Emilio Reverberi 21, Afro Tondelli 20.

A Parma, Modena, Castellamare di Stabia e Napoli si registrano feriti.

Protagonisti degli scontri sono ovunque giovani che rimarranno nella memoria del Paese come “ i ragazzi delle magliette a strisce”.
La CGIL indice uno sciopero generale, al quale non aderiscono CISL e UIL.



8 Luglio
A Palermo e Catania rimangono uccise quattro persone nelle manifestazioni legate allo sciopero generale: sono Andrea Gangitano 20 anni, Francesco Vella 45, Rosi La Barbera 54, Salvatore Novembre 22

9 Luglio
I funerali delle vittime di Reggio Emilia si svolgono alla presenza del senatore Ferruccio Parri e con la partecipazione di 80.000 persone, dopo che per tutto il giorno e per tutta la notte la cittadinanza era sfilata davanti alle salme, composte nell’atrio del Teatro Municipale.

Il giorno dopo migliaia di persone presenzieranno a Palermo ai funerali delle vittime dell’8, vi parteciperanno il segretario generale della CGIL, Agostino Novella e il vicesegretario del PCI. Luigi Longo.

19 Luglio
Tambroni rassegna le dimissioni dopo un colloquio con il Presidente della Repubblica


27 Luglio
Fanfani costituisce il suo III governo,che giura al Quirinale, aveva ricevuto l’incarico il 23: si tratta di un monocolore democristiano.

3 Agosto
Il governo Fanfani ottiene la fiducia dal Senato con 126 sì, 58 no e 36 astensioni. Votano a favore DC, PSDI, PLI, contro PCI e MSI, si astengono monarchici e socialisti.

Alla Camera si voterà la fiducia il 5, la maggioranza sarà composta anche dal PRI e Comunità non presenti al Senato; il governo otterrà 310 voti a favore, 156 contro, 96 astensioni.

L’astensione dei monarchici a destra e del PSI a sinistra indurrà Aldo Moro a definire quello di Fanfani il governo delle “convergenze parallele” intendendo con ciò che i contributi di monarchici e PSI, entrambi preziosi, sono tuttavia destinati a non incontrarsi, autonomi l’uno dall’altro.

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