Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/07/2023

Il ricordo del 30 giugno 1960 e l’antifascismo militante

Il 30 Giugno 1960 dopo un grande comizio tenuto da Sandro Pertini in piazza della Vittoria (u brichettu, fu appellato in quell’occasione il futuro Presidente della Repubblica) Genova scendeva nelle strade per respingere il tentativo fascista di svolgere il proprio congresso nella città medaglia d’oro della Resistenza.

Seguirono giorni di grande tensione e mobilitazione popolare in tutto il Paese, con una forte repressione poliziesca: vi furono 5 morti a Reggio Emilia, a Roma i carabinieri a cavallo caricarono i partecipanti a una manifestazione antifascista a Porta San Paolo ferendo deputati comunisti e socialisti, vi furono altri morti a Licata, Palermo e Catania.

Alla fine di quei giorni convulsi la democrazia vinse e il governo Tambroni fondato sull’alleanza tra democristiani e fascisti fu costretto alle dimissioni e si aprì, per il nostro Paese, una pagina nuova.

Non dobbiamo mai dimenticare quei fatti in particolare adesso, nella più stretta attualità: in Italia è in atto, ormai da molto tempo ma ora in maniera molto più esplicita e diretta una vera e propria svolta autoritaria attaccando i capisaldi della Costituzione Repubblicana.

Serve subito la messa in campo di una forte opposizione sociale e politica.

Sotto questo aspetto non si può perdere altro tempo: siamo chiamati a ritrovare subito una nostra identità e una nostra autonoma capacità d’iniziativa.

L’esempio del Luglio ’60 non dovrà rappresentare un semplice riferimento al passato ma un modello cui richiamarsi.

Occorre creare le condizioni per una forte tensione sociale sui grandi temi del lavoro, della sanità, del welfare, della qualità della democrazia, della pace cui collegare una altrettanto decisa prospettiva politica.

Senza indulgere nella retorica serve un’opposizione consapevole del fatto che prima di tutto è in gioco l’idea di Repubblica nata dalla Resistenza ed espressa nella Costituzione.

Mai come adesso il ricordo di quelle giornate dell’estate 1960 si deve collegare ad un’azione di indispensabile antifascismo militante.

Fonte

02/07/2021

30 giugno 2021. Grande corteo a Genova. L’intervento di Genova City Strike

Ieri, con partenza dalle ore 18,30 in Piazza Alimonda, e arrivando a De Ferrari si è tenuto il corteo organizzato da Genova Antifascista. E’ stato un bellissimo corteo, antifascista e anticapitalista con una nutrita presenza di giovani militanti. Siamo intervenuti durante il corteo come Genova City Strike. Di seguito il nostro intervento.

Alcune foto le trovate qui e qui.

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Il razzismo è la faccia brutale delle nostre democrazie

Mentre in Italia si discetta se i calciatori si debbano, o meno, inginocchiare prima delle partite agli europei, nel mar Mediterraneo si contano a migliaia i morti annegati mentre cercavano di raggiungere le nostre coste. Nel 2021, il ritmo dei naufragi è circa il triplo rispetto agli anni precedenti. A differenza di quanto accadeva fino a poco tempo fa, l'ex ministro dell’interno Salvini non si può vantare di quanto sia assassina e criminale questa politica. Chi l’ha sostituito, anche in nome di un presunto antirazzismo, ovviamente tace. Come tacciono i giornali e i media.

Basta questo per farla finita con una retorica ammorbante per la quale in Italia si scontrerebbero due civiltà contrapposte. Da un lato una destra razzista e xenofoba, dall’altro un centro sinistra che si dice democratico, aperto e tollerante.

L’immigrazione è uno dei temi in cui misurare il grado di crisi sistemica, di ipocrisia, di falsa coscienza di chi ci governa. Apparentemente tutti dicono cose diverse. C’è chi parla di preferenze nazionali, c’è chi straparla di accoglienza in virtù del fatto che all’Italia, tradotto ai padroni e agli sfruttatori, servono braccia. Ma in realtà i risultati sono gli stessi. Cioè un massacro.

Ma pensandoci bene, l’alternativa non esiste neppure in teoria. Lo scontro infatti è tra coloro che applicano una sorta di razzismo biologico e coloro che propongono lo schiavismo. Per tutti e due, gli immigrati sono forza lavoro da spremere, sfruttare e poi far morire nei campi o investiti da qualche crumiro nei picchetti in caso di ribellioni a condizioni degradanti.

Le migrazioni sono un effetto degli squilibri creati dal capitalismo. Il nostro paese, ne sa qualcosa, perché su quello squilibrio crea profitti, ovviamente per i padroni. Gli immigrati scappano da guerre, devastazioni ambientali, carestie. Noi esportiamo in questi paesi multinazionali che devastano, sfruttano, depredano risorse. Noi esportiamo in quei paesi armi e ordigni di guerra. Quando decidiamo di esportare democrazia esportiamo il fascismo sostenendo golpe militari, presidenti autoproclamati, sanzioni economiche ed embarghi.

Ovviamente dovremo fare il contrario. Se le navi trasportassero vaccini, giochi per bambini, libri, materiale scolastico, generi alimentari, a nessuno verrebbe in mente di bloccare le navi. Invece esportiamo armi. E chi si ribella, viene indagato per associazione a delinquere. In buona compagnia visto che la stessa sorte capita a coloro che provano ad evitare la strage nel mediterraneo.

Per chi fa il padrone, per chi sfrutta, per chi governa in nome di questi interessi il gioco è vincente. Si sfrutta dove si può, si creano migrazioni bibliche, si regolano i flussi facendo morire donne e bambini durante le traversate, si lasciano migliaia di lavoratori sotto ricatto senza documenti, senza diritti, per poter sfruttare meglio tutti.

Per chi lavora invece non è così. Per chi lavora invece i diritti non ci sono, la precarietà dilaga, i soldi non arrivano. E quando non servi più ti licenziano. E poi, arriva qualche fascista, che ti spiega che la colpa è degli immigrati.

In Novecento di Bernardo Bertolucci, viene recitato un monologo, in cui si spiega che i fascisti non nascono come i funghi. I fascisti li creano i padroni. Da noi i padroni sono talmente furbi e potenti che creano il fascismo ma pure il finto antifascismo che vediamo ogni giorno.

Non abbiamo alternative. Siamo deboli, siamo divisi, abbiamo però una forza immensa che è il loro incubo. Se rimaniamo uniti, siamo la maggioranza.

Collettivo Comunista Genova City Strike

Fonte

26/06/2021

61 anni fa, il 30 giugno 1960. Oggi cosa facciamo?

Questo è il testo dell’intervento alla conferenza di lancio del corteo del 30 giugno 2021. Il corteo si terrà mercoledì 30 giugno alle 18:30 partendo da Piazza Alimonda.

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Innanzitutto, vogliamo iniziare ringraziando Genova antifascista per l’opportunità che ci viene fornita con questo intervento, in questa sede. Il nostro intervento non sarà a braccio ma leggiamo un testo scritto. Data l’importanza, abbiamo preferito discuterne e proporre un testo collettivo e maggiormente meditato. Ovviamente vi chiediamo un minimo di pazienza in più. Il testo seguente è scritto da Genova City Strike e sottoscritto anche da Potere al Popolo Genova e CALP.

Nel ricordare oggi, nel 2021, il 30 giugno del 1960, anche non volendo, si corre il rischio di scivolare nella ritualità e nella commemorazione. Di per sé non sarebbe neppure un grosso problema se di fronte non avessimo una situazione molto complessa, all’interno di una crisi che caratterizza un lungo periodo delle nostre vite e che, come tutto lascia pensare, avrà delle conseguenze sulla nostra situazione sociale e politica per un intero periodo.

Conseguenze che, almeno ad oggi, facciamo ancora fatica ad inquadrare. Data l’eccezionalità dei tempi sarebbe quindi un vero peccato se i nostri sforzi e le nostre azioni non fossero inseriti nel nostro mondo, non fossero in grado cioè di aggredire le contraddizioni del nostro presente.

I fascisti, o meglio il pericolo fascista, non è un qualcosa che si elimina. Non è solo che non dobbiamo darci pace neppure quando esistesse anche un solo fascista sul pianeta. È che il fascismo, nelle sue diverse declinazioni, è un problema sempre esistente. Una latenza della società contemporanea, a volte la latenza si manifesta, a volte rimane tale. Si dirà che è per questo che non bisogna abbassare la guardia. Ovviamente siamo d’accordo, ma commetteremo un errore, pur ovviamente in buona fede e dalla parte giusta della barricata, se non analizzassimo bene il fenomeno.

La prima cosa che dovremmo chiederci, in fondo, è questa? Cosa è il fascismo? Come si esplica l’azione di questo cancro nella società? Oggi, il fascismo, è paragonabile a quello del 1960?

Al di là dei soggetti, di cosa pensano di se stessi, di come si rappresentano, il fascismo di allora non può essere quello di oggi. Non possono esistere, in politica, due cose uguali in situazioni oggettivamente molto differenti. Negli anni '60, l’Italia, l’Europa e i paesi industrializzati uscivano da un primo periodo di ricostruzione post bellica. Si avviavano verso un periodo di progresso. Detto in altri termini, essendo il capitalismo e le sue politiche il motore reale nelle nostre società, ci si avviava allora, anche come risposta alla possibile penetrazione comunista, verso anni di conquiste, di miglioramenti sociali, salariali, democratici. Oggi è così? O è esattamente il contrario? Nel luglio 1960, a Genova, a Reggio Emilia e in tutta Italia si reagì a un progetto sbagliato, pericoloso, inaccettabile ma sostanzialmente di basso respiro perché rappresentava il tentativo di proporre una politica reazionaria che in quel momento non aveva gambe.

Oggi è il contrario. Oggi la crisi pandemica impatta su società in cui il capitalismo è in una crisi che data oramai dagli anni '70, che ha superato, non indenne, molti passaggi intermedi che ne hanno aggravato le condizioni di salute. Una crisi di un sistema che, ovviamente, scarica i costi dei propri fallimenti, in ogni campo, in particolare sulle fasce più deboli e sui lavoratori. Una crisi, che, al netto delle fantasie di ripresa, di creazione di una nuova fase, di un nuovo periodo, fantasie propagandate dai vari vertici come quelli recenti del G7 o della NATO, non da segni di essere conclusa. In altre parole, con un capitalismo che da decenni ha smesso i suoi abiti anche falsamente progressisti per entrare nella sua fase regressiva.

Allora, se come crediamo, il fascismo è una delle possibili risposte a una crisi del sistema dominante, allora oggi è molto diverso dal luglio 1960. Ma, se vogliamo, pur nella diversità, oggi è più pericoloso di allora.

Più pericoloso perché le condizioni lo rendono una inquietante possibilità.

Ma, a questo punto, ci dovremmo chiedere chi sono oggi i fascisti, che faccia hanno, cosa fanno, come si rappresentano?

L’interpretazione classica del fascismo oggi ha ancora validità: una risposta possibile a una crisi sistemica. Ma non ce l’ha più se la intendiamo come possibile risposta padronale all’offensiva del movimento operaio. Oggi una risposta forte del movimento operaio, a livello generale, diffuso, capillare, nonostante gli sforzi di chi ci prova e che va sostenuto, semplicemente non esiste. Questo non significa, è ovvio, che vada bene cosi. Che non è il caso di risollevarne le sorti, perché allora il rischio fascista diverrebbe più serio. Significa esattamente il contrario. Perché la condizione di crisi e l’assenza programmatica di alternative sociali, sono oggi i pericoli più gravi.

Allora, su questo occorrerà fare un ragionamento serio. Per capire cosa vuol dire essere antifascisti oggi. Per capire cosa fare.

Perché, badate bene, non è vero che di antifascismo oggi non se ne parla. Anzi, se vogliamo essere seri, occorre dire che se ne parla addirittura troppo, perché se ne parla male, perché ciò di cui si parla è un inganno in cui non dobbiamo cadere.

Di cosa si parla infatti oggi? Quale è l’antifascismo da operetta di cui si discute?

Qualche mese fa si è insediato il Governo Draghi. Dopo il Conte bis siamo tornati ai tempi dell’unità nazionale, dei governi dei migliori come già con il Governo Monti. E immediatamente, i cosiddetti “nemici mortali” della destra e della cosiddetta sinistra sono finiti tutti al governo. Chi, dall’estrema destra, al Governo formalmente non c’è, lo è di fatto, sostenendolo interamente come vari gruppi di destra cosiddetta sociale.

La logica direbbe che la maschera, che la finzione della lotta mortale tra due civiltà, quella fascista e reazionaria versus quella antifascista e progressista sarebbe dovuta cadere. Ma da noi, questa logica narrativa, quella imposta dal sistema dei media, non solo non cade ma addirittura si rafforza.

Oggi, molto più di un anno fa, il dibattito verte su una forma di scontro tra opzioni che ricorda lo scontro antifascista, lo evoca, lo simula lo trasforma in uno spettacolo senza contenuti. Si tratta, ovviamente, di un antifascismo falso, da operetta come detto, ma come tale viene presentato.

Uno scontro che verte su una strumentalizzazione del tema, pur sacrosanto e non opponibile ai diritti economici, che è quello dei diritti civili. Nessuno di noi, per nessun motivo, deve avere dubbi sulla lotta ad ogni tipo di discriminazione di etnia o di genere. Ma non è questo il punto.

Di queste cose si discute, drammaticamente, da anni. Ma la drammatizzazione è soltanto una farsa. Un giochino in cui fare finta di dividersi quando, sull’essenziale, l’accordo è totale.

Un gioco in cui, alla fine, non solo la classe politica italiana agisce all’unisono contro gli sfruttati, i lavoratori, i poveri ma, a ben vedere, neppure riesce a far passare norme minime di civiltà sui diritti civili. Dove va in onda, a puntate ricorrenti, una manfrina in cui le discriminazioni rimangono. E si incancreniscono.

In attesa della prossima narrazione sul presunto scontro di civiltà tra la destra e la cosiddetta sinistra.

Si badi che questo è un punto decisivo che può dirci varie cose, se lo interpretiamo correttamente. Se riusciamo, come dovremmo saper fare, a uscire da una situazione in cui siamo tutti inseriti in un reality show infinito. In cui finiamo per utilizzare tutte le armi dei nemici. Finendo per essere, in teoria rivoluzionari, ma in realtà solo una parte dello spettacolo in cui giochiamo il ruolo di comparsa. Che risulta essere muta anche quando prova a parlare.

Uno scontro simulato tra civiltà quindi, una finzione democratica, che rende il pericolo fascista ancora più reale, molto più di quanto appaia.

Sui diritti sociali, sui diritti alla convivenza dei popoli, sul diritto alla pace, invece, non fanno neppure finta di litigare. Su questi temi, nel partito unico del capitale che governa l’Italia, l’accordo è totale. Le false alternative politiche non hanno problemi ad unirsi per difendere lo stato razzista e coloniale di Israele. Non hanno problemi ad unirsi con altri cosiddetti “stati democratici e progressisti” contro i cosiddetti nemici del nostro favoloso sistema come Russia, Bielorussia, Cina, Venezuela etc., contro coloro che, pur prescindendo da una analisi dei governi e dei sistemi che applicano, hanno il solo torto di avere un rapporto diverso, un diverso approccio verso le pretese del capitale occidentale.

Li, improvvisamente, trovano la quadra. In nome di un concetto discutibile di libertà di cui si fanno vanto, non esitano a sostenere oppositori politici che sono in realtà esponenti del fascismo più retrivo. Sostengono colpi di stato e presidenti autoproclamati nonostante siano esponenti dell’estrema destra.

Ma ovviamente, la quadra non la trovano solo nella politica agli esteri. La trovano anche all’interno del perimetro nazionale. Sono infatti, nel nostro paese, tutti convinti che occorra sbloccare immediatamente i licenziamenti, fornire nuovi soldi ai padroni, abbassare le tasse ai ricchi, deprimere ulteriormente sanità, scuola, welfare. Non esitano a schierarsi con i trafficanti di armi autoctoni che insanguinano varie zone del mondo causando massacri, distruzioni, carestie e migrazioni.

Allora, questa famosa lotta tra i due campi: il fascismo e l’antifascismo è davvero reale o è una finzione? La risposta ovviamente per noi è scontata.

Su questa finzione noi cosa dobbiamo fare?

Possiamo unirci in un fronte antifascista con chi, magari più educatamente, in maniera più colta, con un linguaggio più decente, fa le stesse cose? Applica le stesse politiche?

Dovremo farlo forse perché esiste un pericolo imminente?

O quel pericolo imminente forse sono le politiche contro la nostra classe? Che creano il principale humus in cui il pericolo fascista prospera?

In questo senso forse vale la pena soffermarci con un minimo di attenzione in più su quello che possiamo certamente individuare come la questione centrale. E cioè il punto dove il fascismo mostra il suo volto più orribile: quello della discriminazione legata alle etnie e al colore della pelle.

Anche qui, tra progressisti vari e destra reazionaria ci sono molti punti in comune. Nessuno di loro infatti esista a schierarsi con padroni e trafficanti di armi. Nessuno di loro ha nulla da dire se non ribadire concretamente l’appoggio alle nostre multinazionali che sfruttano i territori e le loro risorse. Nessuno di loro esita quando si tratta di appoggiare guerre, golpe militari e sottrazioni di sovranità a quei paesi che non rispettano le regole definite universali del mercato, dello sfruttamento.

Nessuno di loro esita quando si tratta di realizzare, in primo luogo come effetto collaterale, quelle condizioni che spingono migliaia e migliaia di uomini e donne a lasciare il proprio territorio e a migrare. Apparentemente litigano sul contrasto all’immigrazione. Ma c’è davvero una qualche differenza sostanziale tra coloro che si fanno i selfie sorridenti perché viene impedito uno sbarco di immigrati e coloro che in silenzio, apparentemente dicendo il contrario, applicano le stesse politiche criminali?

Esiste davvero una differenza reale tra chi, alimentando la divisione tra i lavoratori, parla di situazione non gestibile proponendo la supremazia nazionale e chi straparla di immigrazione dicendo che ci servono braccia? Esiste davvero una politica che si dice antifascista, che parla di diritti e di accoglienza mentre mette su finte cooperative dove i rifugiati vengono mandati a lavorare gratis, per dimostrare a qualcuno che esisterebbe un modello virtuoso. Un modello progressista, un modello democratico. Ma che alla fine altro non è che una forma, neppure troppo edulcorata, di schiavismo?

Allora la domanda è retorica. Esiste davvero una volontà, da parte di qualcuno, di risolvere questa questione dirimente? Che non è solo una questione di accoglienza ma diventa una questione sociale in cui l’unica possibilità è smettere di depredare i territori, è smettere con le politiche discriminatorie utili solo ad avere a disposizione manodopera dequalificata, ricattabile.

Da usare con una duplice prospettiva: l’aumento immediato dei profitti, l’abbassamento dei diritti per tutti.

Con un piccolo inconveniente. Che grava su di noi, che grava sulla democrazia. La guerra tra poveri, il razzismo, la risposta suprematista come l’unica in campo a poter essere rappresentata, ammessa.

Pensiamo davvero che per sconfiggere il fascismo sia utile schierarsi con la parte più colta di questo partito unico dello sfruttamento?

La nostra, a ben vedere, non è neppure una scelta. Non è, come qualcuno dice, giocare con il fuoco e non capire che contro la barbarie bisogna unirsi in un fronte antifascista esteso.

Noi non giochiamo con il fuoco, noi dobbiamo capire e saper spiegare che fare quella cosa li non si può perché non è utile, non risolve il problema ma lo aggrava.

E dobbiamo anche andare oltre. Dopo aver compreso che il fascismo è una possibilità reale, purtroppo, a causa del fallimento di un sistema economico e politico, bisogna anche comprendere come la nostra lotta può fare un passo in avanti. Con la consapevolezza che la crisi colpisce tutti. Non solo i lavoratori, non solo gli sfruttati, ma diviene una crisi complessiva. In tutto questo, il potere usa la politica per offrirci come prospettiva lo status quo della crisi, della disuguaglianza, dell’impoverimento o, in alternativa, della chiusura in se stessi, nella propria nazione. Una finta contrapposizione che va rifiutata a priori.

A cui va contrapposta una ipotesi di ribellione, in grado di parlare a vari soggetti in nome di un concetto universalista e non particolarista, in altre parole internazionalista. Una ipotesi che individui con nettezza chi sono i soggetti in grado di sconfiggere la barbarie del sistema e la reazione fascista.

Questi soggetti sono i deboli, gli sfruttati, i lavoratori.

Questo è l’unico fronte antifascista possibile. Questa è l’unica alleanza antifascista oggi. Una alleanza da costruire pazientemente, nelle lotte da sostenere, nella creazione di organismi e organizzazioni unitarie tra chi le lotte le fa, per riuscire a farle meglio. Una alleanza che ha anche bisogno di essere organizzata, di avere comuni ambiti di elaborazione e discussione. E che si ponga anche la prospettiva di una rappresentanza non solo sociale ma anche politica con quei soggetti che intende rappresentare.

Una alleanza che per sua natura è l’unica in grado di invertire la rotta in cui il capitalismo si sta incagliando. Invertendola non verso un grado superiore di barbarie ma verso un nuovo orizzonte solidale, di pace, di collaborazione, di uguaglianza.

Un orizzonte in cui, ogni 30 giugno, scenderemo ancora in piazza. Con la stessa rabbia e determinazione di sempre. Ma nel quale non dovremo più gridare non passerete. Perché i fascisti e chi li usa, saranno stati sconfitti, non saranno passati nemmeno questa volta.

E dove, la determinazione, l’organizzazione, la giusta analisi potrà alla fine riportare il fascismo in quella “pattumiera della storia” in cui il movimento operaio lo aveva cacciato dopo la seconda guerra mondiale. E dove un nuovo modo di produrre, di consumare, di vivere, di relazionarsi con il prossimo e con gli altri sarà il contesto in cui quella pattumiera sarà per il fascismo non solo la storia, ma il presente e il futuro. Perché le loro idee non avranno più ragione di interessare nessun cittadino, nessun lavoratore e nessun sfruttato.

In cui il fascismo non farà più paura, perché non esisteranno neppure più i padroni in grado di utilizzarli per i propri scopi.

Collettivo Comunista Genova City Strike

CALP

Potere al Popolo Genova

04/07/2020

Genova. Vigili del Fuoco, cioé soccorritori e antifascisti


Una squadra di Vigili del fuoco di Genova chiamata dalla Polizia municipale si è rifiutata di togliere lo striscione ‘Nessuna strada sarà intitolata ai fascisti‘ appeso da un gruppo di manifestanti sulla facciata del palazzo dell’Inps in piazza della Vittoria in occasione della manifestazione in ricordo della rivolta di Genova del 30 giugno 1960.

Lo rimarca il sindacato Usb in una nota stigmatizzando la richiesta di intervento della civica amministrazione genovese. “Cari amministratori di Genova duole ricordare per l’ennesima volta i compiti istituzionali dei Vigili del fuoco. – commenta l’Usb – Questa notte la Polizia Municipale ha chiamato i Pompieri per togliere alcuni striscioni che ieri sono stati appesi in alcune facciate della città. La squadra intervenuta ha, giustamente, rilevato che il suddetto striscione non arrecava nessun pericolo per la Pubblica Incolumità e ha ritenuto che l’intervento non era necessario“.

Successivamente la macchina comunale si è attivata autonomamente per eliminare gli striscioni. “I Vigili del fuoco svolgono interventi tecnici di soccorso e il sindaco Bucci deve avere ben chiaro questo concetto. – interviene il gruppo M5S in Consiglio comunale – Lo striscione peraltro non danneggiava l’edificio e non era certo pericolante. Forse infastidiva chi desidera rievocare invece periodi cupi della nostra storia, sfregiando dunque la memoria antifascista del Paese e della nostra città, medaglia d’oro alla Resistenza“.

Fonte

29/06/2019

Luglio 1960


La necessità di rinnovare con costanza la memoria storica del nostra Paese si colloca ben oltre alla discussione sul neofascismo rampante nella difficile situazione dell’Italia di oggi.

Per questo motivo è più che mai valida la ricostruzione storica (pur eseguita in maniera assolutamente sommaria) di ciò che accadde tra la fine di giugno e il luglio del 1960: cinquantanove anni fa.

Era l’Italia del 1960. Ci si trovava in pieno miracolo economico, ma il benessere nascondeva profonde lacerazioni politiche e sociali.

Si stava provando, con fatica, a uscire dagli anni’50 e a far nascere il centrosinistra.

Un giovane democristiano, Fernando Tambroni esponente della corrente del presidente della Repubblica Gronchi, assumeva la Presidenza del Consiglio sostenuto da una maggioranza comprendente il partito neofascista, l’MSI.

Quell’MSI che stava tornando alla ribalta con la sua ideologia e la sua iniziativa, quell’MSI che decise, alla fine del mese di Giugno, di tenere il suo congresso a Genova, Città medaglia d’oro della Resistenza.

L’antifascismo, vecchio e nuovo, disse di no.

Comparvero sulle piazze i giovani dalle magliette a strisce, i portuali, i partigiani.

La Resistenza riuscì a sconfiggere il rigurgito fascista.

Ma si trattò di una vittoria amara, a Reggio Emilia e in altre città la polizia sparò sulla folla causando numerose vittime.

Questi i fatti, accaduti in quell’intenso e drammatico inizio estate di cinquantanove anni fa: è necessario, però, tornarvi sopra per riflettere, partendo da un dato.

Non si trattò semplicemente di un moto di piazza, di opposizione alla scelta provocatoria di una forza politica come quella compiuta dall’MSI di convocare il proprio congresso a Genova e di annunciare anche come quell’assise sarebbe stata presieduta da Basile, soltanto quindici anni prima, protagonista nella stessa Città di torture e massacri verso i partigiani e la popolazione.

Si trattò, invece, di un punto di vero e proprio snodo della storia sociale e politica d’Italia.

Erano ancora vivi e attivi quasi tutti i protagonisti della vicenda che era parsa chiudersi nel 1945, ed è sempre necessario considerare come quei fatti si inserissero dentro una crisi gravissima degli equilibri politici.

Una crisi inserita anche in un mutamento profondo dello scenario internazionale, nel quale si muovevano i primi passi del processo di distensione ed era in atto il fenomeno della “decolonizzazione”, in particolare, in Africa, con la nascita del movimento dei “non allineati”.

Prima ancora, però, dovrebbe essere valutato un elemento di fondamentale importanza: si è già accennato all’entrata in scena di quella che fu definita la generazione “dalle magliette a strisce”, i giovani che per motivi d’età non avevano fatto la Resistenza, ma ne avevano respirato l’aria entrando in fabbrica o studiando all’Università accanto ai fratelli maggiori; giovani che avevano vissuto il passaggio dall’Italia arretrata degli anni’40-’50 all’Italia del boom, della modernizzazione, del consumismo, delle migrazioni bibliche dal Sud al Nord, di una difficile integrazione sociale e culturale.

In questo senso i moti del Luglio ’60 non possono essere considerati semplicemente un punto di saldatura tra le generazioni, anzi rappresentavano un momento di conflitto, di richiesta di cambiamento profondo, non limitato agli equilibri politici.

In quel Luglio ’60, da non considerare – ripetiamo – soltanto per i fatti accaduti in quei giorni, ma nel complesso di una fase di cambiamento della società e della politica, si aprì, ancora, a sinistra, una discussione sulla natura della DC, fino a quel momento perno fondamentale del sistema politico italiano.

Molti si chiesero, a quel momento, se dentro la DC covasse il “vero fascismo” italiano: non quello rumoroso e un poco patetico del MSI, ma quello vero; quello che poteva considerarsi il vero referente dei ceti dominanti, capace di portare al blocco sociale di potere l’apporto della piccola e media borghesia.

Il partito democristiano appariva, dunque, a una parte della sinistra, soprattutto nei giorni infuocati della repressione, come il partito che avrebbe potuto in qualunque momento rimettere in moto in Italia (ricordiamolo ancora una volta: eravamo a soli quindici anni dalla Liberazione) un meccanismo politico–sociale repressivo e autoritario tale da dar vita a nuove esperienze di tipo fascista.

L’analisi sviluppata dal PCI togliattiano fu diversa.

Nonostante le asprezze della polemica quotidiana, il PCI aveva assunto come stella polare di tutta la sua strategia l’intesa con le masse cattoliche, da sottrarre al predominio moderato prevalente dal ’47 in poi (grazie alla “guerra fredda”) al vertice della DC.

Ma la prospettiva non era così ingenua: essa comportava il proposito di far emergere le forze presenti all’interno della DC, anche al vertice del partito.

In quel Luglio ’60 il PCI cercò di operare in quella direzione, e il successo dello sciopero generale, pur macchiato di sangue, si rivelò efficace e significativo anche perché dall’interno della DC si aprì finalmente un varco a quella parte del gruppo dirigente che, sulle rovine dell’esperimento Tambroni, poté riproporre con maggiore efficacia e speranza di esito positivo una soluzione diversa: quella che abbiamo già richiamato delle “convergenze parallele” e, successivamente, del centrosinistra “organico”.

Oggi, a cinquantanove anni di distanza, possiamo meglio valutare l’esito di quei fatti: le contraddizioni che ne seguirono, il rattrappirsi progressivo della realtà riformatrice (a partire dal “tintinnar di sciabole” dell’estate 1964, fino alla disgraziata stagione del terrorismo, aperta nel 1969 dalle bombe di Piazza della Fontana), l’assunzione, in particolare da parte del PSI, via, via, di una vocazione “governista” sfociata nel decisionismo craxiano, i limiti di puro politicismo insiti nella strategia berlingueriana del “compromesso storico”, nello sviluppo abnorme di quella che già dagli anni’50 Maranini aveva definito come partitocrazia (con il contributo di un complessivo “consociativismo” allargato all’intero arco parlamentare) e, infine, nella “questione morale” che segnò, all’inizio degli anni’90, lo sconquasso definitivo del quadro di governo in coincidenza con la caduta del muro di Berlino (sulla quale furono commessi errori di valutazione enormi) e l’avvio, con il trattato di Maastricht, della logica monetarista anti-democratica di gestione dell’Unione Europea sul modello reaganian-tachteriano della crescita delle diseguaglianze economiche e sociali fino alla drammatica attualità che stiamo vivendo in un quadro esaltato da un insieme di valori negativi.

Forse luglio ’60 rappresentò uno degli ultimi passaggi utili per contrastare radicalmente questo processo di involuzione e riproporre alcune radici di fondo della prospettiva resistenziale ma è necessario ammettere, anche in un momento di rievocazione importante come l’attuale, che quel messaggio non fu completamente colto.

Fonte

03/07/2017

Genova 30 giugno, 57 anni dopo. Ricordo vivo e possibile punto di partenza


Sarà che sono caratterialmente un po' menagramo, e che il bicchiere mi capita di vederlo più spesso vuoto che pieno, ma il corteo di venerdì 30 giugno a Genova mi ha entusiasmato ben oltre le attese.

Anzitutto perché è il primo cui ho partecipato con convinzione (meglio tardi che mai...), secondariamente, ma non per importanza, perché così tanta gente – si parla di circa 2000 persone – credo se le attendessero in pochi a fronte di alcune questioni nessuna delle quali può essere considerata trascurabile, a cominciare dal fattore generazionale.

Vivendo Genova, infatti, è impossibile non constatare il pesante invecchiamento della popolazione, che in regione e nel capoluogo tocca livelli da primato nazionale e che, va riconosciuto con grande onestà, nel corso dei decenni ha notevolmente annacquato l'anima rossa e progressista della cittadinanza, in larga parte convertita alla conservazione dell'esistente e alla protezione del proprio indotto come contrasto al dilagante disagio sociale, tanto migrante quanto autoctono.

Se questo fattore è sempre stato fondante per ampia parte della piccola borghesia commerciale cittadina di taglio democristiano, più atipico è ritrovarlo in consistenti fasce del ceto operaio che ha costruito le "fortune" cui oggi si aggrappa negli anni del boom economico e che proveniva quasi per intero dal medesimo disagio socio-economico che oggi osserva con malcelato ribrezzo.

Nel merito, il corteo ha provato che comunque resiste e, letteralmente, sopravvive un congruo numero di militanti e antifascisti "d'altri tempi" che non sono cascati a piè pari nella trappola della guerra tra poveri.

Non è cosa da poco, così come non lo è stata trovare tanti giovani, soprattutto di fascia universitaria (per recuperare le fasce secondarie superiori bisogna battere altri canali, in questo senso è puntualissima la decisione del movimento Eurostop d'inserirsi nelle contraddizioni che fioccheranno dalla cosiddetta "alternanza scuola-lavoro") e tanti volti provenienti da quel che resta dell'universo operaio cittadino.

Personalmente ho riconosciuto molti ex "colleghi" delle varie esperienze ansaldine che ho vissuto nel corso della mia carriera professionale, mentre ho riscontrato completa latitanza, o quasi, di quell'universo sia intellettuale sia scientifico che si pretende "cognitario" e su cui le forze politiche istituzionali di ogni "colore" (il virgolettato è d'obbligo visto che ormai la tinta unita domina trasversalmente) vorrebbero ricostruire le fortune di Genova, a partire dal discusso IIT con il collegato "polo tecnologico di Erzelli".

Impossibile infine non calcolare la partecipazione in riferimento a un apparato repressivo che, seppur in modo defilato, ha mostrato ampiamente i muscoli, sia per via mediatica nei giorni precedenti il corteo, sia fisicamente la sera stessa del 30 giugno, dispiegando un numero considerevole di forze, anche in borghese.

Essenziale ai fini della riuscita della manifestazione e tutela dei nostri, dunque, il richiamo fatto dagli organizzatori al rifiuto di ogni provocazione esterna e interna, e la presenza di un servizio d'ordine la cui compattezza penso abbia definitivamente mandato in soffitta l'impostazione da "mani bianche" che, proprio a Genova, 16 anni fa rese manifesta la propria inconcludenza nella gestione della piazza.

A seguire, un suggerimento precisando di non voler insegnare nulla a nessuno e quasi certo di poter esprimere banalità per chi si confronta giornalmente con l'attivismo politico.


A mio modesto parere, se si intende ampliare il proprio seguito – e considerando che parte degli aderenti al corteo hanno sposato la causa di Eurostop penso che l'obiettivo sia esattamente quello – diventa necessario modificare la veicolazione dei propri messaggi.

Scritto altrimenti, è necessario aprire l'immaginario – e il vocabolario – da centro sociale a modelli di comunicazione meno autoreferenziali, in caso contrario risulterà estremamente arduo fare breccia oltre gli amici dei compagni e perdurerà la disaffezione, se non la diffidenza totale, da parte di quelle fasce popolari che, per cultura distorta, sono capaci di prendere a centro dell'universo soltanto l'ombelico della rispettiva condizione materiale, senza collegarla a quella dei propri simili.

Mi rendo conto che non sia una questione semplice, ma non è più emendabile, al pari di un'azione di costante analisi e confronto con l'esistente, perché un seme di base materiale su cui agire c'è, il 30 giugno credo lo abbia dimostrato.

Fonte

26/06/2017

Avevo vent’anni il 30 giugno 1960...


Ad una settimana dall’anniversario dei moti del giugno e del luglio del 1960, e della importante manifestazione antifascista che si terrà venerdì 30 Giugno a Genova, abbiamo ritenuto utile fornire una sintetica ricostruzione storica ed una testimonianza diretta di quei giorni concentrandosi sulle vittoriose mobilitazioni nella Superba che portarono alla cancellazione del previsto congresso del Movimento Sociale Italiano a Genova e successivamente alla caduta del governo Tambroni, sostenuto dalla DC e dal partito neo-fascista di Almirante.

«Dieci lavoratori uccisi in manifestazioni di strada; il rinvio del congresso del Msi; l’esplodere di manifestazioni in più città; la caduta del governo Tambroni sorretto dai voti fascisti e la sua sostituzione con il governo Fanfani, leader della sinistra democristiana: questo il bilancio apparente delle giornate di giugno-luglio in Italia...

Vittoria dell’antifascismo?

Sarebbe falso fermarsi a questi dati, perché sotto questo bilancio occorre trarre un insegnamento più profondo di quello ricavato dai partiti di sinistra. Una forza del tutto nuova ha fatto la sua comparsa in queste giornate: l’elemento che ha fatto saltare sia i progetti della borghesia che dei partiti di sinistra è stata la massa giovanile operaia e studentesca»

Il significato dei fatti di luglio, in «Quaderni d’Unità Proletaria», n. 1, 1960

«I giovani di luglio erano i figli degli operai e dei licenziati, operai e licenziati pur essi dell’Ansaldo, della San Giorgio, del Fossati, della Bruzzo, dell’Oto, dell’Ilva di Bolzaneto, della Bagnara, dei cantieri navali, del porto, delle piccole e medie industrie che vivono ancor oggi nell’incubo dei licenziamenti»

La capitale di Luglio, Silvio Micheli, in «Vie Nuove», 22/10/80 

Le premesse: Livorno, Bologna, Milano

Le settimane che precedono i fatti di Genova e gli eventi successivi danno la cifra del clima politico sociale nel Paese e del fermento della giovane classe operaia del “boom economico”.

Tra il 18 e il 22 Aprile, prima a Pisa e poi in maniera più estesa e continuata a Livorno, stanca delle angherie dei parà la popolazione insorge, mentre le auto­rità militari lasciano arrivare le squadracce di soldataglia nella città toscana per “regolare i conti”, dopo avere avuto la peggio la sera prima: volano sedie, tavoli del caffè, macchinette a gettone sradicate dai supporti... un capitano dell’Ardenza viene ferito alla gola da un coltello, un giovane proletario livor­nese perde un occhio a causa di una “cintata” di un paracadutista. Il centro città è in stato d’assedio, le autorità cittadine e le organizzazioni di sinistra fanno fa­tica a riportare l’ordine. 

Gli scontri che coinvolgono quasi tutta la città contro parà, Celere, Mobile e Carabinieri da una parte e la popolazione dall’altra dureranno 4 giorni, anche se scaturiti da un episodio “banale” sono in realtà rivolti contro i corpi armati spe­cializzati nella repressione.

Queste quattro giornate si concluderanno con un bilancio di 15 feriti tra le forze dell’ordine, 10 tra i parà, 11 tra i cittadini. Gli arrestati saranno 70 e 220 i fermati.

Il 21 maggio a Bologna, un affollato comizio nella centrale Piazza Malpighi di Pajetta, antifascista di vecchia data e dirigente comunista, viene ad un certo punto vietato dal commissario Pagliarulo, che fa partire le cariche sui presenti dopo aver dato l’ordine di “sciogliere” l’assembramento, divieto a cui lo stesso Pajetta si oppone.

Le virulente parole di Pajetta contro il governo italiano, complice della poli­tica di Eisenhower, accusato di collaborare al sabotaggio del processo di distensione tra USA e URSS, fanno scattare l’intimazione del responsabile delle forze dell’ordine.

La violenta rissa dura circa mezz’ora, con numerosi feriti da ambo le parti, mentre i tranvieri entrano subito in sciopero portando i mezzi nelle proprie au­torimesse.

Andrea Barbato, in un articolo su l’Espresso definì la rissa «una delle più violente che si siano verificate in Italia dall’epoca della legge maggioritaria».

Il 7 giugno a Milano la sede dei radicali viene assaltata dai missini nel corso di una conferenza pubblica su “movimento cristiano e laicismo”, rovesciando il tavolo della presidenza e usando le sedie come clave per distruggere quel che potevano. Tra gli aggressori che vengono arrestati dopo pochi giorni dall’accaduto c’è un consigliere comunale missino di Sesto San Giovanni. Per il 15 dello stesso mese la giunta municipale di S.S. Giovanni convoca una manifestazione di protesta.

Il Blocco DC–MSI e il congresso neo-fascista

I voti del MSI, casa politica nell’Italia “democratica” per i peggiori boia del Ventennio ed esponenti della Repubblica Sociale Italiana, erano allora fonda­mentali per il governo democristiano del marchigiano Tambroni, la cui carriera politica si concluderà fortunatamente da lì a poco, bruciata a causa proprio dei moti di piazza passati alla storia come “I fatti di Luglio”.

Per la cronaca, il politico democristiano feroce anticomunista e sostenitore del “pugno di ferro” contro i possibili turbamenti dell’ordine costituito, finirà i suoi giorni stroncato da un infarto nel febbraio del ’63, pochi giorni dopo che una telefonata di Aldo Moro gli comunicò che la DC non lo voleva come capolista nelle Marche per le elezioni politiche di quell’anno. 

L’appoggio esclusivo dei neo-fascisti – benedetto dalle gerarchie vaticane e dal “partito americano” – al governo Tambroni, verrà fatto pesare dai missini che con un atto di forza teso a consolidare il loro fondamentale ruolo di sostegno alla Democrazia Cristiana imporranno, ottenendo l’autorizzazione, di svolgere il proprio congresso in Liguria, proprio a Genova e candidando alla presidenza Basile, l’ex-prefetto di Genova, fedele collaboratore dei nazisti, responsabile dei più efferati eccidi di partigiani, della massiccia deportazione in Germania di operai genovesi, nonché ligio esecutore della persecuzione anti-ebraica nazi-fa­scista.

Va ricordato che sotto diverso nome le squadracce fasciste (Squadre d’azione Mussolini, Lotta Fascista, ecc.) continuarono ad agire anche dopo il 25 aprile del ’45 attaccando Camere del lavoro, Case del popolo, sedi dei partiti di sinistra, esponenti del movimento sindacale e dei partiti antifascisti. 

Tutte le forze di sinistra, nessuna esclusa, si mobilitano in città per impedire tale provocazione, nel mentre convergono in quei giorni a Genova numerose persone con l’intento di impedire lo svolgimento del congresso.

Allora, la sinistra, che aveva ancora in parte il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome, non si tirerà indietro di fronte a questa provocazione e le vibranti parole di Sandro Pertini nel comizio da lui tenuto in piazza della Vitto­ria il 28 giugno danno la cifra del profondo sdegno, anche dei dirigenti della sinistra istituzionale, nei confronti della provocazione fascista.

Invece di placare gli animi, il suo discorso infervorò maggiormente il cuore della Genova proletaria e antifascista.

Interrogandosi, durante il suo discorso, sul perché ancora allora ci si doveva mobilitare contro i responsabili di un «passato vergognoso e doloroso» che tentano di tornare alla ribalta dichiarerà:

«Ci sono stati degli errori, primo di tutti la generosità nei confronti degli av­versari. Una generosità che ha permesso troppe cose e per la quale oggi i fascisti la fanno da padroni, giungendo a qualificare delitto l’esecuzione di Mussolini a Milano. Ebbene, neofascisti che ancora una volta state nell’ombra a sentire, io mi vanto di avere ordinato la fucilazione di Mussolini, poiché io e altri, altro non abbiamo fatto che firmare una condanna a morte pronunciata dal popolo italiano venti anni prima».

L’esponente socialista concluse il suo comizio con le seguenti parole:

«Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio. Questo lo consideriamo un nostro pre­ciso dovere: per la pace dei nostri morti e per l’avvenire dei vivi, lo compiremmo fino in fondo, costi quel che costi.»

Il 30 giugno Genova proletaria trasformò nella pratica le indicazioni di quest’orazione

Genova, 30 Giugno 1960: No Pasaran!

Il 30 giugno 1960 è il culmine della mobilitazione che ha portato all’annullamento del congresso del Movimento Sociale Italiano previsto per il 2 luglio a Genova.

Durante quei giorni i ma­nifestanti sfidarono l’aria resa irrespirabile dai lacrimogeni lanciati dalla polizia, i “caroselli” delle camionette che si lanciavano contro di loro per inse­guirli fino ai portici e ai marciapiedi, i manganelli e le altre armi delle “forze dell’ordine”.

In quei giorni venne fatta pagare alla canea reazionaria democristiana e ai suoi servi in divisa il dovuto prezzo per la protezione politica e militare data allo svolgi­mento del congresso missino.

Anche i numeri, per così dire, parlano chiaro e testimoniano di come  i manifestanti sul campo abbiano avuto la meglio sugli “uomini in divisa”.

Gli scontri, infatti, si chiudono con un bilancio di 162 tra funzionari, agenti ed ufficiali della «Celere» feriti e contusi contro una quarantina di feriti tra i dimo­stranti.

La vittoria dei giovani “con le magliette a strisce”, così come vennero etichet­tati dalla stampa dell’epoca i protagonisti degli scontri, venne fatta pagare a caro prezzo agli altri proletari che nelle settimane successive scenderanno in piazza contro il governo Tambroni, sostenuto esclusivamente dai voti della Democra­zia Cristiana e dai fascisti del Msi. 

Il livello dello scontro era tale, non solo per ciò che concerne l’apparato im­piegato dallo Stato, da poter parlare senza esagerazione del 30 giugno come di un episodio di vera e propria “guerra di classe”.

Questo è il racconto di un allora giovane proletario di Milano, Primo Moroni, che insieme a suoi coe­tanei, così come tanti altri, arrivò in città:

«Quando siamo arrivati da Milano con l’autostrada, lì quando si scende a Genova dall’alto, avevano piazzato un cannoncino centoventi montato su un camioncino degli ortolani, a controllare la strada. Dove cazzo l’avesse tirato fuori non so bene, ma era un centoventi; io avevo fatto il militare e sapevo quindi che quello era un centoventi... E poi c’erano le armi, che sono state usate, non si è sparato, sono state usate come deterrente. Sono state mostrate. Alla salita del Fondaco, un vicolo che sale dalla vecchia Genova verso piazza de Ferrari. Ricordo che c’era una libreria... E dalla salita del Fondaco è ve­nuto fuori ‘sto gruppone, che aveva dei moschetti e degli sten. E si sono schierati fuori, mentre la polizia era dall’altra parte di piazza de Ferrari.»

I moti di piazza del 30 sono preceduti da uno sciopero che in quel giorno ha paralizzato l’economia della città (un altro sciopero dei portuali il 25, in prote­sta contro il divieto prefettizio di un comizio, si era concluso con scontri) e da una manifestazione oceanica che gli stessi obiettivi fotografici non riescono a catturare interamente in un solo scatto.

A queste mobilitazioni va aggiunto l’attivo sabotaggio di una parte della po­polazione cittadina nei confronti dei congressisti accorsi nel capoluogo ligure che ha reso per loro Genova una città tutt’altro che ospitale: i ferrovieri terroriz­zavano gli incauti congressisti che incontravano sui vagoni prefigurandogli scenari apocalittici, i taxisti portavano gli stessi da tutt’altra parte rispetto all’hotel a cui erano destinati, i lavoratori alberghieri erano tutto meno che gen­tili e servivano pietanze non proprio invitanti...

Questa reazione popolare era sostenuta da un percorso organizzativo che du­rava all’incirca da un mese, non privo di occasioni di frizione e scontro con i fascisti e la polizia, percorso in cui si mobilitarono principalmente i giovani proletari e i vecchi partigiani, non solo liguri.
Dal rapporto del mese di giugno del prefetto di Genova Pianese si può leg­gere:

«Il MSI ha scelto Genova per il 6° congresso nazionale... Tale notizia ha provocato viva reazione negli ambienti partigiani che si propongono scioperi ed azioni di piazza. Anche il senatore Terracini, nel comizio tenuto il 2 corrente a Pannesi, ha affermato che la scelta di Genova è un’offesa ai valori della città decorata con la medaglia d’oro e che bisogna riunire tutte le forze della resi­stenza per tale occasione.»

Il 30 giugno, le indicazioni della dirigenza dei partiti della sinistra istituzio­nale, che invitano alla calma e temono “provocazioni”, sono superate dall’azione dei proletari che come un fiume in piena travolgono la timidezza e la modera­zione di questi, costretti ad inseguire e a legittimare la pratica autonoma dei giovani lavoratori, degli studenti, dei vecchi partigiani e dei pro­letari in genere.
Così racconta Giusy Giani, poco più che ventenne all’epoca dei fatti e fre­quentatrice del Circolo Culturale Gobetti di Via XX settembre, che non indietreggiò di fronte alla violenza poliziesca:
«Io però non avevo paura, vivevo quel momento in modo un po’ adolescen­ziale, come una sfida, pensando: “Questo è il momento nel quale si misura il mio vero valore: devo scoprire se sono una persona che vuole lottare per la giustizia sociale oppure se sono una che si lascia spaventare”».

Per lei, come per altri suoi coetanei, quel momento d’autodeterminazione della propria esistenza segna una rottura con la pacificazione sociale imposta fino allora con la repressione poliziesca e la timidezza delle organizzazioni della sinistra istituzionale.

Le giovani leve della classe operaia e gli studenti universitari si trovano per la prima volta fianco a fianco in un’unità d’intenti che non solo non soccombe alla polizia e impedisce il congresso missino, ma manda in crisi il governo e da al­lora fino alla creazione di Alleanza Nazionale. Viene così “marginalizzato” il peso politico pubblico dei neo-fascisti che saranno comunque utilizzati in seguito dalla classe dirigente e dal blocco sociale dominante come manovalanza per le trame golpi­ste e le stragi di stato che dal 12 dicembre ’69, con Piazza Fontana, fino agli anni '80 inoltrati, saranno al centro della strategie dello stato “nato dalla Resistenza”.

Cronaca del 30 giugno e del 1 luglio

Facciamo una breve sintesi di come si svolsero i fatti il 30 giugno e il giorno successivo.
Il 30 la manifestazione si era conclusa senza problemi in piazza della Vittoria con il comizio del segretario della Camera del Lavoro. La maggior parte dei dimostranti per tornare a casa dovevano attraversare per forza la centrale piazza de Ferrari dove centinaia di camionette bloccavano il flusso della gente che doveva pre­gare i militi per potere passare.

Venne fatta partire la carica improvvisamente, senza che il responsabile di piazza indossasse la fascia tricolore e facesse i tre canonici squilli di tromba, fu una carica violenta con le camionette che si muovevano in mezzo alla folla, i lacrimogeni subito adoperati copiosamente e i manganelli fatti crepitare.

Ma i manifestanti non indietreggiarono, si riversarono contro i mezzi delle forze dell’ordine.
Sedie dei bar, assi di legno, ciottoli, pietre, mattoni, paletti di ferro e relative catene, persino i ferri delle tende dei bar divennero le “armi” improvvisate del popolo.

Numerose camionette s’incendiarono, si costruivano barricate, mentre altre persone giungevano dai vicoli, dove i mezzi delle forze dell’ordine non potevano entrare ed erano facile preda della collera popolare che rovesciava dalle finestre su di loro qualsiasi cosa.

Gli scontri durarono ore.

Finì tutto alle otto quando il presidente dell’ANPI, non senza difficoltà, a bordo di una macchina scortata dalla polizia arrivò in piazza per convincere i manifestanti a rinunciare allo scontro, perché Prefettura e Questura si erano im­pegnate a ritirare le forze di polizia. 

La situazione tornò alla calma non senza problemi, e quello stato di quiete era del tutto apparente perché la tregua servì ad entrambi gli schieramenti per pre­pararsi al giorno successivo.

Così mentre le polizia si preparava per cingere la città in un vero e proprio stato d’assedio con tanto di filo spinato, la Genova proletaria si adoperava per il giorno seguente per il quale era stato proclamato uno sciopero generale di 24 ore.

Circolavano voci di “calate in massa” di fascisti verso Genova dove scon­tri con i fascisti, protetti dalla “Celere” avvenivano qua e là, con i missini che avevano la peggio. Tutto questo in una città con blocchi ovunque e mezzi dei militi che scorrazzavano a tutta velocità.

Così lo storico Renzo del Carria ricostruisce quei momenti: «Ma tutta Genova la notte tra l’1 e il 2 luglio scende ancora una volta nella lotta di strada in un clima pre-insurrezionale: venti trattori agricoli, alla testa di una colonna prove­niente da Portoria, avanzano per abbattere gli sbarramenti di filo spinato con cui la polizia aveva isolato piazza de Ferrari e via XX Settembre. Nei quartieri del porto nella notte di vigilia si erano confezionate centinaia di bottiglie molotov; nella cinta industriale intorno alla città si erano ricostruite le vecchie formazioni partigiane armate pronte a scendere in città», in molti quartieri si erano erette barricate di pietre e di legname.

Così il governo, capisce di avere perso la partita e revoca il permesso al con­gresso dopo avere cercato invano di farlo svolgere a Nervi, ottenendo come contropartita il mantenimento dell’ordine da parte dei partiti di sinistra.

La solidarietà con gli arrestati, la difesa politica al processo, le con­danne

Quella giornata avrà anche come conseguenza l’inevitabile accanimento giu­diziario contro i manifestanti: 50 arrestati durante la giornata (con una età media di 28 anni e di cui la metà non aveva più di 25 anni) e i successivi pro­cessi. Questi non vennero lasciati soli, ma venne garantito a loro e alle loro famiglie il necessario supporto durante il periodo detentivo e l’adeguata assi­stenza giudiziaria.

Questa la testimonianza d’Eraldo O., un partigiano dell’ANPI:

«Sì, ci assumemmo il fardello di queste famiglie, che io ricordo con partico­lare commozione, perché molti ormai non ci sono più.

I parenti venivano da noi a chiedere “ma come è stato possibile, non hanno fatto nulla di male”, e noi non avevamo risposte.

Però, e questo è un fatto unico nella storia, tutte le mattine con un carretto portavamo a questi detenuti nel carcere di Marassi quanto occorreva per vi­vere una giornata meno carceraria possibile. […] Ricordo che a ognuna di queste famiglie ogni mese veniva corrisposto lo stipendio che il detenuto avrebbe percepito se fosse stato in libertà. Ricordo anche che avevamo un ca­lendario dove segnavamo l’indirizzo di queste persone nel giorno in cui l’ufficiale giudiziario avrebbe dovuto mettere i sigilli (siamo arrivati anche a questo), e allora noi versavamo ogni volta 5.000 lire chiedendo il rinvio del se­questro dell’appartamento. All’ANPI vennero anche addebitate le spese processuali, gli avvocati della difesa erano quasi tutti volontari e operavano gratuitamente, ma le spese del processo ammontavano ad una decina di mi­lioni, all’epoca una cifra enorme, che noi non avevamo proprio».

Questa la testimonianza di G.B. Lazagna, il vice-capo partigiano “Carlo”, che si è occupato anche della difesa degli imputati per i fatti del ‘60: 

«Esisteva già un’organizzazione che si chiamava “Solidarietà Democratica”, formata nel ’48 per assistere l’ondata dei processi penali a seguito del 14 lu­glio. […] Naturalmente operavamo tutti gratuitamente, era nella tradizione risorgimentale e non se ne parlava nemmeno di emettere parcella. Le arringhe di difesa in genere erano fondate su argomenti politici come la salvaguardia dei valori della Costituzione e della libertà personale, sulla legittimità della re­sistenza – che poi era stato l’argomento della mia tesi di laurea con Terracini – in caso di gravi provocazioni. Cercavamo sempre di inserire l’argomento dell’oltraggio di avere di nuovo il boia Basile a Genova. Noi avevamo una vi­sione politica dei fatti e consideravamo queste reazioni la giusta risposta al neofascismo che si stava riorganizzando. Per 25 imputati mettevamo in genere una decina di avvocati, che perseguivano questa posizione politico-giuridica.»

Il processo, che si celebra nel 1962 a Roma, e che avrà 43 imputati di cui sette detenuti e trentasette a piede libero, si concluderà con la condanna di 41 dei 43 accusati a pene superiori a quattro anni.

L’arringa finale di Terracini, di cui riportiamo un breve stralcio, da il senso della difesa politica non solo di quegli imputati ma di quella giornata:

«Io credo di poter dire, interpretando l’animo degli assenti, che in questi 43 tutti si riconoscono i 100.000 del 30 giugno – professori, impiegati, studenti, professionisti, i quali rifiutano una distinzione, una divisione che è tutto artifi­cio, nutrita di vecchi pregiudizi, insidiosa e grave di danni per gli imputati e umiliante per coloro verso i quali si pensa esprima invece deferenza e conside­razione. Questi 43 rappresentano, così come sono e chi sono, la maturità politica di tutta la popolazione di Genova, dalla quale appunto quel giorno è pervenuto lo slancio generoso che li ha spinti alla protesta»

Gli altri centri dei “Fatti di luglio

A S.Ferdinando (RC) il primo luglio si svolgono sciopero e corteo di un migliaio di braccianti, che si reca alla Camera del Lavoro, dove si tiene un’assemblea. Dato il numero dei partecipanti non tutti riescono ad entrare nella sede e sostano sulla piazza antistante alla Camera del Lavoro. I Carabinieri allora chiudono a chiave dall’esterno la porta dell’edificio e poi caricano i lavoratori in piazza, sparando anche colpi di moschetto e di mitra. 

Un bracciante viene ferito gravemente.

Intanto i manifestanti da dentro riescono a sfondare la porta e escono in piazza, i carabinieri li accolgono con spari ad altezza d’uomo, a causa dei quali vengono feriti altri due scioperanti.
La reazione dei manifestanti costringe i Carabinieri a indietreggiare, sparando, fino alla caserma.
Cariche e sparatorie durano circa un’ora e mezza, oltre ai tre feriti, numerose donne e bambini vengono picchiati.

A Licata (AG) il 5 luglio si svolge uno sciopero contro il governo Tambroni.
Carabinieri e polizia fatti affluire da altre località dopo numerosi scontri provocano la morte di un commerciante ucciso da raffiche di mitra alla stazione ferroviaria.
La giornata si conclude con il ferimento di 24 manifestanti, tra cui tre gravi e di due carabinieri.

A Roma il 6 luglio una manifestazione contro il governo Tambroni e per la commemorazione dei caduti della Resistenza a Porta San Paolo, a cui è stata revocata all’ultimo momento l’autorizzazione, viene violentemente caricata dalla polizia e dai carabinieri a cavallo. L’intero quartiere reagisce. Un agente che cade dalla propria jeep durante un “carosello” si ferisce gravemente, morendo a pochi giorni di distanza. Venti manifestanti vengono feriti, mentre tre, portati in questura, verranno torturati.

Il 7 luglio a Reggio Emilia un comizio contro il governo Tambroni che si dovrebbe tenere in un teatro si trasforma in una manifestazione di 20.000 persone che affollano la piazza principale di fronte al teatro. Viene negato il permesso di posizionare degli alto-parlanti nella piazza. La polizia carica facendo caroselli, appoggiata dai carabinieri. Le forze dell’ordine sparano per ammazzare e uccidono cinque persone, tra cui due ex partigiani, mentre negli scontri rimangono feriti altri 21 dimostranti.

L’8 luglio a Palermo una manifestazione di protesta contro i fatti di Reggio Emilia si trasforma in una battaglia vera e propria a causa delle cariche con le jeep della polizia che spara: tre manifestanti vengono uccisi mentre una donna muore mentre chiudeva la finestra del proprio appartamento. Altri 36 manifestanti vengono feriti da colpi d’arma da fuoco.

Lo stesso giorno, sempre in Sicilia a Catania durante uno sciopero contro il governo Tambroni polizia e carabinieri sparano lacrimogeni a cui i dimostranti rispondono con lanci di sassi ed erigendo barricate. La polizia inizia i caroselli. Muore un edile disoccupato prima ferito, poi colpito ripetutamente da più agenti con il manganello e poi “finito” a colpi di rivoltella da un poliziotto. Vengono feriti sette dimostranti.

Giacomo Marchetti

*****

Avevo vent’anni il 30 giugno 1960. Ero nato all’inizio della seconda guerra mondiale. Mio padre “Ce” (Francesco) era un lavoratore del porto di Genova, un “camallo”, anche mio nonno lo era stato prima di lui. Fece in tempo a partecipare da richiamato alla guerra sul confine italo-francese, divenne militante del Partito Comunista e come molti altri lavoratori si impegnò nella Resistenza al Nazifascismo. 

Finita la scuola nel 1959 scelsi il porto come palestra delle mie aspirazioni. Il luogo mi aveva sempre affascinato e i racconti che avevo sentito fare in famiglia – anche i tre fratelli maschi di mio padre erano portuali – per quanto affascinanti non erano certo all’altezza di quanto in prima persona riuscivo a vedere e a mettere in memoria. In compagnia eravamo 8000 lavoratori autogestiti impegnati tutti i giorni in chiamate, a turni di lavoro, mansioni e professioni necessarie alla merce che venivano dislocati nei luoghi più disparati sulla banchina, le navi, i magazzini, i piazzali, camion e vagoni per sbarcare e imbarcare sulle navi la merce che arrivava e partiva per il mondo intero. La confusione era massima ma tutti con pochissimi ordini apparenti riuscivamo come tante formichine a far funzionare questo grande crogiolo. 

Il dopoguerra fra il 1948 e il 1960 fu caratterizzato in Italia dal governo democristiano. Per le classi subalterne piegate dalla necessità di ricostruzione e dalle difficoltà delle condizioni di vita furono certamente anni difficili. Lentamente ma inesorabilmente la restaurazione capitalistica mise all’angolo la classe operaia e grazie al consenso di borghesia, ceto medio e Vaticano, represse anche politicamente il mondo del lavoro che tanto aveva dato nel periodo della guerra. La sperequazione sociale, la disoccupazione ma anche l’immigrazione dal Sud Italia, i bassi redditi e i consumi inadeguati misero pian piano in discussione i diritti generali e crearono una piattaforma politica tesa a sdoganare anche i lati più oscuri del capitalismo verso la destra e i fascisti. 

Erano trascorsi appena 15 anni da quel 25 Aprile 1945 quando durante una delle tante crisi di governo a chiara maggioranza DC Tambroni primo ministro pensò che fosse arrivato il momento di utilizzare i voti del M.S.I. per arrivare alla maggioranza in Parlamento. Un momento dopo il partito neo fascista indisse a Genova il congresso del partito il 30 giugno. Invitò anche all’introduzione un ex gerarca che aveva guidato a Genova la repressione della guerra partigiana. Per la curiosità ricordo il cognome del galantuomo (Basile). Ma non avevano fatto bene i conti con i genovesi: con chi aveva liberato la città dall’esercito tedesco, con le organizzazioni democratiche e sindacali, con tanta avanguardia comunista ma principalmente con tutti quei giovani che volevano una vita migliore e non ripetere gli errori dell’anteguerra. 

Noi portuali insieme agli operai delle fabbriche, ai tranvieri, ma anche con categorie del pubblico impiego caratterizzammo ogni singola vertenza la presenza in piazza dando spesso origine a scaramucce con le forze dell’ordine. Ci organizzammo in fabbrica e nel porto, ma ci organizzammo anche nei quartieri e nelle sezioni, nei circoli democratici, nei partiti con una forza e una capacità sempre crescente. Anche tanti giovani disoccupati manifestavano forse per la prima volta la loro presenza assieme agli antifascisti e agli operai. Il mondo della scuola e dell’università che non aveva mai brillato di soverchia presenza nel dibattito politico manifestava sdegno e presenza coerente.
La CGIL nella sede di Vico Tana in via Balbi divenne forse in quei momenti il luogo in cui più alto si unificò il rifiuto totale alle scelte di governo. Noi portuali poi eravamo una storia a parte. La grande quantità di giovani e di compagni prima e dopo il lavoro si organizzavano e partecipando alle differenti riunioni, manifestazioni e volantinaggi ma principalmente nei quartieri coi dirigenti dell’ANPI e sindacalisti preparavano un’adeguata resistenza. Il congresso del MSI non si doveva fare a Genova e il governo Tambroni piano piano diventava il secondo obiettivo da cancellare. E piano piano con la forza di un antifascismo crescente anche la città tutta si preparò. E non bastò la stampa né la polizia né i carabinieri e neppure le mitragliatrici dietro i cavalli di frisia che delimitavano alcune zone (ricordo quella a lato di via XX Settembre, direzione porto e quelle in cima a via Balbi davanti all’hotel Savoia) riuscirono a dissuadere gli antifascisti genovesi. 

La CGIL dichiarò lo sciopero politico generale. In centomila partecipammo alla manifestazione di piazza della Vittoria con un comizio rovente di Pertini, ma fu verso le 6 della sera allo sfollare dal comizio che in piazza De Ferrari ci trovammo una quindicina di camionette della famosa celere di Padova che presidiavano la piazza dell’attuale Palazzo della Regione e forse per sfida assieme a un centinaio di manifestanti ci sedemmo sui bordi della vasca. Forse ci furono urla, forse vennero lanciate alcune monetine contro i poliziotti certo è che in un momento il capitano scatenò gli agenti contro noi che a mani nude cominciammo a resistere ma anche a organizzarci. Il capitano finì nella vasca, alcune camionette presero fuoco e la gente ognuno di noi cominciò a battersi trovando strumenti adatti alla difesa. 

In tre ore di battaglia la polizia non guadagnò un metro, anzi a più riprese rischiò di essere travolta, fortunatamente non usò le armi come a Reggio Emilia e nel Sud Italia e si andò avanti tutta la sera fino a mezzanotte quando venne concordata una tregua e una possibile trattativa. Fu una grande vittoria, il congresso saltò e poi anche Tambroni dovette rassegnare le dimissioni. In piazza durante gli scontri incontrai anche il mio papà che mi diede un sonoro scapaccione e mi disse di tornare a casa per dire alla mamma che tutto andava bene. Aveva 47 anni lo ricordo con la sua canottiera bianca e con la sua attenzione e baldanza sempre attento e determinato a battersi per le sue idee e i suoi valori. 

Il 30 giugno per me fu il giorno in cui compresi che anche dal basso con lotte giuste e determinate si possono raggiungere obiettivi quasi impossibili. E quella giornata preparò tanti magnifici anni che sarebbero poi arrivati.

Bruno Rossi