Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/07/2021

Vent’anni invano

A vent’anni di distanza da Genova, riproponiamo l’intervento che Paolo Cassetta svolse all’assemblea fondativa della rete politica nazionale “Noi saremo tutto” (maggio 2012). Nonostante la distanza temporale tanto dall’oggi, quanto da Genova, potrebbe apparentemente rendere superata la diagnosi, molte delle questioni centrali dell’estrema sinistra italiana dell’ultimo quarantennio sono qui evocate e affrontate con rara precisione. I problemi del movimento operaio italiano si confermano dunque sistemici, forse irrisolvibili. Vent’anni di smobilitazione sembrano ormai costituire qualcosa di più di una semplice fase transitoria, costringendoci in qualche modo a fare i conti non più (solo) con i nostri limiti soggettivi. Che pure, in questa ritualistica celebrazione mainstream dell’”evento” Genova, permangono ancora imperturbati. Come evidenzia l’autore, continuiamo a pensare le giornate di mobilitazione genovesi come “evento” generazionale, e non come esperienza – una delle tante – del movimento operaio e anticapitalista italiano, da cui ricavare lezioni e smentite. Il ricordo, dunque, degenera immediatamente nell’epopea, alimentando quel presentismo incapace di fare i conti con se stessi e con il proprio passato. Delegando a Repubblica o al Corriere della Sera quella critica dell’evento, ovviamente sviante e interessata, che alle nostre latitudini continua a partorire apologie commemorative inutili a capire tanto Genova quanto il futuro della sinistra anticapitalista italiana.

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Nosce te ipsum
Appunti sulle condizioni soggettive della sinistra anti-capitalistica italiana


Il dato da cui vorrei partire, macroscopico, innegabile, e anche un po’ scontato, è quello della crisi attuale. Si tratta evidentemente della più seria crisi economica degli ultimi anni. È una crisi che sta peggiorando in modo concreto le condizioni di vita della stragrande maggioranza delle classi popolari italiane. È una crisi che oltretutto si accompagna a una caduta verticale del prestigio e della credibilità del sistema politico dei partiti borghesi. Ebbene, sin dal suo emergere, questa crisi si consuma senza che a giovarsene sia alcuna ipotesi, moderata o radicale, di alternativa anti-capitalistica.

Di fronte a questo fatto si può reagire in molti modi. Il più diffuso, e per certi versi comprensibile, è quello di richiamare i caratteri internazionali dei fenomeni economici e politici in atto. Si sottolinea la globalità dei movimenti del capitale, alimentati da tecnostrutture anonime ormai dotate di una ulteriorità inattingibile a partire dalla scala nazionale. Di fronte a essa, la dimensione interna delle vicende politiche italiane apparirebbe svuotata di importanza e priva di potenziale incidenza sui rapporti di forza fra le classi. Inoltre, è diffusa la sensazione che i modelli analitici e strategici provenienti dalla tradizione classica del movimento operaio, quella del Novecento, per intenderci, siano definitivamente spuntati. I mutamenti intervenuti nella fisionomia del proletariato contemporaneo li avrebbero resi inservibili nella loro fiduciosa aspettativa di ricomposizioni sociali automatiche. La sconfitta schiettamente politica e ideale subita dal comunismo all’indomani del fatidico 1989, li avrebbe resi impresentabili nella loro pretesa di rappresentare un orizzonte di più avanzata civiltà rispetto al mondo della borghesia.

Comunque la si metta, resta la circostanza sbalorditiva. Le classi al potere dichiarano apertamente i propri limiti, e la propria intrinseca inclinazione a risolvere i problemi di funzionamento del sistema attraverso la compressione delle condizioni di vita dei ceti subalterni. Ma questo non produce una qualche ripresa su larga scala delle opzioni alternative al mondo della borghesia. Le osservazioni che cercherò di sviluppare non si propongono di fornire una spiegazione generale di questa deplorevole situazione. Vorrei soltanto attirare l’attenzione su alcune caratteristiche della vicenda recente della sinistra anti-capitalistica italiana. Sono infatti convinto che, in ogni momento storico, esiste una dimensione sovrapersonale dei nostri pensieri e delle nostre pratiche difficile da padroneggiare per intero, ma nella quale occorre procedere ogni tanto a oneste operazioni di inventario e di pulizia. In altre parole, una migliore conoscenza di noi stessi, del nostro mondo e dei modelli di pensiero e di azione depositati nel cosiddetto movimento negli ultimi vent’anni, può senz’altro giovare alla riflessione operativa e alla definizione di una prospettiva di lavoro teorica e politica specificamente comunista.

Il punto di partenza del mio ragionamento risale, per forza di cose, alla fine degli anni Ottanta. È il momento in cui si consuma interamente la sconfitta del movimento operaio italiano del secondo dopoguerra, nelle sue versioni moderate e radicali. Ciò su cui mi concentrerò, lo ripeto, non è l’analisi complessiva, internazionale, della tragedia occorsa al comunismo sul finire del Novecento. Solleciterò invece la vostra attenzione sulla forma assunta in Italia da questo fenomeno di enormi proporzioni, con particolare riferimento alle aree esplicitamente o implicitamente eredi della nuova sinistra degli anni Settanta.

Nuova Sinistra, del resto, è espressione che ha senso solo in rapporto al suo opposto: alla Vecchia Sinistra. E la cosa notevole è proprio questa, che, all’inizio degli anni Novanta, la fine del Partito Comunista Italiano e la nascita di Rifondazione Comunista, aboliscono di fatto le antiche demarcazioni, quasi avverando il sogno più antico di tutti gli estremismi italiani, la spaccatura del PCI. Da un lato vengono meno gli equivoci e le ambiguità a lungo coltivati da un gruppo dirigente che smette le vecchie bandiere, riconoscendosi completamente interno al mondo della proprietà privata e della democrazia borghese. Dall’altro, le forze che confluiscono nella nuova formazione comunista, anche a causa della lunga battaglia congressuale condotta contro la maggioranza di Occhetto e D’Alema, appaiono spostate sensibilmente più a sinistra dell’orizzonte precedente del vecchio partito. Ciò, tuttavia, non si traduce in reale capacità innovativa né sul piano ideologico, né sul piano dell’azione politica. La Rifondazione di Cossutta e Garavini è ingessata e resta in mezzo a un guado. La mancata adesione di Ingrao e del grosso della sua corrente privano il nuovo soggetto della fisionomia accogliente di un largo, aperto e inconnotato movimento anti-capitalista. L’egemonia della corrente di Cossutta impedisce invece una reale rivisitazione della fase berlingueriana degli anni Settanta, nonché una reale apertura al mondo variegato dell’estrema sinistra.

Un mondo variegato, ho detto. Ma soprattutto un mondo diviso, per molti versi piegato, attraversato da rancori, recriminazioni, tentazioni trasformistiche e inamovibili rigidità. Sul finire degli anni Ottanta, anche qui siamo in chiusura di partita. Giunge a compimento il percorso della sinistra rivoluzionaria italiana che aveva conteso al PCI la direzione dei movimenti di massa e, sull’onda del lungo ‘68 italiano, si era proposta come alternativa generale alla “via italiana al socialismo” di impostazione togliattiana, evoluta (non senza traumi) in strategia del “compromesso storico” con Berlinguer.

Ricorderò le cose nell’essenziale.

Democrazia Proletaria è l’unica formazione proveniente dalla storia dei cosiddetti “gruppi” a essere rimasta in vita. Il lungo periodo di direzione, saccente e pomposa, affidata a Mario Capanna, l’ha abituata a un vivacchiare elettorale che vorrebbe trovare la sua ragione d’essere nei nuovi temi dell’eco-pacifismo. La cultura del limite, la non-violenza come scelta strategica, l’inclinazione federativista in campo organizzativo, sono tutti filoni che vengono sviluppati in questa area, con la benedizione del quotidiano il manifesto e della sterminata e collosa area ingraiana. È qui che inizia quel processo di trasformazione del comunista in boy scout, che rende immancabilmente le manifestazioni una “festa”, e abitua le nuove generazioni a pensarsi immacolate e giustificate dalla natura pacifica dei mezzi della lotta. Di fatto, nella vita di partito, Democrazia Proletaria conosce le sue pene, srotolando tutto il rosario dei litigi possibili attraverso le scissioni con i Verdi-Arcobaleno e le accanite lotte interne di corrente impegnate fra i dirigenti provenienti da Avanguardia Operaia e quelli di derivazione PDUP e ingraiana. È anche interessante che si faccia spazio al suo interno la componente derivata dalla Lega Comunista Rivoluzionaria, i cui anni d’oro sono stati proprio gli Ottanta, regno della confusione e del risveglio del probo e innocuo trotskismo italiano. Alla fine, l’insieme delle forze mantenutesi in DP non può che scegliere la confluenza in Rifondazione Comunista. Ciò nonostante, sarà vana la speranza di incidere sul profilo della nuova formazione, mettendone in questione l’elemento “continuista” con la storia del PCI.

L’area della Autonomia Operaia appare invece esausta e sconvolta dalle vicende della repressione e delle varie evoluzioni, in alcuni casi esplicitamente dissociatorie, dei suoi gruppi dirigenti. È l’unica ad aver tenuto in qualche modo nel territorio, con i suoi collettivi e le sue reti mobili di relazioni. Ma è risultata spiazzata dalla controffensiva capitalistica degli anni Ottanta, che ha preso di petto la classe operaia delle grandi concentrazioni industriali, rendendo momentaneamente inservibili i temi agitatori dei “non-garantiti” e dell’”operaio sociale”. In questo senso, ha subito una sorta di metamorfosi spontanea che è opportuno registrare. Si è come ripiegata su stessa. Da soggetto politico capace di intercettare e mobilitare un antagonismo sociale più vasto, si è trasformata in un mondo assorbito dalla difesa del proprio spazio vitale, dei propri stili di comportamento e dei propri linguaggi. Giova notare che questo cambiamento, là dove è ammesso, non è considerato sinonimo di debolezza, ma giustificato come sviluppo di una pratica di autovalorizzazione sociale coerente con la propria storia. In concreto, però, ciò che accade è semplice. In primo luogo, il forzoso ripiegamento su se stessi dei collettivi dell’Autonomia Operaia sopravvissuti alla bufera della repressione, costituisce l’antefatto metamorfico del nuovo mondo dei centri sociali. In secondo luogo, il travaso della carica politica dirompente dei temi del Settantasette nell’analisi leziosa del metabolismo quotidiano del general intellect, rende il discorso post-operaista talmente proteiforme da configurarlo come prodotto polivalente, potenzialmente manipolabile in molti modi.

Nessuna manipolabilità e nessuna metamorfosi si danno infine nell’esperienza della lotta armata, e in particolare in quella delle BR, che sul declinare degli anni Ottanta approdano a definitiva conclusione. Qui c’è il vero caput mortuum degli anni Settanta. Ci sono le condanne penali. Ci sono i numerosi prigionieri politici. C’è il sentimento secco e non sofisticabile della sconfitta, dilatato dalla riprovazione generalizzata che tipicamente si abbatte su chi ha osato violenza contro il mondo della borghesia, legale per definizione e giustificato dal suffragio universale. Sottolineiamo che questa sconfitta è resa ancora più netta dall’assenza di una reale discussione sulla storia politica degli anni Settanta, che inizia anzi a divenire il terreno di edificazione di una variopinta mitologia negativa, tuttora vegeta e operante. E aggiungiamo che i deboli e infruttuosi tentativi di intraprendere campagne a favore di provvedimenti di amnistia, fiaccano e sbriciolano il già difficoltoso rapporto fra militanti imprigionati e nuovi movimenti, gli uni polverizzati e immiseriti nelle proprie divisioni interne, gli altri sempre più calamitati da orizzonti e esperienze biografiche lontani dalle scelte crude del decennio precedente.

Ecco, nel contesto che ho cercato velocemente di delineare, e che risulta grosso modo assestato a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, anche in ciò che resta dell’estrema sinistra italiana l’esigenza di novità appare dunque preponderante. Il taglio con il passato risulta percepito come liberatorio, come sinonimo di inventività politica. E può essere utile ricordare che un movimento come quello della Pantera, attivo fra l’inverno del 1989 e la primavera-estate del 1990, stabilisce già il suo rapporto con gli anni Settanta come l’obbligata e complicata relazione con un periodo storico che va conosciuto, filtrato, quasi tenuto a distanza. A questa data è del resto obiettivamente in moto l’esperienza dei centri sociali, da intendere ormai alla stregua di fenomeno specifico. Ho appena detto che essa nasce come semilavorato di momenti e vicende radicate nel percorso dell’estrema sinistra classica. Ma è importante precisare che ben presto diviene il bacino collettore di un forte bisogno di autonomia dalla tradizione, a partire dal quale prende corpo un combinato di pratiche e ideologie configurante un nuovo ciclo della sinistra anti-capitalistica italiana.

È un ciclo che, ovviamente, va collocato sullo sfondo dello scenario internazionale degli anni Novanta. Dirò brevemente che in questo decennio sorge e prende corpo il nuovo sentimento di critica all’ingiustizia sociale che ruota intorno al cosiddetto “alter-mondialismo”. Tale espressione è ovviamente generica. Però ci aiuta a denotare la differenza con l’atteggiamento generale dei movimenti precedenti, tutti più o meno inseriti, in modo riformista o radicale, nell’orizzonte di trasformazione reale aperto dalla Rivoluzione d’Ottobre. L’alter-mondialismo assume invece, di fatto, l’esistenza del capitalismo triumphans, laureato vincitore sul campo nella lunga contesa ingaggiata fin dal 1917 con il movimento operaio classico, giunto o meno al potere. Questo capitalismo, libero dalla confrontation con i paesi dell’Est, e dalla pressione del movimento operaio organizzato nelle democrazie borghesi occidentali, compie un ulteriore salto di complessità e di connessione interna. È un salto alimentato innanzitutto della terza rivoluzione industriale legata all’automazione e all’informatica, che può esprimersi senza limiti in un paesaggio ormai bonificato dalla contestazione operaia. È un salto edificato, in secondo luogo, sullo sgretolamento dell’alleanza istituita nel secondo dopoguerra fra borghesie nazionali dei paesi dipendenti e campo socialista, ciò che consente il riemergere di atteggiamenti apertamente coloniali e l’affermazione della vocazione capitalistica alla completa integrazione del mercato mondiale. È la cosiddetta “globalizzazione”. È il cosiddetto “pensiero unico”. È una situazione di sfrenatezza imperialistica alla quale inizia a rispondere confusamente un arco di soggetti animato da un originale miscuglio di riformismo e utopismo, necessariamente privo di una strategia e di una tattica definite.

Cerchiamo di capire meglio. L’ingrediente che ho definito riformistico delle nuove figure della contestazione è molto diverso da quello tradizionale delle socialdemocrazie storiche, fatto di welfare e aumento dei salari. Esso ruota intorno alla critica morale e legale della finanziarizzazione, a piccoli e speranzosi keynesismi locali, a una idea di democrazia economica che evita di nominare radicalmente la questione della proprietà privata. L’ingrediente utopistico è suscitato invece dalla percezione sociale delle potenzialità civili connesse al livello di sviluppo delle forze produttive raggiunto con la terza rivoluzione industriale. Per esempio, l’idea molto antica di una organizzazione razionale dell’impiego delle risorse mondiali, esce rafforzata, rinnovata, e in qualche modo svincolata dalle esperienze classiche della pianificazone, grazie alle nuove connettività rese possibili dall’informatica. Nello stesso tempo, la nuova coscienza ambientale produce una critica della categoria della crescita, che ridisegna e riapre gli orizzonti di pensiero sui modelli alternativi di società. Da tutto questo prende corpo ciò che potremmo definire una nuova figura storica del sentimento anti-capitalista. È una figura pesantemente segnata da connotati morali pre-marxisti, e dalla indignazione contro rapacità e povertà, intese come malattie estirpabili a partire dall’ambigua categoria dell’equità. È una figura estremamente recalcitrante ad affidarsi al noi impersonale e autosufficiente del partito e molto più incline a pensarsi come rete di io e di soggettività, all’interno della quale, per forza di cose, assumono funzioni di supplenza nuovi santini e santoni: intellettuali acclamati in conferenze e comici investiti di mansioni di denuncia. È una figura che inizia a osservare le periferie del mondo con grande ambivalenza: simpatizzando con esse, nella misura in cui si presentano come depositi di saggezza e di relazioni da preservare; distogliendone lo sguardo, quando la reazione alle pratiche e alla mentalità neo-coloniale assume forme violente e talora culturalmente regressive, come nel caso del fondamentalismo islamico. Ad ogni buon conto, il decennio culmina icasticamente a Seattle, nel 1999, con una settimana di battaglie campali ingaggiate contro l’astrazione onnivora e anonima della “globalizzazione”, incarnata dal WTO. In Italia i protagonisti di questa dinamica, come ho già detto, sono prevalentemente i centri sociali. Essi, tuttavia, devono essere esaminati anche e soprattutto come fenomeno collegato per differenze e assonanze, per richiami e rotture, al ciclo specifico di lotte di classe che, unico in Europa per durata e intensità, il nostro paese aveva conosciuto tra gli anni Sessanta e Settanta.

E, allora, abbiamo ricordato che, agli occhi dei protagonisti italiani del nuovo movimento, il paesaggio consegnato in eredità dal Novecento appare particolarmente disastrato. Ebbene, il primo elemento che risulta tipico della cultura dei centri sociali, è il rifiuto di pensare in modo strategico. In sostanza, non esiste un prima e un poi del cambiamento. Non esiste un percorso immaginato e ragionato di pratiche che conducano da un oggi dominato dagli apparati economici e politici del capitale a un domani caratterizzato dall’effetto di padronanza della presa del potere. Ciò che si rivendica, sulla base di un empirico sincretismo fatto di suggestioni operaiste e rimandi al vecchio mutualismo pre-marxista, è l’autonomia e la centralità del presente. Ciò che si postula è la compiutezza di significato dell’adesso generato dalle relazioni costruite all’interno della sfera, conquistata e difesa, delle autogestioni.

Per capire cosa intendo, vorrei leggere poche righe tratte dai Manoscritti economico-filosofici di Marx:

«Quando gli operai comunisti si riuniscono, essi hanno primamente come scopo la dottrina, la propaganda, ecc. Ma con ciò si appropriano insieme di un nuovo bisogno, del bisogno della società, e ciò che sembra un mezzo, è diventato scopo. Questo movimento pratico può essere osservato nei suoi risultati più luminosi, se si guarda ad una riunione di “ouvriers” socialisti francesi. Fumare, bere, mangiare, ecc., non sono più puri mezzi per stare insieme, mezzi di unione. A loro basta la società, l’unione, la conversazione che questa società ha a sua volta per iscopo; la fratellanza degli uomini non è presso di loro una frase, ma una verità, e la nobiltà dell’animo s’irradia verso di noi da quei volti induriti dal lavoro».

Come vediamo, in questo brano, Marx coglie acutamente il doppio significato di qualunque associazione proletaria generata dalla coscienza di classe. Da un lato quella di essere espressione sintetica di una volontà di lotta e di trasformazione della società. Dall’altro quella di essere società in sé stessa, luogo di relazioni emancipate, prefigurazione, entro una certa misura, della società complessivamente liberata dal giogo dello sfruttamento e della alienazione. Ora, ciò che prende corpo nella cultura dei centri sociali è l’autonomizzazione dell’elemento presentista. Fumare, bere, mangiare, cioè costruire esperienze di nuova socialità entro spazi sottratti alle logiche mercantili, diviene l’asse intorno a cui far ruotare il pensiero e l’azione del nuovo antagonismo. Ma ciò avviene a scapito del momento necessariamente diacronico e processuale della lotta generale, che inizia a essere percepito come mero investimento bellico-sacrificale sul futuro e irriso in quanto esca della grande truffa ordita dal Novecento ai danni dell’irripetibilità della vita individuale.

Vorrei precisare che questa caratteristica non va considerata una semplice evoluzione del discorso sulla “maturità del comunismo” tipico dell’operaismo degli anni Settanta. Ha senz’altro importanti agganci con esso. Però trae spunto anche da tradizioni più antiche, legate a quell’anarchismo e comunismo degli artigiani con il quale Marx ebbe sempre rapporti difficili. In ogni caso, il presentismo che ho cercato di delineare, ci conduce al secondo tratto rilevante del nuovo mondo dei centri sociali: l’idea molecolare della connessione sociale e politica. Qui possiamo andare più svelti. Se infatti il mio presente è autonomo, a suo modo compiuto grazie alle pratiche vitali esperite nel luogo di comune aggregazione, allora anche il mio collegamento con l’esterno risulterà emancipato dal modulo particolare-generale. Capiamo facilmente che un soggetto autosufficiente non acquista il suo senso dalla integrazione, intesa come completamento, con una dimensione generale sovrastante. La relazione con il proprio simile preferirà pertanto seguire percorsi molecolari, simpatetici, rizomatici; itinerari legati a modelli biologici più che alle linee, eventualmente complicate dal calcolo tattico, del more geometrico tipico del movimento operaio classico.

Per questo, il modo materiale di lottare dei centri sociali evidenzia una duplice tendenza. Primo, gli obiettivi concreti, perseguibili ed effettivamente perseguiti, ruotano quasi sempre intorno a pratiche di riappropriazione di spazi fisici all’interno dei quali generare esperienze di nuova socialità. Secondo, il proprio punto di vista sul mondo viene espresso attraverso iniziative che non sono reiterabili e generalizzabili, ma testimoniali e simboliche. Si tratta di un modello alternativo a quello, sia riformista sia rivoluzionario, del movimento operaio classico. Le sue radici affondano nelle battaglie della democrazia radicale anglosassone, nelle esperienze della resistenza civile, nelle performances delle avanguardie artistiche del primo Novecento. Intendiamoci, negli anni Settanta qualcosa del genere era ovviamente già comparso nella storia dell’estrema sinistra. Ma si trattava più di un ingrediente utopico-creativo della forza del movimento (un ingrediente carnascialesco bachtiniano, direi), che di un reale vettore dell’antagonismo. Negli anni Novanta, le difficoltà a immaginarsi e accreditarsi come maggioranza potenziale conducono a pensarsi e organizzarsi come minoranza attiva, capace di azioni testimoniali dotate di alto valore simbolico. Pensiamo all’intera vicenda della “tute bianche”. Pensiamo a molte delle azioni organizzate contro la prima e la seconda guerra del Golfo. Pensiamo al modo in cui viene gestita la piazza nel corso degli anni Novanta, cercando, creando e gestendo momenti di scontro a bassa intensità, piccole battaglie quasi simulate, con polizia e carabinieri.

Le cose dette sin qui ci portano a una conclusione. L’effetto di padronanza legato al generale, al reiterabile e al prognostico, appare perduto o non più praticabile a fronte delle “sparse membra” di una composizione di classe devastata dalla sconfitta e dalla terza rivoluzione industriale. Di conseguenza, essere radicali assume progressivamente il significato di ritagliare e reinventare porzioni di mondo sottratte alla logica mercantile, testimoniando la propria avversione al sistema generale della proprietà privata mediante azioni simboliche capaci di spiazzare e interrogare il senso comune. Vorrei suggerire di non prendersi gioco con leggerezza di questo atteggiamento. Gli ultimi venti anni di storia ci dicono infatti che, nei paesi a capitalismo avanzato, il vecchio “generalismo” del movimento operaio è risultato singolarmente incapace di proporre modelli di azione efficaci, che non fossero stancamente ripetitivi o semplicemente abbarbicati alla necessità di conservare mere rendite di posizione. Ma il modulo originale e relativamente incisivo della minoranza attiva, qualora venga considerato come strategia autosufficiente, lascia emergere ben presto problemi non indifferenti. Nella misura in cui si sviluppa e riscuote successo, conduce necessariamente al confronto di natura generale con l’istituito nelle sue varie articolazioni. Nella misura in cui resta legato alla mera testimonianza e simbolicità, subisce impreparato l’effetto di ritorno della dimensione (mai assunta a reale problema) della politica tradizionale, con il doppio e speculare contraccolpo della istituzionalizzazione non governata o della repressione introiettata come monito e terrore.

Di fatto, gli anni Novanta sono il periodo della progressiva destrutturazione dei moduli classici dell’agire politico, e insieme della progressiva ricerca e formulazione di nuovi orizzonti teorici e pratici. In questo decennio si forma e si consolida una nuova generazione di militanti e dirigenti della sinistra anti-capitalistica, animata dalla convinzione che si debbano praticare terreni nuovi, rompendo ingessature ideologiche ormai prive di utilità. Si pensi agli effetti della lunga direzione di Fausto Bertinotti in Rifondazione Comunista. Si pensi alla alleanza fra i centri sociali del Nord-Est, il Leoncavallo di Milano e l’area egemonizzata dal Corto Circuito di Roma, con i primi esperimenti di partecipazione e uso dei meccanismi istituzionali di rappresentanza. Si pensi all’impatto culturale dello zapatismo. Si pensi, infine, al ritorno di influenza di un post-operaismo ormai evidentemente segnato dagli stilemi fluidi e onnivori del pensiero di Foucault e Deleuze. Nello spazio di un decennio si accumulano molte esperienze incontestabilmente interessanti. Ma si crea anche una sorta di koinè, un dialetto culturale generalizzato fatto di espressioni e categorie che muovono tutte verso l’incremento di distanza con il passato, senza per questo assumere la responsabilità di un nuovo pensiero strategico. Camminare domandando, si dice. E in questo contesto ciò che progressivamente evapora è la grande occasione che, dall’incontro fra le varie eredità non pentite del marxismo italiano, sorga un nuovo ciclo di esperienze comuniste capace di dare orizzonte comune alla resistenza operaia balbettante nelle dimensioni post-fordiste, all’antagonismo rabbioso del proletariato metropolitano confinato nelle nuove periferie, alla estraneità ammutolita della forza-lavoro immigrata generata dalla ridefinizione mondiale dei flussi dello sfruttamento.

Verrebbe da dire che non poteva andare altrimenti. Verrebbe da giudicare scontato che in Italia si dovesse pagare un prezzo di particolare disillusione e trasformismo, a fronte delle speranze e battaglie così intense vissute durante gli anni Sessanta e Settanta dalla classe operaia, dal proletariato, e anche dai famosi intellettuali gramscianamente organici. In ogni caso, nella nuova post-storia del capitalismo tornato dominatore incontrastato del mondo, il 2001 fa realmente da spartiacque. George W. Bush è eletto alla fine del 2000, come espressione di un blocco di poteri estraneo all’utopia clintoniana della governance mondiale e ben deciso a patrocinare selvaggiamente gli specifici interessi nord-americani. Nel nostro paese, con più modestia, il secondo governo Berlusconi attesta che la coalizione di centro-destra, restata solo nove mesi al potere fra il 1994 e il 1995, non è una bizzarra parentesi della storia italiana, ma il modo in cui la borghesia ha costruito un assestamento tale da consentirle la meritata sfrenatezza dopo le convulsioni di Tangentopoli. È vero che a gennaio del 2001 si tiene a Porto Alegre il primo Forum Sociale Mondiale del movimento dei movimenti, quasi a costituire fisicamente la base soggettiva dell’”altro mondo possibile”. Ma qualche mese dopo, a Genova, gli apparati dello stato gettano la maschera prendendo in contropiede il work in progress del movimento. E a settembre l’attacco alle Torri Gemelle dimostra in modo desolante agli alter-mondialisti impregnati di pacifismo e cultura delle differenze che la rabbia dei popoli oppressi, priva di orizzonti laico-socialisti, non prende affatto sembianze amichevoli. È quel che si dice un cambio di marcia.

Ebbene, questa svolta macroscopica non è affatto negata. Tuttavia, essa si produce in una atmosfera ormai satura di luoghi comuni e connotata da una dinamica ideologica monocorde. Farò solo qualche esempio. Escono due libri, Impero di Negri e Hardt e Oltre il Novecento di Marco Revelli. Vorrebbero fare il bilancio degli anni Novanta, e in qualche misura ne fotografano lo spirito. Vorrebbero sancire i nuovi linguaggi dell’attivismo e della contestazione post-fordista, e in un certo senso ci riescono. La duplice e speculare versione delle moltitudini negriane e del volontariato revelliano sembra realmente dare corpo culturale, se non teorico, a un decennio di esperienze. Nella partitura hard, quella di Negri, viene celebrata la simil-cristiana sovversione dell’Impero scavata dai nipotini sempreverdi dell’operaio sociale. Nella partitura soft, quella di Revelli, i boy scout del Terzo Settore sono i protagonisti dell’”uscita di sicurezza” dalle mostruosità dell’homo faber novecentesco. Ce n’è per tutti i gusti. Eppure, a dispetto della loro fortuna, i due libri escono vecchi, sorpassati da una realtà che propone nuove, drastiche semplificazioni, e nuove, obbligatorie strettoie.

D’altra parte, è proprio in questo periodo che lo zapatismo, inteso come cultura di importazione, raggiunge lo zenit della popolarità. I suoi punti forti (quelli che ne decretano la grande suggestività) ruotano tutti intorno al rifiuto della tradizione comunista. Il problema del potere politico è giudicato sbarazzinamente una questione secondaria. L’atteggiamento dialogico viene enfatizzato come alternativa alla identità maturata nella lotta. L’onere e l’obbligo di formulare un punto di vista teorico e politico sul mondo vengono elusi, e dissolti bellamente nella doxa del “camminare domandando”. Marcos stesso perde il senso delle proporzioni, e, forse per meglio denotare la sua estraneità al mondo dei terrori contrapposti, pensa bene, nella seconda metà del 2002, di promuovere la resa dell’ETA suggerendo, sono espressioni sue, di «dare un’opportunità alla parola». Ne scaturisce una seria polemica con il movimento basco, che lascia attoniti i militanti sperimentati, ma piace assai alle nuove burocrazie del Forum Sociale Mondiale. Marcos, infatti, critica pesantemente la pretesa dell’ETA di rappresentare gli interessi del popolo basco e insiste sulla necessità di puntare sulla sola forza della ragione, contro la logica della violenza. Inoltre, chiude il battibecco con una lettera datata 12 gennaio 2003, nella quale spicca il seguente post-scriptum: «Forse è già chiaro, ma lo ribadisco: me ne frego anche delle avanguardie rivoluzionarie di tutto il pianeta».

Perché mi dilungo in questi particolari? Perché danno il senso di quei mutamenti culturali, di quegli slittamenti di significato, che hanno lavorato nel profondo, rendendo l’estrema sinistra italiana diversa da se stessa e sempre più lontana dalla capacità di elaborare specifiche prestazioni politiche. Le grandi mobilitazioni contro la guerra, e per la difesa dell’articolo 18, la vedono ancora protagonista e massicciamente presente. Ma lo scontro si indurisce. La repressione subita a Genova non viene analizzata come esperienza ma vissuta come evento, mitico e terribile. D’altro canto, la contesa politica regredisce progressivamente a livelli elementari che non giovano alle ipotesi più radicali. Sul piano interno, prende il sopravvento la retorica legalitaria e farisea dell’anti-berlusconismo di Repubblica, che man mano, quasi carsicamente, lambisce ampi settori di movimento, modificando il modo di pensare istintivo delle nuove generazioni. Sul piano internazionale, si afferma invece un pacifismo che predica la sottrazione dallo scontro fra le opposte inciviltà di Bush e di Bin Laden, che inizia a essere reticente sulla questione palestinese, e che, è inutile negarlo, risulta soprattutto impaurito dalla rabbia dei popoli oppressi covata indistintamente, con i mezzi ideologici e pratici volta a volta a disposizione, in tutte le banlieues del mondo.

Oltretutto, per un fenomeno tipicamente italiano già messosi in luce nella fase terminale della vicenda del PCI, le lezioni della storia vengono prese al contrario. Le difficoltà e i vicoli ciechi affiorati nelle nuove esperienze dalla sinistra radicale vengono interpretati come altrettante conferme della necessità di allontanarsi ancora di più dai modelli teorici e pratici del passato. Si evocano Machiavelli, Spinoza e Althusser per straparlare di immanenza, aleatorietà e contingenza. Si accoppia loro il messianico Benjamin, censurando tuttavia la sua difesa dell’odio di classe, della volontà di sacrificio, e del «timbro metallico» del nome di Blanqui. Alla categoria del militante, si sostituisce quella, più accattivante e concreta, dell’attivista. All’orizzonte dialettico della rivoluzione, si fa subentrare quello indistinto della ribellione, eventualmente rimpicciolita nel riot, e resa infine bonsai nel flash-mob. In tutto questo, ciò che colpisce è la tendenza a unire una certa esagitazione verbale, tratta essenzialmente dalla cultura di strada americana egemone nei video-clip musicali, con una grande avvedutezza pratica. All’insegna di un non meglio precisato e un po’ vanaglorioso potere costituente, si fanno spazio espressioni più modeste quali “democrazia partecipativa” e “beni comuni”. Dovrebbero caratterizzare l’identità alternativa delle nuove soggettività anti-liberiste. Ma sembrano soprattutto legittimare, con scarsa attenzione ai possibili effetti di ricaduta negativi, il pur comprensibile uso dei meccanismi della democrazia rappresentativa, generando piccole rendite di posizione e nuovi motivi di frattura e dissenso.

Giungiamo così alla effimera vittoria elettorale del centro-sinistra del 2006. Una vittoria che, certo, è anche il frutto della ventata di opposizione cresciuta nel paese nella prima metà del decennio, e alla quale ha portato il proprio testardo contributo innanzitutto il mondo represso a Genova nel 2001. Ma esso vi arriva sguarnito, diviso, estenuato da polemiche interne, e incapace di reale incidenza sugli equilibri delle forze che compongono la coalizione al potere. Nel periodo del secondo governo Prodi, l’azione dei soggetti alternativi è opaca, vittimisticamente rivendicativa, sostanzialmente limitata ai temi del precariato e del reddito di cittadinanza. L’implosione di Rifondazione Comunista e l’ultima fase del bertinottismo tolgono del resto al movimento l’interlocutore che, nel bene e nel male, in tutti gli ultimi anni aveva funzionato da sponda per i suoi esperimenti politici e per il suo alterno e inorganico affacciarsi alla dimensione istituzionale. La sinistra radicale subirà pertanto il ritorno di Berlusconi, e l’azzeramento parlamentare delle rappresentanze di ispirazione comunista, in posizione alquanto marginalizzata. A dispetto della sua strutturale alternatività al mondo delle istituzioni, non avrà modo di fruire degli effetti di quella “crisi della politica”, che pure, negli anni del “bunga bunga” e della totale insipienza dell’opposizione parlamentare, fa cadere a livelli straordinari la fiducia delle classi popolari nel sistema dei partiti.

E così veniamo all’oggi. Il tempo non passa invano. L’essere stati sostanzialmente insignificanti nel processo che ha condotto alle dimissioni di Berlusconi da presidente del Consiglio comporta un prezzo di evidente marginalità nello scenario politico. E d’altro canto, se la crisi economica inizia a far sentire seriamente il suo morso sul tenore di vita delle classi popolari, ciò non rende automatico uno spostamento delle correnti di opinione verso una rinnovata critica di massa alla proprietà privata. Niente è più chiaro del fatto che l’attuale situazione, compresi i nuovi assetti convulsamente abborracciati dalla borghesia italiana attraverso il “governo dei tecnici”, esprime una dittatura del capitale sorda a ogni istanza di equità. Eppure niente appare più lontano di una reale ripresa della lotta sociale, intesa, secondo le efficaci parole di Marx, come «movimento della classe per imporre i suoi interessi in forma generalizzata, in una forma che possiede forza universale, socialmente vincolante».

È proprio questo carattere generale, ricompositivo, universalizzante, che è stato progressivamente espunto dal linguaggio della sinistra e che, invece, appare oggi grottesco appannaggio del vocabolario capitalista, con le sue leggi di mercato imperscrutabili e le sue compatibilità monetarie inviolabili. Ma non risulterà facile scovare il bandolo della matassa, perché, come abbiamo visto, nel frattempo i modi di pensare e di agire sono cambiati, e non sarà certo qualche saccente lezione di marxismo a invertire un corso delle cose consolidato da vent’anni di pressappochismo ideologico e di egemonia culturale della piccola borghesia intellettuale.

Larga parte degli arretramenti, degli smarrimenti, delle abiure che abbiamo visto in opera nei due decenni qui brevemente ripercorsi erano infatti prevedibili. La sconfitta del movimento operaio classico è stata profonda e, come si dice, epocale. Però è mancata una battaglia culturale. È mancata la lotta di classe nelle idee. È mancata la convinzione che la difesa della propria storia potesse fruttare in ogni caso un valore aggiunto nella attività pratica quotidiana. Alla borghesia non è sembrato vero. Fascisti e leghisti sono entrati a gamba tesa nel territorio dell’identità, utilizzando tutte le armi del semplicismo propagandistico e consolidando in questo modo una vena populista ormai pericolosamente radicata in ampie zone di proletariato. I media e il sistema politico tradizionale hanno invece proceduto a una riscrittura integrale dell’immaginario delle classi popolari, accreditando come nuovi eroi del presente i poliziotti e i magistrati, e riplasmando quelli del passato come la “meglio gioventù” sconfitta a tradimento dai servizi segreti e dal terrorismo. Siccome, poi, di un pizzico di cattiveria c’è sempre bisogno, ecco la banda della Magliana a coprire le esigenze estetiche di rudezza di una generazione allevata a forza di videogiochi. Il risultato è che la linea andiamo a prenderla da Sabina Guzzanti, e che ci facciamo raccontare le storie del mondo diviso in classi da un adoratore di Berlinguer come Ascanio Celestini.

Forse sono sgradevole. Ma, in sostanza, quello che voglio dire è che, quasi inavvertitamente, abbiamo perduto l’autonomia politica e ideologica del proletariato. Abbiamo perduto qualcosa che davamo per scontato, e che invece dovevamo difendere certo con intelligenza, sicuramente affrontando i nostri errori, ma anche qualche volta con cocciuta brutalità. Questo è particolarmente importante, perché ci aiuta a capire come mai arriviamo sfiatati all’appuntamento con il ritorno del rimosso, all’incontro con il “ritorno del generale” che la crisi economica comporta. Molti segnali ci dicono che il vento sta cambiando. Ma occorre saperli interpretare. Occorre analizzarli con quel composto di duttilità e decisione che dovrebbe essere tipico di ogni tattica rivoluzionaria. Per esempio, io non penso che sia stato sbagliato, in tutti questi anni, praticare il terreno della democrazia rappresentativa. Non penso che sia stato sbagliato contrattare candidature con Rifondazione Comunista, partecipando alle elezioni degli enti locali e talora a quelle nazionali o europee. Questi mezzi si sono rivelati utili. In alcuni casi hanno anche costruito dirigenti amati e rispettati in fasce autenticamente proletarie dei nuovi territori metropolitani. Credo però che questa dimensione dovrebbe meglio interagire con quella che, per comodità, definirò la nuova spinta del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011. E credo che dovrebbe accompagnarsi a una capacità di sobbarcarsi nuovamente della critica esplicita alla proprietà privata, senza le perifrasi ambigue dei “beni comuni”, e senza complessi di inferiorità verso il pure necessario tradeunionismo difensivo della FIOM, che invece, inteso come progetto politico, reca evidenti limiti di orizzonte strategico.

Qui il discorso si fa pratico e deve essere lasciato alla discussione che va fatta. Non la ritengo per niente facile, anche perché non può essere impostata sulla chiamata a raccolta di tutte le forze che, in un modo o nell’altro, hanno osteggiato in questi anni la fuoriuscita ideologica e pratica dalle tradizioni del Novecento. Per chi crede in certe cose, dire comunismo è facile. Ma bisogna essere sinceri, e ammettere che, in tutto il periodo successivo al 1989, le prestazioni politiche dei marxisti, per non dire dei leninisti, sono risultate alquanto scadenti. Ora, questo non ci deve abbattere, né tantomeno lasciare in difetto di iniziativa. Il mondo contemporaneo è pieno di ipocrisia, di manipolazione e di contraddizioni, proprio perché è intriso di potenzialità cooperative di ordine superiore. Sta a noi saper far vivere questo elemento negletto con la forza di una proposta generale. Sta a noi rimeditare per intero il significato delle famose parole di Lenin secondo cui «la coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni». C’è, nel leninismo, una idea costitutiva della funzione della soggettività che può risultare particolarmente utile oggi, nel momento in cui la composizione di classe si presenta in un massimo di frammentazione ribaltabile in un massimo di generalità. Ma l’insieme dei compiti tipici dell’avanguardia deve essere obbligatoriamente ripensato con la creatività di chi non può più dare nulla per scontato: né l’esistenza alle spalle di una socialdemocrazia coerente con la propria ragion d’essere riformista, né un retroterra popolare caratterizzato dalla egemonia di una cultura e di una etica proletarie. Lenin è molto preciso su questo. Far politica da comunisti significa intervenire nel «campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi». Oggi, un atteggiamento del genere implica mobilità, rapidi cambiamenti di marcia e di fronte, capacità di cogliere gli interessi e lo scontento delle masse, saldandoli a una lotta ideologica tutta da inventare, a campagne politiche sintetiche ed efficaci, a comportamenti pratici coerenti che rigenerino la fiducia in se stessi e nel futuro, anche a costo di pagare qualche prezzo, e di imbarazzare le immancabili anime belle.

In fondo, la crisi attuale, con il sistema di compatibilità obbligate e di imposizioni coatte che squaderna senza eccezioni davanti ai ceti subalterni, ravviva nuovamente la percezione della diseguaglianza sociale. Questo sentimento, orfano di una visione generale, si fa strada in molti modi: attraverso l’invidia plebea, attraverso le critiche moraleggianti al cattivo capitalismo della finanza, attraverso ingenue utopie di redistribuzione fiscale destinate regolarmente a essere frustrate. Le cose sono giunte a un punto tale che la generalità intrinsecamente disordinata del capitale può essere messa in discussione soltanto da una generalità di segno contrario. Fare ordine, riattualizzare la necessità di un programma complessivo di controllo della proprietà privata, è sicuramente il compito che ci attende. Ma bisogna anche aggiungere che un tale incarico non può essere confinato nelle astrattezze della modellistica sociale, ma deve vivere in campagne di spiccato valore pratico, da condurre con decisione, e nelle quali guadagnare nuova credibilità e nuovo prestigio agli occhi delle masse.

Per esempio, non è nemmeno ipotizzabile l’idea di aprire una serio rapporto con il proletariato immigrato contemporaneo, un rapporto che vada oltre il tutoraggio e la compassione, se non la si rompe con l’eurocentrismo che, in questi anni, ci ha portato a preferire il Libanese della banda della Magliana al Libanese di Hezbollah. E lo stesso si può dire della lotta al precariato, che deve certamente rappresentare gli interessi dell’artista, del performer, e del lavoratore cognitivo, ma meglio farebbe a capire qualcosa dell’interinale esecutivo, del semplice barista, dei ragazzi di Tor Bella Monaca che contendono al bengalese il posto del benzinaio, ma potrebbero anche essere attirati da una giornata di piazza vissuta sino in fondo. In altre parole, a me sembra che la via da seguire non sia quella degli stanchi rassemblement di comunisti traditi, onesti e rancorosi, ma quella di un’azione necessariamente sperimentale, che valorizzi le esperienze interessanti degli ultimi venti anni (e ce ne sono), mettendole al servizio di una prospettiva all’altezza dei tempi. Penso anche che nelle aree di movimento molti equilibri sono in corso di ridefinizione, e che in questi equilibri sia possibile incidere con il coraggio e la franchezza di chi sa azzardare proposte ambiziose.

Con il che, il mio intervento è praticamente concluso. Ho iniziato a parlare sottolineando l’opportunità di conoscere se stessi, attraverso un inventario dell’ideologia spontanea che si è depositata in noi negli ultimi venti anni. Terminerei dicendo che è ora di scrollarsene di dosso la gran parte, come si fa ogni tanto nei cambi di stagione. Senza dubbio può aiutarci la coscienza che, alle accelerazioni della storia, non si arriva quasi mai preparati a perfezione. Ma il professionismo rivoluzionario è sempre stato anche questo: imparare in fretta, scommettere in proprio, calcolare e poi azzardare. E, naturalmente, non nascondere la mano, dopo aver lanciato il sasso.

Note

Ho preferito mantenere intatto il testo della relazione letta al seminario Noi siamo tutto, organizzato dal collettivo Militant il 19 maggio 2012 a Roma. Mi è sembrato opportuno conservare l’intervento nella sua forma originaria, pensata per essere ascoltata senza interruzioni, precisazioni o digressioni di sorta. In questo modo, anche il lettore dovrebbe poter avvertire il senso intenzionalmente drastico, e quindi schematico, del discorso che ho tentato di sviluppare. La sinistra anti-capitalistica italiana è profondamente cambiata: questo è il fatto, assolutamente banale, da cui sono partito. Ma le trasformazioni tanto volute, i rinnovamenti tanto inseguiti e agognati, si sono prodotti in condizioni equivoche, tutte da decifrare. A conti fatti, si è trattato di una lunga e noiosa corrida, priva di un vero matador. Il toro stanco del Novecento è stato infilzato da una folla variopinta di picadores e banderilleros, reclutata senza fatica contro l’impersonalità esigente tipica della cultura classica del movimento operaio.

Ma andiamo con ordine.

L’insieme della relazione dà per presupposto che gli anni Settanta siano stati un intenso periodo di lotte di classe, caratterizzato dal ritorno all’ordine del giorno del problema del potere politico. Non è affatto una tesi scontata. O, almeno, non lo è più, dal momento che le ideologie egemoni nell’ultimo decennio offrono visioni quasi sempre distorte della partita giocata in Italia fra il 1968 (anno in cui si riaccendono le micce della contestazione di massa) e il 1985 (anno in cui la sconfitta del referendum per il ripristino della scala mobile segna il definitivo isolamento del movimento operaio, a quella data già abbondantemente indebolito nelle sue componenti riformiste e rivoluzionarie). Una analisi delle variazioni subite dalle immagini storiografiche degli anni Settanta sarebbe utilissima, se condotta con rigore. Ma, di fatto, ancora oggi i libri migliori sull’argomento sono quelli più vecchi, cioè quelli scritti a immediato ridosso della fine del periodo, quando ancora era difficile inventare le “meglio gioventù” composte di militanti non violenti e di poliziotti democratici, santificare la Prima Repubblica come luogo naturale dell’abbraccio fra Moro e Berlinguer, o dipingere, per esempio, l’Autonomia Operaia e il movimento del 1977 come rigogliosi laboratori di “linguaggi” volti all’affermazione nomadistica del general intellect. Non c’è bisogno di consigliare cupi e noiosi trattati marxisti-leninisti. Basta leggere N. Balestrini, P. Moroni, L’orda d’oro, Milano, 1988 (ora disponibile nella seconda edizione del 1997).

In ogni caso, la relazione parte dalla sconfitta incontestabile di questo grande movimento, e cerca di offrire un veloce ritratto delle metamorfosi subite dai suoi continuatori o eredi. È chiaro che la dissoluzione del PCI e la sua divisione in PDS e Rifondazione Comunista hanno costituito uno dei momenti decisivi di questo processo, contribuendo a incrinare la tradizionale fiducia delle masse popolari italiane nella politica di impronta togliattiana, intesa come orizzonte superiore, anche pedagogico, delle aspirazioni e preoccupazioni immediate del proletariato. Altrettanto chiaro è che la sconfitta e la repressione delle organizzazioni armate hanno determinato un contesto di spaesamento e di ripulsa verso la militanza rivoluzionaria classica, assimilata a un dio vorace e cruento, mai sazio di sacrifici, e capace soltanto di forsennate dissipazioni esistenziali. Chi ricorda la particolare temperie degli anni Ottanta, fatta di ideologie della dissociazione e di riscoperte dell’irripetibilità dell’individuo, può capire quanto abbia lavorato nel profondo questa subcultura vittimistica e narcisista, dissodando il terreno per l’azzeramento del pensiero strategico, che è sempre anche un pensiero della messa al lavoro e della disciplina delle soggettività. Non ci sono libri importanti da leggere su questa materia. La secolare inclinazione italiana al trasformismo, alla dissimulazione e al nicodemismo ha tacitamente difeso se stessa in ogni componente della sinistra. Pertanto, si può rimandare unicamente a lavori di carattere generale sulla modificazione delle prospettive pedagogico-politiche (per tutti Z. Bauman, La decadenza degli intellettuali. Da legislatori a interpreti, Torino 1992); si possono studiare, per analogia, i periodi immediatamente successivi a grandi sconfitte dei movimenti rivoluzionari (utile S. Luzzatto, Il terrore ricordato, Torino, 2000); ci si può soffermare infine sulle modificazioni più evidenti intervenute nello statuto contemporaneo dell’individualità (ove resta insuperato C. Lasch, La cultura del narcisismo, Milano, 2001).

C’è invece molto da leggere sul movimento alter-mondialista. Ma non si tratta di studi strutturati, bensì di un alluvione di pubblicazioni di stampo giornalistico o pamphlettistico. Pensiamo a N. Klein, No logo, Milano, 2000, considerato a suo tempo la bibbia della nuova contestazione. Oppure allo sciocco e vanitoso libretto di J. Holloway, Cambiare il mondo senza prendere il potere, Napoli, 2004, che pure destò interesse in molti appassionati di zapatismo. Di fronte a questa minutaglia, i due libri citati nella relazione (M. Hardt – A, Negri, Impero, Milano, 2002 e M. Revelli, Oltre il Novecento, Torino, 2001) costituiscono effettivamente tentativi di analisi dotati di profondità e legittima ambizione. A distanza di anni, tuttavia, i due lavori impressionano soprattutto per la loro funzione singolarmente simmetrica. La nuova politica post-fordista dei movimenti viene magnificata come circostanziale, obbligata e felice empiria delle moltitudini e del volontariato. Si percepisce nettamente l’intento apologetico. E si capisce quanto i due libri abbiano sostanzialmente fotografato l’ascesa e l’affermazione di un nuovo personale politico, contribuendo a coniarne i linguaggi, e gli specifici tic intellettuali. Per esempio, nel libro di Hardt e Negri è depositato quel particolare composto di estremismo verbale e di gigioneria pratica (si pensi all’exhortatio finale francescana) che ha tanto caratterizzato l’educazione sentimentale delle ultime generazioni post-operaiste. Invece, nel volume di Revelli è contenuto un repertorio praticamente completo di tutte le accuse possibili al Novecento, che torna immensamente utile al dirigente del Terzo Settore, al politico tardo-bertinottiano, al leader del centro sociale impegolato negli enti locali. In entrambi i casi, sarebbe difficile estrarre serie indicazioni per confrontarsi con gli ultimi sviluppi della situazione economica e politica mondiale. Ma la verità, come ho cercato di sottolineare nel corso della relazione, è che i due testi erano già sorpassati al momento della svolta impressa dai fatti di Genova e dagli attentati dell’11 settembre 2001.

Questo è un punto molto importante. È importante, cioè, capire quanto la generazione aggregatasi intorno alle esperienze dei centri sociali si sia trovata impreparata, ideologicamente e materialmente, di fronte non solo alla repressione di Genova o alle guerre irachene e afghane, ma anche al cospetto dei nuovi scenari politici interni determinati dagli ultimi governi Berlusconi. È come se si fosse regalato a Di Pietro, a Travaglio, o a qualche comico in cerca di notorietà, il ruolo di rappresentante dell’opposizione sociale. E questo è tanto più vero, in quanto è incontestabile che molte lotte concrete (per il diritto alla casa, in difesa dei migranti, contro devastazioni del territorio determinate da interessi economici o militari) sono state sostenute negli ultimi anni proprio e solo dall’area dei centri sociali, divisa in molti rivoli e confinata nell’isolamento all’indomani dell’implosione della Rifondazione bertinottiana.

Occorre probabilmente spezzare il cerchio della mentalità che, nella relazione, ho definito presentista e molecolare. È un modo di pensare estremamente radicato. Eppure, conduce soltanto all’altalena fra immodeste presunzioni (le “potenze” spinoziane evocate per un nonnulla) e frustranti depressioni (la coscienza di essere gli ascari di progetti politici altrui). Non si tratta, beninteso, di innalzare i vecchi argini dell’extra-parlamentarismo. Si tratta di riappropriarsi del concetto e della dimensione della strategia, malamente spodestati dalla retorica adolescenziale del project. Fa male vedere come tanti pensatori classici e contemporanei (ad esempio il Benjamin delle Tesi di filosofia della storia o lo Jesi di Spartakus) siano stati utilizzati in questi anni per accreditare la superiorità della rivolta sulla rivoluzione. I deboli e i poveri hanno fatto paura ai potenti e ai ricchi solo quando hanno imparato ad allenare i tumulti e le ribellioni, solo quando hanno concepito l’ambizione di correre la maratona della storia, distillando l’odio di classe in una razionale linea di condotta. Guardiamoci intorno. Guardiamo bene. Non è mai troppo tardi per rimettersi al lavoro.

Gli unici riferimenti letterali presenti nel testo sono nell’ordine:

• K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Torino, 1968 pag. 137;

• K. Marx, Lettera a Bolte, 1871, in K. Marx – F. Engels, Critica dell’anarchismo, Torino, 1972, pag. 410;

• V. Lenin, Che fare?, Torino, 1971, pag. 97.

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10/02/2019

Torino - Qualcosa di più e di peggio di uno sgombero

Una giornata di repressione che a ventiquattro ore di distanza non è ancora terminata. È iniziata ieri prima dell’alba l’operazione con cui la forza pubblica si è dispiegata nel quartiere per operare lo sgombero del centro sociale Asilo, occupazione anarchica da 24 anni attiva in città e l’arresto di 8 militanti, con l’accusa di associazione sovversiva (270bis) per le lotte contro i centri di espulsione.

Un dispiegamento di forze abnorme, i ragazzi del quartiere parlano di circa 900 divise e decine di camionette coinvolte nell’arco della giornata, volto a intimidire e contenere ogni risposta che potesse venire dai solidali. Dalle 5 del mattino la polizia è entrata nello stabile, iniziando a devastare ogni cosa ma alcuni occupanti sono riusciti a salire sul tetto per opporsi allo sgombero e, a 24 ore di distanza e dopo una notte al gelo, ancora resistono lì.

Il presidio di solidali che si è raccolto poco dopo è stato caricato e disperso mentre la testa del corteo è stata schiacciata per ore contro un muro. La chiamata cittadina di solidarietà si è raccolta poi nel pomeriggio ed è sfilata per le vie del quartiere, subendo alcune cariche ed arresti.

In serata nel quartiere di Aurora si respirava aria da occupazione israeliana, le strade intorno all’Asilo sono state sigillate con griglie in ferro, stile zona rossa, e si poteva entrare solo dimostrando documenti alla mano che si viveva nell’area, nel frattempo pattugliamenti in tutte le vie adiacenti.

L’operazione contro l’Asilo ci porta brevemente a riflettere sulle dinamiche che mostra a due livelli. Da una parte una locale, l’occupazione è infatti in un quartiere che da anni fa gola a speculatori e grossi flussi di capitale e che è sottoposto con sempre maggiore sforzo ad un processo di trasformazione, espellendo la popolazione povera e incrementando il valore degli immobili.

Una città che ieri era completamente militarizzata anche in centro, a qualche quartiere di distanza da quello dell’Asilo, era infatti in corso l’Atto III di protesta contro l’invasione dei privati a Palazzo Nuovo, promosso da Noi Restiamo e studenti universitari. Il presidio, trasformatosi presto in corteo si è trovato di fronte un ingente schieramento di polizia in assetto antisommossa, che ha a più riprese impedito al corteo di sfilare liberamente per li vie intorno l’università. Alla terza settimana consecutiva, la protesta non sembra arrestarsi mentre la sola risposta che le istituzioni cittadine e universitarie sembrano dare è un dispiegamento di forze ogni volta maggiore.

A poche decine di metri infatti c’è la sede di una multinazionale come la Lavazza ed una scuola di design privata. Dall’altro un elemento di tendenza preoccupante e sempre più evidente nel nostro paese, che vede una repressione sia tramite forza pubblica violenta sia per via giudiziaria delle lotte sociali e di chi le porta avanti, anche con accuse gravi come quella di eversione e di terrorismo tramite il 270bis.

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10/12/2018

Piccola riflessione sulla strage della discoteca Lanterna Azzurra

Giustamente in queste ore molti sottolineano le responsabilità dei gestori della discoteca che hanno venduto un numero di biglietti che andava ben oltre la capienza del locale. La dinamica degli eventi, infatti, dimostra in maniera inequivocabile che i percorsi e le uscite di sicurezza erano sottodimensionate e non potevano garantire un deflusso ordinato tale dal garantire l’incolumità dei partecipanti.

C’è un aspetto però relativo alla sicurezza che nessuno ha sottolineato e che attiene alla scelta dell’artista protagonista dell’esibizione.

Mi spiego meglio.

In 25 anni di militanza ho partecipato all’organizzazione e alla gestione di più di un centinaio di concerti. Concerti tenuti al chiuso e all’aperto, partecipati da centinaia e a volte da migliaia di persone.

La cosa che ho imparato è che nella valutazione dei rischi il primo elemento da prendere in considerazione è la tipologia di serata. Non credo serva particolare esperienza per capire che un concerto Jazz o di musica Classica presenta problematiche ben diverse rispetto ad un festino Techno o Drum and Bass. Ma non è semplicemente il genere a fare la differenza. La scelta dell’artista è fondamentale. Le possibilità che si verifichino casi di molestie sessuali, risse, consumo di droghe pesanti e abuso di alcool sono strettamente legate al messaggio, all’immagine, alla sensibilità e al tipo di cultura veicolato dall’artista.

A parità di pubblico un concerto di Murubutu ad esempio sarà molto meno pericoloso e tranquillo da gestire rispetto a quello di Guè Pequeno.

Quello che voglio dire è che se l’artista, come nel caso di Sfera Ebbasta, diffonde una “cultura” sessista, iper-individualista dove l’unica cosa importante nella vita sono i soldi, promuove e celebra l’utilizzo delle droghe pesanti, poi non ci si può stupire se succedono i casini (per inciso erano già successi episodi analoghi ai concerto di Sfera Ebbasta). Di questo sono ben consapevoli anche promoter e impresari che però se ne sbattano di risolvere il problema alla radice ma semplicemente cercano di governare il fenomeno per mezzo di altra violenza ovvero quella praticata dai buttafuori.

È per questi motivi che considero le dichiarazioni post-tragedia di Sfera Ebbasta e di altri “artisti” pura ipocrisia. La responsabilità di quanto accaduto non è solo di chi ha organizzato e gestito l’evento ma anche di chi ha determinato l’ambiente in cui è maturata la strage.

Il fatto che ciò non abbia rilevanza penale per me è assolutamente irrilevante.

Sarebbe importante che anche noi che animiamo i Centri Sociali, nel nostro piccolo, facessimo una riflessione seria su questi temi perché un concerto non è semplicemente un attività di autofinanziamento ma sopratutto un evento culturale che dovrebbe sempre rispondere ad una determinata impostazione politica.

Fonte

Il discorso sarebbe anche condivisibile, ma nel merito del fatto di cronaca lo trovo una forzatura che rischia di essere scivolosissima.

Per quanto riguarda il discorso "ambiente" credo sia necessario andarci molto cauti, perché è tutta una questione di sensibilità sociale, e siccome quella dominante è di stampo borghese, con questi discorsi si corre il rischio di prestare il fianco alla censura di sistema, quella per cui su un palco non dovrebbero mai salire artisti come Dead Kennedys, Rage Against The Machine o Roger Waters considerate le tematiche, non esattamente simpatiche al potere, che veicolano.

03/07/2017

Genova 30 giugno, 57 anni dopo. Ricordo vivo e possibile punto di partenza


Sarà che sono caratterialmente un po' menagramo, e che il bicchiere mi capita di vederlo più spesso vuoto che pieno, ma il corteo di venerdì 30 giugno a Genova mi ha entusiasmato ben oltre le attese.

Anzitutto perché è il primo cui ho partecipato con convinzione (meglio tardi che mai...), secondariamente, ma non per importanza, perché così tanta gente – si parla di circa 2000 persone – credo se le attendessero in pochi a fronte di alcune questioni nessuna delle quali può essere considerata trascurabile, a cominciare dal fattore generazionale.

Vivendo Genova, infatti, è impossibile non constatare il pesante invecchiamento della popolazione, che in regione e nel capoluogo tocca livelli da primato nazionale e che, va riconosciuto con grande onestà, nel corso dei decenni ha notevolmente annacquato l'anima rossa e progressista della cittadinanza, in larga parte convertita alla conservazione dell'esistente e alla protezione del proprio indotto come contrasto al dilagante disagio sociale, tanto migrante quanto autoctono.

Se questo fattore è sempre stato fondante per ampia parte della piccola borghesia commerciale cittadina di taglio democristiano, più atipico è ritrovarlo in consistenti fasce del ceto operaio che ha costruito le "fortune" cui oggi si aggrappa negli anni del boom economico e che proveniva quasi per intero dal medesimo disagio socio-economico che oggi osserva con malcelato ribrezzo.

Nel merito, il corteo ha provato che comunque resiste e, letteralmente, sopravvive un congruo numero di militanti e antifascisti "d'altri tempi" che non sono cascati a piè pari nella trappola della guerra tra poveri.

Non è cosa da poco, così come non lo è stata trovare tanti giovani, soprattutto di fascia universitaria (per recuperare le fasce secondarie superiori bisogna battere altri canali, in questo senso è puntualissima la decisione del movimento Eurostop d'inserirsi nelle contraddizioni che fioccheranno dalla cosiddetta "alternanza scuola-lavoro") e tanti volti provenienti da quel che resta dell'universo operaio cittadino.

Personalmente ho riconosciuto molti ex "colleghi" delle varie esperienze ansaldine che ho vissuto nel corso della mia carriera professionale, mentre ho riscontrato completa latitanza, o quasi, di quell'universo sia intellettuale sia scientifico che si pretende "cognitario" e su cui le forze politiche istituzionali di ogni "colore" (il virgolettato è d'obbligo visto che ormai la tinta unita domina trasversalmente) vorrebbero ricostruire le fortune di Genova, a partire dal discusso IIT con il collegato "polo tecnologico di Erzelli".

Impossibile infine non calcolare la partecipazione in riferimento a un apparato repressivo che, seppur in modo defilato, ha mostrato ampiamente i muscoli, sia per via mediatica nei giorni precedenti il corteo, sia fisicamente la sera stessa del 30 giugno, dispiegando un numero considerevole di forze, anche in borghese.

Essenziale ai fini della riuscita della manifestazione e tutela dei nostri, dunque, il richiamo fatto dagli organizzatori al rifiuto di ogni provocazione esterna e interna, e la presenza di un servizio d'ordine la cui compattezza penso abbia definitivamente mandato in soffitta l'impostazione da "mani bianche" che, proprio a Genova, 16 anni fa rese manifesta la propria inconcludenza nella gestione della piazza.

A seguire, un suggerimento precisando di non voler insegnare nulla a nessuno e quasi certo di poter esprimere banalità per chi si confronta giornalmente con l'attivismo politico.


A mio modesto parere, se si intende ampliare il proprio seguito – e considerando che parte degli aderenti al corteo hanno sposato la causa di Eurostop penso che l'obiettivo sia esattamente quello – diventa necessario modificare la veicolazione dei propri messaggi.

Scritto altrimenti, è necessario aprire l'immaginario – e il vocabolario – da centro sociale a modelli di comunicazione meno autoreferenziali, in caso contrario risulterà estremamente arduo fare breccia oltre gli amici dei compagni e perdurerà la disaffezione, se non la diffidenza totale, da parte di quelle fasce popolari che, per cultura distorta, sono capaci di prendere a centro dell'universo soltanto l'ombelico della rispettiva condizione materiale, senza collegarla a quella dei propri simili.

Mi rendo conto che non sia una questione semplice, ma non è più emendabile, al pari di un'azione di costante analisi e confronto con l'esistente, perché un seme di base materiale su cui agire c'è, il 30 giugno credo lo abbia dimostrato.

Fonte

14/10/2016

Corto Circuito. Si rientra per l’assemblea, ora la parola al Comune



Una giornata di normale delirio metropolitano, che per fortuna si è chiusa senza la perdita di un altro spazio sociale storico.

Ma andiamo con ordine.

Stamattina alle 5, come detto nelle cronaca sincopata della mattina, almeno 50 blindati di polizia e carabinieri, più una ruspa (Salvini non si è visto, però...) hanno bloccato tutti gli accessi al quartiere Lamaro, a Roma, al confine di Cinecittà, Torre Spaccata e Cinecittà Due. Obiettivo: lo sgombero forzato di Corto Circuito, centro sociale storico della città.

Uno schieramento da "grande operazione di polizia" che doveva far da sfondo allo sfoggio della forza da parte dello Stato.

Col passare delle ore si è cominciato a capire che si è trattato di una operazione decisa da un singolo magistrato, Pierluigi Cipolla, da anni concentrato nel titanico sforzo di perseguitare il Corto e i suoi attivisti. La sua ordinanza, però, parlava di un "abuso edilizio" commesso nell'area appartenente al Comune di Roma (una delle tante ex scuole abbandonate per mancanza di studenti). Dopo che un tendone era andato distrutto, era stato chiesto per anni di poter costruire una nuova struttura per tenere i concerti, insonorizzata con tecniche retrò ecologiche e modernissime, in modo da non contrastare con le esigenze degli abitanti dei palazzi circostanti. Nessuna risposta da parte delle amministrazioni precedenti e quindi la decisione i iniziare comunque i lavori, come fanno tanti "privati", secondo il principio del silenzo-assenso.

All'ingresso le "forze dell'ordine" hanno provato a bloccare e asfaltare tutta l'area, forti della ruspa e delle armi. Primo problema: l'area è del Comune, ufficialmente neppure avvertito della "grande operazione" (qualcuno sicuramente avrà saputo qualcosa, ma nel clima che si respira al Campidoglio non è impossibile che non tutta la giunta sia stata "notiziata" dell'irruzione).

Secondo problema: l'ordinanza si riferisce al bar e al tendone, gestiti da una società del Corto Circuito, e quindi non è possibile distruggere tutto (palestra, campetto di calcio e il parco intitolato a Stefano Cucchi). Gli avvocati fanno un gran lavoro e soprattutto i carabinieri si limitano a distruggere bar, cucine e la nuova struttura in costruzione, visibile nella fotografia qui accanto; un vero gioiellino dell'ecoedilizia.

A quel punto vengono messi i sigilli nella parte saccheggiata, ma il resto deve essere lasciato intatto. Il comandante dei vigili urbani, cui spetta per legge la nomina del custode giudiziario dell'area sequestrata e che deve essersi reso conto che il gioco era un po' più politico – non giudiziario – decide di nominare... il Comune stesso, nella figura dell'assessore al patrimonio. Lo stesso – Laura Baldassarre – che fino a pochi giorni prima aveva escluso qualsiasi azione di forza da parte dell'amministrazione capitolina.

Stabilito questo le "forze dell'ordine" non avevano più ragione per restare in zona (anche se ovviamente ci sono rimaste fino a sera inoltrata). Attivisti del Corto, abitanti del quartiere, sindacalisti di base e compagni di vari quartieri romani, hanno dato vita ad un corteo per le strade del Lamaro che si è concluso con un'assemblea dentro il Corto Circuito.

La prova di forza di un pezzo dello Stato ha insomma provocato danni economici e tensione, ma nessun risultato definitivo. Paradossalmente, la forzatura costringe ora la giunta pentastellata a uscire dal ritornello del "prendiamo atto", "rispettiamo la legalità", ecc. Debbono prendere una decisione politica che riguarda – come urgenza immediata – il Corto Circuito, ma investe il destino di quasi 800 spazi sociali attivi da anni e decenni.

Fonte e foto

13/10/2016

Roma. Sgombero con demolizione per il Corto Circuito



Dalle 5 di stamattina il centro sociale Corto Circuito è sotto attacco della polizia. 50 blindati e una ruspa per demolire tutto. Il Comune di Roma, proprietario dell'area e dell'ex scuola, è stato informato? Sarebbe davvero singolare che si proceda a demolire una proprietà pubblica tenendo all'oscuro l'ente responsabile...

L'area è da decenni al centro di interessi speculativi piuttosto evidenti, mentre da 25 anni il Corto ha dato vita ad attività culturali, sportive, musicali e politiche che rappresentano un patrimonio di tutta la città.

Oggi alle 17 in piazza Cavalieri del Lavoro assemblea! La piazza della resistenza e della dignità!

Dalle prime ricostruzioni, sembra che la decisione sia arrivata da un magistrato che ha trovato spunto nella "morosità" decretata dal'ex commissario al Comune di Roma, il prefetto Paolo Tronca, nell'ambito di una sorta di "spending review" fatta per abbellire i bilanci. In pratica, si iscrivevano a bilancio cifre immaginarie da riscuotere per "affitti arretrati" che nessuno avrebbe mai pagato (solo per il Corto si trattava di più di 800.000 euro). Ma che naturalmente diventavano ottime giustificazioni "legali" per decidere lo sgombero di decine di spazi sociali.

Come raccontano alcuni testimoni.

Uno schieramento impressionante di polizia e carabinieri tiene lontani i compagni dal Corto Circuito sotto sgombero. Un intero quartiere assediato da blindati, idranti e agenti
Gli interessi degli speculatori, la determinazione a spegnere un'esperienza sociale che da oltre 25 anni resiste alla base della scelta di una magistratura che non si smentisce nella sua furia.

Seguiranno certamente aggiornamenti.

La diretta:



Fonte

07/09/2016

La “blacklist” del Ministero dell’Interno

Sindacati di base, gruppi di lavoratori, associazioni ambientaliste, movimenti studenteschi: sono questi i gruppi segnalati dalla Polizia di Stato al Ministero dell’Interno nell’annuale relazione sulla stato della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata. (vedi qui 12 )

Una sorta di lista nera di chi – secondo gli agenti – avrebbe minacciato l’ordine pubblico in Italia nel 2014.

La ‘colpa’ dei gruppi menzionati nel documento, nella maggior parte dei casi, sarebbe quella di aver promosso o partecipato a manifestazioni di protesta particolarmente accese.

Ad aprire il capitolo sul mondo del lavoro sono tutti quei sindacati e “gruppi di ispirazione operaista” che – a detta della Polizia – “hanno puntato a inasprire e radicalizzare le contestazioni” contro il Jobs Act.

Un ampio passaggio viene dedicato agli operai dell’AST-TK, storico polo siderurgico di Terni acquisito a inizio secolo dal gigante tedesco ThyssenKrupp.

Esasperati dal rischio di licenziamenti di massa e dal mancato pagamento degli stipendi, i 2.800 dipendenti hanno inscenato uno sciopero di 36 giorni. Una mobilitazione che, nella lettura delle forze dell’ordine, è stata “caratterizzata da aspre e prolungate forme di lotta”.

Tra queste, probabilmente, la decisione di incatenarsi davanti all’ingresso dell’azienda e quella di bloccare l’autostrada Terni-Orte. O forse, la giornata in cui un corteo di operai è stato caricato “a freddo” dalla polizia, spedendo tre lavoratori in ospedale.

Scorrendo il report, ci si imbatte poi nelle ‘maestranze’ della Fincantieri, azienda statale di cantieristica navale. La decisione di quotare in Borsa la società ha accesso le proteste dei dipendenti, che secondo la relazione sono stati supportati da “militanti di formazione operaista di matrice marxista-leninista.”

Il richiamo è all’Organizzazione Comunista Internazionalista (OCI) – piccola organizzazione che dichiara di porsi “alla difesa del proletariato” – e allo SLAI Cobas per il Sindacato di Classe.

I gruppi ambientalisti

L’attenzione viene poi posta sulla delicata questione dell’ILVA, che nel 2014 – periodo di riferimento – viveva alcuni tra i suoi momenti più caldi.

A comparire nella relazione qui è il comitato ‘Lavoratori e Cittadini Liberi e Pensanti’, definito come “un sodalizio ecologista radicale favorevole alla definitiva chiusura dell’acciaieria.”

Formatosi dopo il commissariamento dell’impianto tarantino e il conseguente blocco delle attività, il gruppo di operai e abitanti ha organizzato diverse mobilitazioni — tra cui anche il maxi-concerto del Primo Maggio.

Restando in ambito ecologista, la blacklist dell’Interno si occupa anche delle associazioni ambientaliste della Basilicata – regione interessata dalle più imponenti estrazioni petrolifere d’Italia.

“La campagna contro le trivellazioni in Basilicata,” riporta il documento, “è da tempo al centro dell’impegno di sodalizi d’area ecologista più volte scesi in piazza con manifestazioni di protesta e iniziative volte a stigmatizzare i conseguenti danni alle falde acquifere e alla salute pubblica.”

Il dito viene puntato contro tre gruppi attivi nella sensibilizzazione sulle tematiche petrolifere: Organizzazione Lucana Ambientalista (OLA), No Scorie Trisaia e Scanziamo le Scorie.

Inevitabilmente, l’inclusione di queste organizzazioni nel report ha suscitato numerose polemiche. Il gruppo No Scorie Trisaia ha chiesto ad Alfano un’audizione per “chiarire e rettificare quanto affermato nel rapporto.”

Addirittura, l’OLA ha deciso lo scorso giugno di sospendere a tempo indeterminato le proprie attività. “Una scelta libera,” scrive l’associazione in un comunicato d’addio, ma dettata dalla “costante ‘criminalizzazione’ ed isolamento di chi ha sempre esercitato ed esercita democraticamente il diritto ad informare.”

Nel capitolo dedicato alle tematiche ambientali non potevano poi mancare le altre due grandi questioni degli ultimi anni: la TAV Torino-Lione e il MUOS di Niscemi, in Sicilia.

“Il progetto ferroviario ad alta velocità,” si legge sul report, “ha continuato a rappresentare il fronte più attivo della strategia antagonista e anarco-insurrezionalista.”

Per quanto riguarda il MUOS, l’imponente sistema di comunicazione satellitare statunitense, la lente d’ingrandimento finisce sul coordinamento regionale di attivisti colpevoli, secondo le forze dell’ordine, di aver occupato la base americana dopo aver tagliato le reti di protezione.

I centri sociali

Nell’universo delle mobilitazioni studentesche sono due le associazioni a finire nel mirino del ministero: il centro sociale ZAM e il Collettivo Lambretta.

Entrambi milanesi, i due gruppi hanno organizzato azioni di protesta contro il test Invalsi, ritenuto “troppo nozionistico” e volto a piegare l’istruzione a “logiche manegeriali.” Rispondendo all’invito delle associazioni, numerosi studenti hanno boicottato le prove del test.

Sgomberato nel luglio 2014, lo ZAM – “il centro sociale dalla canna libera” – ha successivamente rioccupato l’ex scuola di via Santa Croce a Milano dove è situata la sua sede.

Anche per il Collettivo Lambretta l’estate del 2014 è stata segnata dallo sgombero intimato dalla Prefettura milanese. Una decisione ovviamente osteggiata dagli esponenti del centro sociale. All’arrivo delle forze dell’ordine per eseguire il decreto, una decina di attivisti hanno occupato il tetto dell’edificio in segno di protesta.

Le tifoserie di calcio

A chiudere la black-list del Viminale ci sono ‘le tifoserie ultras’: secondo le stime della Polizia, 403 club composti da circa 40.260 persone.

Un nutrito numero di questi gruppi, spiegano le autorità, avrebbe mostrato un forte orientamento politico: l’11 per cento delle ‘curve’ occupa posizioni di estrema destra, mentre il cinque per cento è caratterizzato da un’ideologia di sinistra radicale.

“Come evidenziatosi già in passato,” prosegue il report, “gli ultras hanno dimostrato di essere una pericolosa massa di manovra in grado di inserirsi dovunque vi sia l’intenzione di creare disordini e devastazioni”.

Tra le ‘prese di posizione’ del mondo ultras viene sottolineata la partecipazione di alcune frange alla mobilitazione nazionale del Coordinamento Nove Dicembre, noto anche come il movimento dei Forconi.

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21/08/2016

Torino. Gabrio perquisito in pieno agosto

Il 18 agosto, il quartiere San Paolo a Torino, si è risvegliato con un intero isolato militarizzato, cinque camionette di carabinieri e polizia, gazzelle e auto della digos hanno chiuso l’accesso per procedere a una solerte operazione volta alla perquisizione del Centro Sociale Gabrio. Decine di uomini in uniforme sono penetrati nel centro sfondando tutte le porte, rovistando in ogni stanza e addirittura sfondando un muro per accedere ai locali informatici.

L’obiettivo è stato mettere sotto accusa una delle pratiche militanti del centro sociale, l’antiproibizionismo. Sono state infatti sequestrate le piante di marijuana presenti nel centro e gli strumenti per la loro coltivazione. Attività che da anni portiamo avanti apertamente. Siamo consapevoli che praticare coerentemente l’antiproibizionismo significa disobbedire a leggi ingiuste così come sappiamo che tale pratica può portare ad affrontare forme di repressione come quella adottata questa mattina dal reparto mobile della questura di Torino con l’avallo della procura. Siamo d’altronde sicuri che l’autoproduzione sia l’unico modo per scardinare il sistema delle narcomafie da un lato e del controllo sociale oscurantista dall’altro.

L’autoproduzione è condivisione, non spaccio.

E’ stata certamente anche una buona occasione per la questura per mettere il naso nei locali dove si svolgono le numerose attività politiche e sociali del centro.

Nella giornata in cui i principali mezzi di stampa rilanciano le dichiarazioni del magistrato Cantone sull’importanza e la necessità di legalizzare la cannabis per evitare il gioco delle narcomafie è a dir poco paradossale che la procura e la questura di Torino si lancino in una operazione che va a colpire una delle poche esperienze reali in tale direzione. Noi lo sappiamo da anni, non abbiamo bisogno di un magistrato per capirlo.

Il risultato è che nel momento in cui scriviamo un compagno è in questura e un’altro è denunciato a piede libero, compagni ai quali va tutta la vicinanza, amicizia, complicità.

Tutte le attività del centro sociale programmate in questi giorni continueranno regolarmente.

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20/01/2016

Lo sgombero della politica

Il minacciato sgombero di Esc, a cui diamo comunque la nostra solidarietà, non può certo definirsi un fulmine a ciel sereno. È invece l’ennesimo tassello di una stagione segnata dal commissariamento della politica. Il problema non è la difesa di questo o quel centro sociale, sebbene ovviamente necessaria (come Esc, si trovano sotto sgombero il Corto Circuito, Casale Falchetti, l’Auro e Marco, mentre per la Casa della Pace e Degage già si è provveduto in estate; per non parlare delle decine di occupazioni abitative perennemente in bilico). Il problema è che non è possibile alcuna resistenza “militare” che non passi per un riequilibrio dei rapporti di forza politici. Oggi questi sono al punto zero. Se Prefetto o Commissario decidessero di sgomberare tutto, la resistenza che potremmo mettere in campo sarebbe, in tutta onestà, ininfluente. Per ripartire dovremmo allora capire perché oggi la nostra capacità d’influenza politica è azzerata. È questa la domanda che ci pone la minaccia di Tronca: non “come faremo a resistere”, ma: come siamo arrivati a questo punto?

Anche perché, alla prima domanda, non c’è risposta: in queste condizioni non si può resistere. Questo non vuol dire arrendersi, chiaramente, ma dovremmo operare un salto di sincerità almeno fra compagni: immaginare una nostra capacità di invertire la rotta confrontandoci militarmente con il potere, come se fosse l’uso della forza la discriminante capace di fermare la volontà di pacificazione, significherebbe raccontarci una favola che ha davvero fatto il suo tempo. Alla prova dei fatti, si è dimostrata tutta l’inconsistenza della propria presunta “volontà di resistenza”. È per questo che una riflessione pure azzeccata e che condividiamo (Tana delibera tutti) rimane monca. Certo, una politica che non riconosce il valore sociale degli spazi autogestiti è un problema, va denunciata e smascherata, ma allora: il sindaco Rutelli era invece espressione di una sinistra antagonista che “riconosceva il valore sociale degli spazi autogestiti”? Il successore Veltroni, anche lui esponente dei movimenti antagonisti probabilmente, difendeva e valorizzava il ruolo sociale e politico dei centri sociali? Oppure, più propriamente, Rutelli e Veltroni trovarono di fronte a loro un movimento capace di imporre un rapporto di forze, a cui furono costretti a cedere pezzi di potere e legittimità? Soggettivamente Tronca, Gabrielli, Veltroni e Rutelli fanno parte dello stesso centrosinistra che ieri approvava la delibera 26 e oggi procede convinto nella propria politica della ruspa. Come detto, la domanda che dovremmo porci è “come siamo arrivati a questo punto?”, com’è possibile che un sindaco decida di chiudere ogni spazio di mediazione procedendo alla rimozione degli ostacoli politici per via amministrativa, poliziesca e giudiziaria? Questa domanda è per definizione più problematica della prima. Facile accusare il potere, gridare alla solidarietà e analizzare le contorsioni repressive della controparte; molto più difficile (e serio) sarebbe rilevare tutta la sequenza storica di errori che condividiamo come movimenti, per riattivare processi di partecipazione e di (ri)legittimazione politica capaci di imporre un punto di vista. La resistenza agli sgomberi non si realizza bruciando qualche cassonetto, ma impedendo alla politica di immaginare lo sgombero stesso o, nei casi estremi, attivando le relazioni politiche e sociali capaci di smontare l’idea stessa di uno sgombero provocando un moto d’indignazione generale. Quelle relazioni politiche e sociali sono completamente assenti nei recenti sgomberi, soprattutto a Roma. Le vicende di movimento rimangono confinate al movimento stesso, non intercedono con la realtà circostante, non assumono valore rilevante per il resto della cittadinanza. Lo sgombero di un posto occupato è un fatto che interessa i diretti interessati e basta, lasciando indifferente la società che si dovrebbe organizzare e provare a conquistare alle proprie ragioni.

Ovviamente il problema, almeno per noi, non è il livello di conflittualità praticato nella resistenza ad uno sgombero, che dev’essere senza mediazioni e può e deve essere radicale. Il problema è che oggi, nel contesto concreto degli attuali rapporti di forze presenti in città, la partita non si gioca su quel piano. Non sarà la retorica della resistenza a invertire la rotta. Operare una feticizzazione di uno strumento fra tanti della lotta politica può sollevarci la coscienza nelle nostre serate tra compagni o nelle assemblee dove piace ascoltare la propria voce, di certo non incutere una qualche forma di timore al potere cittadino. Il potere non ha paura delle barricate promosse da un soggetto militante avulso da reali percorsi di inclusione e rappresentanza di interessi generali, sociali e politici.

Una delle riflessioni che dovremmo avere il coraggio di produrre pubblicamente è che oggi dei 35 o chissà quanti centri sociali romani, forse un terzo, ad essere davvero generosi, è effettivamente un luogo di aggregazione politica capace di lavorare nei quartieri (al di là della nostra condivisione o meno della linea politica). Esiste davvero un “valore sociale degli spazi autogestiti”? Per qualcuno sicuramente, di certo non per tutti. E ogni sgombero non è uguale ad un altro, non riveste la stessa rilevanza. Alcuni spazi, abbandonati da anni o, peggio, inseriti nei percorsi della movida romana, del divertimentificio metropolitano, macchine da soldi che fondano il proprio guadagno sul lavoro nero dei propri dipendenti mascherati e grazie ai processi di gentrificazione, non solo non rivestono alcun ruolo sociale progressivo, ma fanno parte del problema. Il fatto è che tale riflessione è già introiettata dalla gente che vive nei pressi di qualcuno di questi “centri sociali”, e la mancanza di una nostra riflessione pubblica ci ha schiacciati tutti su di un pregiudizio, magari disinformato, ma che a volte rileva dati che noi non riusciamo più a interpretare. Per di più, se è vero che la riappropriazione di spazi pubblici o privati abbandonati costituisce sicuramente un fatto positivo, va anche detto che in questi anni la moltiplicazione degli spazi è andata a braccetto con l’arretramento generale dei movimenti cittadini. Non è il numero degli spazi allora a certificare la qualità del proprio intervento, ma come questi spazi lavorano nei territori e, più in generale, la capacità che l’insieme unitario di questi ha nell'incidere nella politica cittadina. In questi anni è sembrato delinearsi un rapporto inverso: più inutili divenivamo come sinistra antagonista, più posti occupati spuntavano come funghi nella metropoli desertificata e lasciata allo sbando. Chiarendo così che non sarà la moltiplicazione delle occupazioni a reintrodurre percorsi reali di partecipazione. Mai come in questo caso, meglio meno ma meglio. Ovviamente in questo caso ci riferiamo agli spazi sociali, non alle occupazioni abitative, che affrontano una situazione diversa. Ma questo, in fin dei conti, è l’aspetto secondario della questione.

L’aspetto principale risiede nella nostra capacità intesa unitariamente di incidere nella politica cittadina. Qualcuno oggi si lamenta della diversità politica delle anime che compongono il movimento residuale romano. Eppure, a ben vedere, non solo certe differenze sono sempre esistite, ma negli anni passati erano decisamente più profonde e radicali e a volte violente, ma questo non impediva un coordinamento su molte battaglie, coordinamento che infatti produceva un accumulo di forze nonostante le differenze politiche profondissime. Questo per alcune ragioni, la principale delle quali era l’assoluta consapevolezza di non essere autosufficienti per cambiare lo stato di cose presenti. Oggi al contrario lo spirito di autosufficienza si è impadronito dei ragionamenti collettivi. L’immediato smarcamento generale dalla manifestazione del 28 febbraio scorso è in tal senso paradigmatico. Di fronte alla più importante, riuscita e rilevante manifestazione romana da anni a questa parte, l’interesse trasversale continuava ad essere quello di rimarcare le differenze con chi era in piazza, facendo fallire un esperimento che invece aveva costruito un metodo di lavoro. Ognuno rimanendo con le proprie diversità, esistevano ed esistono dei terreni comuni su cui provare ad esercitare egemonia facendo politica, cioè liberandoci dal vertenzialismo parossistico in cui siamo finiti come movimenti. Per chi non se ne fosse accorto, la crisi economica cancella ogni possibilità di redistribuzione vertenziale dei redditi, ogni possibile riformismo. Senza possibilità di redistribuzione non c’è possibilità di costruire consenso e quindi legittimazione: viene disattivata in tal senso la possibilità stessa della mediazione politica, come infatti evidente dal progressivo e in apparenza inarrestabile processo di commissariamento della politica. Oggi lo scontro è direttamente politico, nel senso che il piano della lotta o si pone direttamente sul terreno dei rapporti politici, oppure è destinato a fallire o, nel migliore dei casi, a vivacchiare reiterando se stesso, come dimostra la parabola del sindacalismo confederale.

Per queste e altre ragioni, oggi piangersi addosso e gridare all’attacco repressivo contro i movimenti non ci porterà molto lontano nella strada per ricostituire un rapporto di forze credibile capace di impedire gli sgomberi. Non per questo ci sono soluzioni a portata di mano e attuabili nel breve periodo. Ma oggi la scommessa è quella di rappresentare un pezzo di società impoverita dalla crisi, ri-legittimandoci nella società, quella oggi sedotta dalle sirene di Salvini o del Movimento 5 Stelle, che resistono elettoralmente proprio perché capaci di rappresentare un punto di vista politico pur nella loro assenza sociale. Quale punto di vista politico esprimono i movimenti? Difficile capirlo.

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23/07/2014

Milano. Sgomberato il centro sociale Zam


La stagione estiva ha chiarito che il governo - e giù per i rami amministrativi, fino all'ultima circoscrizione - ha una linea precisa nei confronti delle occupazioni, abitative e non: lo sgombero.

Stamattina è stata la volta del centro sociale Zam di Milano.

Intorno alle 8, gli agenti della digos si sono presentati in via Santa Croce, zona Navigli, a Milano, per eseguire l'ordine arrivato dall'alto. La notizia è corsa immediatamente tra i frequentatori e gli attivisti, che si sono radunati davanti all'ingresso dello Zam, già bloccato dalla polizia. Mentre all'interno si trovavano ancora alcuni compagni che vi avevano trascorso la notte.

La resistenza passiva è durata parecchi minuti, fin quando la polizia non ha effettuato alcune cariche assolutamente immotivate.

La ragione dello sgombero è fintamente "tecnica": mettere in sicurezza lo stabile, dichiarato inagibile. Si era inizialmente pensato che l'iniziativa dello sgombero fosse stata presa dal Comune di Milano, e lo striscione fuori dal cancelli era centrato su questa convinzione ("forza gentile della giunta arancione, tavoli finti e sgomberi a ripetizione"). Ma è arrivata subito dopo la smentita via Twitter: "Sgombero non richiesto da Comune, ma ordinato dal PM per motivi di sicurezza (immobile sotto sequestro giudiziario)".

Il Collettivo Zam ha convocato un presidio permanente davanti all'edificio e alle 18.30 ci sarà una mobilitazione.

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