Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/06/2023

Mercato delle droghe. Quello che la Meloni non ha urlato

Nella furiosa intemerata che la Meloni ha fatto nell’aula dei gruppi parlamentari contro il deputato Maggi e i cartelli che invitavano a mettere fine al proibizionismo sulle droghe leggere, la premier è saltata a piedi uniti su alcuni dettagli che andrebbero conosciuti decisamente meglio, se si vuole aprire nel Paese un dibattito decente su legalizzazione, proibizionismo e repressione del fenomeno delle droghe.

Innanzitutto occorre sapere che quello delle droghe in Italia è un mercato che “tira”, con un giro d’affari di decine di miliardi di euro: oltre 22,5 miliardi secondo uno studio dell’università di Tor Vergata. Si scende a 12,7 miliardi nelle rilevazioni dell’Istat, di cui circa la metà attribuibili al consumo di cocaina.

La platea di consumatori di droghe rilevata è stimata a 6,2 milioni, Di questi 4,5 milioni risultano consumatori di cannabis, 1,1 milioni di cocaina e 530mila di oppio e derivati, eroina compresa; ma in circolazione da tempo c’è anche il micidiale crack, economico e devastante.

Infine c’è l’allarme sulla diffusione di nuove sostanze, molte sconosciute e pericolose per la salute.

Se è la cannabis la droga più diffusa (il 32% dei 15-64enni l’hanno provata almeno una volta, poco più di 12,5 milioni di persone), al secondo posto c’è la cocaina: per la quale si stimano 3 milioni di italiani che l’hanno usata almeno una volta.

Si calcola che le attività criminali connesse alla droga hanno rappresentato il 60% delle attività illegali stimate dalla contabilità nazionale e hanno pesato per quasi un punto percentuale sul Pil.

Se nel 2020 i sequestri di cocaina erano stati di 13.595 kg, nel 2021 erano saliti a 20.075. Eppure nello stesso periodo si registrano assai più consistenti sequestri di Marjuana dai 19.930 kg del 2020 al doppio nel 2021 ossia 46.853kg.

Anche nel caso dell’hascish si è passati dai 9.758 kg del 2020 ai ben 20.859 kg del 2021, quasi a indicare che i sequestri di droghe leggere siano stati perseguiti con maggiore determinazione di quelli di droghe pesanti. I sequestri di eroina sono rimasti praticamente uguali: 513 kg nel 2020, 567 nel 2021.

Per la Meloni e la destra “le droghe sono tutte uguali” e la strada da perseguire è soltanto quella repressiva, che si abbatte sia sugli spacciatori che sui consumatori.

I risultati di questa logica ci dicono che negli ultimi vent’anni circa un detenuto su tre che entra in carcere lo fa per violazione dell’articolo 73 del Dpr 309/1990, il Testo Unico sulla droga.

Il trend riflette gli effetti della legge Fini-Giovanardi, solo parzialmente corretta della sentenza della Consulta 32/2014, che ha bocciato la legge nella parte in cui non distingue tra droghe leggere e droghe pesanti.

Oggi sono perseguite penalmente in ogni circostanza l’eroina, i derivati della Cannabis (hascish, marijuana), la cocaina, gli allucinogeni, l’extasi e alcuni prodotti analoghi.

L’articolo 73 del Testo Unico del 1990 prevede fino a 20 anni di reclusione per chi “coltiva, fabbrica, estrae, raffina, offre o mette in vendita, cede o riceve a qualsiasi titolo, distribuisce, commercia, acquista, trasporta, esporta, importa, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo o comunque illecitamente detiene sostanze stupefacenti o psicotrope”.

Ciò vale non solo per gli spacciatori ma, in teoria, anche per chi acquistasse droga per un familiare o un amico tossicodipendente. Le stesse pene, inoltre, si applicano per le sostanze per cui è consentito l’uso terapeutico qualora vengano utilizzate per altri scopi, indipendentemente dal fatto che siano state reperite utilizzando una ricetta medica.

Tuttavia l’articolo 75 introduce una eccezione per chi illecitamente detiene sostanze stupefacenti o psicotrope per uso personale. In questo caso sono previste solo sanzioni amministrative (es. la sospensione della patente di guida o del passaporto).

Confessando che non abbiamo mai nutrito molta simpatia né per gli ‘sconvoltoni’ né per gli ‘sconvoltini’ – oltre che inimicizia totale per ogni tipo di spacciatori – occorre ammettere che l’eventuale legalizzazione della sola cannabis, strapperebbe ai mercanti di droga un mercato di 4,5 milioni di consumatori e magari ridurrebbe anche il numero di detenuti in carceri talmente sovraffollate da scoppiare. Inoltre manderebbe un segnale vero di controtendenza.

Da quanto dimostrato dai risultati sul campo, l’impostazione meramente repressiva non riesce – e non riuscirà mai – a debellare né il lucrosissimo mercato criminale delle droghe né le tossicodipendenze, un po’ come avvenuto con la ludopatia.

In questo caso la legalizzazione ha arricchito sicuramente lo Stato e i padroni delle sale giochi, sicuramente non ha arricchito le tasche e le relazioni sociali dei ludopati.

Ma non sarà proprio per questo che tale “devianza” (nell’accezione meloniana) sia stata legalizzata ed altre no?

Fonte

13/06/2023

Cannabis, la vera storia di un agente antidroga di Alfredo Ossino

di Mauro Baldrati

Non è un testo di narrativa, ma un memoriale tecnico, che si attiene ai fatti, che sono sempre documentati e verificabili. È lo stile di un ex maresciallo capo della Guardia di Finanza del Nucleo Operativo Antidroga, abituato a redigere rapporti esatti. Il capitolo iniziale, benché redatto col linguaggio essenziale del poliziotto, potrebbe essere utile allo scrittore di gialli o di serie poliziesche.

L’attività nella Guardia di Finanza è stata prevalentemente svolta presso importanti sedi operative, come ad esempio Roma e Napoli.

Napoli, in particolar modo, è un reparto a intensa attività operativa e controllo del territorio come perquisizioni, arresti, sequestri di ogni genere di merce, attività antidroga, appostamenti presso i luoghi di sbarco delle sigarette, inseguimenti in auto, appostamenti in luoghi di fortuna e durante le più diverse situazioni climatiche, nonché tantissime ore in macchina a pattugliare tutta la Campania.

A Roma, presso il Nucleo Centrale di Polizia Tributaria, fui assegnato al Gruppo Operativo Antidroga (G.O.A.). Una regola del servizio operativo è che si conosce l’ora di inizio del turno, ma non si è mai certi di finire all’ora prevista, perché accade spesso di protrarre l’orario per imprevisti o altri improcrastinabili motivi.

Prestare servizio al G.O.A. di Roma, con autonoma competenza operativa su tutto il territorio nazionale, vuol dire che non esistono regole. Da Roma, infatti, è possibile esercitare attività operativa in qualunque altra Regione d’Italia, in ragione delle indagini in corso, senza alcuna autorizzazione.

L’attività investigativa si coordina anche con paesi esteri, ove esistono sinergici accordi di cooperazione Interpol, al contrasto del traffico di sostanze stupefacenti.

Ognuno fa parte di una precisa squadra operativa che segue le indagini con ogni mezzo: intercettazioni, pedinamenti, appostamenti e qualsiasi altra utile azione. La squadra operativa che segue l’indagine si alterna negli appostamenti, nelle intercettazioni, nei pedinamenti e deve tempestivamente essere sempre pronta a qualsiasi evenienza, anche nell’affrontare subitanei viaggi, qualora l’attività operativa lo richiedesse.

Un esempio: pedinamenti da Roma a Milano e poi da Milano a Siracusa, poi chissà dove e, nel frattempo, se i pedinati, si avviano in percorsi con separate destinazioni, anche la pattuglia deve essere tempestivamente pronta a garantire il continuo monitoraggio degli indagati.

Le organizzazioni criminali, per ovvi motivi, si muovono senza preavviso. Possono capitare settimane o mesi di appostamenti. Può capitare di monitorare uno o più soggetti per lunghi periodi, e intercettare in tempo reale le conversazioni, e quindi bisogna sempre essere immediatamente pronti a tutto, secondo quanto carpito dall’intercettazione o da quello che avviene.

Non esiste vita privata. Si saltano i pasti, si dorme spesso in macchina, si effettuano estenuanti turni di servizio a prescindere dal clima o dalle stagioni.

Non esiste vita privata. Forse per questo quando arriva la mazzata si trova completamente solo, a parte la madre e la sorella che lo considerano impazzito? I dolori alla cervicale, intensi e continui, iniziano nel 2001. Le visite all’ospedale militare danno un responso preciso: artrosi, generata e complicata dal servizio. Da qui parte la spirale. I dolori aumentano progressivamente, finché nel 2007 viene messo in congedo, imbottito di farmaci oppiacei. E qui la lingua chirurgica, legalistica, scende nel privato di un malato sofferente confinato in un isolamento totale:

Impossibile dormire, percepivo sempre dolore e mi sentivo sempre più intossicato.
Mi alzavo durante la notte con crisi di tosse, senso di nausea e vertigini, erano crisi fuori controllo. Questa era diventata la mia vita: notti insonni, dolori, tosse, vertigini, depressione e solitudine. La mattina mi alzavo dal letto incordato e intorpidito non solo nei movimenti, ma anche nei pensieri. Tutto troppo faticoso da accettare e da gestire. Ogni giorno che passava, la mia salute peggiorava.

Con la mente intorpidita dai farmaci oppiacei e il fisico distrutto dal dolore, non riuscivo a svolgere la minima attività motoria, come ad esempio fare una passeggiata di poche centinaia di metri.

Intanto si sta diffondendo la notizia che la cannabis è un potente antidolorifico. E soprattutto non produce gli effetti collaterale degli oppiacei. L’autore fa capire che, col suo mestiere, la conosceva già, al di là del tremendo pregiudizio proibizionista diffuso tra la popolazione ma soprattutto tra la casta politica. Così, nel 2013, decide di sperimentarla. Ne parla con la madre e con la sorella, che è pure medico, le quali vanno fuori di testa: Ma come! Un finanziere che vuole farsi le canne?

Questa infatti è l’unica modalità a disposizione: comprare l’erba dai pusher di strada, a Catania, dove vive, e fumarla.

Nel frattempo, in rete, acquisivo straordinarie notizie sulla sua potenzialità terapeutiche e, guidato dallo spirito di sopravvivenza, a prescindere da tutto e tutti, mi convinsi a rinnovare l’esperienza. Accantonai i farmaci oppiacei e iniziai a consumare cannabis acquistata attraverso il mercato nero.

Non avevo alternative. Sei anni di oppiacei avevano solo intossicato il corpo e la mente, senza riuscire, anche minimamente, ad alienare il dolore.

Scopre che, oltre ad alleviare il dolore, è anche un ottimo antidepressivo, migliora l’umore, scaccia i pensieri neri e l’immobilismo degli oppiacei. L’operazione Black Market va avanti fino al 2021, narrata in un efficace reportage, sempre con lo stile giuridico-chirurgico, sui costi che prosciugavano la sua pensione, i disagi per trovare un pusher, il terrore di restare senza roba, lo sregolamento mentale derivante dal suo passato di persecutore passato consumatore, quando finalmente una USL siciliana, quella di Messina, tra enormi difficoltà e disinformazione diffusa (la cannabis come porta di accesso all’eroina e alla cocaina), decide di applicare la legge che risale addirittura al 2007 sull’uso della cannabis terapeutica, in seguito all’entrata in vigore della legge n. 172 del 2017, che autorizza l’Istituto Farmaceutico Militare a produrre la cannabis per uso terapeutico. Precedentemente infatti la materia prima era di difficile reperimento, comprata dall’Olanda e dispersa nello stagno della completa disinformazione dei medici e delle unità sanitarie.

Anche qui la vita è dura. È sempre dura quando si tratta di applicare un po’ di giustizia. Deve ottenere un piano terapeutico semestrale dal medico specializzato di un centro antidolore e portarlo al suo medico di base. Il quale rimane addirittura scioccato, non sa nulla di nulla della materia e si rifiuta indignato di rilasciare la prescrizione. Sarà la sorella medico, nel frattempo passata dalla sua parte, a intervenire e spiegare al medico di base la legislazione vigente.

Ma la vita continua a essere dura. La sua Usl di Catania non si muove, per cui è costretto a percorre 180 chilometri da Catania a Messina e ritorno per consegnare il piano terapeutico e poi una volta al mese di nuovo per ritirare la roba, che viene fornita in dosi mensili.

La vita è sempre dura, ma decisamente migliore. Tra indignate e condivisibili riflessioni sull’ipocrisia imperante, la mancata informazione sui benefici della cannabis terapeutica, la speculazione senza scrupoli della Destra che cavalca l’immarcescibile pregiudizio della droga, gli enormi profitti della criminalità grazie all’arcaico, barbarico proibizionismo, il nostro ex Maresciallo Capo del NOA è rinato. Ha cacciato la pinguedine e la depressione provocata dagli oppiacei, fa attività fisica ed è diventato un attivista a favore della legalizzazione della cannabis. Che, si può dire a voce alta, gli ha salvato la vita.

Fonte

22/11/2018

Crime economy. La holding criminale sul gioco d’azzardo

I quotidiani e i telegiornali del 15 novembre aprivano con questi titoli roboanti:

Blitz contro la mafia delle scommesse, 68 arresti e sequestri per un miliardo di euro! Con sottotitoli e commenti come: “Le mafie si sono spartite e controllano il mercato della raccolta illecita delle scommesse online” .

Con questa operazione si conosce anche l’ammontare dei beni sequestrati: Il volume delle giocate, riguardanti eventi sportivi e non è superiore ai 4,5 miliardi.

Da osservare anche come una gran parte di loro fossero esponenti della criminalità organizzata nelle diverse famiglie o clan come: la Sacra corona in Puglia; la mafia in Sicilia; la ‘ndrangheta in Calabria – oltre ad alcuni imprenditori che fungevano da prestanome.

Un precedente prologo a questa inchiesta è da ricondurre al periodo nel quale l’introduzione della legge di stabilità del 2015 (diventata a sua volta un punto di svolta nelle indagine) smaschera un sistema nascosto tra le pieghe delle normative inserite nella sanatoria introdotta.

La sanatoria prevedeva – per chi prima raccoglieva le scommesse all’estero aderendo al pagamento delle somme, per trasferire l’attività in Italia tramite l’apertura di siti legali cioè: quelli targati “.it” – di usufruire di sconti, sia economici che amministrativi.

E’ in questa manovra (sostituire il terminale .com con .it) che, secondo le indagini, avveniva l’illecito poiché è tramite l’utilizzo “.it” (che dava caratterizzazione al terminale web) che queste applicazioni di Rete venivano a loro volta utilizzate come copertura per proseguire la raccolta e la gestione illegale delle scommesse e delle economie derivanti (quelle che venivano fatte nei siti on-line con terminale “.com”), i cui proventi economici a loro volta erano esenti da controlli e tributi previsti invece per le applicazioni con terminale “.it” .

In questo settore erano spesso utilizzate competenze di bookmakers e specialisti, esperti in forme algoritmiche capaci di modificare le strutture di gestione delle applicazioni presenti nella Rete per giochi on-line e altre “app.” (piattaforme digitali) riservate a sistemi di scommesse virtuali; per cui – tramite questo “semplice meccanismo” – si produceva una crescita a dismisura dei rispettivi profitti e guadagni.

La svolta nell’inchiesta è avvenuta quando uno di loro (specialista in algoritmi), dopo aver aderito al condono (previsto dalla legge di sanatoria del 2015), voleva ritirarsi da quest’attività illecita. A fronte di ciò i diversi “boss” dei gruppi attivi e presenti nel settore (mafia, sacra corona unita, ndrangheta e camorra) lo costrinsero a continuare impedendogli così tale azione di fuoriuscita dal quel sistema che lui aveva, infine, considerato: “truffaldino” e illegale.

Quel rifiuto da parte del “bookmaker” (probabilmente anche oggetto di minacce) comportò, come reazione la sua “resa e consegna” agli inquirenti, diventandone di fatto un prezioso “pentito”.

Pentito utile per approfondire l’indagine sul settore delle scommesse clandestine, svelandone altresì i metodi e le connessioni presenti tra i vari clan. Giovanni Bianconi – giornalista del Corriere della Sera – a commento di questa “brillante” (sic!) operazione – tra le altre analisi – scrive: “Non serve gente che spara, meglio chi sa usare la Rete” i

In pratica assistiamo oggi a una particolare evoluzione (in senso postmodernista probabilmente) delle azioni in oggetto.

Al punto che da un dialogo intercettato due anni fa emergeva la nuova frontiera del crimine, spiegata così: “Questa è musica di malavita. Io cerco i nuovi adepti nelle migliori università mondiali e tu vai ancora alla ricerca di quattro scemi in mezzo alla strada che vanno a fare così: bam bam! Io cerco quelli che fanno così, invece: pin, pin! Che cliccano! Quelli cliccano e movimentano... È tutta una questione d’indice, capito?”

Cioè per capire e spiegarsi meglio: hanno semplicemente sostituito, non l’indice, bensì il “click” dal grilletto di una pistola o di un fucile con un identico “click” nel computer!

E tutto ciò per guadagni molto più consistenti poiché il “crimine” in questo caso non contiene le classiche “macchie di sangue” a loro volta oggetto di indagini o inchieste da parte di speciali corpi di polizia anticrimine!

Con questo blitz (non certo improvviso o inaspettato) frutto e sviluppo di precedenti inchieste – tramite la presenza del classico “pentito” – si è potuta svolgere l’intera operazione realizzando tra altre cose quello di poter ricondurre all’erario statale le ingenti somme a loro volta trafugate da parte di quei clan criminali che risultano essere diretti concorrenti con l’AAMS (Azienda Autonoma dei Monopoli di Stato) cioè l’azienda statale che gestisce, insieme alla Confindustria, il settore dei giochi, lotterie e et similia.

Operazione a sua volta funzionale – tramite le diverse procure: siciliane, calabresi e pugliesi – soprattutto nello svelare la presenza in pratica di un vero e proprio sodalizio; una specie di holding o sindacato del crimine (di storica memoria anni ’30 – in quel di Chicago, Usa).

Fase nella quale operò tale organizzazione criminale e malavitosa che spadroneggiò fortemente in quegli anni, cioè nel periodo appunto del proibizionismo – sul quale sono stati prodotti numerosi film, scritti molti libri e svolti innumerevoli processi con pesantissime condanne.

Una similitudine credo sia possibile fare tra quel periodo e questo attuale.

Gli sviluppi dovuti a queste ultime operazioni fanno emergere una preoccupante similitudine con quanto accadde – negli anni ’30 del secolo scorso – in quel di Chicago negli Usa.

Allora fu promulgata la legge detta del “proibizionismo”. La quale vietava e puniva fortemente con arresti, condanne a decenni di carcere e perfino la pena di morte quanti praticavano tale commercio illegale creando per l’appunto un vero e proprio sodalizio definito poi come sindacato del crimine!

A loro parziale giustificazione semmai il problema consisterebbe quindi che tale pratica (il mercato nero o clandestino) avrebbe potuto avere una sua particolare legittimità sociale in quanto consistente: a) in rapporto alla diffusa pratica legale e persecutoria da parte delle autorità statali contro i cosiddetti “criminali”; b) la irresistibile voglia di “bere” – quindi consumare alcol – da parte di numerosi cittadini statunitensi; a loro volta in preda a periodi di allegria, spensieratezza dopo le sofferenze subite a causa della disastrosa “grande depressione” – dovuta al crollo economico statunitense nel 1929 (v. film famosi come: C’era una volta in America ecc.) .

Dal proibizionismo al legittimismo e legalizzazione

Questa similitudine in pratica da noi non è possibile farla poiché in Italia il “proibizionismo” del gioco d’azzardo già esisteva nei precedenti periodi e in legislazioni in vigore fin da allora.

In quelle fasi storiche la presenza di associazioni illegittime e organizzazioni criminali, illegali e malavitose erano sì presenti e anche pervasive, ma spesso risultavano nascoste, malcelate, da un “sentire e agire comune” che “offuscava” i contorni dei suoi terminali; i quali a volte corrispondevano a clan familistici, società familiari o individuali per la concessione di “prestiti” accomodanti!

La malavita faceva sì incetta di notevoli quantità economiche ma il tutto doveva avvenire di nascosto spesso affidandosi a “malcelate complicità” dei soggetti ai quali erano indirizzate scommesse; prestiti usurai e quant’altro.

Le loro quantità e qualità erano sotto controllo e avvenivano nei settori marginali e nascosti in aree sociali specifiche.

La legalizzazione del gioco d’azzardo ha fatto sì che queste organizzazioni illegali o criminali crescessero esponenzialmente raccogliendo altresì enormi quantità di denaro realizzando così profitti vertiginosi.

Differenza tra proibizionismo e legalitarismo

Fatti specifici caratterizzati dallo scatenamento di una vera e propria guerra tra le organizzazioni criminali – presenti allora nelle principali metropoli statunitensi – per accaparrarsi sia il mercato dell’alcool sia il controllo del territorio per lo smercio “alcolico” il cui consumo era allora proibito dalla legge fatta appositamente. Tale conflitto era caratterizzato dalla presenza di una speciale forma organizzativa che fu definita poi come “Sindacato del crimine”! E’ sotto questa denominazione – passata alla storia – che si è sviluppata la loro funzione (militanti delle varie organizzazioni antiproibizioniste dell’epoca, raggruppati in clan, bande e associazioni varie) in quel particolare periodo speciale caratterizzato da leggi proibizioniste con particolari attenzioni alle forme associative che aggirando tale divieto rifornivano di alcol proibito numerosi locali spesso clandestini.

Tale regime “proibizionista” potrebbe, apparentemente, anche giustificare il “traffico clandestino” di sostanze alcoliche allora proibite e vietate.

Nel caso italiano invece assistiamo proprio all’inverso.

La crescita di questi particolari e specifiche attività illegali – considerate tali – avviene proprio nel momento in cui tale funzione (gioco d’azzardo) viene resa legale e quindi tramite una specifica legislazione si passa dal divieto e dalla condanna alla legalizzazione del “gioco d’azzardo” e degli altri che venivano attuati in bische e locali illegali ed anche scommesse clandestine sulle diverse forme competitive (calcio, cavalli, cani, automobili ecc.).

Con la legalizzazione prevista da una legge – che ne stabiliva normative e prerogative per l’esercizio di tale mercato – tutto ciò è stato reso legittimo.

Lo Stato diventava così di fatto il “biscazziere” del popolo italiano

Tra il 2000 e il 2016 (periodo nel quale è stato legalizzato il sistema dell’azzardo), la raccolta complessiva da giochi, indice dell’ampiezza del mercato, è aumentata di cinque volte, passando in termini reali da 20 a circa 96 miliardi di euro annui. Lo Stato incassa circa 10 miliardi di entrate erariali.

Alcuni dati ci dicono che: “in Italia ci sono più slot machine che posti letto in ospedale”.

Il mercato dei giochi è potuto crescere grazie alla forte innovazione nelle modalità di gioco con la diffusione di internet e la possibilità di effettuare giocate attraverso la rete, on line e su eventi live.

A proposito di “pubblicità” invadente qualcuno ricorderà sicuramente lo spot pubblicitario che Sky metteva in onda sempre prima di ogni collegamento calcistico nel quale un famoso attore pubblicizzava il sito di scommesse on line “Bet365” (non voglio con questo insinuare nessunissima accusa o indicarlo come illegale. N.d.t.). E’ da notare comunque come molte delle aziende sanzionate avevano come acronimo proprio l’aggettivo “bet”; e la stessa operazione della Guardia di Finanza conteneva tale acronimo.

Dichiara un magistrato, che da qualche tempo sta indagando in questo settore che: “La mafia sta sempre un passo avanti. E s’infiltra, dove c’è il vuoto normativo”. ii

A che punto è oggi il settore “industriale” del gioco d’azzardo? iii

Lo scorso anno in Italia sono stati puntati sul gioco d’azzardo lecito oltre 101 miliardi di euro, in aumento del 6% rispetto al 2016. La Spesa dei giocatori si è assestata sui 20,5 miliardi. L’incasso dello Stato – tramite gettito erariale – è stato pari a 10,3 miliardi di euro.

Se si vuole approfondire le cifre e le caratteristiche particolari di questo importante settore “confindustriale” si può osservare il link sopracitato (iv).

Apparentemente, nonostante il forte periodo di crisi economica, questo settore presente anche in Confindustria in quello dei giochi (https://www.agimeg.it/) non conosce crisi. v

Sono circa oltre 6.000 le imprese operanti con almeno 100.000 dipendenti (il 20% impiegati nella filiera diretta; l’80% a quella indiretta – punti vendita, tabaccherie, bar, autogrill, edicole) a questi numeri va aggiunto l’indotto del settore (costruttori di giochi e componenti elettronici, commercio dei macchinari, noleggiatori e gestori di attrezzature, ricevitorie, sale bingo, gaming hall) i quali – numeri alla mano – sono quasi raddoppiati dal 2006 al 2011.

Tale è la cifra che viene utilizzata in questo settore che sia lo Stato sia i suoi tutori non potevano che si lasciasse l’intero provento economico in mano ad un’illegalità che gli sottraeva importanti risorse finanziarie.

Sono altrettanto convinto che a questo scopo sia servito, tra le altre cose, l’operazione “blitz” scattato all’alba del 14 novembre.

Note
ihttps://roma.corriere.it/notizie/cronaca/18_novembre_14/non-serve-gente-che-spara-mafia-n-drangheta-gioco-online-slot-e6554a6c-e844-11e8-b8c4-2c4605eeaada.shtml

iihttps://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/14/gioco-online-cafiero-de-raho-la-mafia-2-0-ha-sostituito-i-chimici-che-lavoravano-la-droga-con-i-tecnici-informatici/4764580/

iiihttp://www.avvisopubblico.it/home/home/cosa-facciamo/informare/documenti-tematici/gioco-dazzardo/i-dati-sul-gioco-dazzardo-nel-2017-in-italia/

ivhttp://www.avvisopubblico.it/home/home/cosa-facciamo/informare/documenti-tematici/gioco-dazzardo/i-dati-sul-gioco-dazzardo-nel-2017-in-italia/

vhttp://www.today.it/economia/gettito-fiscale-giochi-scommesse-italia-dati.html

Fonte

21/08/2016

Torino. Gabrio perquisito in pieno agosto

Il 18 agosto, il quartiere San Paolo a Torino, si è risvegliato con un intero isolato militarizzato, cinque camionette di carabinieri e polizia, gazzelle e auto della digos hanno chiuso l’accesso per procedere a una solerte operazione volta alla perquisizione del Centro Sociale Gabrio. Decine di uomini in uniforme sono penetrati nel centro sfondando tutte le porte, rovistando in ogni stanza e addirittura sfondando un muro per accedere ai locali informatici.

L’obiettivo è stato mettere sotto accusa una delle pratiche militanti del centro sociale, l’antiproibizionismo. Sono state infatti sequestrate le piante di marijuana presenti nel centro e gli strumenti per la loro coltivazione. Attività che da anni portiamo avanti apertamente. Siamo consapevoli che praticare coerentemente l’antiproibizionismo significa disobbedire a leggi ingiuste così come sappiamo che tale pratica può portare ad affrontare forme di repressione come quella adottata questa mattina dal reparto mobile della questura di Torino con l’avallo della procura. Siamo d’altronde sicuri che l’autoproduzione sia l’unico modo per scardinare il sistema delle narcomafie da un lato e del controllo sociale oscurantista dall’altro.

L’autoproduzione è condivisione, non spaccio.

E’ stata certamente anche una buona occasione per la questura per mettere il naso nei locali dove si svolgono le numerose attività politiche e sociali del centro.

Nella giornata in cui i principali mezzi di stampa rilanciano le dichiarazioni del magistrato Cantone sull’importanza e la necessità di legalizzare la cannabis per evitare il gioco delle narcomafie è a dir poco paradossale che la procura e la questura di Torino si lancino in una operazione che va a colpire una delle poche esperienze reali in tale direzione. Noi lo sappiamo da anni, non abbiamo bisogno di un magistrato per capirlo.

Il risultato è che nel momento in cui scriviamo un compagno è in questura e un’altro è denunciato a piede libero, compagni ai quali va tutta la vicinanza, amicizia, complicità.

Tutte le attività del centro sociale programmate in questi giorni continueranno regolarmente.

Fonte