Leggendo le centinaia di pagine dell’ordinanza della Procura di Piacenza con cui sono stati arrestati i sindacalisti dell’Usb e del Sicobas – ma anche gli avvisi di garanzia della Procura di Bologna per i picchetti alla Palletways – emerge fin troppo nitidamente come il codice penale contenga un intero armamentario di reati “flessibili”, che una interpretazione “politica” delle leggi può rovesciare contro le lotte sociali e sindacali.
La forma di lotta dei blocchi dei magazzini della logistica per ottenere condizioni salariali migliori è stata re-interpretata “estorsione”; e i picchetti davanti ai cancelli (una delle forme che hanno fatto la storia del movimento operaio) diventano “concorso in violenza privata continuata”.
In questa logica “politica”, ogni possibilità reale dei lavoratori di incidere con forza nella contrattazione con la controparte, che comporti un danno economico per l’azienda, può essere trasformata in “reati comuni”.
Bene hanno fatto i sindacalisti arrestati ad avvalersi della facoltà di non rispondere di fronte ai magistrati che li hanno inquisiti. Come si fa a rispondere a domande che partono da questi presupposti?
Guardandoci indietro, questo utilizzo del codice penale come una clava contro i lavoratori non è una novità di queste settimane. Il “blocco delle merci” era una forma di lotta che terrorizzava già la Fiat negli anni Sessanta e Settanta e che veniva perseguita assai più duramente degli scioperi.
Negli Stati Uniti, negli anni Trenta, i padroni e i governi utilizzarono contro i sindacati addirittura la legge antitrust accusandoli di esercitare il “monopolio” della forza lavoro, come se il sindacato fosse una società o una banca.
In Italia i disoccupati organizzati napoletani che manifestavano, bloccando strade e uffici per chiedere lavoro, sono stati accusati di “estorsione” con il fine di ottenere... un lavoro.
La stessa accusa è stata mossa ai movimenti di lotta per la casa a Roma ritenendo le occupazioni una forma di estorsione tesa ad ottenere... una abitazione.
In un paese in cui l’art. 3 della Costituzione prevede la rimozione degli ostacoli economici ad una vita dignitosa, rivendicare salari, lavoro e abitazione negati dalle istituzioni pubbliche o dagli interessi proprietari privati, può trasformarsi in un “reato comune”, addirittura senza alcun riconoscimento della dimensione sociale, collettiva e rivendicativa dell’azione.
Una “associazione a delinquere con fini estorsivi” è un reato che può essere contestato ad una organizzazione malavitosa, la cui “finalità fisiologica” è l’arricchimento privato ottenuto con mezzi extralegali.
Una organizzazione sindacale o sociale rivendica invece soluzioni collettive estendibili ad intere categorie lavorative o sociali, in genere coinvolte direttamente nel conflitto con la controparte.
Ma è proprio questa dimensione che il sistema mostra di temere come la peste. In fondo abbiamo imparato che, per il potere, un rapinatore è meno pericoloso di un attivista politico; e che la “finalità privata” – anche se comporta un reato – è meno preoccupante per il sistema di una rivendicazione collettiva.
Sta in questa interpretazione quella contraddizione tra legalità e giustizia che abbiamo denunciato in questi anni di fronte ai peana o alle fortune politiche costruite su una invocazione di “legalità” che ignora, nega e rimuove ogni riferimento alla giustizia sociale.
Del resto la visione liberista ha insita in sé la stigmatizzazione pubblica e la criminalizzazione dei poveri in quanto tali. Figuriamoci quando si organizzano e si fanno sentire.
Tenere i salari sotto la soglia della dignità, tenere le case vuote a fronte di migliaia di famiglie sfrattate o senza casa, negare il lavoro anche in presenza di opportunità evidenti, è forse coerente con le leggi attuali ma non con la giustizia sociale, peraltro spesso evocata nella Costituzione.
Forzare questa contraddizione è diventato inevitabile dopo decenni di liberismo sfrenato e istituzionalizzato che hanno posto il paese sul piano inclinato della regressione sociale generalizzata.
I corpi intermedi fin qui riconosciuti (CgilCislUil, associazionismo di categoria o di scopo etc.) non hanno più messo in discussione questo assetto, ma ci si sono adeguati. Inevitabile che i bisogni sociali crescenti facessero nascere e sviluppare nuove organizzazioni sindacali e sociali, in grado di cominciare a “strattonare” con qualche forza sulle rivendicazioni, ma anche il sistema stesso.
I magistrati che hanno emesso le ordinanze non stanno evidenziando dei “reati”, ma stanno mettendo in campo una visione dei rapporti sociali. Nel sistema sono previsti ancora degli anticorpi in grado di rettificare l’uso del codice penale come una clava antipopolare, ma sono anni che questi anticorpi – lì dove sono decisivi – sono stati indeboliti dalle scelte politiche dominanti.
Mai come in questi giorni si è palesato ai nostri occhi lo scenario di un paese ormai “decostituzionalizzato”. Sarà bene tenerne conto nei mesi che ci aspettano.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/07/2022
23/01/2020
Fine di “un’era” molto breve, Cinque Stelle al big bang
Luigi Di Maio annuncia le sue formali dimissioni da capo politico dei 5 stelle e, dice lui stesso, “è la fine di un’epoca”.
Al di là dell’auto-sopravvalutazione individuale, sempre presente in questi casi, la sua rinuncia alla guida solitaria di ciò che resta del Movimento Cinque Stelle certifica una crisi che si trascinava dal momento stesso in cui il “capo politico” – definizione resa obbligatoria dalla legge elettorale in vigore, parto delle “menti sottili” di Renzi e Rosato – aveva deciso di fare un governo insieme alla Lega, nel giugno 2018. Data da allora, infatti, la corsa verso il baratro nei sondaggi e soprattutto nei risultati elettorali.
Visto che non ci interessano più di tanto i gossip politici (“si dimette, ma per tornare”, “ora si va alla leadership collettiva”, “Di Battista si scalda in panchina” e via dicendo), preferiamo concentrare l’attenzione sulla fine di una stagione e di una cultura politica che ha avuto un forte successo pur essendo palesemente inconsistente.
È questo il piano su cui, ci sembra, si può provare a capire quali strade seguire in futuro per costruire effettivamente un’alternativa politica al tempo stesso radicale ed efficace.
Malessere sociale e rappresentanza politica
Da quasi 30 anni – da quando si è introdotta la “logica del maggioritario” nelle leggi elettorali, in curiosa coincidenza con l’entrata in vigore dei trattati di Maastricht e dei “vincoli” lì indicati – il malessere sociale è andato crescendo. Non per ragioni politico-elettorali, ma per il ben più evidente impoverimento progressivo dei lavoratori dipendenti (e anche di quelli autonomi “di fascia bassa”), causato da politiche economiche e di mercato del lavoro sempre più a favore delle imprese: precarietà contrattuale (“pacchetto Treu” e “legge 30”), salari da fame per i “lavoretti precari” diventati regola legale, blocco degli aumenti salariali, blocco del turnover nella pubblica amministrazione (e introduzione del precariato anche lì), esternalizzazioni e delocalizzazioni, svendita del patrimonio industriale e immobiliare pubblico, aumento della disoccupazione e dei workin poor, aumento esponenziale dell’età pensionabile e regole più micragnose per il calcolo dell’assegno...
Si potrebbe andare avanti all’infinito, fino alla legge Fornero e al Jobs Act (abolizione dell’art. 18), ma l’andazzo è fin troppo noto per ricordarlo tutto. L’intreccio inestricabile tra peggioramento delle condizioni di vita e disinteresse per queste della “politica” ha alimentato il sacrosanto odio popolare per “i privilegiati”. Che poi questi siano stati ridotti ai soli “politici” è un capolavoro di depistaggio messo in campo dai media mainstream (dove è vietato invece criticare le aziende e chi le dirige-possiede...), a partire dal fortunato libretto “La casta“. Del resto, questa classe politica è fatta di servi di bassa lega, dunque è perfino giusto che vengano sacrificati dal Potere vero per allontanare da sé l’odio popolare.
Questo malessere, nel mondo politico bipolare disegnato dalle leggi elettorali maggioritarie, non ha a lungo trovato una rappresentanza politica reale. I cosiddetti centrodestra e centrosinistra si sono alternati per oltre venti anni senza che nessun bisogno emergente da quel malessere potesse trovare ascolto.
Anzi...
Due schieramenti perfettamente uguali sul piano della “decisione politica” – anche al di là della volontà dei singoli, anche quando nella maggioranza c’era perfino Rifondazione Comunista o, sul fronte opposto, gli eredi diretti del Movimento Sociale (Fini, Meloni, Storace, Gasparri, ecc.) – perché entrambi felicemente prigionieri dei vincoli e delle “prescrizioni” elaborate a Bruxelles e Francoforte. Resta un po’ di spazio solo per i dettagli, le bandierine e pezzetti sempre più piccoli di clientela. E su quelli la concorrenza è ferocissima.
Quando si è presentata, dietro il vettore mediatico e comunicativo di Beppe Grillo, un’“alternativa” che faceva propria, in modo piacione e confusissimo, l’esigenza di mandare a casa l’establishment (“vaffa” alla “Kasta”), improvvisamente si è rotta la gabbia bipolare e quella rappresentanza politica, per quanto vaga, è arrivata in breve tempo a raccogliere un terzo dei consensi elettorali.
Le poche cose che sembravano chiare non lo erano ovviamente affatto: “un movimento né di destra né di sinistra”, “onestà e legalità”, “uno vale uno”, “democrazia diretta fondata sulla Rete”, “nessun leader e nessun capo”, ecc.
Tutti slogan, in senso stretto, che ognuno poteva riempire con la propria immaginazione, senza che corrispondessero ad alcunché di somigliante a un programma politico nero su bianco. Ossia a un disegno chiaro, possibilmente organico, di modello sociale che fosse corrispondente ai bisogni reali della popolazione e anche realizzabile nei tempi brevi di una stagione di governo.
La prova del governo
Già le faticose esperienze dei primi sindaci eletti dai Cinque Stelle (Pizzarotti a Parma, per esempio) facevano vedere che tra quegli slogan e la realtà, tra il dire e il fare, c’era qualche oceano di mezzo. Ma le loro difficoltà potevano facilmente esse scusate con gli ostacoli frapposti dai governi centrali (che controllano comunque le erogazioni finanziarie) o dalle competenze regionali “concorrenti”; oppure con il “tradimento” del singolo eletto nei confronti del mandato ricevuto.
È stato solo quando il M5S è arrivato al governo nazionale che l’inconsistenza della sua “cultura politica” si è sfracellata contro la durezza dei fatti.
Accettare di fare un governo con la Lega, popolata di vecchi marpioni del sottobosco politico-affaristico e teatralizzata da un attore di serie B, ma straordinariamente “montato” dal sistema mediatico (oltre che, ironia della Storia, proprio dalle potenzialità manipolatorie della Rete), si è rivelato fin da subito un suicidio. Politico e “ideale”.
Il successivo salto di maggioranza, dalla Lega al Pd, sebbene obbligato proprio dall’ex alleato folgorato dai mojito al Papeete, ha finito di demolire quel che restava della credibilità di un impianto “teorico”: se puoi stare al governo con chiunque, non hai alcuna vera “alternativa” da portare avanti. Sei un democristiano di centro, che te ne renda conto o no.
Le esigenze della “tattica politica”, altrimenti dette del “realismo” (il discorso di dimissioni di Di Maio ne è stato pieno), prendono il sopravvento e cancellano ben presto quasi tutto l’immaginario che aveva sostenuto l’ascesa del movimento. Le poche “vittorie” sono bandierine lacere che interessano ben poco il grande pubblico: “l’abolizione dei vitalizi” è a forte rischio di incostituzionalità, “l’abolizione della prescrizione” idem, “il taglio dei parlamentari” fa diminuire la rappresentatività del Parlamento senza ridurre granché “i costi della politica” (si sarebbe risparmiato molto di più dimezzando, o più, gli stipendi dei parlamentari, senza toccare la Costituzione).
Persino il simbolo glorioso del “reddito di cittadinanza a 780 euro” è sbiadito in un assegno medio di meno di 500 per un platea ridotta e identificata con criteri discutibilissimi e praticamente inefficaci.
Lo spettro della “legalità”
Lo slogan “onestà, onestà” era stato la colonna sonora dell’ascesa dei Cinque Stelle. Al di là della difficoltà, incontrata da molti neoletti in quelle liste, a far corrispondere vizi privati e pubblica virtù, c’è una voragine culturale abissale sotto quello slogan. È l’idea – mai pienamente esplicitata – che questo sistema in cui viviamo funzionerebbe benissimo se tutti fossero “onesti” e “rispettassero la legge”.
Ma se tutti “rispettano la legge” non cambia mai nulla, nel sistema in cui viviamo. Se la Storia fosse andata avanti con popolazioni che “rispettavano le leggi” staremmo ancora a pitturare la volta delle caverne con le dita sporche... Anche nelle tribù primitive, infatti, c’era una “legge”. Era la volontà del capobranco, ma era una “legge”; pericolosissimo non rispettarla...
“Rispettando la legge” non ci sarebbe stata la Rivoluzione Francese, né quella inglese o americana (non parliamo poi di quella russa o sovietica o cubana, ecc).
Peggio: gli aguzzini sterminatori dei lager nazisti erano a loro modo dei perfetti “rispettosi della legge”. “Abbiamo obbedito agli ordini”, si sono difesi prima di finire giustamente davanti al plotone di esecuzione.
La legge è infatti “la regola che c’è” in un determinato momento, in un certo luogo o Paese. È la cristallizzazione in “regole valide per tutti” di un rapporto di forza. E cambia solo se cambiano i rapporti di forza, e nel senso (la direzione storica, l’orientamento ideale, ecc.) deciso dai rapporti di forza. La legge, insomma, cambia solo se viene ad un certo punto violata.
La giustizia è un’altra cosa, come si sa. E infatti il mondo cambia e va avanti non rispettando le leggi ingiuste. Chi obbedisce loro senza farsi domande sulla loro corrispondenza a una più alta idea di “giustizia” è un conservatore, non un “uomo del cambiamento”.
Lo si è visto con i Cinque Stelle in due governi che dovevano essere diversi, ma sono stati eguali nella sostanza (neanche i “decreti sicurezza” di Salvini sono stati minimamente toccati!).
Democrazia diretta, uno vale uno, la centralità della rete
Qui forse si è verificato il più grande scarto tra premesse, promesse e realtà. Per un “errore di programmazione” che è appunto la voragine sotto i piedi di una cultura politica inventata, fuori dalla Storia.
Si diceva: “‘uno vale uno’, nessuno è il capo nessuno è il leader. Nessuna organizzazione piramidale, nessuna governance nè, tantomeno, l’organizzazione simile a quelle dei partiti tradizionali. La democrazia diretta, è il motto, vince su tutto. La rete ha sempre l’ultima parola.”
Un’idea irrealizzabile nella pratica. Affascinante, in astratto, ma irrealizzabile. Perlomeno all’alba del terzo Millennio, in pieno regime capitalistico, sebbene nella sua più lunga crisi da quando esiste.
In questo mondo la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. Che significa? La politica è lotta, conflitto continuo anche se senza armi (e neanche sempre...). Ogni mossa comporta una contromossa degli avversari, e viceversa. Le decisioni, piccole o grandi che siano, vanno prese in tempo reale. Altrimenti, come in un match di pugilato, prendi un pugno in piena faccia mentre stai lì a chiedere consiglio ai tuoi amici a bordo ring...
È quindi inevitabile, necessario, in definitiva giusto – in questo mondo – che una forza politica abbia un comando centrale, che possieda la capacità di concentrare l’informazione, la conoscenza collettiva, studi e capisca gli avversari, e possa dunque prendere decisioni giuste ed efficaci in tempo utile.
E la democrazia interna? La democrazia è un metodo. Serve a selezionare i delegati che dovranno rispettare un mandato di medio periodo (qualche mese, qualche anno). Serve a decidere quale mandato conferire (quale “linea politica” vincola il rapporto tra deleganti e delegati), a revocare il mandato in caso di incapacità o non volontà di rispettarlo.
I Cinque Stelle non potevano semplicemente fare quel che promettevano. Ma invece di prendere atto, e ufficializzare questo indispensabile “cambio di prospettiva culturale”, il gotha pentastellato ha per anni tenuto in vita “l’ideologia” facendo nella pratica l’opposto. Di qui i “malumori” sempre crescenti, con le motivazioni più diverse (in politica, sono sempre in tanti quelli che aspirano ai vertici e ne criticano i passaggi). Peraltro giustificati da una concentrazione di poteri senza precedenti neanche negli odiati “partiti” (capo politico, vicepremier, ministro degli esteri – prima del lavoro ed anche dello sviluppo – tesoriere, capodelegazione al governo, ecc.), in aperta contraddizione con “l’ideale”.
Stessa sorta per la “democrazia in Rete”. Sembra sempre l’uovo di Colombo: “confrontiamoci tutti e vediamo cosa ne esce fuori”. In genere non ne esce nulla. Un po’ perché, nella vita reale, le persone lavorano, amano, fanno decine di cose indispensabili e ben pochi hanno la possibilità (o la sfortuna) di stare ore al giorno davanti al pc, a scorrere migliaia di “opinioni” diverse in merito allo stesso argomento. Un po’ perché il meccanismo di determinazione della decisione, se preso alla lettera, seleziona la “decisione meno divisiva” tra i dialoganti; e non è affatto detto che sia anche quella più efficace (e comunque arriverebbe fuori tempo utile...).
Ma soprattutto perché il conflitto politico reale ammette solo un certo numero di soluzioni possibili, non qualsiasi corbelleria possa venire in mente. Il conflitto politico agisce insomma come un rasoio di Occam. Non c’è spazio per le parole in libertà (Mao diceva: “chi non fa inchiesta non ha diritto di parola“).
Anche in questo caso, la pratica effettiva della “piattaforma Rousseau” è stata un molto più prosaico sottoporre domande su cui chiedere il voto degli iscritti. Ma non serve un genio dell’informatica – o della democrazia – per capire che il manico sta in mano di chi formula le domande e, soprattutto, di chi controlla la “piattaforma”.
In definitiva, ne esce a pezzi anche l’ideologia dell’”uno vale uno”.
Sia chiaro: ognuno di noi “pesa” quanto qualsiasi altro, sia al momento del voto, sia nel diritto ad esigere pienamente i diritti (sia civili che sociali). Ma nessuno/a di noi è fortunatamente uguale a un altro/a per quanto riguarda capacità, cognizione di causa, competenze, interessi, dirittura morale, disponibilità, spirito militante, ecc.
Ne consegue che, nella formulazione di proposte politiche, ci sia una grande variabilità di valore o efficacia tra le infinite idee individuali possibili. Come da sempre accade, nel dibattito interno a una determinata comunità umana, “l’opinione collettiva” si forma cercando di selezionare le migliori dal punto di vista collettivo. Ossia quelle che funzionano. Su ogni decisione, in democrazia, si forma una maggioranza e una o più minoranze; ma ogni decisione, in democrazia, diventa vincolante per tutti i membri di una determinata comunità. Altrimenti la “discussione” impedisce qualsiasi decisione e fa perdere la battaglia.
Invece di negare questa basilare differenza tra capacità anche individuali, per creare una democrazia effettiva, sarebbe meglio concentrarsi su metodi e regole per evitare che gli opinion maker emergenti, ma temporanei, all’interno della comunità diventino “padroni” eterni dei destini della comunità stessa.
Abbandonando nella discarica delle idee balzane l’immagine di una “comunità umana piatta”, senza spessore, dunque senza poeti, musicisti, scienziati, campioni sportivi, ecc. E persino statisti.
Sembra paradossale che siano dei comunisti a dover ricordare la banalità della differenza reale tra gli esseri umani che comunque – e giustamente – pretendono l’uguaglianza nel poter vivere una vita degna di questo nome.
Ma, se ci pensate un attimo, vedete che la finzione dell’uguaglianza tra gli umani è proprio ciò che domina nel capitalismo. Il “consumatore” (quanto a informazione sulla natura della merce, il modo in cui è stata prodotta, gli elementi che la compongono, ecc.) viene fintamente supposto come “pari” al produttore, che ha invece tutte le informazioni e dunque il potere di imporre uno scambio truffaldino. Il lavoratore è dipinto – solo dipinto – come perfettamente consapevole di tutte le conseguenze del “contratto” che lo vincola a un padrone (pardon: a un “imprenditore”), che gli può così assegnare un salario da fame. Il “cittadino elettore”, per chiudere il cerchio, è dipinto nel momento del voto come “perfettamente” alla pari con il politico di professione, che può così rispondere agli ordini di chi ha il potere economico facendo finta di “servire il popolo”.
In definitiva, insomma: si possono superare le differenze che vengono ammesse e riconosciute, non quelle che vengono negate e nascoste. Che infatti riemergono sempre.
Né di destra, né di sinistra
È forse l’elemento più assurdo e ambiguo della “cultura grillina”, ma è stato il passepartout che hanno usato poi tutti i partiti che hanno provato a cavalcare il malessere sociale. “Facciamo quel che serve ai cittadini” (o “agli italiani”), è la frase più ripetuta negli assolo dei parlamentari davanti al condiscendente microfono Rai o Mediaset... Come se una legge, un decreto, una misura qualsiasi potessero davvero avere lo stesso effetto su qualsiasi tipologia sociale.
Ma se metti la flat tax al 15%, regali un’elemosina a chi guadagna poco e milioni a chi è già ricco. Se vieti le manifestazioni fai un favore agli imprenditori, e imbavagli i lavoratori (già ci pensano CgilCislUil, per maggiore sicurezza...). Eccetera.
È però verissimo che quella che oggi si autoproclama “sinistra” (il ventaglio di forze che va da Renzi a Leu, e spesso anche oltre) non ha nulla a che fare con cultura e valori storici del movimento operaio, a partire dalla difesa sul mercato del lavoro fino all’accoglienza dei migranti.
E quindi quel mantra grillino (ma comune a tutti i gruppi neofascisti che cercano di non farsi subito riconoscere come tali, restando così lasciati ai margini del gioco politico) ha avuto successo proprio perché questo “centrosinistra” è materialmente indistinguibile (citofoni a parte...) dal “centrodestra”.
Tant’è vero che i Cinque Stelle hanno fattivamente governato con entrambi.
Fino a chiudere un’era... La propria.
È tempo di aprirne un’altra, senza portarsi dietro nulla di quella subcultura politica.
Fonte
Al di là dell’auto-sopravvalutazione individuale, sempre presente in questi casi, la sua rinuncia alla guida solitaria di ciò che resta del Movimento Cinque Stelle certifica una crisi che si trascinava dal momento stesso in cui il “capo politico” – definizione resa obbligatoria dalla legge elettorale in vigore, parto delle “menti sottili” di Renzi e Rosato – aveva deciso di fare un governo insieme alla Lega, nel giugno 2018. Data da allora, infatti, la corsa verso il baratro nei sondaggi e soprattutto nei risultati elettorali.
Visto che non ci interessano più di tanto i gossip politici (“si dimette, ma per tornare”, “ora si va alla leadership collettiva”, “Di Battista si scalda in panchina” e via dicendo), preferiamo concentrare l’attenzione sulla fine di una stagione e di una cultura politica che ha avuto un forte successo pur essendo palesemente inconsistente.
È questo il piano su cui, ci sembra, si può provare a capire quali strade seguire in futuro per costruire effettivamente un’alternativa politica al tempo stesso radicale ed efficace.
Malessere sociale e rappresentanza politica
Da quasi 30 anni – da quando si è introdotta la “logica del maggioritario” nelle leggi elettorali, in curiosa coincidenza con l’entrata in vigore dei trattati di Maastricht e dei “vincoli” lì indicati – il malessere sociale è andato crescendo. Non per ragioni politico-elettorali, ma per il ben più evidente impoverimento progressivo dei lavoratori dipendenti (e anche di quelli autonomi “di fascia bassa”), causato da politiche economiche e di mercato del lavoro sempre più a favore delle imprese: precarietà contrattuale (“pacchetto Treu” e “legge 30”), salari da fame per i “lavoretti precari” diventati regola legale, blocco degli aumenti salariali, blocco del turnover nella pubblica amministrazione (e introduzione del precariato anche lì), esternalizzazioni e delocalizzazioni, svendita del patrimonio industriale e immobiliare pubblico, aumento della disoccupazione e dei workin poor, aumento esponenziale dell’età pensionabile e regole più micragnose per il calcolo dell’assegno...
Si potrebbe andare avanti all’infinito, fino alla legge Fornero e al Jobs Act (abolizione dell’art. 18), ma l’andazzo è fin troppo noto per ricordarlo tutto. L’intreccio inestricabile tra peggioramento delle condizioni di vita e disinteresse per queste della “politica” ha alimentato il sacrosanto odio popolare per “i privilegiati”. Che poi questi siano stati ridotti ai soli “politici” è un capolavoro di depistaggio messo in campo dai media mainstream (dove è vietato invece criticare le aziende e chi le dirige-possiede...), a partire dal fortunato libretto “La casta“. Del resto, questa classe politica è fatta di servi di bassa lega, dunque è perfino giusto che vengano sacrificati dal Potere vero per allontanare da sé l’odio popolare.
Questo malessere, nel mondo politico bipolare disegnato dalle leggi elettorali maggioritarie, non ha a lungo trovato una rappresentanza politica reale. I cosiddetti centrodestra e centrosinistra si sono alternati per oltre venti anni senza che nessun bisogno emergente da quel malessere potesse trovare ascolto.
Anzi...
Due schieramenti perfettamente uguali sul piano della “decisione politica” – anche al di là della volontà dei singoli, anche quando nella maggioranza c’era perfino Rifondazione Comunista o, sul fronte opposto, gli eredi diretti del Movimento Sociale (Fini, Meloni, Storace, Gasparri, ecc.) – perché entrambi felicemente prigionieri dei vincoli e delle “prescrizioni” elaborate a Bruxelles e Francoforte. Resta un po’ di spazio solo per i dettagli, le bandierine e pezzetti sempre più piccoli di clientela. E su quelli la concorrenza è ferocissima.
Quando si è presentata, dietro il vettore mediatico e comunicativo di Beppe Grillo, un’“alternativa” che faceva propria, in modo piacione e confusissimo, l’esigenza di mandare a casa l’establishment (“vaffa” alla “Kasta”), improvvisamente si è rotta la gabbia bipolare e quella rappresentanza politica, per quanto vaga, è arrivata in breve tempo a raccogliere un terzo dei consensi elettorali.
Le poche cose che sembravano chiare non lo erano ovviamente affatto: “un movimento né di destra né di sinistra”, “onestà e legalità”, “uno vale uno”, “democrazia diretta fondata sulla Rete”, “nessun leader e nessun capo”, ecc.
Tutti slogan, in senso stretto, che ognuno poteva riempire con la propria immaginazione, senza che corrispondessero ad alcunché di somigliante a un programma politico nero su bianco. Ossia a un disegno chiaro, possibilmente organico, di modello sociale che fosse corrispondente ai bisogni reali della popolazione e anche realizzabile nei tempi brevi di una stagione di governo.
La prova del governo
Già le faticose esperienze dei primi sindaci eletti dai Cinque Stelle (Pizzarotti a Parma, per esempio) facevano vedere che tra quegli slogan e la realtà, tra il dire e il fare, c’era qualche oceano di mezzo. Ma le loro difficoltà potevano facilmente esse scusate con gli ostacoli frapposti dai governi centrali (che controllano comunque le erogazioni finanziarie) o dalle competenze regionali “concorrenti”; oppure con il “tradimento” del singolo eletto nei confronti del mandato ricevuto.
È stato solo quando il M5S è arrivato al governo nazionale che l’inconsistenza della sua “cultura politica” si è sfracellata contro la durezza dei fatti.
Accettare di fare un governo con la Lega, popolata di vecchi marpioni del sottobosco politico-affaristico e teatralizzata da un attore di serie B, ma straordinariamente “montato” dal sistema mediatico (oltre che, ironia della Storia, proprio dalle potenzialità manipolatorie della Rete), si è rivelato fin da subito un suicidio. Politico e “ideale”.
Il successivo salto di maggioranza, dalla Lega al Pd, sebbene obbligato proprio dall’ex alleato folgorato dai mojito al Papeete, ha finito di demolire quel che restava della credibilità di un impianto “teorico”: se puoi stare al governo con chiunque, non hai alcuna vera “alternativa” da portare avanti. Sei un democristiano di centro, che te ne renda conto o no.
Le esigenze della “tattica politica”, altrimenti dette del “realismo” (il discorso di dimissioni di Di Maio ne è stato pieno), prendono il sopravvento e cancellano ben presto quasi tutto l’immaginario che aveva sostenuto l’ascesa del movimento. Le poche “vittorie” sono bandierine lacere che interessano ben poco il grande pubblico: “l’abolizione dei vitalizi” è a forte rischio di incostituzionalità, “l’abolizione della prescrizione” idem, “il taglio dei parlamentari” fa diminuire la rappresentatività del Parlamento senza ridurre granché “i costi della politica” (si sarebbe risparmiato molto di più dimezzando, o più, gli stipendi dei parlamentari, senza toccare la Costituzione).
Persino il simbolo glorioso del “reddito di cittadinanza a 780 euro” è sbiadito in un assegno medio di meno di 500 per un platea ridotta e identificata con criteri discutibilissimi e praticamente inefficaci.
Lo spettro della “legalità”
Lo slogan “onestà, onestà” era stato la colonna sonora dell’ascesa dei Cinque Stelle. Al di là della difficoltà, incontrata da molti neoletti in quelle liste, a far corrispondere vizi privati e pubblica virtù, c’è una voragine culturale abissale sotto quello slogan. È l’idea – mai pienamente esplicitata – che questo sistema in cui viviamo funzionerebbe benissimo se tutti fossero “onesti” e “rispettassero la legge”.
Ma se tutti “rispettano la legge” non cambia mai nulla, nel sistema in cui viviamo. Se la Storia fosse andata avanti con popolazioni che “rispettavano le leggi” staremmo ancora a pitturare la volta delle caverne con le dita sporche... Anche nelle tribù primitive, infatti, c’era una “legge”. Era la volontà del capobranco, ma era una “legge”; pericolosissimo non rispettarla...
“Rispettando la legge” non ci sarebbe stata la Rivoluzione Francese, né quella inglese o americana (non parliamo poi di quella russa o sovietica o cubana, ecc).
Peggio: gli aguzzini sterminatori dei lager nazisti erano a loro modo dei perfetti “rispettosi della legge”. “Abbiamo obbedito agli ordini”, si sono difesi prima di finire giustamente davanti al plotone di esecuzione.
La legge è infatti “la regola che c’è” in un determinato momento, in un certo luogo o Paese. È la cristallizzazione in “regole valide per tutti” di un rapporto di forza. E cambia solo se cambiano i rapporti di forza, e nel senso (la direzione storica, l’orientamento ideale, ecc.) deciso dai rapporti di forza. La legge, insomma, cambia solo se viene ad un certo punto violata.
La giustizia è un’altra cosa, come si sa. E infatti il mondo cambia e va avanti non rispettando le leggi ingiuste. Chi obbedisce loro senza farsi domande sulla loro corrispondenza a una più alta idea di “giustizia” è un conservatore, non un “uomo del cambiamento”.
Lo si è visto con i Cinque Stelle in due governi che dovevano essere diversi, ma sono stati eguali nella sostanza (neanche i “decreti sicurezza” di Salvini sono stati minimamente toccati!).
Democrazia diretta, uno vale uno, la centralità della rete
Qui forse si è verificato il più grande scarto tra premesse, promesse e realtà. Per un “errore di programmazione” che è appunto la voragine sotto i piedi di una cultura politica inventata, fuori dalla Storia.
Si diceva: “‘uno vale uno’, nessuno è il capo nessuno è il leader. Nessuna organizzazione piramidale, nessuna governance nè, tantomeno, l’organizzazione simile a quelle dei partiti tradizionali. La democrazia diretta, è il motto, vince su tutto. La rete ha sempre l’ultima parola.”
Un’idea irrealizzabile nella pratica. Affascinante, in astratto, ma irrealizzabile. Perlomeno all’alba del terzo Millennio, in pieno regime capitalistico, sebbene nella sua più lunga crisi da quando esiste.
In questo mondo la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. Che significa? La politica è lotta, conflitto continuo anche se senza armi (e neanche sempre...). Ogni mossa comporta una contromossa degli avversari, e viceversa. Le decisioni, piccole o grandi che siano, vanno prese in tempo reale. Altrimenti, come in un match di pugilato, prendi un pugno in piena faccia mentre stai lì a chiedere consiglio ai tuoi amici a bordo ring...
È quindi inevitabile, necessario, in definitiva giusto – in questo mondo – che una forza politica abbia un comando centrale, che possieda la capacità di concentrare l’informazione, la conoscenza collettiva, studi e capisca gli avversari, e possa dunque prendere decisioni giuste ed efficaci in tempo utile.
E la democrazia interna? La democrazia è un metodo. Serve a selezionare i delegati che dovranno rispettare un mandato di medio periodo (qualche mese, qualche anno). Serve a decidere quale mandato conferire (quale “linea politica” vincola il rapporto tra deleganti e delegati), a revocare il mandato in caso di incapacità o non volontà di rispettarlo.
I Cinque Stelle non potevano semplicemente fare quel che promettevano. Ma invece di prendere atto, e ufficializzare questo indispensabile “cambio di prospettiva culturale”, il gotha pentastellato ha per anni tenuto in vita “l’ideologia” facendo nella pratica l’opposto. Di qui i “malumori” sempre crescenti, con le motivazioni più diverse (in politica, sono sempre in tanti quelli che aspirano ai vertici e ne criticano i passaggi). Peraltro giustificati da una concentrazione di poteri senza precedenti neanche negli odiati “partiti” (capo politico, vicepremier, ministro degli esteri – prima del lavoro ed anche dello sviluppo – tesoriere, capodelegazione al governo, ecc.), in aperta contraddizione con “l’ideale”.
Stessa sorta per la “democrazia in Rete”. Sembra sempre l’uovo di Colombo: “confrontiamoci tutti e vediamo cosa ne esce fuori”. In genere non ne esce nulla. Un po’ perché, nella vita reale, le persone lavorano, amano, fanno decine di cose indispensabili e ben pochi hanno la possibilità (o la sfortuna) di stare ore al giorno davanti al pc, a scorrere migliaia di “opinioni” diverse in merito allo stesso argomento. Un po’ perché il meccanismo di determinazione della decisione, se preso alla lettera, seleziona la “decisione meno divisiva” tra i dialoganti; e non è affatto detto che sia anche quella più efficace (e comunque arriverebbe fuori tempo utile...).
Ma soprattutto perché il conflitto politico reale ammette solo un certo numero di soluzioni possibili, non qualsiasi corbelleria possa venire in mente. Il conflitto politico agisce insomma come un rasoio di Occam. Non c’è spazio per le parole in libertà (Mao diceva: “chi non fa inchiesta non ha diritto di parola“).
Anche in questo caso, la pratica effettiva della “piattaforma Rousseau” è stata un molto più prosaico sottoporre domande su cui chiedere il voto degli iscritti. Ma non serve un genio dell’informatica – o della democrazia – per capire che il manico sta in mano di chi formula le domande e, soprattutto, di chi controlla la “piattaforma”.
In definitiva, ne esce a pezzi anche l’ideologia dell’”uno vale uno”.
Sia chiaro: ognuno di noi “pesa” quanto qualsiasi altro, sia al momento del voto, sia nel diritto ad esigere pienamente i diritti (sia civili che sociali). Ma nessuno/a di noi è fortunatamente uguale a un altro/a per quanto riguarda capacità, cognizione di causa, competenze, interessi, dirittura morale, disponibilità, spirito militante, ecc.
Ne consegue che, nella formulazione di proposte politiche, ci sia una grande variabilità di valore o efficacia tra le infinite idee individuali possibili. Come da sempre accade, nel dibattito interno a una determinata comunità umana, “l’opinione collettiva” si forma cercando di selezionare le migliori dal punto di vista collettivo. Ossia quelle che funzionano. Su ogni decisione, in democrazia, si forma una maggioranza e una o più minoranze; ma ogni decisione, in democrazia, diventa vincolante per tutti i membri di una determinata comunità. Altrimenti la “discussione” impedisce qualsiasi decisione e fa perdere la battaglia.
Invece di negare questa basilare differenza tra capacità anche individuali, per creare una democrazia effettiva, sarebbe meglio concentrarsi su metodi e regole per evitare che gli opinion maker emergenti, ma temporanei, all’interno della comunità diventino “padroni” eterni dei destini della comunità stessa.
Abbandonando nella discarica delle idee balzane l’immagine di una “comunità umana piatta”, senza spessore, dunque senza poeti, musicisti, scienziati, campioni sportivi, ecc. E persino statisti.
Sembra paradossale che siano dei comunisti a dover ricordare la banalità della differenza reale tra gli esseri umani che comunque – e giustamente – pretendono l’uguaglianza nel poter vivere una vita degna di questo nome.
Ma, se ci pensate un attimo, vedete che la finzione dell’uguaglianza tra gli umani è proprio ciò che domina nel capitalismo. Il “consumatore” (quanto a informazione sulla natura della merce, il modo in cui è stata prodotta, gli elementi che la compongono, ecc.) viene fintamente supposto come “pari” al produttore, che ha invece tutte le informazioni e dunque il potere di imporre uno scambio truffaldino. Il lavoratore è dipinto – solo dipinto – come perfettamente consapevole di tutte le conseguenze del “contratto” che lo vincola a un padrone (pardon: a un “imprenditore”), che gli può così assegnare un salario da fame. Il “cittadino elettore”, per chiudere il cerchio, è dipinto nel momento del voto come “perfettamente” alla pari con il politico di professione, che può così rispondere agli ordini di chi ha il potere economico facendo finta di “servire il popolo”.
In definitiva, insomma: si possono superare le differenze che vengono ammesse e riconosciute, non quelle che vengono negate e nascoste. Che infatti riemergono sempre.
Né di destra, né di sinistra
È forse l’elemento più assurdo e ambiguo della “cultura grillina”, ma è stato il passepartout che hanno usato poi tutti i partiti che hanno provato a cavalcare il malessere sociale. “Facciamo quel che serve ai cittadini” (o “agli italiani”), è la frase più ripetuta negli assolo dei parlamentari davanti al condiscendente microfono Rai o Mediaset... Come se una legge, un decreto, una misura qualsiasi potessero davvero avere lo stesso effetto su qualsiasi tipologia sociale.
Ma se metti la flat tax al 15%, regali un’elemosina a chi guadagna poco e milioni a chi è già ricco. Se vieti le manifestazioni fai un favore agli imprenditori, e imbavagli i lavoratori (già ci pensano CgilCislUil, per maggiore sicurezza...). Eccetera.
È però verissimo che quella che oggi si autoproclama “sinistra” (il ventaglio di forze che va da Renzi a Leu, e spesso anche oltre) non ha nulla a che fare con cultura e valori storici del movimento operaio, a partire dalla difesa sul mercato del lavoro fino all’accoglienza dei migranti.
E quindi quel mantra grillino (ma comune a tutti i gruppi neofascisti che cercano di non farsi subito riconoscere come tali, restando così lasciati ai margini del gioco politico) ha avuto successo proprio perché questo “centrosinistra” è materialmente indistinguibile (citofoni a parte...) dal “centrodestra”.
Tant’è vero che i Cinque Stelle hanno fattivamente governato con entrambi.
Fino a chiudere un’era... La propria.
È tempo di aprirne un’altra, senza portarsi dietro nulla di quella subcultura politica.
Fonte
22/11/2018
Crime economy. La holding criminale sul gioco d’azzardo
I quotidiani e i telegiornali del 15 novembre aprivano con questi titoli roboanti:
Blitz contro la mafia delle scommesse, 68 arresti e sequestri per un miliardo di euro! Con sottotitoli e commenti come: “Le mafie si sono spartite e controllano il mercato della raccolta illecita delle scommesse online” .
Con questa operazione si conosce anche l’ammontare dei beni sequestrati: Il volume delle giocate, riguardanti eventi sportivi e non è superiore ai 4,5 miliardi.
Da osservare anche come una gran parte di loro fossero esponenti della criminalità organizzata nelle diverse famiglie o clan come: la Sacra corona in Puglia; la mafia in Sicilia; la ‘ndrangheta in Calabria – oltre ad alcuni imprenditori che fungevano da prestanome.
Un precedente prologo a questa inchiesta è da ricondurre al periodo nel quale l’introduzione della legge di stabilità del 2015 (diventata a sua volta un punto di svolta nelle indagine) smaschera un sistema nascosto tra le pieghe delle normative inserite nella sanatoria introdotta.
La sanatoria prevedeva – per chi prima raccoglieva le scommesse all’estero aderendo al pagamento delle somme, per trasferire l’attività in Italia tramite l’apertura di siti legali cioè: quelli targati “.it” – di usufruire di sconti, sia economici che amministrativi.
E’ in questa manovra (sostituire il terminale .com con .it) che, secondo le indagini, avveniva l’illecito poiché è tramite l’utilizzo “.it” (che dava caratterizzazione al terminale web) che queste applicazioni di Rete venivano a loro volta utilizzate come copertura per proseguire la raccolta e la gestione illegale delle scommesse e delle economie derivanti (quelle che venivano fatte nei siti on-line con terminale “.com”), i cui proventi economici a loro volta erano esenti da controlli e tributi previsti invece per le applicazioni con terminale “.it” .
In questo settore erano spesso utilizzate competenze di bookmakers e specialisti, esperti in forme algoritmiche capaci di modificare le strutture di gestione delle applicazioni presenti nella Rete per giochi on-line e altre “app.” (piattaforme digitali) riservate a sistemi di scommesse virtuali; per cui – tramite questo “semplice meccanismo” – si produceva una crescita a dismisura dei rispettivi profitti e guadagni.
La svolta nell’inchiesta è avvenuta quando uno di loro (specialista in algoritmi), dopo aver aderito al condono (previsto dalla legge di sanatoria del 2015), voleva ritirarsi da quest’attività illecita. A fronte di ciò i diversi “boss” dei gruppi attivi e presenti nel settore (mafia, sacra corona unita, ndrangheta e camorra) lo costrinsero a continuare impedendogli così tale azione di fuoriuscita dal quel sistema che lui aveva, infine, considerato: “truffaldino” e illegale.
Quel rifiuto da parte del “bookmaker” (probabilmente anche oggetto di minacce) comportò, come reazione la sua “resa e consegna” agli inquirenti, diventandone di fatto un prezioso “pentito”.
Pentito utile per approfondire l’indagine sul settore delle scommesse clandestine, svelandone altresì i metodi e le connessioni presenti tra i vari clan. Giovanni Bianconi – giornalista del Corriere della Sera – a commento di questa “brillante” (sic!) operazione – tra le altre analisi – scrive: “Non serve gente che spara, meglio chi sa usare la Rete” i –
In pratica assistiamo oggi a una particolare evoluzione (in senso postmodernista probabilmente) delle azioni in oggetto.
Al punto che da un dialogo intercettato due anni fa emergeva la nuova frontiera del crimine, spiegata così: “Questa è musica di malavita. Io cerco i nuovi adepti nelle migliori università mondiali e tu vai ancora alla ricerca di quattro scemi in mezzo alla strada che vanno a fare così: bam bam! Io cerco quelli che fanno così, invece: pin, pin! Che cliccano! Quelli cliccano e movimentano... È tutta una questione d’indice, capito?”
Cioè per capire e spiegarsi meglio: hanno semplicemente sostituito, non l’indice, bensì il “click” dal grilletto di una pistola o di un fucile con un identico “click” nel computer!
E tutto ciò per guadagni molto più consistenti poiché il “crimine” in questo caso non contiene le classiche “macchie di sangue” a loro volta oggetto di indagini o inchieste da parte di speciali corpi di polizia anticrimine!
Con questo blitz (non certo improvviso o inaspettato) frutto e sviluppo di precedenti inchieste – tramite la presenza del classico “pentito” – si è potuta svolgere l’intera operazione realizzando tra altre cose quello di poter ricondurre all’erario statale le ingenti somme a loro volta trafugate da parte di quei clan criminali che risultano essere diretti concorrenti con l’AAMS (Azienda Autonoma dei Monopoli di Stato) cioè l’azienda statale che gestisce, insieme alla Confindustria, il settore dei giochi, lotterie e et similia.
Operazione a sua volta funzionale – tramite le diverse procure: siciliane, calabresi e pugliesi – soprattutto nello svelare la presenza in pratica di un vero e proprio sodalizio; una specie di holding o sindacato del crimine (di storica memoria anni ’30 – in quel di Chicago, Usa).
Fase nella quale operò tale organizzazione criminale e malavitosa che spadroneggiò fortemente in quegli anni, cioè nel periodo appunto del proibizionismo – sul quale sono stati prodotti numerosi film, scritti molti libri e svolti innumerevoli processi con pesantissime condanne.
Una similitudine credo sia possibile fare tra quel periodo e questo attuale.
Gli sviluppi dovuti a queste ultime operazioni fanno emergere una preoccupante similitudine con quanto accadde – negli anni ’30 del secolo scorso – in quel di Chicago negli Usa.
Allora fu promulgata la legge detta del “proibizionismo”. La quale vietava e puniva fortemente con arresti, condanne a decenni di carcere e perfino la pena di morte quanti praticavano tale commercio illegale creando per l’appunto un vero e proprio sodalizio definito poi come sindacato del crimine!
A loro parziale giustificazione semmai il problema consisterebbe quindi che tale pratica (il mercato nero o clandestino) avrebbe potuto avere una sua particolare legittimità sociale in quanto consistente: a) in rapporto alla diffusa pratica legale e persecutoria da parte delle autorità statali contro i cosiddetti “criminali”; b) la irresistibile voglia di “bere” – quindi consumare alcol – da parte di numerosi cittadini statunitensi; a loro volta in preda a periodi di allegria, spensieratezza dopo le sofferenze subite a causa della disastrosa “grande depressione” – dovuta al crollo economico statunitense nel 1929 (v. film famosi come: C’era una volta in America ecc.) .
Dal proibizionismo al legittimismo e legalizzazione
Questa similitudine in pratica da noi non è possibile farla poiché in Italia il “proibizionismo” del gioco d’azzardo già esisteva nei precedenti periodi e in legislazioni in vigore fin da allora.
In quelle fasi storiche la presenza di associazioni illegittime e organizzazioni criminali, illegali e malavitose erano sì presenti e anche pervasive, ma spesso risultavano nascoste, malcelate, da un “sentire e agire comune” che “offuscava” i contorni dei suoi terminali; i quali a volte corrispondevano a clan familistici, società familiari o individuali per la concessione di “prestiti” accomodanti!
La malavita faceva sì incetta di notevoli quantità economiche ma il tutto doveva avvenire di nascosto spesso affidandosi a “malcelate complicità” dei soggetti ai quali erano indirizzate scommesse; prestiti usurai e quant’altro.
Le loro quantità e qualità erano sotto controllo e avvenivano nei settori marginali e nascosti in aree sociali specifiche.
La legalizzazione del gioco d’azzardo ha fatto sì che queste organizzazioni illegali o criminali crescessero esponenzialmente raccogliendo altresì enormi quantità di denaro realizzando così profitti vertiginosi.
Differenza tra proibizionismo e legalitarismo
Fatti specifici caratterizzati dallo scatenamento di una vera e propria guerra tra le organizzazioni criminali – presenti allora nelle principali metropoli statunitensi – per accaparrarsi sia il mercato dell’alcool sia il controllo del territorio per lo smercio “alcolico” il cui consumo era allora proibito dalla legge fatta appositamente. Tale conflitto era caratterizzato dalla presenza di una speciale forma organizzativa che fu definita poi come “Sindacato del crimine”! E’ sotto questa denominazione – passata alla storia – che si è sviluppata la loro funzione (militanti delle varie organizzazioni antiproibizioniste dell’epoca, raggruppati in clan, bande e associazioni varie) in quel particolare periodo speciale caratterizzato da leggi proibizioniste con particolari attenzioni alle forme associative che aggirando tale divieto rifornivano di alcol proibito numerosi locali spesso clandestini.
Tale regime “proibizionista” potrebbe, apparentemente, anche giustificare il “traffico clandestino” di sostanze alcoliche allora proibite e vietate.
Nel caso italiano invece assistiamo proprio all’inverso.
La crescita di questi particolari e specifiche attività illegali – considerate tali – avviene proprio nel momento in cui tale funzione (gioco d’azzardo) viene resa legale e quindi tramite una specifica legislazione si passa dal divieto e dalla condanna alla legalizzazione del “gioco d’azzardo” e degli altri che venivano attuati in bische e locali illegali ed anche scommesse clandestine sulle diverse forme competitive (calcio, cavalli, cani, automobili ecc.).
Con la legalizzazione prevista da una legge – che ne stabiliva normative e prerogative per l’esercizio di tale mercato – tutto ciò è stato reso legittimo.
Lo Stato diventava così di fatto il “biscazziere” del popolo italiano
Tra il 2000 e il 2016 (periodo nel quale è stato legalizzato il sistema dell’azzardo), la raccolta complessiva da giochi, indice dell’ampiezza del mercato, è aumentata di cinque volte, passando in termini reali da 20 a circa 96 miliardi di euro annui. Lo Stato incassa circa 10 miliardi di entrate erariali.
Alcuni dati ci dicono che: “in Italia ci sono più slot machine che posti letto in ospedale”.
Il mercato dei giochi è potuto crescere grazie alla forte innovazione nelle modalità di gioco con la diffusione di internet e la possibilità di effettuare giocate attraverso la rete, on line e su eventi live.
A proposito di “pubblicità” invadente qualcuno ricorderà sicuramente lo spot pubblicitario che Sky metteva in onda sempre prima di ogni collegamento calcistico nel quale un famoso attore pubblicizzava il sito di scommesse on line “Bet365” (non voglio con questo insinuare nessunissima accusa o indicarlo come illegale. N.d.t.). E’ da notare comunque come molte delle aziende sanzionate avevano come acronimo proprio l’aggettivo “bet”; e la stessa operazione della Guardia di Finanza conteneva tale acronimo.
Dichiara un magistrato, che da qualche tempo sta indagando in questo settore che: “La mafia sta sempre un passo avanti. E s’infiltra, dove c’è il vuoto normativo”. ii
A che punto è oggi il settore “industriale” del gioco d’azzardo? iii
Lo scorso anno in Italia sono stati puntati sul gioco d’azzardo lecito oltre 101 miliardi di euro, in aumento del 6% rispetto al 2016. La Spesa dei giocatori si è assestata sui 20,5 miliardi. L’incasso dello Stato – tramite gettito erariale – è stato pari a 10,3 miliardi di euro.
Se si vuole approfondire le cifre e le caratteristiche particolari di questo importante settore “confindustriale” si può osservare il link sopracitato (iv).
Apparentemente, nonostante il forte periodo di crisi economica, questo settore presente anche in Confindustria in quello dei giochi (https://www.agimeg.it/) non conosce crisi. v
Sono circa oltre 6.000 le imprese operanti con almeno 100.000 dipendenti (il 20% impiegati nella filiera diretta; l’80% a quella indiretta – punti vendita, tabaccherie, bar, autogrill, edicole) a questi numeri va aggiunto l’indotto del settore (costruttori di giochi e componenti elettronici, commercio dei macchinari, noleggiatori e gestori di attrezzature, ricevitorie, sale bingo, gaming hall) i quali – numeri alla mano – sono quasi raddoppiati dal 2006 al 2011.
Tale è la cifra che viene utilizzata in questo settore che sia lo Stato sia i suoi tutori non potevano che si lasciasse l’intero provento economico in mano ad un’illegalità che gli sottraeva importanti risorse finanziarie.
Sono altrettanto convinto che a questo scopo sia servito, tra le altre cose, l’operazione “blitz” scattato all’alba del 14 novembre.
Note
i – https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/18_novembre_14/non-serve-gente-che-spara-mafia-n-drangheta-gioco-online-slot-e6554a6c-e844-11e8-b8c4-2c4605eeaada.shtml
ii – https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/14/gioco-online-cafiero-de-raho-la-mafia-2-0-ha-sostituito-i-chimici-che-lavoravano-la-droga-con-i-tecnici-informatici/4764580/
iii– http://www.avvisopubblico.it/home/home/cosa-facciamo/informare/documenti-tematici/gioco-dazzardo/i-dati-sul-gioco-dazzardo-nel-2017-in-italia/
iv – http://www.avvisopubblico.it/home/home/cosa-facciamo/informare/documenti-tematici/gioco-dazzardo/i-dati-sul-gioco-dazzardo-nel-2017-in-italia/
v – http://www.today.it/economia/gettito-fiscale-giochi-scommesse-italia-dati.html
Fonte
Blitz contro la mafia delle scommesse, 68 arresti e sequestri per un miliardo di euro! Con sottotitoli e commenti come: “Le mafie si sono spartite e controllano il mercato della raccolta illecita delle scommesse online” .
Con questa operazione si conosce anche l’ammontare dei beni sequestrati: Il volume delle giocate, riguardanti eventi sportivi e non è superiore ai 4,5 miliardi.
Da osservare anche come una gran parte di loro fossero esponenti della criminalità organizzata nelle diverse famiglie o clan come: la Sacra corona in Puglia; la mafia in Sicilia; la ‘ndrangheta in Calabria – oltre ad alcuni imprenditori che fungevano da prestanome.
Un precedente prologo a questa inchiesta è da ricondurre al periodo nel quale l’introduzione della legge di stabilità del 2015 (diventata a sua volta un punto di svolta nelle indagine) smaschera un sistema nascosto tra le pieghe delle normative inserite nella sanatoria introdotta.
La sanatoria prevedeva – per chi prima raccoglieva le scommesse all’estero aderendo al pagamento delle somme, per trasferire l’attività in Italia tramite l’apertura di siti legali cioè: quelli targati “.it” – di usufruire di sconti, sia economici che amministrativi.
E’ in questa manovra (sostituire il terminale .com con .it) che, secondo le indagini, avveniva l’illecito poiché è tramite l’utilizzo “.it” (che dava caratterizzazione al terminale web) che queste applicazioni di Rete venivano a loro volta utilizzate come copertura per proseguire la raccolta e la gestione illegale delle scommesse e delle economie derivanti (quelle che venivano fatte nei siti on-line con terminale “.com”), i cui proventi economici a loro volta erano esenti da controlli e tributi previsti invece per le applicazioni con terminale “.it” .
In questo settore erano spesso utilizzate competenze di bookmakers e specialisti, esperti in forme algoritmiche capaci di modificare le strutture di gestione delle applicazioni presenti nella Rete per giochi on-line e altre “app.” (piattaforme digitali) riservate a sistemi di scommesse virtuali; per cui – tramite questo “semplice meccanismo” – si produceva una crescita a dismisura dei rispettivi profitti e guadagni.
La svolta nell’inchiesta è avvenuta quando uno di loro (specialista in algoritmi), dopo aver aderito al condono (previsto dalla legge di sanatoria del 2015), voleva ritirarsi da quest’attività illecita. A fronte di ciò i diversi “boss” dei gruppi attivi e presenti nel settore (mafia, sacra corona unita, ndrangheta e camorra) lo costrinsero a continuare impedendogli così tale azione di fuoriuscita dal quel sistema che lui aveva, infine, considerato: “truffaldino” e illegale.
Quel rifiuto da parte del “bookmaker” (probabilmente anche oggetto di minacce) comportò, come reazione la sua “resa e consegna” agli inquirenti, diventandone di fatto un prezioso “pentito”.
Pentito utile per approfondire l’indagine sul settore delle scommesse clandestine, svelandone altresì i metodi e le connessioni presenti tra i vari clan. Giovanni Bianconi – giornalista del Corriere della Sera – a commento di questa “brillante” (sic!) operazione – tra le altre analisi – scrive: “Non serve gente che spara, meglio chi sa usare la Rete” i –
In pratica assistiamo oggi a una particolare evoluzione (in senso postmodernista probabilmente) delle azioni in oggetto.
Al punto che da un dialogo intercettato due anni fa emergeva la nuova frontiera del crimine, spiegata così: “Questa è musica di malavita. Io cerco i nuovi adepti nelle migliori università mondiali e tu vai ancora alla ricerca di quattro scemi in mezzo alla strada che vanno a fare così: bam bam! Io cerco quelli che fanno così, invece: pin, pin! Che cliccano! Quelli cliccano e movimentano... È tutta una questione d’indice, capito?”
Cioè per capire e spiegarsi meglio: hanno semplicemente sostituito, non l’indice, bensì il “click” dal grilletto di una pistola o di un fucile con un identico “click” nel computer!
E tutto ciò per guadagni molto più consistenti poiché il “crimine” in questo caso non contiene le classiche “macchie di sangue” a loro volta oggetto di indagini o inchieste da parte di speciali corpi di polizia anticrimine!
Con questo blitz (non certo improvviso o inaspettato) frutto e sviluppo di precedenti inchieste – tramite la presenza del classico “pentito” – si è potuta svolgere l’intera operazione realizzando tra altre cose quello di poter ricondurre all’erario statale le ingenti somme a loro volta trafugate da parte di quei clan criminali che risultano essere diretti concorrenti con l’AAMS (Azienda Autonoma dei Monopoli di Stato) cioè l’azienda statale che gestisce, insieme alla Confindustria, il settore dei giochi, lotterie e et similia.
Operazione a sua volta funzionale – tramite le diverse procure: siciliane, calabresi e pugliesi – soprattutto nello svelare la presenza in pratica di un vero e proprio sodalizio; una specie di holding o sindacato del crimine (di storica memoria anni ’30 – in quel di Chicago, Usa).
Fase nella quale operò tale organizzazione criminale e malavitosa che spadroneggiò fortemente in quegli anni, cioè nel periodo appunto del proibizionismo – sul quale sono stati prodotti numerosi film, scritti molti libri e svolti innumerevoli processi con pesantissime condanne.
Una similitudine credo sia possibile fare tra quel periodo e questo attuale.
Gli sviluppi dovuti a queste ultime operazioni fanno emergere una preoccupante similitudine con quanto accadde – negli anni ’30 del secolo scorso – in quel di Chicago negli Usa.
Allora fu promulgata la legge detta del “proibizionismo”. La quale vietava e puniva fortemente con arresti, condanne a decenni di carcere e perfino la pena di morte quanti praticavano tale commercio illegale creando per l’appunto un vero e proprio sodalizio definito poi come sindacato del crimine!
A loro parziale giustificazione semmai il problema consisterebbe quindi che tale pratica (il mercato nero o clandestino) avrebbe potuto avere una sua particolare legittimità sociale in quanto consistente: a) in rapporto alla diffusa pratica legale e persecutoria da parte delle autorità statali contro i cosiddetti “criminali”; b) la irresistibile voglia di “bere” – quindi consumare alcol – da parte di numerosi cittadini statunitensi; a loro volta in preda a periodi di allegria, spensieratezza dopo le sofferenze subite a causa della disastrosa “grande depressione” – dovuta al crollo economico statunitense nel 1929 (v. film famosi come: C’era una volta in America ecc.) .
Dal proibizionismo al legittimismo e legalizzazione
Questa similitudine in pratica da noi non è possibile farla poiché in Italia il “proibizionismo” del gioco d’azzardo già esisteva nei precedenti periodi e in legislazioni in vigore fin da allora.
In quelle fasi storiche la presenza di associazioni illegittime e organizzazioni criminali, illegali e malavitose erano sì presenti e anche pervasive, ma spesso risultavano nascoste, malcelate, da un “sentire e agire comune” che “offuscava” i contorni dei suoi terminali; i quali a volte corrispondevano a clan familistici, società familiari o individuali per la concessione di “prestiti” accomodanti!
La malavita faceva sì incetta di notevoli quantità economiche ma il tutto doveva avvenire di nascosto spesso affidandosi a “malcelate complicità” dei soggetti ai quali erano indirizzate scommesse; prestiti usurai e quant’altro.
Le loro quantità e qualità erano sotto controllo e avvenivano nei settori marginali e nascosti in aree sociali specifiche.
La legalizzazione del gioco d’azzardo ha fatto sì che queste organizzazioni illegali o criminali crescessero esponenzialmente raccogliendo altresì enormi quantità di denaro realizzando così profitti vertiginosi.
Differenza tra proibizionismo e legalitarismo
Fatti specifici caratterizzati dallo scatenamento di una vera e propria guerra tra le organizzazioni criminali – presenti allora nelle principali metropoli statunitensi – per accaparrarsi sia il mercato dell’alcool sia il controllo del territorio per lo smercio “alcolico” il cui consumo era allora proibito dalla legge fatta appositamente. Tale conflitto era caratterizzato dalla presenza di una speciale forma organizzativa che fu definita poi come “Sindacato del crimine”! E’ sotto questa denominazione – passata alla storia – che si è sviluppata la loro funzione (militanti delle varie organizzazioni antiproibizioniste dell’epoca, raggruppati in clan, bande e associazioni varie) in quel particolare periodo speciale caratterizzato da leggi proibizioniste con particolari attenzioni alle forme associative che aggirando tale divieto rifornivano di alcol proibito numerosi locali spesso clandestini.
Tale regime “proibizionista” potrebbe, apparentemente, anche giustificare il “traffico clandestino” di sostanze alcoliche allora proibite e vietate.
Nel caso italiano invece assistiamo proprio all’inverso.
La crescita di questi particolari e specifiche attività illegali – considerate tali – avviene proprio nel momento in cui tale funzione (gioco d’azzardo) viene resa legale e quindi tramite una specifica legislazione si passa dal divieto e dalla condanna alla legalizzazione del “gioco d’azzardo” e degli altri che venivano attuati in bische e locali illegali ed anche scommesse clandestine sulle diverse forme competitive (calcio, cavalli, cani, automobili ecc.).
Con la legalizzazione prevista da una legge – che ne stabiliva normative e prerogative per l’esercizio di tale mercato – tutto ciò è stato reso legittimo.
Lo Stato diventava così di fatto il “biscazziere” del popolo italiano
Tra il 2000 e il 2016 (periodo nel quale è stato legalizzato il sistema dell’azzardo), la raccolta complessiva da giochi, indice dell’ampiezza del mercato, è aumentata di cinque volte, passando in termini reali da 20 a circa 96 miliardi di euro annui. Lo Stato incassa circa 10 miliardi di entrate erariali.
Alcuni dati ci dicono che: “in Italia ci sono più slot machine che posti letto in ospedale”.
Il mercato dei giochi è potuto crescere grazie alla forte innovazione nelle modalità di gioco con la diffusione di internet e la possibilità di effettuare giocate attraverso la rete, on line e su eventi live.
A proposito di “pubblicità” invadente qualcuno ricorderà sicuramente lo spot pubblicitario che Sky metteva in onda sempre prima di ogni collegamento calcistico nel quale un famoso attore pubblicizzava il sito di scommesse on line “Bet365” (non voglio con questo insinuare nessunissima accusa o indicarlo come illegale. N.d.t.). E’ da notare comunque come molte delle aziende sanzionate avevano come acronimo proprio l’aggettivo “bet”; e la stessa operazione della Guardia di Finanza conteneva tale acronimo.
Dichiara un magistrato, che da qualche tempo sta indagando in questo settore che: “La mafia sta sempre un passo avanti. E s’infiltra, dove c’è il vuoto normativo”. ii
A che punto è oggi il settore “industriale” del gioco d’azzardo? iii
Lo scorso anno in Italia sono stati puntati sul gioco d’azzardo lecito oltre 101 miliardi di euro, in aumento del 6% rispetto al 2016. La Spesa dei giocatori si è assestata sui 20,5 miliardi. L’incasso dello Stato – tramite gettito erariale – è stato pari a 10,3 miliardi di euro.
Se si vuole approfondire le cifre e le caratteristiche particolari di questo importante settore “confindustriale” si può osservare il link sopracitato (iv).
Apparentemente, nonostante il forte periodo di crisi economica, questo settore presente anche in Confindustria in quello dei giochi (https://www.agimeg.it/) non conosce crisi. v
Sono circa oltre 6.000 le imprese operanti con almeno 100.000 dipendenti (il 20% impiegati nella filiera diretta; l’80% a quella indiretta – punti vendita, tabaccherie, bar, autogrill, edicole) a questi numeri va aggiunto l’indotto del settore (costruttori di giochi e componenti elettronici, commercio dei macchinari, noleggiatori e gestori di attrezzature, ricevitorie, sale bingo, gaming hall) i quali – numeri alla mano – sono quasi raddoppiati dal 2006 al 2011.
Tale è la cifra che viene utilizzata in questo settore che sia lo Stato sia i suoi tutori non potevano che si lasciasse l’intero provento economico in mano ad un’illegalità che gli sottraeva importanti risorse finanziarie.
Sono altrettanto convinto che a questo scopo sia servito, tra le altre cose, l’operazione “blitz” scattato all’alba del 14 novembre.
Note
i – https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/18_novembre_14/non-serve-gente-che-spara-mafia-n-drangheta-gioco-online-slot-e6554a6c-e844-11e8-b8c4-2c4605eeaada.shtml
ii – https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/14/gioco-online-cafiero-de-raho-la-mafia-2-0-ha-sostituito-i-chimici-che-lavoravano-la-droga-con-i-tecnici-informatici/4764580/
iii– http://www.avvisopubblico.it/home/home/cosa-facciamo/informare/documenti-tematici/gioco-dazzardo/i-dati-sul-gioco-dazzardo-nel-2017-in-italia/
iv – http://www.avvisopubblico.it/home/home/cosa-facciamo/informare/documenti-tematici/gioco-dazzardo/i-dati-sul-gioco-dazzardo-nel-2017-in-italia/
v – http://www.today.it/economia/gettito-fiscale-giochi-scommesse-italia-dati.html
Fonte
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