E’ in corso in Prefettura l’incontro tra una delegazione della rete “Decide la città” e il prefetto Gabrielli. Il tema sono gli sgomberi degli spazi sociali e associativi avviati dal commissario Tronca. L’incontro è stato ottenuto dopo la clamorosa protesta di ieri su via dei Fori Imperiali dove un gruppo di attivisti si è arrampicato sulle impalcature della Basilica di Massenzio proprio per chiedere lo stop agli sgomberi.
Oggi il Corriere della Sera (vedi copertina) scrive che il Prefetto Gabrielli, nell’incontro tenutosi ieri del comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza, avrebbe ribadito la sua contrarietà a ricorrere all’uso dell’ordine pubblico prima delle elezioni che indicheranno un nuovo sindaco e una nuova giunta. Dunque un rinvio – ragionevole – alle responsabilità della politica nella soluzioni delle emergenze sociali nella metropoli capitolina.
Due giorni fa, il commissario Tronca aveva spiegato la sua posizione sugli sgomberi rinviando la palla alle pressioni della Corte dei Conti sui dirigenti comunali e commissariali: “Non dimentichiamo che molti non sono stabiliti dal gruppo di lavoro del Campidoglio ma dall’autorità giudiziaria contabile”. Tronca in pratica si trincera dietro il fatto che la Corte dei Conti minaccia sanzioni economiche verso quei dirigenti comunali che non recuperano e mettono a valore il patrimonio comunale provocando un danno erariale. Una logica ragionieristica e dogmatica che conferma come le città e gli stati non possono essere governati dai magistrati ma da una visione “politica” cioè da una visione che tenga conto di tutti i fattori e non solo della zelante attuazione delle leggi esistenti. Che la legalità possa in diversi casi fare a pugni con la giustizia, non è una scoperta di questi giorni, ma è diventato un fattore rilevante del dibattito pubblico, soprattutto quando viene messo di fronte agli effetti sociali ingiusti ed inaccettabili della sua applicazione (vedi gli sfratti di anziani, invalidi, poveri).
Disobbedire alle leggi alla fine potrebbe diventare un obbligo morale. Se le due cose diventano alternative tra loro si apre un problema di enorme portata politica ed etica.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Francesco Paolo Tronca. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Francesco Paolo Tronca. Mostra tutti i post
15/04/2016
13/04/2016
Roma non è in vendita e vuole decidere. Ieri mobilitazioni territoriali “a tutto campo”
La città ribelle e mai domata anche ieri ha battuto un colpo. Proseguendo la mobilitazione contro i diktat del commissario Tronca iniziata con la grande manifestazione del 19 marzo, ieri l’intera coalizione nata intorno allo slogan Roma non si vende, decide la città, ha dato vita ad una nuova giornata coordinata di azione. Diversi territori hanno visto manifestazioni, presidi, carovane attraversarli per dire stop alle privatizzazioni, agli sfratti, alla chiusura degli spazi sociali. Dalla mattina fino alla sera, soprattutto il quadrante est della città, quello più popolare, ha visto le strade e le piazze riempirsi di gente e di denunce.
La Carovana delle Periferie ha deciso la sperimentazione di una carovana itinerante vera e propria. Un corteo di macchine, motorini e furgoncino con sopra la ormai mitica sagoma di Jeeg Robot, è partita da Tor Bella Monaca alle 10.30 per snodarsi poi in diversi quartieri.
Rapidi comizi volanti, volantinaggi, capannelli, hanno animato un percorso partito da via dell’Archeologia, uno dei comparti più degradati di Tor Bella Monaca con tappe nella piazza di San Basilio (zona Tiburtina), passando alle case popolari di via Morandi a Tor Sapienza (zona Prenestina) dove “tutto è cominciato”. I fattacci di Tor Sapienza, con l’assalto al centro di accoglienza di giovani immigrati, era stato il punto di rottura e di inizio della Carovana delle Periferie, nata proprio dopo una assemblea popolare a Tor Sapienza avvenuta mentre era esploso lo scandalo di Mafia Capitale che aveva disvelato il connubio tra i blitz razzisti e il business sull’accoglienza. Dopo un comizio-assemblea la Carovana è ripartita verso Cinecittà dove alla Tenda contro la crisi, installata da alcuni mesi in piazza dei Decemviri, è attiva una mensa popolare e un centro di assistenza sanitaria. Una breve pausa pranzo e la Carovana di macchine e camioncino è ripartita verso il quartiere di Ponte di Nona, all’estrema periferia est di Roma. Qui i diktat del commissario Tronca avevano portato alla chiusura del locale sportello popolare dell’Asia-Usb (riaperto il giorno stesso dagli abitanti e dagli attivisti). E a Ponte di Nona la palla è stata rilanciata nel campo avversario con una nuova occupazione di uno spazio associativo per il quartiere dedicato a Nino Moroni, un compagno e abitante deceduto recentemente. Se Tronca sgombera, la gente recupera e occupa quello che gli serve per migliorare la qualità della vita nei territori della periferia, insomma Jeeg Robot sta diventando qualcosa di più di un'icona.
Un fatto importante, perché proprio a Ponte di Nona è ben visibile l’intreccio tra concessioni istituzionali e malaffare con una enorme sala giochi sorta sul terreno dato in concessione per i famigerati Punti Verde Qualità, l’asilo nido pronto ma ancora chiuso, il centro sportivo attivo che il commissario vorrebbe chiudere. Situazione analoga a Tor Bella Monaca dove gli uomini di Tronca hanno tentato di sgomberare – e ci proveranno di nuovo il 30 aprile – l’associazione degli invalidi. Insomma una esplicita manifestazione di “guerra contro i poveri” cominciata proprio dalla periferia. Minacce di sgombero incombono poi sulla Palestra Popolare a San Lorenzo, sul centro sociale Corto Circuito, su Esc e decine di altri spazi. Un tentativo, respinto, c’è stato contro il centro sociale Auro e Marco a Spinaceto (periferia ovest di Roma).
Nel resto del territorio ci si è mossi per tutto il giorno a Centocelle e dintorni, con biciclettate la mattina a sostegno del SI al referendum contro le trivelle e una assemblea popolare in piazza dei Mirti. Nel pomeriggio è poi partito un corteo da Largo Agosta che si è concluso al parco delle Energie (zona Pigneto). Un altro corteo si è snodato per San Lorenzo. Altre iniziative si sono tenute al Tufello e all’Ostiense.
Una giornata coordinata di azione, anche se qualche realtà tende ancora a giocare in proprio mettendo avanti preoccupazioni legittime verso possibili strumentalizzazioni da campagna elettorale. Ma lo scontro sulle priorità a Roma si gioca dentro questo contesto. Solo se ci si sente deboli si possono temere strumentalizzazioni. I veri nodi sul campo restano la capacità di stoppare il bulldozer messo in moto con il commissario Tronca – con l’esplicito obiettivo di ipotecare anche le amministrazioni future della città – e quello di ridare identità e coesione ad interessi sociali definiti da contrappore ad altri interessi sociali definiti che fino ad oggi – sia come mondo di sopra che come mondo di mezzo – hanno dominato su Roma. Il come dare rappresentanza politica e forza agli interessi popolari è una esigenza crescente, soprattutto a fronte della crisi della rappresentanza democratica così come è stata conosciuta dal dopoguerra a oggi. Che i prodotti elettorali messi a disposizione non coincidano appieno con questa aspettativa è evidente, che occorra organizzarla e farla pesare in modo autonomo, lo è altrettanto.
Le foto sono di Patrizia Cortellessa
Fonte
La Carovana delle Periferie ha deciso la sperimentazione di una carovana itinerante vera e propria. Un corteo di macchine, motorini e furgoncino con sopra la ormai mitica sagoma di Jeeg Robot, è partita da Tor Bella Monaca alle 10.30 per snodarsi poi in diversi quartieri.
Rapidi comizi volanti, volantinaggi, capannelli, hanno animato un percorso partito da via dell’Archeologia, uno dei comparti più degradati di Tor Bella Monaca con tappe nella piazza di San Basilio (zona Tiburtina), passando alle case popolari di via Morandi a Tor Sapienza (zona Prenestina) dove “tutto è cominciato”. I fattacci di Tor Sapienza, con l’assalto al centro di accoglienza di giovani immigrati, era stato il punto di rottura e di inizio della Carovana delle Periferie, nata proprio dopo una assemblea popolare a Tor Sapienza avvenuta mentre era esploso lo scandalo di Mafia Capitale che aveva disvelato il connubio tra i blitz razzisti e il business sull’accoglienza. Dopo un comizio-assemblea la Carovana è ripartita verso Cinecittà dove alla Tenda contro la crisi, installata da alcuni mesi in piazza dei Decemviri, è attiva una mensa popolare e un centro di assistenza sanitaria. Una breve pausa pranzo e la Carovana di macchine e camioncino è ripartita verso il quartiere di Ponte di Nona, all’estrema periferia est di Roma. Qui i diktat del commissario Tronca avevano portato alla chiusura del locale sportello popolare dell’Asia-Usb (riaperto il giorno stesso dagli abitanti e dagli attivisti). E a Ponte di Nona la palla è stata rilanciata nel campo avversario con una nuova occupazione di uno spazio associativo per il quartiere dedicato a Nino Moroni, un compagno e abitante deceduto recentemente. Se Tronca sgombera, la gente recupera e occupa quello che gli serve per migliorare la qualità della vita nei territori della periferia, insomma Jeeg Robot sta diventando qualcosa di più di un'icona.
Un fatto importante, perché proprio a Ponte di Nona è ben visibile l’intreccio tra concessioni istituzionali e malaffare con una enorme sala giochi sorta sul terreno dato in concessione per i famigerati Punti Verde Qualità, l’asilo nido pronto ma ancora chiuso, il centro sportivo attivo che il commissario vorrebbe chiudere. Situazione analoga a Tor Bella Monaca dove gli uomini di Tronca hanno tentato di sgomberare – e ci proveranno di nuovo il 30 aprile – l’associazione degli invalidi. Insomma una esplicita manifestazione di “guerra contro i poveri” cominciata proprio dalla periferia. Minacce di sgombero incombono poi sulla Palestra Popolare a San Lorenzo, sul centro sociale Corto Circuito, su Esc e decine di altri spazi. Un tentativo, respinto, c’è stato contro il centro sociale Auro e Marco a Spinaceto (periferia ovest di Roma).
Nel resto del territorio ci si è mossi per tutto il giorno a Centocelle e dintorni, con biciclettate la mattina a sostegno del SI al referendum contro le trivelle e una assemblea popolare in piazza dei Mirti. Nel pomeriggio è poi partito un corteo da Largo Agosta che si è concluso al parco delle Energie (zona Pigneto). Un altro corteo si è snodato per San Lorenzo. Altre iniziative si sono tenute al Tufello e all’Ostiense.
Una giornata coordinata di azione, anche se qualche realtà tende ancora a giocare in proprio mettendo avanti preoccupazioni legittime verso possibili strumentalizzazioni da campagna elettorale. Ma lo scontro sulle priorità a Roma si gioca dentro questo contesto. Solo se ci si sente deboli si possono temere strumentalizzazioni. I veri nodi sul campo restano la capacità di stoppare il bulldozer messo in moto con il commissario Tronca – con l’esplicito obiettivo di ipotecare anche le amministrazioni future della città – e quello di ridare identità e coesione ad interessi sociali definiti da contrappore ad altri interessi sociali definiti che fino ad oggi – sia come mondo di sopra che come mondo di mezzo – hanno dominato su Roma. Il come dare rappresentanza politica e forza agli interessi popolari è una esigenza crescente, soprattutto a fronte della crisi della rappresentanza democratica così come è stata conosciuta dal dopoguerra a oggi. Che i prodotti elettorali messi a disposizione non coincidano appieno con questa aspettativa è evidente, che occorra organizzarla e farla pesare in modo autonomo, lo è altrettanto.
Le foto sono di Patrizia Cortellessa
Fonte
12/04/2016
L’irrazionalità liberista degli sgomberi di Tronca
Il liberismo economico altro non è stato, in questo quarantennio, che
l’enorme diga innalzata dal sistema produttivo alla sua sempre più
drastica incapacità di valorizzare i capitali investiti nei paesi a
“capitalismo maturo”. Se il capitalismo è per definizione un sistema
“irrazionale”, il liberismo costituiva la risposta in qualche modo
razionale alla perdita di profittabilità. Razionale ovviamente rispetto
al capitale privato, e tenendo conto di un orizzonte di breve-medio
periodo. La crociata che sta intraprendendo Tronca contro l’economia
pubblica cittadina è, viceversa, completamente irrazionale, sia
economicamente che politicamente. Non sta sacrificando quote di consenso
in nome del profitto privato, ad esempio. La mole di patrimonio
immobiliare cittadino regolarmente assegnato tramite delibera a
una miriade di associazioni del tipo più vario, non è oggi in alcuno
modo valorizzabile. Sono locali relativamente piccoli, per lo più
ubicati in periferia, da ristrutturare completamente.
La valorizzazione economica liberista necessita all’inverso di spazi
enormi dove realizzare economie consumistiche di scala (centri
commerciali, multisala, sale bingo, mega-ristoranti, mega-bar, centri
sportivi o benessere, eccetera); necessità di territori valorizzabili,
che coincidono a Roma con il suo centro storico, non con la periferia
economicamente desertificata; e, soprattutto, la valorizzazione
liberista-palazzinara, a Roma, non passa per il restauro e il
recupero, ma per l’abbattimento e la ricostruzione. Perché allora
insistere con una crociata fintamente legalitaria di riappropriazione di
un patrimonio che avrebbe poco appeal per il privato e pochissimo per
il Comune? L’unico motivo razionale – ovviamente, razionale per una
logica liberista – è quello di liberarsi, svendendolo, di gran parte del
patrimonio immobiliare pubblico per ridurre in chiave finanziaria il
debito pubblico cittadino, all’interno di una dialettica con la Corte
dei conti e con la Tesoreria comunale che impone una rendicontazione che
possa far risultare “in attivo” finanziariamente quello che è in
costante perdita economicamente. E’ una operazione di facciata ed
esclusivamente di valorizzazione finanziaria che non ha corrispondenti
con la realtà. Lungi dall’essere a costo sociale zero, questo lifting
finanziario degrada interi pezzi di popolazione lasciando dietro di sé
un impoverimento concreto di parti importanti della città. La
valorizzazione finanziaria che consente di mettere un + nella casella
del bilancio cittadino produce un decadimento economico e sociale che
poi dovranno essere le stesse casse comunali a risolvere.
Questo discorso, se vale sul piano generale, è palese nella vicenda della Palestra popolare di San Lorenzo. La vicenda fa storia a sé nel più generale attacco comunale agli spazi sociali cittadini e all’economia pubblica metropolitana. La palestra di via dei Volsci è l’unica attività di un movimento antagonista che, invece di degradare nel riflusso politico di questi anni, ha rafforzato le sue attività, trasformandosi in un’istituzione riconosciuta da tutta la comunità di quartiere e da chi la vive provenendo da ogni zona di Roma. E’ un esperimento di riappropriazione che ha fatto scuola, che ha imposto un modello di sport popolare ripreso in tutta Italia, che ha lavorato in controtendenza reggendo la botta del regresso politico cittadino, rafforzandosi in questi anni invece di cedere quote di legittimità, come purtroppo avvenuto praticamente ovunque. Un luogo attraversato quotidianamente da centinaia di persone, che offre un servizio e al tempo stesso una forma di emancipazione. L’immobile non è in alcun modo valorizzabile. Può essere svenduto al privato unicamente all’interno di una dinamica speculativa che ne preveda la chiusura e l’abbandono in attesa della rivendita quando torneranno a salire i prezzi degli immobili. Il piccolo quartiere di San Lorenzo già vede la presenza di quattro supermercati e di decine di alimentari più o meno camuffati; c’è la presenza del cinema Tibur; ha decine di sale giochi, locali per scommesse, centinaia fra bar e pub; e via dicendo. Esattamente come avvenuto con il vecchio stabile occupato originariamente da Esc in via dei Reti, o come avvenuto con i locali di via dei Sabelli occupati e subito sgomberati dal progetto Giap, una volta lasciati vuoti questi immobili sono stati chiusi e non più utilizzati: ancora oggi giacciono inermi, abbandonati, svalutati, impoverendo la qualità della vita del quartiere. A San Lorenzo è già presente in eccesso qualsiasi opzione economica legata all’offerta di divertimento o di consumo. Perché allora tornare in possesso di un locale che paga da anni l’affitto e le utenze? Perché privarsi di un affitto garantito e di utenze regolarmente pagate svendendo un bene che genera introiti ad un privato che non ne genererebbe per le casse comunali, se non al momento dell’atto di svendita? Sono domande destinate a rimanere inevase, perché alla base delle scelte del prefetto-commissario Tronca non c’è alcuna razionalità economica, politica, sociale o legalitaria: c’è solo una partita tra bilancio comunale e tesoreria, che prescinde dalla reale gestione dell’economia cittadina e dello sviluppo dei suoi quartieri. Nonostante questo, siamo comunque convinti di una cosa: la Palestra popolare di San Lorenzo non potrà essere sgomberata. E’ un simbolo, e bisogna stare attenti a giocare sui simboli. Vale per noi, vale per la repressione.
Fonte
Questo discorso, se vale sul piano generale, è palese nella vicenda della Palestra popolare di San Lorenzo. La vicenda fa storia a sé nel più generale attacco comunale agli spazi sociali cittadini e all’economia pubblica metropolitana. La palestra di via dei Volsci è l’unica attività di un movimento antagonista che, invece di degradare nel riflusso politico di questi anni, ha rafforzato le sue attività, trasformandosi in un’istituzione riconosciuta da tutta la comunità di quartiere e da chi la vive provenendo da ogni zona di Roma. E’ un esperimento di riappropriazione che ha fatto scuola, che ha imposto un modello di sport popolare ripreso in tutta Italia, che ha lavorato in controtendenza reggendo la botta del regresso politico cittadino, rafforzandosi in questi anni invece di cedere quote di legittimità, come purtroppo avvenuto praticamente ovunque. Un luogo attraversato quotidianamente da centinaia di persone, che offre un servizio e al tempo stesso una forma di emancipazione. L’immobile non è in alcun modo valorizzabile. Può essere svenduto al privato unicamente all’interno di una dinamica speculativa che ne preveda la chiusura e l’abbandono in attesa della rivendita quando torneranno a salire i prezzi degli immobili. Il piccolo quartiere di San Lorenzo già vede la presenza di quattro supermercati e di decine di alimentari più o meno camuffati; c’è la presenza del cinema Tibur; ha decine di sale giochi, locali per scommesse, centinaia fra bar e pub; e via dicendo. Esattamente come avvenuto con il vecchio stabile occupato originariamente da Esc in via dei Reti, o come avvenuto con i locali di via dei Sabelli occupati e subito sgomberati dal progetto Giap, una volta lasciati vuoti questi immobili sono stati chiusi e non più utilizzati: ancora oggi giacciono inermi, abbandonati, svalutati, impoverendo la qualità della vita del quartiere. A San Lorenzo è già presente in eccesso qualsiasi opzione economica legata all’offerta di divertimento o di consumo. Perché allora tornare in possesso di un locale che paga da anni l’affitto e le utenze? Perché privarsi di un affitto garantito e di utenze regolarmente pagate svendendo un bene che genera introiti ad un privato che non ne genererebbe per le casse comunali, se non al momento dell’atto di svendita? Sono domande destinate a rimanere inevase, perché alla base delle scelte del prefetto-commissario Tronca non c’è alcuna razionalità economica, politica, sociale o legalitaria: c’è solo una partita tra bilancio comunale e tesoreria, che prescinde dalla reale gestione dell’economia cittadina e dello sviluppo dei suoi quartieri. Nonostante questo, siamo comunque convinti di una cosa: la Palestra popolare di San Lorenzo non potrà essere sgomberata. E’ un simbolo, e bisogna stare attenti a giocare sui simboli. Vale per noi, vale per la repressione.
Fonte
20/03/2016
Roma. Una marea umana contro i diktat del commissario
Le aspettative sulla manifestazione che oggi ha attraversato le strade di Roma era alta, ma il risultato è andato decisamente oltre le aspettative. Migliaia e migliaia di persone (chi dice diecimila chi ventimila) sono scese in piazza rispondendo all’appello “Roma non si vende”. Una manifestazione preparata e discussa in numerose assemblee settimanali che l’hanno fatta crescere nella consapevolezza comune di una parte significativa della città. I diktat contenuti nel DUP (Documento Unico di Programmazione) del commissario Tronca insediato alla guida di Roma dopo la dissoluzione della giunta Marino, rappresentano una sentenza di morte sociale e civile della città. Chiusura e sgombero degli spazi sociali e associativi non in grado di pagare gli arretrati e i fitti “di mercato” chiesti dai dirigenti comunali; sfratti e sgomberi nelle case popolari e delle occupazioni abitative; privatizzazioni dei servizi pubblici dagli asili nido all’Atac. Il tutto per far pareggiare i conti del bilancio, “valorizzare” il patrimonio e le risorse comunali e pagare il debito. Insomma una sorta di piccola Grecia da abbattere su un’area metropolitana già impoverita dalla recessione e resa sempre più disuguale nella distribuzione della ricchezza, inclusa quella prodotta dal turismo che non distribuisce niente e regala tutto ai soggetti privati.
Migliaia e migliaia di persone, una marea umana di ragazzi, lavoratori e gente dei quartieri popolari della periferia che alla fine del corteo ha riempito simultaneamente sia Piazza del Campidoglio che via dei Fori Imperiali mettendo a dura prova la militarizzazione imposta con la presenza massiccia di centinaia di agenti in tenuta antisommossa. “Se verrete a sgomberarci ci troverete pronti a difenderci” si grida dal camion d’apertura; “Se verrete a privatizzare i servizi faremo resistenza”. Una giungla di cartelli Roma non si vende fanno da coreografia al corteo che riempie sempre di più le strade fino al Campidoglio. Ci sono gli striscioni a difesa dell’acqua pubblica, quelli che ricordano il referendum del 17 aprile contro la prosecuzione delle trivellazioni, l’ex ospedale Forlanini, associazioni storiche come La Casa della Pace e il Grande Cocomero. Ci sono anche gli attivisti No War che ricordano i cinque anni dall’aggressione alla Libia e di cui oggi ricorre l’anniversario.
Arriva poi lo spezzone della Carovana delle Periferie con un camion su cui sono state allestite le sagome giganti di Jeeg Robot, il supereroe che da cartoon giapponese è diventato invece simbolo del riscatto delle periferie con un film che sta sbancando ai botteghini. Nel corteo si prendono accordi per una iniziativa con il regista e gli attori proprio a Tor Bella Monaca, il quartiere periferico in cui è ambientato il film. E poi centinaia di bandiere dell'Usb e dell’Asia protagonista della resistenza contro gli sfratti e a difesa delle case popolari in decine di quartieri della periferia romana. Ci sono gli striscioni dei lavoratori e di Ross@ contro le privatizzazioni. In fondo lo spezzone del BPM e del Coordinamento di lotta per la casa. Seguono le bandiere delle rappresentanze del PRC e del PCdI. Assente Sel, qualcuno avvista Fassina e qualcun altro lo va a cercare per farlo allontanare dal corteo ed evitare strumentalizzazioni elettorali.
Arrivati a Piazza Madonna di Loreto con le strade davanti e laterali bloccate da decine di blindati e centinaia di poliziotti, si sale in massa sulla Piazza del Campidoglio ma via dei Fori Imperiali è ancora gremita di gente. Parte una stupida provocazione della polizia che fa avanzare inutilmente due blindati tra la folla. Sale la tensione, poi i due blindati per fortuna arretrano. Intanto sulla Piazza del Campidoglio gremita di gente si alternano gli interventi. Da tutti un messaggio chiaro e forte al prefetto/commissario Tronca e ai vecchi e nuovi poteri forti che vogliono mangiarsi Roma, anche dopo Mafia Capitale: faremo resistenza ovunque, tutti insieme e siamo tanti.
Fonte
Migliaia e migliaia di persone, una marea umana di ragazzi, lavoratori e gente dei quartieri popolari della periferia che alla fine del corteo ha riempito simultaneamente sia Piazza del Campidoglio che via dei Fori Imperiali mettendo a dura prova la militarizzazione imposta con la presenza massiccia di centinaia di agenti in tenuta antisommossa. “Se verrete a sgomberarci ci troverete pronti a difenderci” si grida dal camion d’apertura; “Se verrete a privatizzare i servizi faremo resistenza”. Una giungla di cartelli Roma non si vende fanno da coreografia al corteo che riempie sempre di più le strade fino al Campidoglio. Ci sono gli striscioni a difesa dell’acqua pubblica, quelli che ricordano il referendum del 17 aprile contro la prosecuzione delle trivellazioni, l’ex ospedale Forlanini, associazioni storiche come La Casa della Pace e il Grande Cocomero. Ci sono anche gli attivisti No War che ricordano i cinque anni dall’aggressione alla Libia e di cui oggi ricorre l’anniversario.
Arriva poi lo spezzone della Carovana delle Periferie con un camion su cui sono state allestite le sagome giganti di Jeeg Robot, il supereroe che da cartoon giapponese è diventato invece simbolo del riscatto delle periferie con un film che sta sbancando ai botteghini. Nel corteo si prendono accordi per una iniziativa con il regista e gli attori proprio a Tor Bella Monaca, il quartiere periferico in cui è ambientato il film. E poi centinaia di bandiere dell'Usb e dell’Asia protagonista della resistenza contro gli sfratti e a difesa delle case popolari in decine di quartieri della periferia romana. Ci sono gli striscioni dei lavoratori e di Ross@ contro le privatizzazioni. In fondo lo spezzone del BPM e del Coordinamento di lotta per la casa. Seguono le bandiere delle rappresentanze del PRC e del PCdI. Assente Sel, qualcuno avvista Fassina e qualcun altro lo va a cercare per farlo allontanare dal corteo ed evitare strumentalizzazioni elettorali.
Arrivati a Piazza Madonna di Loreto con le strade davanti e laterali bloccate da decine di blindati e centinaia di poliziotti, si sale in massa sulla Piazza del Campidoglio ma via dei Fori Imperiali è ancora gremita di gente. Parte una stupida provocazione della polizia che fa avanzare inutilmente due blindati tra la folla. Sale la tensione, poi i due blindati per fortuna arretrano. Intanto sulla Piazza del Campidoglio gremita di gente si alternano gli interventi. Da tutti un messaggio chiaro e forte al prefetto/commissario Tronca e ai vecchi e nuovi poteri forti che vogliono mangiarsi Roma, anche dopo Mafia Capitale: faremo resistenza ovunque, tutti insieme e siamo tanti.
Fonte
18/03/2016
Vogliono fare un deserto e chiamarlo Roma
Roma non si vende. Con questo slogan sabato pomeriggio è probabile che migliaia di persone scendano in piazza a Roma contro i diktat contenuti nel DUP (Documento Unico di Programmazione) varato dal commissario/prefetto Tronca. Scorrendo le circa 800 pagine del documento che ha aggregato e dato attuazione alle delibere messe insieme nei due anni di Giunta Marino, dietro il linguaggio tecnico-burocratico simile in tutto a quello dei tecnocrati di Bruxelles, viene rivelata una visione della città e della sua vita sociale, dei capitoli di spesa e dell’approccio con cui si intende dare soluzione ai serissimi problemi di bilancio, investimenti e priorità su Roma.
Tra i primi cardini dell’attuazione del DUP abbiamo visto la privatizzazione di alcuni asili nido, gli sfratti per gli inquilini delle case popolari o comunali, la richiesta di cifre esose ed impossibili per centinaia di associazioni culturali, sportive, sindacali o per centri sociali sorti in edifici o luoghi abbandonati e poi occupati e riutilizzati da anni. Mentre si annunciano le privatizzazioni delle aziende municipalizzate nei trasporti, nei rifiuti e nei servizi, l’elenco dei posti che il Comune commissariato intende recuperare per fare cassa – ponendo fine a canoni sociali lì dove c’erano, aumentando gli affitti e chiedendo arretrati “a prezzi di mercato” per gli anni addietro – è impressionante. Municipio per municipio è visibile tutta la rete di associazioni o spazi sociali che per decenni hanno reso più vivibile la città e soprattutto i quartieri disagiati. Facendo una simulazione e immaginando i quartieri senza più quegli spiragli di vita e attività socio-culturale se ne ricava una immagine di vera e propria desertificazione in una città che ha già visto migliaia di esercizi commerciali abbassare le serrande, crollare le condizioni di vita (è sufficiente farsi un giro nei centri per l’impiego, agli sportelli dell’Inps, nei Caf o nei patronati per verificarlo), aumentare gli edifici e gli spazi rimasti vuoti, inutilizzati, abbandonati al degrado.
Il commissario Tronca e i dirigenti comunali messi sotto pressione o minacciati dalla Corte dei Conti per danno erariale, qualora non procedano a recuperare locali del Comune da mettere in vendita o in affitto a prezzi di mercato (spesso sopravalutati oltre ogni decenza), non sono stati nominati per avere una visione della città che tenga conto della sua vita sociale ma solo per fare cassa. Grigiume tecnocratico e burocratico portato agli estremi livelli. Zero mediazioni e zero empatia verso ogni istanza sociale, con una rimozione della politica come strumento ormai inservibile per fare sintesi tra interessi diversi e neutralizzata nel senso comune della gente dal verminaio emerso con Mafia Capitale. Ma con parecchi convitati di pietra. Infatti mentre i “politici” sono stati messi alla gogna e marginalizzati, i dirigenti comunali sono ancora tutti lì, a far quadrare i conti che hanno contribuito a far saltare ed a sperare nella “catarsi” qualora svolgano bene il loro compito di azzeramento e di recupero crediti. Ma anche il vecchio Mondo di Sopra fatto di palazzinari e faccendieri cova qualche preoccupazione. Facendo saltare con Mafia Capitale il Mondo di Mezzo fatto di galoppini e spezzapollici, di fascisti e consiglieri comunali corrotti, di funzionari fin troppo bendisposti e manager del terzo settore, la vecchia classe dominante della Capitale si è scoperta fragile e vulnerabile verso i nuovi poteri forti: quelli che con le banche e i fondi di investimento sono assai più integrati di quanto lo fossero i palazzinari indebitati con le stesse, quelli che coincidono più con multinazionali straniere (francesi, cinesi, arabe, russe, statunitensi) che con le vecchie dinastie di costruttori, quelli che hanno tanta, tantissima liquidità da investire perché i ripetuti quantitative easing fatti dalle banche centrali statunitense ed europea hanno messo a disposizione delle banche risorse finanziarie a costi irrisori.
Alla fine della “cura Tronca”, dovrebbe arrivare con le elezioni di giugno una nuova giunta comunale. Nessuna invidia verso coloro che questa volta vinceranno nelle urne, perché o accetteranno di infilarsi dentro la camicia di forza approntata con il DUP e il pareggio di bilancio, oppure dovranno avere tantissimo coraggio da vendere per mettersi di traverso e far saltare il tavolo rischiando le sanzioni e le ritorsioni del governo e di Bruxelles. Ma quello che spaventa veramente e che vale la pena di far saltare è anche la visione di città con cui stiamo facendo i conti. Il processo – e forse il progetto non ancora confessato – di distruzione di Roma come Capitale è in corso da tempo. La desertificazione sociale e culturale ne è solo un aspetto, forse non quello centrale ma sicuramente quello che più altri intende spegnere le luci nella e sulla città di Roma. Cercare di impedirlo non è un problema solo degli attivisti delle reti sociali o degli spazi occupati. Sabato 19 marzo ci si vede in piazza, perché almeno Roma non venga spenta e venduta.
Fonte
Tra i primi cardini dell’attuazione del DUP abbiamo visto la privatizzazione di alcuni asili nido, gli sfratti per gli inquilini delle case popolari o comunali, la richiesta di cifre esose ed impossibili per centinaia di associazioni culturali, sportive, sindacali o per centri sociali sorti in edifici o luoghi abbandonati e poi occupati e riutilizzati da anni. Mentre si annunciano le privatizzazioni delle aziende municipalizzate nei trasporti, nei rifiuti e nei servizi, l’elenco dei posti che il Comune commissariato intende recuperare per fare cassa – ponendo fine a canoni sociali lì dove c’erano, aumentando gli affitti e chiedendo arretrati “a prezzi di mercato” per gli anni addietro – è impressionante. Municipio per municipio è visibile tutta la rete di associazioni o spazi sociali che per decenni hanno reso più vivibile la città e soprattutto i quartieri disagiati. Facendo una simulazione e immaginando i quartieri senza più quegli spiragli di vita e attività socio-culturale se ne ricava una immagine di vera e propria desertificazione in una città che ha già visto migliaia di esercizi commerciali abbassare le serrande, crollare le condizioni di vita (è sufficiente farsi un giro nei centri per l’impiego, agli sportelli dell’Inps, nei Caf o nei patronati per verificarlo), aumentare gli edifici e gli spazi rimasti vuoti, inutilizzati, abbandonati al degrado.
Il commissario Tronca e i dirigenti comunali messi sotto pressione o minacciati dalla Corte dei Conti per danno erariale, qualora non procedano a recuperare locali del Comune da mettere in vendita o in affitto a prezzi di mercato (spesso sopravalutati oltre ogni decenza), non sono stati nominati per avere una visione della città che tenga conto della sua vita sociale ma solo per fare cassa. Grigiume tecnocratico e burocratico portato agli estremi livelli. Zero mediazioni e zero empatia verso ogni istanza sociale, con una rimozione della politica come strumento ormai inservibile per fare sintesi tra interessi diversi e neutralizzata nel senso comune della gente dal verminaio emerso con Mafia Capitale. Ma con parecchi convitati di pietra. Infatti mentre i “politici” sono stati messi alla gogna e marginalizzati, i dirigenti comunali sono ancora tutti lì, a far quadrare i conti che hanno contribuito a far saltare ed a sperare nella “catarsi” qualora svolgano bene il loro compito di azzeramento e di recupero crediti. Ma anche il vecchio Mondo di Sopra fatto di palazzinari e faccendieri cova qualche preoccupazione. Facendo saltare con Mafia Capitale il Mondo di Mezzo fatto di galoppini e spezzapollici, di fascisti e consiglieri comunali corrotti, di funzionari fin troppo bendisposti e manager del terzo settore, la vecchia classe dominante della Capitale si è scoperta fragile e vulnerabile verso i nuovi poteri forti: quelli che con le banche e i fondi di investimento sono assai più integrati di quanto lo fossero i palazzinari indebitati con le stesse, quelli che coincidono più con multinazionali straniere (francesi, cinesi, arabe, russe, statunitensi) che con le vecchie dinastie di costruttori, quelli che hanno tanta, tantissima liquidità da investire perché i ripetuti quantitative easing fatti dalle banche centrali statunitense ed europea hanno messo a disposizione delle banche risorse finanziarie a costi irrisori.
Alla fine della “cura Tronca”, dovrebbe arrivare con le elezioni di giugno una nuova giunta comunale. Nessuna invidia verso coloro che questa volta vinceranno nelle urne, perché o accetteranno di infilarsi dentro la camicia di forza approntata con il DUP e il pareggio di bilancio, oppure dovranno avere tantissimo coraggio da vendere per mettersi di traverso e far saltare il tavolo rischiando le sanzioni e le ritorsioni del governo e di Bruxelles. Ma quello che spaventa veramente e che vale la pena di far saltare è anche la visione di città con cui stiamo facendo i conti. Il processo – e forse il progetto non ancora confessato – di distruzione di Roma come Capitale è in corso da tempo. La desertificazione sociale e culturale ne è solo un aspetto, forse non quello centrale ma sicuramente quello che più altri intende spegnere le luci nella e sulla città di Roma. Cercare di impedirlo non è un problema solo degli attivisti delle reti sociali o degli spazi occupati. Sabato 19 marzo ci si vede in piazza, perché almeno Roma non venga spenta e venduta.
Fonte
18/02/2016
L’affittopoli immaginaria
E’ un vero scandalo: nel centro di Roma esistono ancora delle case popolari. Per fortuna ci sta pensando la task force interforze
del prefettocommissario Tronca a liberare il centro cittadino dai pochi
poveri che ancora insistono a volerci vivere. Finito il socialismo
reale che ha di fatto governato l’Italia dal 1945 alla caduta del Muro,
anche la questione abitativa va normalizzandosi. Le 175.000 case
popolari presenti all’interno delle mura Aureliane costituiscono una
vergogna inammissibile per una città che fa del turismo la sua
privilegiata fonte di guadagno. I turisti, inorriditi dalle gimcane tra
poveri e salariati che infestano ancora la città, porteranno sempre nei
loro ricordi non solo le diaboliche tag che contraddistinguono – caso unico al mondo
– la metro romana, ma la puzza di povertà che ancora si respira al
centro, che persiste senza vergogna ad essere luogo di lavoro e di
residenza invece di essere definitivamente ritrovo della middle class internazionale
anglofona. In luoghi unici al mondo come il lungotevere Tor di Nona,
oppure a San Saba, Garbatella, e persino a Trastevere, per non parlare
di Testaccio o del Gianicolo, sopravvivono incrostazioni di edilizia
residenziale pubblica che impediscono alla città eterna di adeguarsi ai
rispettabili canoni internazionali del decoro e della decenza.
L’apparato operativo messo su da Tronca sta però dando i suoi risultati:
14 inquilini
sono risultati percepire un reddito non in regola con i limiti imposti
dall’amministrazione capitolina. Esempio evidente di quanto le politiche
per l’edilizia pubblica rappresentino l’attuazione di un’ideologia
clientelare che ha prodotto il debito pubblico nazionale nonché i
recenti scandali di Mafia capitale. Non c’è trippa per gatti, insomma, e
i fannulloni mantenuti dalla pubblica amministrazione sono avvertiti.
E’ finita la pacchia di vivere a Roma senza poterselo permettere economicamente.
Fonte
Fonte
22/01/2016
Il Pd "Tronca" Roma
Sabato al teatro Brancaccio si riunisce a convegno lo stato maggiore del Pd romano, ossia il partito che porta la responsabilità dell’amministrazione di Roma e del suo commissariamento ma soprattutto delle nefandezze venute clamorosamente alla luce nell’ultimo anno.
L’ultima in ordine di tempo è il famigerato DUP (Documento Unico di Programmazione) emanato dal commissario/prefetto Tronca e che mette in pratica le delibere decise durante la Giunta Marino. Questo documento rappresenta una ipoteca micidiale sulla città, sui servizi sociali, sui salari dei lavoratori capitolini, sulle aziende municipalizzate, sul patrimonio abitativo e gli spazi sociali. Decisioni già indicate nell’ultimo bilancio lacrime e sangue varato dal Comune di Roma e che adesso si manifestano come una vera e propria mannaia con ulteriori tagli, privatizzazioni, sgomberi.
Sul Pd romano pesano poi le collusioni ed ora le condanne per Mafia Capitale, vero e proprio verminaio di affari e complicità con interessi di reti malavitose e neofasciste soprattutto nel campo delle cooperative sociali e dell’accoglienza.
Ma il Pd non ha la responsabilità solo nelle scelte comunali. Pesano infatti anche le scelte fatte come governo della Regione Lazio, a cominciare dalla omissione dell’Agenda Urbana – e delle esigenze popolari e del territorio completamente disattese – prevista dai Fondi Europei.
Pesano scelte che hanno premiato speculatori e palazzinari-amici come quella del grattacielo del Torrino, dei Piani di Zona, dei Punti Verde Qualità. Scelte che hanno premiato i soliti noti, portato al boom del debito, penalizzato migliaia di famiglie soprattutto nei quartieri della periferia. Pesano scelte che hanno volutamente portato al degrado i servizi pubblici per spianare poi la strada alle privatizzazioni di Atac, Ama, Acea, asili nido. Scelte nefaste e inaccettabili di fronte alle dichiarate carenze di organico tra i lavoratori occupati nel Comune e nelle aziende municipalizzate.
Il Pd di Roma porta con se enormi responsabilità a tutti i livelli di governo – dalla Regione al Comune ai Municipi – e oggi siamo in piazza per ricordargliele tutte e impedire che le liturgie della campagna elettorale facilitino la vita a chi ha memoria corta e coscienza sporca.
Noi riteniamo che queste responsabilità vadano denunciate con forza e che le priorità nelle scelte strategiche sulla città vadano rovesciate, portando in primo piano le esigenze popolari delle periferie, le condizioni di vita delle famiglie, le esigenze dei disoccupati e dei lavoratori, il carattere pubblico e sociale dei servizi.
Carovana delle Periferie
Fonte
L’ultima in ordine di tempo è il famigerato DUP (Documento Unico di Programmazione) emanato dal commissario/prefetto Tronca e che mette in pratica le delibere decise durante la Giunta Marino. Questo documento rappresenta una ipoteca micidiale sulla città, sui servizi sociali, sui salari dei lavoratori capitolini, sulle aziende municipalizzate, sul patrimonio abitativo e gli spazi sociali. Decisioni già indicate nell’ultimo bilancio lacrime e sangue varato dal Comune di Roma e che adesso si manifestano come una vera e propria mannaia con ulteriori tagli, privatizzazioni, sgomberi.
Sul Pd romano pesano poi le collusioni ed ora le condanne per Mafia Capitale, vero e proprio verminaio di affari e complicità con interessi di reti malavitose e neofasciste soprattutto nel campo delle cooperative sociali e dell’accoglienza.
Ma il Pd non ha la responsabilità solo nelle scelte comunali. Pesano infatti anche le scelte fatte come governo della Regione Lazio, a cominciare dalla omissione dell’Agenda Urbana – e delle esigenze popolari e del territorio completamente disattese – prevista dai Fondi Europei.
Pesano scelte che hanno premiato speculatori e palazzinari-amici come quella del grattacielo del Torrino, dei Piani di Zona, dei Punti Verde Qualità. Scelte che hanno premiato i soliti noti, portato al boom del debito, penalizzato migliaia di famiglie soprattutto nei quartieri della periferia. Pesano scelte che hanno volutamente portato al degrado i servizi pubblici per spianare poi la strada alle privatizzazioni di Atac, Ama, Acea, asili nido. Scelte nefaste e inaccettabili di fronte alle dichiarate carenze di organico tra i lavoratori occupati nel Comune e nelle aziende municipalizzate.
Il Pd di Roma porta con se enormi responsabilità a tutti i livelli di governo – dalla Regione al Comune ai Municipi – e oggi siamo in piazza per ricordargliele tutte e impedire che le liturgie della campagna elettorale facilitino la vita a chi ha memoria corta e coscienza sporca.
Noi riteniamo che queste responsabilità vadano denunciate con forza e che le priorità nelle scelte strategiche sulla città vadano rovesciate, portando in primo piano le esigenze popolari delle periferie, le condizioni di vita delle famiglie, le esigenze dei disoccupati e dei lavoratori, il carattere pubblico e sociale dei servizi.
Carovana delle Periferie
Fonte
20/01/2016
Lo sgombero della politica
Il minacciato sgombero di Esc, a cui diamo comunque la nostra solidarietà, non può certo definirsi un fulmine a ciel sereno. È invece l’ennesimo tassello di una stagione segnata dal commissariamento della politica. Il problema non è la difesa di questo o quel centro sociale, sebbene ovviamente necessaria (come Esc, si trovano sotto sgombero il Corto Circuito, Casale Falchetti, l’Auro e Marco, mentre per la Casa della Pace e Degage già si è provveduto in estate; per non parlare delle decine di occupazioni abitative perennemente in bilico). Il problema è che non è possibile alcuna resistenza “militare” che non passi per un riequilibrio dei rapporti di forza politici. Oggi questi sono al punto zero. Se Prefetto o Commissario decidessero di sgomberare tutto, la resistenza che potremmo mettere in campo sarebbe, in tutta onestà, ininfluente. Per ripartire dovremmo allora capire perché oggi la nostra capacità d’influenza politica è azzerata. È questa la domanda che ci pone la minaccia di Tronca: non “come faremo a resistere”, ma: come siamo arrivati a questo punto?
Anche perché, alla prima domanda, non c’è risposta: in queste condizioni non si può resistere. Questo non vuol dire arrendersi, chiaramente, ma dovremmo operare un salto di sincerità almeno fra compagni: immaginare una nostra capacità di invertire la rotta confrontandoci militarmente con il potere, come se fosse l’uso della forza la discriminante capace di fermare la volontà di pacificazione, significherebbe raccontarci una favola che ha davvero fatto il suo tempo. Alla prova dei fatti, si è dimostrata tutta l’inconsistenza della propria presunta “volontà di resistenza”. È per questo che una riflessione pure azzeccata e che condividiamo (Tana delibera tutti) rimane monca. Certo, una politica che non riconosce il valore sociale degli spazi autogestiti è un problema, va denunciata e smascherata, ma allora: il sindaco Rutelli era invece espressione di una sinistra antagonista che “riconosceva il valore sociale degli spazi autogestiti”? Il successore Veltroni, anche lui esponente dei movimenti antagonisti probabilmente, difendeva e valorizzava il ruolo sociale e politico dei centri sociali? Oppure, più propriamente, Rutelli e Veltroni trovarono di fronte a loro un movimento capace di imporre un rapporto di forze, a cui furono costretti a cedere pezzi di potere e legittimità? Soggettivamente Tronca, Gabrielli, Veltroni e Rutelli fanno parte dello stesso centrosinistra che ieri approvava la delibera 26 e oggi procede convinto nella propria politica della ruspa. Come detto, la domanda che dovremmo porci è “come siamo arrivati a questo punto?”, com’è possibile che un sindaco decida di chiudere ogni spazio di mediazione procedendo alla rimozione degli ostacoli politici per via amministrativa, poliziesca e giudiziaria? Questa domanda è per definizione più problematica della prima. Facile accusare il potere, gridare alla solidarietà e analizzare le contorsioni repressive della controparte; molto più difficile (e serio) sarebbe rilevare tutta la sequenza storica di errori che condividiamo come movimenti, per riattivare processi di partecipazione e di (ri)legittimazione politica capaci di imporre un punto di vista. La resistenza agli sgomberi non si realizza bruciando qualche cassonetto, ma impedendo alla politica di immaginare lo sgombero stesso o, nei casi estremi, attivando le relazioni politiche e sociali capaci di smontare l’idea stessa di uno sgombero provocando un moto d’indignazione generale. Quelle relazioni politiche e sociali sono completamente assenti nei recenti sgomberi, soprattutto a Roma. Le vicende di movimento rimangono confinate al movimento stesso, non intercedono con la realtà circostante, non assumono valore rilevante per il resto della cittadinanza. Lo sgombero di un posto occupato è un fatto che interessa i diretti interessati e basta, lasciando indifferente la società che si dovrebbe organizzare e provare a conquistare alle proprie ragioni.
Ovviamente il problema, almeno per noi, non è il livello di conflittualità praticato nella resistenza ad uno sgombero, che dev’essere senza mediazioni e può e deve essere radicale. Il problema è che oggi, nel contesto concreto degli attuali rapporti di forze presenti in città, la partita non si gioca su quel piano. Non sarà la retorica della resistenza a invertire la rotta. Operare una feticizzazione di uno strumento fra tanti della lotta politica può sollevarci la coscienza nelle nostre serate tra compagni o nelle assemblee dove piace ascoltare la propria voce, di certo non incutere una qualche forma di timore al potere cittadino. Il potere non ha paura delle barricate promosse da un soggetto militante avulso da reali percorsi di inclusione e rappresentanza di interessi generali, sociali e politici.
Una delle riflessioni che dovremmo avere il coraggio di produrre pubblicamente è che oggi dei 35 o chissà quanti centri sociali romani, forse un terzo, ad essere davvero generosi, è effettivamente un luogo di aggregazione politica capace di lavorare nei quartieri (al di là della nostra condivisione o meno della linea politica). Esiste davvero un “valore sociale degli spazi autogestiti”? Per qualcuno sicuramente, di certo non per tutti. E ogni sgombero non è uguale ad un altro, non riveste la stessa rilevanza. Alcuni spazi, abbandonati da anni o, peggio, inseriti nei percorsi della movida romana, del divertimentificio metropolitano, macchine da soldi che fondano il proprio guadagno sul lavoro nero dei propri dipendenti mascherati e grazie ai processi di gentrificazione, non solo non rivestono alcun ruolo sociale progressivo, ma fanno parte del problema. Il fatto è che tale riflessione è già introiettata dalla gente che vive nei pressi di qualcuno di questi “centri sociali”, e la mancanza di una nostra riflessione pubblica ci ha schiacciati tutti su di un pregiudizio, magari disinformato, ma che a volte rileva dati che noi non riusciamo più a interpretare. Per di più, se è vero che la riappropriazione di spazi pubblici o privati abbandonati costituisce sicuramente un fatto positivo, va anche detto che in questi anni la moltiplicazione degli spazi è andata a braccetto con l’arretramento generale dei movimenti cittadini. Non è il numero degli spazi allora a certificare la qualità del proprio intervento, ma come questi spazi lavorano nei territori e, più in generale, la capacità che l’insieme unitario di questi ha nell'incidere nella politica cittadina. In questi anni è sembrato delinearsi un rapporto inverso: più inutili divenivamo come sinistra antagonista, più posti occupati spuntavano come funghi nella metropoli desertificata e lasciata allo sbando. Chiarendo così che non sarà la moltiplicazione delle occupazioni a reintrodurre percorsi reali di partecipazione. Mai come in questo caso, meglio meno ma meglio. Ovviamente in questo caso ci riferiamo agli spazi sociali, non alle occupazioni abitative, che affrontano una situazione diversa. Ma questo, in fin dei conti, è l’aspetto secondario della questione.
L’aspetto principale risiede nella nostra capacità intesa unitariamente di incidere nella politica cittadina. Qualcuno oggi si lamenta della diversità politica delle anime che compongono il movimento residuale romano. Eppure, a ben vedere, non solo certe differenze sono sempre esistite, ma negli anni passati erano decisamente più profonde e radicali e a volte violente, ma questo non impediva un coordinamento su molte battaglie, coordinamento che infatti produceva un accumulo di forze nonostante le differenze politiche profondissime. Questo per alcune ragioni, la principale delle quali era l’assoluta consapevolezza di non essere autosufficienti per cambiare lo stato di cose presenti. Oggi al contrario lo spirito di autosufficienza si è impadronito dei ragionamenti collettivi. L’immediato smarcamento generale dalla manifestazione del 28 febbraio scorso è in tal senso paradigmatico. Di fronte alla più importante, riuscita e rilevante manifestazione romana da anni a questa parte, l’interesse trasversale continuava ad essere quello di rimarcare le differenze con chi era in piazza, facendo fallire un esperimento che invece aveva costruito un metodo di lavoro. Ognuno rimanendo con le proprie diversità, esistevano ed esistono dei terreni comuni su cui provare ad esercitare egemonia facendo politica, cioè liberandoci dal vertenzialismo parossistico in cui siamo finiti come movimenti. Per chi non se ne fosse accorto, la crisi economica cancella ogni possibilità di redistribuzione vertenziale dei redditi, ogni possibile riformismo. Senza possibilità di redistribuzione non c’è possibilità di costruire consenso e quindi legittimazione: viene disattivata in tal senso la possibilità stessa della mediazione politica, come infatti evidente dal progressivo e in apparenza inarrestabile processo di commissariamento della politica. Oggi lo scontro è direttamente politico, nel senso che il piano della lotta o si pone direttamente sul terreno dei rapporti politici, oppure è destinato a fallire o, nel migliore dei casi, a vivacchiare reiterando se stesso, come dimostra la parabola del sindacalismo confederale.
Per queste e altre ragioni, oggi piangersi addosso e gridare all’attacco repressivo contro i movimenti non ci porterà molto lontano nella strada per ricostituire un rapporto di forze credibile capace di impedire gli sgomberi. Non per questo ci sono soluzioni a portata di mano e attuabili nel breve periodo. Ma oggi la scommessa è quella di rappresentare un pezzo di società impoverita dalla crisi, ri-legittimandoci nella società, quella oggi sedotta dalle sirene di Salvini o del Movimento 5 Stelle, che resistono elettoralmente proprio perché capaci di rappresentare un punto di vista politico pur nella loro assenza sociale. Quale punto di vista politico esprimono i movimenti? Difficile capirlo.
Fonte
Anche perché, alla prima domanda, non c’è risposta: in queste condizioni non si può resistere. Questo non vuol dire arrendersi, chiaramente, ma dovremmo operare un salto di sincerità almeno fra compagni: immaginare una nostra capacità di invertire la rotta confrontandoci militarmente con il potere, come se fosse l’uso della forza la discriminante capace di fermare la volontà di pacificazione, significherebbe raccontarci una favola che ha davvero fatto il suo tempo. Alla prova dei fatti, si è dimostrata tutta l’inconsistenza della propria presunta “volontà di resistenza”. È per questo che una riflessione pure azzeccata e che condividiamo (Tana delibera tutti) rimane monca. Certo, una politica che non riconosce il valore sociale degli spazi autogestiti è un problema, va denunciata e smascherata, ma allora: il sindaco Rutelli era invece espressione di una sinistra antagonista che “riconosceva il valore sociale degli spazi autogestiti”? Il successore Veltroni, anche lui esponente dei movimenti antagonisti probabilmente, difendeva e valorizzava il ruolo sociale e politico dei centri sociali? Oppure, più propriamente, Rutelli e Veltroni trovarono di fronte a loro un movimento capace di imporre un rapporto di forze, a cui furono costretti a cedere pezzi di potere e legittimità? Soggettivamente Tronca, Gabrielli, Veltroni e Rutelli fanno parte dello stesso centrosinistra che ieri approvava la delibera 26 e oggi procede convinto nella propria politica della ruspa. Come detto, la domanda che dovremmo porci è “come siamo arrivati a questo punto?”, com’è possibile che un sindaco decida di chiudere ogni spazio di mediazione procedendo alla rimozione degli ostacoli politici per via amministrativa, poliziesca e giudiziaria? Questa domanda è per definizione più problematica della prima. Facile accusare il potere, gridare alla solidarietà e analizzare le contorsioni repressive della controparte; molto più difficile (e serio) sarebbe rilevare tutta la sequenza storica di errori che condividiamo come movimenti, per riattivare processi di partecipazione e di (ri)legittimazione politica capaci di imporre un punto di vista. La resistenza agli sgomberi non si realizza bruciando qualche cassonetto, ma impedendo alla politica di immaginare lo sgombero stesso o, nei casi estremi, attivando le relazioni politiche e sociali capaci di smontare l’idea stessa di uno sgombero provocando un moto d’indignazione generale. Quelle relazioni politiche e sociali sono completamente assenti nei recenti sgomberi, soprattutto a Roma. Le vicende di movimento rimangono confinate al movimento stesso, non intercedono con la realtà circostante, non assumono valore rilevante per il resto della cittadinanza. Lo sgombero di un posto occupato è un fatto che interessa i diretti interessati e basta, lasciando indifferente la società che si dovrebbe organizzare e provare a conquistare alle proprie ragioni.
Ovviamente il problema, almeno per noi, non è il livello di conflittualità praticato nella resistenza ad uno sgombero, che dev’essere senza mediazioni e può e deve essere radicale. Il problema è che oggi, nel contesto concreto degli attuali rapporti di forze presenti in città, la partita non si gioca su quel piano. Non sarà la retorica della resistenza a invertire la rotta. Operare una feticizzazione di uno strumento fra tanti della lotta politica può sollevarci la coscienza nelle nostre serate tra compagni o nelle assemblee dove piace ascoltare la propria voce, di certo non incutere una qualche forma di timore al potere cittadino. Il potere non ha paura delle barricate promosse da un soggetto militante avulso da reali percorsi di inclusione e rappresentanza di interessi generali, sociali e politici.
Una delle riflessioni che dovremmo avere il coraggio di produrre pubblicamente è che oggi dei 35 o chissà quanti centri sociali romani, forse un terzo, ad essere davvero generosi, è effettivamente un luogo di aggregazione politica capace di lavorare nei quartieri (al di là della nostra condivisione o meno della linea politica). Esiste davvero un “valore sociale degli spazi autogestiti”? Per qualcuno sicuramente, di certo non per tutti. E ogni sgombero non è uguale ad un altro, non riveste la stessa rilevanza. Alcuni spazi, abbandonati da anni o, peggio, inseriti nei percorsi della movida romana, del divertimentificio metropolitano, macchine da soldi che fondano il proprio guadagno sul lavoro nero dei propri dipendenti mascherati e grazie ai processi di gentrificazione, non solo non rivestono alcun ruolo sociale progressivo, ma fanno parte del problema. Il fatto è che tale riflessione è già introiettata dalla gente che vive nei pressi di qualcuno di questi “centri sociali”, e la mancanza di una nostra riflessione pubblica ci ha schiacciati tutti su di un pregiudizio, magari disinformato, ma che a volte rileva dati che noi non riusciamo più a interpretare. Per di più, se è vero che la riappropriazione di spazi pubblici o privati abbandonati costituisce sicuramente un fatto positivo, va anche detto che in questi anni la moltiplicazione degli spazi è andata a braccetto con l’arretramento generale dei movimenti cittadini. Non è il numero degli spazi allora a certificare la qualità del proprio intervento, ma come questi spazi lavorano nei territori e, più in generale, la capacità che l’insieme unitario di questi ha nell'incidere nella politica cittadina. In questi anni è sembrato delinearsi un rapporto inverso: più inutili divenivamo come sinistra antagonista, più posti occupati spuntavano come funghi nella metropoli desertificata e lasciata allo sbando. Chiarendo così che non sarà la moltiplicazione delle occupazioni a reintrodurre percorsi reali di partecipazione. Mai come in questo caso, meglio meno ma meglio. Ovviamente in questo caso ci riferiamo agli spazi sociali, non alle occupazioni abitative, che affrontano una situazione diversa. Ma questo, in fin dei conti, è l’aspetto secondario della questione.
L’aspetto principale risiede nella nostra capacità intesa unitariamente di incidere nella politica cittadina. Qualcuno oggi si lamenta della diversità politica delle anime che compongono il movimento residuale romano. Eppure, a ben vedere, non solo certe differenze sono sempre esistite, ma negli anni passati erano decisamente più profonde e radicali e a volte violente, ma questo non impediva un coordinamento su molte battaglie, coordinamento che infatti produceva un accumulo di forze nonostante le differenze politiche profondissime. Questo per alcune ragioni, la principale delle quali era l’assoluta consapevolezza di non essere autosufficienti per cambiare lo stato di cose presenti. Oggi al contrario lo spirito di autosufficienza si è impadronito dei ragionamenti collettivi. L’immediato smarcamento generale dalla manifestazione del 28 febbraio scorso è in tal senso paradigmatico. Di fronte alla più importante, riuscita e rilevante manifestazione romana da anni a questa parte, l’interesse trasversale continuava ad essere quello di rimarcare le differenze con chi era in piazza, facendo fallire un esperimento che invece aveva costruito un metodo di lavoro. Ognuno rimanendo con le proprie diversità, esistevano ed esistono dei terreni comuni su cui provare ad esercitare egemonia facendo politica, cioè liberandoci dal vertenzialismo parossistico in cui siamo finiti come movimenti. Per chi non se ne fosse accorto, la crisi economica cancella ogni possibilità di redistribuzione vertenziale dei redditi, ogni possibile riformismo. Senza possibilità di redistribuzione non c’è possibilità di costruire consenso e quindi legittimazione: viene disattivata in tal senso la possibilità stessa della mediazione politica, come infatti evidente dal progressivo e in apparenza inarrestabile processo di commissariamento della politica. Oggi lo scontro è direttamente politico, nel senso che il piano della lotta o si pone direttamente sul terreno dei rapporti politici, oppure è destinato a fallire o, nel migliore dei casi, a vivacchiare reiterando se stesso, come dimostra la parabola del sindacalismo confederale.
Per queste e altre ragioni, oggi piangersi addosso e gridare all’attacco repressivo contro i movimenti non ci porterà molto lontano nella strada per ricostituire un rapporto di forze credibile capace di impedire gli sgomberi. Non per questo ci sono soluzioni a portata di mano e attuabili nel breve periodo. Ma oggi la scommessa è quella di rappresentare un pezzo di società impoverita dalla crisi, ri-legittimandoci nella società, quella oggi sedotta dalle sirene di Salvini o del Movimento 5 Stelle, che resistono elettoralmente proprio perché capaci di rappresentare un punto di vista politico pur nella loro assenza sociale. Quale punto di vista politico esprimono i movimenti? Difficile capirlo.
Fonte
15/01/2016
La brutta aria di Roma. Vietato anche un corteo di maestre
A Roma tira una brutta aria, la tira da tempo ma tutti gli indicatori di "clima politico" – più che di quello meteorologico – evidenziano una coincidenza con il commissariamento e l'instaurazione del Prefetto Tronca al Campidoglio. L'ultima a farne le spese infatti è una manifestazione di quartiere, per protestare contro l’annunciata privatizzazione degli asili nido comunali, che era stata indetta dalle maestre e dalle educatrici dell’USB nella mattinata di sabato 16 gennaio in zona Prenestino, con partenza dai cancelli dell’asilo nido di via Covelli. Ma la Questura di Roma ha respinto la richiesta, sostenendo che nella stessa giornata è già prevista un’altra manifestazione, quella contro la guerra organizzata nel pomeriggio ed in tutt’altra zona (ossia la manifestazione No War a piazza Esquilino prevista per il pomeriggio). “Da alcuni mesi grava sulla città un diktat contro la libertà di manifestare che, a detta della Questura e della Prefettura, riguarda il centro storico della città ed i giorni dal lunedì al venerdì. Adesso scopriamo invece che hanno deciso di estendere i loro criteri arbitrari all’intero territorio cittadino e a tutti i giorni della settimana”, denuncia Guido Lutrario, della Federazione romana USB. Prosegue Lutrario: “Qualche settimana fa il Commissario Tronca ha pubblicato un documento, il DUP per il 2016/2018, nel quale detta il programma di governo della città per i prossimi anni, a prescindere da chi vincerà le elezioni comunali. Come dire, non importa cosa sceglieranno i romani, perché quello che si dovrà fare a Roma è già scritto e rigidamente vincolato”.
“In questo DUP c’è scritto per esempio che tutti gli asili nido andranno progressivamente privatizzati – sottolinea il rappresentante USB – e che le scuole materne passeranno allo Stato. In questo modo migliaia di precarie perderanno il posto. Ed ora si vieta alle maestre di manifestare per avvertire la popolazione della sciagura che si sta preparando sui servizi pubblici. E’ evidente che c’è una emergenza democratica nella nostra città e che la gestione commissariale di Roma sta cercando di soffocare le voci di protesta”.
“La lotta delle maestre naturalmente non si ferma. Cresce invece l’esigenza di costruire il collegamento tra tutte le realtà che stanno soffrendo questa involuzione della vita democratica e questo attacco senza precedenti alle nostre condizioni di vita. La difesa del servizio scolastico-educativo infatti si basa su ragioni analoghe a quelle dei lavoratori dei trasporti o delle persone sotto sfratto, o delle associazioni che vengono sgomberate. Costruire un grande movimento che fermi questa deriva autoritaria è la nostra priorità per i prossimi mesi”, sottolinea Lutrario.
Fonte
“In questo DUP c’è scritto per esempio che tutti gli asili nido andranno progressivamente privatizzati – sottolinea il rappresentante USB – e che le scuole materne passeranno allo Stato. In questo modo migliaia di precarie perderanno il posto. Ed ora si vieta alle maestre di manifestare per avvertire la popolazione della sciagura che si sta preparando sui servizi pubblici. E’ evidente che c’è una emergenza democratica nella nostra città e che la gestione commissariale di Roma sta cercando di soffocare le voci di protesta”.
“La lotta delle maestre naturalmente non si ferma. Cresce invece l’esigenza di costruire il collegamento tra tutte le realtà che stanno soffrendo questa involuzione della vita democratica e questo attacco senza precedenti alle nostre condizioni di vita. La difesa del servizio scolastico-educativo infatti si basa su ragioni analoghe a quelle dei lavoratori dei trasporti o delle persone sotto sfratto, o delle associazioni che vengono sgomberate. Costruire un grande movimento che fermi questa deriva autoritaria è la nostra priorità per i prossimi mesi”, sottolinea Lutrario.
Fonte
10/01/2016
Privatizzare i trasporti pubblici? L'esempio dell'Atac di Roma
Il prefetto-commissario di Roma, Tronca, tra le altre cose ha messo sul piatto la “revisione delle società partecipate”, in piena sintonia con il governo centrale e con la scusa di dover mettere a posto i conti.
Le “partecipate” sono una galassia molto disomogenea di società a controllo pubblico e bisognerebbe trattarle col bisturi, non con l'ascia. Si va infatti da piccoli e grandi carrozzoni clientelari che non fanno assolutamente nulla, sono praticamente senza dipendenti e servono solo a distribuire gettoni di presenza o premi al consiglio di amministrazione; fino ai servizi pubblici veri e propri, a partire dal trasporto locale.
Il sospetto è in questo caso una certezza: più che disboscare la selva delle società fasulle si sta cercando di privatizzare quelle che sono realmente utili solo se restano società pubbliche. Mantenendo l'esempio del trasporto locale, là dove privatizzazione c'è stata – a Roma gli autobus di periferia sono stati subappaltati alla Ronìma Tpl – i risultati sono stati tragici sia per gli utenti (meno linee e meno corse, autobus senza manutenzione, sporchi, ecc.) che per i lavoratori (stipendi bassissimi, pagati con mesi di ritardo, ecc.). Le società private, ovunque nel mondo, quando si trovano a gestire il trasporto pubblico fanno la stesa cosa: alzano i prezzi, riducono i servizi, privilegiano il centro storico (per i turisti), tagliano diritti e salari.
È nella natura stessa del trasporto locale, che non può rispettare le regole del profitto, così come non può farlo un servizio sanitario o un sistema di istruzione universali, a meno di non praticare prezzi da “servizi privati”. Per definizione, si tratta di servizi “antieconomici” se considerati a se stanti, assolutamente “produttivi” in una logica di sistema (gente più in salute, meglio istruita, con facilità di circolazione a basso costo, produce più ricchezza). Logico dunque che sia parzialmente a carico della fiscalità generale per garantire contemporaneamente efficienza e basso costo dei biglietti.
Certo, bisogna nominare degli amministratori onesti, non banditi "amici di...".
Ma ci sono i maneggioni che si rubano, tutto, si dice infatti. Certo! E sono gli stessi nominati da quanti, sul piano nazionale o locale, spingono per la privatizzazione. Non a caso.
Un esempio di questi giorni, ancora da Roma. L'Atac, azienda di trasporto pubblico locale, ha accumulato debiti quasi quanto Banca Etruria, grazie a trio di amministratori che hanno programmaticamente saccheggiato le risorse aziendali per riempirsi le tasche.
Lo denunciavano da tempo i lavoratori e uno dei pochi sindacati non complici dell'azienda (l'Usb, naturalmente). Inascoltati. Poi un'inchiesta partita per tutt'altri motivi è arrivata ad accertare che tra il 2007 e il 2010, l'amministratore delegato, il direttore generale e il sindaco dei revisori dei conti dell’Atac si sono messi in tasca oltre un milione di euro. Negli stessi anni – ha scoperto un'altra inchiesta giudiziaria – altri dirigenti centrali “clonavano” i biglietti e li mettevano in vendita privatamente, producendo così un doppio danno: da un lato dimezzavano le entrate dell'Atac, che andava accumulando debiti, dall'altra dimezzavano anche le linee e le corse dei mezzi pubblici. Perché dalle “vendite dei biglietti ufficili” risultava naturalmente un drastico calo dei “clienti”. Che intanto viaggiavano su mezzi sovraffollati e in diminuzione.
Nell'inchiesta arrivata al termine in questi giorni, invece, i pm Laura Condemi e Alberto Pioletti hanno inchiodato l'ex ad. Gioacchino Gabbuti, l’ex direttore generale Antonio Cassano e il sindaco revisore Mauro Anselmi.
Secondo l'accusa i tre «si appropriavano della somma di 1.062.000 euro stipulando contratti di affidamento di consulenza e disponendo ordini di acquisto per attività di mera facciata», grazie ai «ruoli effettivi, i poteri e le cariche rispettivamente rivestite all’interno» dell’Atac.
Particolarmente interessante il caso dell'amministratore delegato, Gabbuti, storico esponente del centrosinistra romano ma “salvaguardato” da Alemanno una volta eletto sindaco. Lui, in particolare, avrebbe affidato incarichi inventati, per oltre un milione e mezzo di euro, alla società Pragmata, ufficialmente basata a San Marino ma in realtà... di sua proprietà.
Tutto qui? Neanche per sogno. Siccome la società era basata all'estero, Gabbuti avrebbe trovato logico servirsi anche dello “scudo fiscale” per tornare legalmente in possesso, qui in Italia, delle somme illegalmente regalate a se stesso come “società” di comodo. E dire che il suo stipendio non era esattamente da povero travet: oltre 500mila euro l'anno, venticinque volte il salario di un autista immerso per 6 ore e 40 nel traffico di Roma, tra proteste dei passeggeri e litigi con gli automobilisti...
Quando vi dicono che “bisogna privatizzare i servizi pubblici, perché solo i privati li sanno rendere efficienti”, rispondete pure che era già stato fatto. E questi sono i risultati...
Fonte
Le “partecipate” sono una galassia molto disomogenea di società a controllo pubblico e bisognerebbe trattarle col bisturi, non con l'ascia. Si va infatti da piccoli e grandi carrozzoni clientelari che non fanno assolutamente nulla, sono praticamente senza dipendenti e servono solo a distribuire gettoni di presenza o premi al consiglio di amministrazione; fino ai servizi pubblici veri e propri, a partire dal trasporto locale.
Il sospetto è in questo caso una certezza: più che disboscare la selva delle società fasulle si sta cercando di privatizzare quelle che sono realmente utili solo se restano società pubbliche. Mantenendo l'esempio del trasporto locale, là dove privatizzazione c'è stata – a Roma gli autobus di periferia sono stati subappaltati alla Ronìma Tpl – i risultati sono stati tragici sia per gli utenti (meno linee e meno corse, autobus senza manutenzione, sporchi, ecc.) che per i lavoratori (stipendi bassissimi, pagati con mesi di ritardo, ecc.). Le società private, ovunque nel mondo, quando si trovano a gestire il trasporto pubblico fanno la stesa cosa: alzano i prezzi, riducono i servizi, privilegiano il centro storico (per i turisti), tagliano diritti e salari.
È nella natura stessa del trasporto locale, che non può rispettare le regole del profitto, così come non può farlo un servizio sanitario o un sistema di istruzione universali, a meno di non praticare prezzi da “servizi privati”. Per definizione, si tratta di servizi “antieconomici” se considerati a se stanti, assolutamente “produttivi” in una logica di sistema (gente più in salute, meglio istruita, con facilità di circolazione a basso costo, produce più ricchezza). Logico dunque che sia parzialmente a carico della fiscalità generale per garantire contemporaneamente efficienza e basso costo dei biglietti.
Certo, bisogna nominare degli amministratori onesti, non banditi "amici di...".
Ma ci sono i maneggioni che si rubano, tutto, si dice infatti. Certo! E sono gli stessi nominati da quanti, sul piano nazionale o locale, spingono per la privatizzazione. Non a caso.
Un esempio di questi giorni, ancora da Roma. L'Atac, azienda di trasporto pubblico locale, ha accumulato debiti quasi quanto Banca Etruria, grazie a trio di amministratori che hanno programmaticamente saccheggiato le risorse aziendali per riempirsi le tasche.
Lo denunciavano da tempo i lavoratori e uno dei pochi sindacati non complici dell'azienda (l'Usb, naturalmente). Inascoltati. Poi un'inchiesta partita per tutt'altri motivi è arrivata ad accertare che tra il 2007 e il 2010, l'amministratore delegato, il direttore generale e il sindaco dei revisori dei conti dell’Atac si sono messi in tasca oltre un milione di euro. Negli stessi anni – ha scoperto un'altra inchiesta giudiziaria – altri dirigenti centrali “clonavano” i biglietti e li mettevano in vendita privatamente, producendo così un doppio danno: da un lato dimezzavano le entrate dell'Atac, che andava accumulando debiti, dall'altra dimezzavano anche le linee e le corse dei mezzi pubblici. Perché dalle “vendite dei biglietti ufficili” risultava naturalmente un drastico calo dei “clienti”. Che intanto viaggiavano su mezzi sovraffollati e in diminuzione.
Nell'inchiesta arrivata al termine in questi giorni, invece, i pm Laura Condemi e Alberto Pioletti hanno inchiodato l'ex ad. Gioacchino Gabbuti, l’ex direttore generale Antonio Cassano e il sindaco revisore Mauro Anselmi.
Secondo l'accusa i tre «si appropriavano della somma di 1.062.000 euro stipulando contratti di affidamento di consulenza e disponendo ordini di acquisto per attività di mera facciata», grazie ai «ruoli effettivi, i poteri e le cariche rispettivamente rivestite all’interno» dell’Atac.
Particolarmente interessante il caso dell'amministratore delegato, Gabbuti, storico esponente del centrosinistra romano ma “salvaguardato” da Alemanno una volta eletto sindaco. Lui, in particolare, avrebbe affidato incarichi inventati, per oltre un milione e mezzo di euro, alla società Pragmata, ufficialmente basata a San Marino ma in realtà... di sua proprietà.
Tutto qui? Neanche per sogno. Siccome la società era basata all'estero, Gabbuti avrebbe trovato logico servirsi anche dello “scudo fiscale” per tornare legalmente in possesso, qui in Italia, delle somme illegalmente regalate a se stesso come “società” di comodo. E dire che il suo stipendio non era esattamente da povero travet: oltre 500mila euro l'anno, venticinque volte il salario di un autista immerso per 6 ore e 40 nel traffico di Roma, tra proteste dei passeggeri e litigi con gli automobilisti...
Quando vi dicono che “bisogna privatizzare i servizi pubblici, perché solo i privati li sanno rendere efficienti”, rispondete pure che era già stato fatto. E questi sono i risultati...
Fonte
09/01/2016
La svendita della città nelle linee guida del Commissario Tronca
Da qualche giorno è possibile consultare l’interessante documento
redatto dal Commissario Tronca (il Dup – Documento Unico di
Programmazione, qui e qui). Un faldone monstre,
quasi ottocento pagine di dati e indicazioni puntigliose, che delineano
il percorso politico che dovrà affrontare il Comune di Roma a prescindere da
chi vincerà le elezioni di giugno. Il documento programma infatti
l’attività del Comune per il triennio 2016-2018. La vicenda riassume
egregiamente il significato del commissariamento della politica in atto
da diversi anni a questa parte, i rapporti di forza in campo, i ruoli
dirigenti, nonché definisce una “visione del mondo”, quella imposta
dall’Unione Europea e a cascata da tutte le istituzioni preposte alla
sua esecuzione. Un capolavoro: in anni di riflessioni e analisi contro
le politiche neoliberiste della Ue non avevamo mai raggiunto tale
capacità di smascheramento.
Il documento si presenta come concretizzazione particolare e cittadina del Fiscal compact europeo, cioè dell’accordo che stabilisce le “regole d’oro” deliberate in sede Ue e vincolanti ogni governo nazionale. A prescindere da chi sarà chiamato a governare (in questo caso la città di Roma), vige un programma politico-economico già definito. Non a caso, il Dup in questione si presenta come “allegato n.4 del D.LGS. del 23/06/2011”, cioè rimanda ad una legge nazionale che a sua volta costituisce il rimando ad una normativa europea, e tutta la catena risulta vincolante e non emendabile dalle forze politiche vincitrici le elezioni.
Il documento sviscera le modalità con cui fare fronte all’obiettivo principale per cui è stato redatto: riportare il bilancio comunale in parità adeguandosi alle normative sul pareggio di bilancio recepite in Costituzione con l’articolo 81 (a cui si fa riferimento a pagina 73). In particolare, afferma che nel triennio 2016-2018 il Comune dovrà recuperare strutturalmente 440 milioni di euro (pag.18). Come avverrà questo rientro? Le ottocento pagine del documento impongono modalità precise e non derogabili. Oltre a procedere alla dismissione del patrimonio immobiliare (pag. 15), il programma prevede un vasto piano di privatizzazione dell’economia ancora controllata dal Comune di Roma. Riguardo al trasporto locale, si impone la cancellazione delle linee Atac scarsamente frequentate, che poi consistono in quelle linee di trasporto pubblico presenti in periferia ancora gestite da Atac e ancora non privatizzate come è avvenuto con la dismissione a favore della Tpl per intere zone di Roma (pag. 56 e anche 151 e seguenti). Per quanto riguarda la raccolta rifiuti e la pulizia di strade e aree verdi, si consiglia la progressiva privatizzazione e liberalizzazione dei servizi Ama, in particolare procedendo all’esternalizzazione del 20% dei dipendenti ancora legati all’azienda pubblica Ama. Si passa poi alla gestione degli asili nido, questione questa che ha acceso la mobilitazione del sindacalismo confederale e addirittura di pezzi del Pd, in quanto impone la privatizzazione degli asili comunali (pag. 59 e seguenti) per fare fronte alla perenne richiesta inevasa di posti in asilo (privatizzazione che avverrebbe dopo che nel precedente biennio i costi delle rette sono aumentati di circa il 50% a seguito del nuovo modello Isee). In riferimento alla gestione e conservazione del patrimonio artistico cittadino, si ipotizza la concessione ai privati di diversi monumenti storici (peraltro scrupolosamente indicati nel testo). Rispetto all’emergenza abitativa, si prevede la chiusura dei Centri per l’assistenza alloggiativa sostituiti dal cd “buono casa”, cioè dall’erogazione una tantum di un contributo all’affitto per le famiglie sfrattate, che saranno costrette a riaffidarsi al mercato privato degli affitti nonostante una volta prese in consegna dal Comune, che ne ha certificato lo stato di debolezza sociale, avevano garantito per delibera comunale il passaggio ad alloggio Erp, cioè alla casa popolare.
Nel documento paradossalmente si certifica anche la perenne carenza d’organico comunale a tutti i livelli, che rappresenta il vero motivo della mala gestione dei servizi pubblici comunali: i dipendenti pubblici del Comune di Roma, specularmente ai dipendenti della Pubblica Amministrazione del suo complesso, sono inferiori alle esigenze, e gli enti pubblici sono strutturalmente sotto organico. Dai posti dirigenziali agli impiegati, il Commissario Tronca traccia un bilancio degli organici comunali da cui mancherebbero strutturalmente almeno 8.000 dipendenti (pag. 184-185). Nonostante ciò, ricordando il vincolo alla stabilità sopra descritto, ricordando anche l’articolo 81 della Costituzione nonché la mission dell’opera di Tronca di cui tale documento rappresenta la sublimazione, poco più avanti si impongono tagli di spesa al personale per 57 milioni l’anno (pag. 188). Un vero e proprio passaggio non sense, in cui nel giro di tre pagine viene descritto il Comune come permanentemente sotto organico procedendo perciò ad ulteriori tagli al personale. Un capolavoro, vi avevamo avvertiti.
Un documento di tale fatta dovrebbe incutere paura. Perché prevede un piano privatizzante che farebbe impallidire gli anni ruggenti del tatcherismo; perché delinea un programma triennale nonostante a giugno, formalmente, il Commissario Tronca decadrà dalla sua carica; perché tale piano è predisposto da un Commissario non votato da nessuno, senza alcun appoggio politico che non sia la nomina per decreto da parte del governo, senza averlo mediato o articolato con alcuna parte politica o sociale; infine, perché non si redige in due mesi di attività un piano dettagliato di ottocento pagine: il piano era già in preparazione da tempo e si è attesi la rimozione di Marino per pubblicarlo. Eppure, nonostante l’eccezionalità della vicenda, è l’assuefazione a farla da padrona, come se, in fondo, ormai questo prevede la scena della politica, quella di un commissariamento permanente da cui sembra impossibile liberarsi. Di certo certifica il livello raggiunto nei rapporti di forza politici, completamente smantellati, e in cui le forze economiche del capitale gestiscono direttamente il governo dei territori e delle popolazioni.
Fonte
Il documento si presenta come concretizzazione particolare e cittadina del Fiscal compact europeo, cioè dell’accordo che stabilisce le “regole d’oro” deliberate in sede Ue e vincolanti ogni governo nazionale. A prescindere da chi sarà chiamato a governare (in questo caso la città di Roma), vige un programma politico-economico già definito. Non a caso, il Dup in questione si presenta come “allegato n.4 del D.LGS. del 23/06/2011”, cioè rimanda ad una legge nazionale che a sua volta costituisce il rimando ad una normativa europea, e tutta la catena risulta vincolante e non emendabile dalle forze politiche vincitrici le elezioni.
Il documento sviscera le modalità con cui fare fronte all’obiettivo principale per cui è stato redatto: riportare il bilancio comunale in parità adeguandosi alle normative sul pareggio di bilancio recepite in Costituzione con l’articolo 81 (a cui si fa riferimento a pagina 73). In particolare, afferma che nel triennio 2016-2018 il Comune dovrà recuperare strutturalmente 440 milioni di euro (pag.18). Come avverrà questo rientro? Le ottocento pagine del documento impongono modalità precise e non derogabili. Oltre a procedere alla dismissione del patrimonio immobiliare (pag. 15), il programma prevede un vasto piano di privatizzazione dell’economia ancora controllata dal Comune di Roma. Riguardo al trasporto locale, si impone la cancellazione delle linee Atac scarsamente frequentate, che poi consistono in quelle linee di trasporto pubblico presenti in periferia ancora gestite da Atac e ancora non privatizzate come è avvenuto con la dismissione a favore della Tpl per intere zone di Roma (pag. 56 e anche 151 e seguenti). Per quanto riguarda la raccolta rifiuti e la pulizia di strade e aree verdi, si consiglia la progressiva privatizzazione e liberalizzazione dei servizi Ama, in particolare procedendo all’esternalizzazione del 20% dei dipendenti ancora legati all’azienda pubblica Ama. Si passa poi alla gestione degli asili nido, questione questa che ha acceso la mobilitazione del sindacalismo confederale e addirittura di pezzi del Pd, in quanto impone la privatizzazione degli asili comunali (pag. 59 e seguenti) per fare fronte alla perenne richiesta inevasa di posti in asilo (privatizzazione che avverrebbe dopo che nel precedente biennio i costi delle rette sono aumentati di circa il 50% a seguito del nuovo modello Isee). In riferimento alla gestione e conservazione del patrimonio artistico cittadino, si ipotizza la concessione ai privati di diversi monumenti storici (peraltro scrupolosamente indicati nel testo). Rispetto all’emergenza abitativa, si prevede la chiusura dei Centri per l’assistenza alloggiativa sostituiti dal cd “buono casa”, cioè dall’erogazione una tantum di un contributo all’affitto per le famiglie sfrattate, che saranno costrette a riaffidarsi al mercato privato degli affitti nonostante una volta prese in consegna dal Comune, che ne ha certificato lo stato di debolezza sociale, avevano garantito per delibera comunale il passaggio ad alloggio Erp, cioè alla casa popolare.
Nel documento paradossalmente si certifica anche la perenne carenza d’organico comunale a tutti i livelli, che rappresenta il vero motivo della mala gestione dei servizi pubblici comunali: i dipendenti pubblici del Comune di Roma, specularmente ai dipendenti della Pubblica Amministrazione del suo complesso, sono inferiori alle esigenze, e gli enti pubblici sono strutturalmente sotto organico. Dai posti dirigenziali agli impiegati, il Commissario Tronca traccia un bilancio degli organici comunali da cui mancherebbero strutturalmente almeno 8.000 dipendenti (pag. 184-185). Nonostante ciò, ricordando il vincolo alla stabilità sopra descritto, ricordando anche l’articolo 81 della Costituzione nonché la mission dell’opera di Tronca di cui tale documento rappresenta la sublimazione, poco più avanti si impongono tagli di spesa al personale per 57 milioni l’anno (pag. 188). Un vero e proprio passaggio non sense, in cui nel giro di tre pagine viene descritto il Comune come permanentemente sotto organico procedendo perciò ad ulteriori tagli al personale. Un capolavoro, vi avevamo avvertiti.
Un documento di tale fatta dovrebbe incutere paura. Perché prevede un piano privatizzante che farebbe impallidire gli anni ruggenti del tatcherismo; perché delinea un programma triennale nonostante a giugno, formalmente, il Commissario Tronca decadrà dalla sua carica; perché tale piano è predisposto da un Commissario non votato da nessuno, senza alcun appoggio politico che non sia la nomina per decreto da parte del governo, senza averlo mediato o articolato con alcuna parte politica o sociale; infine, perché non si redige in due mesi di attività un piano dettagliato di ottocento pagine: il piano era già in preparazione da tempo e si è attesi la rimozione di Marino per pubblicarlo. Eppure, nonostante l’eccezionalità della vicenda, è l’assuefazione a farla da padrona, come se, in fondo, ormai questo prevede la scena della politica, quella di un commissariamento permanente da cui sembra impossibile liberarsi. Di certo certifica il livello raggiunto nei rapporti di forza politici, completamente smantellati, e in cui le forze economiche del capitale gestiscono direttamente il governo dei territori e delle popolazioni.
Fonte
11/12/2015
Roma. Giubileo: si mandano a casa i lavoratori, arrivano i volontari (a gratis)
Via i lavoratori, dentro i volontari che lavorano gratuitamente. Il modello Expo si sta imponendo anche a Roma nella gestione dei servizi turistici per il Giubileo. E la coincidenza tra quanto sta accadendo con l'affidamento del Campidoglio commissariato all'ex Prefetto di Milano Tronca non riesce ad apparire del tutto casuale.
Questa mattina infatti a Roma si è svolto l'incontro tra una delegazione di promoters turistici organizzati con l'Unione Sindacale di Base e la dott.ssa Rossella Matarazzo vice Capo di Gabinetto del Commissario Straordinario, l'ex prefetto Tronca. I lavoratori, interdetti dall'attività di promozione di tour turistici da ben due ordinanze del Commissario Tronca, dopo aver esposto le conseguenti gravi difficoltà in cui ora versano centinaia di famiglie hanno richiesto alla Dott.ssa Matarazzo un intervento urgente volto al ripristino immediato dell'attività lavorativa. "Questa vicenda sta facendo emergere aspetti rilevanti”, osserva Fabiola Bravi dell'Unione Sindacale di Base. “Sarà forse una semplice coincidenza, ma dopo aver emanato lo scorso 25 novembre la prima ordinanza che mette fuori gioco i promoters turistici, a distanza di soli cinque giorni il Commissario Tronca ha pubblicato ben tre bandi per il reclutamento di 100 volontari da impiegare nei poli turistici con maggiore affluenza di pellegrini.
Alquanto paradossale che tra gli obiettivi che i volontari reclutati dovranno raggiungere vi sia "l'apprendimento delle capacità progettuali, organizzative e gestionali del lavoro di gruppo finalizzato alla promozione culturale del patrimonio archeologico e storico-artistico". "Così, con due ordinanze, Tronca stronca centinaia di posti di lavoro e contemporaneamente apre nello stesso ambito le porte al lavoro gratuito – denuncia la sindacalista USB – offrendo formazione on the job sebbene abbia a disposizione figure professionali già altamente qualificate e formate a svolgere le stesse attività". “Non vorremmo che migliaia di lavoratori divengano le vittime sacrificali di uno spostamento delle attività di promozione turistico-culturale durante il Giubileo in forma esclusiva e preferenziale alle agenzie gestite dal Vaticano e all'Amministrazione Capitolina. Anche per questo, unitamente al prossimo incontro che la Vice Capo di Gabinetto Matarazzo si è impegnata a convocare, solleciteremo anche l’intervento della Regione Lazio”, sottolinea Fabiola Bravi.
Fonte
Questa mattina infatti a Roma si è svolto l'incontro tra una delegazione di promoters turistici organizzati con l'Unione Sindacale di Base e la dott.ssa Rossella Matarazzo vice Capo di Gabinetto del Commissario Straordinario, l'ex prefetto Tronca. I lavoratori, interdetti dall'attività di promozione di tour turistici da ben due ordinanze del Commissario Tronca, dopo aver esposto le conseguenti gravi difficoltà in cui ora versano centinaia di famiglie hanno richiesto alla Dott.ssa Matarazzo un intervento urgente volto al ripristino immediato dell'attività lavorativa. "Questa vicenda sta facendo emergere aspetti rilevanti”, osserva Fabiola Bravi dell'Unione Sindacale di Base. “Sarà forse una semplice coincidenza, ma dopo aver emanato lo scorso 25 novembre la prima ordinanza che mette fuori gioco i promoters turistici, a distanza di soli cinque giorni il Commissario Tronca ha pubblicato ben tre bandi per il reclutamento di 100 volontari da impiegare nei poli turistici con maggiore affluenza di pellegrini.
Alquanto paradossale che tra gli obiettivi che i volontari reclutati dovranno raggiungere vi sia "l'apprendimento delle capacità progettuali, organizzative e gestionali del lavoro di gruppo finalizzato alla promozione culturale del patrimonio archeologico e storico-artistico". "Così, con due ordinanze, Tronca stronca centinaia di posti di lavoro e contemporaneamente apre nello stesso ambito le porte al lavoro gratuito – denuncia la sindacalista USB – offrendo formazione on the job sebbene abbia a disposizione figure professionali già altamente qualificate e formate a svolgere le stesse attività". “Non vorremmo che migliaia di lavoratori divengano le vittime sacrificali di uno spostamento delle attività di promozione turistico-culturale durante il Giubileo in forma esclusiva e preferenziale alle agenzie gestite dal Vaticano e all'Amministrazione Capitolina. Anche per questo, unitamente al prossimo incontro che la Vice Capo di Gabinetto Matarazzo si è impegnata a convocare, solleciteremo anche l’intervento della Regione Lazio”, sottolinea Fabiola Bravi.
Fonte
05/11/2015
Squadra di polizia per Roma Capitale
Uno scenario impressionante, da terzo mondo di una volta o da fascismo imperante. Con un tocco di fiction televisiva, vien da aggiungere, perché nominare cinque viceprefetti come "subcommissari" per Roma Capitale suscita immediatamente l'immagine della "squadra di polizia". E non manca neppure un briciolo di ironia della cronaca, perché il grado di viceprefetto è qualche gradino superiore a quello di commissario (in mezzo ci sono vicequestori e questori), e sembra un gioco di ruolo che siano ora diventati "subcommissari".
Francesco Paolo Tronca, fresco ex prefetto di Milano, che a Roma si era fatto notare per la guida dei Vigile del Fuoco e l'auto di servizio concessa al figlio per andare allo stadio (la responsabilità è stata poi scaricata su un funzionario, come si usa in questi casi), ha dato spazio a un solo tecnico non poliziotto: Pasqualino Castaldi, dirigente di prima fascia della Ragioneria Genrale dello stato, con l'ovvia delega a curare il non brillante bilancio del Comune di Roma.
Gli altri sono tutti funzionari di polizia di assoluta fiducia del neocommissario.
Ugo Taucer, per esempio, capo di gabinetto con lo stesso Tronca a Milano, fino al 31 ottobre, data di chiusura dell'Expo. Anche Iolanda Rolli, viceprefetto, ha ricoperto fino ad oggi lo stesso incarico, ma presso il Dipartimento dei Vigili del Fuoco. Livio Panini D'Alba, ha invece appena lasciato l'"incarico speciale presso la Prefettura di Milano per Expo 2015", a conferma di una squadra fatta a misura di commissariato. Clara Vaccaro, anche lei viceprefetto, è stata invece fin qui vicario della Prefettura di Roma, con Gabrielli. Infine Giuseppe Castaldo, che era stato invece commissario di Reggio Calabria dopo lo scioglimento del Comune per mafia.
Dire che si tratta di un team inquietante, per nulla da dream, è dire poco. Mettere la polizia – una mentalità, un metodo di lavoro, anche a prescindere dalle doti personali dei prescelti – a capo della Capitale di un paese avanzato è qualcosa di più di un segno dei tempi. E' uno stile di governo.
La città e le sue articolazioni sociali vengono considerate un intralcio al disbrigo dell'amministrazione corrente. Gli unici ad avere udienza saranno i potentati locali, interessati alla continuazione degli affari attualmente in corso, e il Vaticano, per ovvi motivi territoriali e giubilari.
Dunque un'amministrazione che si annuncia aperta con il business e occhiuta con tutti coloro che per i motivi più vari – dai lavoratori dipendenti dal Comune o dalle municipalizzate fino alle soggettività sociali più diverse che animano conflittualmente una metropoli di oltre tre milioni di abitanti – saranno considerati un intralcio. All'amministrazione e al business.
E' una verticalizzazione del potere – i prefetti rispondono al governo, quindi a palazzo Chigi – di cui bisognerà tenere adeguato conto, nei prossimi mesi. Guai a chi si muove come se le cose fossero sempre uguali...
Fonte
Francesco Paolo Tronca, fresco ex prefetto di Milano, che a Roma si era fatto notare per la guida dei Vigile del Fuoco e l'auto di servizio concessa al figlio per andare allo stadio (la responsabilità è stata poi scaricata su un funzionario, come si usa in questi casi), ha dato spazio a un solo tecnico non poliziotto: Pasqualino Castaldi, dirigente di prima fascia della Ragioneria Genrale dello stato, con l'ovvia delega a curare il non brillante bilancio del Comune di Roma.
Gli altri sono tutti funzionari di polizia di assoluta fiducia del neocommissario.
Ugo Taucer, per esempio, capo di gabinetto con lo stesso Tronca a Milano, fino al 31 ottobre, data di chiusura dell'Expo. Anche Iolanda Rolli, viceprefetto, ha ricoperto fino ad oggi lo stesso incarico, ma presso il Dipartimento dei Vigili del Fuoco. Livio Panini D'Alba, ha invece appena lasciato l'"incarico speciale presso la Prefettura di Milano per Expo 2015", a conferma di una squadra fatta a misura di commissariato. Clara Vaccaro, anche lei viceprefetto, è stata invece fin qui vicario della Prefettura di Roma, con Gabrielli. Infine Giuseppe Castaldo, che era stato invece commissario di Reggio Calabria dopo lo scioglimento del Comune per mafia.
Dire che si tratta di un team inquietante, per nulla da dream, è dire poco. Mettere la polizia – una mentalità, un metodo di lavoro, anche a prescindere dalle doti personali dei prescelti – a capo della Capitale di un paese avanzato è qualcosa di più di un segno dei tempi. E' uno stile di governo.
La città e le sue articolazioni sociali vengono considerate un intralcio al disbrigo dell'amministrazione corrente. Gli unici ad avere udienza saranno i potentati locali, interessati alla continuazione degli affari attualmente in corso, e il Vaticano, per ovvi motivi territoriali e giubilari.
Dunque un'amministrazione che si annuncia aperta con il business e occhiuta con tutti coloro che per i motivi più vari – dai lavoratori dipendenti dal Comune o dalle municipalizzate fino alle soggettività sociali più diverse che animano conflittualmente una metropoli di oltre tre milioni di abitanti – saranno considerati un intralcio. All'amministrazione e al business.
E' una verticalizzazione del potere – i prefetti rispondono al governo, quindi a palazzo Chigi – di cui bisognerà tenere adeguato conto, nei prossimi mesi. Guai a chi si muove come se le cose fossero sempre uguali...
Fonte
03/11/2015
Roma - Pieni poteri e tanta retribuzione per il “Commissario” Tronca
Le forme sono salve, lo prevedono le leggi esistenti. Ma suscita una doverosa preoccupazione il mix di pieni poteri e alta retribuzione di cui potrà disporre l’ex Prefetto di Milano, Tronca, per gestire come commissario governativo la Capitale dopo il dimissionamento di Marino.
Un articolo del decreto di nomina che il presidente della Repubblica si appresta a firmare, prevede che a Tronca saranno conferiti "i poteri spettanti al consiglio comunale, alla giunta ed al sindaco". In secondo luogo, mentre resta ancora secretata dal governo la lista dei 101 dirigenti e funzionari dell’apparato comunale coinvolti più o meno pesantemente con le connessioni di Mafia Capitale, per evitare che la macchina amministrativa del Campidoglio possa incepparsi, i primi provvedimenti che il commissario prefettizio Tronca sta firmando, sono proprio quelli di proroga dei contratti a termine dei dirigenti comunali. Si tratta di figure apicali dell’amministrazione comunale, previste dall'articolo 110 del Testo unico degli enti locali (Tuel), decadute con il dimissionamento di Marino. Il Tuel non pone nessun limite d'azione a quello che oggi è il Commissario prefettizio della capitale e che, al termine di un veloce iter, diventerà con un dpr - su proposta del ministro dell'Interno - il Commissario straordinario del Campidoglio.
Tronca avrà il compito di amministrare il Comune di Roma fino all'elezione del nuovo consiglio e del nuovo sindaco, elezioni che il Tuel individua nella prima tornata elettorale utile". In questa fase eserciterà tutti i poteri degli organi del Comune: sindaco, giunta e consiglio. Potrà compiere qualunque atto, sia di ordinaria che di straordinaria amministrazione compresa la sostituzione dei membri di un consiglio di amministrazione di un'azienda speciale. Tronca potrà indicare i componenti del suo gabinetto, così come prevede l'articolo 90 del Tuel, ossia collaboratori con contratto a tempo determinato, legato alla durata del mandato del commissario. La retribuzione di Tronca sarà di seimila euro lordi al mese, aggiuntivi alla retribuzione già percepita. L'indennità aggiuntiva di 6 mila euro lordi è indicata dalla tabella A della circolare 12356 del 2 settembre 2013 del ministero dell'Interno. I sub commissari nominati da Tronca percepiranno invece poco più della metà dell'indennità prevista per il Commissario.
Sistemati i primi adempimenti, sull’azione del Commissario Tronca incombono scadenze pesanti, a cominciare dai bandi per l'affidamento dei lavori del Giubileo (sui quali ci sono stati già tre arresti), mentre la scadenza per l'approvazione del bilancio di previsione da dicembre è stata prorogata a fine marzo.
Fonte
Se non è oligarchia questa...
Un articolo del decreto di nomina che il presidente della Repubblica si appresta a firmare, prevede che a Tronca saranno conferiti "i poteri spettanti al consiglio comunale, alla giunta ed al sindaco". In secondo luogo, mentre resta ancora secretata dal governo la lista dei 101 dirigenti e funzionari dell’apparato comunale coinvolti più o meno pesantemente con le connessioni di Mafia Capitale, per evitare che la macchina amministrativa del Campidoglio possa incepparsi, i primi provvedimenti che il commissario prefettizio Tronca sta firmando, sono proprio quelli di proroga dei contratti a termine dei dirigenti comunali. Si tratta di figure apicali dell’amministrazione comunale, previste dall'articolo 110 del Testo unico degli enti locali (Tuel), decadute con il dimissionamento di Marino. Il Tuel non pone nessun limite d'azione a quello che oggi è il Commissario prefettizio della capitale e che, al termine di un veloce iter, diventerà con un dpr - su proposta del ministro dell'Interno - il Commissario straordinario del Campidoglio.
Tronca avrà il compito di amministrare il Comune di Roma fino all'elezione del nuovo consiglio e del nuovo sindaco, elezioni che il Tuel individua nella prima tornata elettorale utile". In questa fase eserciterà tutti i poteri degli organi del Comune: sindaco, giunta e consiglio. Potrà compiere qualunque atto, sia di ordinaria che di straordinaria amministrazione compresa la sostituzione dei membri di un consiglio di amministrazione di un'azienda speciale. Tronca potrà indicare i componenti del suo gabinetto, così come prevede l'articolo 90 del Tuel, ossia collaboratori con contratto a tempo determinato, legato alla durata del mandato del commissario. La retribuzione di Tronca sarà di seimila euro lordi al mese, aggiuntivi alla retribuzione già percepita. L'indennità aggiuntiva di 6 mila euro lordi è indicata dalla tabella A della circolare 12356 del 2 settembre 2013 del ministero dell'Interno. I sub commissari nominati da Tronca percepiranno invece poco più della metà dell'indennità prevista per il Commissario.
Sistemati i primi adempimenti, sull’azione del Commissario Tronca incombono scadenze pesanti, a cominciare dai bandi per l'affidamento dei lavori del Giubileo (sui quali ci sono stati già tre arresti), mentre la scadenza per l'approvazione del bilancio di previsione da dicembre è stata prorogata a fine marzo.
Fonte
Se non è oligarchia questa...
01/11/2015
I prefetti commissariano Roma, in attesa di spostare la capitale a Milano
Il prefetto commissario nomina un prefetto commissario. È la via della cooptazione interna alle strutture di polizia (i prefetti sono funzionari alle dirette dipendenze del ministero dell'interno, dunque del governo) per amministrare i territori.
Francesco Paolo Tronca, prefetto di Milano, è stato nominato commissario straordinario al Comune di Roma dopo la decadenza di Ignazio Marino. L'ha “scelto” Franco Gabrielli, prefetto di Roma e già di suo nominato commissario straordinario per il giubileo, poliziotto asceso fino ai vertici del Sisde (il servizio segreto interno) e poi riutilizzato per dare una verniciata di legalità alla Protezione civile post-Bertolaso.
Tronca, palermitano di 63 anni, ha ovviamente accettato dichiarando: "Affronterò il nuovo incarico con il medesimo impegno con cui ho affrontato, in questi 2 anni, il semestre europeo, il vertice Asem e la preparazione e la gestione di Expo". Di lui si sa con certezza che non ama gli scioperi e le manifestazioni, si oppone a qualsiasi diritto alla casa e non disdegna l'uso familiare delle auto di servizio.
Del resto Matteo Renzi l'aveva promesso: "Faremo di tutto per fare del Giubileo con Roma ciò che è stato l'Expo per Milano". Quindi i giovani romani si dovranno preparare al lavoro “volontario” non retribuito, oppure a contratti-capestro da cui saranno comunque esclusi tutti coloro che il ministero dell'interno considera “inaffidabili” per aver espresso – magari su feisbuk – critiche al governo...
Il prefetto sarà circondato da quello che solo la propaganda governativa può considerare un dream team. I nomi che si fanno sono infatti quelli di Alfonso Sabella, il presidente del Coni Giovanni Malagò e all'ex direttore generale costruzioni per l'Expo, Marco Rettighieri.
Del primo, magistrato in aspettativa, si ricorderà per sempre la brillantissima prestazione come capo del servizio ispettivo del Dap (Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria), per conto del del Ministero della giustizia, nominato responsabile delle carceri provvisorie di Bolzaneto e San Giuliano durante il G8 di Genova 2001. Fu così attento alla “difesa della legalità” (Marino gli aveva dato per l'appunto un assessorato apposito) da non riuscire proprio a vedere due giorni di torture di massa su decine di manifestanti “tradotti” nelle due strutture sottoposte al suo “responsabile controllo”.
Malagò, invece, attuale presidente del Coni, resterà nella leggenda per l'organizzazione dei campionati mondiali di nuoto del 2009. Qualsiasi automobilista prenda l'autostrada per Napoli partendo dal Gra di Roma potrà così ammirare la “grande vela” di cemento armato che avrebbe dovuto contenere la piscina principale, “purtroppo” mai completata e quindi lasciata marcire in attesa di nuovi progetti speculativi nell'area di Tor Vergata.
Marco Rettighieri, infine, è conosciuto come “l'uomo della Tav”. È stato infatti direttore operativo di Italferr e in precedenza aveva seguito i lavori della Tav per Lyon Turin Ferroviaire (Ltf), la società responsabile della parte internazionale della nuova ferrovia Torino-Lione.
La “politica” esce dunque di scena nella gestione-amministrazione della capitale. Al suo posto un grumo di poliziotti, magistrati, costruttori di infrastrutture (quasi sempre) inutili ma costose (per la collettività), “referenti professionali” della speculazione edilizia.
A noi non resta che segnalare ai nostri lettori come anche questo sia un passo avanti molto deciso verso la “prefettizzazione” dell'amministrazione pubblica. O, se il termine vi risulta poco chiaro, nella sua militarizzazione. Il controllo militar-poliziesco a supporto del business peggiore, quello che ha progressivamente affondato il paese negli ultimi 40 anni.
L'altro elemento che a questo punto comincia a farsi evidente è un'ipotesi che nessuno aveva fin qui preso in considerazione. In un paese il cui lo smantellamento industriale procede a passo di carica in nome della “competitività” (non vi sembra singolare che da quando le imprese hanno vinto la battaglia contro i lavoratori sia cominciata anche la vendita o la chiusura degli impianti?), in cui la Capitale sembra destinata a essere trasformata in una disneyland archeologico-museale subappaltata ad imprenditori-mecenati (che, come per il Colosseo, si approprieranno della vendita dei biglietti), in cui le decisioni di politica economica e fiscale sono state ormai delegate ad una Unione Europea “a trazione tedesca”, ecc. che senso ha mantenere a Roma l'apparato centrale dell'ex Stato?
A pensarci meglio, le parole scomposte di Raffaele Cantone a proposito di “anticorpi” e “moralità” restituiscono probabilmente discorsi ascoltati tra Palazzo Chigi e le assemblee di Confindustria, ed anche a margine di qualche coordinamento “europeo”.
Intanto si fanno calare su Roma dream team esogeni incaricati di ristrutturare la catena degli interessi “legittimati” a fare business (non ne soffriranno, certamente, palazzinari e cementificatori, oltre ad impresari e albergatori, persino fai-da-te; tantomeno il Vaticano – proprietario di un quarto degli immobili dentro il Raccordo Anulare), rigettando magari ai margini o negli interstizi del “mondo di mezzo” che si era “montato la testa”.
Poi, con calma, si procederà a spostare a Milano anche l'amministrazione centrale residua, quella minima indispensabile a far funzionare una macchina dai compiti ridotti all'osso. In fondo, è da lì che si controllano meglio le filiere e i flussi di capitali “a trazione europea”.
Come dite? Ma allora che ne resta della democrazia, dei diritti e dell'autogoverno dei territori? Niente, naturalmente.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)