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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/04/2018

G8. Prefetto Gabrielli, e se il PM Zucca avesse ragione?


Sei milioni di euro. Questa è la cifra che dovranno restituire allo Stato 28 persone tra personale medico ed appartenenti a polizia, carabinieri e polizia penitenziaria. Motivo? Il danno di natura economica provocato dai risarcimenti pagati a chi fu sottoposto ad abusi nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001.

E’ quanto stabilito qualche giorno fa dalla Corte dei Conti di Genova rispetto ad una serie di soggetti che – a vario titolo – furono responsabili di quanto avvenne in quell’ormai ben nota estate.

Ed è andata persino bene, ai condannati: la procura aveva chiesto infatti 7 milioni di euro come ristoro per i risarcimenti, ed altri 5 milioni per danno di immagine.

Tra i 28 coinvolti nel procedimento c’è Alfonso Sabella, che nei giorni del G8 era a capo dell’Ispettorato del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap). Lo ricordiamo anche come “assessore alla legalità” del Comune di Roma durante l’ultima fase dell’Amministrazione Marino, ma negli anni sono diversi gli incarichi anche importanti ricoperti dal magistrato siciliano.

In realtà la posizione di Sabella era stata archiviata in precedenza: ma per i giudici della Corte dei Conti il suo ruolo era tale da doversi assumere la responsabilità di controllare che non avvenisse quello che poi è avvenuto.

Identica motivazione per la condanna del generale Oronzo Doria, anche lui archiviato ai tempi e riesumato in questo procedimento per la posizione apicale e per il conseguente “omesso controllo”.

La notizia, uscita su diversi quotidiani la settimana scorsa, ci ha portato immediatamente a pensare ad un altro avvenimento, anche questo recente: il “botta e risposta” tra il pm Enrico Zucca ed il capo della Polizia Franco Gabrielli.

Partiamo dalle dichiarazioni di Zucca, attualmente sostituto procuratore presso la Corte d’Appello e tra i magistrati che si sono occupati del processo per i fatti alla scuola Diaz: nel corso di un incontro pubblico sul tema dei diritti internazionali, il pm – parlando del caso di Giulio Regeni – scosse la platea con le seguenti affermazioni: “I nostri torturatori sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori”. Ed ancora: “L’11 settembre 2001 e il G8 hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali. Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper far per vicende meno drammatiche”.

Affermazioni nette ed abbastanza pesanti, anche se inattaccabili dal punto di vista della verità dei contenuti: non è certo un mistero che molti dei protagonisti di quei drammatici giorni abbiamo proseguito la loro carriera all’interno delle forze di polizia dello Stato o abbiano avuto incarichi e consulenze anche prestigiose in strutture pubbliche, a partecipazione pubblica o private. Basta una sommaria ricerca in internet per trovare informazioni a profusione sul tema.

Comunque sia, le dichiarazioni di Zucca hanno sollevato il classico vespaio: indagine da parte del procuratore generale della Cassazione, richiesta al Csm di aprire una pratica, e sopratutto l’intervento forte ed indignato del capo della Polizia, Franco Gabrielli, che nel corso di una commemorazione in Sicilia (in ricordo di Beppe Montana, commissario della squadra mobile di Palermo ucciso dalla mafia – ndr) è intervenuto definendo le parole di Zucca “arditi parallelismi ed accuse infamanti”, chiedendo poi rispetto “in nome di chi ha dato il sangue e la vita”.

Questa la cronaca.

Ora, un po’ di ragionamenti. Proviamo a mettere tutto in fila, e vediamo che effetto fa: un pm che si è occupato dei processi sugli abusi commessi al G8, parlando del caso Regeni e delle doverose pressioni che lo Stato italiano dovrebbe esercitare sull’Egitto per ottenere verità e giustizia, fa notare come le nostre istituzioni partano da una posizione debole e ambigua – secondo lui – avendo in qualche modo “premiato”, o “punito meno del dovuto”, alcuni propri rappresentanti colpevoli di abusi riconosciuti anche con sentenza definitiva. Arriva poi la risposta del capo della Polizia, che in modo esplicito parla di “accuse infamanti”. Infine, dopo circa due settimane, la Corte dei Conti chiede 6 milioni di euro di risarcimento per i danni erariali legati ai risarcimenti proprio per gli abusi di cui parla Zucca.

Tra i condannati, un magistrato che negli anni ha ricoperto ruoli importanti: la sua posizione – parliamo di Sabella – era stata archiviata, certo, ma il ruolo e la sua responsabilità, per i giudici contabili, ha comunque un peso.

E comunque, basta andare a guardare i nomi dei funzionari condannati o coinvolti, ed i ruoli che hanno poi ricoperto negli anni: parliamo ad esempio di Gilberto Caldarozzi, condannato a tre anni ed otto mesi per falso (ovviamente per il G8 di Genova) e nominato dirigente apicale della Direzione Investigativa Antimafia. Oppure, sempre citando i più recenti casi, possiamo parlare di Pietro Troiani, il poliziotto che portò le molotov all’interno della Diaz, da poco nominato dirigente del Coa, il Centro Operativo Autostrade del Lazio.

Entrambe, tecnicamente, due “non promozioni”: sia Caldarozzi che Troiani hanno conservato il grado, ma è evidente il prestigio e la apicalità dei nuovi ruoli.

Insomma, tutti i torti – il pm Zucca – non li ha proprio: uscendo dal sottile tecnicismo – promozioni che non sono promozioni, e via dicendo – effettivamente potrebbe apparire un po’ arrogante pretendere trasparenza dagli altri (partendo dall’ovvio presupposto che la verità sul caso di Giulio Regeni è indispensabile), mentre allo stesso tempo continuiamo a non fare i conti sul serio con l’oscura pagina di Genova. Cosa che, tra l’altro, aveva detto lo stesso Gabrielli in una intervista uscita con clamore la scorsa estate, in cui – tra le altre cose – affermò che l’allora capo della Polizia, Gianni De Gennaro, “avrebbe dovuto dimettersi”. Invece divenne presidente di Finmeccanica.

Tecnicamente, è chiaro, non si trattava di una promozione...

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01/11/2015

I prefetti commissariano Roma, in attesa di spostare la capitale a Milano


Il prefetto commissario nomina un prefetto commissario. È la via della cooptazione interna alle strutture di polizia (i prefetti sono funzionari alle dirette dipendenze del ministero dell'interno, dunque del governo) per amministrare i territori.

Francesco Paolo Tronca, prefetto di Milano, è stato nominato commissario straordinario al Comune di Roma dopo la decadenza di Ignazio Marino. L'ha “scelto” Franco Gabrielli, prefetto di Roma e già di suo nominato commissario straordinario per il giubileo, poliziotto asceso fino ai vertici del Sisde (il servizio segreto interno) e poi riutilizzato per dare una verniciata di legalità alla Protezione civile post-Bertolaso.

Tronca, palermitano di 63 anni, ha ovviamente accettato dichiarando: "Affronterò il nuovo incarico con il medesimo impegno con cui ho affrontato, in questi 2 anni, il semestre europeo, il vertice Asem e la preparazione e la gestione di Expo". Di lui si sa con certezza che non ama gli scioperi e le manifestazioni, si oppone a qualsiasi diritto alla casa e non disdegna l'uso familiare delle auto di servizio.

Del resto Matteo Renzi l'aveva promesso: "Faremo di tutto per fare del Giubileo con Roma ciò che è stato l'Expo per Milano". Quindi i giovani romani si dovranno preparare al lavoro “volontario” non retribuito, oppure a contratti-capestro da cui saranno comunque esclusi tutti coloro che il ministero dell'interno considera “inaffidabili” per aver espresso – magari su feisbuk – critiche al governo...

Il prefetto sarà circondato da quello che solo la propaganda governativa può considerare un dream team. I nomi che si fanno sono infatti quelli di Alfonso Sabella, il presidente del Coni Giovanni Malagò e all'ex direttore generale costruzioni per l'Expo, Marco Rettighieri.

Del primo, magistrato in aspettativa, si ricorderà per sempre la brillantissima prestazione come capo del servizio ispettivo del Dap (Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria), per conto del del Ministero della giustizia, nominato responsabile delle carceri provvisorie di Bolzaneto e San Giuliano durante il G8 di Genova 2001. Fu così attento alla “difesa della legalità” (Marino gli aveva dato per l'appunto un assessorato apposito) da non riuscire proprio a vedere due giorni di torture di massa su decine di manifestanti “tradotti” nelle due strutture sottoposte al suo “responsabile controllo”.

Malagò, invece, attuale presidente del Coni, resterà nella leggenda per l'organizzazione dei campionati mondiali di nuoto del 2009. Qualsiasi automobilista prenda l'autostrada per Napoli partendo dal Gra di Roma potrà così ammirare la “grande vela” di cemento armato che avrebbe dovuto contenere la piscina principale, “purtroppo” mai completata e quindi lasciata marcire in attesa di nuovi progetti speculativi nell'area di Tor Vergata.

Marco Rettighieri, infine, è conosciuto come “l'uomo della Tav”. È stato infatti direttore operativo di Italferr e in precedenza aveva seguito i lavori della Tav per Lyon Turin Ferroviaire (Ltf), la società responsabile della parte internazionale della nuova ferrovia Torino-Lione.

La “politica” esce dunque di scena nella gestione-amministrazione della capitale. Al suo posto un grumo di poliziotti, magistrati, costruttori di infrastrutture (quasi sempre) inutili ma costose (per la collettività), “referenti professionali” della speculazione edilizia.

A noi non resta che segnalare ai nostri lettori come anche questo sia un passo avanti molto deciso verso la “prefettizzazione” dell'amministrazione pubblica. O, se il termine vi risulta poco chiaro, nella sua militarizzazione. Il controllo militar-poliziesco a supporto del business peggiore, quello che ha progressivamente affondato il paese negli ultimi 40 anni.

L'altro elemento che a questo punto comincia a farsi evidente è un'ipotesi che nessuno aveva fin qui preso in considerazione. In un paese il cui lo smantellamento industriale procede a passo di carica in nome della “competitività” (non vi sembra singolare che da quando le imprese hanno vinto la battaglia contro i lavoratori sia cominciata anche la vendita o la chiusura degli impianti?), in cui la Capitale sembra destinata a essere trasformata in una disneyland archeologico-museale subappaltata ad imprenditori-mecenati (che, come per il Colosseo, si approprieranno della vendita dei biglietti), in cui le decisioni di politica economica e fiscale sono state ormai delegate ad una Unione Europea “a trazione tedesca”, ecc. che senso ha mantenere a Roma l'apparato centrale dell'ex Stato?

A pensarci meglio, le parole scomposte di Raffaele Cantone a proposito di “anticorpi” e “moralità” restituiscono probabilmente discorsi ascoltati tra Palazzo Chigi e le assemblee di Confindustria, ed anche a margine di qualche coordinamento “europeo”.

Intanto si fanno calare su Roma dream team esogeni incaricati di ristrutturare la catena degli interessi “legittimati” a fare business (non ne soffriranno, certamente, palazzinari e cementificatori, oltre ad impresari e albergatori, persino fai-da-te; tantomeno il Vaticano – proprietario di un quarto degli immobili dentro il Raccordo Anulare), rigettando magari ai margini o negli interstizi del “mondo di mezzo” che si era “montato la testa”.

Poi, con calma, si procederà a spostare a Milano anche l'amministrazione centrale residua, quella minima indispensabile a far funzionare una macchina dai compiti ridotti all'osso. In fondo, è da lì che si controllano meglio le filiere e i flussi di capitali “a trazione europea”.

Come dite? Ma allora che ne resta della democrazia, dei diritti e dell'autogoverno dei territori? Niente, naturalmente.

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11/04/2015

“A Genova volevano il morto, ma doveva essere un poliziotto”

Il dott. Sabella, magistrato e attuale assessore della giunta comunale di Roma, ha rilasciato oggi una intervista a La Repubblica. L'intervista prende spunto dalla recente sentenza della Corte di Giustizia Europea, che ha condannato l'Italia per l'uso della tortura sulla base di quanto avvenuto ai manifestanti massacrati nella scuola Diaz nel luglio 2001 a Genova. Ma, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, ancora più grave è quanto accadde in quei giorni nella caserma di Bolzaneto, dove i manifestanti presi nelle piazze o alla Diaz venivano condotti e sottoposti a violenze allucinanti “in stato di fermo”. In questo caso il reato di tortura si è manifestato ancora più chiaramente che durante il massacro alla Diaz.

Al dott. Sabella, che allora era responsabile dell'Ufficio Ispettorato del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria al quale venne assegnato il compito di gestire i fermati nella caserma di Bolzaneto, probabilmente fischiano le orecchie e forse ha deciso di “vuotare il sacco” prima che qualche tegola gli arrivi sulla testa.

Sabella parla di “un piano lacunoso modificato in corso d'opera” sulla gestione degli arresti ma soprattutto afferma che dietro quanto accaduto a Genova nel luglio 2001 c'era “una regia politica”. Alla inevitabile domanda su di chi fosse questa regia politica Sabella risponde: "Di preciso non lo so. È possibile che qualcuno a Genova volesse il morto, ma doveva essere un poliziotto, non un manifestante, per criminalizzare la piazza e metterla a tacere una volta per sempre".

Dall'intervista viene confermato lo scenario inquietante – anche se niente affatto soprendente – su quanto pianificato e avvenuto a Genova. Ma delle due l'una: o Sabella continua ad omettere chi fu l'ideatore o gli ideatori del piano oppure è un incompetente non in grado di gestire il compito che gli era stato assegnato dai vertici della sicurezza di Stato in occasione del G8 di Genova.

Qui di seguito il testo integrale dell'intervista di Sabella a La Repubblica di oggi.

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G8, Sabella nella bufera. "Io vittima di una regia, la politica cercava il morto per demonizzare la piazza"

Di Giovanna Vitale

"A Genova sono successe cose molto strane". Nel suo stanzino a Palazzo Senatorio l'assessore Alfonso Sabella divora una sigaretta dopo l'altra e torna con la mente a quel G8 di 14 anni fa che non ha mai smesso di tormentarlo. "Io ho avuto il torto di rivelare ai pm il piano, secondo me folle, degli arresti preventivi. E i servizi me l'hanno fatta pagare cancellando i tabulati del mio cellulare".

"Il gip Vignale ha poi fatto il resto", prosegue Sabella. "Con un'ordinanza infamante ha archiviato la mia posizione, nonostante io sia l'unico del G8 che non solo ha rinunciato alla prescrizione ma si è anche opposto alla richiesta di archiviazione. Ecco perché adesso spero che qualcuno mi denunci: fra gli indagati di allora io sono il solo ancora processabile. Così potrò finalmente cancellare questa macchia che ha devastato la mia vita e bloccato la mia carriera di magistrato".

Cominciamo dall'inizio. Ci spiega cos'era questo "piano degli arresti preventivi" e quali erano le sue mansioni a Genova?
"In quell'estate del 2001, io ero capo dell'Ufficio Ispettorato del Dap. Una ventina di giorni prima dell'inizio del G8 mi chiamano e mi illustrano il piano degli arresti preventivi. Gli obbiettivi  -  mi spiegarono  -  erano due: respingere alla frontiera quanti più malintenzionati possibile, sulla scorta delle segnalazioni dell'intelligence; cominciare ad arrestare, già da lunedì 15 luglio, tutti i manifestanti che avessero con sé cappucci neri, mazze da baseball e ogni tipo di arma, propria e impropria. E trattenerli in stato di fermo, prima, e in attesa della convalida del gip, dopo, sino alla fine del summit. Vietando per di più i colloqui con i difensori, che dovevano essere differiti".

Perché era un piano folle?
"Intanto perché non si può portare la gente in carcere senza prove. Oltretutto avevano deciso di chiudere i due penitenziari della città, che stavano nella cosiddetta zona gialla, e di creare due prigioni provvisorie a Forte San Giuliano e a Bolzaneto. È ciò che mi rimprovero di più: accettare un piano che faceva acqua da tutte le parti, tentando di correggerlo in corsa. Piano che in realtà non è mai scattato".

E che avrebbe poi scatenato i massacri?
"Il piano fu modificato in corso d'opera forse proprio per soffiare sul fuoco e far esplodere gli scontri. Fino a venerdì pomeriggio, alla morte di Carlo Giuliani, non era stato fatto nemmeno un arresto: il primo, il fotografo Alfonso De Munno, arrivò a Bolzaneto pochi minuti prima dell'omicidio. Mi sono fatto l'idea che dietro ci fosse una regia politica".

È un'accusa grave, assessore. Regia di chi?
"Di preciso non lo so. È possibile che qualcuno a Genova volesse il morto, ma doveva essere un poliziotto, non un manifestante, per criminalizzare la piazza e metterla a tacere una volta per sempre".

Torniamo a lei. Per le torture a Bolzaneto è stato indagato, poi stralciato e infine archiviato, ma secondo il gip lei è stato negligente nei controlli, imprudente nell'organizzare il servizio, imperito...
"Ma allora se così è, perché non mi ha rinviato a giudizio per lesioni colpose? La verità è che mi volevano incastrare. Per due motivi: aver rivelato il piano aberrante degli arresti preventivi; per il fatto che fossi un magistrato e dunque perfettamente funzionale alla logica craxiana del "tutti colpevoli, nessun colpevole"".

Lei però era responsabile del carcere di Bolzaneto.
"Si ma non ero lì quando i pestaggi si verificarono, ma a Forte San Giuliano, dove non è successo niente. Lo dimostrano i tabulati dei 4 telefoni cellulari che usavo quel giorno. Chiesi ai magistrati di Genova di controllare i miei spostamenti, perché ogni sospetto fosse dissipato. Ma quando dopo 9 mesi furono finalmente acquisiti, il traffico relativo alla 'cella' territoriale che io occupavo durante le violenze era sparito (cancellato su quattro cellulari!) e dunque era impossibile affermare dove mi trovassi".

E chi è stato?
"Posso pensare ai servizi. Perciò mi sono messo da solo a ricostruire tutti i miei movimenti attraverso i tabulati delle chiamate in entrata, cioè delle telefonate ricevute. E dimostrai che quando ero a Bolzaneto, non c'era stata alcuna violenza. Ma, nonostante questo, il giudice se n'è infischiato e ha emesso un provvedimento di archiviazione che mi ha devastato la vita e la carriera".

All'indomani dei massacri lei ha difeso i suoi uomini.
"Pensavo fossero stati corretti. Quando ho scoperto cosa avevano fatto, mi sono sentito uno schifo".

E ora, pensa alle dimissioni?
"No. Io qui in Campidoglio sto dando parecchio fastidio. Perciò non me ne vado. Non intendo dargliela vinta".

da La Repubblica del 10 aprile 2015

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