Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/04/2018
G8. Prefetto Gabrielli, e se il PM Zucca avesse ragione?
Sei milioni di euro. Questa è la cifra che dovranno restituire allo Stato 28 persone tra personale medico ed appartenenti a polizia, carabinieri e polizia penitenziaria. Motivo? Il danno di natura economica provocato dai risarcimenti pagati a chi fu sottoposto ad abusi nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001.
E’ quanto stabilito qualche giorno fa dalla Corte dei Conti di Genova rispetto ad una serie di soggetti che – a vario titolo – furono responsabili di quanto avvenne in quell’ormai ben nota estate.
Ed è andata persino bene, ai condannati: la procura aveva chiesto infatti 7 milioni di euro come ristoro per i risarcimenti, ed altri 5 milioni per danno di immagine.
Tra i 28 coinvolti nel procedimento c’è Alfonso Sabella, che nei giorni del G8 era a capo dell’Ispettorato del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap). Lo ricordiamo anche come “assessore alla legalità” del Comune di Roma durante l’ultima fase dell’Amministrazione Marino, ma negli anni sono diversi gli incarichi anche importanti ricoperti dal magistrato siciliano.
In realtà la posizione di Sabella era stata archiviata in precedenza: ma per i giudici della Corte dei Conti il suo ruolo era tale da doversi assumere la responsabilità di controllare che non avvenisse quello che poi è avvenuto.
Identica motivazione per la condanna del generale Oronzo Doria, anche lui archiviato ai tempi e riesumato in questo procedimento per la posizione apicale e per il conseguente “omesso controllo”.
La notizia, uscita su diversi quotidiani la settimana scorsa, ci ha portato immediatamente a pensare ad un altro avvenimento, anche questo recente: il “botta e risposta” tra il pm Enrico Zucca ed il capo della Polizia Franco Gabrielli.
Partiamo dalle dichiarazioni di Zucca, attualmente sostituto procuratore presso la Corte d’Appello e tra i magistrati che si sono occupati del processo per i fatti alla scuola Diaz: nel corso di un incontro pubblico sul tema dei diritti internazionali, il pm – parlando del caso di Giulio Regeni – scosse la platea con le seguenti affermazioni: “I nostri torturatori sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori”. Ed ancora: “L’11 settembre 2001 e il G8 hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali. Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper far per vicende meno drammatiche”.
Affermazioni nette ed abbastanza pesanti, anche se inattaccabili dal punto di vista della verità dei contenuti: non è certo un mistero che molti dei protagonisti di quei drammatici giorni abbiamo proseguito la loro carriera all’interno delle forze di polizia dello Stato o abbiano avuto incarichi e consulenze anche prestigiose in strutture pubbliche, a partecipazione pubblica o private. Basta una sommaria ricerca in internet per trovare informazioni a profusione sul tema.
Comunque sia, le dichiarazioni di Zucca hanno sollevato il classico vespaio: indagine da parte del procuratore generale della Cassazione, richiesta al Csm di aprire una pratica, e sopratutto l’intervento forte ed indignato del capo della Polizia, Franco Gabrielli, che nel corso di una commemorazione in Sicilia (in ricordo di Beppe Montana, commissario della squadra mobile di Palermo ucciso dalla mafia – ndr) è intervenuto definendo le parole di Zucca “arditi parallelismi ed accuse infamanti”, chiedendo poi rispetto “in nome di chi ha dato il sangue e la vita”.
Questa la cronaca.
Ora, un po’ di ragionamenti. Proviamo a mettere tutto in fila, e vediamo che effetto fa: un pm che si è occupato dei processi sugli abusi commessi al G8, parlando del caso Regeni e delle doverose pressioni che lo Stato italiano dovrebbe esercitare sull’Egitto per ottenere verità e giustizia, fa notare come le nostre istituzioni partano da una posizione debole e ambigua – secondo lui – avendo in qualche modo “premiato”, o “punito meno del dovuto”, alcuni propri rappresentanti colpevoli di abusi riconosciuti anche con sentenza definitiva. Arriva poi la risposta del capo della Polizia, che in modo esplicito parla di “accuse infamanti”. Infine, dopo circa due settimane, la Corte dei Conti chiede 6 milioni di euro di risarcimento per i danni erariali legati ai risarcimenti proprio per gli abusi di cui parla Zucca.
Tra i condannati, un magistrato che negli anni ha ricoperto ruoli importanti: la sua posizione – parliamo di Sabella – era stata archiviata, certo, ma il ruolo e la sua responsabilità, per i giudici contabili, ha comunque un peso.
E comunque, basta andare a guardare i nomi dei funzionari condannati o coinvolti, ed i ruoli che hanno poi ricoperto negli anni: parliamo ad esempio di Gilberto Caldarozzi, condannato a tre anni ed otto mesi per falso (ovviamente per il G8 di Genova) e nominato dirigente apicale della Direzione Investigativa Antimafia. Oppure, sempre citando i più recenti casi, possiamo parlare di Pietro Troiani, il poliziotto che portò le molotov all’interno della Diaz, da poco nominato dirigente del Coa, il Centro Operativo Autostrade del Lazio.
Entrambe, tecnicamente, due “non promozioni”: sia Caldarozzi che Troiani hanno conservato il grado, ma è evidente il prestigio e la apicalità dei nuovi ruoli.
Insomma, tutti i torti – il pm Zucca – non li ha proprio: uscendo dal sottile tecnicismo – promozioni che non sono promozioni, e via dicendo – effettivamente potrebbe apparire un po’ arrogante pretendere trasparenza dagli altri (partendo dall’ovvio presupposto che la verità sul caso di Giulio Regeni è indispensabile), mentre allo stesso tempo continuiamo a non fare i conti sul serio con l’oscura pagina di Genova. Cosa che, tra l’altro, aveva detto lo stesso Gabrielli in una intervista uscita con clamore la scorsa estate, in cui – tra le altre cose – affermò che l’allora capo della Polizia, Gianni De Gennaro, “avrebbe dovuto dimettersi”. Invece divenne presidente di Finmeccanica.
Tecnicamente, è chiaro, non si trattava di una promozione...
Fonte
Genova 2001. Giuliano Giuliani risponde al capo della polizia
Lettera non pubblicata dal manifesto...
“Domenica scorsa Il Manifesto ha pubblicato una lettera del capo della polizia riferita al G8 di Genova 2001, intitolata “ Una storia da raccontare per intero”. Ho provato a rispondere ma il giornale non ha pubblicato la mia lettera che, per chi ha pazienza, ripropongo qui.
Ho letto con interesse la lettera del capo della polizia: sì, Genova 2001 è proprio una storia da raccontare per intero, cominciando dal fatto più grave, l’omicidio di Carlo Giuliani. E allora non si può non cominciare dalla vergognosa archiviazione, fondata sull’imbroglio dei quattro inaffidabili periti del pm Silvio Franz (sparo per aria e deviazione del proiettile verso il basso), imbroglio smentito non dalle chiacchiere ma dal filmato che riprende la scena. Neanche una parola sull’insensata manovra di quel reparto di carabinieri, sulla responsabilità di chi li comandava, sulla imboscata costruita con una fuga che faceva seguito a una inutile quanto infida manovra contro un gruppetto di manifestanti inoffensivi. Neppure una minima valutazione sul mancato intervento di un intero reparto a favore della jeep (bloccata solo dall’imperizia, se non dalla scelta, di chi la guidava), nonostante il rapporto di forze fosse di cento carabinieri contro trenta manifestanti, che avevano inseguito il reparto.
Sì, raccontiamola per intero la storia di Genova 2001. Valutiamo la cadenza dei tempi della giustizia e le differenze di valutazione da parte di chi è stato chiamato ad amministrarla. L’omicidio di Carlo viene archiviato, senza lo svolgimento di un processo quindi, nel maggio 2003. Si avviano invece i processi contro venticinque manifestanti, incredibilmente considerati i principali responsabili di quanto accaduto a Genova (presidiata da sedicimila appartenenti alle varie forze dell’ordine!), e anche quelli sulla Diaz e Bolzaneto.
Le sentenze di primo grado colpiscono pesantemente i 25 manifestanti, mentre per arrivare a sentenze che affermino la responsabilità di alti dirigenti della polizia occorrerà attendere nel 2012 i responsi della Cassazione (a quanti consideravano l’operazione Diaz una “perquisizione legittima” la sentenza risponderà di atti che “hanno prodotto il degrado dell’onore dell’Italia nel mondo”).
Ma in quel processo uno dei pm era Enrico Zucca, al quale rinnovo ancora una volta tutta la mia solidarietà. Viene accusato perché ha parlato di “torturatori”. Perché, solo per fare uno dei tanti esempi, non è considerabile una tortura manganellare ripetutamente in dodici un innocuo manifestante che scappando è inciampato ed è caduto per terra, come avviene in piazza Manin? Dico di più: è un atto da autentici delinquenti, intollerabile per chi, come me, ha partecipato alla fine degli anni settanta, insieme a tanti giovani poliziotti, alle lotte per ottenere che i poliziotti fossero considerati dei lavoratori, avessero diritto al sindacato, una autentica democratizzazione che liberasse la polizia dalla degradazione della “celere” scelbiana. Un atto che offende la “mia” polizia, per dirla come il compagno e coetaneo Arnaldo Cestaro, il primo a essere massacrato di botte alla Diaz, dove stava cercando di riposare. “Abusi”, per dirla con le parole del capo della polizia, che vanno sanzionati pesantemente.
Condivido il rifiuto di Franco Gabrielli di “continuare a rappresentare il G8 di Genova come una vicenda esclusivamente limitata alla Polizia”. Certo, c’erano anche i carabinieri, o meglio alcuni reparti dell’Arma responsabili delle violenze e dei misfatti compiuti nella giornata di venerdì 20 luglio. Lo ha detto esplicitamente la parte obiettiva della magistratura genovese che si è occupata dei tragici fatti, quando ha parlato di “cariche violente, indiscriminate e ingiustificate”, di atteggiamenti inqualificabili che hanno provocato scontri durissimi protrattisi per ore.
Comportamenti per altro ben presenti ad alti ufficiali presenti a Genova. In una telefonata arrivano a dire che “ci sono problemi a concedere queste forze” (stanno parlando dei paracadutisti), “perché se escono quelli non si sa che c... succede”! Resta amara la considerazioni che questi giudizi non hanno prodotto non dico una condanna ma neppure un’ammonizione: i carabinieri sono impunibili a prescindere, anche quando uccidono, come nel caso di Carlo, e questo è sicuramente uno dei problemi della nostra debole democrazia.
Grazie agli importanti ruoli ministeriali che gli furono affidati da Giuliano Amato e anche da Mario Monti, De Gennaro esercitò l’uso della promozione “a delinquere” degli alti gradi della polizia (Gratteri, Luperi, Calderozzi, Ciccimarra), che ebbero poi la condanna definitiva per i fatti Diaz (ricordo che l’atto più malvagio fu l’ordine dato a sottoposti di introdurre nella scuola due bombe molotov, che sarebbero servite a incriminare gli ospiti della scuola del reato di terrorismo).
Ma a Gabrielli vorrei ricordare che anche recentemente una promozione mi ha lasciato perplesso. Adriano Lauro è il funzionario che accompagna il reparto dei cc in piazza Alimonda, dove è protagonista di due episodi allarmanti: prima si cimenta nel lancio di sassi contro i manifestanti, poi attribuisce la uccisione di Carlo a un manifestante, “con il tuo sasso... tu lo hai ucciso, pezzo di m...”, completando così l’indegna azione di un carabiniere che con una pietra ha spaccato la fronte di Carlo agonizzante. Lauro è oggi questore di Pesaro”.
Segnalazione di Roberto Silvestri su Facebook
Fonte
“Domenica scorsa Il Manifesto ha pubblicato una lettera del capo della polizia riferita al G8 di Genova 2001, intitolata “ Una storia da raccontare per intero”. Ho provato a rispondere ma il giornale non ha pubblicato la mia lettera che, per chi ha pazienza, ripropongo qui.
Ho letto con interesse la lettera del capo della polizia: sì, Genova 2001 è proprio una storia da raccontare per intero, cominciando dal fatto più grave, l’omicidio di Carlo Giuliani. E allora non si può non cominciare dalla vergognosa archiviazione, fondata sull’imbroglio dei quattro inaffidabili periti del pm Silvio Franz (sparo per aria e deviazione del proiettile verso il basso), imbroglio smentito non dalle chiacchiere ma dal filmato che riprende la scena. Neanche una parola sull’insensata manovra di quel reparto di carabinieri, sulla responsabilità di chi li comandava, sulla imboscata costruita con una fuga che faceva seguito a una inutile quanto infida manovra contro un gruppetto di manifestanti inoffensivi. Neppure una minima valutazione sul mancato intervento di un intero reparto a favore della jeep (bloccata solo dall’imperizia, se non dalla scelta, di chi la guidava), nonostante il rapporto di forze fosse di cento carabinieri contro trenta manifestanti, che avevano inseguito il reparto.
Sì, raccontiamola per intero la storia di Genova 2001. Valutiamo la cadenza dei tempi della giustizia e le differenze di valutazione da parte di chi è stato chiamato ad amministrarla. L’omicidio di Carlo viene archiviato, senza lo svolgimento di un processo quindi, nel maggio 2003. Si avviano invece i processi contro venticinque manifestanti, incredibilmente considerati i principali responsabili di quanto accaduto a Genova (presidiata da sedicimila appartenenti alle varie forze dell’ordine!), e anche quelli sulla Diaz e Bolzaneto.
Le sentenze di primo grado colpiscono pesantemente i 25 manifestanti, mentre per arrivare a sentenze che affermino la responsabilità di alti dirigenti della polizia occorrerà attendere nel 2012 i responsi della Cassazione (a quanti consideravano l’operazione Diaz una “perquisizione legittima” la sentenza risponderà di atti che “hanno prodotto il degrado dell’onore dell’Italia nel mondo”).
Ma in quel processo uno dei pm era Enrico Zucca, al quale rinnovo ancora una volta tutta la mia solidarietà. Viene accusato perché ha parlato di “torturatori”. Perché, solo per fare uno dei tanti esempi, non è considerabile una tortura manganellare ripetutamente in dodici un innocuo manifestante che scappando è inciampato ed è caduto per terra, come avviene in piazza Manin? Dico di più: è un atto da autentici delinquenti, intollerabile per chi, come me, ha partecipato alla fine degli anni settanta, insieme a tanti giovani poliziotti, alle lotte per ottenere che i poliziotti fossero considerati dei lavoratori, avessero diritto al sindacato, una autentica democratizzazione che liberasse la polizia dalla degradazione della “celere” scelbiana. Un atto che offende la “mia” polizia, per dirla come il compagno e coetaneo Arnaldo Cestaro, il primo a essere massacrato di botte alla Diaz, dove stava cercando di riposare. “Abusi”, per dirla con le parole del capo della polizia, che vanno sanzionati pesantemente.
Condivido il rifiuto di Franco Gabrielli di “continuare a rappresentare il G8 di Genova come una vicenda esclusivamente limitata alla Polizia”. Certo, c’erano anche i carabinieri, o meglio alcuni reparti dell’Arma responsabili delle violenze e dei misfatti compiuti nella giornata di venerdì 20 luglio. Lo ha detto esplicitamente la parte obiettiva della magistratura genovese che si è occupata dei tragici fatti, quando ha parlato di “cariche violente, indiscriminate e ingiustificate”, di atteggiamenti inqualificabili che hanno provocato scontri durissimi protrattisi per ore.
Comportamenti per altro ben presenti ad alti ufficiali presenti a Genova. In una telefonata arrivano a dire che “ci sono problemi a concedere queste forze” (stanno parlando dei paracadutisti), “perché se escono quelli non si sa che c... succede”! Resta amara la considerazioni che questi giudizi non hanno prodotto non dico una condanna ma neppure un’ammonizione: i carabinieri sono impunibili a prescindere, anche quando uccidono, come nel caso di Carlo, e questo è sicuramente uno dei problemi della nostra debole democrazia.
Grazie agli importanti ruoli ministeriali che gli furono affidati da Giuliano Amato e anche da Mario Monti, De Gennaro esercitò l’uso della promozione “a delinquere” degli alti gradi della polizia (Gratteri, Luperi, Calderozzi, Ciccimarra), che ebbero poi la condanna definitiva per i fatti Diaz (ricordo che l’atto più malvagio fu l’ordine dato a sottoposti di introdurre nella scuola due bombe molotov, che sarebbero servite a incriminare gli ospiti della scuola del reato di terrorismo).
Ma a Gabrielli vorrei ricordare che anche recentemente una promozione mi ha lasciato perplesso. Adriano Lauro è il funzionario che accompagna il reparto dei cc in piazza Alimonda, dove è protagonista di due episodi allarmanti: prima si cimenta nel lancio di sassi contro i manifestanti, poi attribuisce la uccisione di Carlo a un manifestante, “con il tuo sasso... tu lo hai ucciso, pezzo di m...”, completando così l’indegna azione di un carabiniere che con una pietra ha spaccato la fronte di Carlo agonizzante. Lauro è oggi questore di Pesaro”.
Segnalazione di Roberto Silvestri su Facebook
Fonte
07/04/2018
Zucca e i torturatori: l’orrore di Genova
Un estratto dal libro “Genova Macaia” (ed.Laterza), di Simone Pieranni, in cui l’autore racconta le testimonianze raccolte nelle aule di tribunale di quanto accaduto nei giorni del G8 nel carcere di Bolzaneto.
Sulla caserma ho affrontato in tribunale gli sguardi degli imputati, di tutti gli imputati, compresi gli sguardi dei «colleghi». Lo sguardo poco rassicurante di chi sa che certe cose non verranno dimenticate. E ho sentito e letto di tutto. E poi dovevo scriverne.
Vivevo a Milano, fino alla mia partenza per la Cina, e facevo il pendolare al contrario: tutte le mattine alle 7.10 prendevo il treno. Alle 8.50 arrivavo a Genova, alla stazione Principe. Scendevo, tempo di immettermi in via Balbi e la prima focaccia arrivava secca sullo stomaco. Focaccia con le cipolle e cappuccino, se si pensava di avere tempo perché l’udienza iniziava più tardi.
Dopo il G8, quando mi è capitato di dire «sono di Bolzaneto», ho sempre visto un impercettibile movimento delle labbra e degli occhi nel mio interlocutore. È un lampo nell’animo, un ricordo tagliente; che uno sia stato a Genova o meno in quei giorni del 2001, Bolzaneto è quella roba lì: una ferita comune, un’offesa comune.
E il problema, da genovese, è che è l’ennesima. Bolzaneto è diventata cosa? È diventata la «posizione del cigno», è diventata il triage del dottor Toccafondi, le dita spaccate di una ferita alla mano, un salame sui genitali, «vi stupriamo come in Bosnia», «un due tre Pinochet». È il ministro della Giustizia che non vede nulla, niente, tutto a posto! È l’assessore alla sicurezza del sindaco Marino, che nel 2001 è magistrato addetto a Bolzaneto, che non vede nulla, niente, tutto a posto!
Ma, oltre alle vittime, c’è un cazzo di infame. Un infermiere. Infermiere penitenziario. Un genovese. Che racconta un’altra storia. In quelle aule di tribunale si fa presto a far diventare la minaccia di uno stupro un titolo di giornale. Sono capaci tutti.
All’epoca ci guardavamo sconvolti: mesi di lavoro e di testimonianze, e una dose di cinismo che cominciava a riempire di tacche il cuore, ma quando uscivano fuori le atrocità commesse dentro la caserma di Bolzaneto, era troppo anche per noi. Io sognavo manganelli e pietre che volavano, rincorse, sbuffi dei poliziotti e carabinieri, sentivo l’aria passarmi accanto rapida, mentre dormivo. L’odore di benzina e gli elicotteri lì sopra. Ancora oggi alcune persone si terrorizzano a sentire gli elicotteri. Ancora oggi alcune persone si terrorizzano a sentire nominare la caserma di Genova Bolzaneto. È una storia, del resto, che sembra non finire mai.
Un ragazzo che ha dieci anni meno di me mi ha detto: «Genova per me è un incubo: qualunque cosa si faccia, Genova incombe». La pesantezza delle sconfitte. A Bolzaneto fu rappresentata in modo plastico.
È il 6 maggio 2005. Il giudice per l’udienza preliminare di Genova rinvia a giudizio 45 imputati appartenenti alle forze dell’ordine in servizio a Bolzaneto fra il 19 e il 21 luglio 2001, formulando a loro carico ben 120 distinti capi d’imputazione: avere ingiustificatamente e ripetutamente percosso, o avere consentito che altri percuotessero, con calci, pugni e schiaffi e talvolta colpi di manganello alla testa, al volto, alla schiena, ai reni, allo stomaco, ai testicoli, nonché attingendole con gas asfissianti e urticanti, le persone arrestate presenti nella caserma di Bolzaneto, cagionando a vari arrestati malori e/o lesioni personali e, in un caso, una lesione grave (cagionata da un agente di polizia che divaricò con forza due dita di una mano di un arrestato, provocandogli così una ferita lacerocontusa guarita in 50 giorni); avere costretto, o non impedito che altri costringessero, le persone arrestate presenti nella caserma di Bolzaneto a «rimanere per numerose ore in piedi all’interno delle celle, con il viso rivolto verso il muro della cella, con le braccia alzate oppure dietro la schiena, o sedute per terra ma con la faccia rivolta verso il muro, con le gambe divaricate, o in altre posizioni non giustificate […], senza poter mutare tale posizione», e a subire «percosse calci pugni insulti e minacce, anche nel caso in cui non riuscivano più per la fatica a mantenere la suddetta posizione nonché per farli desistere da ogni benché minimo tentativo, del tutto vano, di cercare posizioni meno disagevoli»; avere minacciato, o comunque non impedito che altri minacciassero, di infliggere violenze sessuali o lesioni fisiche a numerosi arrestati, in un caso simulando addirittura un’esecuzione sommaria; avere costretto, o non impedito che altri costringessero, le persone arrestate che dovevano essere accompagnate ai bagni a «camminare con la testa abbassata all’altezza delle ginocchia e le mani sulla testa», mentre altro personale appartenente alle forze dell’ordine presente nei locali le derideva, ingiuriava e percuoteva; avere mantenuto, o avere consentito che altri mantenessero, le persone arrestate senza rifornimenti di cibo, bevande e generi necessari alla cura e alla pulizia personale in quantità adeguata in rapporto alla lunga durata del periodo di permanenza presso la struttura; avere costretto, o comunque non impedito che altri costringessero, taluni degli arrestati a ripetere frasi fasciste o comunque contrarie alle loro convinzioni politiche, o comunque «ad ascoltare espressioni e motivi di ispirazione fascista contrariamente alla loro fede politica» (quali inni e slogan fascisti); avere costretto, o comunque non impedito che altri costringessero, a compiere movimenti innaturali aventi lo scopo di umiliarli; avere costretto, o avere consentito che altri costringessero, un’arrestata a subire il taglio di tre ciocche di capelli; avere pesantemente offeso, o non avere impedito che altri offendessero, l’onore delle persone arrestate a mezzo di «insulti riferiti alle loro opinioni politiche (quali ‘zecche comuniste’, ‘bastardi comunisti’, ‘comunisti di merda’, […], ‘Che Guevara figlio di puttana’, ‘bombaroli’, ‘popolo di Seattle fate schifo’ e altre di analogo tenore), alla loro sfera e libertà sessuale e alle loro credenze religiose e condizione sociale (quali ‘ebrei di merda’, ‘frocio di merda’ e altre di analogo tenore)»; avere costretto, o avere consentito che altri costringessero a mezzo di percosse o altre violenze, taluni degli arrestati a firmare i verbali relativi all’arresto contro la loro volontà; avere danneggiato o sottratto, o consentito che altri danneggiassero o sottraessero oggetti personali alle persone arrestate; non avere consentito alle persone arrestate di avvisare familiari e parenti del loro arresto, e agli arrestati di nazionalità stranieri di avvertire l’ambasciata o il consolato del paese di appartenenza, attestando anzi falsamente sui verbali relativi all’arresto – o consentendo che altri attestassero falsamente sui verbali medesimi – la volontaria rinuncia degli arrestati a tali facoltà.
Fonte
Sulla caserma ho affrontato in tribunale gli sguardi degli imputati, di tutti gli imputati, compresi gli sguardi dei «colleghi». Lo sguardo poco rassicurante di chi sa che certe cose non verranno dimenticate. E ho sentito e letto di tutto. E poi dovevo scriverne.
Vivevo a Milano, fino alla mia partenza per la Cina, e facevo il pendolare al contrario: tutte le mattine alle 7.10 prendevo il treno. Alle 8.50 arrivavo a Genova, alla stazione Principe. Scendevo, tempo di immettermi in via Balbi e la prima focaccia arrivava secca sullo stomaco. Focaccia con le cipolle e cappuccino, se si pensava di avere tempo perché l’udienza iniziava più tardi.
Dopo il G8, quando mi è capitato di dire «sono di Bolzaneto», ho sempre visto un impercettibile movimento delle labbra e degli occhi nel mio interlocutore. È un lampo nell’animo, un ricordo tagliente; che uno sia stato a Genova o meno in quei giorni del 2001, Bolzaneto è quella roba lì: una ferita comune, un’offesa comune.
E il problema, da genovese, è che è l’ennesima. Bolzaneto è diventata cosa? È diventata la «posizione del cigno», è diventata il triage del dottor Toccafondi, le dita spaccate di una ferita alla mano, un salame sui genitali, «vi stupriamo come in Bosnia», «un due tre Pinochet». È il ministro della Giustizia che non vede nulla, niente, tutto a posto! È l’assessore alla sicurezza del sindaco Marino, che nel 2001 è magistrato addetto a Bolzaneto, che non vede nulla, niente, tutto a posto!
Ma, oltre alle vittime, c’è un cazzo di infame. Un infermiere. Infermiere penitenziario. Un genovese. Che racconta un’altra storia. In quelle aule di tribunale si fa presto a far diventare la minaccia di uno stupro un titolo di giornale. Sono capaci tutti.
All’epoca ci guardavamo sconvolti: mesi di lavoro e di testimonianze, e una dose di cinismo che cominciava a riempire di tacche il cuore, ma quando uscivano fuori le atrocità commesse dentro la caserma di Bolzaneto, era troppo anche per noi. Io sognavo manganelli e pietre che volavano, rincorse, sbuffi dei poliziotti e carabinieri, sentivo l’aria passarmi accanto rapida, mentre dormivo. L’odore di benzina e gli elicotteri lì sopra. Ancora oggi alcune persone si terrorizzano a sentire gli elicotteri. Ancora oggi alcune persone si terrorizzano a sentire nominare la caserma di Genova Bolzaneto. È una storia, del resto, che sembra non finire mai.
Un ragazzo che ha dieci anni meno di me mi ha detto: «Genova per me è un incubo: qualunque cosa si faccia, Genova incombe». La pesantezza delle sconfitte. A Bolzaneto fu rappresentata in modo plastico.
È il 6 maggio 2005. Il giudice per l’udienza preliminare di Genova rinvia a giudizio 45 imputati appartenenti alle forze dell’ordine in servizio a Bolzaneto fra il 19 e il 21 luglio 2001, formulando a loro carico ben 120 distinti capi d’imputazione: avere ingiustificatamente e ripetutamente percosso, o avere consentito che altri percuotessero, con calci, pugni e schiaffi e talvolta colpi di manganello alla testa, al volto, alla schiena, ai reni, allo stomaco, ai testicoli, nonché attingendole con gas asfissianti e urticanti, le persone arrestate presenti nella caserma di Bolzaneto, cagionando a vari arrestati malori e/o lesioni personali e, in un caso, una lesione grave (cagionata da un agente di polizia che divaricò con forza due dita di una mano di un arrestato, provocandogli così una ferita lacerocontusa guarita in 50 giorni); avere costretto, o non impedito che altri costringessero, le persone arrestate presenti nella caserma di Bolzaneto a «rimanere per numerose ore in piedi all’interno delle celle, con il viso rivolto verso il muro della cella, con le braccia alzate oppure dietro la schiena, o sedute per terra ma con la faccia rivolta verso il muro, con le gambe divaricate, o in altre posizioni non giustificate […], senza poter mutare tale posizione», e a subire «percosse calci pugni insulti e minacce, anche nel caso in cui non riuscivano più per la fatica a mantenere la suddetta posizione nonché per farli desistere da ogni benché minimo tentativo, del tutto vano, di cercare posizioni meno disagevoli»; avere minacciato, o comunque non impedito che altri minacciassero, di infliggere violenze sessuali o lesioni fisiche a numerosi arrestati, in un caso simulando addirittura un’esecuzione sommaria; avere costretto, o non impedito che altri costringessero, le persone arrestate che dovevano essere accompagnate ai bagni a «camminare con la testa abbassata all’altezza delle ginocchia e le mani sulla testa», mentre altro personale appartenente alle forze dell’ordine presente nei locali le derideva, ingiuriava e percuoteva; avere mantenuto, o avere consentito che altri mantenessero, le persone arrestate senza rifornimenti di cibo, bevande e generi necessari alla cura e alla pulizia personale in quantità adeguata in rapporto alla lunga durata del periodo di permanenza presso la struttura; avere costretto, o comunque non impedito che altri costringessero, taluni degli arrestati a ripetere frasi fasciste o comunque contrarie alle loro convinzioni politiche, o comunque «ad ascoltare espressioni e motivi di ispirazione fascista contrariamente alla loro fede politica» (quali inni e slogan fascisti); avere costretto, o comunque non impedito che altri costringessero, a compiere movimenti innaturali aventi lo scopo di umiliarli; avere costretto, o avere consentito che altri costringessero, un’arrestata a subire il taglio di tre ciocche di capelli; avere pesantemente offeso, o non avere impedito che altri offendessero, l’onore delle persone arrestate a mezzo di «insulti riferiti alle loro opinioni politiche (quali ‘zecche comuniste’, ‘bastardi comunisti’, ‘comunisti di merda’, […], ‘Che Guevara figlio di puttana’, ‘bombaroli’, ‘popolo di Seattle fate schifo’ e altre di analogo tenore), alla loro sfera e libertà sessuale e alle loro credenze religiose e condizione sociale (quali ‘ebrei di merda’, ‘frocio di merda’ e altre di analogo tenore)»; avere costretto, o avere consentito che altri costringessero a mezzo di percosse o altre violenze, taluni degli arrestati a firmare i verbali relativi all’arresto contro la loro volontà; avere danneggiato o sottratto, o consentito che altri danneggiassero o sottraessero oggetti personali alle persone arrestate; non avere consentito alle persone arrestate di avvisare familiari e parenti del loro arresto, e agli arrestati di nazionalità stranieri di avvertire l’ambasciata o il consolato del paese di appartenenza, attestando anzi falsamente sui verbali relativi all’arresto – o consentendo che altri attestassero falsamente sui verbali medesimi – la volontaria rinuncia degli arrestati a tali facoltà.
Fonte
30/03/2018
Le scomode verità di Enrico Zucca
Parafrasando un aforisma del compianto Roberto Freak Antoni potremmo dire, pensando alla bufera mediatica esplosa attorno a Enrico Zucca, che non c’è gusto in Italia a dire la verità. Invece d’essere ascoltato e ringraziato, il magistrato è stato additato come una minaccia da buona parte della nomenclatura istituzionale, con il chiaro obiettivo di non discutere le questioni da lui sollevate.
Enrico Zucca, che fu pm nel processo Diaz (il cui esito non è mai stato digerito ai vari piani del Palazzo), durante un convegno a Genova ha messo in fila alcune evidenze processuali degli ultimi anni.
Ha detto che la tutela dei diritti fondamentali è diventata più difficile dopo l’11 settembre e l’avvio della cosiddetta guerra al terrorismo, tanto che la ragion di stato, in più casi, ha prevalso sulle regole scritte nelle Convenzioni sui diritti umani.
Ha detto che l’Italia ha violato più volte queste convenzioni, ad esempio nel caso Abu Omar (l’imam rapito a Milano dalla Cia e consegnato all’Egitto dove è stato torturato), subendo così una condanna davanti alla Corte europea per i diritti umani, e anche nelle vicende riguardanti il G8 di Genova, quando il nostro paese ha disatteso l’impegno a sospendere e rimuovere i funzionari condannati per le torture alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.
Ha aggiunto che simili condotte, con l’implicita indifferenza verso gli impegni dettati da Carte così solenni, mina la statura morale del nostro paese quando si trova a chiedere ad altri paesi, com’è il caso dell’Egitto per l’omicidio di Giulio Regeni, di punire e consegnare i responsabili di abusi e torture.
Enrico Zucca ha quindi offerto una dettagliata e articolata ricostruzione di vicende giudiziarie ben conosciute, arrivando a conclusioni assai fondate: è noto, addirittura stranoto, che i funzionari processati e poi condannati per le torture alla Diaz e a Bolzaneto sono stati nel tempo protetti, promossi (almeno quelli di grado gerarchico più alto) e infine reintegrati in servizio, anche in ruoli di vertice, alla scadenza dei cinque anni di interdizione dai pubblici uffici.
È bene ricordare un passaggio contenuto nella dirompente sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Diaz (Cestaro vs Italia, del 7 aprile 2015), una sentenza che non suscitò alcuna seria reazione da parte di chi oggi grida allo scandalo per l’intervento di Enrico Zucca. È il paragrafo 216: “(...) l’assenza di identificazione degli autori materiali dei maltrattamenti in causa deriva dalla difficoltà oggettiva della procura di procedere a identificazioni certe e dalla mancata collaborazione della polizia nel corso delle indagini preliminari. La Corte si rammarica che la polizia italiana si sia potuta rifiutare impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria all’identificazione degli agenti che potevano essere coinvolti negli atti di tortura”.
Quel “rifiutarsi impunemente” è un macigno che pesa sulla credibilità della nostra polizia quanto la mancata sospensione dei funzionari durante indagini e processi e la loro mancata rimozione dopo le condanne definitive (paragrafo 210).
Il quadro d’insieme è tanto limpido quanto desolante: nei nostri recenti casi di tortura, la protezione istituzionale verso indagati, imputati e condannati è stata la rotta seguita dai vertici amministrativi e politici dello stato.
Per questi motivi l’ondata di indignazione e sdegno per l’intervento di Enrico Zucca avviata dal capo della polizia Franco Gabrielli e molti altri, tutti attenti a non entrare nel merito delle constatazioni e delle valutazioni espresse dal magistrato, appare come una montagna di panna montata sotto la quale si conta di occultare alcune scomode verità.
Né Gabrielli né altri hanno spiegato perché la polizia di stato abbia coperto, promosso, reintegrato i responsabili della cosiddetta perquisizione alla scuola Diaz, qualificata come un caso di tortura dalla Corte di Strasburgo, ed è proprio questo il punto dell’intera vicenda.
Per la reputazione della polizia di stato non sono oltraggiose le parole di Enrico Zucca, bensì le condotte tenute nel corso del tempo, dal 2001 in poi, da numerosi funzionari, dirigenti e responsabili politici. Condotte delle quali non si vuole parlare.
Si tace sulla sostanza e si urla su immaginari oltraggi. Fra tante grida scomposte, le parole più serie e sincere le dobbiamo ai genitori di Giulio Regeni, che hanno espresso “stima e gratitudine al dottor Zucca per il suo intervento preciso ed equilibrato”.
tratto da Comune-Info
segnalato da La Bottega del Barbieri
Vedi anche:
http://contropiano.org/news/politica-news/2018/03/28/le-fake-news-in-stile-viminale-0102321
http://contropiano.org/news/politica-news/2018/03/21/i-complici-dei-torturatori-possono-zittire-pure-un-magistrato-0102102
http://contropiano.org/altro/2016/03/19/radiate-medici-torturatori-genova-2001-076796
Fonte
24/03/2018
Tutti contro il pm Zucca. Perché la tortura non è reato
In Italia parlare delle torture perpetrate dalle forze dell’ordine durante il g8 del 2001, a Genova, è sempre molto complicato. A meno che, s’intende, non se ne parli per dire che, in fondo, va tutto bene.
L’ultimo esempio in ordine di tempo ha messo al centro della polemica, e del fuoco incrociato di media e istituzioni, il procuratore generale di Genova, Enrico Zucca. La vicenda ormai è nota: Zucca si rende colpevole di dire quello che in molti pensano e che sentenze di tribunali italiani ed europei hanno messo nero su bianco: nel nostro paese, i (pochissimi) funzionari delle forze dell’ordine condannati per una delle peggiori pagine della nostra storia – il g8 di Genova, le torture di Bolzaneto e della scuola Diaz – non solo non sono stati esclusi dai rispettivi corpi di appartenenza, ma hanno, addirittura, fatto carriera.
La riflessione di Zucca (che i fatti del g8 li conosce bene, essendosene occupato da magistrato) parte dalla vicenda di Giulio Regeni: “Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale (l’Egitto, ndr) è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper far per vicende meno drammatiche“, ha detto qualche giorno fa. Apriti cielo. Nel giro di poche ore, ecco la risposta – piccata – di Gabrielli (lo stesso che solo qualche mese fa, in un’intervista rilasciata a La Repubblica, si stracciava le vesti e chiedeva, ipocritamente, scusa per quanto avvenuto a Genova), secondo cui quelle del procuratore non sarebbero semplici constatazioni di una realtà incredibile anche solo da immaginare, ma “accuse infamanti”. Nemmeno fossero solo “opinioni personali preconcette”, anziché verità accertate dalla magistratura con condanna definitiva confermata persino dalla Corte europea.
Poco dopo, si aggiunge la notizia che il ministro della Giustizia Orlando avrebbe chiesto di acquisire le dichiarazioni di Zucca, atto immediatamente precedente – in molti casi – all’apertura di un procedimento. E poi, nei giorni successivi, ecco pronta ad intervenire la solita schiera di giornalisti, opinionisti, addetti ai lavori vari. Tutti, naturalmente, pronti ad attaccare Zucca per quella che – è bene ripeterlo – non è altro che una constatazione: che i funzionari condannati abbiano fatto carriera, infatti, è semplicemente indiscutibile.
Basti pensare a Gilberto Caldarozzi: condannato a tre anni e otto mesi in via definitiva per i fatti della Diaz (con l’accusa di falso: contribuì a costruire le prove artefatte utili ad accusare chi dormiva all’interno della scuola), dopo 5 anni di interdizione torna ad indossare la divisa addirittura nel ruolo di vicedirettore della Direzione Investigativa Antimafia.
E poi c’è Francesco Gratteri, promosso capo della Direzione Centrale Anticrimine; Fabio Cicimarra, capo della squadra mobile a L’Aquila; Spartaco Mortola, chiamato alla guida della Polfer di Torino. La lista, come detto, è tristemente lunga.
Eppure sembrano essersene accorti in pochi: da Gramellini, che dalla prima pagina del Corriere “si permette di dissentire”, perché comunque l’Egitto è l’Egitto e l’Italia è l’Italia (questa, su per giù la tesi proposta), passando per tutti gli esponenti politici che si sono pronunciati a proposito della vicenda. E poi, ovviamente, i sindacati di polizia.
Particolarmente interessante, nel caso del Corriere della Sera, è il fatto che lo stesso Zucca, lette le parole di Gramellini, abbia deciso di inviare una risposta, perché è così che, almeno per quel che ci risulta, si svolge una discussione. Una risposta che ad oggi, 24 marzo, ancora non è stata pubblicata e che potete invece leggere qui (https://altreconomia.it/la-risposta-del-pm-zucca-gramellini-corriere-non-ancora-pubblicato/). Alla faccia della deontologia e del rispetto per le istituzioni...
Ma al di là delle polemiche, che segnalano una volta in più come certe cose, in questo paese, non si possano dire, è importante ragionare sullo schema che ci viene proposto: dal g8 di Genova sono trascorsi 17 anni, tanti governi (teoricamente di colori diversi) si sono succeduti. Eppure la linea, nei confronti dei torturatori già condannati, è stata la stessa per tutti.
Non è sorprendente, dunque, che chiunque provi a segnalare questa anomalia – in quest’ultimo caso, il dottor Zucca –, si ritrovi al centro delle polemiche e delle critiche. Lo schema, ormai, è noto: è lo stesso schema secondo cui si accusa la famiglia Cucchi di lucrare sulla morte di Stefano; o si grida allo scandalo se la comunità senegalese di Firenze, di fronte all’omicidio di un uomo, reagisce prendendo a calci alcune fioriere; o si giustifica il terrorista Traini, “esasperato” dalla massiccia presenza di immigrati. E anche in questo caso, di esempi ce ne sarebbero molti.
E’ lo schema della realtà capovolta, in cui vale tutto e il contrario di tutto. Ed è uno schema da cui dobbiamo, velocemente, imparare a difenderci.
Fonte
L’ultimo esempio in ordine di tempo ha messo al centro della polemica, e del fuoco incrociato di media e istituzioni, il procuratore generale di Genova, Enrico Zucca. La vicenda ormai è nota: Zucca si rende colpevole di dire quello che in molti pensano e che sentenze di tribunali italiani ed europei hanno messo nero su bianco: nel nostro paese, i (pochissimi) funzionari delle forze dell’ordine condannati per una delle peggiori pagine della nostra storia – il g8 di Genova, le torture di Bolzaneto e della scuola Diaz – non solo non sono stati esclusi dai rispettivi corpi di appartenenza, ma hanno, addirittura, fatto carriera.
La riflessione di Zucca (che i fatti del g8 li conosce bene, essendosene occupato da magistrato) parte dalla vicenda di Giulio Regeni: “Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale (l’Egitto, ndr) è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper far per vicende meno drammatiche“, ha detto qualche giorno fa. Apriti cielo. Nel giro di poche ore, ecco la risposta – piccata – di Gabrielli (lo stesso che solo qualche mese fa, in un’intervista rilasciata a La Repubblica, si stracciava le vesti e chiedeva, ipocritamente, scusa per quanto avvenuto a Genova), secondo cui quelle del procuratore non sarebbero semplici constatazioni di una realtà incredibile anche solo da immaginare, ma “accuse infamanti”. Nemmeno fossero solo “opinioni personali preconcette”, anziché verità accertate dalla magistratura con condanna definitiva confermata persino dalla Corte europea.
Poco dopo, si aggiunge la notizia che il ministro della Giustizia Orlando avrebbe chiesto di acquisire le dichiarazioni di Zucca, atto immediatamente precedente – in molti casi – all’apertura di un procedimento. E poi, nei giorni successivi, ecco pronta ad intervenire la solita schiera di giornalisti, opinionisti, addetti ai lavori vari. Tutti, naturalmente, pronti ad attaccare Zucca per quella che – è bene ripeterlo – non è altro che una constatazione: che i funzionari condannati abbiano fatto carriera, infatti, è semplicemente indiscutibile.
Basti pensare a Gilberto Caldarozzi: condannato a tre anni e otto mesi in via definitiva per i fatti della Diaz (con l’accusa di falso: contribuì a costruire le prove artefatte utili ad accusare chi dormiva all’interno della scuola), dopo 5 anni di interdizione torna ad indossare la divisa addirittura nel ruolo di vicedirettore della Direzione Investigativa Antimafia.
E poi c’è Francesco Gratteri, promosso capo della Direzione Centrale Anticrimine; Fabio Cicimarra, capo della squadra mobile a L’Aquila; Spartaco Mortola, chiamato alla guida della Polfer di Torino. La lista, come detto, è tristemente lunga.
Eppure sembrano essersene accorti in pochi: da Gramellini, che dalla prima pagina del Corriere “si permette di dissentire”, perché comunque l’Egitto è l’Egitto e l’Italia è l’Italia (questa, su per giù la tesi proposta), passando per tutti gli esponenti politici che si sono pronunciati a proposito della vicenda. E poi, ovviamente, i sindacati di polizia.
Particolarmente interessante, nel caso del Corriere della Sera, è il fatto che lo stesso Zucca, lette le parole di Gramellini, abbia deciso di inviare una risposta, perché è così che, almeno per quel che ci risulta, si svolge una discussione. Una risposta che ad oggi, 24 marzo, ancora non è stata pubblicata e che potete invece leggere qui (https://altreconomia.it/la-risposta-del-pm-zucca-gramellini-corriere-non-ancora-pubblicato/). Alla faccia della deontologia e del rispetto per le istituzioni...
Ma al di là delle polemiche, che segnalano una volta in più come certe cose, in questo paese, non si possano dire, è importante ragionare sullo schema che ci viene proposto: dal g8 di Genova sono trascorsi 17 anni, tanti governi (teoricamente di colori diversi) si sono succeduti. Eppure la linea, nei confronti dei torturatori già condannati, è stata la stessa per tutti.
Non è sorprendente, dunque, che chiunque provi a segnalare questa anomalia – in quest’ultimo caso, il dottor Zucca –, si ritrovi al centro delle polemiche e delle critiche. Lo schema, ormai, è noto: è lo stesso schema secondo cui si accusa la famiglia Cucchi di lucrare sulla morte di Stefano; o si grida allo scandalo se la comunità senegalese di Firenze, di fronte all’omicidio di un uomo, reagisce prendendo a calci alcune fioriere; o si giustifica il terrorista Traini, “esasperato” dalla massiccia presenza di immigrati. E anche in questo caso, di esempi ce ne sarebbero molti.
E’ lo schema della realtà capovolta, in cui vale tutto e il contrario di tutto. Ed è uno schema da cui dobbiamo, velocemente, imparare a difenderci.
Fonte
22/03/2018
Un appello a sostegno del pm Enrico Zucca
Alla Diaz, così come a Bolzaneto, fu tortura. L’ha sentenziato la Corte europea dei diritti dell’uomo, più volte. La “colpa” del sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Genova è di ricordare che le prescrizioni della Corte di Strasburgo sono state disattese
Da tempo ci occupiamo a vario titolo della tortura praticata in Italia e delle risposte offerte dallo Stato e perciò crediamo che Enrico Zucca, nel suo intervento di ieri a un convegno a Genova, abbia espresso una verità che ci trova pienamente concordi. La risposta delle istituzioni alle torture compiute su decine e decine di persone nelle giornate del G8 di Genova del 2001 è stata gravemente inadeguata e ha tradito largamente lo spirito e la lettera delle sentenze di condanna contro l’Italia inflitte dalla Corte europea per i diritti umani per i casi Diaz e Bolzaneto.
Sono state disattese sia le indicazioni sulle misure necessarie a prevenire nuovi abusi (vedi la contorta e inapplicabile legge dell’estate scorsa e la mancata introduzione dei codici di riconoscimento sulle divise), sia le prescrizioni circa la necessaria rimozione dei funzionari condannati in via definitiva (abbiamo invece avuto protezioni, promozioni, inopinati ritorni al vertice). Solo rispettando simili indicazioni è possibile tutelare la dignità e credibilità delle forze di polizia, sia sul piano interno sia su quello internazionale. Enrico Zucca ha detto una semplice quanto sacrosanta verità.
Come redazione di Contropiano sottoscriviamo questo appello, qui di seguito promotori e firmatari:
Enrica Bartesaghi, presidente Comitato Verità e Giustizia per Genova
Lorenzo Guadagnucci, comitato Verità e giustizia per Genova
Michele Passione, avvocato del foro di Firenze
Donatella Di Cesare, Università di Roma La Sapienza, autrice di “Tortura”
Roberto Settembre, giudice di Corte d’appello nel processo Bolzaneto
Marina Lalatta, Università di Bologna, autrice di “Il silenzio della tortura”
Marialuisa Menegatto, Università di Padova, autore di “Violenza e democrazia”
Vittorio Agnoletto, già portavoce del Genova Social Forum
Adriano Zamperini, Università di Padova, autore di “Violenza e democrazia”
Stefania Amato, avvocato del foro di Brescia
la redazione di Altreconomia
Wu Ming, scrittori
Adesioni (per aderire scrivere ad appellozucca@altreconomia.it):
Mariacarla Castagna – Lecco
Pietro Dalmazzo
Viviana Morreale, giornalista
Gilberto Girardi
Marco Giachetti – Firenze
Avv. Roberto Mariotti del Foro di Firenze
Pasquale Dibenedetto
Narramondo Teatro, Genova
Davide Di Laurea – Ricercatore Istat
Remo Valsecchi, cittadino
Maurizio Bongioanni
Ferruccio Sandionigi
Lucia Panzieri a titolo personale, e come presidente della cooperativa sociale ZAC! Zone Attive di Cittadinanza (IVREA)
Alberto Fusar Poli
Mariarosa Carisano avvocato penalista foro di Pavia
Ersilia Monti
Francesco Romeo
Moni Ovadia
Andrea Cavaliere – avvocato camera penale di Brescia
Adriano Valerio Marzi
Paola Belsito, giudice tribunale di Firenze
Andrea Rivella
Avv. Alessandra Ballerini
Maria Brucale, Avvocato, Ordine Avvocati Roma
Marcello Albanello
Annamaria Marin, avvocato del Foro di Venezia
Maurizio Gressi
Federica Carollo
Giusi Ferro
Rinaldo Gianola giornalista
“Le dichiarazioni di Zucca hanno un duplice contenuto.in parte riferiscono un fatto storico : alcuni funzionari al vertice della Polizia non hanno voluto indicare le generalità dei poliziotti autori della “macelleria messicana”, fatto processualmente accertato. Il secondo contenuto consiste in una valutazione etico politica della condotta dei responsabili politici e burocratici di questo fatto, dal quale Zucca fa discendere la minore autorevolezza dello Stato italiano sulla questione Regeni.
Mi pare che nessuno di tali contenuti possa dar luogo responsabilità disciplinare. Non il primo per l ovvia ragione che riferisce un fatto vero. Non il secondo perché consiste in una opinione politica del tutto legittima”.
Salvatore Sinagra Presidente della corte d'appello del processo Diaz
Alberto Anghileri
Salvatore Krassowsky
Sini Nicolò – Università degli Studi di Torino
Avv. Alessandro Magoni
Carlo Fiorio – Docente di diritto processuale penale, Università di Perugia
Marcello Zinola, giornalista, ex segretario Associazione Ligure Giornalisti-Fnsi all’epoca del G8 2001, testimone della notte della Diaz
Michela Rea
F. Orsano
Valeria Tancredi giornalista
Avvocato Giuliana Falaguerra
Daniele Barbieri (blogger e giornalista) – IMOLA
Giovanna Dimitolo
Avv. Roberta Giannini – membro Osservatorio carcere Ucpi
Silvia Davini
Monica Andreucci
Nello Trocchia
Luca Vannetiello – Medico Chirurgo
Francesco Donadio – Castrovillari (CS)
Luisella Musu
Nicola Cavazzuti – Consigliere Comunale Massa, Rifondazione Comunista
Anita Rossetti
Tamar Pitch
Gaetano Colantuono, direttivo nazionale Risorgimento socialista
Luciana Cimino – giornalista
Silvia Tozzi – giornalista
EVA Giuliani, insegnante
Andrea Filipponio, Milano
Marta Mozzati
Giuseppe Manzo, giornalista professionista
Cristina Brancoli
Eugenio Cantoni
Stefania Amelia Cipriani
Debora Migliucci
Guido Pasquetti
Alessandra Carta, giornalista
Lorenzo Paluan Carpi
Nicoletta Anna De Angelis
Vinicio Vannucci
Fiorella Colombo
Eride Garuti, giornalista
Stefania Izzo
Davide Zanardi
Rosanna Sorani
Alessandro Peregalli, dottorando alla Universidad Nacional Antónoma de México (UNAM) e professore alla Escuela Nacional de Antropología e Historia (ENAH)
Mattia Granata
Chiara Desiderio
Stefano Agnoletto (PhD)- Economic and Social Historian
Daniele Domenico Barillari
Luigi Rossetto
Paolo Trucco
Aldo Rotolo
Valter Barosso – bancario
maria elena baruffaldi
Michelina Cottone
Ivano Tognin
Teresa Patrignani
Elena Guaraglia
Valentina Armirotti capogruppo de L’ Altra Campomorone
Patrizia Colosio
avvocato Alessandro Maresca del foro di Napoli
Giulio Laurenti
Gianpaolo Garbi
Sandro Mezzadra
Avv. Annamaria Alborghetti – Padova
Bonometti Domenico
Marco Capra
Prof. Gabriella Paolucci
Arturo Benvenuto
trocchia giovanni
dario nonino
Massimo Zucchetti
Federico Pozzoni, studente
Marco Forlani
Aureliano Marchi – Pensionato
Monica Baracchini
Roberto Galantini
Mario Tanoni
maria grazia meriggi
Gianluca Attoli
Alessio Surian
Massimo Bonfanti
Jacopo Zannini – Consigliere Circoscrizionale Trento
Edoardo Borruso
Salvatore Guarino
Orlando Botti
Erik Rosset (Aosta)
Avv. Riccardo Passeggi – Foro di Genova, legale di parte civile nei processi Bolzaneto e Diaz
Luigi Ottonello – Ferroviere
Roberta Trucco
Caterina Chiodino
“mamaior10”
Cosimo Scarinzi, Coordinatore Nazionale CUB Scuola Università Ricerca
Franca Garreffa
Marcello Ugliano
Gianluca Torelli
Oscar Paganin
Il sindacato Orsa Tpl Genova, non può che sostenere il PM Enrico Zucca per aver avuto il coraggio di dire la verità
Mario Benvenuto
Piero Leodi (redattore, Milano)
Alfio Nicotra, giornalista, vicepresidente nazionale Un Ponte Per…
Sonia Doronzo Rsu Slc Cgil Torino
Filippo Parigi
Paolo Ferrara
Marzia Chiantore
Mirko Mazzali avvocato Milano
Pina Garofalo
Albina Colella
Antonia F Mele
Sara Michieletto
Enrico Vallarino. Cooperative Amandla commercio equo. Varazze
Francesco Masotina
Monica Di Sisto, giornalista
Roberto Bossi (coordinatore del Tavolo RES – rete nazionale di economia solidale)
Lino Frascella
Cosetta Erinaldi
Raffaella Bolini – Arci
Federica Guidi, archeologa, Bologna
Enrico Parsi
“cozzarieros”
Cristian Lo Re
Luca Amato
vittorio ballini
Massimo Quinzi
Anna Maria Ungaro
Guendalina Anzolin
Avv. Gilberto Pagani, presidente d’onore di AED (Avvocati Europei Democratici)
Massimo Bondioli
Massimo Allulli (Roma)
Paola Sommariva
Andrea Sbarbaro
Maria armida leuzzi – Bari
“Dalla parte del procuratore Zucca così come siamo stati dalla parte delle vittime della Diaz e di Bolzaneto, contro la tortura, per una vera legge che la preveda come reato specifico del pubblico ufficiale, imprescrittibile, così come delineata dalla convenzione delle nazioni unite. per la democratizzazione delle forze di polizia, per la libertà di movimento delle persone e per l’agibilità del conflitto sociale”
Checchino Antonini, giornalista, popoffquotidiano.it
Mietta Timi
Anna Boccherini
Mauro Biani
Pietro Campoli
Guglielmo Spettante
Alessandro Grangetto
Antonella Renzullo
ada c
Lucia Bertozzi
Maria Sardella
Anna Alberti
Giulia Capotorto
Fonte
Da tempo ci occupiamo a vario titolo della tortura praticata in Italia e delle risposte offerte dallo Stato e perciò crediamo che Enrico Zucca, nel suo intervento di ieri a un convegno a Genova, abbia espresso una verità che ci trova pienamente concordi. La risposta delle istituzioni alle torture compiute su decine e decine di persone nelle giornate del G8 di Genova del 2001 è stata gravemente inadeguata e ha tradito largamente lo spirito e la lettera delle sentenze di condanna contro l’Italia inflitte dalla Corte europea per i diritti umani per i casi Diaz e Bolzaneto.
Sono state disattese sia le indicazioni sulle misure necessarie a prevenire nuovi abusi (vedi la contorta e inapplicabile legge dell’estate scorsa e la mancata introduzione dei codici di riconoscimento sulle divise), sia le prescrizioni circa la necessaria rimozione dei funzionari condannati in via definitiva (abbiamo invece avuto protezioni, promozioni, inopinati ritorni al vertice). Solo rispettando simili indicazioni è possibile tutelare la dignità e credibilità delle forze di polizia, sia sul piano interno sia su quello internazionale. Enrico Zucca ha detto una semplice quanto sacrosanta verità.
Come redazione di Contropiano sottoscriviamo questo appello, qui di seguito promotori e firmatari:
Enrica Bartesaghi, presidente Comitato Verità e Giustizia per Genova
Lorenzo Guadagnucci, comitato Verità e giustizia per Genova
Michele Passione, avvocato del foro di Firenze
Donatella Di Cesare, Università di Roma La Sapienza, autrice di “Tortura”
Roberto Settembre, giudice di Corte d’appello nel processo Bolzaneto
Marina Lalatta, Università di Bologna, autrice di “Il silenzio della tortura”
Marialuisa Menegatto, Università di Padova, autore di “Violenza e democrazia”
Vittorio Agnoletto, già portavoce del Genova Social Forum
Adriano Zamperini, Università di Padova, autore di “Violenza e democrazia”
Stefania Amato, avvocato del foro di Brescia
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Adesioni (per aderire scrivere ad appellozucca@altreconomia.it):
Mariacarla Castagna – Lecco
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Avv. Roberto Mariotti del Foro di Firenze
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Ersilia Monti
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Adriano Valerio Marzi
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Andrea Rivella
Avv. Alessandra Ballerini
Maria Brucale, Avvocato, Ordine Avvocati Roma
Marcello Albanello
Annamaria Marin, avvocato del Foro di Venezia
Maurizio Gressi
Federica Carollo
Giusi Ferro
Rinaldo Gianola giornalista
“Le dichiarazioni di Zucca hanno un duplice contenuto.in parte riferiscono un fatto storico : alcuni funzionari al vertice della Polizia non hanno voluto indicare le generalità dei poliziotti autori della “macelleria messicana”, fatto processualmente accertato. Il secondo contenuto consiste in una valutazione etico politica della condotta dei responsabili politici e burocratici di questo fatto, dal quale Zucca fa discendere la minore autorevolezza dello Stato italiano sulla questione Regeni.
Mi pare che nessuno di tali contenuti possa dar luogo responsabilità disciplinare. Non il primo per l ovvia ragione che riferisce un fatto vero. Non il secondo perché consiste in una opinione politica del tutto legittima”.
Salvatore Sinagra Presidente della corte d'appello del processo Diaz
Alberto Anghileri
Salvatore Krassowsky
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Avv. Alessandro Magoni
Carlo Fiorio – Docente di diritto processuale penale, Università di Perugia
Marcello Zinola, giornalista, ex segretario Associazione Ligure Giornalisti-Fnsi all’epoca del G8 2001, testimone della notte della Diaz
Michela Rea
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Vinicio Vannucci
Fiorella Colombo
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Stefania Izzo
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Rosanna Sorani
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Mattia Granata
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Daniele Domenico Barillari
Luigi Rossetto
Paolo Trucco
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Michelina Cottone
Ivano Tognin
Teresa Patrignani
Elena Guaraglia
Valentina Armirotti capogruppo de L’ Altra Campomorone
Patrizia Colosio
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Giulio Laurenti
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Bonometti Domenico
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Massimo Zucchetti
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Marco Forlani
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Gianluca Attoli
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Massimo Bonfanti
Jacopo Zannini – Consigliere Circoscrizionale Trento
Edoardo Borruso
Salvatore Guarino
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Avv. Riccardo Passeggi – Foro di Genova, legale di parte civile nei processi Bolzaneto e Diaz
Luigi Ottonello – Ferroviere
Roberta Trucco
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Franca Garreffa
Marcello Ugliano
Gianluca Torelli
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Il sindacato Orsa Tpl Genova, non può che sostenere il PM Enrico Zucca per aver avuto il coraggio di dire la verità
Mario Benvenuto
Piero Leodi (redattore, Milano)
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Cristian Lo Re
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Maria armida leuzzi – Bari
“Dalla parte del procuratore Zucca così come siamo stati dalla parte delle vittime della Diaz e di Bolzaneto, contro la tortura, per una vera legge che la preveda come reato specifico del pubblico ufficiale, imprescrittibile, così come delineata dalla convenzione delle nazioni unite. per la democratizzazione delle forze di polizia, per la libertà di movimento delle persone e per l’agibilità del conflitto sociale”
Checchino Antonini, giornalista, popoffquotidiano.it
Mietta Timi
Anna Boccherini
Mauro Biani
Pietro Campoli
Guglielmo Spettante
Alessandro Grangetto
Antonella Renzullo
ada c
Lucia Bertozzi
Maria Sardella
Anna Alberti
Giulia Capotorto
Fonte
21/03/2018
I complici dei torturatori possono zittire pure un magistrato
Vogliamo levarci qualche chiodo dalle suole? E leviamocelo...
Nel dibattito che ha accompagnato la presentazione, nella sede dell’ordine degli avvocati di Genova, del docufilm di Repubblica sull’uccisione di Giulio Regeni (“Nove giorni al Cairo”, di Carlo Bonini e Giuliano Foschini), Enrico Zucca si è posto e ha rivolto al pubblico la domanda:
“l’11 settembre 2001 e il G8 hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali. Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper fare per vicende meno drammatiche. I nostri torturatori, o meglio chi ha coperto i torturatori, come dicono le sentenze della Corte di Strasburgo, sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?”.
Il dottor Zucca è uno degli uomini che meglio conosce le “gloriose vicende” dei vertici della polizia italiana coinvolti nella mattanza di Genova 2001, visto che è stato sostituto procuratore della Corte di Appello, dunque tra i giudici del processo Diaz che ha portato alla condanna di diversi funzionari di polizia. Sentenza confermata dalla Corte europea di Strasburgo, che ha fra l’altro condannato lo Stato italiano a risarcire le vittime di torture nella scuola Diaz.
Il dottor Zucca è insomma un uomo delle istituzioni che parla dopo aver studiato a lungo le carte, non certo per “pregiudizio” (un magistrato ha a che fare tutti i giorni con uomini della polizia, carabinieri, finanza, ecc). Uno che sa benissimo che “giuridicamente” quei funzionari sono stati condannati per reati diversi dalla tortura soltanto perché questo reato – caso quasi unico ormai al mondo – non è previsto dal codice penale (circostanza che ci ha portato altre condanne dalla Corte europea dei diritti umani, cui peraltro l’establishment italico tributa di continuo grandi onori verbali). Ma le tecniche e i comportamenti dei condannati rientravano ad abbundantiam in quella fattispecie.
Abbiamo dunque questa strana situazione: uno Stato formalmente democratico che mantiene o eleva ai massimi gradi delle forze di polizia – ultimo caso: Gilberto Caldarozzi, uno dei principali condannati del processo Diaz e oggi vice direttore della Dia – diversi condannati per aver personalmente torturato innocenti o aver consapevolmente protetto dalle indagini, per anni, i torturatori. Questo Stato chiede all’Egitto – una dittatura militare di fatto, che però si autodefinisce uno Stato democratico perché tiene anch’esso delle elezioni politiche – di individuare, condannare ed eventualmente consegnare alla giustizia italiana egli agenti di polizia o dei servizi segreti egiziani responsabili delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni.
Immaginiamo facilmente le facce dei diplomatici egiziani mentre rispondono ai colleghi italiani con il sorrisetto complice di chi sta pensando “ma guarda un po’ chi è che mi viene a fare la predica...”.
Fin qui ci sarebbe solo da solidarizzare con la famiglia Regeni e riconoscere nel dott. Zucca un magistrato che rispetta le norme di legge e non le consuetudini dell’obbedienza all’Amministrazione.
Ma stiamo scendendo velocemente nella fogna della post-democrazia, quel mondo dove il voto popolare è vissuto con un certo fastidio (meglio manipolarlo, magari con leggi elettorali fortemente maggioritarie e un buon uso delle moderne tecnologie, vero?) e le critiche documentate agli apparati vengono a loro volta criminalizzate.
Accade perciò che il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura – Giovanni Legnini, un politico – ritenga necessario aprire il plenum dell’istituzione ribadendo “stima e fiducia ai vertici delle forze di polizia”, mentre invece stigmatizza le parole di Zucca come “una dichiarazione impegnativa con qualche parola inappropriata”.
Tutto qui? No, ovviamente. Nel frattempo il ministero della Giustizia (ancora guidato da quell’Andrea Orlando allegramente definito “sinistra del Pd”) aveva fatto sapere che avrebbe acquisito gli atti relativi alle dichiarazioni del sostituto procuratore Zucca. E non certo per conferirgli un premio...
Direte: “che potere di merda... per fortuna c’è ancora la libera stampa democratica che vigila e bastona queste prepotenze”.
Errore. Un esimio “giornalista democratico”, uno di quelli che giura di voler mantenere aperto il riflettore sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, addirittura un vicedirettore del Corsera nonché conduttore di un programma televisivo in prima serata, scrive questo pensosa contorcimento per bastonare... il dott. Zucca! Leggiamo con attenzione:
[...] I pestaggi di Genova restano una pagina vergognosa. E non meno vergognoso è che – a diciassette anni e svariati processi di distanza – alcuni protagonisti di quelle vicende si ritrovino negli ingranaggi dello Stato. Ma un episodio infame della nostra storia non può venire trasformato nel suo tratto distintivo. Non è serio mettere sullo stesso piano i lati oscuri, ma pur sempre eccezionali, di una democrazia con le pratiche di una dittatura militare.
Il relativismo è un’arma dialettica disonesta perché da settant’anni, da destra a sinistra, mette tutti sullo stesso piano. La violenza incontrollata di un gruppo di agenti in divisa con i metodi di una polizia segreta. Il cittadino che paga un bollo in ritardo con l’evasore totale. Nessuno è perfetto, tantomeno chi catechizza le imperfezioni altrui. Ma le persone non sono tutte uguali, e neppure gli Stati. Se la regola del dottor Zucca venisse applicata, l’Italia non avrebbe più titolo per chiedere niente a nessuno. E la democrazia, che a differenza delle dittature può permettersi questi cali di autostima, finirebbe per rinnegare la sua ragione sociale: tutelare i diritti dei propri cittadini, compreso quello del dottor Zucca di dire ciò che pensa.
Molte parole per dire una sola cosa: se qualche poliziotto ha fatto delle torture a Genova è solo “una mela marcia” (o un cesto), ma lo Stato non c’entra e non può essere accusato di essere poco democratico. Mica siamo sullo stesso piano dell’Egitto!
E’ una vecchia tesi difensiva dei più immondi poteri della terra. Con una differenza, però. In genere, nel mondo, quando una “mela marcia” viene presa in castagna e condannata – non è frequente, nel caso di poliziotti, ma qualche volta accade – viene anche espulsa dai ranghi. Non è un grande sforzo, solo uno scaricabarile, spesso compensato con una lettera di referenze per il “privato” che dovesse assumerli. Ma insomma, lo Stato cerca di far vedere che questi comportamenti non li premia...
Qui no. I condannati hanno scalato le vette. E ci rimangono. Con la benedizione dei Legnini e dei Gramellini di turno.
Fonte
Nel dibattito che ha accompagnato la presentazione, nella sede dell’ordine degli avvocati di Genova, del docufilm di Repubblica sull’uccisione di Giulio Regeni (“Nove giorni al Cairo”, di Carlo Bonini e Giuliano Foschini), Enrico Zucca si è posto e ha rivolto al pubblico la domanda:
“l’11 settembre 2001 e il G8 hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali. Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper fare per vicende meno drammatiche. I nostri torturatori, o meglio chi ha coperto i torturatori, come dicono le sentenze della Corte di Strasburgo, sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?”.
Il dottor Zucca è uno degli uomini che meglio conosce le “gloriose vicende” dei vertici della polizia italiana coinvolti nella mattanza di Genova 2001, visto che è stato sostituto procuratore della Corte di Appello, dunque tra i giudici del processo Diaz che ha portato alla condanna di diversi funzionari di polizia. Sentenza confermata dalla Corte europea di Strasburgo, che ha fra l’altro condannato lo Stato italiano a risarcire le vittime di torture nella scuola Diaz.
Il dottor Zucca è insomma un uomo delle istituzioni che parla dopo aver studiato a lungo le carte, non certo per “pregiudizio” (un magistrato ha a che fare tutti i giorni con uomini della polizia, carabinieri, finanza, ecc). Uno che sa benissimo che “giuridicamente” quei funzionari sono stati condannati per reati diversi dalla tortura soltanto perché questo reato – caso quasi unico ormai al mondo – non è previsto dal codice penale (circostanza che ci ha portato altre condanne dalla Corte europea dei diritti umani, cui peraltro l’establishment italico tributa di continuo grandi onori verbali). Ma le tecniche e i comportamenti dei condannati rientravano ad abbundantiam in quella fattispecie.
Abbiamo dunque questa strana situazione: uno Stato formalmente democratico che mantiene o eleva ai massimi gradi delle forze di polizia – ultimo caso: Gilberto Caldarozzi, uno dei principali condannati del processo Diaz e oggi vice direttore della Dia – diversi condannati per aver personalmente torturato innocenti o aver consapevolmente protetto dalle indagini, per anni, i torturatori. Questo Stato chiede all’Egitto – una dittatura militare di fatto, che però si autodefinisce uno Stato democratico perché tiene anch’esso delle elezioni politiche – di individuare, condannare ed eventualmente consegnare alla giustizia italiana egli agenti di polizia o dei servizi segreti egiziani responsabili delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni.
Immaginiamo facilmente le facce dei diplomatici egiziani mentre rispondono ai colleghi italiani con il sorrisetto complice di chi sta pensando “ma guarda un po’ chi è che mi viene a fare la predica...”.
Fin qui ci sarebbe solo da solidarizzare con la famiglia Regeni e riconoscere nel dott. Zucca un magistrato che rispetta le norme di legge e non le consuetudini dell’obbedienza all’Amministrazione.
Ma stiamo scendendo velocemente nella fogna della post-democrazia, quel mondo dove il voto popolare è vissuto con un certo fastidio (meglio manipolarlo, magari con leggi elettorali fortemente maggioritarie e un buon uso delle moderne tecnologie, vero?) e le critiche documentate agli apparati vengono a loro volta criminalizzate.
Accade perciò che il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura – Giovanni Legnini, un politico – ritenga necessario aprire il plenum dell’istituzione ribadendo “stima e fiducia ai vertici delle forze di polizia”, mentre invece stigmatizza le parole di Zucca come “una dichiarazione impegnativa con qualche parola inappropriata”.
Tutto qui? No, ovviamente. Nel frattempo il ministero della Giustizia (ancora guidato da quell’Andrea Orlando allegramente definito “sinistra del Pd”) aveva fatto sapere che avrebbe acquisito gli atti relativi alle dichiarazioni del sostituto procuratore Zucca. E non certo per conferirgli un premio...
Direte: “che potere di merda... per fortuna c’è ancora la libera stampa democratica che vigila e bastona queste prepotenze”.
Errore. Un esimio “giornalista democratico”, uno di quelli che giura di voler mantenere aperto il riflettore sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, addirittura un vicedirettore del Corsera nonché conduttore di un programma televisivo in prima serata, scrive questo pensosa contorcimento per bastonare... il dott. Zucca! Leggiamo con attenzione:
[...] I pestaggi di Genova restano una pagina vergognosa. E non meno vergognoso è che – a diciassette anni e svariati processi di distanza – alcuni protagonisti di quelle vicende si ritrovino negli ingranaggi dello Stato. Ma un episodio infame della nostra storia non può venire trasformato nel suo tratto distintivo. Non è serio mettere sullo stesso piano i lati oscuri, ma pur sempre eccezionali, di una democrazia con le pratiche di una dittatura militare.
Il relativismo è un’arma dialettica disonesta perché da settant’anni, da destra a sinistra, mette tutti sullo stesso piano. La violenza incontrollata di un gruppo di agenti in divisa con i metodi di una polizia segreta. Il cittadino che paga un bollo in ritardo con l’evasore totale. Nessuno è perfetto, tantomeno chi catechizza le imperfezioni altrui. Ma le persone non sono tutte uguali, e neppure gli Stati. Se la regola del dottor Zucca venisse applicata, l’Italia non avrebbe più titolo per chiedere niente a nessuno. E la democrazia, che a differenza delle dittature può permettersi questi cali di autostima, finirebbe per rinnegare la sua ragione sociale: tutelare i diritti dei propri cittadini, compreso quello del dottor Zucca di dire ciò che pensa.
Molte parole per dire una sola cosa: se qualche poliziotto ha fatto delle torture a Genova è solo “una mela marcia” (o un cesto), ma lo Stato non c’entra e non può essere accusato di essere poco democratico. Mica siamo sullo stesso piano dell’Egitto!
E’ una vecchia tesi difensiva dei più immondi poteri della terra. Con una differenza, però. In genere, nel mondo, quando una “mela marcia” viene presa in castagna e condannata – non è frequente, nel caso di poliziotti, ma qualche volta accade – viene anche espulsa dai ranghi. Non è un grande sforzo, solo uno scaricabarile, spesso compensato con una lettera di referenze per il “privato” che dovesse assumerli. Ma insomma, lo Stato cerca di far vedere che questi comportamenti non li premia...
Qui no. I condannati hanno scalato le vette. E ci rimangono. Con la benedizione dei Legnini e dei Gramellini di turno.
Fonte
11/06/2015
Diaz, la polizia carica ancora: tutti contro il pm Zucca
Dopo le pressioni del capo della polizia Alessandro Pansa, il ministro dell'Interno Angelino Alfano ha chiesto al ministro della Giustizia di valutare un eventuale procedimento disciplinare contro il pm Enrico Zucca, che durante un incontro con il quotidiano la Repubblica aveva osato dire che, a suo parere, «la Diaz porta alla luce problemi endemici: allo stato attuale la polizia rifiuta di leggere se stessa, e a questo punto è difficile non si ripetano più quegli errori. È come se le diagnosi dei medici fossero state perennemente ignorate».
Tutto questo mentre gli avvocati del Genoa Legal Forum ricordano come «tutti i torturatori della Diaz e di Bolzaneto sono ancora in servizio, nessuno di loro è stato destituito, contrariamente a quanto richiesto dalle convenzioni internazionali e dal diritti interno».
Un classico caso di rovesciamento: è più grave dire che fare, le parole pesano più delle botte.
I fatti del G8 di Genova, a quattordici anni di distanza, continuano a rimanere un argomento difficile, almeno dalle parti del ministero dell'Interno. Ed è inutile sottolineare le tante sentenze di condanna nei confronti dell'operato delle forze dell'ordine. È inutile pure ricordare che quei giorni vennero definiti da Amnesty International «la più grande violazione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla Seconda Guerra Mondiale» (con una certa dose di esagerazione, visto quanto accadeva e continua tuttora ad accadere in altri paesi europei). «Non a caso – scrivono ancora quelli del Genoa Legal Forum – alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sono state negate le informazioni sui (mancati) procedimenti disciplinari nei confronti degli agenti, procedimenti che dovevano essere iniziati dopo le recenti sentenze di Cassazione; nessuna risposta è stata data alle interrogazioni parlamentari. Il segnale di continuità con il passato è stato ed è chiarissimo. Se Pansa e il ministro dell’Interno tengono al buon nome della polizia italiana possono iniziare a destituire i responsabili di quei fatti».
Intanto, a difesa del pm Zucca arriva anche una nota di Magistratura Democratica: «Siamo convinti che l’onorabilità e l’alta professionalità della Polizia italiana, presidi fondamentali della vita civile e democratica di questo Paese, non siano in alcun modo messe in discussione da un confronto franco e pubblico sugli episodi di violazione dell’art. 3 Cedu verificatesi nel nostro Paese, sulle ragioni e sulle conseguenze delle gravi violazioni dei diritti umani e sugli strumenti legislativi necessari per prevenirli. Tra i quali l’introduzione di una norma sul divieto di tortura fedele ai principi della Convenzione ONU del 1988. In democrazia occorre ragionare e capire, non rimuovere».
Fonte
Tutto questo mentre gli avvocati del Genoa Legal Forum ricordano come «tutti i torturatori della Diaz e di Bolzaneto sono ancora in servizio, nessuno di loro è stato destituito, contrariamente a quanto richiesto dalle convenzioni internazionali e dal diritti interno».
Un classico caso di rovesciamento: è più grave dire che fare, le parole pesano più delle botte.
I fatti del G8 di Genova, a quattordici anni di distanza, continuano a rimanere un argomento difficile, almeno dalle parti del ministero dell'Interno. Ed è inutile sottolineare le tante sentenze di condanna nei confronti dell'operato delle forze dell'ordine. È inutile pure ricordare che quei giorni vennero definiti da Amnesty International «la più grande violazione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla Seconda Guerra Mondiale» (con una certa dose di esagerazione, visto quanto accadeva e continua tuttora ad accadere in altri paesi europei). «Non a caso – scrivono ancora quelli del Genoa Legal Forum – alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sono state negate le informazioni sui (mancati) procedimenti disciplinari nei confronti degli agenti, procedimenti che dovevano essere iniziati dopo le recenti sentenze di Cassazione; nessuna risposta è stata data alle interrogazioni parlamentari. Il segnale di continuità con il passato è stato ed è chiarissimo. Se Pansa e il ministro dell’Interno tengono al buon nome della polizia italiana possono iniziare a destituire i responsabili di quei fatti».
Intanto, a difesa del pm Zucca arriva anche una nota di Magistratura Democratica: «Siamo convinti che l’onorabilità e l’alta professionalità della Polizia italiana, presidi fondamentali della vita civile e democratica di questo Paese, non siano in alcun modo messe in discussione da un confronto franco e pubblico sugli episodi di violazione dell’art. 3 Cedu verificatesi nel nostro Paese, sulle ragioni e sulle conseguenze delle gravi violazioni dei diritti umani e sugli strumenti legislativi necessari per prevenirli. Tra i quali l’introduzione di una norma sul divieto di tortura fedele ai principi della Convenzione ONU del 1988. In democrazia occorre ragionare e capire, non rimuovere».
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