Partiamo dalla cronaca. Massimo Carminati ha lasciato il carcere di massima sicurezza di Massama, a Oristano, ed è tornato libero. Dopo essere stata rigettata tre volte, da parte della Corte d’Appello, l’istanza di scarcerazione per scadenza dei termini di custodia cautelare, presentata dagli avvocati Cesare Placanica e Francesco Tagliaferri, è stata accolta dal Tribunale della Libertà. Carminati esce dal carcere dopo aver scontato 5 anni e 7 mesi di detenzione, gran parte dei quali in regime di 41 bis.
Carminati si trovava a Massama dal 2017, trasferito dal carcere di Parma.
“Deve ritenersi che in relazione ai due capi di imputazione (capo 2 e 23 del secondo decreto di giudizio immediato) il termine complessivo massimo di custodia cautelare è scaduto, con la conseguenza che va disposta la scarcerazione dell’appellante”, scrivono i giudici. “In definitiva – aggiungono – non può dirsi che nel procedimento in esame siano sospesi i termini di durata della misura cautelare, trattandosi dì procedimento rientrante tra quelli per i quali non opera la sospensione”.
Carminati è stato condannato dal tribunale di Roma come capo di una associazione a delinquere – l’aggravante mafiosa è caduta – che ha condizionato gare d’appalto a Roma tra il 2011 e il 2015, corrompendo imprenditori, funzionari pubblici, esponenti politici.
Passiamo alle considerazioni oggettive su questo caso.
Chi sia, cosa abbia fatto e cosa rappresenti Massimo Carminati non ha bisogno di troppe spiegazioni. La sua storia è nota.
Quante siano le ragioni per le quali non avremmo alcuna indulgenza verso Carminati sono scritte sulle pagine di questo giornale e nella storia del conflitto politico in questo paese da anni. L’antifascismo militante e lo squadrismo neofascista si sono reciprocamente combattuti in una stagione di scontro frontale che non rinunciamo a rivendicare ancora oggi. Per dirla semplice, Carminati e il suo mondo sono un nostro nemico storico.
Ma l’accanimento forcaiolo al quale stiamo assistendo in queste ore contro la scarcerazione di Carminati ci appare insopportabile quanto i fascisti, anzi per molti aspetti, anche se con soggetti diversi, hanno l’identica “cultura politica”.
Una cultura che non c’entra nulla neppure con la sbandierata “civiltà liberale” perché – in tema di giustizia ed espiazione della pena – non rispetta più neanche i fondamenti del diritto borghese.
Per esser chiari. Delle due l’una: o esistono codici e leggi validi erga homnes, oppure ogni individuo viene processato con un codice ad personam, indipendente dai reati effettivamente commessi e per cui si viene giudicati.
A voler essere onesti, occorre riconoscere che molte nuove e vecchie leggi di polizia non vanno lontano da questa logica aberrante, legando misure di restrizione delle libertà al soggetto e non ai reati commessi. Ma questo approccio “creativo” molto spesso, nei tribunali, ha dovuto fare i conti con le leggi ancora esistenti. E in tribunale si deve essere giudicati sulla base dei reati e delle prove che lo dimostrano.
Se le stessi leggi prevedono termini temporali per la custodia cautelare, proporzionati oltretutto alla pena prevista dal codice per i reati in discussione (tempi lunghissimi per i reati gravi, più brevi per quelli “intermedi” e minori), queste leggi non possono essere “sospese” in base alla notorietà mediatica dell’individuo cui si applicano.
Altrimenti si entra in un altro “universo giuridico”, in cui il “fine pena” viene determinato dall’essere “famoso” o meno.
I tre processi su “Mafia Capitale” hanno alla fine escluso la dimensione mafiosa dell’organizzazione certamente criminale di cui Carminati era il dominus riconosciuto (persino da lui!).
E come i nostri lettori ricorderanno, il nostro giornale sin dall’inizio ha sollevato parecchi dubbi sulla possibilità di attribuire il carattere “mafioso” a quella associazione a delinquere.
Non solo. Abbiamo anche denunciato fin da subito come dall’inchiesta su appalti e malaffare a Roma, ossia da “Mafia Capitale” fossero venute fuori solo “petecchie” (poca roba, minuzie…) rispetto a tutto quello su cui si sarebbe dovuto e potuto indagare. E dire che anche quelle minuzie sono state sufficienti a demolire buona parte del sistema politico romano (dal “clan Alemanno” al Partito Democratico), spianando la strada al successivo trionfo dei Cinque Stelle (su cui sarà bene stendere una pietosa lapide).
E ancora. Abbiamo scritto e documentato ampiamente le responsabilità di Carminati nella sua lunga carriera di “uomo nero”, cioè di quella rete di fascisti strettamente connessi con il lavoro sporco del deep state e della criminalità. A partire da quella rapina notturna nella banca del Tribunale di Piazzale Clodio – uno dei palazzi più blindati della Capitale – che poteva essere portata a termine solo con complicità elevate nei vertici militari e per cui furono indagati solo alcuni “carabinieri semplici”.
Abbiamo però quasi l’impressione che il “mondo di sopra” abbia scelto di far concentrare l’attenzione pubblica – soltanto ora – sul solo Carminati, per meglio lasciar lavorare i suoi simili. Sacrificarne uno per salvarne altri cento, insomma.
In definitiva, ci sono tonnellate di motivi per considerare uno come Carminati come un nemico da sempre, a tutti i livelli e senza sconti. Ma, torniamo a ripetere, questa gazzarra forcaiola contro la sua scarcerazione avvenuta sulla base delle leggi esistenti, la troviamo francamente nauseante e irricevibile.
Se non altro perché la vediamo all’opera da decenni contro tanti compagni, ancora prigionieri o precariamente liberi. E non ci basta davvero vedere un fascista nelle stesse condizioni per sentirci “sollevati” o condividere il forcaiolismo di Stato.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Mafia Capitale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mafia Capitale. Mostra tutti i post
17/06/2020
23/10/2019
Roma - Non è mafia ma “normale” criminalità politica e clientelare
La rete criminale autodefinitasi “Mondo di mezzo” non è Mafia Capitale. Così ha deciso la Corte di Cassazione ribaltando il verdetto d’appello e confermando quello del processo di primo grado. La Cassazione ha stabilito che la rete criminale capeggiata dal fascista Massimo Carminati e dal boss delle cooperative sociali a Roma Salvatore Buzzi non è stata un’associazione di stampo mafioso ma un’associazione a delinquere ‘semplice’. Di conseguenza, la pena andrà ricalcolata.
Si andrà dunque ad un nuovo processo d’appello, davanti a una sezione diversa da quella che aveva ipotizzato l’esistenza della mafia a Roma. La sesta sezione penale della Cassazione doveva vagliare la posizione di 32 imputati, di cui 17 condannati dalla Corte d’Appello di Roma, lo scorso anno, a vario titolo per mafia (per associazione a delinquere di stampo mafioso, o con l’aggravante mafiosa o, ancora, per concorso esterno). Tra questi, oltre a Carminati e a Buzzi (condannati rispettivamente a 14 anni e 6 mesi e a 18 anni e quattro mesi), anche Luca Gramazio, ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio (8 anni e 8 mesi), e Franco Panzironi, ex ad dell’Ama (8 anni e 4 mesi). Per tutti ci sarà un nuovo processo. Inoltre, per quanto riguarda Buzzi, la Cassazione lo ha assolto da due delle accuse contestategli, di turbativa d’asta e corruzione, mentre per Carminati è caduta anche l’accusa di intestazione fittizia di beni.
In conseguenza della riqualificazione del reato in associazione a delinquere semplice, la Cassazione ha pure annullato alcuni risarcimenti alle parti civili, tra cui alcune associazioni antimafia.
Davanti alla sentenza della Corte d’Appello che sanciva il carattere mafioso della rete criminale che agiva nel malaffare di Roma Capitale, avevamo espresso apertamente le nostre perplessità. Quelle condanne espresse per motivazioni mafiose non ci avevano affatto convinto. Così scrivevamo nel luglio 2017 a proposito della sentenza su Mafia Capitale:
L’accusa di mafia sostenuta dalla Procura di Roma, ruotava attorno alla costituzione di una “nuova” mafia, con propaggini nel mondo degli appalti della Capitale. Una “collaudata” organizzazione criminale che aveva le caratteristiche tipiche del 416bis: vale a dire, “la forza di intimidazione espressa dal vincolo associativo e la condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva”, scrivevano i giudici d’appello.
Il processo di primo grado su Mafia Capitale si era concluso il 20 luglio 2017 con pesanti condanne. Ma la sentenza aveva escluso l’aggravante mafiosa – cioè l’esistenza di una organizzazione e modalità riconducibili a quelle mafiose – ed aveva invece confermato l’esistenza di una associazione a delinquere con l’obiettivo di estorcere soldi pubblici dal Comune di Roma per la “gestione” di alcune emergenze come quella dei rifiuti, dell’accoglienza degli immigrati o dei campi rom.
Le condanne, anche senza l’aggravante mafiosa, erano state comunque pesanti (tenendo conto che non ci sono stati fatti di sangue). L’ex Nar Massimo Carminati è stato condannato, in primo grado, a 20 anni di reclusione. Il cosiddetto “ras delle coop” Salvatore Buzzi è stato riconosciuto colpevole nell’ambito del processo ed è stato condannato a 19 anni di carcere. 11 anni di carcere per Luca Gramazio, l’ex capogruppo del Pdl in Comune poi passato alla Regione. Per l’ex presidente dell’assemblea Capitolina Mirko Coratti (Pd) la corte ha deciso una pena di 6 anni di reclusione. Luca Odevaine, ex capo di gabinetto di Veltroni e poi collaboratore di Zingaretti, responsabile del tavolo per i migranti, è stato condannato a 6 anni e 6 mesi. Undici anni per il presunto braccio destro di Carminati, Ricardo Brugia, 10 per l’ex Ad di Ama Franco Panzironi, entrambi squadristi fascisti di lungo corso. L’ex presidente del municipio di Ostia, commissariato per infiltrazione mafiose, Andrea Tassone è stato condannato a 5 anni.
Ma la Corte d’Appello aveva rovesciato la sentenza di primo grado accettando invece la tesi dell’organizzazione mafiosa nella gestione del malaffare a Roma. L’11 dicembre 2018 la Corte d’Appello di Roma aveva depositato le motivazioni della pronuncia di secondo grado del processo “Mafia Capitale”.
Pur mantenendo ferma la ricostruzione dei fatti effettuata dalla sentenza di primo grado, i giudici della Corte d’Appello avevano rivisto la precedente sentenza, ravvisando invece gli estremi per la configurazione del reato di associazione di tipo mafioso ex art. 416-bis c.p.: una categoria che va applicata, secondo il ragionamento della Corte d’appello, anche nei confronti di “una forma di criminalità di nuova derivazione che reinterpreta i tradizionali contenuti del metodo mafioso all’interno di un territorio profondamente frammentato sotto il profilo criminale, e sprovvisto di una presenza mafiosa storicamente riconosciuta”.
Una chiave di lettura, questa di una parte della magistratura, che suscita molti dubbi sull’applicabilità dell’art. 416-bis c.p. alle mafie “non tradizionali” ma anche perché legittima una giurisprudenza che sembra aver ormai stabilmente abbracciato l’impostazione estensiva dell’incriminazione per motivi mafiosi, nel tentativo di allargare le maglie della disposizione normativa di fronte alle evoluzioni della criminalità organizzata con l’espansione nelle città del Nord delle mafie storiche o la nascita di clan criminali su base etnica.
La Corte di Cassazione ha sentenziato che questa chiave di lettura non corrisponde alla realtà, avanzando la tesi che va condannato il “Mondo di mezzo” ma non “Mafia Capitale”, e forse non ha tutti i torti.
Leggi anche:
Mafia Capitale, quelli di sopra scaricano il Mondo di mezzo
Il Malaffare a Roma solo scalfito dall’inchiesta su Mafia Capitale
Fonte
Si andrà dunque ad un nuovo processo d’appello, davanti a una sezione diversa da quella che aveva ipotizzato l’esistenza della mafia a Roma. La sesta sezione penale della Cassazione doveva vagliare la posizione di 32 imputati, di cui 17 condannati dalla Corte d’Appello di Roma, lo scorso anno, a vario titolo per mafia (per associazione a delinquere di stampo mafioso, o con l’aggravante mafiosa o, ancora, per concorso esterno). Tra questi, oltre a Carminati e a Buzzi (condannati rispettivamente a 14 anni e 6 mesi e a 18 anni e quattro mesi), anche Luca Gramazio, ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio (8 anni e 8 mesi), e Franco Panzironi, ex ad dell’Ama (8 anni e 4 mesi). Per tutti ci sarà un nuovo processo. Inoltre, per quanto riguarda Buzzi, la Cassazione lo ha assolto da due delle accuse contestategli, di turbativa d’asta e corruzione, mentre per Carminati è caduta anche l’accusa di intestazione fittizia di beni.
In conseguenza della riqualificazione del reato in associazione a delinquere semplice, la Cassazione ha pure annullato alcuni risarcimenti alle parti civili, tra cui alcune associazioni antimafia.
Davanti alla sentenza della Corte d’Appello che sanciva il carattere mafioso della rete criminale che agiva nel malaffare di Roma Capitale, avevamo espresso apertamente le nostre perplessità. Quelle condanne espresse per motivazioni mafiose non ci avevano affatto convinto. Così scrivevamo nel luglio 2017 a proposito della sentenza su Mafia Capitale:
“Le condanne tombali richieste dalla requisitoria dei pm nel processo contro il network di Buzzi, Carminati etc. appaiono per un verso sproporzionate ai reati contestati, per un altro un tentativo di legittimazione sul piano penale di una ipotesi – quella dell’associazione mafiosa – che ha solo scalfito, e molto parzialmente, il sistema politico/criminale che imbriglia la vita economica e sociale della città.La tendenza della magistratura a piegare tutte le fattispecie di reato sul suo livello più grave (mafia o terrorismo, ndr) non fa bene alla verità né alla giustizia, consente solo di avere a disposizione delle indagini più risorse, più uomini, più carcere duro per gli imputati. È un modello emergenziale distorsivo diventato normalità. Ma di notte non è vero che tutte le vacche sono grige e se si mette tutto sullo stesso piano, non è detto che questo faciliti l’individuazione delle responsabilità penali e delle reti criminali per quello che sono realmente.
La tesi sostenuta dai pm è che su Roma agiva una organizzazione di stampo mafioso che ha diretto, inquinato, determinato appalti e finanziamenti nell’area grigia del “terzo settore”, quello prosperato con la sistematica de/responsabilizzazione dei soggetti pubblici (Comune, Regione, governo) dalla gestione dei servizi sociali e con lo smantellamento dei sistemi di welfare.
Si è trattato di una associazione mafiosa che, a detta dei magistrati, a Roma però non ha avuto bisogno della coercizione e della violenza caratteristica delle organizzazioni mafiose nel Meridione, perché l’humus su cui agiva (consiglieri comunali, assessori, dirigenti e funzionari) era “bendisposto” ad accettare tutte le proposte che gli venivano fatte, dovendo discutere solo sul “quanto” sarebbe spettato di competenza nella spartizione dei finanziamenti di ogni soggetto del sistema corruttivo. Insomma agitare, e solo agitare, l’intervento dello “spezzapollici” è stato spesso superfluo o più che sufficiente per produrre un sistema integrato che, tramite cooperative sociali, ha gestito i servizi di competenza del Comune di Roma su accoglienza migranti, campi rom, pulizia urbana, “esternalizzati” in nome del risparmio e dei tagli di bilancio”.
L’accusa di mafia sostenuta dalla Procura di Roma, ruotava attorno alla costituzione di una “nuova” mafia, con propaggini nel mondo degli appalti della Capitale. Una “collaudata” organizzazione criminale che aveva le caratteristiche tipiche del 416bis: vale a dire, “la forza di intimidazione espressa dal vincolo associativo e la condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva”, scrivevano i giudici d’appello.
Il processo di primo grado su Mafia Capitale si era concluso il 20 luglio 2017 con pesanti condanne. Ma la sentenza aveva escluso l’aggravante mafiosa – cioè l’esistenza di una organizzazione e modalità riconducibili a quelle mafiose – ed aveva invece confermato l’esistenza di una associazione a delinquere con l’obiettivo di estorcere soldi pubblici dal Comune di Roma per la “gestione” di alcune emergenze come quella dei rifiuti, dell’accoglienza degli immigrati o dei campi rom.
Le condanne, anche senza l’aggravante mafiosa, erano state comunque pesanti (tenendo conto che non ci sono stati fatti di sangue). L’ex Nar Massimo Carminati è stato condannato, in primo grado, a 20 anni di reclusione. Il cosiddetto “ras delle coop” Salvatore Buzzi è stato riconosciuto colpevole nell’ambito del processo ed è stato condannato a 19 anni di carcere. 11 anni di carcere per Luca Gramazio, l’ex capogruppo del Pdl in Comune poi passato alla Regione. Per l’ex presidente dell’assemblea Capitolina Mirko Coratti (Pd) la corte ha deciso una pena di 6 anni di reclusione. Luca Odevaine, ex capo di gabinetto di Veltroni e poi collaboratore di Zingaretti, responsabile del tavolo per i migranti, è stato condannato a 6 anni e 6 mesi. Undici anni per il presunto braccio destro di Carminati, Ricardo Brugia, 10 per l’ex Ad di Ama Franco Panzironi, entrambi squadristi fascisti di lungo corso. L’ex presidente del municipio di Ostia, commissariato per infiltrazione mafiose, Andrea Tassone è stato condannato a 5 anni.
Ma la Corte d’Appello aveva rovesciato la sentenza di primo grado accettando invece la tesi dell’organizzazione mafiosa nella gestione del malaffare a Roma. L’11 dicembre 2018 la Corte d’Appello di Roma aveva depositato le motivazioni della pronuncia di secondo grado del processo “Mafia Capitale”.
Pur mantenendo ferma la ricostruzione dei fatti effettuata dalla sentenza di primo grado, i giudici della Corte d’Appello avevano rivisto la precedente sentenza, ravvisando invece gli estremi per la configurazione del reato di associazione di tipo mafioso ex art. 416-bis c.p.: una categoria che va applicata, secondo il ragionamento della Corte d’appello, anche nei confronti di “una forma di criminalità di nuova derivazione che reinterpreta i tradizionali contenuti del metodo mafioso all’interno di un territorio profondamente frammentato sotto il profilo criminale, e sprovvisto di una presenza mafiosa storicamente riconosciuta”.
Una chiave di lettura, questa di una parte della magistratura, che suscita molti dubbi sull’applicabilità dell’art. 416-bis c.p. alle mafie “non tradizionali” ma anche perché legittima una giurisprudenza che sembra aver ormai stabilmente abbracciato l’impostazione estensiva dell’incriminazione per motivi mafiosi, nel tentativo di allargare le maglie della disposizione normativa di fronte alle evoluzioni della criminalità organizzata con l’espansione nelle città del Nord delle mafie storiche o la nascita di clan criminali su base etnica.
La Corte di Cassazione ha sentenziato che questa chiave di lettura non corrisponde alla realtà, avanzando la tesi che va condannato il “Mondo di mezzo” ma non “Mafia Capitale”, e forse non ha tutti i torti.
Leggi anche:
Mafia Capitale, quelli di sopra scaricano il Mondo di mezzo
Il Malaffare a Roma solo scalfito dall’inchiesta su Mafia Capitale
Fonte
03/09/2019
I fascisti romani “se la fanno sotto”. La mala non perdona
Le ipotesi sono due: il noto fascista romano Fabio Gaudenzi, detto “Rommel”, o è uscito di testa oppure se la sta facendo sotto perché nei rapporti tra fascisti e malavita nella Capitale devono aver pestato qualche cacca di troppo. L’esecuzione di Piscitelli a Roma alcune settimane fa, deve aver fatto suonare tanti campanelli d’allarme in quella storica zona grigia delle connessioni tra neofascisti e gruppi della criminalità organizzata. I fatti, al momento, sono questi.
Coperto da un passamontagna, una pistola 357 magnum in mano, alle spalle un poster di “Opposta Fazione”, Fabio Gaudenzi, esponente dell’estrema destra di Roma, ritenuto vicino a Massimo Carminati, condannato nel gennaio 2017 a 2 anni e 8 mesi nel processo d’appello su Mafia Capitale, è apparso in un video su youtube in cui annuncia: “Mi sto consegnando al Questore di Roma e parlerò del mandante dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli e di tanto, tanto altro”.
Nel filmato Gaudenzi così riassume quello che ha da dire: “Ho pochi minuti perché stanno arrivando, mi stanno per arrestare. Vorrei fare delle dichiarazioni: mi consegnerò come prigioniero politico. Mi chiamo Fabio Gaudenzi, sono nato a Roma il 3-3-’72. Appartengo dal 1992 a un gruppo elitario di estrema destra, denominato ‘I fascisti di Roma Nord’, con a capo Massimo Carminati. E ora vi do la lista: Fabio Gaudenzi, Fabrizio Piscitelli, Luca Caroccia, Fabrizio Caroccia, Elio Di Scala, Maurizio Boccacci, Brugia Riccardo e Massimo Carminati”.
“Mi consegno – prosegue – consapevole di subire dei processi, ma vorrei essere processato e se giusto condannato per banda armata, come dovrebbe essere per Massimo Carminati e Riccardo Brugia. Noi non siamo mafiosi, ma siamo fascisti: lo siamo sempre stati e lo saremo sempre. A Massimo Carminati la mafia e la droga fanno schifo, e anche a me. Ma ne parleremo presto: mi sto consegnando al Questore di Roma e parlerò del mandante dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli e di tanto tanto altro, ma solo con il dottor Gratteri, perché questa è la mafia vera, non quella del 2014. Grazie e a presto”.
Gaudenzi è stato arrestato ieri dalla polizia a Roma per detenzione di armi da guerra, dopo la pubblicazione del video. Nella mattinata un vicino di casa aveva sentito rumori simili a spari e ha chiamato i carabinieri. All’arrivo dei militari Gaudenzi si è chiuso nell’appartamento e ha chiesto di parlare con la polizia, alla quale poi si è consegnato. In casa gli agenti hanno trovato la 357 che appare nel filmato e una mitraglietta tipo Uzi. Gli investigatori hanno acquisito il video e sono in corso accertamenti sulle dichiarazioni di Gaudenzi.
Fabio Gaudenzi è un notissimo fascista romano. Nel 1994 rimase ferito durante la rapina alla Banca Commerciale Italiana di via Newton in cui venne ucciso Elio Di Scala “Kapplerino”, altro fascista pesante della Capitale. Uscito dal carcere nel 2012, negli anni successivi è rispuntato fuori come curatore degli affari immobiliari di Massimo Carminati in Italia, Gran Bretagna e paradisi fiscali, finendo coinvolto nell’inchiesta su Mafia Capitale. Gli investigatori lo intercettano il 29 aprile 2014 mentre pianifica un viaggio in Africa per un’operazione speculativa connessa all’acquisto di un’ingente partita di oro e preziosi. La pista dei diamanti neri è sbucata fuori più volte nelle indagini che riguardano le connessioni tra fascisti e malavita.
Fonte
10/10/2018
Le mani delle coop nere sul business dei migranti
Andrea Palladino - Raphaël Zanotti - osservatoriorepressione.net
Ispezioni nel 2017 hanno portato alla chiusura di 34 centri di accoglienza e 900 mila euro di penali. Un’analisi delle persone arrestate rivela legami politici con la destra e la criminalità organizzata
Ci sono i piccoli boss locali. E poi i colossi del sociale che macinano decine di milioni. Tutti con gli amici giusti, in contesti dove la politica pesa, senza distinzioni di schieramento.
Se Mafia Capitale era il cancro che infettava Roma corrompendo politica e amministrazione, è vero che il suo sistema si ripete, in piccolo, in tutta Italia. Il cuore del business dei migranti si chiama Cas, sigla delle strutture gestite da privati attraverso bandi delle prefetture. Nati nel disastro della disorganizzazione dell’emergenza, con la politica che non ha potuto o in alcuni casi voluto occuparsi del fenomeno, i Cas sono spuntati come funghi. A fine anno erano 9.132 (il 99,8% delle strutture di prima accoglienza) e gestivano 148.502 richiedenti asilo (il 93,5% del totale).
I Cas sono spesso semplici case risistemate, senza grandi pretese. Hanno un vantaggio: i piccoli numeri sono più gestibili e hanno un minor impatto sul territorio. E uno svantaggio: non sono gli Sprar, organizzati dagli enti locali e sottoposti a un sistema di controlli molto più rigido. Aggiungeteci che nel 2017 lo Stato ha elargito qualcosa come 1,68 miliardi di euro ai Cas, come poteva finire? Accanto a cooperative, onlus e organizzazioni serie, che da sempre si occupano del sociale, sono arrivati i predoni. Che spesso sono legati a chi è al potere in quei territori.
A differenza di quel che vuole la vulgata, chi intasca i famigerati 35 euro per richiedente asilo sfruttando situazione e migranti, prime vittime del sistema, può dunque avere un diverso colore politico. Anche «nero».
Cooperative con la mano tesa
Prendete il caso Fondi, nel cuore del Sud Pontino, l’area in provincia di Latina che si spinge fino al confine con Caserta. Quarantamila abitanti, sede del più importante mercato ortofrutticolo all’ingrosso del centro Italia, è da almeno 15 anni la roccaforte laziale della destra, soprattutto di Forza Italia. Gli affari a Fondi non riguardano solo frutta e verdura. Due Onlus, Azalea e La Ginestra, dal 2015 gestivano i centri di accoglienza per richiedenti asilo con un giro d’affari di quasi 6 milioni di euro.
Nel 2016 scoppia una rivolta, gli ospiti scendono in strada, si ribellano, qualcuno chiama la Polizia. I magistrati di Latina decidono però di capire meglio cosa accade nei centri gestiti da piccoli imprenditori locali, famiglie fondane conosciute. La squadra mobile scopre le condizioni disumane di quelle case di accoglienza: sovraffollamento, 1,66 euro spesi per fornire due pasti, vestiti recuperati qui e lì nei cassonetti dei rifiuti.
La Onlus più attiva è la Senis Hospes. L’anno scorso ha incassato 20 milioni
In altre parole una cresta sui finanziamenti destinati a rendere la vita perlomeno dignitosa a chi aveva scelto l’Italia per sfuggire a guerre e persecuzioni. Pochi giorni fa il pm Giuseppe Miliano ha chiuso l’inchiesta, chiedendo il rinvio a giudizio.
In città i movimenti dell’ultra destra intanto cercavano di fatturare politicamente. Forza Nuova annunciava manifestazioni contro le vittime, dimenticando di raccontare fino in fondo chi fossero i carnefici. Uno di questi, Luca Macaro, ha una storia interessante. Candidato nella lista Progetto Fondi, che appoggiava insieme alla Lega Lazio il candidato della destra Franco Cardinale, un padre – anche lui coinvolto nella gestione del centro di accoglienza, ma non indagato – che su Facebook metteva la classica manina tesa a mo’ di saluto romano e cliccava like sul profilo proprio dei camerati di Forza Nuova. Una passione per i migranti, quello della famiglia Macaro, recentissimo. Scorrendo il profilo Facebook di Luca Macaro fino a qualche anno fa erano ben altri gli interessi: movida fondana e aperitivi.
Il colosso che finanzia Fi
Se le due Onlus laziali in fondo erano piccole imprese, un vero e proprio gigante dell’accoglienza è invece il gruppo Senis Hospes / MediHospes, il gestore del centro di Borgo Mezzanone in provincia di Foggia. Travolto dallo scandalo nato dopo l’inchiesta giornalistica dell’Espresso, non si è perso d’animo. E, soprattutto, non è mai uscito dal giro. Secondo i dati del Viminale nel 2017 ha gestito 15 centri, da Pordenone a Messina, per un totale di 2.067 ospiti e un incasso superiore a 20 milioni di euro.
Anche qui amicizie e legami puntano a destra. Nelle dichiarazioni depositate alla Tesoreria della Camera dei deputati relative alle elezioni del 2013 il gruppo Senis Hospes risulta nell’elenco dei donatori del Popolo delle libertà di Silvio Berlusconi, con un versamento di 15 mila euro. Il presidente del gruppo, Camillo Aceto, ha poi staccato personalmente un assegno da 5 mila euro a Maurizio Lupi, che poco dopo diverrà ministro delle Infrastrutture.
Ma i rapporti tra Aceto e Lupi erano prima di tutto ideologici, grazie al legame dei due con il movimento cattolico Comunione e Liberazione.
In Sicilia c’è l’Udc
Raccontano le cronache che a Trapani, con il picco del flusso di migranti, i vecchi Ras si siano messi a rastrellare case, cascine, piccole strutture. Posti letto da utilizzare per l’accoglienza. Nulla a che vedere con lo spirito umanitario che pur contraddistingue una parte dell’isola. Nel 2016 le indagini portarono ad arrestare anche un sacerdote, don Sergio Librizzi, con pesanti accuse di molestie sessuali e di affari illeciti con i richiedenti asilo (condanna a 9 anni appena tornati in Appello dopo un passaggio in Cassazione).
Le indagini, però, non si sono fermate. Da un’intercettazione spunta una nuova pista, che conduce lo scorso luglio a un arresto eccellente. L’ex deputato regionale dell’Udc, Onofrio Fratello, finisce in manette con l’accusa di aver gestito una capillare rete di strutture attraverso prestanome. L’ex deputato regionale era stato condannato per mafia il 13 dicembre 2006 ed era sottoposto a una vigilanza sui movimenti patrimoniali. Da Cosa nostra al business sulla pelle di chi fugge dall’inferno di Tripoli il passo è stato breve.
Profondo Nord e politica
Prima la Dc, poi il Pdl. Simone Borile, la politica, la masticava da sempre. Così come la monnezza, il suo primo business nel Veneto dei padroncini. Poi sono arrivati i migranti e ha intuito il nuovo filone. Le cose, però, non sono andate bene. Lo scorso marzo la Finanza di Padova ha sottoposto a sequestro preventivo 3 milioni di euro per la sua attività con i rifiuti. Quindi è arrivata l’inchiesta sulla gestione dei migranti dei centri di Cona e Bagnoli, dove è indagato. E anche in questo caso le indagini erano partite dalle proteste degli ospiti.
Ispezioni e contestazioni
Centinaia di bandi, controlli difficoltosi, che spesso arrivano dopo le inchieste giornalistiche o le proteste degli ospiti. Nel 2017 solo il 40% di queste strutture ha ricevuto un’ispezione e, in 36 casi, si è arrivati alla revoca dell’affidamento per gravi inadempienze. Le contestazioni sono state 3.000 e le penali applicate ammontano a 900.000 euro. Numeri in fondo piccoli se si pensa all’intero sistema. Recita la Relazione sul sistema di accoglienza, appena resa pubblica e a firma del ministro dell’Interno Salvini: «Nell’indire le gare finalizzate al superamento degli affidamenti diretti, i prefetti hanno affrontato oggettive difficoltà riconducibili all’inidoneità di molti immobili proposti, non rispondenti agli standard previsti od offerti da soggetti non qualificati o addirittura collegati ad ambienti malavitosi».
Anche per questo dallo scorso 1° dicembre il ministero ha assegnato un prefetto al coordinamento delle ispezioni e si è concordato con l’Anticorruzione uno schema unico dei capitolati d’appalto per rendere omogenei requisiti e standard. Sarà però difficile e ci vorrà tempo per liberarsi dei predoni. Un’idea sarebbe partire dal Lazio, la regione più critica. Se a livello nazionale la media delle contestazioni per centro visitato è stato di 0,79, qui siamo a 2,38: tre volte tanto. Forse non è un caso se a Roma tutti ricordano la frase di Salvatore Buzzi, il Ras delle coop alleato con il nerissimo ex Nar Massimo Carminati: «Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno».
Fonte
Ispezioni nel 2017 hanno portato alla chiusura di 34 centri di accoglienza e 900 mila euro di penali. Un’analisi delle persone arrestate rivela legami politici con la destra e la criminalità organizzata
Ci sono i piccoli boss locali. E poi i colossi del sociale che macinano decine di milioni. Tutti con gli amici giusti, in contesti dove la politica pesa, senza distinzioni di schieramento.
Se Mafia Capitale era il cancro che infettava Roma corrompendo politica e amministrazione, è vero che il suo sistema si ripete, in piccolo, in tutta Italia. Il cuore del business dei migranti si chiama Cas, sigla delle strutture gestite da privati attraverso bandi delle prefetture. Nati nel disastro della disorganizzazione dell’emergenza, con la politica che non ha potuto o in alcuni casi voluto occuparsi del fenomeno, i Cas sono spuntati come funghi. A fine anno erano 9.132 (il 99,8% delle strutture di prima accoglienza) e gestivano 148.502 richiedenti asilo (il 93,5% del totale).
I Cas sono spesso semplici case risistemate, senza grandi pretese. Hanno un vantaggio: i piccoli numeri sono più gestibili e hanno un minor impatto sul territorio. E uno svantaggio: non sono gli Sprar, organizzati dagli enti locali e sottoposti a un sistema di controlli molto più rigido. Aggiungeteci che nel 2017 lo Stato ha elargito qualcosa come 1,68 miliardi di euro ai Cas, come poteva finire? Accanto a cooperative, onlus e organizzazioni serie, che da sempre si occupano del sociale, sono arrivati i predoni. Che spesso sono legati a chi è al potere in quei territori.
A differenza di quel che vuole la vulgata, chi intasca i famigerati 35 euro per richiedente asilo sfruttando situazione e migranti, prime vittime del sistema, può dunque avere un diverso colore politico. Anche «nero».
Cooperative con la mano tesa
Prendete il caso Fondi, nel cuore del Sud Pontino, l’area in provincia di Latina che si spinge fino al confine con Caserta. Quarantamila abitanti, sede del più importante mercato ortofrutticolo all’ingrosso del centro Italia, è da almeno 15 anni la roccaforte laziale della destra, soprattutto di Forza Italia. Gli affari a Fondi non riguardano solo frutta e verdura. Due Onlus, Azalea e La Ginestra, dal 2015 gestivano i centri di accoglienza per richiedenti asilo con un giro d’affari di quasi 6 milioni di euro.
Nel 2016 scoppia una rivolta, gli ospiti scendono in strada, si ribellano, qualcuno chiama la Polizia. I magistrati di Latina decidono però di capire meglio cosa accade nei centri gestiti da piccoli imprenditori locali, famiglie fondane conosciute. La squadra mobile scopre le condizioni disumane di quelle case di accoglienza: sovraffollamento, 1,66 euro spesi per fornire due pasti, vestiti recuperati qui e lì nei cassonetti dei rifiuti.
La Onlus più attiva è la Senis Hospes. L’anno scorso ha incassato 20 milioni
In altre parole una cresta sui finanziamenti destinati a rendere la vita perlomeno dignitosa a chi aveva scelto l’Italia per sfuggire a guerre e persecuzioni. Pochi giorni fa il pm Giuseppe Miliano ha chiuso l’inchiesta, chiedendo il rinvio a giudizio.
In città i movimenti dell’ultra destra intanto cercavano di fatturare politicamente. Forza Nuova annunciava manifestazioni contro le vittime, dimenticando di raccontare fino in fondo chi fossero i carnefici. Uno di questi, Luca Macaro, ha una storia interessante. Candidato nella lista Progetto Fondi, che appoggiava insieme alla Lega Lazio il candidato della destra Franco Cardinale, un padre – anche lui coinvolto nella gestione del centro di accoglienza, ma non indagato – che su Facebook metteva la classica manina tesa a mo’ di saluto romano e cliccava like sul profilo proprio dei camerati di Forza Nuova. Una passione per i migranti, quello della famiglia Macaro, recentissimo. Scorrendo il profilo Facebook di Luca Macaro fino a qualche anno fa erano ben altri gli interessi: movida fondana e aperitivi.
Il colosso che finanzia Fi
Se le due Onlus laziali in fondo erano piccole imprese, un vero e proprio gigante dell’accoglienza è invece il gruppo Senis Hospes / MediHospes, il gestore del centro di Borgo Mezzanone in provincia di Foggia. Travolto dallo scandalo nato dopo l’inchiesta giornalistica dell’Espresso, non si è perso d’animo. E, soprattutto, non è mai uscito dal giro. Secondo i dati del Viminale nel 2017 ha gestito 15 centri, da Pordenone a Messina, per un totale di 2.067 ospiti e un incasso superiore a 20 milioni di euro.
Anche qui amicizie e legami puntano a destra. Nelle dichiarazioni depositate alla Tesoreria della Camera dei deputati relative alle elezioni del 2013 il gruppo Senis Hospes risulta nell’elenco dei donatori del Popolo delle libertà di Silvio Berlusconi, con un versamento di 15 mila euro. Il presidente del gruppo, Camillo Aceto, ha poi staccato personalmente un assegno da 5 mila euro a Maurizio Lupi, che poco dopo diverrà ministro delle Infrastrutture.
Ma i rapporti tra Aceto e Lupi erano prima di tutto ideologici, grazie al legame dei due con il movimento cattolico Comunione e Liberazione.
In Sicilia c’è l’Udc
Raccontano le cronache che a Trapani, con il picco del flusso di migranti, i vecchi Ras si siano messi a rastrellare case, cascine, piccole strutture. Posti letto da utilizzare per l’accoglienza. Nulla a che vedere con lo spirito umanitario che pur contraddistingue una parte dell’isola. Nel 2016 le indagini portarono ad arrestare anche un sacerdote, don Sergio Librizzi, con pesanti accuse di molestie sessuali e di affari illeciti con i richiedenti asilo (condanna a 9 anni appena tornati in Appello dopo un passaggio in Cassazione).
Le indagini, però, non si sono fermate. Da un’intercettazione spunta una nuova pista, che conduce lo scorso luglio a un arresto eccellente. L’ex deputato regionale dell’Udc, Onofrio Fratello, finisce in manette con l’accusa di aver gestito una capillare rete di strutture attraverso prestanome. L’ex deputato regionale era stato condannato per mafia il 13 dicembre 2006 ed era sottoposto a una vigilanza sui movimenti patrimoniali. Da Cosa nostra al business sulla pelle di chi fugge dall’inferno di Tripoli il passo è stato breve.
Profondo Nord e politica
Prima la Dc, poi il Pdl. Simone Borile, la politica, la masticava da sempre. Così come la monnezza, il suo primo business nel Veneto dei padroncini. Poi sono arrivati i migranti e ha intuito il nuovo filone. Le cose, però, non sono andate bene. Lo scorso marzo la Finanza di Padova ha sottoposto a sequestro preventivo 3 milioni di euro per la sua attività con i rifiuti. Quindi è arrivata l’inchiesta sulla gestione dei migranti dei centri di Cona e Bagnoli, dove è indagato. E anche in questo caso le indagini erano partite dalle proteste degli ospiti.
Ispezioni e contestazioni
Centinaia di bandi, controlli difficoltosi, che spesso arrivano dopo le inchieste giornalistiche o le proteste degli ospiti. Nel 2017 solo il 40% di queste strutture ha ricevuto un’ispezione e, in 36 casi, si è arrivati alla revoca dell’affidamento per gravi inadempienze. Le contestazioni sono state 3.000 e le penali applicate ammontano a 900.000 euro. Numeri in fondo piccoli se si pensa all’intero sistema. Recita la Relazione sul sistema di accoglienza, appena resa pubblica e a firma del ministro dell’Interno Salvini: «Nell’indire le gare finalizzate al superamento degli affidamenti diretti, i prefetti hanno affrontato oggettive difficoltà riconducibili all’inidoneità di molti immobili proposti, non rispondenti agli standard previsti od offerti da soggetti non qualificati o addirittura collegati ad ambienti malavitosi».
Anche per questo dallo scorso 1° dicembre il ministero ha assegnato un prefetto al coordinamento delle ispezioni e si è concordato con l’Anticorruzione uno schema unico dei capitolati d’appalto per rendere omogenei requisiti e standard. Sarà però difficile e ci vorrà tempo per liberarsi dei predoni. Un’idea sarebbe partire dal Lazio, la regione più critica. Se a livello nazionale la media delle contestazioni per centro visitato è stato di 0,79, qui siamo a 2,38: tre volte tanto. Forse non è un caso se a Roma tutti ricordano la frase di Salvatore Buzzi, il Ras delle coop alleato con il nerissimo ex Nar Massimo Carminati: «Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno».
Fonte
23/12/2017
I bandi legali che riproducono l’economia illegale
Come si riproduce “Mafia capitale”? Attraverso la privatizzazione dell’economia cittadina. Un processo ininterrotto, che non ha bisogno di sparatorie e minacce, di Buzzi e dei Carminati. In questi giorni Ama – l’azienda municipalizzata che si occupa della raccolta e smaltimento rifiuti – ha proceduto a esternalizzare l’ennesimo servizio di sua competenza: la raccolta del fogliame. Un bando monstre, di due anni e per il valore di 13 milioni di euro. Una situazione paradossale ma ormai strutturale: l’Ama, l’azienda pubblica che dovrebbe tenere le strade pulite, affida ai privati la pulizia delle strade. Producendo così due meccanismi perversi: da una parte accumulando debito pubblico, e sviluppando di conseguenza quella retorica sul debito utilizzata come grimaldello dei processi di privatizzazione; dall’altra favorendo la competizione al ribasso tra aziende, una competizione “oliata” da quegli stessi meccanismi indagati nelle inchieste sul «mondo di mezzo»: finanziamenti privati ai partiti, piccoli favori, cortesie istituzionali, eccetera.
L’esternalizzazione è dettata dalla carenza di organico: nonostante gli strepiti liberisti, nella pubblica amministrazione romana manca personale, così come manca in tutte le aziende di pubblica utilità. Pur di non assumerli, il Comune di Roma verserà nelle tasche di un’azienda privata 13 milioni di euro. Ma è solo l’ultimo dei bandi che alimentano il circuito perverso di appalti e subappalti che favorisce l’incesto mafioso tra politica ed economia. Lo scorso maggio sempre Ama aveva messo a bando la pulizia delle aree verdi «di pertinenza o ad uso aziendale». Avete capito bene: le aree versi ad uso della stessa Ama, inerenti agli uffici, vengono pulite non dall’Ama ma da un’azienda privata a cui sono affidati, tramite bando, compensi per 1 milione e 125 mila euro per tre anni. Due anni fa, sempre l’Ama mise a bando la raccolta della differenziata. E così via, in un loop infinito che progressivamente affida ai privati la gestione dell’amministrazione cittadina. Questa è “Mafia capitale”, non i videogiochi criminali dove vince il più furbo. Purtroppo nessuna fiction ci racconterà le gesta di questa economia criminale che si sviluppa alla luce del sole.
Fonte
09/12/2017
Mitologie criminali, distorsione della realtà e fascinazione mafiosa: Suburra (la serie)
“Mafia capitale” ha recentemente prodotto le proprie sentenze di primo grado (qui un articolo, qui
la sentenza completa): niente 416 bis, nessuna associazione mafiosa,
“soltanto” un sistema ramificato di corruzione organizzato da due
associazioni per delinquere collegate fisicamente dalla figura di
Massimo Carminati. In compenso dal 2014, dall’inizio cioè
dell’operazione denominata «Mondo di mezzo», si è prodotto una vasto e
straniante universo narrativo fatto di film, libri, documentari,
inchieste giornalistiche e, in questi ultimi mesi, di una serie Netflix
dal grandissimo seguito mediatico: Suburra. La serie sfrutta moduli
narrativi ormai standardizzati: da Romanzo criminale e Gomorra, passando
per Narcos, si è imposto un format discorsivo che travalica i confini
mediatici per divenire fatto culturale, immaginario sociale. La
trasposizione seriale perde così i caratteri della finzione, di fiction,
per sfumare indirettamente nell’inchiesta romanzata, alterando la
percezione della realtà, creandone anzi una parallela. Una realtà
alternativa che progressivamente acquista più legittimità delle versioni
ufficiali, proprio perché presentata come il “non detto” delle sentenze
e delle dichiarazioni politiche. La verità “della strada” contro quella
“del palazzo”.
Ci sono due piani paralleli e al tempo stesso sovrapposti attraverso cui è possibile cogliere le tracce telluriche di queste operazioni di politica culturale: da una parte svelare un lessico narrativo che ha come obiettivo la costruzione di mitopoiesi artefatte, cioè che procedono dall’alto verso il basso mentre si presentano camuffate dal basso verso l’alto. Per essere più precisi: le fiction appena riferite si propongono come racconto “della strada”, delle sue leggi e delle sue verità (si presentano quindi come operazioni di realismo narrativo), mentre sono il racconto attraverso cui il potere (economico e politico) interpreta quello che avviene nella società. Questa operazione è talmente mascherata e sostenuta dai giganti dell’infotainment che è in grado di incidere sulla realtà stessa, stravolgendone i riferimenti e retroagendo sulla legittimità della stessa riproduzione mediatica. Il piano parallelo e al tempo stesso sovrapposto è quello di valutare il realismo stesso di queste narrazioni, cioè la sua corrispondenza con la realtà (intesa ovviamente nel suo senso generale, non nella simmetria pedissequa di ogni fatto o contesto). Partiamo allora dal primo livello.
Come noto, Suburra (qui parliamo sempre e solo della serie Netflix, non del film di qualche anno prima) si presenta come rievocazione romanzata del contesto criminale definito “Mafia capitale”. C’è il personaggio di Samurai, corrispondente sin dal soprannome a Massimo Carminati; il suo fido sodale e guardaspalle, presumiamo ispirato alla figura di Riccardo Brugia; c’è la famiglia Adami, boss di Ostia e probabilmente ispirata ai Fasciani; gli Anacleti, la famiglia di «zingari» che potrebbe ricordare i Casamonica. Ci sono poi la sfilza di politici corrotti, e qui ci si potrebbe sbizzarrire a trovare i vari accostamenti, via via meno evidenti. Insomma, nessuno ovviamente viene collegato con nessi diretti (tranne per Samurai-Carminati), ma i protagonisti ci sono tutti e i dettagli svelano i riferimenti con la realtà. Eppure a prendere forma non è una rievocazione parallela e necessariamente romanzata: ad essere deformata appare la verità.
Cercando su Google un qualsiasi riferimento alle famiglie inquisite per fatti di mafia a Ostia, ad apparire per prime sono immagini di questo tenore:
I protagonisti del “clan Adami”, viceversa, nella serie appaiono in questo modo:
Notate le differenze? Questo che potrebbe apparire come fatto secondario è invece parte di una costruzione narrativa precisa. I criminali di Ostia, quelle stesse famiglie che suscitano scalpore e riprovazione dai media unificati, dalla politica e dalla cultura ufficiali, vengono presentati nella fiction come modelli in grado di suscitare fascinazione, a partire dal più basilare e immediato livello fisico. La mafia, a Ostia, viene impersonata da modelli “belli e maledetti”. Questo, che potrebbe apparire come fatto marginale, evidentemente non lo è quando tale fascinazione agisce su altri livelli, toccando ad esempio quelli politici. Nel 2008 assistemmo addirittura a interrogazioni parlamentari perché un film su Prima linea (La Prima linea) fu prodotto con contributi statali e interpretato da Riccardo Scamarcio, giudicato «troppo bello» per interpretare un «terrorista», rischiando così di suscitare fascinazione e, magari, emulazione. Evidentemente, lo spettro della fascinazione non agisce quando ad essere emulata potrebbe essere la mafia.
Ma è lo schema narrativo a produrre una realtà distorta che porta inevitabilmente lo spettatore a parteggiare per una delle parti in causa, presentata, attraverso sofismi discorsivi, come “male minore” non rispetto allo scontro mafioso, ma rispetto alla società nel suo insieme. La società è presentata come sistema chiuso in cui regna la corruzione. Attenzione: non questo o quel modello di società, ma la società nel suo insieme, nelle sue diverse, e in fondo speculari, alternative. Se è tutto corruzione, la narrazione così organizzata porta a “tifare per il male minore”, che poi sarebbe il mafioso simpatico, bello, ovviamente – ça va sans dire – dai buoni sentimenti “nonostante il contesto”, la famiglia, eccetera. Scompaiono le vittime materiali: chi “perde”, in questa riproposizione artefatta della realtà, è soltanto un altro mafioso meno furbo, meno intelligente, meno bello, meno scaltro, di chi “vince”; scompaiono i contesti reali: non c’è traccia di poteri forti, dell’intreccio indissolubile tra economia legale ed economia criminale, delle scelte politiche frutto non della corruzione illegale, ma dell’ideologia legale. Insomma, la società di Suburra non esiste, è una riproposizione fraudolenta di narrazioni contaminate da una precisa ideologia: l’alternativa non può provenire dalla politica, perché la politica, in quanto tale, è per definizione sinonimo di corruzione. Per tale motivo il politico “idealista” è solo uno sfigato in ritardo sui tempi, e quello realista è invariabilmente un corrotto. E’ allora inevitabile che in tale riproduzione fumettistica della realtà a convincere sarà sempre il più furbo, poco importa che sia mafioso, sempre meglio che terrorista, cioè militante politico.
Il confronto tra fiction e realtà è, in tal senso, sintomatico. Per svelarlo è però necessario riferirci al processo di Mafia capitale, cercando di cogliere cosa è stato davvero questo sodalizio criminale che avrebbe governato Roma per un quindicennio. Anzitutto la parola «mafia», termine giornalistico immediatamente divenuto di senso comune. A Roma c’è (o c’è stata) la «mafia»? Arduo dare una risposta. Giornali e inchieste hanno stabilito di si:
i giudici che hanno emesso la sentenza di primo grado hanno, al contrario, detto di no:
C’è però un altro dato che emerge in forma plateale dai processi di “Mafia capitale” e che ovviamente risalta romanzato in serie e film: nessun ambito rilevante dell’economia cittadina viene toccato dai fatti in questione. La “mafia capitale” non avrebbe nulla a che fare con i grandi lavori pubblici (ad esempio Metro C, o la costruzione della nuova tangenziale interrata tra la stazione Tiburtina e Nomentana, per dirne due dei più importanti); non avrebbe niente a che vedere con l’economia palazzinara, su cui si fonda la valorizzazione del capitale privato romano; non avrebbe niente a che vedere coi grandi progetti urbanistici, con la Fiera di Roma, lo stadio, le nuove direttrici, niente di niente. Men che meno col traffico di droga, di cui anzi Carminati viene sempre presentato come ideologicamente contrario. “Mafia capitale” si risolve nella gestione di alcuni centri migranti, il campo rom di Castel Romano e la pulizia del verde cittadino. Dunque, seguendo il filo dei ragionamenti giornalistici, la mafia (del sud o romana) lascia fare dove girano i soldi, quelli veri, per accanirsi sulla gestione degli spiccioli dell’accoglienza.
Eppure, a vedere la serie Netflix Samurai-Carminati è presentato come “il papa”, il “governatore”, “l’amministratore”, il “sindaco” della città. Non si muove foglia che Carminati non voglia. Samurai è presentato come “padrino”, manovratore di fili e di interessi, attraverso cui si svolge l’economia criminale cittadina. Come scritto da Valerio Renzi su FanPage:
Eppure, Samurai-Carminati è presentato non solo come l’eminenza grigia della capitale, ma come vertice di un sodalizio criminale armato fino ai denti. La realtà viene deformata, e quello che è, nei fatti, un criminale comune che è salito di livello grazie all’amicizia con Salvatore Buzzi viene presentato come “la mafia a Roma”. Allora, forse, è il caso di occuparci proprio di Buzzi, casomai fosse invece lui il vertice dell’associazione mafiosa.
Salvatore Buzzi ha corrotto per anni pezzi dell’amministrazione capitolina, fino ad arrivare ai livelli politici, per farsi assegnare in via diretta appalti per la gestione di alcuni Sprar – centri di accoglienza e protezioni rifugiati e richiedenti asilo – per la pulizia del verde pubblico e delle strade, e per la gestione di alcuni campi rom. Come abbiamo visto il giro d’affari complessivo della cooperativa “29 giugno” è poca cosa, un’inezia nell’oceano dell’economia cittadina legale e illegale. Il problema è però, in questo caso, un altro: il modus operandi di Buzzi non si discosta di molto dal modo in cui si finanzia la politica, cioè attraverso “donazioni” private fatte a pioggia e verso ogni partito. Ogni palazzinaro, costruttore, imprenditore che ha a che fare con l’amministrazione comunale per vedersi assegnati bandi e concorsi, appalti e affidi diretti, olia la macchina municipale attraverso donazioni. Donazioni considerate perfettamente legali, visto che l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti impone il finanziamento privato quale unico canale di sostentamento dell’attività partitica. Buzzi è sicuramente un corrotto e un corruttore, ma è il sistema complessivo a generare questo rapporto incestuoso tra affari e politica, come rilevano in maniera stupefacente persino i giudici:
Ma di Salvatore Buzzi non c’è traccia, nella fiction Netflix, anche perché la serie affronta gli anni immediatamente precedenti a quelli indagati nell’inchiesta e che vedranno il sodalizio tra Carminati e Buzzi. C’è, al contrario, un città che non esiste: da una parte, la fantasmagoria di quartieri militarmente controllati “dalla mafia” (ma quando mai...); dall’altra, laddove invece la mafia esiste davvero, e cioè nel rapporto corrotto tra politica ed economia reale, coi suoi referenti palazzinari, semplicemente scompare. C’è solo Samurai-Carminati come primus inter pares tra le famiglie mafiose che si spartiscono il territorio. Per di più, venendo meno ogni riferimento alle vittime materiali delle relazioni criminali così impostate, addirittura simpatico, quantomeno “un vero duro”, avvolto in una dimensione tragica tipica del Capo su cui incombe e precipita tutta la filiera criminale.
Suburra è allora un fumetto, che però si presenta come operazione realistica. Di qui il cortocircuito che produce nella percezione collettiva, secondo la quale a Roma c’è (c’era?) il Padrino come punto di congiunzione tra affari leciti e illeciti, politica e criminalità. In realtà la mafia, a Roma, esiste, così come esiste nel resto del paese, da nord a sud. Solo che non trova posto nell’immaginario fatto di serie tv e film mainstream. In questo immaginario la mafia è solo il modo più opportuno (e affascinante) di sopravvivere in una società incattivita e individualizzata. Il motto è sempre il solito: arricchitevi! E se per farlo bisognerà violare qualche regola, poco importa: chi le ha stabilite è corrotto tanto quanto chi decide di violarle. E’ la legge della giungla. Quando poi si presenta nella realtà, suscita molto meno fascino di quanto piace raccontare ai Michele Placido o ai Roberto Saviano di turno.
Fonte
Ci sono due piani paralleli e al tempo stesso sovrapposti attraverso cui è possibile cogliere le tracce telluriche di queste operazioni di politica culturale: da una parte svelare un lessico narrativo che ha come obiettivo la costruzione di mitopoiesi artefatte, cioè che procedono dall’alto verso il basso mentre si presentano camuffate dal basso verso l’alto. Per essere più precisi: le fiction appena riferite si propongono come racconto “della strada”, delle sue leggi e delle sue verità (si presentano quindi come operazioni di realismo narrativo), mentre sono il racconto attraverso cui il potere (economico e politico) interpreta quello che avviene nella società. Questa operazione è talmente mascherata e sostenuta dai giganti dell’infotainment che è in grado di incidere sulla realtà stessa, stravolgendone i riferimenti e retroagendo sulla legittimità della stessa riproduzione mediatica. Il piano parallelo e al tempo stesso sovrapposto è quello di valutare il realismo stesso di queste narrazioni, cioè la sua corrispondenza con la realtà (intesa ovviamente nel suo senso generale, non nella simmetria pedissequa di ogni fatto o contesto). Partiamo allora dal primo livello.
Come noto, Suburra (qui parliamo sempre e solo della serie Netflix, non del film di qualche anno prima) si presenta come rievocazione romanzata del contesto criminale definito “Mafia capitale”. C’è il personaggio di Samurai, corrispondente sin dal soprannome a Massimo Carminati; il suo fido sodale e guardaspalle, presumiamo ispirato alla figura di Riccardo Brugia; c’è la famiglia Adami, boss di Ostia e probabilmente ispirata ai Fasciani; gli Anacleti, la famiglia di «zingari» che potrebbe ricordare i Casamonica. Ci sono poi la sfilza di politici corrotti, e qui ci si potrebbe sbizzarrire a trovare i vari accostamenti, via via meno evidenti. Insomma, nessuno ovviamente viene collegato con nessi diretti (tranne per Samurai-Carminati), ma i protagonisti ci sono tutti e i dettagli svelano i riferimenti con la realtà. Eppure a prendere forma non è una rievocazione parallela e necessariamente romanzata: ad essere deformata appare la verità.
Cercando su Google un qualsiasi riferimento alle famiglie inquisite per fatti di mafia a Ostia, ad apparire per prime sono immagini di questo tenore:
I protagonisti del “clan Adami”, viceversa, nella serie appaiono in questo modo:
Notate le differenze? Questo che potrebbe apparire come fatto secondario è invece parte di una costruzione narrativa precisa. I criminali di Ostia, quelle stesse famiglie che suscitano scalpore e riprovazione dai media unificati, dalla politica e dalla cultura ufficiali, vengono presentati nella fiction come modelli in grado di suscitare fascinazione, a partire dal più basilare e immediato livello fisico. La mafia, a Ostia, viene impersonata da modelli “belli e maledetti”. Questo, che potrebbe apparire come fatto marginale, evidentemente non lo è quando tale fascinazione agisce su altri livelli, toccando ad esempio quelli politici. Nel 2008 assistemmo addirittura a interrogazioni parlamentari perché un film su Prima linea (La Prima linea) fu prodotto con contributi statali e interpretato da Riccardo Scamarcio, giudicato «troppo bello» per interpretare un «terrorista», rischiando così di suscitare fascinazione e, magari, emulazione. Evidentemente, lo spettro della fascinazione non agisce quando ad essere emulata potrebbe essere la mafia.
Ma è lo schema narrativo a produrre una realtà distorta che porta inevitabilmente lo spettatore a parteggiare per una delle parti in causa, presentata, attraverso sofismi discorsivi, come “male minore” non rispetto allo scontro mafioso, ma rispetto alla società nel suo insieme. La società è presentata come sistema chiuso in cui regna la corruzione. Attenzione: non questo o quel modello di società, ma la società nel suo insieme, nelle sue diverse, e in fondo speculari, alternative. Se è tutto corruzione, la narrazione così organizzata porta a “tifare per il male minore”, che poi sarebbe il mafioso simpatico, bello, ovviamente – ça va sans dire – dai buoni sentimenti “nonostante il contesto”, la famiglia, eccetera. Scompaiono le vittime materiali: chi “perde”, in questa riproposizione artefatta della realtà, è soltanto un altro mafioso meno furbo, meno intelligente, meno bello, meno scaltro, di chi “vince”; scompaiono i contesti reali: non c’è traccia di poteri forti, dell’intreccio indissolubile tra economia legale ed economia criminale, delle scelte politiche frutto non della corruzione illegale, ma dell’ideologia legale. Insomma, la società di Suburra non esiste, è una riproposizione fraudolenta di narrazioni contaminate da una precisa ideologia: l’alternativa non può provenire dalla politica, perché la politica, in quanto tale, è per definizione sinonimo di corruzione. Per tale motivo il politico “idealista” è solo uno sfigato in ritardo sui tempi, e quello realista è invariabilmente un corrotto. E’ allora inevitabile che in tale riproduzione fumettistica della realtà a convincere sarà sempre il più furbo, poco importa che sia mafioso, sempre meglio che terrorista, cioè militante politico.
Il confronto tra fiction e realtà è, in tal senso, sintomatico. Per svelarlo è però necessario riferirci al processo di Mafia capitale, cercando di cogliere cosa è stato davvero questo sodalizio criminale che avrebbe governato Roma per un quindicennio. Anzitutto la parola «mafia», termine giornalistico immediatamente divenuto di senso comune. A Roma c’è (o c’è stata) la «mafia»? Arduo dare una risposta. Giornali e inchieste hanno stabilito di si:
i giudici che hanno emesso la sentenza di primo grado hanno, al contrario, detto di no:
«Va detto che il Tribunale non ha individuato, per i due gruppi criminali, alcuna mafiosità “derivata” da altre, precedenti o concomitanti formazioni criminose. […] Le due associazioni non sono caratterizzate neppure da mafiosità autonoma. […] Deve quindi ribadirsi l’impossibilità di tenere conto – ai fini della configurazione del reato di cui all’art. 416 bis c.p. – di eventuali condotte qualificabili come “riserva di violenza”, condotte che possono riguardare soltanto le mafie “derivate”, le uniche in grado di beneficiare della intimidazione già praticata dalla struttura di derivazione. […] La “mafiosità” recepita dal legislatore nella attuale formulazione della fattispecie di cui all’art. 416 bis per la quale, non è sufficiente il ricorso sistematico alla corruzione ed è invece necessaria l’adozione del metodo mafioso, inteso come esercizio della forza della intimidazione. […] Non è possibile stabilire una derivazione tra il gruppo operante presso il distributore di benzina, l’associazione operante nel settore degli appalti pubblici e la Banda della Magliana, gruppo criminale organizzato e dedito ad attività criminali particolarmente violente e redditizie (il traffico e lo spaccio di droga, il gioco d’azzardo, le usure e le estorsioni, il possesso di armi e gli omicidi per assicurarsi il controllo del territorio) che ha operato nella città di Roma, ramificandosi pesantemente sul territorio, oltre 20 anni orsono, tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 90».Per districarci potremmo partire dai numeri. Di quanto stiamo parlando? Secondo quanto scrive Davide De Luca su Il Post
«Tra appalti e tangenti, la quantità di denaro coinvolto nell’inchiesta “Mafia capitale” non sembra particolarmente rilevante rispetto agli altri grandi scandali scoperti dalla magistratura negli ultimi tempi, come lo scandalo EXPO e quello che ha riguardato il MOSE […] Cominciamo con il dare un’occhiata ai bilanci di “29 Giugno”, il consorzio di cooperative presieduto da Salvatore Buzzi […] Nel 2013 la società aveva un fatturato di 58 milioni di euro e utili per circa un milione di euro. Secondo i magistrati, nel biennio 2012-2014, la cooperativa ha ottenuto appalti in almeno tre diversi settori grazie alla corruzione: la gestione di un campo rom, di alcuni centri di accoglienza e della cura di alcune aree verdi del comune di Roma. Non è chiaro quanto sia il valore di questi appalti, ma secondo un’informativa dei carabinieri, tra il 2003 e il 2013, la società ha ottenuto in tutto appalti per un valore di 98 milioni di euro […] Per quanto riguarda le tangenti è molto più difficile trovare numeri precisi. I giornali hanno pubblicato una sorta di “libro delle tangenti” in cui sarebbero segnati alcuni di questi pagamenti. Mettendo insieme queste cifre con i riscontri di bonifici pagati da “29 Giugno” e con le intercettazioni telefoniche possiamo individuare almeno un ordine di grandezza di questa corruzione. Secondo i documenti al momento disponibili, stiamo parlando di circa 500 mila euro».Sembrerebbero, a prima vista, numeri importanti. Eppure, se paragonati all’economia romana nel suo complesso, o anche solo riferiti ad altri fatti di corruzione del paese, assumono tutt’altra dimensione:
«A primavera è scoppiato lo scandalo EXPO, nel quale i magistrati hanno accusato di corruzione la società di costruzioni Maltauro, che si occupava di alcuni lavori collaterali ad EXPO. La Maltauro aveva fino al 2013 un bilancio di circa 450 milioni di euro l’anno (dieci volte più grande di “29 Giugno”, quindi). Sempre secondo i magistrati, la società avrebbe pagato nel giro di un paio d’anni una cifra nell’ordine di 1,2 milioni di euro a vari funzionari di EXPO (più del doppio della corruzione di cui si parla per “Mafia Capitale”). Il valore degli appalti influenzati da queste tangenti, sempre secondo i magistrati, sarebbe di circa 166 milioni di euro (quasi due volte la somma di tutti gli appalti ottenuti in 10 anni dalla cooperativa “29 Giugno”)».Nessuno, nei casi di corruzione legati alla costruzione di Expo 2015, ha parlato di “mafia”. Non è certo l’unico o l’ultimo degli episodi eclatanti di corruzione in questo paese, e neanche il più importante:
«L’inchiesta più grande del 2014 però è senza dubbio quella che riguarda il MOSE, il sistema di paratie mobili che dovrebbe proteggere la laguna di Venezia dalle acque alte. Si tratta di un’opera del costo totale di 5,5 miliardi, una delle più grandi della storia repubblicana, affidata in esclusiva al Consorzio Nuova Venezia, una società formata da svariate imprese di costruzioni con un bilancio superiore ai 500 milioni di euro l’anno. Secondo i magistrati nel corso di quasi un decennio alcuni dirigenti del Consorzio hanno pagato in tangenti l’iperbolica cifra di 22 milioni di euro».Nessuno, nei casi di corruzione legati alla costruzione del Mose, ha parlato di “mafia”. Ma andiamo avanti e riferiamoci alla più importante e vasta operazione anti-corruzione della storia politica del paese: Tangentopoli.
«Negli ultimi giorni “Mafia Capitale” è stata spesso paragonata a Tangentopoli, la grande inchiesta sulla corruzioni iniziata nel 1992. Uno dei casi più eclatanti di quegli anni fu la cosiddetta “Maxi tangente Enimont”. Secondo le sentenze, all’epoca vennero corrotti decine di politici con una serie di tangenti del valore di circa 150 miliardi di lire dell’epoca, ossia 175 milioni di euro 2014. Si tratta di una cifra che è circa 250 volte superiore al valore delle tangenti che i magistrati fino ad ora stimano che siano state pagate nell’inchiesta Mafia Capitale».Altrove, l’economista Mario Deaglio ha provato a quantificare la corruzione legata a Tangentopoli:
«Deaglio ha stimato che il giro delle tangenti generasse orientativamente: 10.000 miliardi di lire annui di costi per i cittadini. Un indebitamento pubblico fra 150.000 e 250.000 miliardi di lire. Tra 15.000 e 25.000 miliardi di interessi annui sul debito. Secondo uno studio del settimanale Il Mondo, pubblicato nel 1992, la linea M3 della metropolitana di Milano costava 192 miliardi a chilometro, contro i 45 miliardi della metropolitana di Amburgo; il passante ferroviario aveva previsioni di spesa per 100 miliardi a chilometro in dodici anni di lavoro, mentre quello di Zurigo (costruito in sette anni) costava 50 miliardi a chilometro; i lavori per l’ampliamento dello stadio Giuseppe Meazza sono costati più di 180 miliardi e sono durati più di due anni, quelli dello stadio Olimpico di Barcellona sono costati 45 miliardi e sono stati completati in 18 mesi».Staremmo parlando, in euro, di un giro d’affari fondato sulla corruzione di circa 150 miliardi di euro, in grado di stravolgere addirittura il bilancio dello Stato. Nessuno, riferendosi a Tangentopoli, ha mai utilizzato la parola “mafia” per descriverla nel suo complesso (nessuna “mafia meneghina” insomma). Il dato quantitativo, il valore del giro d’affari, i soldi mossi e deviati, non rappresenterebbero dunque il carattere decisivo per definire come mafiosa un’attività criminale. Almeno a giudicare dal diverso metro utilizzato da giornali e inchieste giudiziarie per circoscrivere e denominare i fatti.
C’è però un altro dato che emerge in forma plateale dai processi di “Mafia capitale” e che ovviamente risalta romanzato in serie e film: nessun ambito rilevante dell’economia cittadina viene toccato dai fatti in questione. La “mafia capitale” non avrebbe nulla a che fare con i grandi lavori pubblici (ad esempio Metro C, o la costruzione della nuova tangenziale interrata tra la stazione Tiburtina e Nomentana, per dirne due dei più importanti); non avrebbe niente a che vedere con l’economia palazzinara, su cui si fonda la valorizzazione del capitale privato romano; non avrebbe niente a che vedere coi grandi progetti urbanistici, con la Fiera di Roma, lo stadio, le nuove direttrici, niente di niente. Men che meno col traffico di droga, di cui anzi Carminati viene sempre presentato come ideologicamente contrario. “Mafia capitale” si risolve nella gestione di alcuni centri migranti, il campo rom di Castel Romano e la pulizia del verde cittadino. Dunque, seguendo il filo dei ragionamenti giornalistici, la mafia (del sud o romana) lascia fare dove girano i soldi, quelli veri, per accanirsi sulla gestione degli spiccioli dell’accoglienza.
Eppure, a vedere la serie Netflix Samurai-Carminati è presentato come “il papa”, il “governatore”, “l’amministratore”, il “sindaco” della città. Non si muove foglia che Carminati non voglia. Samurai è presentato come “padrino”, manovratore di fili e di interessi, attraverso cui si svolge l’economia criminale cittadina. Come scritto da Valerio Renzi su FanPage:
«Ma cosa c’è di vero in questa immagine? Secondo quanto scritto nero su bianco nella sentenza di primo grado (che ha visto la condanna di Carminati a 20 anni di carcere) poco o nulla. In tre anni d’indagine sono 11 gli episodi criminali riferiti al Cecato e al suo gruppo con base nel distributore di Benzina di Corsa Francia. Estorsioni e usura per piccole cifre, prestiti a strozzo all’interno di una ristretta cerchia di persone provenienti tutte dal medesimo milieu. Azioni di un cabotaggio criminale tutto sommato basso, per quanto gravi, perché molto più remunerativi gli affari condotti assieme a Salvatore Buzzi e alle sue cooperative, facendo convergere interessi e oliando gli ingranaggi a suon di ‘benefit’, versamenti e mazzette».L’inchiesta Rai su «I mille giorni di Mafia capitale», peraltro viziata da una riproposizione dei fatti volta a dimostrare la tesi della mafiosità del sodalizio centrato su Carminati, smaschera bene il livello criminale dei fatti appena ricordati. Due personaggi, Carminati e il suo braccio destro Brugia, che passano le giornate a un distributore di benzina, intenti a vivacchiare, dediti a piccoli traffici delinquenziali, usura e poco altro. Due criminali, probabilmente pericolosi, ma basta un atteggiamento a fare di Carminati un mafioso? Anzi: il mafioso che controlla la città, la sua economia così come la sua politica? Per dire, in tutta l’inchiesta, le perquisizioni, le intercettazioni, i pedinamenti, gli arresti, eccetera, non viene trovata neanche un’arma:
«Per i giudici Massimo Carminati non è un boss mafioso e ‘Mafia Capitale’ non è un’associazione mafiosa: mentre Samurai se ne va in giro all’occorrenza circondato da un esercito armato fino ai denti, i giudici del tribunale di Roma sottolineano a più riprese come a disposizione del gruppo criminale facente riferimento a Carminati non siano state ritrovate armi. E se è vero che Carminati è riconosciuto dagli esponenti di diversi gruppi criminali e da un boss di camorra come Michele Senese, questo avviene in virtù della sua lunga carriera e non in virtù del suo ruolo apicale nella criminalità organizzata romana, ormai organizzata attorno alle piazze di spaccio e al controllo di alcuni territori di periferia».C’è un frammento emblematico nella sua involontaria comicità, ripreso dalle intercettazioni ambientali e presente nell’inchiesta di RaiPlay. Al tavolino del bar di Largo di Vigna Stelluti, dove sono soliti trovarsi i due padrini della città (Carminati&Brugia) siede con loro un imprenditore che avrebbe bisogno di protezione (protezione nel senso elementare del termine: un gorilla che gli guardi le spalle). Per dimostrare che «loro fanno sul serio», per accreditarsi insomma, chiamano il parcheggiatore abusivo della piazza e, dal tavolino, gli imbruttiscono. Il tono è questo: «perché parli con le guardie?»; «noi siamo i quattro uomini di piombo»; «te sparamo». E così via. E’ una scena surreale, che descrive due cazzoni, non due mafiosi.
Eppure, Samurai-Carminati è presentato non solo come l’eminenza grigia della capitale, ma come vertice di un sodalizio criminale armato fino ai denti. La realtà viene deformata, e quello che è, nei fatti, un criminale comune che è salito di livello grazie all’amicizia con Salvatore Buzzi viene presentato come “la mafia a Roma”. Allora, forse, è il caso di occuparci proprio di Buzzi, casomai fosse invece lui il vertice dell’associazione mafiosa.
Salvatore Buzzi ha corrotto per anni pezzi dell’amministrazione capitolina, fino ad arrivare ai livelli politici, per farsi assegnare in via diretta appalti per la gestione di alcuni Sprar – centri di accoglienza e protezioni rifugiati e richiedenti asilo – per la pulizia del verde pubblico e delle strade, e per la gestione di alcuni campi rom. Come abbiamo visto il giro d’affari complessivo della cooperativa “29 giugno” è poca cosa, un’inezia nell’oceano dell’economia cittadina legale e illegale. Il problema è però, in questo caso, un altro: il modus operandi di Buzzi non si discosta di molto dal modo in cui si finanzia la politica, cioè attraverso “donazioni” private fatte a pioggia e verso ogni partito. Ogni palazzinaro, costruttore, imprenditore che ha a che fare con l’amministrazione comunale per vedersi assegnati bandi e concorsi, appalti e affidi diretti, olia la macchina municipale attraverso donazioni. Donazioni considerate perfettamente legali, visto che l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti impone il finanziamento privato quale unico canale di sostentamento dell’attività partitica. Buzzi è sicuramente un corrotto e un corruttore, ma è il sistema complessivo a generare questo rapporto incestuoso tra affari e politica, come rilevano in maniera stupefacente persino i giudici:
«Sembra evidente la profonda diversità tra gli affari criminali dell’epoca [della Banda della Magliana, ndr] e quelli accertati nel corso del presente processo, i quali attengono – quelli relativi agli appalti pubblici – ad una particolare forma di rapporti tra mondo politico ed imprenditoria organizzati in funzione, specialmente, di assicurare ai partiti politici il finanziamento necessario alla loro sopravvivenza e di spartire tra le varie componenti politiche (e tra gli imprenditori a ciascuna riferibili) il provento dei lucrosi affari connessi alla gestione della cosa pubblica».Una dinamica moltiplicata dal processo di esternalizzazione dell’economia cittadina, un tempo pubblica e sotto controllo della politica, oggi affidata, direttamente o tramite bando europeo, al capitale privato. La gestione di una parte fondamentale di servizi essenziali al funzionamento della città: dal trasporto pubblico alla sanità, dalle utenze all’accoglienza migranti, dalla pulizia al decoro urbano, sono oggi appaltati ai privati, così determinando la corruzione come normale gestione dei rapporti tra politica e privati.
Ma di Salvatore Buzzi non c’è traccia, nella fiction Netflix, anche perché la serie affronta gli anni immediatamente precedenti a quelli indagati nell’inchiesta e che vedranno il sodalizio tra Carminati e Buzzi. C’è, al contrario, un città che non esiste: da una parte, la fantasmagoria di quartieri militarmente controllati “dalla mafia” (ma quando mai...); dall’altra, laddove invece la mafia esiste davvero, e cioè nel rapporto corrotto tra politica ed economia reale, coi suoi referenti palazzinari, semplicemente scompare. C’è solo Samurai-Carminati come primus inter pares tra le famiglie mafiose che si spartiscono il territorio. Per di più, venendo meno ogni riferimento alle vittime materiali delle relazioni criminali così impostate, addirittura simpatico, quantomeno “un vero duro”, avvolto in una dimensione tragica tipica del Capo su cui incombe e precipita tutta la filiera criminale.
Suburra è allora un fumetto, che però si presenta come operazione realistica. Di qui il cortocircuito che produce nella percezione collettiva, secondo la quale a Roma c’è (c’era?) il Padrino come punto di congiunzione tra affari leciti e illeciti, politica e criminalità. In realtà la mafia, a Roma, esiste, così come esiste nel resto del paese, da nord a sud. Solo che non trova posto nell’immaginario fatto di serie tv e film mainstream. In questo immaginario la mafia è solo il modo più opportuno (e affascinante) di sopravvivere in una società incattivita e individualizzata. Il motto è sempre il solito: arricchitevi! E se per farlo bisognerà violare qualche regola, poco importa: chi le ha stabilite è corrotto tanto quanto chi decide di violarle. E’ la legge della giungla. Quando poi si presenta nella realtà, suscita molto meno fascino di quanto piace raccontare ai Michele Placido o ai Roberto Saviano di turno.
Fonte
22/07/2017
Mafia e Capitale. La caporetto del giornalismo mainstream
Una
delle non molte funzioni utili dei processi giudiziari sta
nell’evidenziare il distacco abissale tra il lavoro di approfondimento
“scientifico” e la divulgazione narrativa, spesso – ma non
inevitabilmente – impressionistica, acchiappa-lettori, immaginifica,
tendenzialmente mitopoietica. Anche le indagini della magistratura si
trovano infatti nella condizione di dover trovare e valutare “indizi”
all’interno dei fenomeni e quindi cercare di risalire a prove, cause,
moventi, ipotizzando che un certo fatto sia classificabile come una
determinata “fattispecie” (un reato con caratteristiche fisse e
ricorrenti, al di là del caso specifico). La disgrazia
dell’investigatore è l’avere a che fare con gli esseri umani, che
cambiano idea, posizionamento, attività, comportamento, fingono,
mentono, nascondono. Insomma, al contrario delle “cose” della fisica o
della chimica, non stanno “fermi” e non si lasciano osservare senza
interagire.
La disgrazia del giornalista (il “divulgatore”) è invece quella di dover tradurre in termini narrativi “facili” e al tempo stesso “evocativi” una serie di fatti e fenomeni, “popolarizzando” una complessità che quasi sempre sfugge anche a lui. Il povero giornalista ha anche una seconda disgrazia: dipende da un editore, rappresentato fisicamente da un direttore e un desk redazionale centralizzato, che pretendono un narrativa standard e riconoscibile, che usa “parole chiave” valide per faccende completamente diverse e che dunque non richiedano più una spiegazione. Che siano in qualche modo dei “dati acquisiti” su cui non vale la pena di interrogarsi e, all’atto pratico della scrittura, non diventino uno “spiegone” che annoia un lettore sempre meno capace di concentrazione.
Nella storia del giornalismo italiano abbiamo una valanga di queste parole-chiave talmente abusate che ormai non significano più nulla di concreto. Che funzionano come tag, segnali utili a far scattare il riflesso condizionato di approvazione o ripulsa: terrorismo, black bloc, forze dell’ordine, pubblico (negativo) e privato (buono, efficiente), imprenditore, società civile, classe politica, ecc. E naturalmente mafia.
“E’ tutta una mafia”, sintetizza il cittadino debole alle prese con l’assenza di risposte da parte dell’amministrazione cui si rivolge, oppure davanti alla similitudine dei comportamenti in cui coglie un pericolo di truffa nei suoi confronti.
Intorno all’inchiesta e alla sentenza per Mafia Capitale questa distanza tra “lavoro scientifico” e “narrazione popolare” (mediatica, insomma) è balzata agli occhi in modo solare. Costringendo tutti – magistrati, giornalisti, opinionisti, classe politica (di ogni tipo e livello) – ad accorgersi che la parola “mafia” non è usabile per qualsiasi fenomeno criminale “associato”. Con reazioni decisamente diverse e al limite dell’isterismo (chi ha visto Livio Abbate, de L’Espresso, nella trasmissione di Enrico Mentana, ha chiaro di cosa parliamo), perfettamente contrapposte a quelle dei maiali che finalmente possono ghignare profferendo la frase rivelatrice: “la mafia non esiste”. Perlomeno a Roma...
Tutto sbagliato, tutto strumentale, tutto giocato sull’uso di parole al posto dei concetti.
Con la definizione di mafia deve fare i conti anche il capo della Procura di Roma, che aveva ipotizzato l’aggravante dell’associazione mafiosa per Buzzi, Carminati e altri coimputati. E dobbiamo dire che con molta serietà Giuseppe Pignatone ha affrontato il problema davanti alle domande di alcuni giornalisti di prima fila (Bonini di Repubblica, Bianconi del Corriere, ecc), prendendo il mitico toro per le corna.
“E’ vero. Con questa indagine intendevamo proporre un ragionamento avanzato sul rapporto tra mafia e corruzione. Per altro, muovendoci nel solco della più recente giurisprudenza di Cassazione sull’articolo 416 bis. Ora, il tribunale ha espresso un parere diverso e dunque aspettiamo le motivazioni per comprendere quale è stato il percorso logico della decisione. Se si tratta di questioni che riguardano l’interpretazione del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, o, al contrario, di una diversa lettura e qualificazione del fatto storico che il dibattimento ha provato.”
La contestazione dell’aggravante mafiosa, spiega dunque Pignatone, non derivava da una incontestabile e conclamata corrispondenza tra il tipo di associazione messa in piedi da Buzzi e Carminati e la “mafia storica”, ma ha rappresentato il tentativo di “proporre un ragionamento avanzato sul rapporto tra mafia e corruzione”. Perché nella pratica quotidiana di molte amministrazioni pubbliche – dal governo centrale all’ultimo ufficio periferico – l’”interesse pubblico” è stato messo ufficialmente al servizio degli interessi privati. E questo può avvenire in forme “alte” (privatizzazione di aziende strategiche o semplicemente redditizie, salvataggio di banche fallite, costruzione di infrastrutture inutili o sovradimensionate rispetto alle esigenze, gli acquisti centralizzati dello Stato, ecc), ma anche in forma assai “basse”, locali, in settori marginali come rilevanza economica e budget pubblico disponibile (ricordiamo che questo processo ha riguardato soltanto una fetta del “terzo settore”, incaricato di gestire “accoglienza” e campi rom, non certo i business centrali della Capitale).
Ed effettivamente, dal punto di vista giuridico, si è creata la necessità di aggiornare l’elenco delle “fattispecie di reato”, delineando quella più adatta al rapporto perverso tra interessi privati e corruzione di funzionari o autorità pubbliche. In un certo senso, Carminati e Buzzi facevano al loro livello (il “mondo di mezzo”) quel che nel “mondo di sopra” si fa con le attività di lobbying, le pubbliche relazioni, i finanziamenti alle fondazioni, il passaggio veloce dalle cariche societarie a quelle politiche (e viceversa). E per cifre assai minori, pur se decisamente rilevanti ai nostri occhi di poveri lavoratori.
Di fronte a questo fenomeno diffuso, mortifero per la capacità produttiva del paese, certamente criminale e da sopprimere, il procuratore Pignatone e gli altri membri della procura romana hanno proposto di qualificarlo come mafia. La corte giudicante di primo grado ha sentenziato che non può essere inquadrato in questo modo, mazzolando comunque gli imputati con condanne consistenti.
Lo stesso Pignatone in qualche misura ammette di non esser completamente sicuro della sua “proposta”, perché «Io stesso ho più volte sottolineato che era una organizzazione ridotta non in grado di condizionare il governo di Roma Capitale; la costruzione mediatica di quel presunto dominio non ci appartiene. L’abbiamo qualificata come associazione mafiosa e continuo a ritenere che quella costruzione fosse aderente alla realtà». Ma evidentemente i margini di incertezza esistevano anche per lui, ed erano di grande ampiezza.
E’ insomma un problema giuridico e di legislazione. Se ci fosse una classe politica meno corrotta la vedremmo probabilmente già al lavoro per redarre una legge adeguata al fenomeno. Ovviamente, questo immondezzaio preferisce “cogliere il risultato” immediato: “farsi corrompere non è mafia, dunque possiamo continuare a farlo, perché rischiamo un po’ meno (e comunque non il 41bis, quell’orrida tortura carceraria che noi stessi abbiamo approvato perché fosse applicata ad altri)”.
Ma la mafia, quella vera e “certificata” dal codice penale, ovviamente esiste. E sta anche a Roma. Detto fra noi, da quel che vediamo, è anche in Parlamento e nel governo.
Questa necessità di distinguere tra livelli e tipi di attività criminali è però decisamente superiore alle capacità del giornalista medio. Che dunque riempie pagine e pagine per costruire la più stupida delle contrapposizioni binarie: o c’è la mafia anche nel caso Buzzi-Carminati, oppure la mafia non esiste. Oppure, aggiungiamo noi, tu non capisci cos’è.
Ridurre i fenomeni a parole-tag è gioco pericoloso. E’ disinformazione pura. E’ costruzione di un immaginario e un vocabolario miserabile, che facilita il gioco di mestatori, “populisti” e aspiranti dittatori.
Vi sembra eccessivo?
Bene, allora facciamo un parallelo con la parola-demonio per eccellenza: terrorismo. Se ogni fenomeno violento, in qualsiasi parte del mondo, viene qualificato come tale – come se la violenza dei bombardamenti occidentali fosse invece un lancio di caramelle sui civili – si perde la possibilità di distinguere e dunque di capire (“la distinzione è la potenza dell’intelletto”, spiega Il filosofo).
Il “pensiero unico” neoliberista ha cancellato categorie storiche come guerriglia (addirittura in diverse forme: urbana, di montagna, ecc), guerra di popolo (in un numero pressoché infinito di varianti), lotta partigiana, ecc. Tutto è stato fatto rientrare nel termine terrorismo. Che a quel punto serve solo ad identificare le azioni violente commesse dai “nemici”. Anzi, le azioni di quei nemici che non vogliamo nominare e far riconoscere come tali (sarebbe un “riconoscimento politico”, no?).
Dopo qualche decennio di questo andazzo “narrativo”, ecco che la Storia si vendica proponendo alcuni esempi emblematici:
a) l’Arabia Saudita che qualifica come “amico dei terroristi” il Qatar che intrattiene rapporti economici con l’Iran;
b) Erdogan che chiama “terroristi” non solo i curdi e gli oppositori interni, ma anche gli attivisti tedeschi dei diritti umani che inscenano pacifiche proteste in terra turca.
In altri termini, se il giornalismo diventa propaganda genera (o facilita) mostri...
Fonte
La disgrazia del giornalista (il “divulgatore”) è invece quella di dover tradurre in termini narrativi “facili” e al tempo stesso “evocativi” una serie di fatti e fenomeni, “popolarizzando” una complessità che quasi sempre sfugge anche a lui. Il povero giornalista ha anche una seconda disgrazia: dipende da un editore, rappresentato fisicamente da un direttore e un desk redazionale centralizzato, che pretendono un narrativa standard e riconoscibile, che usa “parole chiave” valide per faccende completamente diverse e che dunque non richiedano più una spiegazione. Che siano in qualche modo dei “dati acquisiti” su cui non vale la pena di interrogarsi e, all’atto pratico della scrittura, non diventino uno “spiegone” che annoia un lettore sempre meno capace di concentrazione.
Nella storia del giornalismo italiano abbiamo una valanga di queste parole-chiave talmente abusate che ormai non significano più nulla di concreto. Che funzionano come tag, segnali utili a far scattare il riflesso condizionato di approvazione o ripulsa: terrorismo, black bloc, forze dell’ordine, pubblico (negativo) e privato (buono, efficiente), imprenditore, società civile, classe politica, ecc. E naturalmente mafia.
“E’ tutta una mafia”, sintetizza il cittadino debole alle prese con l’assenza di risposte da parte dell’amministrazione cui si rivolge, oppure davanti alla similitudine dei comportamenti in cui coglie un pericolo di truffa nei suoi confronti.
Intorno all’inchiesta e alla sentenza per Mafia Capitale questa distanza tra “lavoro scientifico” e “narrazione popolare” (mediatica, insomma) è balzata agli occhi in modo solare. Costringendo tutti – magistrati, giornalisti, opinionisti, classe politica (di ogni tipo e livello) – ad accorgersi che la parola “mafia” non è usabile per qualsiasi fenomeno criminale “associato”. Con reazioni decisamente diverse e al limite dell’isterismo (chi ha visto Livio Abbate, de L’Espresso, nella trasmissione di Enrico Mentana, ha chiaro di cosa parliamo), perfettamente contrapposte a quelle dei maiali che finalmente possono ghignare profferendo la frase rivelatrice: “la mafia non esiste”. Perlomeno a Roma...
Tutto sbagliato, tutto strumentale, tutto giocato sull’uso di parole al posto dei concetti.
Con la definizione di mafia deve fare i conti anche il capo della Procura di Roma, che aveva ipotizzato l’aggravante dell’associazione mafiosa per Buzzi, Carminati e altri coimputati. E dobbiamo dire che con molta serietà Giuseppe Pignatone ha affrontato il problema davanti alle domande di alcuni giornalisti di prima fila (Bonini di Repubblica, Bianconi del Corriere, ecc), prendendo il mitico toro per le corna.
“E’ vero. Con questa indagine intendevamo proporre un ragionamento avanzato sul rapporto tra mafia e corruzione. Per altro, muovendoci nel solco della più recente giurisprudenza di Cassazione sull’articolo 416 bis. Ora, il tribunale ha espresso un parere diverso e dunque aspettiamo le motivazioni per comprendere quale è stato il percorso logico della decisione. Se si tratta di questioni che riguardano l’interpretazione del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, o, al contrario, di una diversa lettura e qualificazione del fatto storico che il dibattimento ha provato.”
La contestazione dell’aggravante mafiosa, spiega dunque Pignatone, non derivava da una incontestabile e conclamata corrispondenza tra il tipo di associazione messa in piedi da Buzzi e Carminati e la “mafia storica”, ma ha rappresentato il tentativo di “proporre un ragionamento avanzato sul rapporto tra mafia e corruzione”. Perché nella pratica quotidiana di molte amministrazioni pubbliche – dal governo centrale all’ultimo ufficio periferico – l’”interesse pubblico” è stato messo ufficialmente al servizio degli interessi privati. E questo può avvenire in forme “alte” (privatizzazione di aziende strategiche o semplicemente redditizie, salvataggio di banche fallite, costruzione di infrastrutture inutili o sovradimensionate rispetto alle esigenze, gli acquisti centralizzati dello Stato, ecc), ma anche in forma assai “basse”, locali, in settori marginali come rilevanza economica e budget pubblico disponibile (ricordiamo che questo processo ha riguardato soltanto una fetta del “terzo settore”, incaricato di gestire “accoglienza” e campi rom, non certo i business centrali della Capitale).
Ed effettivamente, dal punto di vista giuridico, si è creata la necessità di aggiornare l’elenco delle “fattispecie di reato”, delineando quella più adatta al rapporto perverso tra interessi privati e corruzione di funzionari o autorità pubbliche. In un certo senso, Carminati e Buzzi facevano al loro livello (il “mondo di mezzo”) quel che nel “mondo di sopra” si fa con le attività di lobbying, le pubbliche relazioni, i finanziamenti alle fondazioni, il passaggio veloce dalle cariche societarie a quelle politiche (e viceversa). E per cifre assai minori, pur se decisamente rilevanti ai nostri occhi di poveri lavoratori.
Di fronte a questo fenomeno diffuso, mortifero per la capacità produttiva del paese, certamente criminale e da sopprimere, il procuratore Pignatone e gli altri membri della procura romana hanno proposto di qualificarlo come mafia. La corte giudicante di primo grado ha sentenziato che non può essere inquadrato in questo modo, mazzolando comunque gli imputati con condanne consistenti.
Lo stesso Pignatone in qualche misura ammette di non esser completamente sicuro della sua “proposta”, perché «Io stesso ho più volte sottolineato che era una organizzazione ridotta non in grado di condizionare il governo di Roma Capitale; la costruzione mediatica di quel presunto dominio non ci appartiene. L’abbiamo qualificata come associazione mafiosa e continuo a ritenere che quella costruzione fosse aderente alla realtà». Ma evidentemente i margini di incertezza esistevano anche per lui, ed erano di grande ampiezza.
E’ insomma un problema giuridico e di legislazione. Se ci fosse una classe politica meno corrotta la vedremmo probabilmente già al lavoro per redarre una legge adeguata al fenomeno. Ovviamente, questo immondezzaio preferisce “cogliere il risultato” immediato: “farsi corrompere non è mafia, dunque possiamo continuare a farlo, perché rischiamo un po’ meno (e comunque non il 41bis, quell’orrida tortura carceraria che noi stessi abbiamo approvato perché fosse applicata ad altri)”.
Ma la mafia, quella vera e “certificata” dal codice penale, ovviamente esiste. E sta anche a Roma. Detto fra noi, da quel che vediamo, è anche in Parlamento e nel governo.
Questa necessità di distinguere tra livelli e tipi di attività criminali è però decisamente superiore alle capacità del giornalista medio. Che dunque riempie pagine e pagine per costruire la più stupida delle contrapposizioni binarie: o c’è la mafia anche nel caso Buzzi-Carminati, oppure la mafia non esiste. Oppure, aggiungiamo noi, tu non capisci cos’è.
Ridurre i fenomeni a parole-tag è gioco pericoloso. E’ disinformazione pura. E’ costruzione di un immaginario e un vocabolario miserabile, che facilita il gioco di mestatori, “populisti” e aspiranti dittatori.
Vi sembra eccessivo?
Bene, allora facciamo un parallelo con la parola-demonio per eccellenza: terrorismo. Se ogni fenomeno violento, in qualsiasi parte del mondo, viene qualificato come tale – come se la violenza dei bombardamenti occidentali fosse invece un lancio di caramelle sui civili – si perde la possibilità di distinguere e dunque di capire (“la distinzione è la potenza dell’intelletto”, spiega Il filosofo).
Il “pensiero unico” neoliberista ha cancellato categorie storiche come guerriglia (addirittura in diverse forme: urbana, di montagna, ecc), guerra di popolo (in un numero pressoché infinito di varianti), lotta partigiana, ecc. Tutto è stato fatto rientrare nel termine terrorismo. Che a quel punto serve solo ad identificare le azioni violente commesse dai “nemici”. Anzi, le azioni di quei nemici che non vogliamo nominare e far riconoscere come tali (sarebbe un “riconoscimento politico”, no?).
Dopo qualche decennio di questo andazzo “narrativo”, ecco che la Storia si vendica proponendo alcuni esempi emblematici:
a) l’Arabia Saudita che qualifica come “amico dei terroristi” il Qatar che intrattiene rapporti economici con l’Iran;
b) Erdogan che chiama “terroristi” non solo i curdi e gli oppositori interni, ma anche gli attivisti tedeschi dei diritti umani che inscenano pacifiche proteste in terra turca.
In altri termini, se il giornalismo diventa propaganda genera (o facilita) mostri...
Fonte
21/07/2017
Mafia Capitale. Il Mondo di Mezzo resta in serie B
La montagna ha partorito un ircocervo. Sarebbe infatti improbabile definire “topolino” le sentenze del processo nato come Mafia Capitale ma derubricato ad “associazione a delinquere con fini corruttivi”. Le motivazioni della sentenza chiariranno, ormai a telecamere spente e taccuini riposti, quale sia stato il percorso con cui il tribunale di Roma sia arrivato a questa conclusione.
Balza agli occhi il contrasto tra la pesantezza delle condanne e la materia criminale da sanzionare. Se si esclude che l’organizzazione che ha agito su Roma sia riconducibile alla mafia, suscita più di qualche perplessità una sentenza con condanne di questa portata. E’ la stessa perplessità che avevamo già espresso al momento della richiesta dell’accusa. Le leggi che fino ad ora hanno codificato il modello criminale mafioso, hanno seguito un loro percorso storico e giuridico. Quelle per definire il modello criminoso che è stato appurato in questo processo ancora non ci sono. Con questa contraddizione ha dovuto fare i conti chi ha emesso la sentenza, disattendendo l’impianto messo in piedi dalla Procura con l’inchiesta su Mafia Capitale ma accontentandola con condanne pesanti.
Quella emessa dal tribunale di Roma, per ora, ha tutto il sapore di una sentenza “politica”, che magari in sede di appello verrà ridimensionata o dimensionata alla portata reale del malaffare portata alla luce dall’inchiesta su Mafia Capitale: poca roba rispetto alla “ciccia”, quella riconducibile al Mondo di Sopra.
Il gruppo “duale” di Carminati e Buzzi, identificatosi come il Mondo di Mezzo, muoveva affari per alcune decine di milioni di euro intorno alle emergenze – spesso provocate – sulla raccolta dei rifiuti, la gestione dei campi rom e dei centri di accoglienza per i migranti. Il sistema era semplice ed efficace. Si portavano le situazioni in condizioni estreme, magari si promuovevano anche manifestazioni di “cittadini indignati”, e quindi si ottenevano appalti per affidamento diretto, facendo fuori tutte le altre cooperative sociali, avviatesi sull’identico sentiero stretto del “privato sociale”, ma esterne al gruppo.
Nell’ordinanza del 2014 dell’inchiesta Mafia Capitale, si sottolineava come il modello coercitivo mafioso, a Roma, non aveva neanche bisogno di manifestarsi, perché le proposte di corruzione venivano immediatamente accolte senza incontrare alcuna resistenza in ambito istituzionale e amministrativo.
Ma la conditio sine qua non per ottenere questo risultato era la complicità della politica e della macchina amministrativa comunale, ossia quell’accordo trasversale tra destra e Pd riconducibile al “Patto della Carbonara”, con cui era stato deciso di spartirsi gli affari a Roma.
Una sorta di “governo della transizione” tra gli appetiti voraci e arretrati venuti a galla con la giunta Alemanno (quella dei “fascisti de panza e de governo”) e quelli della nuova giunta che aveva catapultato a Roma il sindaco “marziano”, Ignazio Marino.
Il primo segnale della transizione, sfuggito a molti, era stata l’estromissione delle cooperative che gestivano la Città dell’Altra Economia, all’ex mattatoio di Testaccio, sostituendole d’imperio con un consorzio di cooperative di destra e legate al Pd. Era sembrato solo un episodio sgradevole, in realtà rivelava un cambiamento di clima.
Ma il giro di malaffare nella Capitale era e rimane assai più congruo di quello delle emergenze affidate alle cooperative sociali di Buzzi e Carminati.
Abbiamo denunciato da tempo i due filoni che meriterebbero non solo inchieste approfondite, ma anche valutazioni politiche coerenti, delle quali però non vi è alcuna traccia nei commenti che abbiamo ascoltato finora:
– il primo è il giro d’affari prosperato intorno alla questione abitativa, ad esempio con i Piani di Zona costruiti sulle aree ex 167, già oggetto di diverse inchieste della magistratura. Oppure la vicenda dei Punti Verde Qualità, che ha lasciato centinaia di milioni di debiti al Comune di Roma verso le banche. Questo è una parte del Mondo di Sopra, quello che scrive i piani regolatori, che determina le cubature, che divora il suolo e che prospera sui Grandi Eventi e le Grandi Opere, in accordo preventivo o su input dei costruttori e degli immobiliaristi. E’ il mondo che, quando serve, attiva anche il Mondo di Mezzo di Carminati, ma molto più spesso non ne ha neanche bisogno;
– il secondo sono le evidenti e strettissime connessioni tra gli ambienti neofascisti e la criminalità organizzata. Nello spaccio di droga o nel settore delle sale slot, prosperate come funghi nella periferia romana, ma che ai tempi della giunta Alemanno aveva individuato la “quadratura perfetta” con il progetto del Waterfront sul litorale romano. Una sorta di Atlantic City all’amatriciana, in cui i capitali sporchi di mafia, ndrangheta, camorra e reti criminali capitoline avrebbero potuto essere investiti, ripulendo miliardi. Nel 2011 più di qualcosa deve essere andato storto e a Roma ci sono stati decine di omicidi negli ambienti a cavallo tra brokers, malavita e neofascisti.
Del Mondo di Sopra e delle inquietanti, ma consolidate, relazioni tra criminalità e ambienti neofascisti, non vi era traccia nell’ordinanza iniziale di Mafia Capitale, né sono emerse durante il processo.
Ma se questo è vero, e se è vero che il gruppo “duale” Carminati-Buzzi non è riconducibile ad una organizzazione mafiosa, ma “solo” ad una associazione a delinquere, che cosa ci restituisce questa sentenza? Un ircocervo appunto. Fragile nella ineludibile parte probatoria e superficiale sulla parte politica. Un impianto che in appello potrebbe vedere drastici rovesciamenti e consentire al Mondo di Sopra di riproporre la consueta catarsi.
Fonte
Balza agli occhi il contrasto tra la pesantezza delle condanne e la materia criminale da sanzionare. Se si esclude che l’organizzazione che ha agito su Roma sia riconducibile alla mafia, suscita più di qualche perplessità una sentenza con condanne di questa portata. E’ la stessa perplessità che avevamo già espresso al momento della richiesta dell’accusa. Le leggi che fino ad ora hanno codificato il modello criminale mafioso, hanno seguito un loro percorso storico e giuridico. Quelle per definire il modello criminoso che è stato appurato in questo processo ancora non ci sono. Con questa contraddizione ha dovuto fare i conti chi ha emesso la sentenza, disattendendo l’impianto messo in piedi dalla Procura con l’inchiesta su Mafia Capitale ma accontentandola con condanne pesanti.
Quella emessa dal tribunale di Roma, per ora, ha tutto il sapore di una sentenza “politica”, che magari in sede di appello verrà ridimensionata o dimensionata alla portata reale del malaffare portata alla luce dall’inchiesta su Mafia Capitale: poca roba rispetto alla “ciccia”, quella riconducibile al Mondo di Sopra.
Il gruppo “duale” di Carminati e Buzzi, identificatosi come il Mondo di Mezzo, muoveva affari per alcune decine di milioni di euro intorno alle emergenze – spesso provocate – sulla raccolta dei rifiuti, la gestione dei campi rom e dei centri di accoglienza per i migranti. Il sistema era semplice ed efficace. Si portavano le situazioni in condizioni estreme, magari si promuovevano anche manifestazioni di “cittadini indignati”, e quindi si ottenevano appalti per affidamento diretto, facendo fuori tutte le altre cooperative sociali, avviatesi sull’identico sentiero stretto del “privato sociale”, ma esterne al gruppo.
Nell’ordinanza del 2014 dell’inchiesta Mafia Capitale, si sottolineava come il modello coercitivo mafioso, a Roma, non aveva neanche bisogno di manifestarsi, perché le proposte di corruzione venivano immediatamente accolte senza incontrare alcuna resistenza in ambito istituzionale e amministrativo.
Ma la conditio sine qua non per ottenere questo risultato era la complicità della politica e della macchina amministrativa comunale, ossia quell’accordo trasversale tra destra e Pd riconducibile al “Patto della Carbonara”, con cui era stato deciso di spartirsi gli affari a Roma.
Una sorta di “governo della transizione” tra gli appetiti voraci e arretrati venuti a galla con la giunta Alemanno (quella dei “fascisti de panza e de governo”) e quelli della nuova giunta che aveva catapultato a Roma il sindaco “marziano”, Ignazio Marino.
Il primo segnale della transizione, sfuggito a molti, era stata l’estromissione delle cooperative che gestivano la Città dell’Altra Economia, all’ex mattatoio di Testaccio, sostituendole d’imperio con un consorzio di cooperative di destra e legate al Pd. Era sembrato solo un episodio sgradevole, in realtà rivelava un cambiamento di clima.
Ma il giro di malaffare nella Capitale era e rimane assai più congruo di quello delle emergenze affidate alle cooperative sociali di Buzzi e Carminati.
Abbiamo denunciato da tempo i due filoni che meriterebbero non solo inchieste approfondite, ma anche valutazioni politiche coerenti, delle quali però non vi è alcuna traccia nei commenti che abbiamo ascoltato finora:
– il primo è il giro d’affari prosperato intorno alla questione abitativa, ad esempio con i Piani di Zona costruiti sulle aree ex 167, già oggetto di diverse inchieste della magistratura. Oppure la vicenda dei Punti Verde Qualità, che ha lasciato centinaia di milioni di debiti al Comune di Roma verso le banche. Questo è una parte del Mondo di Sopra, quello che scrive i piani regolatori, che determina le cubature, che divora il suolo e che prospera sui Grandi Eventi e le Grandi Opere, in accordo preventivo o su input dei costruttori e degli immobiliaristi. E’ il mondo che, quando serve, attiva anche il Mondo di Mezzo di Carminati, ma molto più spesso non ne ha neanche bisogno;
– il secondo sono le evidenti e strettissime connessioni tra gli ambienti neofascisti e la criminalità organizzata. Nello spaccio di droga o nel settore delle sale slot, prosperate come funghi nella periferia romana, ma che ai tempi della giunta Alemanno aveva individuato la “quadratura perfetta” con il progetto del Waterfront sul litorale romano. Una sorta di Atlantic City all’amatriciana, in cui i capitali sporchi di mafia, ndrangheta, camorra e reti criminali capitoline avrebbero potuto essere investiti, ripulendo miliardi. Nel 2011 più di qualcosa deve essere andato storto e a Roma ci sono stati decine di omicidi negli ambienti a cavallo tra brokers, malavita e neofascisti.
Del Mondo di Sopra e delle inquietanti, ma consolidate, relazioni tra criminalità e ambienti neofascisti, non vi era traccia nell’ordinanza iniziale di Mafia Capitale, né sono emerse durante il processo.
Ma se questo è vero, e se è vero che il gruppo “duale” Carminati-Buzzi non è riconducibile ad una organizzazione mafiosa, ma “solo” ad una associazione a delinquere, che cosa ci restituisce questa sentenza? Un ircocervo appunto. Fragile nella ineludibile parte probatoria e superficiale sulla parte politica. Un impianto che in appello potrebbe vedere drastici rovesciamenti e consentire al Mondo di Sopra di riproporre la consueta catarsi.
Fonte
20/07/2017
Roma, criminale ma senza mafia. Pesanti condanne per Mafia Capitale
Si è concluso oggi con pesanti condanne il processo su Mafia Capitale che adesso però dovrà trovarsi un nuovo acronimo. La sentenza infatti ha escluso l’aggravante mafiosa – cioè l’esistenza di una organizzazione e modalità riconducibili a quelle mafiose – ma ha confermato l’esistenza di una associazione a delinquere con l’obiettivo di estorcere soldi pubblici al Comune di Roma per la “gestione” di alcune emergenze come quella dei rifiuti, dell’accoglienza degli immigrati o dei campi rom.
Le condanne, anche senza l’aggravante mafiosa, sono comunque pesanti (tenendo conto che non ci sono stati fatti di sangue). L’ex Nar Massimo Carminati è stato condannato, in primo grado, a 20 anni di reclusione. Il cosiddetto “ras delle coop” Salvatore Buzzi è stato riconosciuto colpevole nell’ambito del processo ed è stato condannato a 19 anni di carcere. 11 anni di carcere per Luca Gramazio, l’ex capogruppo del Pdl in Comune poi passato alla Regione. Per l’ex presidente dell’assemblea Capitolina Mirko Coratti (Pd) la corte ha deciso una pena di 6 anni di reclusione. Luca Odevaine, ex capo di gabinetto di Veltroni e poi collaboratore di Zingaretti, responsabile del tavolo per i migranti, è stato condannato a 6 anni e 6 mesi. 11 anni per il presunto braccio destro di Carminati, Ricardo Brugia, 10 per l’ex Ad di Ama Franco Panzironi, entrambi squadristi fascisti di lungo corso. L’ex presidente del municipio di Ostia, commissariato per infiltrazione mafiose, Andrea Tassone è stato condannato a 5 anni.
Su 46 imputati tre sono stati assolti. Si tratta di Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero, per i quali la Procura aveva chiesto 16 anni di carcere, e l’ex dg di Ama Giovanni Fiscon, per il quale erano stati chiesti 5 anni. Secondo l’accusa Rotolo e Ruggiero avrebbero garantito i contatti tra Mafia Capitale e ambienti della ‘ndrangheta. Tra novanta giorni verranno depositate le motivazioni della sentenza e lì la Procura deciderà se ricorrere o meno in appello.
Leggi anche:
Quelli di sopra scaricano il mondo di mezzo
Il malaffare a Roma solo scalfito dall’inchiesta su Mafia Capitale
Fonte
Le condanne, anche senza l’aggravante mafiosa, sono comunque pesanti (tenendo conto che non ci sono stati fatti di sangue). L’ex Nar Massimo Carminati è stato condannato, in primo grado, a 20 anni di reclusione. Il cosiddetto “ras delle coop” Salvatore Buzzi è stato riconosciuto colpevole nell’ambito del processo ed è stato condannato a 19 anni di carcere. 11 anni di carcere per Luca Gramazio, l’ex capogruppo del Pdl in Comune poi passato alla Regione. Per l’ex presidente dell’assemblea Capitolina Mirko Coratti (Pd) la corte ha deciso una pena di 6 anni di reclusione. Luca Odevaine, ex capo di gabinetto di Veltroni e poi collaboratore di Zingaretti, responsabile del tavolo per i migranti, è stato condannato a 6 anni e 6 mesi. 11 anni per il presunto braccio destro di Carminati, Ricardo Brugia, 10 per l’ex Ad di Ama Franco Panzironi, entrambi squadristi fascisti di lungo corso. L’ex presidente del municipio di Ostia, commissariato per infiltrazione mafiose, Andrea Tassone è stato condannato a 5 anni.
Su 46 imputati tre sono stati assolti. Si tratta di Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero, per i quali la Procura aveva chiesto 16 anni di carcere, e l’ex dg di Ama Giovanni Fiscon, per il quale erano stati chiesti 5 anni. Secondo l’accusa Rotolo e Ruggiero avrebbero garantito i contatti tra Mafia Capitale e ambienti della ‘ndrangheta. Tra novanta giorni verranno depositate le motivazioni della sentenza e lì la Procura deciderà se ricorrere o meno in appello.
Leggi anche:
Quelli di sopra scaricano il mondo di mezzo
Il malaffare a Roma solo scalfito dall’inchiesta su Mafia Capitale
Fonte
28/04/2017
Mafia Capitale. Quelli “di sopra” scaricano il “mondo di mezzo”
Le pesantissime richieste di condanna per il processo su Mafia Capitale non ci convincono né ci rassicurano. Vogliamo dirlo subito evitando giri di parole, preamboli e arzigogoli. Lo affermiamo perché delle connessioni tra criminalità, politica e neofascisti ci siamo occupati a fondo e con largo anticipo sia rispetto all’inchiesta della magistratura che ad iniziative editoriali come “Suburra”. Mentre nel Pd romano c’era chi avviava alleanze trasversali con la destra, il nostro giornale segnalava le numerose connessioni tra il milieu neofascista e la criminalità nella Capitale.
Le condanne tombali richiesta dalla requisitoria dei pm nel processo contro il network di Buzzi, Carminati etc. appaiono per un verso sproporzionate ai reati contestati, per un altro un tentativo di legittimazione sul piano penale di una ipotesi – quella dell’associazione mafiosa – che ha solo scalfito, e molto parzialmente, il sistema politico/criminale che imbriglia la vita economica e sociale della città.
La tesi sostenuta dai pm è che su Roma agiva una organizzazione di stampo mafioso che ha diretto, inquinato, determinato appalti e finanziamenti nell’area grigia del “terzo settore”, quello prosperato con la sistematica de/responsabilizzazione dei soggetti pubblici (Comune, Regione, governo) dalla gestione dei servizi sociali e con lo smantellamento dei sistemi di welfare.
Si è trattato di una associazione mafiosa che, a detta dei magistrati, a Roma non ha avuto bisogno della coercizione e della violenza caratteristica delle organizzazioni mafiose nel Meridione, perché l’humus su cui agiva (consiglieri comunali, assessori, dirigenti e funzionari) era “bendisposto” ad accettare tutte le proposte che gli venivano fatte, dovendo discutere solo sul “quanto” sarebbe spettato di competenza nella spartizione dei finanziamenti di ogni soggetto del sistema corruttivo. Insomma agitare, e solo agitare, l’intervento dello “spezzapollici” è stato spesso superfluo o più che sufficiente per produrre un sistema integrato che, tramite cooperative sociali, ha gestito i servizi di competenza del Comune di Roma su accoglienza migranti, campi rom, pulizia urbana, “esternalizzati” in nome del risparmio e dei tagli di bilancio.
E’ fin troppo evidente che quanto rivelato dall’inchiesta su Mafia Capitale non sia una “falla” del sistema ma la struttura “normale” del sistema stesso, quello che dagli anni Novanta in poi, tramite il boom del terzo settore, ha via via sostituito il welfare di competenza e responsabilità delle istituzioni pubbliche. Questo boom è stato la conseguenza pratica di una ideologia – la sussidiarietà alla rovescia – incubata dall’intreccio tra il mondo cattolico (democristiano) e quello delle cooperative “di sinistra” (ex Pci, poi Pd).
Dentro questa zona grigia, hanno prevalso o i grandi gruppi del mondo cooperativo (Lega Coop e Confcooperative) o le holding di cooperative sociali più spregiudicate che hanno via via “cannibalizzato” quelle più piccole. Il mondo di Buzzi è questo e non altro. Le sue connessioni politiche sono dentro questo magma a cavallo tra politici ex democristiani ed ex Pci dell’ultima generazione (i peggiori).
Diverse sono invece le connessioni politiche e affaristiche di Carminati. Un killer neofascista che ben rientra nella filiera degli “uomini neri” disponibili a fare il lavoro sporco ovunque gli venisse richiesto: dalle rapine agli omicidi, dal cecchinaggio nella guerra civile in Libano alle compartecipazione negli affari del “tesoretto nero” dei neofascisti italiani a Londra.
Quella di Carminati non è la zona grigia del terzo settore, ma la zona nera di connessione tra neofascisti e malavita emersa sistematicamente in decine di inchieste e fatti di cronaca nera che abbiamo ampiamente documentato anche sul nostro giornale.
Questa convergenza tra zona grigia e zona nera, tra il mondo di Buzzi e quello di Carminati può essere considerata una associazione mafiosa? Rispondere positivamente significa due cose diverse: accettare l’impianto accusatorio dei pm e quindi condanne tombali e accettare l’idea che questa sia solo una distorsione del sistema, dunque una sorta di capro espiatorio, una catarsi per liberare dalle metastasi un organismo che si vorrebbe sano, addirittura virtuoso.
Ma chi vive, indaga e conosce la vita economica e sociale di Roma sa benissimo che il “malaffare” strutturale non alligna nei bassifondi del “mondo di sotto” ma nei salotti del “mondo di sopra”, che non si incontra nei locali delle cooperative sociali ma nei ristoranti di lusso o nei circoli sportivi esclusivi.
Non è un caso che siano saltati i più modesti patti “della coda alla vaccinara” (sui rifiuti) o della “carbonara” (sulle cooperative sociali) realizzati da esponenti politici di centro-destra e centro-sinistra piuttosto che gli accordi multimilionari sulla cementificazione a Tor di Valle, sui Piani di Zona, sui Punti Verde Qualità, sulla Metro C. Nonostante su alcuni di questi ci siano inchieste della magistratura, non si è ancora approdato a nulla.
Al contrario l’enfasi su Mafia Capitale, che ha messo le mani sulle briciole, è servita più ai titoli di prima pagina che alle soluzioni sui mali di Roma.
Ma dobbiamo anche dirci che queste soluzioni non spettano, non possono e non devono spettare, alla magistratura né ai tecnici del Comune o del Ministero delle Finanze. Le soluzioni spettano alla politica, ad una visione generale dei problemi e delle soluzioni. Una visione di cui non si vede ancora traccia anche nell'attuale giunta comunale che pure ha vinto proprio annunciando una discontinuità con quelle precedenti.
Ma anche a Roma, l’accettazione quasi religiosa dei vincoli di bilancio e la primàzia degli interessi privati su ogni competenza pubblica, vede questa visione "politica" abdicare da troppo tempo, affidandosi in basso agli scherani di mafia capitale e in alto alle banche, alle cordate di prenditori, alle multinazionali. Tutti imputati che non abbiamo visto sul banco nel processo per Mafia Capitale.
Fonte
Le condanne tombali richiesta dalla requisitoria dei pm nel processo contro il network di Buzzi, Carminati etc. appaiono per un verso sproporzionate ai reati contestati, per un altro un tentativo di legittimazione sul piano penale di una ipotesi – quella dell’associazione mafiosa – che ha solo scalfito, e molto parzialmente, il sistema politico/criminale che imbriglia la vita economica e sociale della città.
La tesi sostenuta dai pm è che su Roma agiva una organizzazione di stampo mafioso che ha diretto, inquinato, determinato appalti e finanziamenti nell’area grigia del “terzo settore”, quello prosperato con la sistematica de/responsabilizzazione dei soggetti pubblici (Comune, Regione, governo) dalla gestione dei servizi sociali e con lo smantellamento dei sistemi di welfare.
Si è trattato di una associazione mafiosa che, a detta dei magistrati, a Roma non ha avuto bisogno della coercizione e della violenza caratteristica delle organizzazioni mafiose nel Meridione, perché l’humus su cui agiva (consiglieri comunali, assessori, dirigenti e funzionari) era “bendisposto” ad accettare tutte le proposte che gli venivano fatte, dovendo discutere solo sul “quanto” sarebbe spettato di competenza nella spartizione dei finanziamenti di ogni soggetto del sistema corruttivo. Insomma agitare, e solo agitare, l’intervento dello “spezzapollici” è stato spesso superfluo o più che sufficiente per produrre un sistema integrato che, tramite cooperative sociali, ha gestito i servizi di competenza del Comune di Roma su accoglienza migranti, campi rom, pulizia urbana, “esternalizzati” in nome del risparmio e dei tagli di bilancio.
E’ fin troppo evidente che quanto rivelato dall’inchiesta su Mafia Capitale non sia una “falla” del sistema ma la struttura “normale” del sistema stesso, quello che dagli anni Novanta in poi, tramite il boom del terzo settore, ha via via sostituito il welfare di competenza e responsabilità delle istituzioni pubbliche. Questo boom è stato la conseguenza pratica di una ideologia – la sussidiarietà alla rovescia – incubata dall’intreccio tra il mondo cattolico (democristiano) e quello delle cooperative “di sinistra” (ex Pci, poi Pd).
Dentro questa zona grigia, hanno prevalso o i grandi gruppi del mondo cooperativo (Lega Coop e Confcooperative) o le holding di cooperative sociali più spregiudicate che hanno via via “cannibalizzato” quelle più piccole. Il mondo di Buzzi è questo e non altro. Le sue connessioni politiche sono dentro questo magma a cavallo tra politici ex democristiani ed ex Pci dell’ultima generazione (i peggiori).
Diverse sono invece le connessioni politiche e affaristiche di Carminati. Un killer neofascista che ben rientra nella filiera degli “uomini neri” disponibili a fare il lavoro sporco ovunque gli venisse richiesto: dalle rapine agli omicidi, dal cecchinaggio nella guerra civile in Libano alle compartecipazione negli affari del “tesoretto nero” dei neofascisti italiani a Londra.
Quella di Carminati non è la zona grigia del terzo settore, ma la zona nera di connessione tra neofascisti e malavita emersa sistematicamente in decine di inchieste e fatti di cronaca nera che abbiamo ampiamente documentato anche sul nostro giornale.
Questa convergenza tra zona grigia e zona nera, tra il mondo di Buzzi e quello di Carminati può essere considerata una associazione mafiosa? Rispondere positivamente significa due cose diverse: accettare l’impianto accusatorio dei pm e quindi condanne tombali e accettare l’idea che questa sia solo una distorsione del sistema, dunque una sorta di capro espiatorio, una catarsi per liberare dalle metastasi un organismo che si vorrebbe sano, addirittura virtuoso.
Ma chi vive, indaga e conosce la vita economica e sociale di Roma sa benissimo che il “malaffare” strutturale non alligna nei bassifondi del “mondo di sotto” ma nei salotti del “mondo di sopra”, che non si incontra nei locali delle cooperative sociali ma nei ristoranti di lusso o nei circoli sportivi esclusivi.
Non è un caso che siano saltati i più modesti patti “della coda alla vaccinara” (sui rifiuti) o della “carbonara” (sulle cooperative sociali) realizzati da esponenti politici di centro-destra e centro-sinistra piuttosto che gli accordi multimilionari sulla cementificazione a Tor di Valle, sui Piani di Zona, sui Punti Verde Qualità, sulla Metro C. Nonostante su alcuni di questi ci siano inchieste della magistratura, non si è ancora approdato a nulla.
Al contrario l’enfasi su Mafia Capitale, che ha messo le mani sulle briciole, è servita più ai titoli di prima pagina che alle soluzioni sui mali di Roma.
Ma dobbiamo anche dirci che queste soluzioni non spettano, non possono e non devono spettare, alla magistratura né ai tecnici del Comune o del Ministero delle Finanze. Le soluzioni spettano alla politica, ad una visione generale dei problemi e delle soluzioni. Una visione di cui non si vede ancora traccia anche nell'attuale giunta comunale che pure ha vinto proprio annunciando una discontinuità con quelle precedenti.
Ma anche a Roma, l’accettazione quasi religiosa dei vincoli di bilancio e la primàzia degli interessi privati su ogni competenza pubblica, vede questa visione "politica" abdicare da troppo tempo, affidandosi in basso agli scherani di mafia capitale e in alto alle banche, alle cordate di prenditori, alle multinazionali. Tutti imputati che non abbiamo visto sul banco nel processo per Mafia Capitale.
Fonte
06/04/2017
Il profumo “nero” dei soldi. Fascisti e ricchi a Londra
Il quotidiano economico Il Sole 24 Ore, ha pubblicato due giorni fa la prima parte di una interessantissima inchiesta dal titolo “Londra lavatrice mondiale del denaro sporco: 100 miliardi riciclati all’anno”. Un lettore dal cuore semplice potrebbe pensare che si colpa della Brexit ma non è così. La “lavatrice londinese” funziona almeno dal 1973, quando la Gran Bretagna entro nella Comunità Europea, ma ha alzato i giri della centrifuga al massimo negli anni ‘80, quelli della Thacheromic’s e del boom della finanza. Ma non è questo il tema che ha richiamato la nostra attenzione.
L’inchiesta curata da Galullo e Mincuzzi, analizza come la City, oltre ad essere la maggiore Borsa europea, sia anche la capitale della finanza e del riciclaggio del denaro sporco. Ma scorrendo le pagine dell’inchiesta, che in parte rivela cose non del tutto ignote sul mondo della finanza, colpisce un capitolo interessante sul ruolo dei fascisti dentro questo meccanismo. In particolare di quei fascisti italiani fuggiti dall’Italia negli anni ‘80 e diventati ben presto ricchissimi sul suolo britannico. A questo il nostro giornale ha dedicato numerosi servizi, ma l’inchiesta del Sole 24 Ore porta in dote qualche informazione in più e più recente.
Si torna ad esempio a parlare del misterioso “Gruppo dei Quaranta” comparso e poi scomparso in un vecchio articolo del Corriere della Sera. Scrive il Sole 24 Ore che “Londra – fin dagli anni Sessanta – è stata ed è una città rifugio per decine di militanti o latitanti di estrema destra di ogni parte del globo. Una buona parte di questi, negli anni di piombo, erano italiani e molti, anche cambiando cognome, si sono fermati nella City. In particolare, dagli anni Ottanta, c'è un lungo elenco di personaggi membri o vicini ai Nar, i Nuclei armati rivoluzionari (c'è chi li indica in un gruppo di almeno 40 soggetti)”.
Tra le figure di ex Nar rifugiati a Londra dai primissimi anni ‘80, c’è Vittorio Spadavecchia, che in Italia è stato condannato a 15 anni di reclusione con la sentenza della Corte di assise di appello di Roma del 17 giugno 1988, divenuta irrevocabile il 5 giugno 1989, per diversi reati: attentato per finalità terroristiche, banda armata, sequestro di persona, violazione di domicilio, lesioni personali aggravate, rapina, furti aggravati, ricettazione, detenzione e porto illegale di armi.
Il 10 maggio 2000 un tribunale londinese rigettò per la prima volta la richiesta di estradizione avanzata dall’Italia per Spadavecchia visto che era stato condannato in contumacia, senza garanzia della possibilità di celebrare un nuovo processo e visto che per due delle imputazioni formulate era già intervenuta una sentenza assolutoria del Tribunale di Parigi.
Quindici anni dopo, la magistratura italiana ha emesso un nuovo mandato di arresto (siamo a luglio 2015) a seguito dell’indagine sul “Mondo di mezzo” in Mafia Capitale, nella quale compare il nome di Spadavecchia in relazione con quello di Massimo Carminati, il principale accusato nell’inchiesta.
Il 10 maggio 2016, un tribunale londinese ha rigettato l’estradizione di Spadavecchia in Italia. Le motivazioni le precisa al Sole 24 Ore Raffaele Piccirillo, direttore generale della Giustizia penale del ministero di Giustizia. “In primo luogo il giudice inglese ha ritenuto che la condanna di Spadavecchia – spiega Piccirillo – non rispondesse ai principi fondamentali del giusto processo stabiliti dall'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, poiché essa “si basava sulla dichiarazione testimoniale dei due coimputati, dando lettura della prova e in assenza di controinterrogatorio”. Spadavecchia risulta essere diventato manager di un club di rugby (l'Ealing Trailfinders) ed azionista della Kencroft Properties Limited, una società di cui è titolare anche un altro ex aderente ai Nuclei armati rivoluzionari (Nar) rifugiato a Londra, Stefano Tiraboschi.
Spadavecchia, che non risulta indagato, è entrato nell'indagine sul “Mondo di mezzo” della Procura di Roma per i rapporti che intrattiene con Massimo Carminati. Quest’ultimo a dicembre 2013, secondo la ricostruzione del Ros dei Carabinieri, aveva avuto notizia di una probabile azione giudiziaria nei suoi confronti proprio mentre si trovava in visita al figlio Andrea a Londra.
Il Sole 24 Ore riporta alcune intercettazioni su Carminati proprio in relazione ai suoi contatti con Londra. Intercettato alle 15.43 del 3 giugno 2013 presso un bar di Roma, è lo stesso Carminati che rivela ad un coindagato di aver acquistato un immobile a Londra «a Notthing Hill... il primo piano l'ho comprato da poco io, molto bella...». Ma è nei giorni immediatamente precedenti – è il 28 maggio – che secondo l'accusa, Carminati spiega la sua passione londinese. Intercettato quel giorno alle 13.34 afferma di avere l'intenzione di effettuare nella città inglese degli investimenti economici da affidare al figlio Andrea: «Ho pensato, apro una o due attività, Andrea sta lì che se fa un altro lavoro però controlla, me guarda, capito? A questo punto c'ha un reddito no?». Investimenti possibili, annota il Gip, perché il figlio avrebbe potuto godere delle sue conoscenze, come lo stesso Carminati, intercettato il 1° giugno 2013 alle 12.18 nello stesso bar, punto di ritrovo della presunta associazione mafiosa, sembra confermare: «Lui (riferito al figlio Andrea, nda) a Londra avrebbe il mondo, lì... ». Poco dopo, nel corso della chiacchierata, fa capire che Londra per lui non ha ostacoli e riferendosi ad un conto corrente londinese da aprire al figlio Andrea, spiega le modalità attraverso le quali potevano avvenire le transazioni finanziarie all'estero usufruendo delle sue conoscenze nella capitale inglese.
Il 20 febbraio 2014 ancora Carminati, questa volta intercettato nell'auto dello stesso coindagato, si lascia andare a dettagli ulteriori sui suoi viaggi nella capitale inglese. Questa volta per far visita ad una coppia di amici che stavano aprendo una catena di ristoranti: «vorrei annà su un paio di giorni... in mezzo alla settimana... vediamo perché loro stanno aprendo... il fratello li su sta aprì tutta una cosa di ristoranti per conto suo...».
Come se non bastasse, sullo sfondo dell'indagine “Mondo di mezzo” emergono una serie di tentativi – alcuni riusciti, altri no – di trasferire proprio a Londra alcune società costituite in Italia.
In un'intercettazione del 3 giugno 2013 alle ore 15.34, all'interno del bar romano di Vigna Stelluti le “cimici” dei Rs dei Carabinieri registrano la presenza di Massimo Carminati e di altri tre soggetti. Ad uno di questi, Carminati, dopo aver assicurato che a breve li avrebbe raggiunti anche il figlio Andrea, chiese se avesse avuto modo di conoscere i suoi amici di Londra, indicati come Spadavecchia e Tiraboschi, Carminati spiegò che i due, anni addietro si erano recati a Londra in quanto “ricercati” e che poi si erano stabiliti li, sviluppando numerose attività economiche, si legge nell'informativa consegnata alla Procura di Roma, «che avevano permesso loro di percepire enormi guadagni».
Insomma quel filo nero che lega i neofascisti italiani con le attività finanziarie sulla piazza di Londra merita ancora di essere esplorato a fondo. In questi anni ci ha sempre colpito la grandissima disponibilità di fondi da parte delle organizzazioni neofasciste italiane. In alcuni casi per la coincidenza con attività propriamente criminali come lo spaccio di stupefacenti, rapine etc. Ma in altri casi per l’intreccio con la finanza, soprattutto nelle maglie larghe consentite dal modello anglosassone.
Fonte
L’inchiesta curata da Galullo e Mincuzzi, analizza come la City, oltre ad essere la maggiore Borsa europea, sia anche la capitale della finanza e del riciclaggio del denaro sporco. Ma scorrendo le pagine dell’inchiesta, che in parte rivela cose non del tutto ignote sul mondo della finanza, colpisce un capitolo interessante sul ruolo dei fascisti dentro questo meccanismo. In particolare di quei fascisti italiani fuggiti dall’Italia negli anni ‘80 e diventati ben presto ricchissimi sul suolo britannico. A questo il nostro giornale ha dedicato numerosi servizi, ma l’inchiesta del Sole 24 Ore porta in dote qualche informazione in più e più recente.
Si torna ad esempio a parlare del misterioso “Gruppo dei Quaranta” comparso e poi scomparso in un vecchio articolo del Corriere della Sera. Scrive il Sole 24 Ore che “Londra – fin dagli anni Sessanta – è stata ed è una città rifugio per decine di militanti o latitanti di estrema destra di ogni parte del globo. Una buona parte di questi, negli anni di piombo, erano italiani e molti, anche cambiando cognome, si sono fermati nella City. In particolare, dagli anni Ottanta, c'è un lungo elenco di personaggi membri o vicini ai Nar, i Nuclei armati rivoluzionari (c'è chi li indica in un gruppo di almeno 40 soggetti)”.
Tra le figure di ex Nar rifugiati a Londra dai primissimi anni ‘80, c’è Vittorio Spadavecchia, che in Italia è stato condannato a 15 anni di reclusione con la sentenza della Corte di assise di appello di Roma del 17 giugno 1988, divenuta irrevocabile il 5 giugno 1989, per diversi reati: attentato per finalità terroristiche, banda armata, sequestro di persona, violazione di domicilio, lesioni personali aggravate, rapina, furti aggravati, ricettazione, detenzione e porto illegale di armi.
Il 10 maggio 2000 un tribunale londinese rigettò per la prima volta la richiesta di estradizione avanzata dall’Italia per Spadavecchia visto che era stato condannato in contumacia, senza garanzia della possibilità di celebrare un nuovo processo e visto che per due delle imputazioni formulate era già intervenuta una sentenza assolutoria del Tribunale di Parigi.
Quindici anni dopo, la magistratura italiana ha emesso un nuovo mandato di arresto (siamo a luglio 2015) a seguito dell’indagine sul “Mondo di mezzo” in Mafia Capitale, nella quale compare il nome di Spadavecchia in relazione con quello di Massimo Carminati, il principale accusato nell’inchiesta.
Il 10 maggio 2016, un tribunale londinese ha rigettato l’estradizione di Spadavecchia in Italia. Le motivazioni le precisa al Sole 24 Ore Raffaele Piccirillo, direttore generale della Giustizia penale del ministero di Giustizia. “In primo luogo il giudice inglese ha ritenuto che la condanna di Spadavecchia – spiega Piccirillo – non rispondesse ai principi fondamentali del giusto processo stabiliti dall'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, poiché essa “si basava sulla dichiarazione testimoniale dei due coimputati, dando lettura della prova e in assenza di controinterrogatorio”. Spadavecchia risulta essere diventato manager di un club di rugby (l'Ealing Trailfinders) ed azionista della Kencroft Properties Limited, una società di cui è titolare anche un altro ex aderente ai Nuclei armati rivoluzionari (Nar) rifugiato a Londra, Stefano Tiraboschi.
Spadavecchia, che non risulta indagato, è entrato nell'indagine sul “Mondo di mezzo” della Procura di Roma per i rapporti che intrattiene con Massimo Carminati. Quest’ultimo a dicembre 2013, secondo la ricostruzione del Ros dei Carabinieri, aveva avuto notizia di una probabile azione giudiziaria nei suoi confronti proprio mentre si trovava in visita al figlio Andrea a Londra.
Il Sole 24 Ore riporta alcune intercettazioni su Carminati proprio in relazione ai suoi contatti con Londra. Intercettato alle 15.43 del 3 giugno 2013 presso un bar di Roma, è lo stesso Carminati che rivela ad un coindagato di aver acquistato un immobile a Londra «a Notthing Hill... il primo piano l'ho comprato da poco io, molto bella...». Ma è nei giorni immediatamente precedenti – è il 28 maggio – che secondo l'accusa, Carminati spiega la sua passione londinese. Intercettato quel giorno alle 13.34 afferma di avere l'intenzione di effettuare nella città inglese degli investimenti economici da affidare al figlio Andrea: «Ho pensato, apro una o due attività, Andrea sta lì che se fa un altro lavoro però controlla, me guarda, capito? A questo punto c'ha un reddito no?». Investimenti possibili, annota il Gip, perché il figlio avrebbe potuto godere delle sue conoscenze, come lo stesso Carminati, intercettato il 1° giugno 2013 alle 12.18 nello stesso bar, punto di ritrovo della presunta associazione mafiosa, sembra confermare: «Lui (riferito al figlio Andrea, nda) a Londra avrebbe il mondo, lì... ». Poco dopo, nel corso della chiacchierata, fa capire che Londra per lui non ha ostacoli e riferendosi ad un conto corrente londinese da aprire al figlio Andrea, spiega le modalità attraverso le quali potevano avvenire le transazioni finanziarie all'estero usufruendo delle sue conoscenze nella capitale inglese.
Il 20 febbraio 2014 ancora Carminati, questa volta intercettato nell'auto dello stesso coindagato, si lascia andare a dettagli ulteriori sui suoi viaggi nella capitale inglese. Questa volta per far visita ad una coppia di amici che stavano aprendo una catena di ristoranti: «vorrei annà su un paio di giorni... in mezzo alla settimana... vediamo perché loro stanno aprendo... il fratello li su sta aprì tutta una cosa di ristoranti per conto suo...».
Come se non bastasse, sullo sfondo dell'indagine “Mondo di mezzo” emergono una serie di tentativi – alcuni riusciti, altri no – di trasferire proprio a Londra alcune società costituite in Italia.
In un'intercettazione del 3 giugno 2013 alle ore 15.34, all'interno del bar romano di Vigna Stelluti le “cimici” dei Rs dei Carabinieri registrano la presenza di Massimo Carminati e di altri tre soggetti. Ad uno di questi, Carminati, dopo aver assicurato che a breve li avrebbe raggiunti anche il figlio Andrea, chiese se avesse avuto modo di conoscere i suoi amici di Londra, indicati come Spadavecchia e Tiraboschi, Carminati spiegò che i due, anni addietro si erano recati a Londra in quanto “ricercati” e che poi si erano stabiliti li, sviluppando numerose attività economiche, si legge nell'informativa consegnata alla Procura di Roma, «che avevano permesso loro di percepire enormi guadagni».
Insomma quel filo nero che lega i neofascisti italiani con le attività finanziarie sulla piazza di Londra merita ancora di essere esplorato a fondo. In questi anni ci ha sempre colpito la grandissima disponibilità di fondi da parte delle organizzazioni neofasciste italiane. In alcuni casi per la coincidenza con attività propriamente criminali come lo spaccio di stupefacenti, rapine etc. Ma in altri casi per l’intreccio con la finanza, soprattutto nelle maglie larghe consentite dal modello anglosassone.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)