Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Salvatore Buzzi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Salvatore Buzzi. Mostra tutti i post

23/10/2019

Roma - Non è mafia ma “normale” criminalità politica e clientelare

La rete criminale autodefinitasi “Mondo di mezzo” non è Mafia Capitale. Così ha deciso la Corte di Cassazione ribaltando il verdetto d’appello e confermando quello del processo di primo grado. La Cassazione ha stabilito che la rete criminale capeggiata dal fascista Massimo Carminati e dal boss delle cooperative sociali a Roma Salvatore Buzzi non è stata un’associazione di stampo mafioso ma un’associazione a delinquere ‘semplice’. Di conseguenza, la pena andrà ricalcolata.

Si andrà dunque ad un nuovo processo d’appello, davanti a una sezione diversa da quella che aveva ipotizzato l’esistenza della mafia a Roma. La sesta sezione penale della Cassazione doveva vagliare la posizione di 32 imputati, di cui 17 condannati dalla Corte d’Appello di Roma, lo scorso anno, a vario titolo per mafia (per associazione a delinquere di stampo mafioso, o con l’aggravante mafiosa o, ancora, per concorso esterno). Tra questi, oltre a Carminati e a Buzzi (condannati rispettivamente a 14 anni e 6 mesi e a 18 anni e quattro mesi), anche Luca Gramazio, ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio (8 anni e 8 mesi), e Franco Panzironi, ex ad dell’Ama (8 anni e 4 mesi). Per tutti ci sarà un nuovo processo. Inoltre, per quanto riguarda Buzzi, la Cassazione lo ha assolto da due delle accuse contestategli, di turbativa d’asta e corruzione, mentre per Carminati è caduta anche l’accusa di intestazione fittizia di beni.

In conseguenza della riqualificazione del reato in associazione a delinquere semplice, la Cassazione ha pure annullato alcuni risarcimenti alle parti civili, tra cui alcune associazioni antimafia.

Davanti alla sentenza della Corte d’Appello che sanciva il carattere mafioso della rete criminale che agiva nel malaffare di Roma Capitale, avevamo espresso apertamente le nostre perplessità. Quelle condanne espresse per motivazioni mafiose non ci avevano affatto convinto. Così scrivevamo nel luglio 2017 a proposito della sentenza su Mafia Capitale:
“Le condanne tombali richieste dalla requisitoria dei pm nel processo contro il network di Buzzi, Carminati etc. appaiono per un verso sproporzionate ai reati contestati, per un altro un tentativo di legittimazione sul piano penale di una ipotesi – quella dell’associazione mafiosa – che ha solo scalfito, e molto parzialmente, il sistema politico/criminale che imbriglia la vita economica e sociale della città.

La tesi sostenuta dai pm è che su Roma agiva una organizzazione di stampo mafioso che ha diretto, inquinato, determinato appalti e finanziamenti nell’area grigia del “terzo settore”, quello prosperato con la sistematica de/responsabilizzazione dei soggetti pubblici (Comune, Regione, governo) dalla gestione dei servizi sociali e con lo smantellamento dei sistemi di welfare.

Si è trattato di una associazione mafiosa che, a detta dei magistrati, a Roma però non ha avuto bisogno della coercizione e della violenza caratteristica delle organizzazioni mafiose nel Meridione, perché l’humus su cui agiva (consiglieri comunali, assessori, dirigenti e funzionari) era “bendisposto” ad accettare tutte le proposte che gli venivano fatte, dovendo discutere solo sul “quanto” sarebbe spettato di competenza nella spartizione dei finanziamenti di ogni soggetto del sistema corruttivo. Insomma agitare, e solo agitare, l’intervento dello “spezzapollici” è stato spesso superfluo o più che sufficiente per produrre un sistema integrato che, tramite cooperative sociali, ha gestito i servizi di competenza del Comune di Roma su accoglienza migranti, campi rom, pulizia urbana, “esternalizzati” in nome del risparmio e dei tagli di bilancio”.
La tendenza della magistratura a piegare tutte le fattispecie di reato sul suo livello più grave (mafia o terrorismo, ndr) non fa bene alla verità né alla giustizia, consente solo di avere a disposizione delle indagini più risorse, più uomini, più carcere duro per gli imputati. È un modello emergenziale distorsivo diventato normalità. Ma di notte non è vero che tutte le vacche sono grige e se si mette tutto sullo stesso piano, non è detto che questo faciliti l’individuazione delle responsabilità penali e delle reti criminali per quello che sono realmente.

L’accusa di mafia sostenuta dalla Procura di Roma, ruotava attorno alla costituzione di una “nuova” mafia, con propaggini nel mondo degli appalti della Capitale. Una “collaudata” organizzazione criminale che aveva le caratteristiche tipiche del 416bis: vale a dire, “la forza di intimidazione espressa dal vincolo associativo e la condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva”, scrivevano i giudici d’appello.

Il processo di primo grado su Mafia Capitale si era concluso il 20 luglio 2017 con pesanti condanne. Ma la sentenza aveva escluso l’aggravante mafiosa – cioè l’esistenza di una organizzazione e modalità riconducibili a quelle mafiose – ed aveva invece confermato l’esistenza di una associazione a delinquere con l’obiettivo di estorcere soldi pubblici dal Comune di Roma per la “gestione” di alcune emergenze come quella dei rifiuti, dell’accoglienza degli immigrati o dei campi rom.



Le condanne, anche senza l’aggravante mafiosa, erano state comunque pesanti (tenendo conto che non ci sono stati fatti di sangue). L’ex Nar Massimo Carminati è stato condannato, in primo grado, a 20 anni di reclusione. Il cosiddetto “ras delle coop” Salvatore Buzzi è stato riconosciuto colpevole nell’ambito del processo ed è stato condannato a 19 anni di carcere. 11 anni di carcere per Luca Gramazio, l’ex capogruppo del Pdl in Comune poi passato alla Regione. Per l’ex presidente dell’assemblea Capitolina Mirko Coratti (Pd) la corte ha deciso una pena di 6 anni di reclusione. Luca Odevaine, ex capo di gabinetto di Veltroni e poi collaboratore di Zingaretti, responsabile del tavolo per i migranti, è stato condannato a 6 anni e 6 mesi. Undici anni per il presunto braccio destro di Carminati, Ricardo Brugia, 10 per l’ex Ad di Ama Franco Panzironi, entrambi squadristi fascisti di lungo corso. L’ex presidente del municipio di Ostia, commissariato per infiltrazione mafiose, Andrea Tassone è stato condannato a 5 anni.

Ma la Corte d’Appello aveva rovesciato la sentenza di primo grado accettando invece la tesi dell’organizzazione mafiosa nella gestione del malaffare a Roma. L’11 dicembre 2018 la Corte d’Appello di Roma aveva depositato le motivazioni della pronuncia di secondo grado del processo “Mafia Capitale”.

Pur mantenendo ferma la ricostruzione dei fatti effettuata dalla sentenza di primo grado, i giudici della Corte d’Appello avevano rivisto la precedente sentenza, ravvisando invece gli estremi per la configurazione del reato di associazione di tipo mafioso ex art. 416-bis c.p.: una categoria che va applicata, secondo il ragionamento della Corte d’appello, anche nei confronti di “una forma di criminalità di nuova derivazione che reinterpreta i tradizionali contenuti del metodo mafioso all’interno di un territorio profondamente frammentato sotto il profilo criminale, e sprovvisto di una presenza mafiosa storicamente riconosciuta”.

Una chiave di lettura, questa di una parte della magistratura, che suscita molti dubbi sull’applicabilità dell’art. 416-bis c.p. alle mafie “non tradizionali” ma anche perché legittima una giurisprudenza che sembra aver ormai stabilmente abbracciato l’impostazione estensiva dell’incriminazione per motivi mafiosi, nel tentativo di allargare le maglie della disposizione normativa di fronte alle evoluzioni della criminalità organizzata con l’espansione nelle città del Nord delle mafie storiche o la nascita di clan criminali su base etnica.

La Corte di Cassazione ha sentenziato che questa chiave di lettura non corrisponde alla realtà, avanzando la tesi che va condannato il “Mondo di mezzo” ma non “Mafia Capitale”, e forse non ha tutti i torti.

Leggi anche:

Mafia Capitale, quelli di sopra scaricano il Mondo di mezzo

Il Malaffare a Roma solo scalfito dall’inchiesta su Mafia Capitale

Fonte

10/10/2018

Le mani delle coop nere sul business dei migranti

Andrea Palladino - Raphaël Zanotti - osservatoriorepressione.net

Ispezioni nel 2017 hanno portato alla chiusura di 34 centri di accoglienza e 900 mila euro di penali. Un’analisi delle persone arrestate rivela legami politici con la destra e la criminalità organizzata

Ci sono i piccoli boss locali. E poi i colossi del sociale che macinano decine di milioni. Tutti con gli amici giusti, in contesti dove la politica pesa, senza distinzioni di schieramento.

Se Mafia Capitale era il cancro che infettava Roma corrompendo politica e amministrazione, è vero che il suo sistema si ripete, in piccolo, in tutta Italia. Il cuore del business dei migranti si chiama Cas, sigla delle strutture gestite da privati attraverso bandi delle prefetture. Nati nel disastro della disorganizzazione dell’emergenza, con la politica che non ha potuto o in alcuni casi voluto occuparsi del fenomeno, i Cas sono spuntati come funghi. A fine anno erano 9.132 (il 99,8% delle strutture di prima accoglienza) e gestivano 148.502 richiedenti asilo (il 93,5% del totale).

I Cas sono spesso semplici case risistemate, senza grandi pretese. Hanno un vantaggio: i piccoli numeri sono più gestibili e hanno un minor impatto sul territorio. E uno svantaggio: non sono gli Sprar, organizzati dagli enti locali e sottoposti a un sistema di controlli molto più rigido. Aggiungeteci che nel 2017 lo Stato ha elargito qualcosa come 1,68 miliardi di euro ai Cas, come poteva finire? Accanto a cooperative, onlus e organizzazioni serie, che da sempre si occupano del sociale, sono arrivati i predoni. Che spesso sono legati a chi è al potere in quei territori.

A differenza di quel che vuole la vulgata, chi intasca i famigerati 35 euro per richiedente asilo sfruttando situazione e migranti, prime vittime del sistema, può dunque avere un diverso colore politico. Anche «nero».

Cooperative con la mano tesa

Prendete il caso Fondi, nel cuore del Sud Pontino, l’area in provincia di Latina che si spinge fino al confine con Caserta. Quarantamila abitanti, sede del più importante mercato ortofrutticolo all’ingrosso del centro Italia, è da almeno 15 anni la roccaforte laziale della destra, soprattutto di Forza Italia. Gli affari a Fondi non riguardano solo frutta e verdura. Due Onlus, Azalea e La Ginestra, dal 2015 gestivano i centri di accoglienza per richiedenti asilo con un giro d’affari di quasi 6 milioni di euro.

Nel 2016 scoppia una rivolta, gli ospiti scendono in strada, si ribellano, qualcuno chiama la Polizia. I magistrati di Latina decidono però di capire meglio cosa accade nei centri gestiti da piccoli imprenditori locali, famiglie fondane conosciute. La squadra mobile scopre le condizioni disumane di quelle case di accoglienza: sovraffollamento, 1,66 euro spesi per fornire due pasti, vestiti recuperati qui e lì nei cassonetti dei rifiuti.

La Onlus più attiva è la Senis Hospes. L’anno scorso ha incassato 20 milioni

In altre parole una cresta sui finanziamenti destinati a rendere la vita perlomeno dignitosa a chi aveva scelto l’Italia per sfuggire a guerre e persecuzioni. Pochi giorni fa il pm Giuseppe Miliano ha chiuso l’inchiesta, chiedendo il rinvio a giudizio.

In città i movimenti dell’ultra destra intanto cercavano di fatturare politicamente. Forza Nuova annunciava manifestazioni contro le vittime, dimenticando di raccontare fino in fondo chi fossero i carnefici. Uno di questi, Luca Macaro, ha una storia interessante. Candidato nella lista Progetto Fondi, che appoggiava insieme alla Lega Lazio il candidato della destra Franco Cardinale, un padre – anche lui coinvolto nella gestione del centro di accoglienza, ma non indagato – che su Facebook metteva la classica manina tesa a mo’ di saluto romano e cliccava like sul profilo proprio dei camerati di Forza Nuova. Una passione per i migranti, quello della famiglia Macaro, recentissimo. Scorrendo il profilo Facebook di Luca Macaro fino a qualche anno fa erano ben altri gli interessi: movida fondana e aperitivi.

Il colosso che finanzia Fi

Se le due Onlus laziali in fondo erano piccole imprese, un vero e proprio gigante dell’accoglienza è invece il gruppo Senis Hospes / MediHospes, il gestore del centro di Borgo Mezzanone in provincia di Foggia. Travolto dallo scandalo nato dopo l’inchiesta giornalistica dell’Espresso, non si è perso d’animo. E, soprattutto, non è mai uscito dal giro. Secondo i dati del Viminale nel 2017 ha gestito 15 centri, da Pordenone a Messina, per un totale di 2.067 ospiti e un incasso superiore a 20 milioni di euro.

Anche qui amicizie e legami puntano a destra. Nelle dichiarazioni depositate alla Tesoreria della Camera dei deputati relative alle elezioni del 2013 il gruppo Senis Hospes risulta nell’elenco dei donatori del Popolo delle libertà di Silvio Berlusconi, con un versamento di 15 mila euro. Il presidente del gruppo, Camillo Aceto, ha poi staccato personalmente un assegno da 5 mila euro a Maurizio Lupi, che poco dopo diverrà ministro delle Infrastrutture.

Ma i rapporti tra Aceto e Lupi erano prima di tutto ideologici, grazie al legame dei due con il movimento cattolico Comunione e Liberazione.

In Sicilia c’è l’Udc

Raccontano le cronache che a Trapani, con il picco del flusso di migranti, i vecchi Ras si siano messi a rastrellare case, cascine, piccole strutture. Posti letto da utilizzare per l’accoglienza. Nulla a che vedere con lo spirito umanitario che pur contraddistingue una parte dell’isola. Nel 2016 le indagini portarono ad arrestare anche un sacerdote, don Sergio Librizzi, con pesanti accuse di molestie sessuali e di affari illeciti con i richiedenti asilo (condanna a 9 anni appena tornati in Appello dopo un passaggio in Cassazione).

Le indagini, però, non si sono fermate. Da un’intercettazione spunta una nuova pista, che conduce lo scorso luglio a un arresto eccellente. L’ex deputato regionale dell’Udc, Onofrio Fratello, finisce in manette con l’accusa di aver gestito una capillare rete di strutture attraverso prestanome. L’ex deputato regionale era stato condannato per mafia il 13 dicembre 2006 ed era sottoposto a una vigilanza sui movimenti patrimoniali. Da Cosa nostra al business sulla pelle di chi fugge dall’inferno di Tripoli il passo è stato breve.

Profondo Nord e politica

Prima la Dc, poi il Pdl. Simone Borile, la politica, la masticava da sempre. Così come la monnezza, il suo primo business nel Veneto dei padroncini. Poi sono arrivati i migranti e ha intuito il nuovo filone. Le cose, però, non sono andate bene. Lo scorso marzo la Finanza di Padova ha sottoposto a sequestro preventivo 3 milioni di euro per la sua attività con i rifiuti. Quindi è arrivata l’inchiesta sulla gestione dei migranti dei centri di Cona e Bagnoli, dove è indagato. E anche in questo caso le indagini erano partite dalle proteste degli ospiti.

Ispezioni e contestazioni

Centinaia di bandi, controlli difficoltosi, che spesso arrivano dopo le inchieste giornalistiche o le proteste degli ospiti. Nel 2017 solo il 40% di queste strutture ha ricevuto un’ispezione e, in 36 casi, si è arrivati alla revoca dell’affidamento per gravi inadempienze. Le contestazioni sono state 3.000 e le penali applicate ammontano a 900.000 euro. Numeri in fondo piccoli se si pensa all’intero sistema. Recita la Relazione sul sistema di accoglienza, appena resa pubblica e a firma del ministro dell’Interno Salvini: «Nell’indire le gare finalizzate al superamento degli affidamenti diretti, i prefetti hanno affrontato oggettive difficoltà riconducibili all’inidoneità di molti immobili proposti, non rispondenti agli standard previsti od offerti da soggetti non qualificati o addirittura collegati ad ambienti malavitosi».

Anche per questo dallo scorso 1° dicembre il ministero ha assegnato un prefetto al coordinamento delle ispezioni e si è concordato con l’Anticorruzione uno schema unico dei capitolati d’appalto per rendere omogenei requisiti e standard. Sarà però difficile e ci vorrà tempo per liberarsi dei predoni. Un’idea sarebbe partire dal Lazio, la regione più critica. Se a livello nazionale la media delle contestazioni per centro visitato è stato di 0,79, qui siamo a 2,38: tre volte tanto. Forse non è un caso se a Roma tutti ricordano la frase di Salvatore Buzzi, il Ras delle coop alleato con il nerissimo ex Nar Massimo Carminati: «Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno».

Fonte

09/12/2017

Mitologie criminali, distorsione della realtà e fascinazione mafiosa: Suburra (la serie)

“Mafia capitale” ha recentemente prodotto le proprie sentenze di primo grado (qui un articolo, qui la sentenza completa): niente 416 bis, nessuna associazione mafiosa, “soltanto” un sistema ramificato di corruzione organizzato da due associazioni per delinquere collegate fisicamente dalla figura di Massimo Carminati. In compenso dal 2014, dall’inizio cioè dell’operazione denominata «Mondo di mezzo», si è prodotto una vasto e straniante universo narrativo fatto di film, libri, documentari, inchieste giornalistiche e, in questi ultimi mesi, di una serie Netflix dal grandissimo seguito mediatico: Suburra. La serie sfrutta moduli narrativi ormai standardizzati: da Romanzo criminale e Gomorra, passando per Narcos, si è imposto un format discorsivo che travalica i confini mediatici per divenire fatto culturale, immaginario sociale. La trasposizione seriale perde così i caratteri della finzione, di fiction, per sfumare indirettamente nell’inchiesta romanzata, alterando la percezione della realtà, creandone anzi una parallela. Una realtà alternativa che progressivamente acquista più legittimità delle versioni ufficiali, proprio perché presentata come il “non detto” delle sentenze e delle dichiarazioni politiche. La verità “della strada” contro quella “del palazzo”.


Ci sono due piani paralleli e al tempo stesso sovrapposti attraverso cui è possibile cogliere le tracce telluriche di queste operazioni di politica culturale: da una parte svelare un lessico narrativo che ha come obiettivo la costruzione di mitopoiesi artefatte, cioè che procedono dall’alto verso il basso mentre si presentano camuffate dal basso verso l’alto. Per essere più precisi: le fiction appena riferite si propongono come racconto “della strada”, delle sue leggi e delle sue verità (si presentano quindi come operazioni di realismo narrativo), mentre sono il racconto attraverso cui il potere (economico e politico) interpreta quello che avviene nella società. Questa operazione è talmente mascherata e sostenuta dai giganti dell’infotainment che è in grado di incidere sulla realtà stessa, stravolgendone i riferimenti e retroagendo sulla legittimità della stessa riproduzione mediatica. Il piano parallelo e al tempo stesso sovrapposto è quello di valutare il realismo stesso di queste narrazioni, cioè la sua corrispondenza con la realtà (intesa ovviamente nel suo senso generale, non nella simmetria pedissequa di ogni fatto o contesto). Partiamo allora dal primo livello.

Come noto, Suburra (qui parliamo sempre e solo della serie Netflix, non del film di qualche anno prima) si presenta come rievocazione romanzata del contesto criminale definito “Mafia capitale”. C’è il personaggio di Samurai, corrispondente sin dal soprannome a Massimo Carminati; il suo fido sodale e guardaspalle, presumiamo ispirato alla figura di Riccardo Brugia; c’è la famiglia Adami, boss di Ostia e probabilmente ispirata ai Fasciani; gli Anacleti, la famiglia di «zingari» che potrebbe ricordare i Casamonica. Ci sono poi la sfilza di politici corrotti, e qui ci si potrebbe sbizzarrire a trovare i vari accostamenti, via via meno evidenti. Insomma, nessuno ovviamente viene collegato con nessi diretti (tranne per Samurai-Carminati), ma i protagonisti ci sono tutti e i dettagli svelano i riferimenti con la realtà. Eppure a prendere forma non è una rievocazione parallela e necessariamente romanzata: ad essere deformata appare la verità.

Cercando su Google un qualsiasi riferimento alle famiglie inquisite per fatti di mafia a Ostia, ad apparire per prime sono immagini di questo tenore:


I protagonisti del “clan Adami”, viceversa, nella serie appaiono in questo modo:


Notate le differenze? Questo che potrebbe apparire come fatto secondario è invece parte di una costruzione narrativa precisa. I criminali di Ostia, quelle stesse famiglie che suscitano scalpore e riprovazione dai media unificati, dalla politica e dalla cultura ufficiali, vengono presentati nella fiction come modelli in grado di suscitare fascinazione, a partire dal più basilare e immediato livello fisico. La mafia, a Ostia, viene impersonata da modelli “belli e maledetti”. Questo, che potrebbe apparire come fatto marginale, evidentemente non lo è quando tale fascinazione agisce su altri livelli, toccando ad esempio quelli politici. Nel 2008 assistemmo addirittura a interrogazioni parlamentari perché un film su Prima linea (La Prima linea) fu prodotto con contributi statali e interpretato da Riccardo Scamarcio, giudicato «troppo bello» per interpretare un «terrorista», rischiando così di suscitare fascinazione e, magari, emulazione. Evidentemente, lo spettro della fascinazione non agisce quando ad essere emulata potrebbe essere la mafia.

Ma è lo schema narrativo a produrre una realtà distorta che porta inevitabilmente lo spettatore a parteggiare per una delle parti in causa, presentata, attraverso sofismi discorsivi, come “male minore” non rispetto allo scontro mafioso, ma rispetto alla società nel suo insieme. La società è presentata come sistema chiuso in cui regna la corruzione. Attenzione: non questo o quel modello di società, ma la società nel suo insieme, nelle sue diverse, e in fondo speculari, alternative. Se è tutto corruzione, la narrazione così organizzata porta a “tifare per il male minore”, che poi sarebbe il mafioso simpatico, bello, ovviamente – ça va sans dire – dai buoni sentimenti “nonostante il contesto”, la famiglia, eccetera. Scompaiono le vittime materiali: chi “perde”, in questa riproposizione artefatta della realtà, è soltanto un altro mafioso meno furbo, meno intelligente, meno bello, meno scaltro, di chi “vince”; scompaiono i contesti reali: non c’è traccia di poteri forti, dell’intreccio indissolubile tra economia legale ed economia criminale, delle scelte politiche frutto non della corruzione illegale, ma dell’ideologia legale. Insomma, la società di Suburra non esiste, è una riproposizione fraudolenta di narrazioni contaminate da una precisa ideologia: l’alternativa non può provenire dalla politica, perché la politica, in quanto tale, è per definizione sinonimo di corruzione. Per tale motivo il politico “idealista” è solo uno sfigato in ritardo sui tempi, e quello realista è invariabilmente un corrotto. E’ allora inevitabile che in tale riproduzione fumettistica della realtà a convincere sarà sempre il più furbo, poco importa che sia mafioso, sempre meglio che terrorista, cioè militante politico.

Il confronto tra fiction e realtà è, in tal senso, sintomatico. Per svelarlo è però necessario riferirci al processo di Mafia capitale, cercando di cogliere cosa è stato davvero questo sodalizio criminale che avrebbe governato Roma per un quindicennio. Anzitutto la parola «mafia», termine giornalistico immediatamente divenuto di senso comune. A Roma c’è (o c’è stata) la «mafia»? Arduo dare una risposta. Giornali e inchieste hanno stabilito di si:



i giudici che hanno emesso la sentenza di primo grado hanno, al contrario, detto di no:
«Va detto che il Tribunale non ha individuato, per i due gruppi criminali, alcuna mafiosità “derivata” da altre, precedenti o concomitanti formazioni criminose. […] Le due associazioni non sono caratterizzate neppure da mafiosità autonoma. […] Deve quindi ribadirsi l’impossibilità di tenere conto – ai fini della configurazione del reato di cui all’art. 416 bis c.p. – di eventuali condotte qualificabili come “riserva di violenza”, condotte che possono riguardare soltanto le mafie “derivate”, le uniche in grado di beneficiare della intimidazione già praticata dalla struttura di derivazione. […] La “mafiosità” recepita dal legislatore nella attuale formulazione della fattispecie di cui all’art. 416 bis per la quale, non è sufficiente il ricorso sistematico alla corruzione ed è invece necessaria l’adozione del metodo mafioso, inteso come esercizio della forza della intimidazione. […] Non è possibile stabilire una derivazione tra il gruppo operante presso il distributore di benzina, l’associazione operante nel settore degli appalti pubblici e la Banda della Magliana, gruppo criminale organizzato e dedito ad attività criminali particolarmente violente e redditizie (il traffico e lo spaccio di droga, il gioco d’azzardo, le usure e le estorsioni, il possesso di armi e gli omicidi per assicurarsi il controllo del territorio) che ha operato nella città di Roma, ramificandosi pesantemente sul territorio, oltre 20 anni orsono, tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 90».
Per districarci potremmo partire dai numeri. Di quanto stiamo parlando? Secondo quanto scrive Davide De Luca su Il Post
«Tra appalti e tangenti, la quantità di denaro coinvolto nell’inchiesta “Mafia capitale” non sembra particolarmente rilevante rispetto agli altri grandi scandali scoperti dalla magistratura negli ultimi tempi, come lo scandalo EXPO e quello che ha riguardato il MOSE […] Cominciamo con il dare un’occhiata ai bilanci di “29 Giugno”, il consorzio di cooperative presieduto da Salvatore Buzzi […] Nel 2013 la società aveva un fatturato di 58 milioni di euro e utili per circa un milione di euro. Secondo i magistrati, nel biennio 2012-2014, la cooperativa ha ottenuto appalti in almeno tre diversi settori grazie alla corruzione: la gestione di un campo rom, di alcuni centri di accoglienza e della cura di alcune aree verdi del comune di Roma. Non è chiaro quanto sia il valore di questi appalti, ma secondo un’informativa dei carabinieri, tra il 2003 e il 2013, la società ha ottenuto in tutto appalti per un valore di 98 milioni di euro […] Per quanto riguarda le tangenti è molto più difficile trovare numeri precisi. I giornali hanno pubblicato una sorta di “libro delle tangenti” in cui sarebbero segnati alcuni di questi pagamenti. Mettendo insieme queste cifre con i riscontri di bonifici pagati da “29 Giugno” e con le intercettazioni telefoniche possiamo individuare almeno un ordine di grandezza di questa corruzione. Secondo i documenti al momento disponibili, stiamo parlando di circa 500 mila euro».
Sembrerebbero, a prima vista, numeri importanti. Eppure, se paragonati all’economia romana nel suo complesso, o anche solo riferiti ad altri fatti di corruzione del paese, assumono tutt’altra dimensione:
«A primavera è scoppiato lo scandalo EXPO, nel quale i magistrati hanno accusato di corruzione la società di costruzioni Maltauro, che si occupava di alcuni lavori collaterali ad EXPO. La Maltauro aveva fino al 2013 un bilancio di circa 450 milioni di euro l’anno (dieci volte più grande di “29 Giugno”, quindi). Sempre secondo i magistrati, la società avrebbe pagato nel giro di un paio d’anni una cifra nell’ordine di 1,2 milioni di euro a vari funzionari di EXPO (più del doppio della corruzione di cui si parla per “Mafia Capitale”). Il valore degli appalti influenzati da queste tangenti, sempre secondo i magistrati, sarebbe di circa 166 milioni di euro (quasi due volte la somma di tutti gli appalti ottenuti in 10 anni dalla cooperativa “29 Giugno”)».
Nessuno, nei casi di corruzione legati alla costruzione di Expo 2015, ha parlato di “mafia”. Non è certo l’unico o l’ultimo degli episodi eclatanti di corruzione in questo paese, e neanche il più importante:
«L’inchiesta più grande del 2014 però è senza dubbio quella che riguarda il MOSE, il sistema di paratie mobili che dovrebbe proteggere la laguna di Venezia dalle acque alte. Si tratta di un’opera del costo totale di 5,5 miliardi, una delle più grandi della storia repubblicana, affidata in esclusiva al Consorzio Nuova Venezia, una società formata da svariate imprese di costruzioni con un bilancio superiore ai 500 milioni di euro l’anno. Secondo i magistrati nel corso di quasi un decennio alcuni dirigenti del Consorzio hanno pagato in tangenti l’iperbolica cifra di 22 milioni di euro».
Nessuno, nei casi di corruzione legati alla costruzione del Mose, ha parlato di “mafia”. Ma andiamo avanti e riferiamoci alla più importante e vasta operazione anti-corruzione della storia politica del paese: Tangentopoli.
«Negli ultimi giorni “Mafia Capitale” è stata spesso paragonata a Tangentopoli, la grande inchiesta sulla corruzioni iniziata nel 1992. Uno dei casi più eclatanti di quegli anni fu la cosiddetta “Maxi tangente Enimont”. Secondo le sentenze, all’epoca vennero corrotti decine di politici con una serie di tangenti del valore di circa 150 miliardi di lire dell’epoca, ossia 175 milioni di euro 2014. Si tratta di una cifra che è circa 250 volte superiore al valore delle tangenti che i magistrati fino ad ora stimano che siano state pagate nell’inchiesta Mafia Capitale».
Altrove, l’economista Mario Deaglio ha provato a quantificare la corruzione legata a Tangentopoli:
«Deaglio ha stimato che il giro delle tangenti generasse orientativamente: 10.000 miliardi di lire annui di costi per i cittadini. Un indebitamento pubblico fra 150.000 e 250.000 miliardi di lire. Tra 15.000 e 25.000 miliardi di interessi annui sul debito. Secondo uno studio del settimanale Il Mondo, pubblicato nel 1992, la linea M3 della metropolitana di Milano costava 192 miliardi a chilometro, contro i 45 miliardi della metropolitana di Amburgo; il passante ferroviario aveva previsioni di spesa per 100 miliardi a chilometro in dodici anni di lavoro, mentre quello di Zurigo (costruito in sette anni) costava 50 miliardi a chilometro; i lavori per l’ampliamento dello stadio Giuseppe Meazza sono costati più di 180 miliardi e sono durati più di due anni, quelli dello stadio Olimpico di Barcellona sono costati 45 miliardi e sono stati completati in 18 mesi».
Staremmo parlando, in euro, di un giro d’affari fondato sulla corruzione di circa 150 miliardi di euro, in grado di stravolgere addirittura il bilancio dello Stato. Nessuno, riferendosi a Tangentopoli, ha mai utilizzato la parola “mafia” per descriverla nel suo complesso (nessuna “mafia meneghina” insomma). Il dato quantitativo, il valore del giro d’affari, i soldi mossi e deviati, non rappresenterebbero dunque il carattere decisivo per definire come mafiosa un’attività criminale. Almeno a giudicare dal diverso metro utilizzato da giornali e inchieste giudiziarie per circoscrivere e denominare i fatti.

C’è però un altro dato che emerge in forma plateale dai processi di “Mafia capitale” e che ovviamente risalta romanzato in serie e film: nessun ambito rilevante dell’economia cittadina viene toccato dai fatti in questione. La “mafia capitale” non avrebbe nulla a che fare con i grandi lavori pubblici (ad esempio Metro C, o la costruzione della nuova tangenziale interrata tra la stazione Tiburtina e Nomentana, per dirne due dei più importanti); non avrebbe niente a che vedere con l’economia palazzinara, su cui si fonda la valorizzazione del capitale privato romano; non avrebbe niente a che vedere coi grandi progetti urbanistici, con la Fiera di Roma, lo stadio, le nuove direttrici, niente di niente. Men che meno col traffico di droga, di cui anzi Carminati viene sempre presentato come ideologicamente contrario. “Mafia capitale” si risolve nella gestione di alcuni centri migranti, il campo rom di Castel Romano e la pulizia del verde cittadino. Dunque, seguendo il filo dei ragionamenti giornalistici, la mafia (del sud o romana) lascia fare dove girano i soldi, quelli veri, per accanirsi sulla gestione degli spiccioli dell’accoglienza.

Eppure, a vedere la serie Netflix Samurai-Carminati è presentato come “il papa”, il “governatore”, “l’amministratore”, il “sindaco” della città. Non si muove foglia che Carminati non voglia. Samurai è presentato come “padrino”, manovratore di fili e di interessi, attraverso cui si svolge l’economia criminale cittadina. Come scritto da Valerio Renzi su FanPage:
«Ma cosa c’è di vero in questa immagine? Secondo quanto scritto nero su bianco nella sentenza di primo grado (che ha visto la condanna di Carminati a 20 anni di carcere) poco o nulla. In tre anni d’indagine sono 11 gli episodi criminali riferiti al Cecato e al suo gruppo con base nel distributore di Benzina di Corsa Francia. Estorsioni e usura per piccole cifre, prestiti a strozzo all’interno di una ristretta cerchia di persone provenienti tutte dal medesimo milieu. Azioni di un cabotaggio criminale tutto sommato basso, per quanto gravi, perché molto più remunerativi gli affari condotti assieme a Salvatore Buzzi e alle sue cooperative, facendo convergere interessi e oliando gli ingranaggi a suon di ‘benefit’, versamenti e mazzette».
L’inchiesta Rai su «I mille giorni di Mafia capitale», peraltro viziata da una riproposizione dei fatti volta a dimostrare la tesi della mafiosità del sodalizio centrato su Carminati, smaschera bene il livello criminale dei fatti appena ricordati. Due personaggi, Carminati e il suo braccio destro Brugia, che passano le giornate a un distributore di benzina, intenti a vivacchiare, dediti a piccoli traffici delinquenziali, usura e poco altro. Due criminali, probabilmente pericolosi, ma basta un atteggiamento a fare di Carminati un mafioso? Anzi: il mafioso che controlla la città, la sua economia così come la sua politica? Per dire, in tutta l’inchiesta, le perquisizioni, le intercettazioni, i pedinamenti, gli arresti, eccetera, non viene trovata neanche un’arma:
«Per i giudici Massimo Carminati non è un boss mafioso e ‘Mafia Capitale’ non è un’associazione mafiosa: mentre Samurai se ne va in giro all’occorrenza circondato da un esercito armato fino ai denti, i giudici del tribunale di Roma sottolineano a più riprese come a disposizione del gruppo criminale facente riferimento a Carminati non siano state ritrovate armi. E se è vero che Carminati è riconosciuto dagli esponenti di diversi gruppi criminali e da un boss di camorra come Michele Senese, questo avviene in virtù della sua lunga carriera e non in virtù del suo ruolo apicale nella criminalità organizzata romana, ormai organizzata attorno alle piazze di spaccio e al controllo di alcuni territori di periferia».
C’è un frammento emblematico nella sua involontaria comicità, ripreso dalle intercettazioni ambientali e presente nell’inchiesta di RaiPlay. Al tavolino del bar di Largo di Vigna Stelluti, dove sono soliti trovarsi i due padrini della città (Carminati&Brugia) siede con loro un imprenditore che avrebbe bisogno di protezione (protezione nel senso elementare del termine: un gorilla che gli guardi le spalle). Per dimostrare che «loro fanno sul serio», per accreditarsi insomma, chiamano il parcheggiatore abusivo della piazza e, dal tavolino, gli imbruttiscono. Il tono è questo: «perché parli con le guardie?»; «noi siamo i quattro uomini di piombo»; «te sparamo». E così via. E’ una scena surreale, che descrive due cazzoni, non due mafiosi.

Eppure, Samurai-Carminati è presentato non solo come l’eminenza grigia della capitale, ma come vertice di un sodalizio criminale armato fino ai denti. La realtà viene deformata, e quello che è, nei fatti, un criminale comune che è salito di livello grazie all’amicizia con Salvatore Buzzi viene presentato come “la mafia a Roma”. Allora, forse, è il caso di occuparci proprio di Buzzi, casomai fosse invece lui il vertice dell’associazione mafiosa.

Salvatore Buzzi ha corrotto per anni pezzi dell’amministrazione capitolina, fino ad arrivare ai livelli politici, per farsi assegnare in via diretta appalti per la gestione di alcuni Sprar – centri di accoglienza e protezioni rifugiati e richiedenti asilo – per la pulizia del verde pubblico e delle strade, e per la gestione di alcuni campi rom. Come abbiamo visto il giro d’affari complessivo della cooperativa “29 giugno” è poca cosa, un’inezia nell’oceano dell’economia cittadina legale e illegale. Il problema è però, in questo caso, un altro: il modus operandi di Buzzi non si discosta di molto dal modo in cui si finanzia la politica, cioè attraverso “donazioni” private fatte a pioggia e verso ogni partito. Ogni palazzinaro, costruttore, imprenditore che ha a che fare con l’amministrazione comunale per vedersi assegnati bandi e concorsi, appalti e affidi diretti, olia la macchina municipale attraverso donazioni. Donazioni considerate perfettamente legali, visto che l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti impone il finanziamento privato quale unico canale di sostentamento dell’attività partitica. Buzzi è sicuramente un corrotto e un corruttore, ma è il sistema complessivo a generare questo rapporto incestuoso tra affari e politica, come rilevano in maniera stupefacente persino i giudici:
«Sembra evidente la profonda diversità tra gli affari criminali dell’epoca [della Banda della Magliana, ndr] e quelli accertati nel corso del presente processo, i quali attengono – quelli relativi agli appalti pubblici – ad una particolare forma di rapporti tra mondo politico ed imprenditoria organizzati in funzione, specialmente, di assicurare ai partiti politici il finanziamento necessario alla loro sopravvivenza e di spartire tra le varie componenti politiche (e tra gli imprenditori a ciascuna riferibili) il provento dei lucrosi affari connessi alla gestione della cosa pubblica».
Una dinamica moltiplicata dal processo di esternalizzazione dell’economia cittadina, un tempo pubblica e sotto controllo della politica, oggi affidata, direttamente o tramite bando europeo, al capitale privato. La gestione di una parte fondamentale di servizi essenziali al funzionamento della città: dal trasporto pubblico alla sanità, dalle utenze all’accoglienza migranti, dalla pulizia al decoro urbano, sono oggi appaltati ai privati, così determinando la corruzione come normale gestione dei rapporti tra politica e privati.

Ma di Salvatore Buzzi non c’è traccia, nella fiction Netflix, anche perché la serie affronta gli anni immediatamente precedenti a quelli indagati nell’inchiesta e che vedranno il sodalizio tra Carminati e Buzzi. C’è, al contrario, un città che non esiste: da una parte, la fantasmagoria di quartieri militarmente controllati “dalla mafia” (ma quando mai...); dall’altra, laddove invece la mafia esiste davvero, e cioè nel rapporto corrotto tra politica ed economia reale, coi suoi referenti palazzinari, semplicemente scompare. C’è solo Samurai-Carminati come primus inter pares tra le famiglie mafiose che si spartiscono il territorio. Per di più, venendo meno ogni riferimento alle vittime materiali delle relazioni criminali così impostate, addirittura simpatico, quantomeno “un vero duro”, avvolto in una dimensione tragica tipica del Capo su cui incombe e precipita tutta la filiera criminale.

Suburra è allora un fumetto, che però si presenta come operazione realistica. Di qui il cortocircuito che produce nella percezione collettiva, secondo la quale a Roma c’è (c’era?) il Padrino come punto di congiunzione tra affari leciti e illeciti, politica e criminalità. In realtà la mafia, a Roma, esiste, così come esiste nel resto del paese, da nord a sud. Solo che non trova posto nell’immaginario fatto di serie tv e film mainstream. In questo immaginario la mafia è solo il modo più opportuno (e affascinante) di sopravvivere in una società incattivita e individualizzata. Il motto è sempre il solito: arricchitevi! E se per farlo bisognerà violare qualche regola, poco importa: chi le ha stabilite è corrotto tanto quanto chi decide di violarle. E’ la legge della giungla. Quando poi si presenta nella realtà, suscita molto meno fascino di quanto piace raccontare ai Michele Placido o ai Roberto Saviano di turno.

Fonte

21/07/2017

Mafia Capitale. Il Mondo di Mezzo resta in serie B

La montagna ha partorito un ircocervo. Sarebbe infatti improbabile definire “topolino” le sentenze del processo nato come Mafia Capitale ma derubricato ad “associazione a delinquere con fini corruttivi”. Le motivazioni della sentenza chiariranno, ormai a telecamere spente e taccuini riposti, quale sia stato il percorso con cui il tribunale di Roma sia arrivato a questa conclusione.

Balza agli occhi il contrasto tra la pesantezza delle condanne e la materia criminale da sanzionare. Se si esclude che l’organizzazione che ha agito su Roma sia riconducibile alla mafia, suscita più di qualche perplessità una sentenza con condanne di questa portata. E’ la stessa perplessità che avevamo già espresso al momento della richiesta dell’accusa. Le leggi che fino ad ora hanno codificato il modello criminale mafioso, hanno seguito un loro percorso storico e giuridico. Quelle per definire il modello criminoso che è stato appurato in questo processo ancora non ci sono. Con questa contraddizione ha dovuto fare i conti chi ha emesso la sentenza, disattendendo l’impianto messo in piedi dalla Procura con l’inchiesta su Mafia Capitale ma accontentandola con condanne pesanti.

Quella emessa dal tribunale di Roma, per ora, ha tutto il sapore di una sentenza “politica”, che magari in sede di appello verrà ridimensionata o dimensionata alla portata reale del malaffare portata alla luce dall’inchiesta su Mafia Capitale: poca roba rispetto alla “ciccia”, quella riconducibile al Mondo di Sopra.

Il gruppo “duale” di Carminati e Buzzi, identificatosi come il Mondo di Mezzo, muoveva affari per alcune decine di milioni di euro intorno alle emergenze – spesso provocate – sulla raccolta dei rifiuti, la gestione dei campi rom e dei centri di accoglienza per i migranti. Il sistema era semplice ed efficace. Si portavano le situazioni in condizioni estreme, magari si promuovevano anche manifestazioni di “cittadini indignati”, e quindi si ottenevano appalti per affidamento diretto, facendo fuori tutte le altre cooperative sociali, avviatesi sull’identico sentiero stretto del “privato sociale”, ma esterne al gruppo.

Nell’ordinanza del 2014 dell’inchiesta Mafia Capitale, si sottolineava come il modello coercitivo mafioso, a Roma, non aveva neanche bisogno di manifestarsi, perché le proposte di corruzione venivano immediatamente accolte senza incontrare alcuna resistenza in ambito istituzionale e amministrativo.

Ma la conditio sine qua non per ottenere questo risultato era la complicità della politica e della macchina amministrativa comunale, ossia quell’accordo trasversale tra destra e Pd riconducibile al “Patto della Carbonara”, con cui era stato deciso di spartirsi gli affari a Roma.

Una sorta di “governo della transizione” tra gli appetiti voraci e arretrati venuti a galla con la giunta Alemanno (quella dei “fascisti de panza e de governo”) e quelli della nuova giunta che aveva catapultato a Roma il sindaco “marziano”, Ignazio Marino.

Il primo segnale della transizione, sfuggito a molti, era stata l’estromissione delle cooperative che gestivano la Città dell’Altra Economia, all’ex mattatoio di Testaccio, sostituendole d’imperio con un consorzio di cooperative di destra e legate al Pd. Era sembrato solo un episodio sgradevole, in realtà rivelava un cambiamento di clima.

Ma il giro di malaffare nella Capitale era e rimane assai più congruo di quello delle emergenze affidate alle cooperative sociali di Buzzi e Carminati.

Abbiamo denunciato da tempo i due filoni che meriterebbero non solo inchieste approfondite, ma anche valutazioni politiche coerenti, delle quali però non vi è alcuna traccia nei commenti che abbiamo ascoltato finora:

– il primo è il giro d’affari prosperato intorno alla questione abitativa, ad esempio con i Piani di Zona costruiti sulle aree ex 167, già oggetto di diverse inchieste della magistratura. Oppure la vicenda dei Punti Verde Qualità, che ha lasciato centinaia di milioni di debiti al Comune di Roma verso le banche. Questo è una parte del Mondo di Sopra, quello che scrive i piani regolatori, che determina le cubature, che divora il suolo e che prospera sui Grandi Eventi e le Grandi Opere, in accordo preventivo o su input dei costruttori e degli immobiliaristi. E’ il mondo che, quando serve, attiva anche il Mondo di Mezzo di Carminati, ma molto più spesso non ne ha neanche bisogno;

– il secondo sono le evidenti e strettissime connessioni tra gli ambienti neofascisti e la criminalità organizzata. Nello spaccio di droga o nel settore delle sale slot, prosperate come funghi nella periferia romana, ma che ai tempi della giunta Alemanno aveva individuato la “quadratura perfetta” con il progetto del Waterfront sul litorale romano. Una sorta di Atlantic City all’amatriciana, in cui i capitali sporchi di mafia, ndrangheta, camorra e reti criminali capitoline avrebbero potuto essere investiti, ripulendo miliardi. Nel 2011 più di qualcosa deve essere andato storto e a Roma ci sono stati decine di omicidi negli ambienti a cavallo tra brokers, malavita e neofascisti.

Del Mondo di Sopra e delle inquietanti, ma consolidate, relazioni tra criminalità e ambienti neofascisti, non vi era traccia nell’ordinanza iniziale di Mafia Capitale, né sono emerse durante il processo.

Ma se questo è vero, e se è vero che il gruppo “duale” Carminati-Buzzi non è riconducibile ad una organizzazione mafiosa, ma “solo” ad una associazione a delinquere, che cosa ci restituisce questa sentenza? Un ircocervo appunto. Fragile nella ineludibile parte probatoria e superficiale sulla parte politica. Un impianto che in appello potrebbe vedere drastici rovesciamenti e consentire al Mondo di Sopra di riproporre la consueta catarsi.

Fonte

20/07/2017

Roma, criminale ma senza mafia. Pesanti condanne per Mafia Capitale

Si è concluso oggi con pesanti condanne il processo su Mafia Capitale che adesso però dovrà trovarsi un nuovo acronimo. La sentenza infatti ha escluso l’aggravante mafiosa – cioè l’esistenza di una organizzazione e modalità riconducibili a quelle mafiose – ma ha confermato l’esistenza di una associazione a delinquere con l’obiettivo di estorcere soldi pubblici al Comune di Roma per la “gestione” di alcune emergenze come quella dei rifiuti, dell’accoglienza degli immigrati o dei campi rom.

Le condanne, anche senza l’aggravante mafiosa, sono comunque pesanti (tenendo conto che non ci sono stati fatti di sangue). L’ex Nar Massimo Carminati è stato condannato, in primo grado, a 20 anni di reclusione. Il cosiddetto “ras delle coop” Salvatore Buzzi è stato riconosciuto colpevole nell’ambito del processo ed è stato condannato a 19 anni di carcere. 11 anni di carcere per Luca Gramazio, l’ex capogruppo del Pdl in Comune poi passato alla Regione. Per l’ex presidente dell’assemblea Capitolina Mirko Coratti (Pd) la corte ha deciso una pena di 6 anni di reclusione. Luca Odevaine, ex capo di gabinetto di Veltroni e poi collaboratore di Zingaretti, responsabile del tavolo per i migranti, è stato condannato a 6 anni e 6 mesi. 11 anni per il presunto braccio destro di Carminati, Ricardo Brugia, 10 per l’ex Ad di Ama Franco Panzironi, entrambi squadristi fascisti di lungo corso. L’ex presidente del municipio di Ostia, commissariato per infiltrazione mafiose, Andrea Tassone è stato condannato a 5 anni.

Su 46 imputati tre sono stati assolti. Si tratta di Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero, per i quali la Procura aveva chiesto 16 anni di carcere, e l’ex dg di Ama Giovanni Fiscon, per il quale erano stati chiesti 5 anni. Secondo l’accusa Rotolo e Ruggiero avrebbero garantito i contatti tra Mafia Capitale e ambienti della ‘ndrangheta. Tra novanta giorni verranno depositate le motivazioni della sentenza e lì la Procura deciderà se ricorrere o meno in appello.

Leggi anche:

Quelli di sopra scaricano il mondo di mezzo

Il malaffare a Roma solo scalfito dall’inchiesta su Mafia Capitale

Fonte

28/04/2017

Mafia Capitale. Quelli “di sopra” scaricano il “mondo di mezzo”

Le pesantissime richieste di condanna per il processo su Mafia Capitale non ci convincono né ci rassicurano. Vogliamo dirlo subito evitando giri di parole, preamboli e arzigogoli. Lo affermiamo perché delle connessioni tra criminalità, politica e neofascisti ci siamo occupati a fondo e con largo anticipo sia rispetto all’inchiesta della magistratura che ad iniziative editoriali come “Suburra”. Mentre nel Pd romano c’era chi avviava alleanze trasversali con la destra, il nostro giornale segnalava le numerose connessioni tra il milieu neofascista e la criminalità nella Capitale.

Le condanne tombali richiesta dalla requisitoria dei pm nel processo contro il network di Buzzi, Carminati etc. appaiono per un verso sproporzionate ai reati contestati, per un altro un tentativo di legittimazione sul piano penale di una ipotesi – quella dell’associazione mafiosa – che ha solo scalfito, e molto parzialmente, il sistema politico/criminale che imbriglia la vita economica e sociale della città.

La tesi sostenuta dai pm è che su Roma agiva una organizzazione di stampo mafioso che ha diretto, inquinato, determinato appalti e finanziamenti nell’area grigia del “terzo settore”, quello prosperato con la sistematica de/responsabilizzazione dei soggetti pubblici (Comune, Regione, governo) dalla gestione dei servizi sociali e con lo smantellamento dei sistemi di welfare.

Si è trattato di una associazione mafiosa che, a detta dei magistrati, a Roma non ha avuto bisogno della coercizione e della violenza caratteristica delle organizzazioni mafiose nel Meridione, perché l’humus su cui agiva (consiglieri comunali, assessori, dirigenti e funzionari) era “bendisposto” ad accettare tutte le proposte che gli venivano fatte, dovendo discutere solo sul “quanto” sarebbe spettato di competenza nella spartizione dei finanziamenti di ogni soggetto del sistema corruttivo. Insomma agitare, e solo agitare, l’intervento dello “spezzapollici” è stato spesso superfluo o più che sufficiente per produrre un sistema integrato che, tramite cooperative sociali, ha gestito i servizi di competenza del Comune di Roma su accoglienza migranti, campi rom, pulizia urbana, “esternalizzati” in nome del risparmio e dei tagli di bilancio.

E’ fin troppo evidente che quanto rivelato dall’inchiesta su Mafia Capitale non sia una “falla” del sistema ma la struttura “normale” del sistema stesso, quello che dagli anni Novanta in poi, tramite il boom del terzo settore, ha via via sostituito il welfare di competenza e responsabilità delle istituzioni pubbliche. Questo boom è stato la conseguenza pratica di una ideologia – la sussidiarietà alla rovescia – incubata dall’intreccio tra il mondo cattolico (democristiano) e quello delle cooperative “di sinistra” (ex Pci, poi Pd).

Dentro questa zona grigia, hanno prevalso o i grandi gruppi del mondo cooperativo (Lega Coop e Confcooperative) o le holding di cooperative sociali più spregiudicate che hanno via via “cannibalizzato” quelle più piccole. Il mondo di Buzzi è questo e non altro. Le sue connessioni politiche sono dentro questo magma a cavallo tra politici ex democristiani ed ex Pci dell’ultima generazione (i peggiori).

Diverse sono invece le connessioni politiche e affaristiche di Carminati. Un killer neofascista che ben rientra nella filiera degli “uomini neri” disponibili a fare il lavoro sporco ovunque gli venisse richiesto: dalle rapine agli omicidi, dal cecchinaggio nella guerra civile in Libano alle compartecipazione negli affari del “tesoretto nero” dei neofascisti italiani a Londra.

Quella di Carminati non è la zona grigia del terzo settore, ma la zona nera di connessione tra neofascisti e malavita emersa sistematicamente in decine di inchieste e fatti di cronaca nera che abbiamo ampiamente documentato anche sul nostro giornale.

Questa convergenza tra zona grigia e zona nera, tra il mondo di Buzzi e quello di Carminati può essere considerata una associazione mafiosa? Rispondere positivamente significa due cose diverse: accettare l’impianto accusatorio dei pm e quindi condanne tombali e accettare l’idea che questa sia solo una distorsione del sistema, dunque una sorta di capro espiatorio, una catarsi per liberare dalle metastasi un organismo che si vorrebbe sano, addirittura virtuoso.

Ma chi vive, indaga e conosce la vita economica e sociale di Roma sa benissimo che il “malaffare” strutturale non alligna nei bassifondi del “mondo di sotto” ma nei salotti del “mondo di sopra”, che non si incontra nei locali delle cooperative sociali ma nei ristoranti di lusso o nei circoli sportivi esclusivi.

Non è un caso che siano saltati i più modesti patti “della coda alla vaccinara” (sui rifiuti) o della “carbonara” (sulle cooperative sociali) realizzati da esponenti politici di centro-destra e centro-sinistra piuttosto che gli accordi multimilionari sulla cementificazione a Tor di Valle, sui Piani di Zona, sui Punti Verde Qualità, sulla Metro C. Nonostante su alcuni di questi ci siano inchieste della magistratura, non si è ancora approdato a nulla.

Al contrario l’enfasi su Mafia Capitale, che ha messo le mani sulle briciole, è servita più ai titoli di prima pagina che alle soluzioni sui mali di Roma.

Ma dobbiamo anche dirci che queste soluzioni non spettano, non possono e non devono spettare, alla magistratura né ai tecnici del Comune o del Ministero delle Finanze. Le soluzioni spettano alla politica, ad una visione generale dei problemi e delle soluzioni. Una visione di cui non si vede ancora traccia anche nell'attuale giunta comunale che pure ha vinto proprio annunciando una discontinuità con quelle precedenti.

Ma anche a Roma, l’accettazione quasi religiosa dei vincoli di bilancio e la primàzia degli interessi privati su ogni competenza pubblica, vede questa visione "politica" abdicare da troppo tempo, affidandosi in basso agli scherani di mafia capitale e in alto alle banche, alle cordate di prenditori, alle multinazionali. Tutti imputati che non abbiamo visto sul banco nel processo per Mafia Capitale.

Fonte

30/03/2017

Orgoglio criminale

Inizia col saluto romano l’arringa di Massimo Carminati, prolusione scenica dell’orgoglio fascista rivendicato a piene mani. Non sono armate solo perché detenuto, con tanto di 41bis, ma come in altri suoi casi potrebbe intervenire la Provvidenza... L’intento è eliminare dalle accuse che lo inchiodano proprio questi legacci estremi di reclusione, fastidiosi, che limitano parecchio gli spazi al detenuto. Si ritiene un detenuto ideologico (ah, le belle gesta degli anni Settanta...), ma tutto il suo curriculum dice il contrario. Scorre, infatti, nella commistione fra eversione nera, Servizi (ha voglia a “sentirsi offeso” sul tema) e criminalità organizzata, trait d’union fra manovalanza fascista che usava le armi per ogni servizio assassino (l’esecuzione di attivisti comunisti Rossi, Scialabba, Tinelli, Iannucci, Verbano, quelle del giudice Amato e di giornalisti amici-nemici del Palazzo come Pecorelli) e gli affari loschi del potere economico-finanziario-politico fra P2 e dintorni.

Insomma soggetti che, nei vari ruoli, hanno insanguinato l’Italia. Col vizietto, fascistissimo, di minacciare, prevaricare, aggredire Carminati – diventato ‘cecato’ durante un conflitto a fuoco sul confine svizzero, dove l’auto su cui tentava di espatriare con due camerati e una refurtiva in denaro e diamanti, venne intercettata dalla polizia – ha attraversato molti fatti di sangue.

Quella menomazione di cui si fregia, segno per la vita è il marchio della sua vita, spesa fra l’appartenenza criminale eversiva e il crimine condotto per sé e compari, come aveva imparato frequentando taluni gaglioffi della banda della Magliana. Il suo percorso appartiene a una fase buia del recente passato italiano, fino agli ultimi strascichi della strategia della tensione a Bologna nell’agosto 1980, con i militanti dei Nar (Mambro, Fioravanti, Cavallini) nel ruolo bombarolo già interpretato dai Freda, Ventura, Tuti, fino alla strage del rapido 904 (dicembre 1984).

A questa compagnìa assassina Carminati aderiva con determinazione, lo ricorda e se ne vanta, forte della vaghezza di giudizio con cui ha scampato la condanna per taluni omicidi (Tinelli e Iannucci, Verbano, Pecorelli). Così le condanne che avevano portato ‘a bottega’ l’orgoglioso fascista sono state quelle meschinamente venali per traffico d’armi (ovviamente da guerra come i mitra Mab degli amici della banda della Magliana, conservati al ministero della Sanità), e per rapina a una filiale bancaria come qualsiasi delinquentello di periferia, altro che “azioni rivoluzionarie”.

Cercò più tardi di alzarsi di rango con un furto da ‘uomini d’oro’ al caveau bancario del Palazzo di giustizia di Roma. A forza di frequentarlo, evidentemente aveva le dritte giuste.

La sua seconda vita spericolata lo mostra più malavitoso che eversore, e il connubio col compare Buzzi (il cooperatore della "sinistra" criminale) addirittura lo pone in una posizione morale. Dice che il sindaco camerata Alemanno “era un sòla”: non pagava i lavori commissionati alle strutture della banda-cooperativa. Possiamo crederci, viste le pratiche abituali di quella e altre giunte.

Ma la distinzione “etica” fra "il mondo di mezzo" degli uomini di strada, cui lui apparterrebbe, che hanno un codice e "il mondo di sopra" della politica truffaldina fino al midollo, appare strumentale. Carminati fa finta di stupirsi, ma non può stupire. Il mondo di sopra l’ha conosciuto bene sia quando diceva di combatterlo coi sodali Mambro e Fioravanti, sia quando tutt'insieme ricevevano imbeccate, protezioni da Servizi e da certa politica che poi ha guardato altrove, li ha usati e abbandonati nel calderone degli eventi.

Forse anche per questo er cecato aveva ritirato in barca i remi dell’impegno eversivo e s’era lasciata aperta la porta del guadagno criminale. Certo, praticato rischiosamente, il proiettile che gli ha forato un occhio lo testimonia, un rischio che gli intrallazzoni del Palazzo non corrono mai. Però questi due mondi, come dimostrano decenni d'inchieste, sono legati indissolubilmente. E in base alla storia di Nar, banda della Magliana, cosche mafiose, Intelligence, P2 e politica istituzionale i due mondi avevano, e hanno, indissolubili rapporti.

Perciò l’autodifesa dell’omertoso e furbetto Carminati difetta di senso storico e realismo: l’eversione e la mafia hanno collaborato coi Palazzi. E nella capitale diventata mafiosa (per il senso d’intrecci fra affari di molta politica di destra, di sinistra e criminalità) la magistratura, se vorrà, potrà confermare e condannare un malaffare che vede legati come siamesi questi due mondi immondi.

Fonte

05/11/2015

Mafia Capitale alla sbarra. Molti imputati ma poca materia

Con l'appello degli imputati si è aperta oggi la prima udienza per il processo su Mafia Capitale. Il primo imputato ad essere chiamato è stato Salvatore Buzzi, tuttora detenuto a Tolmezzo che si è dovuto collegare tramite video conferenza (fatto questo che ha suscitato, anche giustamente, le proteste degli avvocati difensori). Subito dopo è stata la volta di Massimo Carminati, detenuto a Parma in regime di 41 bis. Secondo l'avvocato difensore di Carminati, Giosuè Bruno Naso, il suo assistito è disposto a parlare davanti ai giudici: "Farò parlare Massimo Carminati, stavolta è intenzionato a difendersi in modo diverso dal solito perché vuole chiarire un sacco di cose e credetemi... lo farà sicuramente" ha detto il legale dell'ex Nar. "Di tutta questa storia a Carminati ha dato particolarmente fastidio il fatto che il suo nome sia stato accostato alle parole 'mafia' e 'droga'. Con la mafia non c'entra proprio nulla e la droga gli fa veramente schifo. E non parliamo delle armi che non sono mai state trovate". In realtà nel processo per rito abbreviato conclusosi due giorni fa, l’aggravante di agevolazione dell’associazione mafiosa è diventata un cardine della sentenza della condanna di alcuni degli imputati in questo processo.

Alcuni imputati si trovano agli arresti domiciliari e hanno voluto esser presenti. Tra loro Luca Odevaine l'ex delegato del tavolo d'accoglienza dei rifugiati del governo, ex capo di gabinetto di Veltroni ed ex capo della polizia provinciale con Zingaretti.

La prima udienza si limiterà alle questioni preliminari che saranno sollevate dagli avvocati degli imputati o alle istanze di costituzione delle parti civili con in prima linea quella di Roma Capitale firmata dal prefetto Francesco Paolo Tronca mentre l'ex sindaco Ignazio Marino ha già fatto sapere che non ci sarà. Fin qui la cronaca.

Sull’inchiesta ed ora il processo per Mafia Capitale, continuano a pesare alcune contraddizioni. Da un lato c’è una divaricazione tra la categorizzazione – quella mafiosa – e il modello attuativo messo in campo dagli imputati. La stessa Procura ha dovuto riconoscere nell’ordinanza di custodia cautelare che l’organizzazione non è stata costretta a ricorrere agli strumenti coercitivi della mafia perché l’habitat non lo richiedeva. Ossia la corruzione trovava ampia disponibilità nell’apparato politico e dirigenziale del Comune che non rendevano necessario il ricorso alla violenza. In secondo luogo, l’inchiesta Mafia Capitale ha portato alla luce “robetta”, cioè un giro di malaffare per una trentina di milioni di euro, troppo pochi e troppo poco sia per parlare di mafia che per declinare come esaustiva questa inchiesta sulle reti del malaffare a Roma. Se si vuole effettivamente parlare di lotta alla corruzione, alla prevalenza di interessi privati su quelli pubblici etc. dall’inchiesta della Procura della Repubblica di Roma manca veramente ancora tanta roba.

Vedi QUI tutti gli articoli usciti su Contropiano relativi a Mafia Capitale e situazione a Roma.

Fonte

01/08/2015

Mafia Capitale: “Un Pd famelico”. Buzzi parla per ore con i magistrati

Parla per ore Salvatore Buzzi, il boss della Coop 29 giugno e principale imputato per l’inchiesta su Mafia Capitale. Ai magistrati che in trasferta sono andati a interrogarlo ben cinque volte nel carcere di Nuoro dove è stato trasferito, avrebbe reso noti nomi e cognomi di politici e funzionari del Comune e della Regione ai quali avrebbe corrisposto tangenti in cambio di appalti. A venire coinvolti dalle dichiarazioni di Buzzi, non sarebbero però solo l’apparato e la giunta comunale di Roma, ma anche quella della Regione Lazio guidata da Nicola Zingaretti. In cinque giorni di interrogatori in carcere in Sardegna, due avvenuti a giugno e altri tre alla fine di luglio, Buzzi avrebbe “vuotato il sacco”. Certo, si tratta delle dichiarazioni di un imputato e che andranno tutte verificate in sede dibattimentale. Il carcere di Bad e'Carros a Nuoro è un pessimo carcere, dal quale si ha voglia di venire via prima possibile.

Tra le rogne emerse per Zingaretti rispunta il famigerato palazzo della Provincia al Torrino, comprato per 263 milioni di euro dal costruttore vicino al centro-sinistra Parnasi, prima della costruzione, quando Zingaretti era presidente della Provincia di Roma. “Secondo Odevaine presero soldi il capo di gabinetto Venafro, il segretario generale Calicchia e Peppe Cionci per Zingaretti”, avrebbe detto Buzzi ai magistrati. Cionci è un imprenditore che si è occupato di finanziamenti per le campagne elettorali di Zingaretti e di Ignazio Marino. Il governatore del Lazio, il 9 luglio scorso, aveva ribadito in Consiglio regionale la decisione presa dalla Regione di costituirsi parte civile nel processo che inizierà il 5 novembre prossimo al Tribunale di Roma.

Ma ieri sera il Tg de La7, ha resocontato con dovizia di particolari le rivelazioni di Buzzi. Nel mirino c’è anche la gara per il riscaldamento negli ospedali del Lazio: un appalto per un miliardo e 250 milioni oggetto di una spartizione in piena regola con sei lotti assegnati alla maggioranza e uno all'opposizione, il tutto coordinato dal  capogruppo Pdl in consiglio regionale Gramazio. Stesso criterio sarebbe stato applicato nella gara d’appalto da 100 milioni di euro per il Cup, il Centro Unico di Prenotazioni della sanità laziale. Le reazioni politiche a queste rivelazioni di Buzzi anche sulla Regione Lazio non si sono fatte attendere. “Zingaretti eviti il teatrino, si dimetta oggi e lasci il Lazio libero di decidere se continuare a essere governato da chi ha stupito Buzzi per la propria voracità" afferma in una nota diffusa questa mattina Valentina Corrado, capogruppo del M5S Lazio.

Ma Buzzi nei cinque interrogatori ha parlato anche delle relazioni con il Comune di Roma, dove, a suo dire, assessori e funzionari sono “famelici”. “Non ci crederà, dottore – avrebbe detto Buzzi ai magistrati – noi il Pd non l'avevamo mai pagato in quella maniera”. “Ho sempre finanziato volontariamente la campagna elettorale del Pd, ma così mai”.

Buzzi parla di soldi versati all'ex capogruppo Pd D'Ausilio, “gli ho dato 22mila euro tramite il suo capo segreteria Nucera” e per l'ex presidente del consiglio comunale Coratti. “Il cda Ama è roba nostra, ci devi pagare”, ha riferito. Manutenzione del verde, raccolta rifiuti e foglie, gestione immigrati, assistenza ad anziani e minori, pulizia delle strade dopo gli incidenti: per ogni appalto preso si restituisce il 3, il 4, il 5 per cento. L'ex vicesindaco Luigi Nieri avrebbe chiesto di far assumere 4 persone nelle cooperative legate alla holding 29 Giugno.

Buzzi fa una sorta di elenco contabile che i magistrati intendono verificare: 1.000 euro al mese a Figurelli, caposegreteria di Coratti, 2.500 al mese ad un ingegnere dell'ente Eur. A Tassone,ex presidente del Municipio a cui fa capo Ostia e tutto il Waterfront, 26 mila euro per le potature di Ostia e 6.000 per le spiagge. Al membro del Cda Atac Andrea Carlini, esponente anche della direzione regionale Pd, 10mila euro per la pulizia degli autobus. Poi, 1.500 al mese al capo del servizio giardini Turella, che in casa ne nascondeva quasi 600mila. “Il presidente del Consiglio regionale Leodori sapeva che l'assessore Patanè ci chiedeva soldi per la gara del multimateriale – prosegue Buzzi – pagai Tredicine ma Ozzimo no, tutelava le coop e l'abbiamo aiutato per la campagna elettorale”. Il più vorace, ma anche vendicativo, secondo Buzzi, sarebbe l'ex amministratore delegato dell’Ama (azienda municipale per i rifiuti) Panzironi messo lì dal sindaco Alemanno: quasi 1 milione in 3 anni. Panzironi avrebbe sollecitato il finanziamento della Fondazione Nuova Italia di Alemanno ma quando Buzzi si è opposto gli avrebbe tolto l'appalto, già aggiudicato, per la manutenzione dei cimiteri.

Fonte