Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/11/2015

Mafia Capitale alla sbarra. Molti imputati ma poca materia

Con l'appello degli imputati si è aperta oggi la prima udienza per il processo su Mafia Capitale. Il primo imputato ad essere chiamato è stato Salvatore Buzzi, tuttora detenuto a Tolmezzo che si è dovuto collegare tramite video conferenza (fatto questo che ha suscitato, anche giustamente, le proteste degli avvocati difensori). Subito dopo è stata la volta di Massimo Carminati, detenuto a Parma in regime di 41 bis. Secondo l'avvocato difensore di Carminati, Giosuè Bruno Naso, il suo assistito è disposto a parlare davanti ai giudici: "Farò parlare Massimo Carminati, stavolta è intenzionato a difendersi in modo diverso dal solito perché vuole chiarire un sacco di cose e credetemi... lo farà sicuramente" ha detto il legale dell'ex Nar. "Di tutta questa storia a Carminati ha dato particolarmente fastidio il fatto che il suo nome sia stato accostato alle parole 'mafia' e 'droga'. Con la mafia non c'entra proprio nulla e la droga gli fa veramente schifo. E non parliamo delle armi che non sono mai state trovate". In realtà nel processo per rito abbreviato conclusosi due giorni fa, l’aggravante di agevolazione dell’associazione mafiosa è diventata un cardine della sentenza della condanna di alcuni degli imputati in questo processo.

Alcuni imputati si trovano agli arresti domiciliari e hanno voluto esser presenti. Tra loro Luca Odevaine l'ex delegato del tavolo d'accoglienza dei rifugiati del governo, ex capo di gabinetto di Veltroni ed ex capo della polizia provinciale con Zingaretti.

La prima udienza si limiterà alle questioni preliminari che saranno sollevate dagli avvocati degli imputati o alle istanze di costituzione delle parti civili con in prima linea quella di Roma Capitale firmata dal prefetto Francesco Paolo Tronca mentre l'ex sindaco Ignazio Marino ha già fatto sapere che non ci sarà. Fin qui la cronaca.

Sull’inchiesta ed ora il processo per Mafia Capitale, continuano a pesare alcune contraddizioni. Da un lato c’è una divaricazione tra la categorizzazione – quella mafiosa – e il modello attuativo messo in campo dagli imputati. La stessa Procura ha dovuto riconoscere nell’ordinanza di custodia cautelare che l’organizzazione non è stata costretta a ricorrere agli strumenti coercitivi della mafia perché l’habitat non lo richiedeva. Ossia la corruzione trovava ampia disponibilità nell’apparato politico e dirigenziale del Comune che non rendevano necessario il ricorso alla violenza. In secondo luogo, l’inchiesta Mafia Capitale ha portato alla luce “robetta”, cioè un giro di malaffare per una trentina di milioni di euro, troppo pochi e troppo poco sia per parlare di mafia che per declinare come esaustiva questa inchiesta sulle reti del malaffare a Roma. Se si vuole effettivamente parlare di lotta alla corruzione, alla prevalenza di interessi privati su quelli pubblici etc. dall’inchiesta della Procura della Repubblica di Roma manca veramente ancora tanta roba.

Vedi QUI tutti gli articoli usciti su Contropiano relativi a Mafia Capitale e situazione a Roma.

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05/06/2015

Emergenza in conto Capitale

Capita che qualcuno sottragga da un parco pubblico una panchina, per sistemarsela nel proprio giardino privato o sul terrazzo. Si appropria di un bene pubblico per soddisfare il proprio interesse individuale, sottraendolo alla godibilità collettiva e a spese della collettività.

Può capitare altrettanto spesso che quella panchina sia di un Punto Verde Qualità, per il quale il Comune ha garantito i mutui dei soggetti privati cui li ha dati in concessione, ritrovandosi così con un buco in bilancio per decine di milioni di euro, lavori non terminati e mazzi di false fatturazioni per opere non realizzate.

La pubblica indignazione viene, in qualche caso anche giustamente, veicolata contro chi si è appropriato della panchina. Mentre quasi nessuno se la prende – finché non interviene un'indagine – con i gestori del punto verde che lo lasciano degradare o il Comune che ha garantito concessioni e finanziamenti che forse non recupererà mai.

Si entra così dentro un meccanismo perverso che trascina tutti – e la città capitale nel suo complesso – verso il basso, in modo percepibile da tutti, anche a occhio nudo. Una deresponsabilizzazione istituzionale, collettiva e individuale che produce un degrado che appare inarrestabile.

La seconda tornata dell'inchiesta su Mafia Capitale ha smosso nuovamente il verminaio rivelando, con maggiori dettagli, come ad essere corrotta non sia qualche "mela marcia", ma l'intero sistema di governo della Capitale, dal consiglio comunale ai dipartimenti dell'amministrazione.

La prima ordinanza dell'inchiesta sottolineava come il modello mafioso a Roma non avesse bisogno – se non in rare occasione – di mostrarsi in forma coercitiva e violenta. Il motivo? Non trovava ostacoli, anzi, trovava una predisposizione alla corruzione da parte di tutti gli apparati, sia politici che amministrativi; una disponibilità quasi "normativa" a ricevere mazzette, a chiudere gli occhi a spostare poste di bilancio da un capitolo all'altro.

Ma negli ultimi quindici anni, la torta si è ristretta e il sistema si è dovuto adeguare, ridimensionando le ambizioni.

Una volta che le scelte strategiche sul bilancio vengono decretate dal Ministero delle Finanze e da Bruxelles, per la greppia del Mondo di Mezzo il bottino si è dovuto diversificare. I grandi affari sulle aree metropolitane sono ormai concentrati in pochi monopoli con i loro agganci nel Ministero delle Infrastrutture; oppure sono diventati terreno di caccia per multinazionali e investitori stranieri.

Ecco allora che, da Berlusconi in poi, è stato attivato il meccanismo dell'emergenza, che rende più labili i controlli e può essere giocato anche sul piano dei consensi elettorali.

La gestione dei campi rom, dei centri di accoglienza per immigrati o l'emergenza abitativa, sono diventati così la nuova gallina dalle uova d'ora per “il sistema”.

Ma per abbassare i controlli e rendere fruibili i finanziamenti, occorre che le emergenze si moltiplichino in modo sistematico. Aiutati da mass media compiacenti (sui quali sarebbe arrivato il momento di dare un occhiata), vengono create le emergenze “zingari”, immigrati, senza tetto; oppure anche gli allarmi sulle “bombe d'acqua”, che magari allagano la città solo perché le caditoie sono piene di foglie che nessuno raccoglie più.

Una volta costruita l'emergenza possono scattare le soluzioni conseguenti e siccome prima è meglio è, si affida la loro gestione a gruppi di interesse privati (aziende o cooperative sociali che siano). I soldi per la gestione delle emergenze sono esattamente l'interstizio su cui criminalità, fascisti, faccendieri possono mettere le mani. Quindi i campi rom o i centri di accoglienza o le case popolari non vengono più gestiti, ma lasciati andare. Così si alimentano quei conflitti (meglio se guerre tra poveri) che a loro volta rialimentano l'emergenza, la strumentalizzazione politica della destra e di conseguenti fondi per "dare una soluzione". Ma questi fondi vanno a finire nelle tasche di quelli che hanno alimentato l'emergenza e il gioco ricomincia. Si spiegano così, infatti, le battute di Buzzi, su come “con gli immigrati si fanno più soldi che con la droga” oppure "la mucca l'abbiamo munta tanto, ma per mungerla ancora bisogna nutrirla".

Per far funzionare questo gioco occorre però che tutti i giocatori facciano la loro parte: consiglieri comunali, dirigenti dei dipartimenti, presidenti delle cooperative sociali e agitatori politici. Singoli fatti di cronaca vengono alimentati dai mass media come emergenze, i territori esplodono, i fascisti e la malavita li strumentalizzano, il Comune deve metterci un pezza e le holding dei vari Buzzi e Carminati raccolgono i profitti, redistribuendoli a tutti coloro che contribuiscono all'affare.

E qui si apre un problema: a far parte dell'affare ci sono esponenti politici a tutto campo, uomini della destra ma anche e soprattutto del Pd. Se l'affare non può che essere bipartizan, ecco delinearsi il vero profilo del "Partito della Nazione". Dal momento che non si vota più per un partito o per un progetto politico, si fanno convergere gli interessi organizzati sui singoli candidati, indipendentemente dalla lista che li presenta, gli si paga la campagna elettorale e poi si passa a riscuotere la cambiale.

I tariffari cambiano. Un neo-consigliere comunale non pretende oltre il 5%, ma quelli più stagionati vogliono minimo il 10%, mentre quelli con maggiori responsabilità istituzionali pretendono anche di più. Con i più recalcitranti ci parla Massimo Carminati, il “nero” della Banda della Magliana, uno abituato “a fare proposte che non si possono rifiutare”. Ma, a quanto pare, non ha mai dovuto faticare molto.

Questo è lo scorcio del verminaio di Mafia Capitale che la magistratura ha messo sotto gli occhi del paese. Lo abbiamo detto e ci sentiamo di riaffermarlo: è ancora poca cosa rispetto al malaffare che avvelena Roma da troppo tempo. Il Pd continua a difendere il sindaco Marino e la sua giunta, ma a fronte della quantità e della qualità del marciume esistente dentro il consiglio e l'apparato dirigenziale comunale, il suo scioglimento e nuove elezioni sono il minimo sindacale.

In altri comuni diversi da quello della Capitale si è proceduto allo scioglimento d'ufficio da parte delle autorità. Ma questo sarebbe un altro cactus lanciato sotto i piedi di Renzi e forse le autorità saranno più indulgenti che in altri casi.

Resta il fatto che mantenere in piedi un consiglio comunale conformato al sistema di Mafia Capitale non può essere ulteriormente accettabile.

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04/06/2015

Mafia Capitale. Altri 44 arresti

La seconda rata di Mafia Capitale demolisce, parzialmente, il business dell'"accoglienza" dei migranti. Ancora una volta bisogna sottolineare due cose: tutti i partiti dell'amministrazione locale risultano coinvolti e la parte del leone - nel ramazzare soldi pubblici - la fanno quegli stessi fascisti che ancora in queste ore "manifestano" contro i migranti in carne e ossa.

Il nuovo blitz all'alba per il momento dà i numeri (44 arrestati), ma un solo nome: quello di Luca Gramazio, "figlio d'arte", di quel Domenico cresciuto nella sezione del Msi di piazza Tuscolo, uno dei vertici del "triangolo nero" di Roma Sud, negli anni '60 e '70, insieme a via Noto e Acca Larenzia.

Granazio è accusato di partecipazione all'associazione mafiosa capeggiata da Carminati, mettendo così a frutto personale la carica di consigliere regionale del Pdl. Il solito vecchio gioco: tu mi procuri i voti, io ti affido un servizio pagato con soldi pubblici, tu mi dai parte del guadagno (illecito).

Il business, anche questa volta, riguarda i campi di "accoglienza" per migranti, rifugiati e rom. Gli arresti sono stati effettuati tra  Roma, Rieti, Frosinone, L'Aquila, Catania ed Enna. I reati contestati dalla procura distrettuale antimafia di Roma sono associazione di tipo mafioso, corruzione, turbativa d'asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori ed altro.

E' la seconda puntata dell'inchiesta che ha portato in carcere "er cecato" - il terrorista dei Nar, ma contiguo anche alla banda della Magliana, Massimo Carminati - oltre al boss delle coooperative del Pd, Salvatore Buzzi. L'ordine di cattura conferma "l'esistenza di una struttura mafiosa operante nella Capitale, cerniera tra ambiti criminali ed esponenti degli ambienti politici, amministrativi ed imprenditoriali locali", che andavano a costituire un "ramificato sistema corruttivo finalizzato a favorire un cartello d'imprese, non solo riconducibili al sodalizio, interessato alla gestione dei centri di accoglienza e ai consistenti finanziamenti pubblici connessi ai flussi migratori".

Un ruolo centrale, secondo i magistrati, era ricoperto da Luca Odevaine che, "in qualità di appartenente al Tavolo di Coordinamento Nazionale sull'accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale, è risultato in grado di ritagliarsi aree di influenza crescenti" nel costruire un business sicuro.

E non sembra una illazione eccessiva ritenere che questo ramo dell'inchiesta parta proprio dalla collaborazione con gli inquirenti da parte dello stesso Odeavine, salito ai vertici dei poteri capitolini - nonostante una vecchia condanna per droga - come vice capo di gabinetto con Walter Veltroni, poi capo della polizia provinciale con Nicola Zingaretti e poi approdato al Coordinamento nazionale sull’accoglienza per i richiedenti asilo del ministero dell’Interno.

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