Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/04/2017
La Capitale si scopre povera, la gente no. Il 6 maggio messaggio dalle periferie al Campidoglio
“La mia è diventata una disperazione positiva”. C’è del piombo e della luce nelle parole di un giovane padre di famiglia sotto sfratto nei residence del Comune. Racconta di come si finisce prima in mezzo alla strada con moglie e figli, poi in assistenza alloggiativa e poi, a causa della modifica dei parametri Isee, nell’incubo di finirci di nuovo. Ma la solidarietà popolare e la resistenza possono volgere in positivo quella disperazione in cui sempre più famiglie vengono precipitate dalla crescente e sistematica deresponsabilizzazione di tutte le istituzioni.
E’ stata questa, la conclusione quasi naturale dell’assemblea popolare contro la povertà e per il lavoro, tenutasi ieri in piazza nel periferico quartiere di San Basilio a Roma. L’assemblea di ieri, convocata dalla Carovana delle Periferie, Decide Roma, Salviamo il Paesaggio, Usb, è una di quelle previste in preparazione della manifestazione cittadina del prossimo 6 maggio che si concluderà sulla piazza del Campidoglio e che tornerà ad affermare, anche alla nuova giunta M5S, che “Roma non si vende”.
Nelle prossime settimane ci saranno altri appuntamenti per spiegare e preparare le ragioni del corteo. Giovedì 20 a San Paolo si parlerà di casa e difesa del territorio, il 21 ci sarà un corteo territoriale a Cinecittà e una assemblea il giorno successivo contro lo sgombero del Corto Circuito e degli spazi sociali, giovedì 27 una assemblea in piazza a San Lorenzo si occuperà invece di servizi, internalizzazione, beni comuni, privatizzazioni.
A San Basilio ieri il tema era quello della crescente povertà che si sta abbattendo sugli abitanti della Capitale e soprattutto nella sua periferia. La nuova ondata di licenziamenti (Almaviva, Alitalia, Sky, Unicoop etc.) andranno ad aggravare un disagio sociale stellare dovuto alla disoccupazione e ai bassissimi salari di chi un lavoro ce l’ha ma che non basta più a sopravvivere. Lo spiega chiaramente Guido Lutrario aprendo l’assemblea.
Tocca poi a Viviana Ruggeri, ricercatrice e sindacalista Usb, dettagliare con una relazione una situazione sociale peggiorata, insopportabile e che vede la totale deresponsabilizzazione di Comune, Regione e governo. “A Roma la crisi è arrivata più lentamente perché si reggeva sui servizi e non sulle fabbriche, ma adesso che la scure si abbatte anche sui servizi, incluso il commercio, la povertà è schizzata verso l’alto a tutti i livelli”. Ruggeri mette sulla graticola non solo e non tanto il Comune – che ha responsabilità parziali sul problema ma le ha – quanto la Regione Lazio che non ha avviato neanche l’Agenda Urbana per poter usufruire dei fondi europei mentre Roma è diventata la città a maggiori disuguaglianze sociali di tutto il Centro-Nord.
E' stato poi Manolo del Comitato case popolari a incitare alla resistenza e all’unità degli abitanti. “Le istituzioni e la politica ormai sono sparite, il confronto è rimasto solo quello diretto tra popolo e polizia”, quindi c’è bisogno di unità per risolvere i nostri problemi. Interviene Walter del comitato licenziati di Almaviva e racconta delle difficoltà di chi deve accettare il ricatto di un lavoro sottopagato e della riduzione dei salari oppure il licenziamento e il calvario degli ammortizzatori sociali. Luciano dei Blocchi Precari Metropolitani denuncia la repressione che si abbatte contro gli attivisti sociali e l’escalation avviata dal Decreto Minniti invitando ad una assemblea che si terrà oggi (giovedì) in Campidoglio. Michele Bechis del coordinamento dei comitati per il NO spiega l’importanza che ha avuto il No sociale nella vittoria del referendum sulla Costituzione e invita a non disperdere quella convergenza, serrare le file e impugnare la battaglia costituzionale anche sul piano degli enti locali. Fa vibrare la piazza l’intervento di Maria Vittoria dell’Asia-Usb di Tor Bella Monaca, parla direttamente al cuore e alla pancia della gente e rivendica con forza il riscatto delle periferie. Le conclusioni le tira Michele, storico attivista dell’Asia-Usb proprio di San Basilio. Figlio di occupanti di case negli anni Settanta, ha il polso di tutte le sfaccettature della questione abitativa e spiega come i giornalisti che lo chiamano per fare servizi sulle tensioni tra famiglie immigrate e italiane nelle case popolari, spariscano quando gli dici che anche tu intendi filmare quello che filmeranno loro in modo da evitare strumentalizzazioni.
L’assemblea si conclude dando appuntamento a tutti sabato 6 maggio alle 15.00 in Piazza Vittorio per un corteo che intende arrivare fino alla piazza del Campidoglio per richiamare alle proprie responsabilità la Giunta Raggi su tutte le contraddizioni aperte nella città, una città ribelle che appunto riaffermerà che “Roma non si vende”.
Guarda il video dell’assemblea di ieri
Fonte
08/02/2017
Contro la continuità, verso la mobilitazione cittadina
L’insofferenza popolare verso la continuità amministrativa,
politica e culturale rappresentata dalla nuova giunta 5 stelle procede
nel suo percorso organizzativo. Ieri sera, più di trecento persone hanno
affollato l’assemblea promossa dalla Carovana delle Periferie e da
Decide Roma, percorso che punta alla costruzione di una manifestazione
cittadina contro le politiche della giunta Raggi. Un successo
che non vede precedenti recenti, e segna un punto di svolta nel rapporto
tra sinistra e società, almeno a Roma. Se lo scorso 4 ottobre quella
stessa insofferenza, già palpabile, era in qualche modo
“interlocutoria”, quella di ieri ha manifestato il distacco sempre più
netto tra le attese delle periferie popolari e quel programma grillino
quotidianamente smentito dalla giunta. Non a caso, se il 4 ottobre
l’atteggiamento della giunta fu quello di snobbare la mobilitazione,
ieri la partecipazione dei consiglieri era particolarmente interessata
(ma non interessante). Troppo tardi. Il problema non è questa o quell’inchiesta mediatica organizzata dal partito trasversale di Repubblica&L’Espresso; non
è questo o quel discredito fomentato ad arte dalle lobby del potere
cittadino, che insistono nel commissariamento metropolitano per
veicolare meglio i propri interessi palazzinari; e non è neanche la
testimonianza di una posizione ideologica contraria “a prescindere”
verso questa giunta, che indebolirebbe tutto il processo. Niente di
tutto questo ha caratterizzato l’insofferenza che ieri ha preso parola
nella sala della Protomoteca. E’ invece il bilancio approvato dalla
giunta e sbandierato come “risultato” da esibire a dimostrazione della
propria “efficacia”, il problema politico decisivo di questa
insofferenza. Un bilancio che prosegue la cura Tronca
di progressivo rientro del debito, nonostante le promesse di audit che
si sono accumulate in campagna elettorale; un bilancio che insiste nel
tagliare i servizi essenziali, e che rimane nell’alveo del documento
contabile quando dovrebbe rappresentare il principale campo di battaglia
politico del movimento grillino romano.
Ieri hanno preso parola tutte le vertenze cittadine: da Alitalia ad Almaviva, dai canili ai lavoratori Ama e Atac, dalla vertenza del Forlanini ai centri sociali, dalla lotta per la casa alla logistica. La città popolare, proletaria, disoccupata e impoverita ha indicato il suo percorso di lotta verso la mobilitazione cittadina. Un passaggio complesso ma necessario. Complesso perché cerca di organizzare quello stesso corpo sociale che aveva affidato al M5S la sua volontà di rottura con la politica liberista che aveva governato la città fino allo scorso giugno; necessario perché dalla crisi della giunta Raggi o ne usciamo tutti insieme da sinistra, o verremo travolti dal rancore reazionario aizzato dalle destre che si vanno organizzando sulle macerie del grillismo. Un percorso che non potrà aggirare il ritorno nelle periferie come scopo ed essenza stessa della mobilitazione. E’ d’altronde il motivo per cui abbiamo dato vita alla Carovana delle Periferie, un motivo che non solo conferma l’intuizione di fondo giorno dopo giorno, ma che comincia a dare i suoi frutti. Non a caso diversi avvoltoi della politica avrebbero voluto planare su un percorso che li esclude a prescindere, perché altro da loro, dai loro giochetti politicisti, più o meno camuffati. Sono in compenso intervenuti esponenti grillini del consiglio municipale, attesi al varco e accolti dal silenzio se non dai fischi: non è platea per applausi facili, quella della periferia. Nonostante questo, e nonostante il successo delle due assemblee pubbliche di ottobre e di ieri, mobilitare la periferia contro questa giunta non sarà cosa semplice. Non si tratta di procedere per ordinaria amministrazione, quanto costruire un percorso reale in una fase in cui tutto rema contro la costruzione di un processo progressivo e antagonista: la mistificazione mediatica, i cedimenti della sinistra di palazzo, la cultura reazionaria diffusa, eccetera. Si tratta allora di lavorare controcorrente sottraendosi agli schiacciamenti mediatici interessati, così come alle facili retoriche democraticiste. Un equilibrio instabile e precario, ma l’unico possibile nella ricostruzione di una sinistra sociale e di classe nella città. Da ieri questo percorso riparte con più forza, con maggiori ambizioni, ma soprattutto con maggiore credibilità sociale.
Fonte
Ieri hanno preso parola tutte le vertenze cittadine: da Alitalia ad Almaviva, dai canili ai lavoratori Ama e Atac, dalla vertenza del Forlanini ai centri sociali, dalla lotta per la casa alla logistica. La città popolare, proletaria, disoccupata e impoverita ha indicato il suo percorso di lotta verso la mobilitazione cittadina. Un passaggio complesso ma necessario. Complesso perché cerca di organizzare quello stesso corpo sociale che aveva affidato al M5S la sua volontà di rottura con la politica liberista che aveva governato la città fino allo scorso giugno; necessario perché dalla crisi della giunta Raggi o ne usciamo tutti insieme da sinistra, o verremo travolti dal rancore reazionario aizzato dalle destre che si vanno organizzando sulle macerie del grillismo. Un percorso che non potrà aggirare il ritorno nelle periferie come scopo ed essenza stessa della mobilitazione. E’ d’altronde il motivo per cui abbiamo dato vita alla Carovana delle Periferie, un motivo che non solo conferma l’intuizione di fondo giorno dopo giorno, ma che comincia a dare i suoi frutti. Non a caso diversi avvoltoi della politica avrebbero voluto planare su un percorso che li esclude a prescindere, perché altro da loro, dai loro giochetti politicisti, più o meno camuffati. Sono in compenso intervenuti esponenti grillini del consiglio municipale, attesi al varco e accolti dal silenzio se non dai fischi: non è platea per applausi facili, quella della periferia. Nonostante questo, e nonostante il successo delle due assemblee pubbliche di ottobre e di ieri, mobilitare la periferia contro questa giunta non sarà cosa semplice. Non si tratta di procedere per ordinaria amministrazione, quanto costruire un percorso reale in una fase in cui tutto rema contro la costruzione di un processo progressivo e antagonista: la mistificazione mediatica, i cedimenti della sinistra di palazzo, la cultura reazionaria diffusa, eccetera. Si tratta allora di lavorare controcorrente sottraendosi agli schiacciamenti mediatici interessati, così come alle facili retoriche democraticiste. Un equilibrio instabile e precario, ma l’unico possibile nella ricostruzione di una sinistra sociale e di classe nella città. Da ieri questo percorso riparte con più forza, con maggiori ambizioni, ma soprattutto con maggiore credibilità sociale.
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20/01/2017
Roma. Resistenza antisfratto a San Basilio. Basta guerra tra poveri
Ultim'ora. Il corteo partito dalle case popolari e che cercava di raggiungere via Tiburtina è stato caricato dalla polizia.
Questa mattina nel quartiere popolare di San Basilio, un picchetto popolare di massa ha mandato alle autorità un duplice segnale: da un lato è stato bloccato lo sfratto di una donna malata di tumore da una casa popolare occupata per necessità; dall'altro si è data la risposta dovuta agli apparati comunali che proprio a San Basilio hanno cercato alcune settimane di innescare una guerra tra poveri, sgomberando una famiglia occupante e cercando di insediare una famiglia di immigrati legittimamente assegnataria. La task force dei vigili addetti agli sfratti e la polizia non si sono presentati in via Carlo Tranfo, dove ci sono le case popolari della parte nuova di San Basilio. A un certo punto attivisti e abitanti del quartiere hanno deciso di partire in corteo per le strade del quartiere per spiegare la posta in gioco e il senso dello scontro.
Ascolta l'audio delle corrispondenze da San Basilio, clicca su Radiocittaperta.it
L'Asia Usb, la Carovana delle Periferie e altri comitati avevano deciso di dare questa mattina una risposta forte e si erano preparati alla resistenza contro ogni tentativo di procedere alla sfratto da parte della task force di vigili-rambo istituita tempo fa e utilizzata ampiamente dal dirigente comunale Barletta. Approfittando dell'assenza di un indirizzo politico da parte della giunta comunale (ancora non è stato nominato un assessore alla casa), i funzionari e gli apparati comunali si sentono le mani libere per poter agire a loro discrezione, in questo caso dichiarando guerra contro le famiglie senza casa.
La domanda abitativa continua ad essere enorme e a manifestarsi come emergenza sociale permanente. A questo le autorità comunali, il governo e un sistema mediatico subalterno agiscono unilateralmente contro le cosiddette occupazioni abusive, cercando di giustificare l'inerzia come conseguenza dell'illegalità di chi occupa case popolari tenute sfitte per mesi e in alcuni casi per anni mentre intere famiglie sono in mezzo alla strada.
Questo meccanismo perverso è stato spezzato dall'organizzazione e dalla resistenza popolare. Oggi a San Basilio, la settimana scorsa a Tiburtino III. La prossima settimana, lunedì 23 gennaio, la mobilitazione popolare si sposta in un altro quartiere della periferia – Tor Vergata – per impedire gli sfratti delle famiglie truffate dai costruttori nei Piani di Zona. Questa mattina intanto è in corso lo sgombero di una occupazione abitativa a Colle Monfortani, nella periferia est della zona Prenestina. Lo scontro sulle soluzioni all'emergenza abitativa a Roma continua a essere frontale.
Fonte
Questa mattina nel quartiere popolare di San Basilio, un picchetto popolare di massa ha mandato alle autorità un duplice segnale: da un lato è stato bloccato lo sfratto di una donna malata di tumore da una casa popolare occupata per necessità; dall'altro si è data la risposta dovuta agli apparati comunali che proprio a San Basilio hanno cercato alcune settimane di innescare una guerra tra poveri, sgomberando una famiglia occupante e cercando di insediare una famiglia di immigrati legittimamente assegnataria. La task force dei vigili addetti agli sfratti e la polizia non si sono presentati in via Carlo Tranfo, dove ci sono le case popolari della parte nuova di San Basilio. A un certo punto attivisti e abitanti del quartiere hanno deciso di partire in corteo per le strade del quartiere per spiegare la posta in gioco e il senso dello scontro.
Ascolta l'audio delle corrispondenze da San Basilio, clicca su Radiocittaperta.it
L'Asia Usb, la Carovana delle Periferie e altri comitati avevano deciso di dare questa mattina una risposta forte e si erano preparati alla resistenza contro ogni tentativo di procedere alla sfratto da parte della task force di vigili-rambo istituita tempo fa e utilizzata ampiamente dal dirigente comunale Barletta. Approfittando dell'assenza di un indirizzo politico da parte della giunta comunale (ancora non è stato nominato un assessore alla casa), i funzionari e gli apparati comunali si sentono le mani libere per poter agire a loro discrezione, in questo caso dichiarando guerra contro le famiglie senza casa.
La domanda abitativa continua ad essere enorme e a manifestarsi come emergenza sociale permanente. A questo le autorità comunali, il governo e un sistema mediatico subalterno agiscono unilateralmente contro le cosiddette occupazioni abusive, cercando di giustificare l'inerzia come conseguenza dell'illegalità di chi occupa case popolari tenute sfitte per mesi e in alcuni casi per anni mentre intere famiglie sono in mezzo alla strada.
Questo meccanismo perverso è stato spezzato dall'organizzazione e dalla resistenza popolare. Oggi a San Basilio, la settimana scorsa a Tiburtino III. La prossima settimana, lunedì 23 gennaio, la mobilitazione popolare si sposta in un altro quartiere della periferia – Tor Vergata – per impedire gli sfratti delle famiglie truffate dai costruttori nei Piani di Zona. Questa mattina intanto è in corso lo sgombero di una occupazione abitativa a Colle Monfortani, nella periferia est della zona Prenestina. Lo scontro sulle soluzioni all'emergenza abitativa a Roma continua a essere frontale.
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24/11/2016
Referendum.”Quello delle periferie diventi un NO sociale”
Intervista ad Angelo Fascetti. Radio Città Aperta continua il suo ciclo di interviste agli attivisti impegnati nella campagna per il No al referendum del 4 dicembre.
Abbiamo in collegamento Angelo Fascetti, della Carovana delle Periferie. Ciao Angelo
Ciao, buongiorno a tutti.
Io vorrei partire, visto che ci porti il contributo dell’esperienza della Carovana delle Periferie, proprio da qui e cioè dalle ragioni per cui dal punto di vista della Carovana delle Periferie il NO il prossimo 4 dicembre è importante.
Credo che la politica dettata dall’Unione Europea abbia avuto una ricaduta in questi ultimi decenni proprio sulla parte più debole della nostra società. Chi ne risente in particolare modo sono proprio le aree metropolitane e, soprattutto, le periferie. I recenti risultati elettorali, se guardiamo Napoli, Roma e Torino lo dicono molto chiaramente: c’è una sorta di sofferenza, che è stata tra l’altro manifestata con voti contro il vecchio sistema. Proprio nelle periferie sta passando questa controriforma istituzionale e adesso con questo referendum se ne prende atto. Di fatto nelle periferie non arriva più nulla, c’è un disagio sociale sempre più diffuso ... Nelle periferie stiamo toccando con mano il fatto che le politiche fatte dai governi degli ultimi anni e da Renzi, quelle politiche tra l’altro imposte dalle banche europee, dal Fondo monetario internazionale, stanno causando una povertà sempre più diffusa, disoccupazione, precarietà e mancanza di diritti. La questione abitativa è una delle questioni più evidenti in questo paese ma c’è il problema dell’attacco al diritto alla sanità, ai servizi sociali, c’è di fatto sancita una guerra contro i poveri. La riforma costituzionale non ci dimentichiamo che è stata auspicata proprio dalle banche, dalla Jp Morgan, dalla Bce e cerca di cancellare definitivamente la democrazia. E’ proprio questa la richiesta che fanno esplicitamente questi signori. Io credo che la controriforma costituzionale sta sancendo questo dato di fatto, questa situazione che vede la fine della mediazione sociale. Non c’è più nessun settore dove si riesce a conquistare spazi ... c’è la fine anche della contrattazione sindacale, per cui immaginiamo nelle periferie i veri processi di privatizzazione stanno portando solo all’abbandono e al degrado. Quindi credo che dire No a questo referendum significa sancire questa situazione.
Assolutamente. Un No che tra l’altro è stato già espresso in maniera chiara ormai un mese fa, nelle giornate del 21 e 22 ottobre. Due giornate che però sono riuscite, hanno mandato un segnale chiaro...
Sì, quello è stato infatti il segnale evidente che c’è un disagio diffuso nella nostra società. Noi come Carovana abbiamo aderito a queste giornate, dentro di noi ovviamente c’è anche il sindacato Usb che ha promosso lo sciopero che noi abbiamo sostenuto, che è stato uno dei primi scioperi dove si è sentito effettivamente l’effetto nelle città a livello nazionale e nella nostra città di Roma. Poi c’è stata la manifestazione del 22 che è andata anche oltre le nostre aspettative a dimostrazione che c’è un paese che sta dicendo basta con queste politiche, basta con l’Europa, basta con il massacro sociale.
C’era sicuramente più gente in piazza il 22 ottobre che qualche giorno dopo in piazza del Popolo con Renzi, nonostante sia stato detto di tutto su quella manifestazione.
Sicuramente sì ... Mi pare che la situazione che noi registriamo anche nei nostri quartieri, nelle nostre situazioni, è che c’è una consapevolezza da parte dei cittadini italiani, dei lavoratori, dei precari, ecc. che si gioca una partita molto importante e che il No sociale è un’occasione per mandare a casa questo governo e per respingere queste politiche che stanno massacrando il nostro paese.
E speriamo di poter cogliere questa occasione. Ringraziamo Angelo Fascetti, grazie per essere stato con noi.
Grazie a voi
(in ogni città ascoltate online radiocittaperta.it)
Fonte
Abbiamo in collegamento Angelo Fascetti, della Carovana delle Periferie. Ciao Angelo
Ciao, buongiorno a tutti.
Io vorrei partire, visto che ci porti il contributo dell’esperienza della Carovana delle Periferie, proprio da qui e cioè dalle ragioni per cui dal punto di vista della Carovana delle Periferie il NO il prossimo 4 dicembre è importante.
Credo che la politica dettata dall’Unione Europea abbia avuto una ricaduta in questi ultimi decenni proprio sulla parte più debole della nostra società. Chi ne risente in particolare modo sono proprio le aree metropolitane e, soprattutto, le periferie. I recenti risultati elettorali, se guardiamo Napoli, Roma e Torino lo dicono molto chiaramente: c’è una sorta di sofferenza, che è stata tra l’altro manifestata con voti contro il vecchio sistema. Proprio nelle periferie sta passando questa controriforma istituzionale e adesso con questo referendum se ne prende atto. Di fatto nelle periferie non arriva più nulla, c’è un disagio sociale sempre più diffuso ... Nelle periferie stiamo toccando con mano il fatto che le politiche fatte dai governi degli ultimi anni e da Renzi, quelle politiche tra l’altro imposte dalle banche europee, dal Fondo monetario internazionale, stanno causando una povertà sempre più diffusa, disoccupazione, precarietà e mancanza di diritti. La questione abitativa è una delle questioni più evidenti in questo paese ma c’è il problema dell’attacco al diritto alla sanità, ai servizi sociali, c’è di fatto sancita una guerra contro i poveri. La riforma costituzionale non ci dimentichiamo che è stata auspicata proprio dalle banche, dalla Jp Morgan, dalla Bce e cerca di cancellare definitivamente la democrazia. E’ proprio questa la richiesta che fanno esplicitamente questi signori. Io credo che la controriforma costituzionale sta sancendo questo dato di fatto, questa situazione che vede la fine della mediazione sociale. Non c’è più nessun settore dove si riesce a conquistare spazi ... c’è la fine anche della contrattazione sindacale, per cui immaginiamo nelle periferie i veri processi di privatizzazione stanno portando solo all’abbandono e al degrado. Quindi credo che dire No a questo referendum significa sancire questa situazione.
Assolutamente. Un No che tra l’altro è stato già espresso in maniera chiara ormai un mese fa, nelle giornate del 21 e 22 ottobre. Due giornate che però sono riuscite, hanno mandato un segnale chiaro...
Sì, quello è stato infatti il segnale evidente che c’è un disagio diffuso nella nostra società. Noi come Carovana abbiamo aderito a queste giornate, dentro di noi ovviamente c’è anche il sindacato Usb che ha promosso lo sciopero che noi abbiamo sostenuto, che è stato uno dei primi scioperi dove si è sentito effettivamente l’effetto nelle città a livello nazionale e nella nostra città di Roma. Poi c’è stata la manifestazione del 22 che è andata anche oltre le nostre aspettative a dimostrazione che c’è un paese che sta dicendo basta con queste politiche, basta con l’Europa, basta con il massacro sociale.
C’era sicuramente più gente in piazza il 22 ottobre che qualche giorno dopo in piazza del Popolo con Renzi, nonostante sia stato detto di tutto su quella manifestazione.
Sicuramente sì ... Mi pare che la situazione che noi registriamo anche nei nostri quartieri, nelle nostre situazioni, è che c’è una consapevolezza da parte dei cittadini italiani, dei lavoratori, dei precari, ecc. che si gioca una partita molto importante e che il No sociale è un’occasione per mandare a casa questo governo e per respingere queste politiche che stanno massacrando il nostro paese.
E speriamo di poter cogliere questa occasione. Ringraziamo Angelo Fascetti, grazie per essere stato con noi.
Grazie a voi
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05/10/2016
Roma. Un avviso di garanzia per la giunta Raggi
Non porta il timbro della Procura della Repubblica ma politicamente è forse più pesante. E’ il messaggio inviato da una affollatissima assemblea popolare tenutasi oggi sulla piazza del Campidoglio per ribadire che Roma vuole cambiare, ma che la giunta Raggi sembra ancora lontanissima dalla discontinuità necessaria per realizzare il cambiamento auspicato (votato e voluto) da centinaia di migliaia di abitanti della Capitale nelle ultime elezioni. Il segnale mandato oggi dalla giunta è stato il peggiore. Un Campidoglio blindato da uno spiegamento esagerato di polizia, la Sala della Protomoteca – dove doveva tenersi l’assemblea – chiusa dalla polizia che consentiva l’accesso solo ai dipendenti comunali, il veto posto a tutti i membri della Giunta e della maggioranza M5S di partecipare all’assemblea. L’assemblea a quel punto si è dovuta tenere sulla piazza posizionandosi sulla scalinata laterale come una sorta di anfiteatro.
Quasi trenta interventi rigorosamente di cinque minuti l’uno, hanno visto alternarsi un intero mondo, il “mondo di sotto” fatto di tramvieri dell’Atac e gente della periferia, di netturbini dell’Ama e maestre comunali, di giovani dei centri sociali e inquilini dei Piani di Zona, un mondo che in molti casi ha avuto fiducia e maturato aspettative sul programma del M5S nel cambiamento da realizzare a Roma, che ha atteso i primi 100 giorni di governo per portare in piazza le proprie proposte con l’auspicio di poterle confrontare con una Giunta comunale bersagliata dai poteri forti e osteggiata da una macchina amministrativa fortemente permeata dai meccanismi che hanno reso possibile Mafia Capitale, ma che si è trovato davanti una Giunta comunale che oggi ha dato prova di idiozia politica. E’ difficile trovare un’altra definizione che renda l’idea.
Quattro introduzioni curate dalle organizzazioni che hanno promosso l’assemblea in Campidoglio (Carovana delle Periferie, Decide Roma, Forum Salviamo il Paesaggio, Unione Sindacale di Base), hanno aperto i lavori di una vera e propria agorà partecipata e appassionata.
Via via tutte le questioni sono state portate all’attenzione da decine di comitati ed organismi popolari o sindacali. “Oggi in Campidoglio si sono incontrati comitati territoriali, reti sociali, organizzazioni sindacali, spazi sociali autogestiti che hanno guardato con interesse e convinzione al fatto che dopo le ultime elezioni Roma vuole, possa e debba cambiare. Ma per farlo non basta cambiare il governo della città. È indispensabile liberarsi dei vincoli del patto di stabilità, ingaggiare una battaglia per le risorse da destinare ai servizi, alla mobilità, al ciclo dei rifiuti” – è scritto nella mozione finale approvata dall’assemblea.
Con oggi i promotori intendono avviare quello che definiscono un “processo” di costruzione della partecipazione popolare alle decisioni sulle scelte decisive sul futuro di Roma, un processo che prevede a novembre una settimana di assemblee popolari costitutive nei Municipi e un nuovo appuntamento in Campidoglio a gennaio per fare sintesi di quanto si è deliberato nei territori e fare una verifica definitiva con la giunta Raggi. “Una settimana di assemblee popolari dentro i municipi per discutere e decidere come fare pesare nelle scelte della nuova giunta comunale di Roma le questioni poste oggi a questa assemblea, in particolare: la rinegoziazione del micidiale debito del comune, lo stop alla cementificazione, alle privatizzazioni delle aziende municipalizzate, la fine di ogni complicità con i Piani di Zona, la moratoria di sfratti e sgomberi contro famiglie senza casa e spazi sociali, l’avvio del Piano Rifiuti che escluda gli inceneritori a Rocca Cencia e Salario, il rispetto dei diritti dei lavoratori comunali e l’apertura di un piano per la difesa dei beni comuni e per il lavoro nella nostra città” riporta il documento finale.
Ma a gennaio sarà anche l’ultima chiamata utile per la giunta Raggi che intanto dovrà farsi perdonare la pessima figura di oggi. La dichiarazione di estraneità e ostilità verso un momento alto, significativo e partecipato dell'espressione popolare che in questi anni si è opposta a Mafia Capitale, speculatori e politicanti del Pd, è un passo falso, forse peggiore del girotondo degli assessori che ha imbrigliato la giunta dal suo insediamento. L’avviso di garanzia alla giunta Raggi oggi a Roma c’è stato, ed è stato forte e chiaro.
Fonte e foto
Quasi trenta interventi rigorosamente di cinque minuti l’uno, hanno visto alternarsi un intero mondo, il “mondo di sotto” fatto di tramvieri dell’Atac e gente della periferia, di netturbini dell’Ama e maestre comunali, di giovani dei centri sociali e inquilini dei Piani di Zona, un mondo che in molti casi ha avuto fiducia e maturato aspettative sul programma del M5S nel cambiamento da realizzare a Roma, che ha atteso i primi 100 giorni di governo per portare in piazza le proprie proposte con l’auspicio di poterle confrontare con una Giunta comunale bersagliata dai poteri forti e osteggiata da una macchina amministrativa fortemente permeata dai meccanismi che hanno reso possibile Mafia Capitale, ma che si è trovato davanti una Giunta comunale che oggi ha dato prova di idiozia politica. E’ difficile trovare un’altra definizione che renda l’idea.
Quattro introduzioni curate dalle organizzazioni che hanno promosso l’assemblea in Campidoglio (Carovana delle Periferie, Decide Roma, Forum Salviamo il Paesaggio, Unione Sindacale di Base), hanno aperto i lavori di una vera e propria agorà partecipata e appassionata.
Via via tutte le questioni sono state portate all’attenzione da decine di comitati ed organismi popolari o sindacali. “Oggi in Campidoglio si sono incontrati comitati territoriali, reti sociali, organizzazioni sindacali, spazi sociali autogestiti che hanno guardato con interesse e convinzione al fatto che dopo le ultime elezioni Roma vuole, possa e debba cambiare. Ma per farlo non basta cambiare il governo della città. È indispensabile liberarsi dei vincoli del patto di stabilità, ingaggiare una battaglia per le risorse da destinare ai servizi, alla mobilità, al ciclo dei rifiuti” – è scritto nella mozione finale approvata dall’assemblea.
Con oggi i promotori intendono avviare quello che definiscono un “processo” di costruzione della partecipazione popolare alle decisioni sulle scelte decisive sul futuro di Roma, un processo che prevede a novembre una settimana di assemblee popolari costitutive nei Municipi e un nuovo appuntamento in Campidoglio a gennaio per fare sintesi di quanto si è deliberato nei territori e fare una verifica definitiva con la giunta Raggi. “Una settimana di assemblee popolari dentro i municipi per discutere e decidere come fare pesare nelle scelte della nuova giunta comunale di Roma le questioni poste oggi a questa assemblea, in particolare: la rinegoziazione del micidiale debito del comune, lo stop alla cementificazione, alle privatizzazioni delle aziende municipalizzate, la fine di ogni complicità con i Piani di Zona, la moratoria di sfratti e sgomberi contro famiglie senza casa e spazi sociali, l’avvio del Piano Rifiuti che escluda gli inceneritori a Rocca Cencia e Salario, il rispetto dei diritti dei lavoratori comunali e l’apertura di un piano per la difesa dei beni comuni e per il lavoro nella nostra città” riporta il documento finale.
Ma a gennaio sarà anche l’ultima chiamata utile per la giunta Raggi che intanto dovrà farsi perdonare la pessima figura di oggi. La dichiarazione di estraneità e ostilità verso un momento alto, significativo e partecipato dell'espressione popolare che in questi anni si è opposta a Mafia Capitale, speculatori e politicanti del Pd, è un passo falso, forse peggiore del girotondo degli assessori che ha imbrigliato la giunta dal suo insediamento. L’avviso di garanzia alla giunta Raggi oggi a Roma c’è stato, ed è stato forte e chiaro.
Fonte e foto
08/09/2016
Roma. I poteri forti e le contraddizioni nella Giunta Raggi
Le contraddizioni esplose dentro giunta comunale di Roma guidata dalla Raggi, giungono tutt’altro che impreviste. Già prima delle elezioni erano stati in molti a chiedere che la nuova giunta comunale scegliesse da subito la strada della discontinuità con le amministrazioni precedenti sul piano politico e nuove priorità sociali nelle scelte su Roma.
Una volta insediata la nuova amministrazione al governo di Roma, il blocco di interessi prosperato trasversalmente intorno ai poteri forti ha cercato con ogni mezzo di condizionare o boicottare la nuova giunta. La cosa è diventata evidente con le dimissioni di capo di gabinetto, superassessore al bilancio e alle aziende partecipate e amministratori delegati di Ama e Atac. Si tratta di dirigenti ereditati tutti o dallo staff del Commissario Tronca o dalle precedenti amministrazioni comunali. Parallelamente sono state e continuano ad essere praticate vergognose campagne stampa di giornalisti prezzolati sulle pagine del Corriere della Sera, La Repubblica, Il Messaggero, in tutti i telegiornali Rai normalizzati dai diktat di Renzi.
A Roma è fin troppo evidente che chi ha lucrato finora sul business dei rifiuti, dei biglietti clonati o della “manutenzione” dei bus dell’Atac, sulle cooperative sociali e soprattutto sulla cementificazione del territorio, non intende lasciare nulla di intentato per continuare a fare i propri affari sulla pelle della città, dei suoi abitanti e dei servizi pubblici. Una occasione per tutti è quella delle Olimpiadi del 2024 sulle quali si concentrano interessi affaristici fortissimi. Medesimo scenario è quello della cementificazione di Tor di Valle con il pretesto del nuovo stadio della Roma. Lo stesso governo non è estraneo a queste pressioni e niente esclude che quanto prima ricorrerà al ricatto sui finanziamenti e ai vincoli del pareggio di bilancio per tagliare i viveri alle amministrazioni locali dissonanti e che hanno punito il PD nelle ultime elezioni.
La scarsa conoscenza e indipendenza politica della giunta Raggi dalla macchina amministrativa (dirigenti, funzionari e i loro entourage) e la subordinazione alla logica della competenza ai tecnici, ha ridotto, riduce e ridurrà enormemente ogni possibilità di azione autonoma della giunta dagli apparati burocratici e affaristici dentro e intorno al Comune di Roma.
Il nemico da battere a Roma è stato chiaro a giugno (il PD e il suo sistema politico-affaristico) ed è chiaro oggi (i vecchi e i nuovi poteri forti finanziari, le lobby affaristiche intorno alle Olimpiadi etc.) ma la giunta comunale della Raggi sta mostrando tutte le sue contraddizioni e le sue responsabilità in questo clima a Roma. In questi primi due mesi sono state fatte scelte incomprensibili e dannose:
1) aver accettato di nominare in ruoli di rilievo funzionari e tecnocrati provenienti dallo staff del commissario Tronca o dalle precedenti amministrazioni di Marino e Alemanno;
2) essersi messi nelle mani dell’Anac (autorità anticorruzione) come se fosse un libro sacro;
3) continuare a subordinare le scelte politiche – che presuppongono una scelta chiara sugli interessi sociali da tutelare nella città – alle scelte tecniche nell’amministrazione;
4) aver rinunciato al richiamo alla mobilitazione popolare a sostegno della discontinuità verso la subordinazione ai poteri forti che hanno devastato e continuano a devastare la città;
5) infine, lo stesso entourage di cui si è circondato la Raggi non sembra affatto impermeabile come necessario ai vari gruppi di potere che non intendono rinunciare alla loro influenza in Campidoglio.
E’ inevitabile che proseguendo su questa strada si viaggia dritti verso l’ingovernabilità e verso la crisi della nuova amministrazione. Ma soprattutto si verrà meno alle aspettative politiche e sociali di cambiamento – manifestatesi con forza determinante soprattutto nelle periferie – che hanno portato il M5S al governo di Roma.
A Ottobre saranno ormai “ 100 giorni di governo”, una soglia psicologica e politica che consente un primo bilancio su come sta operando la nuova giunta comunale. Condividiamo lo spirito e la proposta con cui la Carovana delle Periferie intende far sì che questo primo bilancio avvenga in pubblico e con un confronto leale e diretto sulla Piazza della Campidoglio ai primi di ottobre.
In quella piazza e in quel confronto ci saremo.
Fonte
Una volta insediata la nuova amministrazione al governo di Roma, il blocco di interessi prosperato trasversalmente intorno ai poteri forti ha cercato con ogni mezzo di condizionare o boicottare la nuova giunta. La cosa è diventata evidente con le dimissioni di capo di gabinetto, superassessore al bilancio e alle aziende partecipate e amministratori delegati di Ama e Atac. Si tratta di dirigenti ereditati tutti o dallo staff del Commissario Tronca o dalle precedenti amministrazioni comunali. Parallelamente sono state e continuano ad essere praticate vergognose campagne stampa di giornalisti prezzolati sulle pagine del Corriere della Sera, La Repubblica, Il Messaggero, in tutti i telegiornali Rai normalizzati dai diktat di Renzi.
A Roma è fin troppo evidente che chi ha lucrato finora sul business dei rifiuti, dei biglietti clonati o della “manutenzione” dei bus dell’Atac, sulle cooperative sociali e soprattutto sulla cementificazione del territorio, non intende lasciare nulla di intentato per continuare a fare i propri affari sulla pelle della città, dei suoi abitanti e dei servizi pubblici. Una occasione per tutti è quella delle Olimpiadi del 2024 sulle quali si concentrano interessi affaristici fortissimi. Medesimo scenario è quello della cementificazione di Tor di Valle con il pretesto del nuovo stadio della Roma. Lo stesso governo non è estraneo a queste pressioni e niente esclude che quanto prima ricorrerà al ricatto sui finanziamenti e ai vincoli del pareggio di bilancio per tagliare i viveri alle amministrazioni locali dissonanti e che hanno punito il PD nelle ultime elezioni.
La scarsa conoscenza e indipendenza politica della giunta Raggi dalla macchina amministrativa (dirigenti, funzionari e i loro entourage) e la subordinazione alla logica della competenza ai tecnici, ha ridotto, riduce e ridurrà enormemente ogni possibilità di azione autonoma della giunta dagli apparati burocratici e affaristici dentro e intorno al Comune di Roma.
Il nemico da battere a Roma è stato chiaro a giugno (il PD e il suo sistema politico-affaristico) ed è chiaro oggi (i vecchi e i nuovi poteri forti finanziari, le lobby affaristiche intorno alle Olimpiadi etc.) ma la giunta comunale della Raggi sta mostrando tutte le sue contraddizioni e le sue responsabilità in questo clima a Roma. In questi primi due mesi sono state fatte scelte incomprensibili e dannose:
1) aver accettato di nominare in ruoli di rilievo funzionari e tecnocrati provenienti dallo staff del commissario Tronca o dalle precedenti amministrazioni di Marino e Alemanno;
2) essersi messi nelle mani dell’Anac (autorità anticorruzione) come se fosse un libro sacro;
3) continuare a subordinare le scelte politiche – che presuppongono una scelta chiara sugli interessi sociali da tutelare nella città – alle scelte tecniche nell’amministrazione;
4) aver rinunciato al richiamo alla mobilitazione popolare a sostegno della discontinuità verso la subordinazione ai poteri forti che hanno devastato e continuano a devastare la città;
5) infine, lo stesso entourage di cui si è circondato la Raggi non sembra affatto impermeabile come necessario ai vari gruppi di potere che non intendono rinunciare alla loro influenza in Campidoglio.
E’ inevitabile che proseguendo su questa strada si viaggia dritti verso l’ingovernabilità e verso la crisi della nuova amministrazione. Ma soprattutto si verrà meno alle aspettative politiche e sociali di cambiamento – manifestatesi con forza determinante soprattutto nelle periferie – che hanno portato il M5S al governo di Roma.
A Ottobre saranno ormai “ 100 giorni di governo”, una soglia psicologica e politica che consente un primo bilancio su come sta operando la nuova giunta comunale. Condividiamo lo spirito e la proposta con cui la Carovana delle Periferie intende far sì che questo primo bilancio avvenga in pubblico e con un confronto leale e diretto sulla Piazza della Campidoglio ai primi di ottobre.
In quella piazza e in quel confronto ci saremo.
Fonte
15/06/2016
L’appropriazione privata dei benefici del turismo a Roma (seconda parte)
Inchiesta. Gli arrivi turistici in Italia nel 2012 – tra italiani e stranieri – sono stati di circa 103 milioni di persone (molte delle quali magari solo in transito) con 381 milioni di presenze. Le presenze di stranieri dal 2002 al 2012 si sono incrementate del 24,1%, quelle italiane solo dello 0,2%.
Ma tutti questi soldi che girano intorno al turismo dove finiscono? Vediamo di ricostruire alcune filiere di questa appropriazione privata delle risorse derivanti dalle attività turistiche.
Cosa sono le OTA? Sono le Online Travel Agency quelle che prenotano, movimentano e fissano i prezzi dei pacchetti o delle notti nelle strutture turistiche a Roma. La prima disfatta è che questo incontro tra domanda e offerta di pacchetti o prenotazioni ha visto tagliati fuori tutti i siti turistici italiani, che di fatto non permettono l’acquisto diretto di camere d’albergo o servizi turistici a Roma. Si è passati ormai al monopolio o oligopolio di tre/quattro multinazionali straniere: Expedia, Bookings, Trivago, Tripadvisor. Le commissioni per i servizi di queste multinazionali arrivano anche al 35% e quindi circa 1 miliardo di euro di provvigioni sulle vendite di servizi turistici viene ormai fatturato all’estero. Il 61% dei turisti è arrivato a Roma utilizzando internet (quindi le OTA) e solo il 25% le classiche agenzie di viaggio. Ma dalla gestione in internet dei servizi, sono tagliati fuori sia enti pubblici che aziende italiane.
L’industria dello shopping. Abbiamo visto che l’Italia è al terzo posto nel mondo per il volume di spesa nello shopping dei turisti e che Roma è la prima meta turistica in Italia. Ma dove e come spendono i loro soldi i “travel detailer” che intasano la Capitale? Il 62% in abbigliamento, il 32% in accessori e borse, il 25% in calzature, il 24% in cibo e bevande, il 14% in libri, il 4% in gioielli. Già a occhio è l’evidente come i benefici siano soprattutto in settori non turistici. Proviamo ad essere più precisi. Su 100 euro di spesa, un turista dedicherà 26 euro all’alloggio, 28 allo shopping, 21 all’alimentazione, 8 ai trasporti e solo 7 alle visite culturali. Gli altri 7 li spenderà per divertimenti e altro.
Il patrimonio archeologico e artistico. E’ evidente come vedere lunghe file di turisti e visitatori davanti all’ingresso del Colosseo, dei musei o del Foro Romano faccia ritenere che questo afflusso sia un indicatore di beneficio per la città di Roma e del suo straordinario patrimonio culturale. Eppure si è scoperto che lo sciagurato regime di concessioni a privati da parte del Ministero dei Beni Culturali e del Comune, fa si che solo una parte degli introiti – talvolta irrisoria – arrivi nelle casse pubbliche che invece hanno a loro carico le spese del personale, della manutenzione etc. Il caso più clamoroso è quello del Colosseo dove ben l’80% di ogni biglietto finisce nelle casse private della società Electa (gruppo Mondadori) e di una cooperativa per la “gestione dei servizi”. Al pubblico resta solo il 20%. Una anomalia? No purtroppo è la regola da quando Mibac e Comune hanno scelto la strada della deresponsabilizzazione e della deregulation attraverso concessioni vantaggiosissime ai privati.
Quanto lavoro dà il turismo a Roma? In Italia i lavoratori occupati nel turismo sono ufficialmente 297.000 (erano 325.000 nel 2008) di cui 227.000 lavoratori dipendenti e 70.000 autonomi. Eppure le imprese registrate sono circa 200mila, tra multinazionali e imprese familiari. E’ evidente come in questi dati pesino sia il lavoro nero che la stagionalità. Nella Capitale i lavoratori occupati direttamente nell’industria turistica sono solo 31.500, di cui 24mila nel settore alberghiero e 7.500 nelle agenzie. I lavoratori occupati a Roma sono complessivamente circa 1.776.000, per cui già a occhio si comprende come il turismo vero e proprio non sia affatto un settore così rilevante. Certo, conta molto l’indotto (commercio, ristorazione etc.) ma per essere una risorsa così magnificata, quella del turismo non sembra proprio dare tutte le possibilità occupazionali che potrebbe avere. Nel settore alberghiero il costo del lavoro tra il 2008 e il 2012 è aumentato dell’1%, mentre il valore aggiunto del 2,4%. Nel settore delle agenzie e tour operator il costo del lavoro è invece diminuito del 3,3% mentre il valore aggiunto è cresciuto del 2%. E’ evidente come in questo settore abbia pesato sui salari e le condizioni dei lavoratori l’ipoteca del monopolio delle OTA.
Secondo il DUP approntato dal commissario Tronca, il giro d’affari sulla ricettività a Roma supera i 4 miliardi di euro (dato fondato su 32,8 milioni di presenze annuali con un soggiorno medio di 2,4 notti a turista). Insomma una montagna di soldi che producono solo poco più di 100 milioni di introiti per le casse comunali attraverso la tassa di soggiorno.
Questa mappa degli introiti dovuti dal turismo a Roma, ci consente di mettere i piedi nel piatto sulle responsabilità del Comune nella mancata redistribuzione delle risorse consentite dall’“oro di Roma”. L’unico strumento messo in campo è la famosa tassa di soggiorno introdotta nel marzo del 2011 con il federalismo fiscale. A Roma è stata aumentata con una delibera (la nr.44 dell’1/9/2014). Le previsioni d’incasso sul 2015 erano di 123 milioni rivisti però al ribasso perché il Giubileo straordinario si sta rivelando un flop. Dunque spetterebbe al Comune – come ente pubblico con responsabilità su tutti gli abitanti della città – redistribuire le risorse facendo in modo che esse arrivino anche a chi – essendo tagliato fuori geograficamente o economicamente dai benefici del turismo – non può usufruire di quella che è una risorsa collettiva e “naturale” di Roma. In realtà di questi soldi, nelle periferie non arriva una lira, anzi arrivano solo i costi attraverso le tasse sui rifiuti urbani tra le più alte d’Italia, l’irpef comunale più alta d’Italia, assenza di servizi, desertificazione del trasporto pubblico (concentrato nelle zone a più alta vocazione turistica), inesistente manutenzione stradale, disoccupazione etc. I dati ci dicono che all’aumento delle presenze turistiche a Roma non ha corrisposto un conseguente aumento delle entrate nelle casse pubbliche. Ciò significa che buona parte di questo valore aggiunto è andato in tasca ai privati.
Per questo motivo, ad esempio, una delle proposte avanzate dalla Carovana delle Periferie è quella di trasformare la tassa di soggiorno in una tassa di scopo per le periferie, destinando a queste tutti gli introiti della tassa di soggiorno e attuando quindi una prima, seppur insufficiente, redistribuzione delle risorse disponibili in città. Ma la responsabilità di questa redistribuzione ricadono tutte sulla istituzioni elettiva – rappresentativa in teoria di tutti gli abitanti – che deve decidere tra la totale deresponsabilizzazione vista in questi anni e un cambiamento radicale di passo e priorità. (fine seconda puntata).
Vedi la prima puntata: Il turismo è veramente l’oro di Roma?
Fonte
Ma tutti questi soldi che girano intorno al turismo dove finiscono? Vediamo di ricostruire alcune filiere di questa appropriazione privata delle risorse derivanti dalle attività turistiche.
Cosa sono le OTA? Sono le Online Travel Agency quelle che prenotano, movimentano e fissano i prezzi dei pacchetti o delle notti nelle strutture turistiche a Roma. La prima disfatta è che questo incontro tra domanda e offerta di pacchetti o prenotazioni ha visto tagliati fuori tutti i siti turistici italiani, che di fatto non permettono l’acquisto diretto di camere d’albergo o servizi turistici a Roma. Si è passati ormai al monopolio o oligopolio di tre/quattro multinazionali straniere: Expedia, Bookings, Trivago, Tripadvisor. Le commissioni per i servizi di queste multinazionali arrivano anche al 35% e quindi circa 1 miliardo di euro di provvigioni sulle vendite di servizi turistici viene ormai fatturato all’estero. Il 61% dei turisti è arrivato a Roma utilizzando internet (quindi le OTA) e solo il 25% le classiche agenzie di viaggio. Ma dalla gestione in internet dei servizi, sono tagliati fuori sia enti pubblici che aziende italiane.
L’industria dello shopping. Abbiamo visto che l’Italia è al terzo posto nel mondo per il volume di spesa nello shopping dei turisti e che Roma è la prima meta turistica in Italia. Ma dove e come spendono i loro soldi i “travel detailer” che intasano la Capitale? Il 62% in abbigliamento, il 32% in accessori e borse, il 25% in calzature, il 24% in cibo e bevande, il 14% in libri, il 4% in gioielli. Già a occhio è l’evidente come i benefici siano soprattutto in settori non turistici. Proviamo ad essere più precisi. Su 100 euro di spesa, un turista dedicherà 26 euro all’alloggio, 28 allo shopping, 21 all’alimentazione, 8 ai trasporti e solo 7 alle visite culturali. Gli altri 7 li spenderà per divertimenti e altro.
Il patrimonio archeologico e artistico. E’ evidente come vedere lunghe file di turisti e visitatori davanti all’ingresso del Colosseo, dei musei o del Foro Romano faccia ritenere che questo afflusso sia un indicatore di beneficio per la città di Roma e del suo straordinario patrimonio culturale. Eppure si è scoperto che lo sciagurato regime di concessioni a privati da parte del Ministero dei Beni Culturali e del Comune, fa si che solo una parte degli introiti – talvolta irrisoria – arrivi nelle casse pubbliche che invece hanno a loro carico le spese del personale, della manutenzione etc. Il caso più clamoroso è quello del Colosseo dove ben l’80% di ogni biglietto finisce nelle casse private della società Electa (gruppo Mondadori) e di una cooperativa per la “gestione dei servizi”. Al pubblico resta solo il 20%. Una anomalia? No purtroppo è la regola da quando Mibac e Comune hanno scelto la strada della deresponsabilizzazione e della deregulation attraverso concessioni vantaggiosissime ai privati.
Quanto lavoro dà il turismo a Roma? In Italia i lavoratori occupati nel turismo sono ufficialmente 297.000 (erano 325.000 nel 2008) di cui 227.000 lavoratori dipendenti e 70.000 autonomi. Eppure le imprese registrate sono circa 200mila, tra multinazionali e imprese familiari. E’ evidente come in questi dati pesino sia il lavoro nero che la stagionalità. Nella Capitale i lavoratori occupati direttamente nell’industria turistica sono solo 31.500, di cui 24mila nel settore alberghiero e 7.500 nelle agenzie. I lavoratori occupati a Roma sono complessivamente circa 1.776.000, per cui già a occhio si comprende come il turismo vero e proprio non sia affatto un settore così rilevante. Certo, conta molto l’indotto (commercio, ristorazione etc.) ma per essere una risorsa così magnificata, quella del turismo non sembra proprio dare tutte le possibilità occupazionali che potrebbe avere. Nel settore alberghiero il costo del lavoro tra il 2008 e il 2012 è aumentato dell’1%, mentre il valore aggiunto del 2,4%. Nel settore delle agenzie e tour operator il costo del lavoro è invece diminuito del 3,3% mentre il valore aggiunto è cresciuto del 2%. E’ evidente come in questo settore abbia pesato sui salari e le condizioni dei lavoratori l’ipoteca del monopolio delle OTA.
Secondo il DUP approntato dal commissario Tronca, il giro d’affari sulla ricettività a Roma supera i 4 miliardi di euro (dato fondato su 32,8 milioni di presenze annuali con un soggiorno medio di 2,4 notti a turista). Insomma una montagna di soldi che producono solo poco più di 100 milioni di introiti per le casse comunali attraverso la tassa di soggiorno.
Questa mappa degli introiti dovuti dal turismo a Roma, ci consente di mettere i piedi nel piatto sulle responsabilità del Comune nella mancata redistribuzione delle risorse consentite dall’“oro di Roma”. L’unico strumento messo in campo è la famosa tassa di soggiorno introdotta nel marzo del 2011 con il federalismo fiscale. A Roma è stata aumentata con una delibera (la nr.44 dell’1/9/2014). Le previsioni d’incasso sul 2015 erano di 123 milioni rivisti però al ribasso perché il Giubileo straordinario si sta rivelando un flop. Dunque spetterebbe al Comune – come ente pubblico con responsabilità su tutti gli abitanti della città – redistribuire le risorse facendo in modo che esse arrivino anche a chi – essendo tagliato fuori geograficamente o economicamente dai benefici del turismo – non può usufruire di quella che è una risorsa collettiva e “naturale” di Roma. In realtà di questi soldi, nelle periferie non arriva una lira, anzi arrivano solo i costi attraverso le tasse sui rifiuti urbani tra le più alte d’Italia, l’irpef comunale più alta d’Italia, assenza di servizi, desertificazione del trasporto pubblico (concentrato nelle zone a più alta vocazione turistica), inesistente manutenzione stradale, disoccupazione etc. I dati ci dicono che all’aumento delle presenze turistiche a Roma non ha corrisposto un conseguente aumento delle entrate nelle casse pubbliche. Ciò significa che buona parte di questo valore aggiunto è andato in tasca ai privati.
Per questo motivo, ad esempio, una delle proposte avanzate dalla Carovana delle Periferie è quella di trasformare la tassa di soggiorno in una tassa di scopo per le periferie, destinando a queste tutti gli introiti della tassa di soggiorno e attuando quindi una prima, seppur insufficiente, redistribuzione delle risorse disponibili in città. Ma la responsabilità di questa redistribuzione ricadono tutte sulla istituzioni elettiva – rappresentativa in teoria di tutti gli abitanti – che deve decidere tra la totale deresponsabilizzazione vista in questi anni e un cambiamento radicale di passo e priorità. (fine seconda puntata).
Vedi la prima puntata: Il turismo è veramente l’oro di Roma?
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30/05/2016
Il nemico è in città
Chi è il nemico nelle nostre città e come lottiamo contro di esso? Su queste domande sabato pomeriggio il centro sociale Corto Circuito di Roma, ha ospitato l’incontro nazionale promosso dalla Carovana delle Periferie per confrontarsi con le altre realtà politiche e sociali che lottano dentro le contraddizioni metropolitane nel nostro paese. Nella riunione sono intervenuti compagni e attivisti da Milano, Napoli, Bologna, Livorno, Cassino, Torino. Impossibilitati a partecipare i compagni di Genova e quelli dell’assemblea popolare di Bagnoli.
L’individuazione del nemico e il come rivolgere contro di esso la rabbia e le istanze popolari, non è affatto secondario soprattutto per chi agisce sul terreno metropolitano e nelle periferie, dove la destra o i poteri forti hanno spesso gioco facile nello scaricare le frustrazioni dei settori popolari verso finti bersagli ma “a portata di mano”: migranti, rom, autisti dei mezzi pubblici, impiegati dei servizi etc. Rovesciare i fattori e portare la gente a mobilitarsi contro il vero nemico, presuppone una visione lucida dei responsabili del massacro delle esigenze e delle condizioni di vita popolari. Da un lato le amministrazioni locali subalterne e complici con i diktat privatizzatori e tagliatori che vengono dal governo e da Bruxelles o comunque ingabbiate nell’obbligo del pareggio di bilancio che ha ormai superato anche il patto di stabilità. Anche gli amministratori locali meglio intenzionati si trovano davanti a scelte non mediabili: o l’accettazione dei vincoli o la rottura con essi e la minaccia dei commissariamenti. Ci sono poi i nuovi poteri forti che stanno sussumendo e disgregando i vecchi. I palazzinari vengono cooptati o marginalizzati da società più grandi che dispongono di maggiore liquidità e dalle multinazionali. Da tempo assistiamo all’assalto capitalistico sulle città per metterle “a valore” secondo i criteri del profitto privato. I governi centrali e locali ne agevolano gli appetiti con le privatizzazioni a tappeto dei servizi pubblici e del patrimonio abitativo.
La seconda domanda posta nella discussione affronta il problema di quali sono i settori sociali che si riesce a coinvolgere nel conflitto metropolitano e quali mancano. Sono note le difficoltà a mettere effettivamente insieme vertenze diverse, espressione di settori sociali diversi. Occupanti di case, inquilini delle case popolari, inquilini delle case pubbliche già privatizzate, ceti medi impoveriti dai pesanti cambiamenti legislativi ed economici intervenuti in questi dieci anni, disoccupati – giovani e meno giovani – che stanno cercando la leva per avviare una movimento per il lavoro e il reddito. La Carovana delle Periferie ha provato a rispondere a questa difficoltà dandosi l’obiettivo della costruzione dell’organizzazione sociale di massa guidata da una visione “politica” – cioè complessiva e non parcellizzata – della città e delle sue contraddizioni. Una sintesi che non è un programma con duecento obiettivi diversi ma l’individuazione degli obiettivi capaci di ricomporre un blocco sociale intorno alla definizione dei propri interessi in antagonismo ad altri interessi definiti.
Quali possono essere i punti comuni a tutti coloro che lottano nelle città, ossia in quelle situazioni “particolari” che però presentano ormai contraddizioni sempre più simili? Basta pensare che l’emergenza abitativa è esplosa anche in città una volta immuni al problema. Lo hanno testimoniato gli interventi dei compagni di Milano, Bologna, Livorno. Un primo elemento comune lo ha fornito il governo con il Testo Unico sui Servizi Pubblici Locali (all’interno della legge Madia) che punta alla privatizzazione di tutti i servizi, alla reintroduzione dell’obbligo della remunerazione per le aziende private che si accaparrano i servizi e ad un sistema di sanzioni verso le amministrazioni locali che non privatizzano. C’è poi la necessità della rottura con il ricatto del debito e dell’obbligo di pareggio di bilancio come forma di sopravvivenza e possibilità di decidere dove e come destinare le risorse disponibili delle amministrazioni locali. Infine c’è il come dare alla gente la possibilità di decidere su quanto avviene nel proprio territorio – sia essa una grande opera inutile o l’installazione di un campo rom – per responsabilizzare tutti e affrontare sia le vertenze necessarie che depotenziare le strumentalizzazioni della destra. L’esperienza delle assemblee popolari di Napoli o la proposta dei Comitati popolari di controllo, diventano materia di confronto reale e sperimentazione su questo.
La discussione e il confronto si sono aperti con grande interesse da parte di tutte le città presenti. Tra i primi appuntamenti c’è stato l’appello e la proposta di mobilitazione nelle varie città contro il Testo unico sulle privatizzazioni dei servizi locali intorno alla data del 13 giugno (anniversario della vittoria del referendum sull’acqua) e un appuntamento nazionale a fine giugno per fare il punto in previsione dell’autunno. Sullo sfondo, si affaccia la proposta dello sciopero generale annunciato per ora dall’Usb e lo scontro frontale sul referendum/plebiscito di Renzi a ottobre. Nelle aree metropolitane di questo paese è tempo che si respiri un’aria molto diversa da quella mefitica irrorata dalle classi dominanti.
Fonte
L’individuazione del nemico e il come rivolgere contro di esso la rabbia e le istanze popolari, non è affatto secondario soprattutto per chi agisce sul terreno metropolitano e nelle periferie, dove la destra o i poteri forti hanno spesso gioco facile nello scaricare le frustrazioni dei settori popolari verso finti bersagli ma “a portata di mano”: migranti, rom, autisti dei mezzi pubblici, impiegati dei servizi etc. Rovesciare i fattori e portare la gente a mobilitarsi contro il vero nemico, presuppone una visione lucida dei responsabili del massacro delle esigenze e delle condizioni di vita popolari. Da un lato le amministrazioni locali subalterne e complici con i diktat privatizzatori e tagliatori che vengono dal governo e da Bruxelles o comunque ingabbiate nell’obbligo del pareggio di bilancio che ha ormai superato anche il patto di stabilità. Anche gli amministratori locali meglio intenzionati si trovano davanti a scelte non mediabili: o l’accettazione dei vincoli o la rottura con essi e la minaccia dei commissariamenti. Ci sono poi i nuovi poteri forti che stanno sussumendo e disgregando i vecchi. I palazzinari vengono cooptati o marginalizzati da società più grandi che dispongono di maggiore liquidità e dalle multinazionali. Da tempo assistiamo all’assalto capitalistico sulle città per metterle “a valore” secondo i criteri del profitto privato. I governi centrali e locali ne agevolano gli appetiti con le privatizzazioni a tappeto dei servizi pubblici e del patrimonio abitativo.
La seconda domanda posta nella discussione affronta il problema di quali sono i settori sociali che si riesce a coinvolgere nel conflitto metropolitano e quali mancano. Sono note le difficoltà a mettere effettivamente insieme vertenze diverse, espressione di settori sociali diversi. Occupanti di case, inquilini delle case popolari, inquilini delle case pubbliche già privatizzate, ceti medi impoveriti dai pesanti cambiamenti legislativi ed economici intervenuti in questi dieci anni, disoccupati – giovani e meno giovani – che stanno cercando la leva per avviare una movimento per il lavoro e il reddito. La Carovana delle Periferie ha provato a rispondere a questa difficoltà dandosi l’obiettivo della costruzione dell’organizzazione sociale di massa guidata da una visione “politica” – cioè complessiva e non parcellizzata – della città e delle sue contraddizioni. Una sintesi che non è un programma con duecento obiettivi diversi ma l’individuazione degli obiettivi capaci di ricomporre un blocco sociale intorno alla definizione dei propri interessi in antagonismo ad altri interessi definiti.
Quali possono essere i punti comuni a tutti coloro che lottano nelle città, ossia in quelle situazioni “particolari” che però presentano ormai contraddizioni sempre più simili? Basta pensare che l’emergenza abitativa è esplosa anche in città una volta immuni al problema. Lo hanno testimoniato gli interventi dei compagni di Milano, Bologna, Livorno. Un primo elemento comune lo ha fornito il governo con il Testo Unico sui Servizi Pubblici Locali (all’interno della legge Madia) che punta alla privatizzazione di tutti i servizi, alla reintroduzione dell’obbligo della remunerazione per le aziende private che si accaparrano i servizi e ad un sistema di sanzioni verso le amministrazioni locali che non privatizzano. C’è poi la necessità della rottura con il ricatto del debito e dell’obbligo di pareggio di bilancio come forma di sopravvivenza e possibilità di decidere dove e come destinare le risorse disponibili delle amministrazioni locali. Infine c’è il come dare alla gente la possibilità di decidere su quanto avviene nel proprio territorio – sia essa una grande opera inutile o l’installazione di un campo rom – per responsabilizzare tutti e affrontare sia le vertenze necessarie che depotenziare le strumentalizzazioni della destra. L’esperienza delle assemblee popolari di Napoli o la proposta dei Comitati popolari di controllo, diventano materia di confronto reale e sperimentazione su questo.
La discussione e il confronto si sono aperti con grande interesse da parte di tutte le città presenti. Tra i primi appuntamenti c’è stato l’appello e la proposta di mobilitazione nelle varie città contro il Testo unico sulle privatizzazioni dei servizi locali intorno alla data del 13 giugno (anniversario della vittoria del referendum sull’acqua) e un appuntamento nazionale a fine giugno per fare il punto in previsione dell’autunno. Sullo sfondo, si affaccia la proposta dello sciopero generale annunciato per ora dall’Usb e lo scontro frontale sul referendum/plebiscito di Renzi a ottobre. Nelle aree metropolitane di questo paese è tempo che si respiri un’aria molto diversa da quella mefitica irrorata dalle classi dominanti.
Fonte
29/05/2016
Esperienze a confronto dalle periferie in lotta
Ripartiamo dalle periferie: questa è stata la ragione profonda che ci ha guidato nel lavoro dell’ultimo anno, insieme ad altre strutture che hanno dato vita alla Carovana delle periferie. Un lavoro faticoso, dove il necessario “grigio lavoro quotidiano” si coniuga con il senso di una riflessione più generale sui nostri compiti politici, con uno sguardo sempre attento alla dimensione generale del problema che abbiamo davanti: il radicamento sociale. La Carovana è un tentativo sperimentale, per molti versi inedito, di lavorare dall’alto e dal basso.
Siamo convinti che non può esistere alcun lavoro dal basso, anche radicato e vitale, senza una prospettiva generale, come non può funzionare alcun intervento dall’alto senza una spinta direttiva dal basso, delle varie espressioni sociali più o meno organizzate. La sfida che la Carovana mette in campo sta nel trattare queste due spinte con una tensione e con un equilibrio tenendo sempre conto che queste due pressioni sono un’energia che produce e induce partecipazione, organizzazione, combattività e soprattutto riconoscimento nella classe, che è la cifra del radicamento nel mondo della periferia, che non è solo più un fatto meramente geografico, ma assume i connotati di fatto politico, di un’antropologica opposizione (per ora largamente non cosciente) alla “città vetrina”, alla città dei grandi eventi, internazionalizzata e spersonalizzata. Questa è la sfida che la Carovana cerca di raccogliere: ricostruire nella città dis-urbanizzata un’organizzazione sociale di massa. Un movimento fatto di militanti, di simpatizzanti, di attivisti di quartiere, di reti sociali, sedi e lavoro territoriale quotidiano. Non si parte da zero, l’esperienza si sta accumulando e il campo deve essere ben seminato se si vuole concretamente sperare di raccogliere qualche frutto. Questa è la fase del fare, del costruire occasioni di mobilitazione per rendere la massa critica un fatto sociale e politico. Questo tentativo di costruire un attivismo metropolitano dove si coniughino le figure del militante sindacale, dell’attivista territoriale, del militante politico, è un esperimento positivo, che può dare qualche frutto nel prossimo periodo. E che, soprattutto, può essere riprodotto in contesti diversi. La Carovana, in questo senso, punta ad essere anche un metodo di lavoro.
Ci aspettano mesi intensi. Da una parte la prossima giunta comunale, qualunque essa sia, dovrà fare i conti con una città di fatto fallita, con una situazione di indebitamento che avrebbe fatto tracollare qualsiasi altra città ma non Roma, perché l’impatto politico e simbolico di questa evento sarebbe poco gestibile. I vincoli del pareggio di bilancio che impongono anche alla governance capitolina di attenersi ai dettami del governo Renzi e della Commissione europea, suggeriscono che la condizione generale delle periferie non certo è destinata a migliorare. Senza parlare della privatizzazione dei servizi pubblici locali che, grazie al decreto collegato alla riforma della Pubblica amministrazione del ministro della Funzione pubblica Madia, sarà il vero cavallo di troia con cui si procederà dall’alto, bypassando le amministrazioni comunali, alla depubblicizzazione dei servizi a rete, dei servizi di rilevanza generale (acqua, gas, luce, rifiuti, trasporti pubblici), con la presenza pubblica che sarà sempre più sussidiaria, secondaria, residuale: un’economia pubblica che servirà a mettere le toppe ai processi di disintegrazione liberista, accumulando debiti per conto delle aziende private. Dall’altra la condizione delle periferie, che con queste premesse sono destinate a un sensibile peggioramento, a una marginalizzazione ancora più profonda, col rischio che le sirene reazionarie e fasciste che soffiano sul fuoco della disperazione, dell’insicurezza sociale e della paura possono produrre mobilitazione e incanalare l’insofferenza verso il capro espiatorio del rifugiato o dell’immigrato che ruba il lavoro ai romani.
La situazione romana, come d’altronde anche quella napoletana per altri versi, assume quindi una connotazione molto particolare, dove si concentra potenzialmente una bomba sociale e dove la governance ordoliberista potrebbe entrare in crisi, anche grazie alla possibile sconfitta del gestore principale di questa politica in città: il Pd di Matteo Renzi. Ma la partita non è solo cittadina, quanto soprattutto nazionale, a partire dalle due grandi questioni che sono sul tappeto da qui all’autunno: la prima che possiamo definire tranquillamente la madre di tutte le battaglie è il referendum costituzionale, che in realtà è il referendum pro o contro il governo Renzi; l’altra è il punto del proseguimento del processo delle privatizzazioni.
Su questa base parteciperemo alla riunione nazionale di sabato 28 al centro sociale Corto Circuito, per discutere con i compagni di altre città sulla periferia e la crisi, su come contrastare il processo delle privatizzazioni dei servizi pubblici cittadini e trattare il nodo della ricostruzione di un blocco sociale nelle nostre metropoli. Per capire se è possibile un metodo di lavoro comune e progressivo, che tenga in conto delle differenze dei vari contesti ma che sappia darsi un orizzonte di mobilitazione comune.
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Siamo convinti che non può esistere alcun lavoro dal basso, anche radicato e vitale, senza una prospettiva generale, come non può funzionare alcun intervento dall’alto senza una spinta direttiva dal basso, delle varie espressioni sociali più o meno organizzate. La sfida che la Carovana mette in campo sta nel trattare queste due spinte con una tensione e con un equilibrio tenendo sempre conto che queste due pressioni sono un’energia che produce e induce partecipazione, organizzazione, combattività e soprattutto riconoscimento nella classe, che è la cifra del radicamento nel mondo della periferia, che non è solo più un fatto meramente geografico, ma assume i connotati di fatto politico, di un’antropologica opposizione (per ora largamente non cosciente) alla “città vetrina”, alla città dei grandi eventi, internazionalizzata e spersonalizzata. Questa è la sfida che la Carovana cerca di raccogliere: ricostruire nella città dis-urbanizzata un’organizzazione sociale di massa. Un movimento fatto di militanti, di simpatizzanti, di attivisti di quartiere, di reti sociali, sedi e lavoro territoriale quotidiano. Non si parte da zero, l’esperienza si sta accumulando e il campo deve essere ben seminato se si vuole concretamente sperare di raccogliere qualche frutto. Questa è la fase del fare, del costruire occasioni di mobilitazione per rendere la massa critica un fatto sociale e politico. Questo tentativo di costruire un attivismo metropolitano dove si coniughino le figure del militante sindacale, dell’attivista territoriale, del militante politico, è un esperimento positivo, che può dare qualche frutto nel prossimo periodo. E che, soprattutto, può essere riprodotto in contesti diversi. La Carovana, in questo senso, punta ad essere anche un metodo di lavoro.
Ci aspettano mesi intensi. Da una parte la prossima giunta comunale, qualunque essa sia, dovrà fare i conti con una città di fatto fallita, con una situazione di indebitamento che avrebbe fatto tracollare qualsiasi altra città ma non Roma, perché l’impatto politico e simbolico di questa evento sarebbe poco gestibile. I vincoli del pareggio di bilancio che impongono anche alla governance capitolina di attenersi ai dettami del governo Renzi e della Commissione europea, suggeriscono che la condizione generale delle periferie non certo è destinata a migliorare. Senza parlare della privatizzazione dei servizi pubblici locali che, grazie al decreto collegato alla riforma della Pubblica amministrazione del ministro della Funzione pubblica Madia, sarà il vero cavallo di troia con cui si procederà dall’alto, bypassando le amministrazioni comunali, alla depubblicizzazione dei servizi a rete, dei servizi di rilevanza generale (acqua, gas, luce, rifiuti, trasporti pubblici), con la presenza pubblica che sarà sempre più sussidiaria, secondaria, residuale: un’economia pubblica che servirà a mettere le toppe ai processi di disintegrazione liberista, accumulando debiti per conto delle aziende private. Dall’altra la condizione delle periferie, che con queste premesse sono destinate a un sensibile peggioramento, a una marginalizzazione ancora più profonda, col rischio che le sirene reazionarie e fasciste che soffiano sul fuoco della disperazione, dell’insicurezza sociale e della paura possono produrre mobilitazione e incanalare l’insofferenza verso il capro espiatorio del rifugiato o dell’immigrato che ruba il lavoro ai romani.
La situazione romana, come d’altronde anche quella napoletana per altri versi, assume quindi una connotazione molto particolare, dove si concentra potenzialmente una bomba sociale e dove la governance ordoliberista potrebbe entrare in crisi, anche grazie alla possibile sconfitta del gestore principale di questa politica in città: il Pd di Matteo Renzi. Ma la partita non è solo cittadina, quanto soprattutto nazionale, a partire dalle due grandi questioni che sono sul tappeto da qui all’autunno: la prima che possiamo definire tranquillamente la madre di tutte le battaglie è il referendum costituzionale, che in realtà è il referendum pro o contro il governo Renzi; l’altra è il punto del proseguimento del processo delle privatizzazioni.
Su questa base parteciperemo alla riunione nazionale di sabato 28 al centro sociale Corto Circuito, per discutere con i compagni di altre città sulla periferia e la crisi, su come contrastare il processo delle privatizzazioni dei servizi pubblici cittadini e trattare il nodo della ricostruzione di un blocco sociale nelle nostre metropoli. Per capire se è possibile un metodo di lavoro comune e progressivo, che tenga in conto delle differenze dei vari contesti ma che sappia darsi un orizzonte di mobilitazione comune.
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17/05/2016
Roma. Una città “disfatta” dagli interessi privati. Le controproposte ai candidati sindaci
La bellissima sala della Protomoteca in Campidoglio ha visto un pubblico e argomentazioni decisamente insoliti per un luogo solitamente dedicato al cerimoniale. Centinaia di lavoratrici, lavoratori, abitanti dei quartieri, delegati sindacali dell’Usb hanno riempito la sala per un convegno organizzato dalla federazione romana del sindacato in due sessioni di lavoro. La prima sul ruolo del lavoro pubblico oggi sotto attacco dei diktat europei e delle misure del governo, la seconda dedicata alle proposte per la città con un confronto al quale erano stati invitati alcuni candidati a sindaco.
“Restiamo convinti che l’Unione Europea sia la malattia e non la cura” ha concluso tra gli applausi la prima sessione Emidia Papi. Nel corso della sessione diversi interventi hanno illustrato sia le vertenze in corso nel pubblico impiego che quelle generali su welfare state e lavoro. I delegati dell’Agenzia delle Entrate hanno approntato un volantone spiegando quale sia “Il fisco che vogliamo”, rovesciando completamente i parametri di una fiscalità che ancora oggi accentua le disuguaglianze sociali invece che attenuarle.
La seconda sessione, dedicata invece ai problemi della città e alle proposte che l’Usb avanza ai candidati sindaci, è stata introdotta da Guido Lutrario che ha battuto soprattutto su due punti: il lavoro che ci sarebbe e che invece viene negato – a partire dalle carenze riconosciute nelle piante organiche dei servizi comunali e delle aziende municipalizzate – e il no a tutto tondo ai processi di privatizzazione dei servizi e delle aziende pubbliche. Roma è una città “disfatta” dalla predominanza degli interessi privati anche nell’estensione stessa della città. Questo dogma si appesantirà nei prossimi mesi con il Testo Unico sulla privatizzazione dei servizi pubblici messo in cantiere dal governo e imposto dall’Unione Europea. Di fronte a questo la logica della “buona amministrazione non basta”. La proposta è quella di un Piano Metropolitano per l’occupazione che rimetta il lavoro al centro delle priorità cittadine e un muro politico e sociale contro le privatizzazioni.
E’ toccato invece ad Angelo Fascetti dell’Asia/Usb sottolineare l’altra priorità cittadina ossia quella abitativa. “A Londra, il nuovo sindaco, la prima misura che ha annunciato è quella di 50mila alloggi popolari in un paese dove l’edilizia pubblica già rappresenta il 23% del patrimonio abitativo”. In Italia siamo ormai al 3%, una abdicazione totale agli interessi privati nel settore abitativo che ha prodotto e continua a produrre disastri sia sul versante dell’emergenza casa che su quello residenziale, come dimostrato dalla complicità di Comune e Regione nella truffa sui Piani di Zona.
Si sono poi susseguiti gli interventi delle varie realtà lavorative della città – come le educatrici reduci da un durissimo braccio di ferro con il ministro Madia contro i licenziamenti sfociato nell’occupazione della chiesa di Sant’Andrea della Valle con il ministro costretto a incontrare le lavoratici dentro la chiesa occupata – ai lavoratori delle aziende di trasporto pubblico e privato, a quelli dell’Ama, ai lavoratori comunali stessi, all’Alitalia. Tutti hanno battuto sullo stesso tasto: si al lavoro e ai servizi pubblici no alla privatizzazione che punta solo al profitto a discapito dei servizi e delle condizioni di lavoro. Importante l’intervento di Viviana Ruggeri (Usb Ricerca) che ha illustrato il Piano Metropolitano per l’Occupazione, un piano contro la povertà crescente e che vede ormai protagonisti – oltre ai disoccupati – i lavoratori poveri, cioè lavoratrici e lavoratori con un salario così basso da trascinarli nel gorgo della povertà. A Roma i dati, decostruiti e ricostruiti nel documento presentato, descrivono una situazione della disuguaglianza sociale ormai estesa, pesante e drammatica.
Un contributo è venuto anche dalla Carovana delle Periferie che ha riassunto le proprie proposte contenute nei “Sette punti” programmatici, avanzando soluzioni concrete come l’utilizzo dei proventi della tassa di soggiorno sul turismo in una tassa/fondo da destinare alle periferie come strumento di vera redistribuzione delle risorse nella città o l’utilizzo dei fondi europei previsti dall’Agenda Urbana e che la Regione Lazio non ha in alcun modo messo in progetto. Infine ha posto la questione democratica: chi decide sulle scelte nei territori? Dunque più risorse e poteri decisionali ai municipi, istituzioni di prossimità in una enorme metropoli come Roma, e assemblee comuni tra abitanti e strutture istituzionali prima di decidere e per decidere sugli interventi nei territori, siano essi un inceneritore, un centro commerciale, un campo nomadi o un centro di accoglienza. “Il confronto, anche aspro, e la conoscenza reciproca e preventiva, possono disinnescare le tensioni e i conflitti strumentalizzati dalla destra, ossia da chi vuole la guerra tra poveri per poter fare meglio la guerra contro i poveri”.
In sala gli unici candidati sindaci presenti erano Virginia Raggi e Alessandro Mustillo. Fassina,come noto è alle prese con l’esclusione della sua lista e con problemi di “fuoco amico”, Giachetti ovviamente non pervenuto. Mustillo non è potuto intervenire perché pressato da altri impegni, la candidata del M5S Virgina Raggi ha affermato ufficialmente nel suo intervento almeno un paio di cose importanti: la prima è che “la privatizzazione dei servizi è fuori discussione anche se il governo mette i bastoni tra le ruote a chi vuole mantenere i servizi pubblici”, la seconda è che sul problema abitativo “ non c’è bisogno di nuovo colate di cemento ma di utilizzare l’esistente”. Interessante anche il passaggio sul debito del Comune che è soprattutto debito finanziario che nessuno ha mai provato a ricontrattare con le banche. Dichiarazioni importanti che adesso andranno messe a verifica una volta che, in un modo o nell’altro, sarà conclusa la campagna elettorale e Roma avrà una nuova giunta comunale. Difficile sapere oggi quanta consapevolezza ci sia che su questo terreno non si può che andare ad uno scontro frontale sia con il governo che con i diktat delle istituzioni europee. La vera differenza e la vera posta in gioco, anche per chi vuole amministrare le città, continuano ad essere queste.
Fonte
“Restiamo convinti che l’Unione Europea sia la malattia e non la cura” ha concluso tra gli applausi la prima sessione Emidia Papi. Nel corso della sessione diversi interventi hanno illustrato sia le vertenze in corso nel pubblico impiego che quelle generali su welfare state e lavoro. I delegati dell’Agenzia delle Entrate hanno approntato un volantone spiegando quale sia “Il fisco che vogliamo”, rovesciando completamente i parametri di una fiscalità che ancora oggi accentua le disuguaglianze sociali invece che attenuarle.
La seconda sessione, dedicata invece ai problemi della città e alle proposte che l’Usb avanza ai candidati sindaci, è stata introdotta da Guido Lutrario che ha battuto soprattutto su due punti: il lavoro che ci sarebbe e che invece viene negato – a partire dalle carenze riconosciute nelle piante organiche dei servizi comunali e delle aziende municipalizzate – e il no a tutto tondo ai processi di privatizzazione dei servizi e delle aziende pubbliche. Roma è una città “disfatta” dalla predominanza degli interessi privati anche nell’estensione stessa della città. Questo dogma si appesantirà nei prossimi mesi con il Testo Unico sulla privatizzazione dei servizi pubblici messo in cantiere dal governo e imposto dall’Unione Europea. Di fronte a questo la logica della “buona amministrazione non basta”. La proposta è quella di un Piano Metropolitano per l’occupazione che rimetta il lavoro al centro delle priorità cittadine e un muro politico e sociale contro le privatizzazioni.
E’ toccato invece ad Angelo Fascetti dell’Asia/Usb sottolineare l’altra priorità cittadina ossia quella abitativa. “A Londra, il nuovo sindaco, la prima misura che ha annunciato è quella di 50mila alloggi popolari in un paese dove l’edilizia pubblica già rappresenta il 23% del patrimonio abitativo”. In Italia siamo ormai al 3%, una abdicazione totale agli interessi privati nel settore abitativo che ha prodotto e continua a produrre disastri sia sul versante dell’emergenza casa che su quello residenziale, come dimostrato dalla complicità di Comune e Regione nella truffa sui Piani di Zona.
Si sono poi susseguiti gli interventi delle varie realtà lavorative della città – come le educatrici reduci da un durissimo braccio di ferro con il ministro Madia contro i licenziamenti sfociato nell’occupazione della chiesa di Sant’Andrea della Valle con il ministro costretto a incontrare le lavoratici dentro la chiesa occupata – ai lavoratori delle aziende di trasporto pubblico e privato, a quelli dell’Ama, ai lavoratori comunali stessi, all’Alitalia. Tutti hanno battuto sullo stesso tasto: si al lavoro e ai servizi pubblici no alla privatizzazione che punta solo al profitto a discapito dei servizi e delle condizioni di lavoro. Importante l’intervento di Viviana Ruggeri (Usb Ricerca) che ha illustrato il Piano Metropolitano per l’Occupazione, un piano contro la povertà crescente e che vede ormai protagonisti – oltre ai disoccupati – i lavoratori poveri, cioè lavoratrici e lavoratori con un salario così basso da trascinarli nel gorgo della povertà. A Roma i dati, decostruiti e ricostruiti nel documento presentato, descrivono una situazione della disuguaglianza sociale ormai estesa, pesante e drammatica.
Un contributo è venuto anche dalla Carovana delle Periferie che ha riassunto le proprie proposte contenute nei “Sette punti” programmatici, avanzando soluzioni concrete come l’utilizzo dei proventi della tassa di soggiorno sul turismo in una tassa/fondo da destinare alle periferie come strumento di vera redistribuzione delle risorse nella città o l’utilizzo dei fondi europei previsti dall’Agenda Urbana e che la Regione Lazio non ha in alcun modo messo in progetto. Infine ha posto la questione democratica: chi decide sulle scelte nei territori? Dunque più risorse e poteri decisionali ai municipi, istituzioni di prossimità in una enorme metropoli come Roma, e assemblee comuni tra abitanti e strutture istituzionali prima di decidere e per decidere sugli interventi nei territori, siano essi un inceneritore, un centro commerciale, un campo nomadi o un centro di accoglienza. “Il confronto, anche aspro, e la conoscenza reciproca e preventiva, possono disinnescare le tensioni e i conflitti strumentalizzati dalla destra, ossia da chi vuole la guerra tra poveri per poter fare meglio la guerra contro i poveri”.
In sala gli unici candidati sindaci presenti erano Virginia Raggi e Alessandro Mustillo. Fassina,come noto è alle prese con l’esclusione della sua lista e con problemi di “fuoco amico”, Giachetti ovviamente non pervenuto. Mustillo non è potuto intervenire perché pressato da altri impegni, la candidata del M5S Virgina Raggi ha affermato ufficialmente nel suo intervento almeno un paio di cose importanti: la prima è che “la privatizzazione dei servizi è fuori discussione anche se il governo mette i bastoni tra le ruote a chi vuole mantenere i servizi pubblici”, la seconda è che sul problema abitativo “ non c’è bisogno di nuovo colate di cemento ma di utilizzare l’esistente”. Interessante anche il passaggio sul debito del Comune che è soprattutto debito finanziario che nessuno ha mai provato a ricontrattare con le banche. Dichiarazioni importanti che adesso andranno messe a verifica una volta che, in un modo o nell’altro, sarà conclusa la campagna elettorale e Roma avrà una nuova giunta comunale. Difficile sapere oggi quanta consapevolezza ci sia che su questo terreno non si può che andare ad uno scontro frontale sia con il governo che con i diktat delle istituzioni europee. La vera differenza e la vera posta in gioco, anche per chi vuole amministrare le città, continuano ad essere queste.
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20/04/2016
Roma. Picchetto antisfratti di massa a Castelverde. La polizia non si vede
Andare a Castelverde significa farsi un’idea dell’espansione e del limite della città. Questa mattina presto ci si è dati appuntamento per un picchetto di massa con l’obiettivo dichiarato di bloccare 27 sfratti prodotti dalla truffa dei Piani di Zona. Dopo chilometri di strade in mezzo alla campagna punteggiata da insediamenti abitativi si arriva ad una rotonda con una strada stretta ristretta da due jersey. Oltre ci sono le case del Piano di Zona, alcune palazzine prive di ogni opera di urbanizzazione ma vendute o affittate a prezzi di mercato invece che ai prezzi convenzionati dovuti al fatto che i costruttori hanno ricevuto concessioni e finanziamenti pubblici. Oltre le palazzine si staglia la vetta di Monte Gennaro (quasi mille metri), uno scenario che sembra quasi la Val di Susa con boschi e sentieri piuttosto che uno scenario metropolitano.
Alle 7.30 di mattina ci saranno circa duecento persone. Il tam tam lanciato dall’Asia/Usb, dalla Carovana delle Periferie, dal coordinamento dei Piani di Zona (migliaia di famiglie), ha prodotto un appuntamento di lotta e resistenza condiviso. Attivisti e inquilini sono arrivati dai vari quartieri a dare un mano. Si riconoscono molti veterani di tanti picchetti antisfratto. C’è anche Bruna, sfrattata recentemente ma che ormai non si perde una manifestazione. C’è preoccupazione. Ieri il Corriere della Sera dava questo sfratti già come praticamente eseguiti. Si aspettano i blindati della polizia. Le staffette vanno e vengono ma si segnala solo la presenza discreta di un paio di agenti in borghese. Il picchetto di questa mattina è diventato però quasi un evento. In giro ci sono diverse telecamere e fotografi.
La truffa dei Piani di Zona ormai è esplosa – come denunciato anche dal nostro giornale già dai primi giorni dell’inchiesta Mafia Capitale come la “ciccia” su cui indagare – ed è diventato un tema rognoso dell’agenda politica cittadina. Le responsabilità del Comune e della Regione sono enormi e conclamate. Hanno dato i soldi ai costruttori privati (società e cooperative) e non hanno controllato come venivano utilizzati. Il risultato è che i Piani di Zona, nati con la famosa legge 167 per creare edilizia a prezzi agevolati, si sono trasformati in una speculazione vera e propria e poi in una truffa ai danni delle migliaia di famiglie coinvolte. Gli sfratti a Castelverde sono stati richiesti dalla Unipol Banca che ha pignorato gli appartamenti costruiti dalla società Cee srl debitrice della banca. A farne le spese però sono famiglie che hanno già comprato le case e che adesso si vedono chiedere altri soldi, tanti, troppi.
La 167 e i Piani di Zona, dovevano servire a quei ceti sociali troppo “ricchi” per poter usufruire delle case popolari ma troppo “poveri” per accedere al mercato dell’abitazione. Dunque un ceto medio composto da lavoratori dipendenti, piccoli artigiani, etc che per tutto un periodo è stato l’ossatura anche elettorale dei partiti tradizionali. Ma la speculazione, la logica del mercato, la complicità istituzionale ed infine la crisi, hanno fatto precipitare il cielo sulla testa di ampie quote di questo ceto medio. Un po’ come quanto avvenuto nelle case degli enti previdenziali (Inpdap, Enasarco, Enpaia etc), nati anch’essi per calmierare il tossico mercato immobiliare ma poi privatizzate con impennate degli affitti fino al raddoppio e vendita a prezzi di mercato. Cifre diventate irraggiungibili per lavoratori e pensionati. Sullo sfondo un'emergenza abitativa fatta da nuclei familiari di immigrati, da famiglie sfrattate, da nuclei coabitanti, con Roma che continua ad avere la non certo invidiabile nomination come “capitale degli sfratti”. Un problema storico, mai affrontato con serietà e soprattutto mai risolto.
A Castelverde la polizia non si vede, il tam tam prosegue, le telecamere girano in cerca magari di situazione “penose” da anteporre come immagine a qualsiasi denuncia più sostanziale e di contenuto su questa situazione. Arrivano anche i refoli della campagna elettorale. Ad un certo punto si palesa il candidato sindaco della sinistra Fassina. Prima ancora la deputata del M5S Lombardi (che però non è candidata ed ha eletto a suo ufficio parlamentare una casa sotto sfratto riuscendo a bloccarlo). Si mette in moto quel rituale penoso del “ codazzo” di cronisti e reporter in cerca di una dichiarazione di 19 secondi da buttare in un TG o in un pezzo di cronaca. Comincia l’assemblea popolare sotto le case. Angelo Fascetti dell’Asia/Usb, una vita dentro la lotta per la casa a Roma, ricostruisce la vicenda dei Piani di Zona e va giù duro con le responsabilità e i silenzi di Comune e Regione, intervengono gli abitanti dei vari Piani di Zona che costellano la periferia romana, interviene Guido Lutrario per la Carovana delle Periferie e via via tanti altri. Un pò di contestazione c’è stata quando ha preso la parola Fassina.
Alla fine dell’assemblea si dichiara lo “scampato pericolo” per oggi, ma già ci si dà appuntamento per il 28 aprile per bloccare gli sfratti nelle case del Piano di Zona di Tor Vergata in via Marcello Gallian 20. Circola la voce di una moratoria de facto di sfratti e sgomberi fino alle elezioni e alla nomina della nuova giunta. Resta però il problema di una situazione vergognosa, avallata dalle istituzioni e da alcuni magistrati, e che va risolta pienamente con una riscrittura completa dei passaggi effettuati fino ad oggi. Rimane poi il problema di fondo: una strategia per la soluzione dell’emergenza abitativa e per tagliare le unghie ala speculazione immobiliare.
La Carovana delle Periferie nei suoi sette punti ha avanzato la proposta di un Piano Metropolitano per le abitazioni che tiene insieme i due aspetti. Parlarne prima delle elezioni ha un senso, metterlo con forza in piazza subito dopo – e con un interlocutore politico definito – diventa l’orizzonte vero sul quale regolarsi.
Fonte
Alle 7.30 di mattina ci saranno circa duecento persone. Il tam tam lanciato dall’Asia/Usb, dalla Carovana delle Periferie, dal coordinamento dei Piani di Zona (migliaia di famiglie), ha prodotto un appuntamento di lotta e resistenza condiviso. Attivisti e inquilini sono arrivati dai vari quartieri a dare un mano. Si riconoscono molti veterani di tanti picchetti antisfratto. C’è anche Bruna, sfrattata recentemente ma che ormai non si perde una manifestazione. C’è preoccupazione. Ieri il Corriere della Sera dava questo sfratti già come praticamente eseguiti. Si aspettano i blindati della polizia. Le staffette vanno e vengono ma si segnala solo la presenza discreta di un paio di agenti in borghese. Il picchetto di questa mattina è diventato però quasi un evento. In giro ci sono diverse telecamere e fotografi.
La truffa dei Piani di Zona ormai è esplosa – come denunciato anche dal nostro giornale già dai primi giorni dell’inchiesta Mafia Capitale come la “ciccia” su cui indagare – ed è diventato un tema rognoso dell’agenda politica cittadina. Le responsabilità del Comune e della Regione sono enormi e conclamate. Hanno dato i soldi ai costruttori privati (società e cooperative) e non hanno controllato come venivano utilizzati. Il risultato è che i Piani di Zona, nati con la famosa legge 167 per creare edilizia a prezzi agevolati, si sono trasformati in una speculazione vera e propria e poi in una truffa ai danni delle migliaia di famiglie coinvolte. Gli sfratti a Castelverde sono stati richiesti dalla Unipol Banca che ha pignorato gli appartamenti costruiti dalla società Cee srl debitrice della banca. A farne le spese però sono famiglie che hanno già comprato le case e che adesso si vedono chiedere altri soldi, tanti, troppi.
La 167 e i Piani di Zona, dovevano servire a quei ceti sociali troppo “ricchi” per poter usufruire delle case popolari ma troppo “poveri” per accedere al mercato dell’abitazione. Dunque un ceto medio composto da lavoratori dipendenti, piccoli artigiani, etc che per tutto un periodo è stato l’ossatura anche elettorale dei partiti tradizionali. Ma la speculazione, la logica del mercato, la complicità istituzionale ed infine la crisi, hanno fatto precipitare il cielo sulla testa di ampie quote di questo ceto medio. Un po’ come quanto avvenuto nelle case degli enti previdenziali (Inpdap, Enasarco, Enpaia etc), nati anch’essi per calmierare il tossico mercato immobiliare ma poi privatizzate con impennate degli affitti fino al raddoppio e vendita a prezzi di mercato. Cifre diventate irraggiungibili per lavoratori e pensionati. Sullo sfondo un'emergenza abitativa fatta da nuclei familiari di immigrati, da famiglie sfrattate, da nuclei coabitanti, con Roma che continua ad avere la non certo invidiabile nomination come “capitale degli sfratti”. Un problema storico, mai affrontato con serietà e soprattutto mai risolto.
A Castelverde la polizia non si vede, il tam tam prosegue, le telecamere girano in cerca magari di situazione “penose” da anteporre come immagine a qualsiasi denuncia più sostanziale e di contenuto su questa situazione. Arrivano anche i refoli della campagna elettorale. Ad un certo punto si palesa il candidato sindaco della sinistra Fassina. Prima ancora la deputata del M5S Lombardi (che però non è candidata ed ha eletto a suo ufficio parlamentare una casa sotto sfratto riuscendo a bloccarlo). Si mette in moto quel rituale penoso del “ codazzo” di cronisti e reporter in cerca di una dichiarazione di 19 secondi da buttare in un TG o in un pezzo di cronaca. Comincia l’assemblea popolare sotto le case. Angelo Fascetti dell’Asia/Usb, una vita dentro la lotta per la casa a Roma, ricostruisce la vicenda dei Piani di Zona e va giù duro con le responsabilità e i silenzi di Comune e Regione, intervengono gli abitanti dei vari Piani di Zona che costellano la periferia romana, interviene Guido Lutrario per la Carovana delle Periferie e via via tanti altri. Un pò di contestazione c’è stata quando ha preso la parola Fassina.
Alla fine dell’assemblea si dichiara lo “scampato pericolo” per oggi, ma già ci si dà appuntamento per il 28 aprile per bloccare gli sfratti nelle case del Piano di Zona di Tor Vergata in via Marcello Gallian 20. Circola la voce di una moratoria de facto di sfratti e sgomberi fino alle elezioni e alla nomina della nuova giunta. Resta però il problema di una situazione vergognosa, avallata dalle istituzioni e da alcuni magistrati, e che va risolta pienamente con una riscrittura completa dei passaggi effettuati fino ad oggi. Rimane poi il problema di fondo: una strategia per la soluzione dell’emergenza abitativa e per tagliare le unghie ala speculazione immobiliare.
La Carovana delle Periferie nei suoi sette punti ha avanzato la proposta di un Piano Metropolitano per le abitazioni che tiene insieme i due aspetti. Parlarne prima delle elezioni ha un senso, metterlo con forza in piazza subito dopo – e con un interlocutore politico definito – diventa l’orizzonte vero sul quale regolarsi.
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13/04/2016
Roma non è in vendita e vuole decidere. Ieri mobilitazioni territoriali “a tutto campo”
La città ribelle e mai domata anche ieri ha battuto un colpo. Proseguendo la mobilitazione contro i diktat del commissario Tronca iniziata con la grande manifestazione del 19 marzo, ieri l’intera coalizione nata intorno allo slogan Roma non si vende, decide la città, ha dato vita ad una nuova giornata coordinata di azione. Diversi territori hanno visto manifestazioni, presidi, carovane attraversarli per dire stop alle privatizzazioni, agli sfratti, alla chiusura degli spazi sociali. Dalla mattina fino alla sera, soprattutto il quadrante est della città, quello più popolare, ha visto le strade e le piazze riempirsi di gente e di denunce.
La Carovana delle Periferie ha deciso la sperimentazione di una carovana itinerante vera e propria. Un corteo di macchine, motorini e furgoncino con sopra la ormai mitica sagoma di Jeeg Robot, è partita da Tor Bella Monaca alle 10.30 per snodarsi poi in diversi quartieri.
Rapidi comizi volanti, volantinaggi, capannelli, hanno animato un percorso partito da via dell’Archeologia, uno dei comparti più degradati di Tor Bella Monaca con tappe nella piazza di San Basilio (zona Tiburtina), passando alle case popolari di via Morandi a Tor Sapienza (zona Prenestina) dove “tutto è cominciato”. I fattacci di Tor Sapienza, con l’assalto al centro di accoglienza di giovani immigrati, era stato il punto di rottura e di inizio della Carovana delle Periferie, nata proprio dopo una assemblea popolare a Tor Sapienza avvenuta mentre era esploso lo scandalo di Mafia Capitale che aveva disvelato il connubio tra i blitz razzisti e il business sull’accoglienza. Dopo un comizio-assemblea la Carovana è ripartita verso Cinecittà dove alla Tenda contro la crisi, installata da alcuni mesi in piazza dei Decemviri, è attiva una mensa popolare e un centro di assistenza sanitaria. Una breve pausa pranzo e la Carovana di macchine e camioncino è ripartita verso il quartiere di Ponte di Nona, all’estrema periferia est di Roma. Qui i diktat del commissario Tronca avevano portato alla chiusura del locale sportello popolare dell’Asia-Usb (riaperto il giorno stesso dagli abitanti e dagli attivisti). E a Ponte di Nona la palla è stata rilanciata nel campo avversario con una nuova occupazione di uno spazio associativo per il quartiere dedicato a Nino Moroni, un compagno e abitante deceduto recentemente. Se Tronca sgombera, la gente recupera e occupa quello che gli serve per migliorare la qualità della vita nei territori della periferia, insomma Jeeg Robot sta diventando qualcosa di più di un'icona.
Un fatto importante, perché proprio a Ponte di Nona è ben visibile l’intreccio tra concessioni istituzionali e malaffare con una enorme sala giochi sorta sul terreno dato in concessione per i famigerati Punti Verde Qualità, l’asilo nido pronto ma ancora chiuso, il centro sportivo attivo che il commissario vorrebbe chiudere. Situazione analoga a Tor Bella Monaca dove gli uomini di Tronca hanno tentato di sgomberare – e ci proveranno di nuovo il 30 aprile – l’associazione degli invalidi. Insomma una esplicita manifestazione di “guerra contro i poveri” cominciata proprio dalla periferia. Minacce di sgombero incombono poi sulla Palestra Popolare a San Lorenzo, sul centro sociale Corto Circuito, su Esc e decine di altri spazi. Un tentativo, respinto, c’è stato contro il centro sociale Auro e Marco a Spinaceto (periferia ovest di Roma).
Nel resto del territorio ci si è mossi per tutto il giorno a Centocelle e dintorni, con biciclettate la mattina a sostegno del SI al referendum contro le trivelle e una assemblea popolare in piazza dei Mirti. Nel pomeriggio è poi partito un corteo da Largo Agosta che si è concluso al parco delle Energie (zona Pigneto). Un altro corteo si è snodato per San Lorenzo. Altre iniziative si sono tenute al Tufello e all’Ostiense.
Una giornata coordinata di azione, anche se qualche realtà tende ancora a giocare in proprio mettendo avanti preoccupazioni legittime verso possibili strumentalizzazioni da campagna elettorale. Ma lo scontro sulle priorità a Roma si gioca dentro questo contesto. Solo se ci si sente deboli si possono temere strumentalizzazioni. I veri nodi sul campo restano la capacità di stoppare il bulldozer messo in moto con il commissario Tronca – con l’esplicito obiettivo di ipotecare anche le amministrazioni future della città – e quello di ridare identità e coesione ad interessi sociali definiti da contrappore ad altri interessi sociali definiti che fino ad oggi – sia come mondo di sopra che come mondo di mezzo – hanno dominato su Roma. Il come dare rappresentanza politica e forza agli interessi popolari è una esigenza crescente, soprattutto a fronte della crisi della rappresentanza democratica così come è stata conosciuta dal dopoguerra a oggi. Che i prodotti elettorali messi a disposizione non coincidano appieno con questa aspettativa è evidente, che occorra organizzarla e farla pesare in modo autonomo, lo è altrettanto.
Le foto sono di Patrizia Cortellessa
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La Carovana delle Periferie ha deciso la sperimentazione di una carovana itinerante vera e propria. Un corteo di macchine, motorini e furgoncino con sopra la ormai mitica sagoma di Jeeg Robot, è partita da Tor Bella Monaca alle 10.30 per snodarsi poi in diversi quartieri.
Rapidi comizi volanti, volantinaggi, capannelli, hanno animato un percorso partito da via dell’Archeologia, uno dei comparti più degradati di Tor Bella Monaca con tappe nella piazza di San Basilio (zona Tiburtina), passando alle case popolari di via Morandi a Tor Sapienza (zona Prenestina) dove “tutto è cominciato”. I fattacci di Tor Sapienza, con l’assalto al centro di accoglienza di giovani immigrati, era stato il punto di rottura e di inizio della Carovana delle Periferie, nata proprio dopo una assemblea popolare a Tor Sapienza avvenuta mentre era esploso lo scandalo di Mafia Capitale che aveva disvelato il connubio tra i blitz razzisti e il business sull’accoglienza. Dopo un comizio-assemblea la Carovana è ripartita verso Cinecittà dove alla Tenda contro la crisi, installata da alcuni mesi in piazza dei Decemviri, è attiva una mensa popolare e un centro di assistenza sanitaria. Una breve pausa pranzo e la Carovana di macchine e camioncino è ripartita verso il quartiere di Ponte di Nona, all’estrema periferia est di Roma. Qui i diktat del commissario Tronca avevano portato alla chiusura del locale sportello popolare dell’Asia-Usb (riaperto il giorno stesso dagli abitanti e dagli attivisti). E a Ponte di Nona la palla è stata rilanciata nel campo avversario con una nuova occupazione di uno spazio associativo per il quartiere dedicato a Nino Moroni, un compagno e abitante deceduto recentemente. Se Tronca sgombera, la gente recupera e occupa quello che gli serve per migliorare la qualità della vita nei territori della periferia, insomma Jeeg Robot sta diventando qualcosa di più di un'icona.
Un fatto importante, perché proprio a Ponte di Nona è ben visibile l’intreccio tra concessioni istituzionali e malaffare con una enorme sala giochi sorta sul terreno dato in concessione per i famigerati Punti Verde Qualità, l’asilo nido pronto ma ancora chiuso, il centro sportivo attivo che il commissario vorrebbe chiudere. Situazione analoga a Tor Bella Monaca dove gli uomini di Tronca hanno tentato di sgomberare – e ci proveranno di nuovo il 30 aprile – l’associazione degli invalidi. Insomma una esplicita manifestazione di “guerra contro i poveri” cominciata proprio dalla periferia. Minacce di sgombero incombono poi sulla Palestra Popolare a San Lorenzo, sul centro sociale Corto Circuito, su Esc e decine di altri spazi. Un tentativo, respinto, c’è stato contro il centro sociale Auro e Marco a Spinaceto (periferia ovest di Roma).
Nel resto del territorio ci si è mossi per tutto il giorno a Centocelle e dintorni, con biciclettate la mattina a sostegno del SI al referendum contro le trivelle e una assemblea popolare in piazza dei Mirti. Nel pomeriggio è poi partito un corteo da Largo Agosta che si è concluso al parco delle Energie (zona Pigneto). Un altro corteo si è snodato per San Lorenzo. Altre iniziative si sono tenute al Tufello e all’Ostiense.
Una giornata coordinata di azione, anche se qualche realtà tende ancora a giocare in proprio mettendo avanti preoccupazioni legittime verso possibili strumentalizzazioni da campagna elettorale. Ma lo scontro sulle priorità a Roma si gioca dentro questo contesto. Solo se ci si sente deboli si possono temere strumentalizzazioni. I veri nodi sul campo restano la capacità di stoppare il bulldozer messo in moto con il commissario Tronca – con l’esplicito obiettivo di ipotecare anche le amministrazioni future della città – e quello di ridare identità e coesione ad interessi sociali definiti da contrappore ad altri interessi sociali definiti che fino ad oggi – sia come mondo di sopra che come mondo di mezzo – hanno dominato su Roma. Il come dare rappresentanza politica e forza agli interessi popolari è una esigenza crescente, soprattutto a fronte della crisi della rappresentanza democratica così come è stata conosciuta dal dopoguerra a oggi. Che i prodotti elettorali messi a disposizione non coincidano appieno con questa aspettativa è evidente, che occorra organizzarla e farla pesare in modo autonomo, lo è altrettanto.
Le foto sono di Patrizia Cortellessa
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