Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/12/2018

I migliori dischi del 2018: uno scontro generazionale ed è giusto che sia così

Nel 2018 tutti ci siamo preoccupati di dare giudizi sui fenomeni musicali, prevalentemente adolescenziali, nel momento in cui sono diventati fenomeno di costume, sociologici e di ordine pubblico.

Sfera Ebbasta (poco da dire, il 2018 è lui) è stato prima odiato da tutti i buoni perché ha usurpato la conciliante autorappresentazione della sinistra democratica portando un po’ di “bling bling” sul triste, retorico e conservatore palco del “Primo Maggio” a Roma. Poi è stato odiato da tutti i cattivi perché, circa cinquanta milioni di visualizzazioni in ritardo, porta i figli sulla cattiva strada perché tratta male le donne e non rispetta le uscite di sicurezza. A quel punto i buoni hanno cominciato ad amarlo perché, si sa, non è un problema quello che dice ma è un problema il perché lo dice. E’ uno scontro generazionale ed è giusto che sia così. E’ giusto che i padri odino la musica dei figli ed è giusto che i figli trattino come sfigati i vecchi che cercano di farsi piacere la Dark Polo Gang. Noi ci mettiamo di lato e cerchiamo di capire dove nasce Sfera Ebbasta e fino a dove può arrivare senza farci incazzare davvero.

Qui sotto ci sono i miei dischi preferiti del 2018 (ce ne sono anche altri) e non credo che siano necessariamente migliori di Sfera Ebbasta (lo sono). Sono solo altre esperienze e altri vissuti.

Marie Davidson – Working Class Woman

Dall’esterno, da chi non frequenta o da chi frequenta solo come fruitore passivo e disinteressato, la musica da club è un generico aspetto, fisico, di alcune serate tossiche e alcoliche. I dischi di Marie Davidson sono riflessioni intime, dall’interno, su un mondo instabile, inevitabilmente notturno che porta a vivere una quotidianità distorta. Working Class Woman è un disco politico già dal titolo: un viaggio parallelo tra l’ossessione per il lavoro (non importa se è il lavoro di ufficio “From Monday to Friday” o il club “Friday to Sunday”) e tutte le alienazioni del mondo contemporaneo. Tutto è raccontato con ironia e distanza: questo è un lavoro egoista e non compiacente. Non cerca empatia e, nonostante l’assoluta bellezza, mette a disagio. E’ la migliore esperienza musicale che abbiamo potuto fare quest'anno.

Carl Brave x Franco 126 – Polaroid 2.0 // Carl Brave – Notti Brave

Tendo ad essere iperbolico e definitivo nei giudizi, anche senza approfondite riflessioni. Ascolto tutto in modo entusiastico e superficiale, mi innamoro di tutto ed è sempre amore definitivo. Ho perso Carl Brave x Franco126 nel 2017 ma mi sono rifatto, con gli interessi, nel 2018. Polaroid (2.0 solo per poterlo inserire qui) è il disco più importante degli ultimi anni. E’ neorealismo: il racconto delle città alla fine degli anni '10 per come sono e per come sono vissute da chi viene da quello strato sociale che sta al confine tra la piccola borghesia e la piccola borghesia impoverita. Non ci sono riferimenti culturali “alti” ma ci sono birre, pizze, bar, serie tv, droghe, sampietrini e molti amori corrisposti per poco. E’ un disco urbano: nei miei ambienti siamo abituati ai cantautori che raccontano molto la provincia e poco la città, cerchiamo sempre uno sguardo disincantato su un orizzonte in cui siamo costretti e dal quale vogliamo fuggire, ed è uno sguardo che si costruisce coi film, coi libri, con l’arte, coi fumetti d’autore e con il vino. Qui non si vuole scappare: la città è la metropoli eterna che offre tutto. L’orizzonte è quello e non occorre altro.
Polaroid e Notti Brave sono dischi che contengono canzoni di amore e malinconia, come i dischi della tradizione musicale italiana ma, ovviamente, non è l’amore dell’iperuranio rosa della riviera ligure. E’ il bignami di tutte le storie d’amore (fallite) di chi sbaglia sempre. E’ il disco dell’estate di chi l’estate la passa sui gradini di qualche palazzo.

Francesca Michielin – 2640

Nel 2018 non ci vergogniamo più di confessare piaceri proibiti provenienti dal mondo musicale mainstream. Ed è consuetudine passare, senza soluzione di continuità dai festival nazionali, ai talent show, dai festival indipendenti alle ospitate nei salotti più o meno buoni della tv. La Michielin riesce a essere, contemporaneamente, parte di tutti questi mondi. 2640 è un bellissimo disco pop di respiro internazionale e questo, in Italia, è abbastanza insolito. Guarda all’ambiente indie che diventa mainstream (basta leggere i crediti del disco) ma, a differenza del nuovo pop italiano che conta, ha alle spalle la potenza delle adolescenti (anche delle bambine, per completezza) e della TV. Questo si traduce, semplicemente, in produzioni perfette e nel fatto che Francesca Michielin ha una voce bella, riconoscibile, ed è sempre intonata.

In realtà il pubblico della musica indipendente continua a guardarla con diffidenza, almeno nel mondo fuori dal web: uscire dai talent show resta comunque un fardello, in certi ambienti. Ed è solo una questione di immagine: i testi di 2640 sono perfettamente in linea coi testi de I Cani o di Calcutta. Ma il prodotto finito è più curato, patinato, pulito e spendibile anche (e soprattutto) per la zia e la nipotina.

Però, al netto di ogni speculazione da radical chic, 2640 è un bellissimo disco pop. Può bastare.

Snail Mail – Lush

Lindsay Jordan è nata nel 1999. Sembra quasi impossibile che a 18 anni una ragazza di Baltimora riesca a fare un disco degli anni ’90. Se chi oggi viaggia intorno ai quaranta riesce a superare il pregiudizio generazionale potrà trovare un disco che parla la lingua che l’ha fatto o fatta crescere: quella musica emozionale al confine tra rock, country e pop, tra Liz Phair e Jeff Buckley.

Ovviamente è un disco emo scritto da un’adolescente: un flusso di autocoscienza con molte domande semplici, poche risposte ma molta autenticità. Non è un aspetto negativo ma bisogna essere preparati ad un tuffo indietro di una ventina di anni (se va bene). Nel momento in cui si è disposti ad accettarlo c’è solo da godere di un gioiellino vero.

Soap & Skin – From Gas to Solid / you are my friend

Non riesco molto a parlare di dischi intimi come questo che sono semplicemente belli. E’ molto più facile provare a spiegare dischi che cercano di raccontare la realtà che dischi che parlano “solamente” di chi li scrive, che riflettono un periodo della vita dell’autrice e non sono fatti per piacere necessariamente a chi ascolta. Sono dischi, come questo, che escono per necessità, per urgenza. Spesso si pensa che questa urgenza sia sempre al limite: raccontare l’amore, l’odio o la rabbia. Ma si può anche raccontare un momento di luce dopo anni (e dischi) gotici e pieni di oscurità. Ed è bello riuscire a sentirlo, anche senza esserne al centro.

From Gas to Soild è solo un disco bellissimo che riconcilia con tutto. E’ tutto quello che dovrebbe fare la musica.

Nervosa – Downfall Of Mankind

Negli ultimi anni ho ascoltato sempre meno musica metal. Non tanto perché il metal dovrebbe essere un fenomeno di ribellione adolescenziale (è una cosa positiva e questa ribellione può essere protratta fino al superamento dell’adolescenza) quanto per il fatto che l’heavy metal (e il suo pubblico) è diventato conservatore, tradizionalista e fondamentalmente noioso. Le band, le band storiche, si sono adeguate e hanno inseguito la tradizione: anche gruppi estremi e intimamente contro come i Carcass, i primi che mi vengono in mente, sono diventati rassicuranti.

Il metal ha senso solo quando è contro, quando spaventa i vicini e quando viene suonato come se si dovesse morire sul palco, per quel palco. Le Nervosa sono un trio brasiliano che suona canzoni strappate ai Kreator e lo fa come se non esistesse futuro. Downfall of Mankind è un disco suonato tutto a 1000 all’ora dove non c’è tempo per respirare. Non è un capolavoro, non è particolarmente originale ma è profondamente autentico.

Ho letto un po’ di recensioni e tutte (almeno tutte quelle che ho letto) raccontano il disco, le influenze, parlano dei brani, trovano i difetti di scrittura e non dicono la cosa più importante: che Downfall of Mankind è uno dei dischi più politici del 2018, per quello che le Nervosa scrivono e dicono, per come lo dicono, per la provenienza e per il genere.

Rosalìa – El mal querer

Prima o poi arriverà anche in Italia. Nel frattempo per tutto il resto del mondo hipster la “next big thing” è una ragazzina catalana che canta flamenco.

La potenza di Rosalìa è la riscoperta di una certa musica tradizionale filtrata dalla musica urban contemporanea. Non conosco niente del flamenco e della sua storia ma lo immagino vecchio e identitario come può essere qui la musica neomelodica. Rosalìa supera ogni tipo di confine, anche immaginario, e porta un concept tradizionale nel mondo dei rapper occidentali e sul palco di MTV.

Un’operazione che renderebbe Soros molto orgoglioso: il superamento immaginario di tutte le barriere ideali tra generi e generazioni.

AA/VV – Worldwide Organization of Metalheads Against Nazis II

Il metal, soprattutto quello estremo, è spesso considerato in certi ambiente come musica “di destra”. E’ probabile che dipenda dal fatto che le band più riconoscibili o iconiche hanno sempre portato con se simbologie estreme. In realtà il metal è e deve essere contro, è la spinta ribelle contro lo status quo, lo scontro generazionale, la rottura delle regole. Dopo può prendere qualsiasi strada ma fa semplicemente ridere sentire parlare di superiorità bianca o di tradizione suonando musica che il maschio bianco medio odia e disprezza: chi lo fa sta semplicemente suonando la musica sbagliata. Questa compilation, WOMAN, contiene una quarantina di pezzi di band death, black metal, crust e altro che rivendicano il loro essere esplicitamente anti-fasciste, anti-sessiste e anti-capitaliste.

Non ho ascoltato tutta la compilation ma l’ho comprata su bandcamp. Non mi interessa della qualità del disco, presumo che oscilli tra il discreto e l’appena sufficiente, ma sono semplicemente contento che esista un disco del genere ed esistano persone che hanno consapevolezza di suonare la musica rivoluzionaria per nascita e definizione nell’unico modo corretto. L’ho comprata anche perché tutti gli incassi andranno a Medici Senza Frontiere per completare la sostituzione etnica dell’Europa.

Da supportare, anche se non vi piace.

Per Senza Soste, Luis Vega

Fonte

10/12/2018

Maschera e realtà intorno alla strage di Corinaldo

In Italia, quando c’è una duratura contraddizione tra potere e società, una strage fa sempre comodo. Permette di concentrare l’attenzione e l’emotività sociale su qualcos’altro, di riempire con altri argomenti le chiacchiere da bar o al mercato.

Nella storia del paese alcune stragi sono state ordite direttamente dallo Stato, ed eseguite da fascisti; altre volte da mafiosi, nel corso di una “trattativa” con lo stesso Stato. Qualche volta sono incidenti casuali, come quello della discoteca di Corinaldo.

In ogni caso fanno comodo, a chi sa come “trattarle”. Venti minuti di tg – sui 30 a disposizione – dedicati a poveri ragazzi per cui non è possibile non provare emozione. E intanto passano in cavalleria la grande manifestazione No Tav di Torino, le “lotte di classe in Francia”, il discorso di Mike Pompeo al German Marshall Fund (contro l’eurozona e l’“esercito europeo”, per militarizzare strategicamente il Mezzogiorno d’Italia), ecc.

Ma anche sulla tragedia dei ragazzi marchigiani viene inzuppato il biscotto della “narrazione tossica”, l’unica di cui sembrano ormai capaci i media nostrani, impossibilitati – per cultura giornalistica, abitudine al servilismo, povertà culturale, debolezza contrattuale, selezione all’ingresso nella professione – ad affrontare la durezza della realtà.

Ruolo dei media e realtà, in questo caso giovanile (anzi, adolescenziale), sono al centro di due delle riflessioni più stimolanti che ci sono state segnalate in questi giorni, e che spiccano sulla marea di paginate inutili buttate lì per “coprire la notizia”.

La prima, di Mario Di Vito, giornalista molto free che ospitiamo spesso sul nostro giornale e che ha scritto sull’argomento per il manifesto, prende di petto proprio i media (specie nel rapportarsi alla “questione giovanile”). Superficiali per costituzione genetica, “di scandalo in scandalo, di due giorni in due giorni”, rendendo così impossibile che una notizia sia più significativa di un’altra, che l’“indignazione perenne” si sedimenti in consapevolezza dell’ordine dei problemi da affrontare, delle responsabilità vere e di quelle solo “addebitate”.

Persino i pochi elementi certi – il numero dei biglietti venduti, lo spray urticante, l’eccesso di alcol in vendita nel locale (a minorenni!) – finiscono in un tritacarne da cui alla fine non si può individuare più nulla di rilevante. A cominciare dai gestori dei locali, che in altri articoli gli stessi media classificano tra gli “imprenditori”, tanto da avere anche un proprio rappresentante all’incontro al Viminale con Matteo Salvini (che evidentemente ritiene di aver assunto anche la delega allo “sviluppo economico”, in teoria in capo a Luigi Di Maio).

Il secondo contributo è forse ancora più interessante ed intrigante, perché arriva dall’interno di quel mondo – la musica Trap, l’uso di droghe tra gli adolescenti, le ragioni sociali profonde di certi comportamenti che terrorizzano un genitore o “schifano” un osservatore schizzinoso, ecc. – in cui la strage è maturata.

Se lo leggete “in purezza di cuore” può essere addirittura illuminante. Perché restituisce, come uno specchio, l’immagine di noi stessi che nessuno gradisce vedere.

Non è un caso, a nostro parere, che entrambi i contributi inizino nelle stesso modo: “il problema”.

La realtà del presente è mascherata ad ogni istante, deformata e restituita – mediaticamente – come narrazione rassicurante o incubo terrorizzante. Due modalità che in ogni caso invitano a restar fermi, senza interrogarsi sul serio su di sé e sul mondo; due narrazioni che invitano a delegare ad altri soluzioni e responsabilità.

Perché quando la maschera cade è subito conflitto aperto tra popolo e potere: su come siamo costretti a vivere, a soffrire e morire. Perché quando la maschera cade è subito Francia, blocchi stradali, gilets jaune e assalto ai palazzi del potere. Come a Bruxelles, non per caso... Sullo stesso argomento, invitiamo alla lettura dell’intervento di Giampiero Laurenzano, che l’affronta da un’altra angolazione per noi decisiva.

*****

Mario Di Vito

Il problema non è chi scrive cazzate su Facebook e Twitter, ma chi lo fa sulle colonne dei più autorevoli (...) giornali dell’impero.

Oggi in molti sembrano avere le idee chiarissime su quello che è successo a Corinaldo, con tanto di indicazioni dettagliate su colpe e colpevoli. Io, da modesto cronista, ho osservato e cercato di capire e, in tutta onestà, ancora non ho un’opinione precisa. Sarà un limite mio, ed è per questo che in un certo senso nutro stima (e forse invidia) per chi è riuscito a farlo comodamente seduto in redazione o sul divano di casa.

Tuttavia, qualche dubbio mi resta. Questo Sfera Ebbasta non l’avevo mai sentito nominare fino a ieri, l’ho ascoltato e mi fa cagare, ma non penso che lui abbia una qualche responsabilità per quello che è accaduto, né biasimo i ragazzini che lo ascoltano e vanno ai suoi concerti. Ho avuto sedici anni anche io – forse, non ricordo di preciso quando, ma ce li ho avuti – e mi pare di ricordare che avevo la testa piena di cazzate che oggi definirei pericolose. Per esempio, mi piacevano molto i Noir Désir, il cui cantante poi avrebbe ammazzato di botte sua moglie. Oppure leggevo con inquietante interesse i vecchi volantini delle Brigate Rosse, condividendone le parti più intransigenti. A oggi, quindici anni dopo, non sono diventato un uxoricida né un terrorista.

[Ridete, o non ridete, ma a sedici anni eravate dei cretini anche voi]

A sedici anni andavo anche a qualche concerto, di solito in posti al di sotto degli standard minimi di igiene e sicurezza, e pure allora cominciavano di solito dopo l’una di notte. Sono sempre tornato vivo a casa, forse ho avuto culo, non lo so. So però che adesso a mezzanotte mi viene sonno e entrare in un locale con più di venti persone mi dà quasi fastidio.

Lo spray al peperoncino. Usarlo è una cazzata, usarlo in mezzo alla folla è un crimine. Anche qui, però, più che verso chi l’ha fatto indirizzerei la mia indignazione su chi rende questi attrezzi così facili da trovare e da comprare, e fa ridere che tra i più accesi accusatori ci sia un giornale (quello lì, Libero) che a 43.50 euro più il prezzo del quotidiano ti dà una pistola che spara peperoncino a 180 chilometri orari.

E pure la faccenda dei biglietti: sì, ne hanno venduti il doppio rispetto ai posti disponibili, è grave. Ma è vero pure che così fan tutti i locali italiani – non prendiamoci in giro – e le prefetture e i Comuni che stilano chilometrici regolamenti per il pubblico spettacolo non hanno mai avuto niente a che ridire (e l’hanno sempre saputo). Questo per dire che è facile, dopo, gridare allo scandalo, evitando di dire che però in più occasioni, prima, si è preferito chiudere un occhio, talvolta anche due.

Tutto questo per dire cosa? Che la cronaca è cronaca, siamo a una giornata dai fatti, c’è un’inchiesta in corso e sarebbe saggio aspettare prima di cominciare a sparare a zero. Perché farlo subito? Questa la so: perché tra due giorni già la storia di Corinaldo non sarà più una notizia e dovremo indignarci per un’altra cosa. E poi per un’altra. E poi per un’altra. E così via, di scandalo in scandalo, di due giorni in due giorni. Da soli nel paese che sembra una scarpa.

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Il problema non è Sfera, siete voi

Federico Leo Renzi

Ho studiato la Trap come fenomeno sociale, sia quella italiana che americana. Ho fatto delle interviste qualitative ai ragazzi che l’ascoltano, li ho frequentati, sono andato (sto andando) negli istituti superiori a parlarne, ho organizzato pure un paio di concerti per loro. Quindi ho qualche vaga nozione di quello che sto per scrivere.

L’ultimo problema che abbiamo in Italia (credo se la giochi alla pari con il terrapiattismo) è Sfera Ebbasta. Il ragazzotto in questione fa esattamente il mestiere per cui è pagato e seguito: racconta i conflitti, desideri, problemi della sua generazione e di quella seguente. Lo fa con un linguaggio (musicale e testuale) comprensibile al suo uditorio, linguaggio che non ha inventato lui, ma è una fusione delle serie tv, dei film, della musica pop e del gergo giovanile della sua generazione.

Lui non ha creato nulla, lo ha solo interpretato e reso visibile. E qui sta il vero problema, che non è suo né del suo uditorio, ma vostro. La realtà che vi sputa in faccia senza filtri non la capite, vi fa paura, vi sembra un incubo distopico. Codeina ed eroina sono tornate, circolano fra i ragazzi in quantità che non immaginate, a costi bassi nemmeno fossero brani scaricabili da Spotify.

Le ha diffuse la Trap? No, circolavano da tempo come sedativi contro l’ansia dell’isolamento sociale, del non avere futuro, dell’essere inchiodati nel circolo eterno di lavori precari e sottopagati. La Trap si limita a farvi vedere quanto sono presenti e pervasive.

Le ragazzine minorenni che vendono immagini/video porno per una ricarica da 10 euro del cell, che scopano con il ragazzo con più follower della scuola per poi postare una foto su Instagram e guadagnare 100 like in più, che si fanno chiamare troie e se ne vantano in opposizione al neobigottismo del politicamente corretto, non esistono perché ci hanno scritto delle barre Sfera o la Dark Polo Gang. Sono le sorelle povere e politicamente scorrette di Chiara Ferragni, la stessa che portate in palmo di mano come esempio di giovane imprenditrice di successo, innovatrice di marketing, donna consapevole ed emancipata.

Il motto “No way out” che è la bandiera della Trap, non l’hanno coniato Lil Peep o Ghali, ma è ripreso da un famoso discorso di Margaret Thatcher, in cui la premier di ferro inglese davanti alla macelleria sociale conseguente alle riforme neoliberali sosteneva non ci fosse altra strada, altro mondo possibile, se non quello del tutti contro tutti per le ultime briciole del benessere. Voi questo discorso l’avete ripetuto fino alla nausea nelle scuole, nei media, nelle convention di marketing ed economia, che loro hanno interiorizzato, fatto diventare un’estetica e uno stile di vita.

Vi fa schifo vederli agghindati con rolex da 50.000 euro, Nike anni ’90 da 500 euro a botta, felpe Pyrex pagate 10 volte il loro prezzo di produzione? Chi ha inventato il feticismo del logo, il marketing che associa dei “valori” ad un brand aziendale, la delocalizzazione per aumentare i dividendi degli azionisti? Non certo loro, non erano nemmeno stati concepiti quando voi idolatravate MTV, celebravate i prodotti Apple come fossero rivelazioni divine, vi riempivate la bocca di delocalizzazione e abbattimento dei costi di produzione per favorire la ripresa del consumo.

Adesso vedete gli effetti incarnati di quello che predicavate (ma soprattutto praticavate ogni giorno, da 30 anni a questa parte) e vi fanno paura? Il problema non è di Sfera né dei ragazzini che lo ascoltano, ma vostro. Vi fanno ribrezzo perché sono voi senza le vostre menate buoniste, la vostra retorica dei veri sentimenti, il vostro moralismo da squali che piangono dopo aver divorato la preda? Nessuno ama guardarsi allo specchio, ma proprio per questo è necessario, e la musica pop è il più grande e fedele fra gli specchi.

Comunque la Trap non è un problema, anzi: permette un ponte fra le generazioni, di entrare nell’immaginario dei giovani e giovanissimi per capire il loro problemi e provare a dare loro una risposta, permette di avere un linguaggio condiviso per parlarci da pari a pari. Ma a voi capire e dare risposte ai loro problemi non interessa, non vi interessa nemmeno parlarci. Vi basta metterli in riga, farli stare zitti, nascondere sotto il tappeto le contraddizioni e la solitudine a cui li costringete. Non siete intellettuali, critici, insegnanti o educatori: siete l’ennesima incarnazione dell’eterno fariseo.

Fonte

Piccola riflessione sulla strage della discoteca Lanterna Azzurra

Giustamente in queste ore molti sottolineano le responsabilità dei gestori della discoteca che hanno venduto un numero di biglietti che andava ben oltre la capienza del locale. La dinamica degli eventi, infatti, dimostra in maniera inequivocabile che i percorsi e le uscite di sicurezza erano sottodimensionate e non potevano garantire un deflusso ordinato tale dal garantire l’incolumità dei partecipanti.

C’è un aspetto però relativo alla sicurezza che nessuno ha sottolineato e che attiene alla scelta dell’artista protagonista dell’esibizione.

Mi spiego meglio.

In 25 anni di militanza ho partecipato all’organizzazione e alla gestione di più di un centinaio di concerti. Concerti tenuti al chiuso e all’aperto, partecipati da centinaia e a volte da migliaia di persone.

La cosa che ho imparato è che nella valutazione dei rischi il primo elemento da prendere in considerazione è la tipologia di serata. Non credo serva particolare esperienza per capire che un concerto Jazz o di musica Classica presenta problematiche ben diverse rispetto ad un festino Techno o Drum and Bass. Ma non è semplicemente il genere a fare la differenza. La scelta dell’artista è fondamentale. Le possibilità che si verifichino casi di molestie sessuali, risse, consumo di droghe pesanti e abuso di alcool sono strettamente legate al messaggio, all’immagine, alla sensibilità e al tipo di cultura veicolato dall’artista.

A parità di pubblico un concerto di Murubutu ad esempio sarà molto meno pericoloso e tranquillo da gestire rispetto a quello di Guè Pequeno.

Quello che voglio dire è che se l’artista, come nel caso di Sfera Ebbasta, diffonde una “cultura” sessista, iper-individualista dove l’unica cosa importante nella vita sono i soldi, promuove e celebra l’utilizzo delle droghe pesanti, poi non ci si può stupire se succedono i casini (per inciso erano già successi episodi analoghi ai concerto di Sfera Ebbasta). Di questo sono ben consapevoli anche promoter e impresari che però se ne sbattano di risolvere il problema alla radice ma semplicemente cercano di governare il fenomeno per mezzo di altra violenza ovvero quella praticata dai buttafuori.

È per questi motivi che considero le dichiarazioni post-tragedia di Sfera Ebbasta e di altri “artisti” pura ipocrisia. La responsabilità di quanto accaduto non è solo di chi ha organizzato e gestito l’evento ma anche di chi ha determinato l’ambiente in cui è maturata la strage.

Il fatto che ciò non abbia rilevanza penale per me è assolutamente irrilevante.

Sarebbe importante che anche noi che animiamo i Centri Sociali, nel nostro piccolo, facessimo una riflessione seria su questi temi perché un concerto non è semplicemente un attività di autofinanziamento ma sopratutto un evento culturale che dovrebbe sempre rispondere ad una determinata impostazione politica.

Fonte

Il discorso sarebbe anche condivisibile, ma nel merito del fatto di cronaca lo trovo una forzatura che rischia di essere scivolosissima.

Per quanto riguarda il discorso "ambiente" credo sia necessario andarci molto cauti, perché è tutta una questione di sensibilità sociale, e siccome quella dominante è di stampo borghese, con questi discorsi si corre il rischio di prestare il fianco alla censura di sistema, quella per cui su un palco non dovrebbero mai salire artisti come Dead Kennedys, Rage Against The Machine o Roger Waters considerate le tematiche, non esattamente simpatiche al potere, che veicolano.