Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/01/2025

[Per capirci qualcosa] - Hip-hop Italia 2024

M-I bastardi, se incroci gli sguardi
Sopra i quattro quarti vai via in quattro parti
("King Of The Jungle", Club Dogo)

Il 12 gennaio sono tornati i Club Dogo, pubblicando il loro album omonimo dopo dieci anni da “Non siamo più quelli di Mi Fist”, che risale al 2014. Questo comeback ha chiuso un cerchio, per la formazione milanese ma anche per l’intera scena, diventando un album simbolico, di quelli che riescono a rendere evidente a tutti qualcosa che i più attenti tra di noi hanno già notato, ascoltando l’hip-hop italiano recente: la trap è in grave crisi, dopo anni di disordinata, sicuramente limitata ma anche innegabile innovazione di una scena che prima era assai meno rilevante, vivace e ricca. Il ritorno dei Club Dogo, cioè del gruppo che ha rappresentato insieme a Fabri Fibra la rinascita dopo il periodo critico tra i due millenni che aveva ridotto l’hip-hop italiano all’underground, è stato un pretesto ideale per riflettere su cosa sia successo nel frattempo. Dieci anni, più o meno, considerando che era già trap italiana la “Cioccolata” raccontata da Maruego nel (lontano) 2014.

“Torno a grande richiesta perché il rap oggi fa schifo”, dicono i Dogo, e a volte viene voglia di essere d’accordo, quantomeno per assecondare il sentimento di noia e frustrazione che travolge i timpani sempre più spesso ascoltando i nuovi singoli e album dei troppi nomi che cercano di scalare la classifica su Spotify, riempire gli immancabili palazzetti, ambire ai sempre più popolari concerti negli stadi.

Nel corso di sette album, dal fondamentale "Mi Fist" (2003) al dimenticabile "Non siamo più quelli di MI Fist" (2014), la parabola dei Club Dogo è stata sovrapponibile a quella di un rap italiano che dall'underground ritorna al mainstream, anche a costo di mischiarsi con la sensibilità pop. La traiettoria dei Club Dogo, però, sembrava essersi naturalmente conclusa, anche alla luce dell'emersione di una nuova scuola, grossolamente bollata tutta come trap, che ha reso velocemente obsoleto quel linguaggio un po' cyber e un po' gangsta. "Club Dogo" non è la dimostrazione che sono tornati quelli di "Mi Fist", ma la conseguenza di una fase di stanca ideale per guardarsi indietro e ripensare alla propria storia. Chiaramente ci sono stati altri prima, dagli Assalti Frontali ai Sangue Misto, ma l'influenza del trio milanese è stata palesata da un decennio di racconti dalla metropoli meneghina. I Club Dogo sono i capostipiti di un modo di raccontare Milano e la sua vita tra business e criminalità. Questo album ha messo a fuoco la loro influenza sui giovani rapper, facendo perno sul mestiere di tre che, a tutti gli effetti, sono veterani della scena.

Non è però un buon segno che a salvare il 2024 dall’oblio debbano arrivare dei rapper ultraquarantenni come Jake La Furia e Guè, anzi. D’altronde, meglio il loro modo di raccontarsi, sgraziati e tamarri come sempre, di molte altre proposte pubblicate da tanti dei loro figli artistici. Non ha convinto allo stesso modo quello che poteva essere l’album della maturità di Shiva, “Milano Angels”, la controparte positiva di "Milano Demons" del 2022, ancora troppo invischiato nei cliché della nostra trap.

Scartare verso un modello collegato in modo più diretto alla scena statunitense può essere uno stimolo interessante, come dimostrato da Diss Gacha, un rapper torinese classe 2001 che ha trovato il modo di distinguersi dai tanti concorrenti per l’uso di uno slang creativo, brani immediati che uniscono trap e stilemi del southern-hip-hop con una sensibilità pop capace di rendere alcuni singoli delle hit presso un pubblico di giovani e giovanissimi. “Cultura italiana pt. 1” è il suo primo (mini-)album, 21 minuti che allargano a una narrazione un po' più amalgamata. È stato "completato" da "Cultura italiana pt.2", che è di fatto un repack. Le canzoni sono spassose e sopra le righe, ma già iniziano a farsi spazio momenti più riflessivi che tendono a scadere in alcuni cliché del rap italiano contemporaneo. Speriamo che il futuro smentisca un ormai generale pessimismo: troppi nuovi nomi si sono persi dopo i primi singoli.

Esempi in questo senso sono il ritorno di thasup come Yungest Moonstar nel confuso “Sfaciolate Mixtape”, che sperpera il talento di Davide Mattei proprio ora che serviva una solida conferma di essere diversi e creativi, pronti a durare anche quando la sovrapproduzione pop-rap lascerà spazio a un altro trend. Si apprezza molto la scelta dell'album in solitaria (o quasi) in quest'epoca di featuring epidemico, ma a sostenerlo servono brani da ricordare, qui clamorosamente latitanti. Discorso diverso per "Casa gospel" in coppia con la sorella Mara Sattei, tra r'n'b e rimandi al... gospel. La direzione non sembra molto chiara, insomma.

Non va meglio neanche a un altro nome di primo piano della nostra trap come Capo Plaza, che quest’anno ha aggiunto “Ferite” alla sua discografia. A livello di narrazione, le novità sono poche: il racconto di se stessi, vincenti contro un mondo infame e ostile. In sette anni dalla hit “Giovane fuoriclasse”, tre album e un mixtape il content dei suoi brani non è granché cambiato e, nonostante il dispiego di mezzi della Warner, l'album manca di hit. Non è andata meglio al collega Dani Faiv, che ha tentato di rilanciare il suo album del 2023 con il repack “Ultimo piano B”: arrivati a questo punto è difficile immaginare che al rapper siano mancate le occasioni, visto il dispiegamento di mezzi nelle produzioni e nelle ospitate.

E se non stupisce che sia evitabile anche “Benediction” di Boro, l’album con cui il rapper torinese cerca di seguire le orme di Fred De Palma e abbracciare il reggaeton, con iniezioni di elettronica da discoteca delle più dozzinali, lascia più perplesso “Popolari” di Rhove, l’album con cui l’autore di “Shakerando” avrebbe dovuto finalmente capitalizzare quel successo. Invece, ce lo siamo ascoltati in pochi e temo che ancora meno se lo ricorderanno tra qualche anno.

Se è facile considerare “Pianeta di Miller” di Mr. Rain un album che anche prima di ascoltarlo promette assai poco, e che probabilmente piacerà a tanti, nella semplicità disarmante delle sue soluzioni, è lecito cercare altrove un po’ di ossigeno. Per esempio, si potrebbe puntare su un nome femminile: la Rose Villain che non aveva fatto male con l’esordio “Radio Gotham” e che è tornata con “Radio Sakura”, peccato che il cambio di frequenza sia stato disastroso: un album che, per essere troppo ambizioso, finisce per risultare confuso, incoerente e troppo spesso banale. Meglio l’esordio della chiacchieratissima e divisiva Angelina Mango, che in “Pokè Melodrama” gioca con il rap contaminandolo con un mix sfrontato di stili pop alla rinfusa in cui gettare mood diversi. C'è da sperare che in futuro punti sugli aspetti più distintivi, senza cercare una scorciatoia nella banalità pop più sciatta. Vedremo, con buona pace degli hater e di chi ha già capito tutto sulla carriera appena iniziata di una donna ancora ventitreenne.

C’è però un nome che ha ottenuto ancora più successo su Spotify di Angelina Mango e che è molto più vicino alla scena hip-hop e all’immaginario dei Club Dogo da cui siamo partiti: Anna. “Vera baddie” è riuscito a fare quello che “Popolari” ha completamente mancato: trasformare una one hit wonder in qualcosa di più. Visto che poco o nulla di Anna conta più dell'immagine che si è coltivata online e nelle apparizioni pubbliche, e visto che i brani di successo dove è artista principale sono davvero pochi, a giugno 2024, "Vera baddie" punta sull'espansione di quel poco che si è già ascoltato, virando al pop-rap profumato di reggaeton che rappresenta un po' il modello di certo mainstream del periodo. In sostanza, si cerca di fare delle foto, dei video e dei post sui social di un album che possa finalmente posizionare stabilmente Anna nella musica italiana del periodo. Quello che era un gioco con "Bando" nel 2019 nel 2024 dovrebbe diventare qualcosa di più concreto con "Vera baddie". A ben vedere, è un album che già dal titolo sembrerebbe voler definire la sua rap persona, con tanto di linguaggio e di posizionamento rispetto al resto della scena: una queen cattiva e ambiziosa che usa uno slang italo-inglese per parlare a un pubblico di under 20. 

Il risultato è, al contempo, soddisfacente e deludente: da un lato, il successo è finalmente stato raggiunto (per quanto possa essere importante per noi ascoltatori) visto che Anna ha tenuto l'album in cima alla classifica per ben 10 settimane, facendo meglio di qualsiasi altra donna dai tempi di Giusy Ferreri nel 2008 (11 settimane); dall'altro lato, "Vera baddie" è un contenitore che colleziona featuring e potenziali hit d'alta classifica senza tentare nessuna zampata, anzi ripiegando verso una scaletta senza grandi ambizioni, se non un generico divertimento misto a un telefonato ego trip. Con i parametri, e per le orecchie, di chi è cresciuto ascoltando gli album, e non delle playlist buone a vincere il gioco dello streaming, è sconclusionato e confuso, faticoso da sorbire nonostante duri tre quarti d'ora. Dopo cinque anni d'attesa, quello che sarà con tutta probabilità l'album più ascoltato dell'anno in Italia è sostanzialmente mediocre, divertente qua e là, ma non stupisce e soprattutto fatica a distinguersi da molti altri. Se non è sintomo di crisi tutto questo, cosa può esserlo? Che uno degli altri album più ascoltati dell’anno è “Icon” di Tony Effe, per esempio: una raccolta di brani dal content inesistente, con produzioni poco originali, prolisso e dopato dai featuring. Ovviamente, l’hanno chiamato immediatamente sul palco di Sanremo.

C’è poi un gruppo di rapper che sta tenendo viva la fiamma della celebrità mainstream, come il Lazza di “Locura” e il Geolier di “Dio lo sa”: due approcci molto diversi, con risultati entrambi pieni di ombre. "Locura" è un "Sirio" con più mezzi e ambizione, che sfrutta l'enorme successo raggiunto (è notizia di questi giorni che proprio "Sirio" ha ottenuto l'ambito riconoscimento Fimi del disco di diamante). La confezione è sfarzosa, anche apprezzabile nell'alternarsi di stili e nei numerosi dettagli, ma il content rimane quasi sempre dimenticabile. Nell'introspezione i testi di Lazza finiscono per ripetersi o scadere nel banale, mentre le sparate arroganti hanno fatto il loro tempo ed escono depotenziate da un liguaggio da PEGI 12. La forza sta nei singoli episodi più riusciti, invidiabili da molti del nostro mainstream.

Per il rapper napoletano più famoso dell’ultimo decennio, invece, è ancora più complicato parlarne senza essere assaliti da fan e hater. Anche se è diventato assai più difficile affermarlo rispetto a quattro anni fa, perché ora è famosissimo e quindi divisivo, Geolier ha del talento. Rischia solo di essere soffocato da aspettative esagerate: come può questo ventitreenne riuscire al contempo a fare brani buoni per i liceali con il cuore infranto ma anche quelli per le serate brave della tarda adolescenza? Le collaborazioni con i nomi affermati ma anche quelle dove lui spinge gli altri meno conosciuti? È semplicemente troppo, come troppe sono 21 canzoni in oltre un'ora, praticamente due album in uno per gli standard del 2024. Crescere, come rapper, significherà scegliere e accettare l’incoerenza di un percorso che non può continuare a essere sia street sia Sanremo, sia racconto introspettivo che hit usa-e-getta.

Mentre tanti altri nomi cercano di lasciare il segno ma ancora sembrano acerbi, due hanno già centrato un album più di sostanza, Simba La Rue e Kid Yugi. Il primo con “Tunnel” porta all’ascoltatore un concentrato di violenza che usa un linguaggio oscuro e feroce, raccontando un profondo disagio. Il secondo ha preso una strada inedita per i rapper della sua generazione, pur con dei caveat: i testi del suo "I nomi del diavolo" sono arricchiti da un lessico ampio e personale, anche se battono troppo spesso sui cliché del rap di strada e della trap. Non è un album impeccabile, com’è comprensibile per un rapper ancora molto giovane, ma comunque questi limiti non bastano a sgonfiare l'interesse per uno dei pochi della nuovissima scena che mostra personalità e abilità non comuni. Molte più riserve su uno dei rapper italiani più ascoltato su Spotify, Baby Gang, che quest’anno con “L’angelo del male” avrebbe potuto svoltare verso un racconto diverso, mettendo a frutto il suo talento, e invece è rimasto soffocato da molti featuring e condizionato, forse, dai guai giudiziari. Rimaniamo speranzosi.

Di tutti gli altri, che chiaramente né chi vi scrive né nessuno con le giornate di 24 ore può aver ascoltato integralmente, è doveroso citare anche il ritorno autoriale di Piotta con “‘na notte infame”: in una scena rap che troppo spesso racconta un mondo di favole criminali ad uso social, questo decimo album di studio suona come una felice eccezione. Anche scrittore, Tommaso Zanello aveva forse bisogno di una grande storia da raccontare per trovare l'ispirazione giusta per quello che è l'unico album della discografia che, pur nella sua totale diversità, può affiancarsi al sottovalutato esordio. Il suo album più personale e doloroso, innervato da pensose immagini cantautorali e ammantato di una malinconia che s'intreccia con la nostalgia e con l'elaborazione del lutto per la scomparsa del fratello Fabio, conosciuto come "Il professore" e scrittore prolifico di testi legati al misticismo e alla spiritualità.

Un po' diversa la situazione di MadMan, tra i più impressionanti rapper italiani a livello tecnico ma ancora impantanato in troppi testi sessuali e nelle solite spacconate su "Lonewolf". I due La Créme MACE e Jack The Smoker hanno pubblicato, rispettivamente, "Maya" e "Sedicinoni": due album molto diversi, il primo ideale sintesi dei due precedenti e capace di sofisticati brani di un nuovo pop-rap (ma anche di qualche passaggio minore) e il secondo un album di hip-hop dall'animo hardcore che tuttavia non cambierà nulla nella scena né nella discografia del titolare nonostante il featuring di sua maestà Conway The Machine.

C’è poi chi continua a fare storia a sé, in un modo neanche troppo ruffiano con la critica, come
Dargen D’Amico: nell’imprevedibile svolgersi della sua carriera, questa volta con “Ciao America” alterna elettronica e richiami al passato abstract. Un album minore in una discografia maggiore. Sul fronte degli eccentrici troviamo anche il prolifico Gionni Gioielli, attivo sia con il progetto MxRxGxA con “Be Great F.C.” sia a nome proprio con il meno brillante “Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare dell'estate”. Nulla che sposti di molto la storia di un produttore e rapper che fa discorso a sé, come ci è già capitato di raccontare in passato. Vale un discorso simile anche per il producer Dj Fastcut, tornato per “Dead Poets 4 - Ad Honorem”. Come al solito nella discografia del titolare, dietro al microfono si succedono numerosi rapper più o meno sconosciuti al grande pubblico, garantendo un invidiabile dinamismo ai pezzi: spesso chi partecipa si gioca, con una strofa, la possibilità di farsi conoscere al pubblico di rappusi ai quali Dj Fastcut sembra rivolgersi e questo comporta un'attenta ricerca della massima efficacia e creatività. Ideale antidoto all'indigestione trap degli ultimi anni, "Dead Poets 4 - Ad Honorem" è da ascoltare al massimo volume e ripetutamente, immergendosi con l'opportuna consapevolezza nel suo turbine di immagini violente, citazioni e rime letali. All'opportunismo delle ospitate del mainstream, pensate per garantire stream sicuri e altrettanto certi dischi di platino, si contrappone un'idea di hip-hop come cultura da condividere e vivere, un movimento al quale partecipare rimanendo fedeli alla tradizione ma anche innervandola di una densità travolgente.

Mentre Nayt prosegue a seguire una direzione tutta sua con “Lettera Q”, un album concentrato sul potere del linguaggio e sull’importanza, e la delicatezza, delle relazioni interpersonali, il rapper italo tedesco Giuseppe Licata detto Pufuleti rimane un segreto ben custodito del nostro underground: l’ultimo album, “Gotico romanzo”, torna a un formato più breve ed è ancora più narcotico e trasognato, con un ruolo centrale rivestito sorprendentemente dalla chitarra e molti brani che approdano a un cantautorato contemporaneo suonato con l’enfasi di un sonnambulo. Il progetto Pufuleti si conferma quindi ancora in evoluzione, estraneo a ogni traiettoria tipica del music business. Prima o poi ne dovremo parlare un po’ più approfonditamente.

 In extremis e quando tutto sembrava perduto, sono risorti anche gli Uochi Toki, ma come collettivo (!), per “Litost”. Un album dove radunano amici fuori di testa quasi quanto loro per dare un seguito a “Cambiare idea”, che risale al 2021. Quest’anno è arrivato anche il più carbonaro “Bandcamp Plays 2010-2024”, una raccolta di rarità come la si sarebbe chiamata un tempo. È un album che cerca di risolvere una carriera che ha portato, anche attraverso album eccezionalmente creativi, a una difficile relazione con l’idea stessa di hip-hop: qua risolvono con più musica strumentale e riducendo di molto il ruolo al microfono di Napo. Anche questo è un modo per indicare un cambiamento nell’hip-hop italiano.

Se l’anno è stato segnato dalla
reunion dei Club Dogo, è doveroso raccontarne altre due di gruppi hip-hop altrettanto importanti, pur per motivi assai diversi: i Co’Sang e gli Articolo 31. I primi quindici anni dopo ritornano forti di una scena che ha individuato in loro dei capofila, forse troppo sfortunati e bruciati troppo velocemente. “Dinastia” è simile al contemporaneo “Club Dogo” o all'“Originali” dei Sottotono, un ritorno di autocelebrazione che nel caso loro prende la forma di un terzo capitolo diviso tra strada e racconto del successo ottenuto. Ospiti di spicco, compreso chi in loro individua (o ha individuato in passato) un modello, come la star del pop-rap napoletano Geolier.
Ventuno anni dopo “Italiano medio” (2003) il duo milanese degli
Articolo 31 torna al formato album, dopo essere già passato da Sanremo 2023, dove si sono classificati sedicesimi con “Un bel viaggio”. Nel frattempo è successo di tutto nell'hip-hop italiano in generale e nel pop-rap più in particolare: la generazione dei Novanta ha lasciato il posto a quella della rinascita degli anni Zero, guidata a livello mainstream da nomi come Club Dogo e Fabri Fibra, poi ormai dieci anni fa la trap ha stravolto di nuovo la scena nostrana e Sfera Ebbasta, Ghali e tantissimi altri hanno raccolto un numero di ascolti inimmaginabili per i rapper di fine secolo.

Quale che sia il giudizio su come si è sviluppato l’hip-hop italiano in oltre trent’anni, si è palesata nel 2024 un’ideale chiusura di un cerchio, forse persino la fine del paradigma dominante pop-trap, attraverso il ritorno dei Club Dogo e, anche, degli Articolo 31. Con questo doppio comeback la scena milanese si autocelebra a posteriori della storicizzazione dei percorsi artistici, pur molto diversi, di due dei suoi gruppi più famosi e, per motivi differenti, influenti: se “Club Dogo” (2024) è sin dal titolo autocelebrativo e rinuncia a ogni nuovo messaggio e sound, perché il suo motivo d’esistere è proprio quello di essere una conferma di se stessi e del proprio stile, J-Ax e Dj Jad devono, furbescamente, esplicitare la loro influenza sul presente e il passato prossimo del nostro rap.

“Protomaranza”, in pieno stile J-Ax, è però più un titolo provocatorio che una chiave di lettura della carriera del duo, diventato nel corso dei Novanta una superpotenza commerciale del pop-rap paragonabile solo ai Sottotono (peraltro, tornati anche loro). Gli Articolo 31 gigioneggiano quando suggeriscono un ruolo da outsider, da “re degli ignoranti” di celentaniana memoria, perché in realtà sono sempre stati pronti ad assecondare un pubblico nutrito e trasversale, conquistato più dall'istrionismo di J-Ax che dalla piegatura nazional-popolare delle produzioni di Dj Jad.

Il ritorno dei Cor Veleno con “Fuoco sacro” e degli Assalti Frontali con “Notte immensa” è meno sorprendente o notiziabile, perché formazioni essenziali ma meno conosciute dal pubblico generalista; inoltre, difficile aggiungere qualcosa di sorprendente a due discografie tra le più titolate dell'hip-hop italiano. Tutto questo anche se i primi hanno pubblicato un album che si fatica a non inserire tra i migliori della carriera, e quindi uno dei migliori della scena capitolina quantomeno degli ultimi anni, e anche se i secondi non erano così in forma da troppo tempo. 

Infine, quando il quadro sembrava ormai definito nella sua indefinibilità, perché nessuno oggi può sognarsi di aver ascoltato anche solo un decimo di tutto l’hip-hop italiano che viene pubblicato, ecco che arriva a sorpresa il ritorno di Marracash. L’album dopo il Premio Tenco, dopo la maturazione nei contenuti e dopo il riconoscimento del rapper come autore e musicista, non solo per gli impallinati di hip-hop. “È finita la pace” è un disco che rischia di rimanere schiacciato dalle aspettative, tramortito dalle opinioni divergenti che ammorbano la rete in cui siamo tutti impigliati. È un album di un rapper di 45 anni che commenta il presente, dalla politica alla società passando per la musica, senza featuring, senza singoli di lancio, senza countdown sui social per fomentare l’hype.

Se “Persona” (2019) è stata una rinascita, perché Marracash è sembrato finalmente capace di cambiare registro e approccio, “Noi, loro, gli altri” (2021) ha segnato un vertice difficilmente replicabile ed “È finita la pace”, più che provare a replicare e superare, scarta di lato, supera qualche confine e, occasionalmente, torna anche verso un linguaggio più semplice, diretto, muscolare. In questo suo approccio, che ovviamente ha scontentato chi si aspettava un album ancora più strutturato dei precedenti (ma non vi sono bastati?), Marracash non ha fatto che confermare quello che il 2024 ha sussurrato a chi voleva ascoltare: a forza di ripetersi, l’hip-hop italiano si è trovato a voltarsi verso il proprio passato, alla ricerca di nomi storici e ritorni più o meno inaspettati, mentre troppi dei giovani faticano a trovare una loro dimensione, un quid, la cifra stilistica che permetta di emergere da una schiera di trapper e rapper fotocopia. Lui, invece, sta cercando ancora una via personale, in evoluzione continua. A chi vi scrive “È finita la pace” non sembra l’exploit che fu l’album precedente, ma è comunque capace di suggerire nuove traiettorie, approcci differenti, idee che meritano ulteriore esplorazione. 

Per certi versi, quindi, il 2024 ha segnato la morte creativa di certo hip-hop italiano standardizzato, spremuto fino all’ultima goccia da un mercato rapace e opportunista, ma ha dimostrato anche che ai margini, e persino in alcuni nomi conosciuti dal grande pubblico, c’è ancora una scintilla creativa, buona per immaginare un 2025 emancipato, almeno un po’ di più, da una marmellata pop-latin-trap indigeribile e ormai terminale.

Fonte

22/02/2023

Perché nessuno parla della persecuzione dei P-38?

C'è un gruppo trap italiano perseguitato da mesi dalle autorità giudiziarie, nell'indifferenza generale, secondo teoremi che ricordano i periodi più bui della Repubblica. La band si chiama P38-La Gang, è stata fondata nel 2020, nella sua breve vita non ha composto nulla di imperdibile e non la conosce quasi nessuno, ma è indagata dalla Procura di Torino con l'accusa di «istigazione a delinquere» dopo che alcuni familiari delle vittime del terrorismo hanno presentato denuncia. I quattro componenti della band, che appaiono in pubblico col passamontagna per nascondere la loro identità, sono già stati sottoposti a perquisizione da parte di polizia e i Carabinieri che gli hanno pure sequestrato materiale informatico. Rischiano fino a un massimo di otto anni di carcere.

Uno dei loro brani più noti si intitola Renault, una chiara allusione all'auto rossa nella quale fu ritrovato il cadavere del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, a Roma. Il testo fa così: «Ti metto dentro una Renault / Brigate Rosse scritto sul contratto / Presidente, lei mi sembra stanco / La metto dentro una Renault». I nomi d’arte dei musicisti sono Astore, Jimmy Pentothal, Dimitri e Young Stalin. Sono quattro ragazzi tra i 25 e i 33 anni dei quali si sa poco o nulla. Sul palco si coprono il volto con il passamontagna e fanno un gesto con le tre dita che rappresenta la famigerata P-38. Sul palco sventola la bandiera delle Brigate Rosse.

Dopo una esibizione a Pescara, a presentare un esposto era stato Bruno D’Alfonso: suo padre Giovanni fu ucciso dalle Brigate Rosse durante uno scontro a fuoco del giugno 1975. Ha detto D’Alfonso: «Spero che gli autori della minaccia vengano identificati e perseguiti ma credo che non debba essere permesso a nessuno, nemmeno in nome della libertà di espressione artistica, di inneggiare al terrorismo e di offendere la memoria di quanti di quel terrorismo sono stati vittime e dei loro familiari». A questa denuncia si è aggiunta quella di Maria Fida Moro, figlia del presidente della Democrazia Cristiana assassinato: «Qui non si tratta di libertà di pensiero», ha detto, «ma di istigazione al terrorismo».

Come si legge sul sito comunista Contropiano, «le denunce e le indagini non potevano produrre conseguenze giudiziarie se non ricorrendo ai reati di opinione ereditati dal Codice Penale fascista Rocco». A colmare il buco ci ha pensato la Procura di Torino, considerata dai movimenti antagonisti di sinistra una delle più zelanti d'Italia per aver tentato di stroncare il movimento No Tav con le azioni giudiziarie più spregiudicate, ha chiesto gli arresti domiciliari per tutti i membri del gruppo con divieto di comunicazione con gli estranei al loro nucleo familiare, unito al divieto di utilizzare qualunque dispositivo informatico che possa essere utile allo scopo di mettersi in comunicazione con l'esterno. Tra gli indagati c'è anche il presidente di un circolo Arci di Reggio Emilia che ha ospitato un concerto del gruppo.

A parte qualche intellettuale isolato come l'insegnante e saggista Christian Raimo e il gruppo maoista dei Carc, il caso P-38 non sembra interessare nessuno. Il cosiddetto mainstream o è silente, o è ostile tanto quanto le forze dell'ordine. Sul Corriere della Sera uno dei fondatori delle Brigate Rosse, Alberto Franceschini, ha preso le distanze: «Mi sembra una strumentalizzazione finalizzata a fare pubblicità. Quello delle Brigate Rosse è stato un capitolo drammatico». Un piccolo spazio alla vicenda è stato dedicato dal quotidiano britannico Guardian, accorgendosi che forse qualcosa non va nella linea d’azione della magistratura.

Nel mondo politico, concentrato in questi giorni sul caso dell'anarchico Alfredo Cospito in sciopero della fame in regime di 41-bis, la condanna dei P-38 è stata svelta e unanime: se il movimento di destra Reggio Emilia Identitaria ha chiesto «la chiusura del locale che ha permesso un tale scempio», il presidente della regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, candidato alla presidenza del Partito democratico con una linea centrista moderata, ha parlato di una «sedicente band che inneggia alle peggiori pagine della nostra storia repubblicana, alla violenza brigatista», aggiungendo di sentirsi «indignato e disgustato».

Cosa resta, dunque? Resta da capire di che musica parliamo. L'album dei P-38, Le Nuove BR, ha un titolo che sembra indicare la nascita di una banda armata, ma in realtà ha un'ispirazione diversa. Le Nuove BR - quelle in carne ed ossa - in effetti sono già esistite circa due decenni fa e sono state sconfitte. La P-38 non è mai stata l'arma prediletta dai terroristi (Moro, ad esempio, fu ucciso da un mitra Skorpion) ma è entrata a far parte dell'immaginario collettivo grazie a una certa rappresentazione mediatica e giornalistica straboccante di cliché. Quello a cui fa riferimento l’album è piuttosto l'universo storico-concettuale del comunismo e il mondo in cui viene distorto grottescamente dalla narrazione dominante.

I P-38 presentano molti nomi di figure storiche legate all'ideale comunista ma scelgono di accostarli nelle canzoni in modo caotico e irrealistico: Ho Chi Minh, Rosa Luxemburg, Antonio Gramsci, l’anarchico Gaetano Bresci. La stilistica trap gli serve per evocare una violenza che non è più solo un aspetto estetizzato del mondo criminale o un modo per sfogare impulsi violenti su donne considerate solo come oggetti sessuali, ma diventa parte della struttura della società.

I P-38 rappresentano l'inconscio represso del discorso pubblico italiano, e usano i loro effetti stranianti per evidenziare la narrazione superficiale del comunismo da parte degli «integrati in società». Come scrive Oscura Ferragni sul sito Not, «L’immaginario... è quello di Canale 5, di Enrico Mentana e di Paolo Mieli. È quello del Corriere della Sera, di la Repubblica e della maggior parte dei giornali a grande tiratura. È quello dei post di Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Quello che ci viene urlato nelle orecchie in pezzi come Giovane Stalin o La Bocconi brucia è un comunismo consumistico, televisivo, social... In soldoni, è il comunismo di chi odia il comunismo».

Ora, è probabile che le élite intellettuali abbiano scelto di non occuparsi della vicenda P-38 per paura di essere accusate di corporativismo - di voler cioè difendere solo il proprio «album di famiglia» - e di insensibilità nei confronti delle vittime della tragedia Br. Ed è chiaro che non si pretende da chi legge nelle canzoni del gruppo il nome di parenti uccisi dal terrorismo alcuna comprensione per il registro grottesco, alcuna ginnastica mentale per giustificare la «provocazione». Pensare che il processo ai P-38 sia sproporzionato non vuol dire negare il diritto all'oltraggio, o all'indignazione.

A questo punto vogliamo attingere dal poderoso intervento dello scrittore Francesco Pacifico sul sito Il Tascabile, a difesa di un altro artista non facilmente decodificabile, Alessandro Gori detto lo Sgargabonzi, denunciato da Piera Maggio, la madre di Denise Pipitone, per alcune battute giudicate offensive pubblicate su un post di Facebook. Dopo sette anni, il processo si è concluso con l'assoluzione di Gori, che aveva sempre detto di non aver voluto offendere la signora bensì il circo mediatico che ha pasteggiato sul dolore di lei. Nella sua difesa, Pacifico aveva così sintetizzato la posizione etica da assumere nei confronti della querelante:
Stiamo parlando di questo: una donna che ha vissuto un’esperienza devastante, che nessuno di noi vorrebbe mai vivere, ha scoperto che il suo nome è stato usato in un collage decostruzionista di un comico, e ne ha sofferto. Lo capisco... Dev’essere orribile.
Partendo da queste doverose premesse, Pacifico si chiede però se una vicenda che rischia di mandare sul lastrico una persona, di rovinargli la vita, si possa ridurre ai sentimenti provati, «quando il diritto è basato sul raffreddamento degli istinti di farsi giustizia». In un Paese dove nessuna Procura ha mai avuto la miopia di inquisire Paolo Pietrangeli per la canzone Mio caro padrone domani ti sparo o Pino Masi per la canzone È arrivata l’ora del fucile, oggi dei trapper che dicono: «Non speriamo nel ritorno della lotta armata, stiamo maldestramente cercando di fare qualcosa d’artistico», rischiano di essere dichiarati colpevoli di un disegno criminoso in un processo penale.

I P-38 - va ammesso - hanno la scalogna di occupare nello spettro politico italiano la peggiore posizione possibile: guardati con orrore da un centro-sinistra di governo impegnato a difendere minoranze più presentabili, ignorati dai Ferragnez perché troppo bomberisti, portano in scena una simbologia marxista-leninista evitata come la peste pure dai movimenti anti-sistema che oggi occupano la scena: da quelli millenaristi paranoidi di ispirazione trumpiana al nazional-populismo per sua natura diffidente dei "rossi", passando per i comunisti-lepenisti che in tasca hanno La Verità di Belpietro. Se potrà mai sorgere un nuovo fenomeno eversivo contro lo Stato imperialista delle multinazionali (della Silicon Valley) è probabile che avrà la maschera di V per Vendetta come simbolo, anziché la stella a cinque punte.

Forse un certo modo di fare arte, volutamente offensivo e scioccante, può essere una forma di nichilismo per chi lo pratica e controproducente per qualsiasi progetto autoriale. Ma che una persona che se ne sente oltraggiata abbia il sacrosanto diritto di gridarlo, e persino di denunciare non vuol dire che i P-38 debbano essere processati e condannati.

Fonte

10/12/2018

Maschera e realtà intorno alla strage di Corinaldo

In Italia, quando c’è una duratura contraddizione tra potere e società, una strage fa sempre comodo. Permette di concentrare l’attenzione e l’emotività sociale su qualcos’altro, di riempire con altri argomenti le chiacchiere da bar o al mercato.

Nella storia del paese alcune stragi sono state ordite direttamente dallo Stato, ed eseguite da fascisti; altre volte da mafiosi, nel corso di una “trattativa” con lo stesso Stato. Qualche volta sono incidenti casuali, come quello della discoteca di Corinaldo.

In ogni caso fanno comodo, a chi sa come “trattarle”. Venti minuti di tg – sui 30 a disposizione – dedicati a poveri ragazzi per cui non è possibile non provare emozione. E intanto passano in cavalleria la grande manifestazione No Tav di Torino, le “lotte di classe in Francia”, il discorso di Mike Pompeo al German Marshall Fund (contro l’eurozona e l’“esercito europeo”, per militarizzare strategicamente il Mezzogiorno d’Italia), ecc.

Ma anche sulla tragedia dei ragazzi marchigiani viene inzuppato il biscotto della “narrazione tossica”, l’unica di cui sembrano ormai capaci i media nostrani, impossibilitati – per cultura giornalistica, abitudine al servilismo, povertà culturale, debolezza contrattuale, selezione all’ingresso nella professione – ad affrontare la durezza della realtà.

Ruolo dei media e realtà, in questo caso giovanile (anzi, adolescenziale), sono al centro di due delle riflessioni più stimolanti che ci sono state segnalate in questi giorni, e che spiccano sulla marea di paginate inutili buttate lì per “coprire la notizia”.

La prima, di Mario Di Vito, giornalista molto free che ospitiamo spesso sul nostro giornale e che ha scritto sull’argomento per il manifesto, prende di petto proprio i media (specie nel rapportarsi alla “questione giovanile”). Superficiali per costituzione genetica, “di scandalo in scandalo, di due giorni in due giorni”, rendendo così impossibile che una notizia sia più significativa di un’altra, che l’“indignazione perenne” si sedimenti in consapevolezza dell’ordine dei problemi da affrontare, delle responsabilità vere e di quelle solo “addebitate”.

Persino i pochi elementi certi – il numero dei biglietti venduti, lo spray urticante, l’eccesso di alcol in vendita nel locale (a minorenni!) – finiscono in un tritacarne da cui alla fine non si può individuare più nulla di rilevante. A cominciare dai gestori dei locali, che in altri articoli gli stessi media classificano tra gli “imprenditori”, tanto da avere anche un proprio rappresentante all’incontro al Viminale con Matteo Salvini (che evidentemente ritiene di aver assunto anche la delega allo “sviluppo economico”, in teoria in capo a Luigi Di Maio).

Il secondo contributo è forse ancora più interessante ed intrigante, perché arriva dall’interno di quel mondo – la musica Trap, l’uso di droghe tra gli adolescenti, le ragioni sociali profonde di certi comportamenti che terrorizzano un genitore o “schifano” un osservatore schizzinoso, ecc. – in cui la strage è maturata.

Se lo leggete “in purezza di cuore” può essere addirittura illuminante. Perché restituisce, come uno specchio, l’immagine di noi stessi che nessuno gradisce vedere.

Non è un caso, a nostro parere, che entrambi i contributi inizino nelle stesso modo: “il problema”.

La realtà del presente è mascherata ad ogni istante, deformata e restituita – mediaticamente – come narrazione rassicurante o incubo terrorizzante. Due modalità che in ogni caso invitano a restar fermi, senza interrogarsi sul serio su di sé e sul mondo; due narrazioni che invitano a delegare ad altri soluzioni e responsabilità.

Perché quando la maschera cade è subito conflitto aperto tra popolo e potere: su come siamo costretti a vivere, a soffrire e morire. Perché quando la maschera cade è subito Francia, blocchi stradali, gilets jaune e assalto ai palazzi del potere. Come a Bruxelles, non per caso... Sullo stesso argomento, invitiamo alla lettura dell’intervento di Giampiero Laurenzano, che l’affronta da un’altra angolazione per noi decisiva.

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Mario Di Vito

Il problema non è chi scrive cazzate su Facebook e Twitter, ma chi lo fa sulle colonne dei più autorevoli (...) giornali dell’impero.

Oggi in molti sembrano avere le idee chiarissime su quello che è successo a Corinaldo, con tanto di indicazioni dettagliate su colpe e colpevoli. Io, da modesto cronista, ho osservato e cercato di capire e, in tutta onestà, ancora non ho un’opinione precisa. Sarà un limite mio, ed è per questo che in un certo senso nutro stima (e forse invidia) per chi è riuscito a farlo comodamente seduto in redazione o sul divano di casa.

Tuttavia, qualche dubbio mi resta. Questo Sfera Ebbasta non l’avevo mai sentito nominare fino a ieri, l’ho ascoltato e mi fa cagare, ma non penso che lui abbia una qualche responsabilità per quello che è accaduto, né biasimo i ragazzini che lo ascoltano e vanno ai suoi concerti. Ho avuto sedici anni anche io – forse, non ricordo di preciso quando, ma ce li ho avuti – e mi pare di ricordare che avevo la testa piena di cazzate che oggi definirei pericolose. Per esempio, mi piacevano molto i Noir Désir, il cui cantante poi avrebbe ammazzato di botte sua moglie. Oppure leggevo con inquietante interesse i vecchi volantini delle Brigate Rosse, condividendone le parti più intransigenti. A oggi, quindici anni dopo, non sono diventato un uxoricida né un terrorista.

[Ridete, o non ridete, ma a sedici anni eravate dei cretini anche voi]

A sedici anni andavo anche a qualche concerto, di solito in posti al di sotto degli standard minimi di igiene e sicurezza, e pure allora cominciavano di solito dopo l’una di notte. Sono sempre tornato vivo a casa, forse ho avuto culo, non lo so. So però che adesso a mezzanotte mi viene sonno e entrare in un locale con più di venti persone mi dà quasi fastidio.

Lo spray al peperoncino. Usarlo è una cazzata, usarlo in mezzo alla folla è un crimine. Anche qui, però, più che verso chi l’ha fatto indirizzerei la mia indignazione su chi rende questi attrezzi così facili da trovare e da comprare, e fa ridere che tra i più accesi accusatori ci sia un giornale (quello lì, Libero) che a 43.50 euro più il prezzo del quotidiano ti dà una pistola che spara peperoncino a 180 chilometri orari.

E pure la faccenda dei biglietti: sì, ne hanno venduti il doppio rispetto ai posti disponibili, è grave. Ma è vero pure che così fan tutti i locali italiani – non prendiamoci in giro – e le prefetture e i Comuni che stilano chilometrici regolamenti per il pubblico spettacolo non hanno mai avuto niente a che ridire (e l’hanno sempre saputo). Questo per dire che è facile, dopo, gridare allo scandalo, evitando di dire che però in più occasioni, prima, si è preferito chiudere un occhio, talvolta anche due.

Tutto questo per dire cosa? Che la cronaca è cronaca, siamo a una giornata dai fatti, c’è un’inchiesta in corso e sarebbe saggio aspettare prima di cominciare a sparare a zero. Perché farlo subito? Questa la so: perché tra due giorni già la storia di Corinaldo non sarà più una notizia e dovremo indignarci per un’altra cosa. E poi per un’altra. E poi per un’altra. E così via, di scandalo in scandalo, di due giorni in due giorni. Da soli nel paese che sembra una scarpa.

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Il problema non è Sfera, siete voi

Federico Leo Renzi

Ho studiato la Trap come fenomeno sociale, sia quella italiana che americana. Ho fatto delle interviste qualitative ai ragazzi che l’ascoltano, li ho frequentati, sono andato (sto andando) negli istituti superiori a parlarne, ho organizzato pure un paio di concerti per loro. Quindi ho qualche vaga nozione di quello che sto per scrivere.

L’ultimo problema che abbiamo in Italia (credo se la giochi alla pari con il terrapiattismo) è Sfera Ebbasta. Il ragazzotto in questione fa esattamente il mestiere per cui è pagato e seguito: racconta i conflitti, desideri, problemi della sua generazione e di quella seguente. Lo fa con un linguaggio (musicale e testuale) comprensibile al suo uditorio, linguaggio che non ha inventato lui, ma è una fusione delle serie tv, dei film, della musica pop e del gergo giovanile della sua generazione.

Lui non ha creato nulla, lo ha solo interpretato e reso visibile. E qui sta il vero problema, che non è suo né del suo uditorio, ma vostro. La realtà che vi sputa in faccia senza filtri non la capite, vi fa paura, vi sembra un incubo distopico. Codeina ed eroina sono tornate, circolano fra i ragazzi in quantità che non immaginate, a costi bassi nemmeno fossero brani scaricabili da Spotify.

Le ha diffuse la Trap? No, circolavano da tempo come sedativi contro l’ansia dell’isolamento sociale, del non avere futuro, dell’essere inchiodati nel circolo eterno di lavori precari e sottopagati. La Trap si limita a farvi vedere quanto sono presenti e pervasive.

Le ragazzine minorenni che vendono immagini/video porno per una ricarica da 10 euro del cell, che scopano con il ragazzo con più follower della scuola per poi postare una foto su Instagram e guadagnare 100 like in più, che si fanno chiamare troie e se ne vantano in opposizione al neobigottismo del politicamente corretto, non esistono perché ci hanno scritto delle barre Sfera o la Dark Polo Gang. Sono le sorelle povere e politicamente scorrette di Chiara Ferragni, la stessa che portate in palmo di mano come esempio di giovane imprenditrice di successo, innovatrice di marketing, donna consapevole ed emancipata.

Il motto “No way out” che è la bandiera della Trap, non l’hanno coniato Lil Peep o Ghali, ma è ripreso da un famoso discorso di Margaret Thatcher, in cui la premier di ferro inglese davanti alla macelleria sociale conseguente alle riforme neoliberali sosteneva non ci fosse altra strada, altro mondo possibile, se non quello del tutti contro tutti per le ultime briciole del benessere. Voi questo discorso l’avete ripetuto fino alla nausea nelle scuole, nei media, nelle convention di marketing ed economia, che loro hanno interiorizzato, fatto diventare un’estetica e uno stile di vita.

Vi fa schifo vederli agghindati con rolex da 50.000 euro, Nike anni ’90 da 500 euro a botta, felpe Pyrex pagate 10 volte il loro prezzo di produzione? Chi ha inventato il feticismo del logo, il marketing che associa dei “valori” ad un brand aziendale, la delocalizzazione per aumentare i dividendi degli azionisti? Non certo loro, non erano nemmeno stati concepiti quando voi idolatravate MTV, celebravate i prodotti Apple come fossero rivelazioni divine, vi riempivate la bocca di delocalizzazione e abbattimento dei costi di produzione per favorire la ripresa del consumo.

Adesso vedete gli effetti incarnati di quello che predicavate (ma soprattutto praticavate ogni giorno, da 30 anni a questa parte) e vi fanno paura? Il problema non è di Sfera né dei ragazzini che lo ascoltano, ma vostro. Vi fanno ribrezzo perché sono voi senza le vostre menate buoniste, la vostra retorica dei veri sentimenti, il vostro moralismo da squali che piangono dopo aver divorato la preda? Nessuno ama guardarsi allo specchio, ma proprio per questo è necessario, e la musica pop è il più grande e fedele fra gli specchi.

Comunque la Trap non è un problema, anzi: permette un ponte fra le generazioni, di entrare nell’immaginario dei giovani e giovanissimi per capire il loro problemi e provare a dare loro una risposta, permette di avere un linguaggio condiviso per parlarci da pari a pari. Ma a voi capire e dare risposte ai loro problemi non interessa, non vi interessa nemmeno parlarci. Vi basta metterli in riga, farli stare zitti, nascondere sotto il tappeto le contraddizioni e la solitudine a cui li costringete. Non siete intellettuali, critici, insegnanti o educatori: siete l’ennesima incarnazione dell’eterno fariseo.

Fonte

25/03/2018

L’unica colonna sonora possibile: in difesa della Trap

La seconda metà degli anni dieci è il tempo della lenta agonia del principale social media, Facebook, popolato ormai da ex giovani e nuovi vecchi ormai rinchiusi nella propria bolla e costretti(si) a reiterare schemi comunicativi che si autoalimentano (meme, polemica sui vaccini, gente falZaaa, gattini su Salvini). Chi è veramente giovane tende a accogliere i cambiamenti e le novità in maniera più veloce ed elastica: instagram, snapchat, le stories. Se il modello di comunicazione di internet “old school”, nonostante tutto, prevedeva un livello di attenzione maggiore con contenuti condivisi anche complessi (quanto inutili ed autoreferenziali) i nuovi schemi prevedono vera velocità e pochi attimi significativi.

La musica liquida e diffusa va di pari passo: condividere il nuovo pezzo di Nicholas Jaar presuppone, oltre alla soddisfazione del proprio ego, la sufficiente certezza che qualcuno perderà venti minuti per ascoltarla, apprezzarne la complessità, ricordarla. Le instagram stories vivono di altra musica: la colonna sonora dei nuovi nuovi social media è la Trap. Per la maggior parte degli utenti non c’è tempo per l’ascolto impegnativo: serve tutto e subito e la musica Trap è tutto e subito, non è stratificata. Quello che serve è tutto li.

Nella mia bolla di internet la trap è la musica più odiata, salvo poche eccezioni.

Nel mio acquario di Facebook esistono solo macchiette che parlano di quanta droga sono in grado di ingerire, quante tipe sono in grado di possedere sulle proprie macchine costose e quanti soldi sono in grado di accumulare. Nel pubblico disprezzo di chi sostiene che quando si hanno milioni di visualizzazioni è un imperativo prendere posizione e catechizzare su argomenti importanti e/o di rilevanza politica e/o sociale. Nel disprezzo di chi sostiene che il rap “old school” era un’altra cosa e che come Danno nessuno mai. Gli unici trapper consentiti sono Ghali, senza probabilmente averne letto i testi, e Carl Brave per una vicinanza geografica e immaginaria al nuovo pop italiano (è questa la definizione corretta di quello che solo pochi anni fa era indicato come indie).

Basta approfondire poco per riconoscere che la trap è l’unica colonna sonora adatta a questi tempi. E’ ovviamente per chi è più giovane di me e non si rivolge a me o a chi è come me. Si rivolge a chi è nato con il niente intorno. Non occorre andare a ripescarne le origini nelle traphouse dei sobborghi di Atlanta, basta ascoltare un pezzo (pochi minuti) a caso di Sfera Ebbasta o di Rkomi.

La trap è musica che nasce nel disagio e nella provincia brutale. Ma non è la provincia lirica che ha nutrito negli anni zero il nostro immaginario, quella di fabbriche abbandonate e spazi semi-infiniti che assumono, se cantati da hipster con la chitarra, valenza poetica. Non è provincia filtrata da un grado di istruzione e fantasia che oscilla tra il medio e l’altro. E’ la provincia terribile di Baggio e Calvairate appena usciti dalla terza media o dal biennio del professionale, quando non va troppo male. Non c’è niente di poetico e non c’è niente di bello da inventare.

“Chiedono “Come va?”, “Come va?”, “Come va?” Ma noi non cambiamo mai no, mai no, mai
Qua è sempre il solito tran tran”

E’ pacifico che l’immaginario non esista. Per immaginare occorre un orizzonte che non può essere (solo) quello delle case popolari. L’unico immaginario, anche se virtuale, è quello del successo e quando non hai nulla o quasi la prospettiva è avere tutto. Tutto, alla fine degli anni dieci significa soldi, donne e potere. Il mezzo non importa.

La musica trap è il mezzo più facile per esprimere ed esprimersi. Non occorrono grandi mezzi e grande fantasia. Le basi non sono quelle fantasiose e dense di A Tribe Called Quest, sono i preset di un Roland-808 messi in un sequencer. La forza musicale della trap è l’immediatezza. E’ è per tutti perchè non occorre niente per essere decodificata. Tutto quello che serve è li e finisce subito. Ma è facile da riprodurre ed e sempre nuova e sempre uguale a se stessa. Non c’è crescita possibile. E’ un uovo oggi, costantemente.

Non occorre poi essere Danno o Neffa, si prova a rappare solo perchè il rap è ormai un linguaggio comune, facile e condiviso (anche le zie ormai (ri)conoscono Fabri Fibra). Si rappa (o ci si prova con risultati mediamente scarsi) perchè non si è in grado di fare altro. Qui finiscono i legami con l’hip-hop. E’ pacifico che i giovani trapper non conoscano, non capiscano o non siano interessati a conoscere Sangue Misto: hanno origini diverse e vanno in direzioni diverse. Nessuno proverebbe a giudicare Jean-Claude Izzo nello stesso modo in cui giudica Dan Brown per il solo motivo che entrambi usano l’alfabeto.

“Non c’entro col rap, no / Con quello e con l’altro
No scusa, no hablo tù lingua / Ma sicuro piace a tua figlia
Sicuro, è da un po’ che sta in fissa col trap”

E’ più che legittimo giudicare male la trap ma è meglio farlo per i motivi giusti. Ho quasi 40 anni e la trap non mi piace, per nulla. La trovo povera musicalmente e povera come contenuto. Ma è più giusto assumersene la colpa. Cosa si può pretendere da una generazione a cui non è stato lasciato niente? Rancore e nessuna prospettiva che preveda difficoltà. Chi ha venti anni oggi ha espulso le tossine del martirio, vuole tutto, lo vuole facilmente senza dare niente in cambio. Vuole la strada più breve. Perché dovrebbe dare qualcosa quando non ha ricevuto nulla?

Vogliamo tutto non ha nessuna lettura politica. E’ un tutto enorme e molto piccolo. Sono i 15 minuti di Wharol sotto anfetamina. E l’unico tutto possibile all’interno del nulla intorno.

“La sera è scesa senza me sto senza un euro
Un minuto dopo sono sotto e corro, ubriaco perso
Avessi un piano farei piano prima[...]
Fossi al tuo posto: un colpo in testa e la farei finita
E ogni traguardo è un passo verso la via lattea”

Nei miei luoghi e nei miei spazi la lente sulla trap si limita solitamente a due nomi: Dark Polo Gang e Ghali. Si cerca, per semplificare, la macchietta e il fenomeno.

DPG è un fenomeno abbastanza atipico all’interno della scena trap. Romani di estrazione medio borghese (DarkSide è figlio di Francesco Bruni, lui sì vero corresponsabile del vuoto immaginario che ci circonda), negli ambienti di cultura, la Gang viene presa come esempio del vuoto della trap. DPG è l’immaginario delirante che fa il giro e diventa critica. Ogni pezzo del quartetto romano è un inno nonsense al bello con una fascinazione peculiare per i vestiti femminili. Nella semi-follia di rime sbagliate e parole inventate DPG compone solo inni di amore universale per cervelli piccolissimi e distrugge l’immaginario machista dell’hip-hop, solo col fatto di esistere, più di ogni pezzo militante. Non consiglio a nessuno di ascoltarla, è solo un bene che esista.

“Ho più scarpe di una troia / Quando ho freddo una pelliccia rosa
Baby siamo delle rockstar / Oh mio dio sembro una donna“

Ghali, di contro, è generalmente considerato l’esempio positivo della musica trap. Un po’ più bravo degli altri, un po’ più consapevole degli altri, lievemente più colto degli altri. In realtà è non è apprezzabile per una presunta superiorità rispetto al resto della scena trap.

Ghali è, al pari di Bello Figo, il miglior esempio della positività dei movimenti delle persone nel mondo. Tenendo labilmente ferme le origini dei propri genitori Ghali è un perfetto adolescente della periferia milanese. I testi di Ghali non solo portano riferimenti alt(r)i: sono pieni di citazioni pop dal mondo dei fumetti, dei film e dei videogiochi. Al pari della DPG metà delle rime non è chiusa e non è scritta meglio di quelle di altri (Rkomi, per esempio, vive su un altro pianeta). E’ la semplice e rivoluzionaria rivendicazione di essere un coglione come tutti gli altri.

“Io sono fuori: Brexit / Fluttuo come un backflip
Non sono un politico, io non cerco consensi
Fuck ciò che pensi / Terzo occhio: Tensing”

Non consiglio di ascoltare nessuno: la musica trap è terribile. I miei unici guilty pleasure (al 90% per motivi di immagine) sono Priestess e l’islandese Alvia Islandia. E’ solo necessario difendere l’esistenza di chi fa trap: è l’unico storytelling possibile di questa generazione, l’unica colonna sonora possibile a snapchat, uno dei nonluoghi dove si svolge la vita ora.

La narrazione è destinata a cambiare, solo se ci sarà qualcosa di altro da raccontare.

Per Senza Soste, Luiz Vega

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