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20/07/2021

Vent’anni invano

A vent’anni di distanza da Genova, riproponiamo l’intervento che Paolo Cassetta svolse all’assemblea fondativa della rete politica nazionale “Noi saremo tutto” (maggio 2012). Nonostante la distanza temporale tanto dall’oggi, quanto da Genova, potrebbe apparentemente rendere superata la diagnosi, molte delle questioni centrali dell’estrema sinistra italiana dell’ultimo quarantennio sono qui evocate e affrontate con rara precisione. I problemi del movimento operaio italiano si confermano dunque sistemici, forse irrisolvibili. Vent’anni di smobilitazione sembrano ormai costituire qualcosa di più di una semplice fase transitoria, costringendoci in qualche modo a fare i conti non più (solo) con i nostri limiti soggettivi. Che pure, in questa ritualistica celebrazione mainstream dell’”evento” Genova, permangono ancora imperturbati. Come evidenzia l’autore, continuiamo a pensare le giornate di mobilitazione genovesi come “evento” generazionale, e non come esperienza – una delle tante – del movimento operaio e anticapitalista italiano, da cui ricavare lezioni e smentite. Il ricordo, dunque, degenera immediatamente nell’epopea, alimentando quel presentismo incapace di fare i conti con se stessi e con il proprio passato. Delegando a Repubblica o al Corriere della Sera quella critica dell’evento, ovviamente sviante e interessata, che alle nostre latitudini continua a partorire apologie commemorative inutili a capire tanto Genova quanto il futuro della sinistra anticapitalista italiana.

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Nosce te ipsum
Appunti sulle condizioni soggettive della sinistra anti-capitalistica italiana


Il dato da cui vorrei partire, macroscopico, innegabile, e anche un po’ scontato, è quello della crisi attuale. Si tratta evidentemente della più seria crisi economica degli ultimi anni. È una crisi che sta peggiorando in modo concreto le condizioni di vita della stragrande maggioranza delle classi popolari italiane. È una crisi che oltretutto si accompagna a una caduta verticale del prestigio e della credibilità del sistema politico dei partiti borghesi. Ebbene, sin dal suo emergere, questa crisi si consuma senza che a giovarsene sia alcuna ipotesi, moderata o radicale, di alternativa anti-capitalistica.

Di fronte a questo fatto si può reagire in molti modi. Il più diffuso, e per certi versi comprensibile, è quello di richiamare i caratteri internazionali dei fenomeni economici e politici in atto. Si sottolinea la globalità dei movimenti del capitale, alimentati da tecnostrutture anonime ormai dotate di una ulteriorità inattingibile a partire dalla scala nazionale. Di fronte a essa, la dimensione interna delle vicende politiche italiane apparirebbe svuotata di importanza e priva di potenziale incidenza sui rapporti di forza fra le classi. Inoltre, è diffusa la sensazione che i modelli analitici e strategici provenienti dalla tradizione classica del movimento operaio, quella del Novecento, per intenderci, siano definitivamente spuntati. I mutamenti intervenuti nella fisionomia del proletariato contemporaneo li avrebbero resi inservibili nella loro fiduciosa aspettativa di ricomposizioni sociali automatiche. La sconfitta schiettamente politica e ideale subita dal comunismo all’indomani del fatidico 1989, li avrebbe resi impresentabili nella loro pretesa di rappresentare un orizzonte di più avanzata civiltà rispetto al mondo della borghesia.

Comunque la si metta, resta la circostanza sbalorditiva. Le classi al potere dichiarano apertamente i propri limiti, e la propria intrinseca inclinazione a risolvere i problemi di funzionamento del sistema attraverso la compressione delle condizioni di vita dei ceti subalterni. Ma questo non produce una qualche ripresa su larga scala delle opzioni alternative al mondo della borghesia. Le osservazioni che cercherò di sviluppare non si propongono di fornire una spiegazione generale di questa deplorevole situazione. Vorrei soltanto attirare l’attenzione su alcune caratteristiche della vicenda recente della sinistra anti-capitalistica italiana. Sono infatti convinto che, in ogni momento storico, esiste una dimensione sovrapersonale dei nostri pensieri e delle nostre pratiche difficile da padroneggiare per intero, ma nella quale occorre procedere ogni tanto a oneste operazioni di inventario e di pulizia. In altre parole, una migliore conoscenza di noi stessi, del nostro mondo e dei modelli di pensiero e di azione depositati nel cosiddetto movimento negli ultimi vent’anni, può senz’altro giovare alla riflessione operativa e alla definizione di una prospettiva di lavoro teorica e politica specificamente comunista.

Il punto di partenza del mio ragionamento risale, per forza di cose, alla fine degli anni Ottanta. È il momento in cui si consuma interamente la sconfitta del movimento operaio italiano del secondo dopoguerra, nelle sue versioni moderate e radicali. Ciò su cui mi concentrerò, lo ripeto, non è l’analisi complessiva, internazionale, della tragedia occorsa al comunismo sul finire del Novecento. Solleciterò invece la vostra attenzione sulla forma assunta in Italia da questo fenomeno di enormi proporzioni, con particolare riferimento alle aree esplicitamente o implicitamente eredi della nuova sinistra degli anni Settanta.

Nuova Sinistra, del resto, è espressione che ha senso solo in rapporto al suo opposto: alla Vecchia Sinistra. E la cosa notevole è proprio questa, che, all’inizio degli anni Novanta, la fine del Partito Comunista Italiano e la nascita di Rifondazione Comunista, aboliscono di fatto le antiche demarcazioni, quasi avverando il sogno più antico di tutti gli estremismi italiani, la spaccatura del PCI. Da un lato vengono meno gli equivoci e le ambiguità a lungo coltivati da un gruppo dirigente che smette le vecchie bandiere, riconoscendosi completamente interno al mondo della proprietà privata e della democrazia borghese. Dall’altro, le forze che confluiscono nella nuova formazione comunista, anche a causa della lunga battaglia congressuale condotta contro la maggioranza di Occhetto e D’Alema, appaiono spostate sensibilmente più a sinistra dell’orizzonte precedente del vecchio partito. Ciò, tuttavia, non si traduce in reale capacità innovativa né sul piano ideologico, né sul piano dell’azione politica. La Rifondazione di Cossutta e Garavini è ingessata e resta in mezzo a un guado. La mancata adesione di Ingrao e del grosso della sua corrente privano il nuovo soggetto della fisionomia accogliente di un largo, aperto e inconnotato movimento anti-capitalista. L’egemonia della corrente di Cossutta impedisce invece una reale rivisitazione della fase berlingueriana degli anni Settanta, nonché una reale apertura al mondo variegato dell’estrema sinistra.

Un mondo variegato, ho detto. Ma soprattutto un mondo diviso, per molti versi piegato, attraversato da rancori, recriminazioni, tentazioni trasformistiche e inamovibili rigidità. Sul finire degli anni Ottanta, anche qui siamo in chiusura di partita. Giunge a compimento il percorso della sinistra rivoluzionaria italiana che aveva conteso al PCI la direzione dei movimenti di massa e, sull’onda del lungo ‘68 italiano, si era proposta come alternativa generale alla “via italiana al socialismo” di impostazione togliattiana, evoluta (non senza traumi) in strategia del “compromesso storico” con Berlinguer.

Ricorderò le cose nell’essenziale.

Democrazia Proletaria è l’unica formazione proveniente dalla storia dei cosiddetti “gruppi” a essere rimasta in vita. Il lungo periodo di direzione, saccente e pomposa, affidata a Mario Capanna, l’ha abituata a un vivacchiare elettorale che vorrebbe trovare la sua ragione d’essere nei nuovi temi dell’eco-pacifismo. La cultura del limite, la non-violenza come scelta strategica, l’inclinazione federativista in campo organizzativo, sono tutti filoni che vengono sviluppati in questa area, con la benedizione del quotidiano il manifesto e della sterminata e collosa area ingraiana. È qui che inizia quel processo di trasformazione del comunista in boy scout, che rende immancabilmente le manifestazioni una “festa”, e abitua le nuove generazioni a pensarsi immacolate e giustificate dalla natura pacifica dei mezzi della lotta. Di fatto, nella vita di partito, Democrazia Proletaria conosce le sue pene, srotolando tutto il rosario dei litigi possibili attraverso le scissioni con i Verdi-Arcobaleno e le accanite lotte interne di corrente impegnate fra i dirigenti provenienti da Avanguardia Operaia e quelli di derivazione PDUP e ingraiana. È anche interessante che si faccia spazio al suo interno la componente derivata dalla Lega Comunista Rivoluzionaria, i cui anni d’oro sono stati proprio gli Ottanta, regno della confusione e del risveglio del probo e innocuo trotskismo italiano. Alla fine, l’insieme delle forze mantenutesi in DP non può che scegliere la confluenza in Rifondazione Comunista. Ciò nonostante, sarà vana la speranza di incidere sul profilo della nuova formazione, mettendone in questione l’elemento “continuista” con la storia del PCI.

L’area della Autonomia Operaia appare invece esausta e sconvolta dalle vicende della repressione e delle varie evoluzioni, in alcuni casi esplicitamente dissociatorie, dei suoi gruppi dirigenti. È l’unica ad aver tenuto in qualche modo nel territorio, con i suoi collettivi e le sue reti mobili di relazioni. Ma è risultata spiazzata dalla controffensiva capitalistica degli anni Ottanta, che ha preso di petto la classe operaia delle grandi concentrazioni industriali, rendendo momentaneamente inservibili i temi agitatori dei “non-garantiti” e dell’”operaio sociale”. In questo senso, ha subito una sorta di metamorfosi spontanea che è opportuno registrare. Si è come ripiegata su stessa. Da soggetto politico capace di intercettare e mobilitare un antagonismo sociale più vasto, si è trasformata in un mondo assorbito dalla difesa del proprio spazio vitale, dei propri stili di comportamento e dei propri linguaggi. Giova notare che questo cambiamento, là dove è ammesso, non è considerato sinonimo di debolezza, ma giustificato come sviluppo di una pratica di autovalorizzazione sociale coerente con la propria storia. In concreto, però, ciò che accade è semplice. In primo luogo, il forzoso ripiegamento su se stessi dei collettivi dell’Autonomia Operaia sopravvissuti alla bufera della repressione, costituisce l’antefatto metamorfico del nuovo mondo dei centri sociali. In secondo luogo, il travaso della carica politica dirompente dei temi del Settantasette nell’analisi leziosa del metabolismo quotidiano del general intellect, rende il discorso post-operaista talmente proteiforme da configurarlo come prodotto polivalente, potenzialmente manipolabile in molti modi.

Nessuna manipolabilità e nessuna metamorfosi si danno infine nell’esperienza della lotta armata, e in particolare in quella delle BR, che sul declinare degli anni Ottanta approdano a definitiva conclusione. Qui c’è il vero caput mortuum degli anni Settanta. Ci sono le condanne penali. Ci sono i numerosi prigionieri politici. C’è il sentimento secco e non sofisticabile della sconfitta, dilatato dalla riprovazione generalizzata che tipicamente si abbatte su chi ha osato violenza contro il mondo della borghesia, legale per definizione e giustificato dal suffragio universale. Sottolineiamo che questa sconfitta è resa ancora più netta dall’assenza di una reale discussione sulla storia politica degli anni Settanta, che inizia anzi a divenire il terreno di edificazione di una variopinta mitologia negativa, tuttora vegeta e operante. E aggiungiamo che i deboli e infruttuosi tentativi di intraprendere campagne a favore di provvedimenti di amnistia, fiaccano e sbriciolano il già difficoltoso rapporto fra militanti imprigionati e nuovi movimenti, gli uni polverizzati e immiseriti nelle proprie divisioni interne, gli altri sempre più calamitati da orizzonti e esperienze biografiche lontani dalle scelte crude del decennio precedente.

Ecco, nel contesto che ho cercato velocemente di delineare, e che risulta grosso modo assestato a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, anche in ciò che resta dell’estrema sinistra italiana l’esigenza di novità appare dunque preponderante. Il taglio con il passato risulta percepito come liberatorio, come sinonimo di inventività politica. E può essere utile ricordare che un movimento come quello della Pantera, attivo fra l’inverno del 1989 e la primavera-estate del 1990, stabilisce già il suo rapporto con gli anni Settanta come l’obbligata e complicata relazione con un periodo storico che va conosciuto, filtrato, quasi tenuto a distanza. A questa data è del resto obiettivamente in moto l’esperienza dei centri sociali, da intendere ormai alla stregua di fenomeno specifico. Ho appena detto che essa nasce come semilavorato di momenti e vicende radicate nel percorso dell’estrema sinistra classica. Ma è importante precisare che ben presto diviene il bacino collettore di un forte bisogno di autonomia dalla tradizione, a partire dal quale prende corpo un combinato di pratiche e ideologie configurante un nuovo ciclo della sinistra anti-capitalistica italiana.

È un ciclo che, ovviamente, va collocato sullo sfondo dello scenario internazionale degli anni Novanta. Dirò brevemente che in questo decennio sorge e prende corpo il nuovo sentimento di critica all’ingiustizia sociale che ruota intorno al cosiddetto “alter-mondialismo”. Tale espressione è ovviamente generica. Però ci aiuta a denotare la differenza con l’atteggiamento generale dei movimenti precedenti, tutti più o meno inseriti, in modo riformista o radicale, nell’orizzonte di trasformazione reale aperto dalla Rivoluzione d’Ottobre. L’alter-mondialismo assume invece, di fatto, l’esistenza del capitalismo triumphans, laureato vincitore sul campo nella lunga contesa ingaggiata fin dal 1917 con il movimento operaio classico, giunto o meno al potere. Questo capitalismo, libero dalla confrontation con i paesi dell’Est, e dalla pressione del movimento operaio organizzato nelle democrazie borghesi occidentali, compie un ulteriore salto di complessità e di connessione interna. È un salto alimentato innanzitutto della terza rivoluzione industriale legata all’automazione e all’informatica, che può esprimersi senza limiti in un paesaggio ormai bonificato dalla contestazione operaia. È un salto edificato, in secondo luogo, sullo sgretolamento dell’alleanza istituita nel secondo dopoguerra fra borghesie nazionali dei paesi dipendenti e campo socialista, ciò che consente il riemergere di atteggiamenti apertamente coloniali e l’affermazione della vocazione capitalistica alla completa integrazione del mercato mondiale. È la cosiddetta “globalizzazione”. È il cosiddetto “pensiero unico”. È una situazione di sfrenatezza imperialistica alla quale inizia a rispondere confusamente un arco di soggetti animato da un originale miscuglio di riformismo e utopismo, necessariamente privo di una strategia e di una tattica definite.

Cerchiamo di capire meglio. L’ingrediente che ho definito riformistico delle nuove figure della contestazione è molto diverso da quello tradizionale delle socialdemocrazie storiche, fatto di welfare e aumento dei salari. Esso ruota intorno alla critica morale e legale della finanziarizzazione, a piccoli e speranzosi keynesismi locali, a una idea di democrazia economica che evita di nominare radicalmente la questione della proprietà privata. L’ingrediente utopistico è suscitato invece dalla percezione sociale delle potenzialità civili connesse al livello di sviluppo delle forze produttive raggiunto con la terza rivoluzione industriale. Per esempio, l’idea molto antica di una organizzazione razionale dell’impiego delle risorse mondiali, esce rafforzata, rinnovata, e in qualche modo svincolata dalle esperienze classiche della pianificazone, grazie alle nuove connettività rese possibili dall’informatica. Nello stesso tempo, la nuova coscienza ambientale produce una critica della categoria della crescita, che ridisegna e riapre gli orizzonti di pensiero sui modelli alternativi di società. Da tutto questo prende corpo ciò che potremmo definire una nuova figura storica del sentimento anti-capitalista. È una figura pesantemente segnata da connotati morali pre-marxisti, e dalla indignazione contro rapacità e povertà, intese come malattie estirpabili a partire dall’ambigua categoria dell’equità. È una figura estremamente recalcitrante ad affidarsi al noi impersonale e autosufficiente del partito e molto più incline a pensarsi come rete di io e di soggettività, all’interno della quale, per forza di cose, assumono funzioni di supplenza nuovi santini e santoni: intellettuali acclamati in conferenze e comici investiti di mansioni di denuncia. È una figura che inizia a osservare le periferie del mondo con grande ambivalenza: simpatizzando con esse, nella misura in cui si presentano come depositi di saggezza e di relazioni da preservare; distogliendone lo sguardo, quando la reazione alle pratiche e alla mentalità neo-coloniale assume forme violente e talora culturalmente regressive, come nel caso del fondamentalismo islamico. Ad ogni buon conto, il decennio culmina icasticamente a Seattle, nel 1999, con una settimana di battaglie campali ingaggiate contro l’astrazione onnivora e anonima della “globalizzazione”, incarnata dal WTO. In Italia i protagonisti di questa dinamica, come ho già detto, sono prevalentemente i centri sociali. Essi, tuttavia, devono essere esaminati anche e soprattutto come fenomeno collegato per differenze e assonanze, per richiami e rotture, al ciclo specifico di lotte di classe che, unico in Europa per durata e intensità, il nostro paese aveva conosciuto tra gli anni Sessanta e Settanta.

E, allora, abbiamo ricordato che, agli occhi dei protagonisti italiani del nuovo movimento, il paesaggio consegnato in eredità dal Novecento appare particolarmente disastrato. Ebbene, il primo elemento che risulta tipico della cultura dei centri sociali, è il rifiuto di pensare in modo strategico. In sostanza, non esiste un prima e un poi del cambiamento. Non esiste un percorso immaginato e ragionato di pratiche che conducano da un oggi dominato dagli apparati economici e politici del capitale a un domani caratterizzato dall’effetto di padronanza della presa del potere. Ciò che si rivendica, sulla base di un empirico sincretismo fatto di suggestioni operaiste e rimandi al vecchio mutualismo pre-marxista, è l’autonomia e la centralità del presente. Ciò che si postula è la compiutezza di significato dell’adesso generato dalle relazioni costruite all’interno della sfera, conquistata e difesa, delle autogestioni.

Per capire cosa intendo, vorrei leggere poche righe tratte dai Manoscritti economico-filosofici di Marx:

«Quando gli operai comunisti si riuniscono, essi hanno primamente come scopo la dottrina, la propaganda, ecc. Ma con ciò si appropriano insieme di un nuovo bisogno, del bisogno della società, e ciò che sembra un mezzo, è diventato scopo. Questo movimento pratico può essere osservato nei suoi risultati più luminosi, se si guarda ad una riunione di “ouvriers” socialisti francesi. Fumare, bere, mangiare, ecc., non sono più puri mezzi per stare insieme, mezzi di unione. A loro basta la società, l’unione, la conversazione che questa società ha a sua volta per iscopo; la fratellanza degli uomini non è presso di loro una frase, ma una verità, e la nobiltà dell’animo s’irradia verso di noi da quei volti induriti dal lavoro».

Come vediamo, in questo brano, Marx coglie acutamente il doppio significato di qualunque associazione proletaria generata dalla coscienza di classe. Da un lato quella di essere espressione sintetica di una volontà di lotta e di trasformazione della società. Dall’altro quella di essere società in sé stessa, luogo di relazioni emancipate, prefigurazione, entro una certa misura, della società complessivamente liberata dal giogo dello sfruttamento e della alienazione. Ora, ciò che prende corpo nella cultura dei centri sociali è l’autonomizzazione dell’elemento presentista. Fumare, bere, mangiare, cioè costruire esperienze di nuova socialità entro spazi sottratti alle logiche mercantili, diviene l’asse intorno a cui far ruotare il pensiero e l’azione del nuovo antagonismo. Ma ciò avviene a scapito del momento necessariamente diacronico e processuale della lotta generale, che inizia a essere percepito come mero investimento bellico-sacrificale sul futuro e irriso in quanto esca della grande truffa ordita dal Novecento ai danni dell’irripetibilità della vita individuale.

Vorrei precisare che questa caratteristica non va considerata una semplice evoluzione del discorso sulla “maturità del comunismo” tipico dell’operaismo degli anni Settanta. Ha senz’altro importanti agganci con esso. Però trae spunto anche da tradizioni più antiche, legate a quell’anarchismo e comunismo degli artigiani con il quale Marx ebbe sempre rapporti difficili. In ogni caso, il presentismo che ho cercato di delineare, ci conduce al secondo tratto rilevante del nuovo mondo dei centri sociali: l’idea molecolare della connessione sociale e politica. Qui possiamo andare più svelti. Se infatti il mio presente è autonomo, a suo modo compiuto grazie alle pratiche vitali esperite nel luogo di comune aggregazione, allora anche il mio collegamento con l’esterno risulterà emancipato dal modulo particolare-generale. Capiamo facilmente che un soggetto autosufficiente non acquista il suo senso dalla integrazione, intesa come completamento, con una dimensione generale sovrastante. La relazione con il proprio simile preferirà pertanto seguire percorsi molecolari, simpatetici, rizomatici; itinerari legati a modelli biologici più che alle linee, eventualmente complicate dal calcolo tattico, del more geometrico tipico del movimento operaio classico.

Per questo, il modo materiale di lottare dei centri sociali evidenzia una duplice tendenza. Primo, gli obiettivi concreti, perseguibili ed effettivamente perseguiti, ruotano quasi sempre intorno a pratiche di riappropriazione di spazi fisici all’interno dei quali generare esperienze di nuova socialità. Secondo, il proprio punto di vista sul mondo viene espresso attraverso iniziative che non sono reiterabili e generalizzabili, ma testimoniali e simboliche. Si tratta di un modello alternativo a quello, sia riformista sia rivoluzionario, del movimento operaio classico. Le sue radici affondano nelle battaglie della democrazia radicale anglosassone, nelle esperienze della resistenza civile, nelle performances delle avanguardie artistiche del primo Novecento. Intendiamoci, negli anni Settanta qualcosa del genere era ovviamente già comparso nella storia dell’estrema sinistra. Ma si trattava più di un ingrediente utopico-creativo della forza del movimento (un ingrediente carnascialesco bachtiniano, direi), che di un reale vettore dell’antagonismo. Negli anni Novanta, le difficoltà a immaginarsi e accreditarsi come maggioranza potenziale conducono a pensarsi e organizzarsi come minoranza attiva, capace di azioni testimoniali dotate di alto valore simbolico. Pensiamo all’intera vicenda della “tute bianche”. Pensiamo a molte delle azioni organizzate contro la prima e la seconda guerra del Golfo. Pensiamo al modo in cui viene gestita la piazza nel corso degli anni Novanta, cercando, creando e gestendo momenti di scontro a bassa intensità, piccole battaglie quasi simulate, con polizia e carabinieri.

Le cose dette sin qui ci portano a una conclusione. L’effetto di padronanza legato al generale, al reiterabile e al prognostico, appare perduto o non più praticabile a fronte delle “sparse membra” di una composizione di classe devastata dalla sconfitta e dalla terza rivoluzione industriale. Di conseguenza, essere radicali assume progressivamente il significato di ritagliare e reinventare porzioni di mondo sottratte alla logica mercantile, testimoniando la propria avversione al sistema generale della proprietà privata mediante azioni simboliche capaci di spiazzare e interrogare il senso comune. Vorrei suggerire di non prendersi gioco con leggerezza di questo atteggiamento. Gli ultimi venti anni di storia ci dicono infatti che, nei paesi a capitalismo avanzato, il vecchio “generalismo” del movimento operaio è risultato singolarmente incapace di proporre modelli di azione efficaci, che non fossero stancamente ripetitivi o semplicemente abbarbicati alla necessità di conservare mere rendite di posizione. Ma il modulo originale e relativamente incisivo della minoranza attiva, qualora venga considerato come strategia autosufficiente, lascia emergere ben presto problemi non indifferenti. Nella misura in cui si sviluppa e riscuote successo, conduce necessariamente al confronto di natura generale con l’istituito nelle sue varie articolazioni. Nella misura in cui resta legato alla mera testimonianza e simbolicità, subisce impreparato l’effetto di ritorno della dimensione (mai assunta a reale problema) della politica tradizionale, con il doppio e speculare contraccolpo della istituzionalizzazione non governata o della repressione introiettata come monito e terrore.

Di fatto, gli anni Novanta sono il periodo della progressiva destrutturazione dei moduli classici dell’agire politico, e insieme della progressiva ricerca e formulazione di nuovi orizzonti teorici e pratici. In questo decennio si forma e si consolida una nuova generazione di militanti e dirigenti della sinistra anti-capitalistica, animata dalla convinzione che si debbano praticare terreni nuovi, rompendo ingessature ideologiche ormai prive di utilità. Si pensi agli effetti della lunga direzione di Fausto Bertinotti in Rifondazione Comunista. Si pensi alla alleanza fra i centri sociali del Nord-Est, il Leoncavallo di Milano e l’area egemonizzata dal Corto Circuito di Roma, con i primi esperimenti di partecipazione e uso dei meccanismi istituzionali di rappresentanza. Si pensi all’impatto culturale dello zapatismo. Si pensi, infine, al ritorno di influenza di un post-operaismo ormai evidentemente segnato dagli stilemi fluidi e onnivori del pensiero di Foucault e Deleuze. Nello spazio di un decennio si accumulano molte esperienze incontestabilmente interessanti. Ma si crea anche una sorta di koinè, un dialetto culturale generalizzato fatto di espressioni e categorie che muovono tutte verso l’incremento di distanza con il passato, senza per questo assumere la responsabilità di un nuovo pensiero strategico. Camminare domandando, si dice. E in questo contesto ciò che progressivamente evapora è la grande occasione che, dall’incontro fra le varie eredità non pentite del marxismo italiano, sorga un nuovo ciclo di esperienze comuniste capace di dare orizzonte comune alla resistenza operaia balbettante nelle dimensioni post-fordiste, all’antagonismo rabbioso del proletariato metropolitano confinato nelle nuove periferie, alla estraneità ammutolita della forza-lavoro immigrata generata dalla ridefinizione mondiale dei flussi dello sfruttamento.

Verrebbe da dire che non poteva andare altrimenti. Verrebbe da giudicare scontato che in Italia si dovesse pagare un prezzo di particolare disillusione e trasformismo, a fronte delle speranze e battaglie così intense vissute durante gli anni Sessanta e Settanta dalla classe operaia, dal proletariato, e anche dai famosi intellettuali gramscianamente organici. In ogni caso, nella nuova post-storia del capitalismo tornato dominatore incontrastato del mondo, il 2001 fa realmente da spartiacque. George W. Bush è eletto alla fine del 2000, come espressione di un blocco di poteri estraneo all’utopia clintoniana della governance mondiale e ben deciso a patrocinare selvaggiamente gli specifici interessi nord-americani. Nel nostro paese, con più modestia, il secondo governo Berlusconi attesta che la coalizione di centro-destra, restata solo nove mesi al potere fra il 1994 e il 1995, non è una bizzarra parentesi della storia italiana, ma il modo in cui la borghesia ha costruito un assestamento tale da consentirle la meritata sfrenatezza dopo le convulsioni di Tangentopoli. È vero che a gennaio del 2001 si tiene a Porto Alegre il primo Forum Sociale Mondiale del movimento dei movimenti, quasi a costituire fisicamente la base soggettiva dell’”altro mondo possibile”. Ma qualche mese dopo, a Genova, gli apparati dello stato gettano la maschera prendendo in contropiede il work in progress del movimento. E a settembre l’attacco alle Torri Gemelle dimostra in modo desolante agli alter-mondialisti impregnati di pacifismo e cultura delle differenze che la rabbia dei popoli oppressi, priva di orizzonti laico-socialisti, non prende affatto sembianze amichevoli. È quel che si dice un cambio di marcia.

Ebbene, questa svolta macroscopica non è affatto negata. Tuttavia, essa si produce in una atmosfera ormai satura di luoghi comuni e connotata da una dinamica ideologica monocorde. Farò solo qualche esempio. Escono due libri, Impero di Negri e Hardt e Oltre il Novecento di Marco Revelli. Vorrebbero fare il bilancio degli anni Novanta, e in qualche misura ne fotografano lo spirito. Vorrebbero sancire i nuovi linguaggi dell’attivismo e della contestazione post-fordista, e in un certo senso ci riescono. La duplice e speculare versione delle moltitudini negriane e del volontariato revelliano sembra realmente dare corpo culturale, se non teorico, a un decennio di esperienze. Nella partitura hard, quella di Negri, viene celebrata la simil-cristiana sovversione dell’Impero scavata dai nipotini sempreverdi dell’operaio sociale. Nella partitura soft, quella di Revelli, i boy scout del Terzo Settore sono i protagonisti dell’”uscita di sicurezza” dalle mostruosità dell’homo faber novecentesco. Ce n’è per tutti i gusti. Eppure, a dispetto della loro fortuna, i due libri escono vecchi, sorpassati da una realtà che propone nuove, drastiche semplificazioni, e nuove, obbligatorie strettoie.

D’altra parte, è proprio in questo periodo che lo zapatismo, inteso come cultura di importazione, raggiunge lo zenit della popolarità. I suoi punti forti (quelli che ne decretano la grande suggestività) ruotano tutti intorno al rifiuto della tradizione comunista. Il problema del potere politico è giudicato sbarazzinamente una questione secondaria. L’atteggiamento dialogico viene enfatizzato come alternativa alla identità maturata nella lotta. L’onere e l’obbligo di formulare un punto di vista teorico e politico sul mondo vengono elusi, e dissolti bellamente nella doxa del “camminare domandando”. Marcos stesso perde il senso delle proporzioni, e, forse per meglio denotare la sua estraneità al mondo dei terrori contrapposti, pensa bene, nella seconda metà del 2002, di promuovere la resa dell’ETA suggerendo, sono espressioni sue, di «dare un’opportunità alla parola». Ne scaturisce una seria polemica con il movimento basco, che lascia attoniti i militanti sperimentati, ma piace assai alle nuove burocrazie del Forum Sociale Mondiale. Marcos, infatti, critica pesantemente la pretesa dell’ETA di rappresentare gli interessi del popolo basco e insiste sulla necessità di puntare sulla sola forza della ragione, contro la logica della violenza. Inoltre, chiude il battibecco con una lettera datata 12 gennaio 2003, nella quale spicca il seguente post-scriptum: «Forse è già chiaro, ma lo ribadisco: me ne frego anche delle avanguardie rivoluzionarie di tutto il pianeta».

Perché mi dilungo in questi particolari? Perché danno il senso di quei mutamenti culturali, di quegli slittamenti di significato, che hanno lavorato nel profondo, rendendo l’estrema sinistra italiana diversa da se stessa e sempre più lontana dalla capacità di elaborare specifiche prestazioni politiche. Le grandi mobilitazioni contro la guerra, e per la difesa dell’articolo 18, la vedono ancora protagonista e massicciamente presente. Ma lo scontro si indurisce. La repressione subita a Genova non viene analizzata come esperienza ma vissuta come evento, mitico e terribile. D’altro canto, la contesa politica regredisce progressivamente a livelli elementari che non giovano alle ipotesi più radicali. Sul piano interno, prende il sopravvento la retorica legalitaria e farisea dell’anti-berlusconismo di Repubblica, che man mano, quasi carsicamente, lambisce ampi settori di movimento, modificando il modo di pensare istintivo delle nuove generazioni. Sul piano internazionale, si afferma invece un pacifismo che predica la sottrazione dallo scontro fra le opposte inciviltà di Bush e di Bin Laden, che inizia a essere reticente sulla questione palestinese, e che, è inutile negarlo, risulta soprattutto impaurito dalla rabbia dei popoli oppressi covata indistintamente, con i mezzi ideologici e pratici volta a volta a disposizione, in tutte le banlieues del mondo.

Oltretutto, per un fenomeno tipicamente italiano già messosi in luce nella fase terminale della vicenda del PCI, le lezioni della storia vengono prese al contrario. Le difficoltà e i vicoli ciechi affiorati nelle nuove esperienze dalla sinistra radicale vengono interpretati come altrettante conferme della necessità di allontanarsi ancora di più dai modelli teorici e pratici del passato. Si evocano Machiavelli, Spinoza e Althusser per straparlare di immanenza, aleatorietà e contingenza. Si accoppia loro il messianico Benjamin, censurando tuttavia la sua difesa dell’odio di classe, della volontà di sacrificio, e del «timbro metallico» del nome di Blanqui. Alla categoria del militante, si sostituisce quella, più accattivante e concreta, dell’attivista. All’orizzonte dialettico della rivoluzione, si fa subentrare quello indistinto della ribellione, eventualmente rimpicciolita nel riot, e resa infine bonsai nel flash-mob. In tutto questo, ciò che colpisce è la tendenza a unire una certa esagitazione verbale, tratta essenzialmente dalla cultura di strada americana egemone nei video-clip musicali, con una grande avvedutezza pratica. All’insegna di un non meglio precisato e un po’ vanaglorioso potere costituente, si fanno spazio espressioni più modeste quali “democrazia partecipativa” e “beni comuni”. Dovrebbero caratterizzare l’identità alternativa delle nuove soggettività anti-liberiste. Ma sembrano soprattutto legittimare, con scarsa attenzione ai possibili effetti di ricaduta negativi, il pur comprensibile uso dei meccanismi della democrazia rappresentativa, generando piccole rendite di posizione e nuovi motivi di frattura e dissenso.

Giungiamo così alla effimera vittoria elettorale del centro-sinistra del 2006. Una vittoria che, certo, è anche il frutto della ventata di opposizione cresciuta nel paese nella prima metà del decennio, e alla quale ha portato il proprio testardo contributo innanzitutto il mondo represso a Genova nel 2001. Ma esso vi arriva sguarnito, diviso, estenuato da polemiche interne, e incapace di reale incidenza sugli equilibri delle forze che compongono la coalizione al potere. Nel periodo del secondo governo Prodi, l’azione dei soggetti alternativi è opaca, vittimisticamente rivendicativa, sostanzialmente limitata ai temi del precariato e del reddito di cittadinanza. L’implosione di Rifondazione Comunista e l’ultima fase del bertinottismo tolgono del resto al movimento l’interlocutore che, nel bene e nel male, in tutti gli ultimi anni aveva funzionato da sponda per i suoi esperimenti politici e per il suo alterno e inorganico affacciarsi alla dimensione istituzionale. La sinistra radicale subirà pertanto il ritorno di Berlusconi, e l’azzeramento parlamentare delle rappresentanze di ispirazione comunista, in posizione alquanto marginalizzata. A dispetto della sua strutturale alternatività al mondo delle istituzioni, non avrà modo di fruire degli effetti di quella “crisi della politica”, che pure, negli anni del “bunga bunga” e della totale insipienza dell’opposizione parlamentare, fa cadere a livelli straordinari la fiducia delle classi popolari nel sistema dei partiti.

E così veniamo all’oggi. Il tempo non passa invano. L’essere stati sostanzialmente insignificanti nel processo che ha condotto alle dimissioni di Berlusconi da presidente del Consiglio comporta un prezzo di evidente marginalità nello scenario politico. E d’altro canto, se la crisi economica inizia a far sentire seriamente il suo morso sul tenore di vita delle classi popolari, ciò non rende automatico uno spostamento delle correnti di opinione verso una rinnovata critica di massa alla proprietà privata. Niente è più chiaro del fatto che l’attuale situazione, compresi i nuovi assetti convulsamente abborracciati dalla borghesia italiana attraverso il “governo dei tecnici”, esprime una dittatura del capitale sorda a ogni istanza di equità. Eppure niente appare più lontano di una reale ripresa della lotta sociale, intesa, secondo le efficaci parole di Marx, come «movimento della classe per imporre i suoi interessi in forma generalizzata, in una forma che possiede forza universale, socialmente vincolante».

È proprio questo carattere generale, ricompositivo, universalizzante, che è stato progressivamente espunto dal linguaggio della sinistra e che, invece, appare oggi grottesco appannaggio del vocabolario capitalista, con le sue leggi di mercato imperscrutabili e le sue compatibilità monetarie inviolabili. Ma non risulterà facile scovare il bandolo della matassa, perché, come abbiamo visto, nel frattempo i modi di pensare e di agire sono cambiati, e non sarà certo qualche saccente lezione di marxismo a invertire un corso delle cose consolidato da vent’anni di pressappochismo ideologico e di egemonia culturale della piccola borghesia intellettuale.

Larga parte degli arretramenti, degli smarrimenti, delle abiure che abbiamo visto in opera nei due decenni qui brevemente ripercorsi erano infatti prevedibili. La sconfitta del movimento operaio classico è stata profonda e, come si dice, epocale. Però è mancata una battaglia culturale. È mancata la lotta di classe nelle idee. È mancata la convinzione che la difesa della propria storia potesse fruttare in ogni caso un valore aggiunto nella attività pratica quotidiana. Alla borghesia non è sembrato vero. Fascisti e leghisti sono entrati a gamba tesa nel territorio dell’identità, utilizzando tutte le armi del semplicismo propagandistico e consolidando in questo modo una vena populista ormai pericolosamente radicata in ampie zone di proletariato. I media e il sistema politico tradizionale hanno invece proceduto a una riscrittura integrale dell’immaginario delle classi popolari, accreditando come nuovi eroi del presente i poliziotti e i magistrati, e riplasmando quelli del passato come la “meglio gioventù” sconfitta a tradimento dai servizi segreti e dal terrorismo. Siccome, poi, di un pizzico di cattiveria c’è sempre bisogno, ecco la banda della Magliana a coprire le esigenze estetiche di rudezza di una generazione allevata a forza di videogiochi. Il risultato è che la linea andiamo a prenderla da Sabina Guzzanti, e che ci facciamo raccontare le storie del mondo diviso in classi da un adoratore di Berlinguer come Ascanio Celestini.

Forse sono sgradevole. Ma, in sostanza, quello che voglio dire è che, quasi inavvertitamente, abbiamo perduto l’autonomia politica e ideologica del proletariato. Abbiamo perduto qualcosa che davamo per scontato, e che invece dovevamo difendere certo con intelligenza, sicuramente affrontando i nostri errori, ma anche qualche volta con cocciuta brutalità. Questo è particolarmente importante, perché ci aiuta a capire come mai arriviamo sfiatati all’appuntamento con il ritorno del rimosso, all’incontro con il “ritorno del generale” che la crisi economica comporta. Molti segnali ci dicono che il vento sta cambiando. Ma occorre saperli interpretare. Occorre analizzarli con quel composto di duttilità e decisione che dovrebbe essere tipico di ogni tattica rivoluzionaria. Per esempio, io non penso che sia stato sbagliato, in tutti questi anni, praticare il terreno della democrazia rappresentativa. Non penso che sia stato sbagliato contrattare candidature con Rifondazione Comunista, partecipando alle elezioni degli enti locali e talora a quelle nazionali o europee. Questi mezzi si sono rivelati utili. In alcuni casi hanno anche costruito dirigenti amati e rispettati in fasce autenticamente proletarie dei nuovi territori metropolitani. Credo però che questa dimensione dovrebbe meglio interagire con quella che, per comodità, definirò la nuova spinta del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011. E credo che dovrebbe accompagnarsi a una capacità di sobbarcarsi nuovamente della critica esplicita alla proprietà privata, senza le perifrasi ambigue dei “beni comuni”, e senza complessi di inferiorità verso il pure necessario tradeunionismo difensivo della FIOM, che invece, inteso come progetto politico, reca evidenti limiti di orizzonte strategico.

Qui il discorso si fa pratico e deve essere lasciato alla discussione che va fatta. Non la ritengo per niente facile, anche perché non può essere impostata sulla chiamata a raccolta di tutte le forze che, in un modo o nell’altro, hanno osteggiato in questi anni la fuoriuscita ideologica e pratica dalle tradizioni del Novecento. Per chi crede in certe cose, dire comunismo è facile. Ma bisogna essere sinceri, e ammettere che, in tutto il periodo successivo al 1989, le prestazioni politiche dei marxisti, per non dire dei leninisti, sono risultate alquanto scadenti. Ora, questo non ci deve abbattere, né tantomeno lasciare in difetto di iniziativa. Il mondo contemporaneo è pieno di ipocrisia, di manipolazione e di contraddizioni, proprio perché è intriso di potenzialità cooperative di ordine superiore. Sta a noi saper far vivere questo elemento negletto con la forza di una proposta generale. Sta a noi rimeditare per intero il significato delle famose parole di Lenin secondo cui «la coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni». C’è, nel leninismo, una idea costitutiva della funzione della soggettività che può risultare particolarmente utile oggi, nel momento in cui la composizione di classe si presenta in un massimo di frammentazione ribaltabile in un massimo di generalità. Ma l’insieme dei compiti tipici dell’avanguardia deve essere obbligatoriamente ripensato con la creatività di chi non può più dare nulla per scontato: né l’esistenza alle spalle di una socialdemocrazia coerente con la propria ragion d’essere riformista, né un retroterra popolare caratterizzato dalla egemonia di una cultura e di una etica proletarie. Lenin è molto preciso su questo. Far politica da comunisti significa intervenire nel «campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi». Oggi, un atteggiamento del genere implica mobilità, rapidi cambiamenti di marcia e di fronte, capacità di cogliere gli interessi e lo scontento delle masse, saldandoli a una lotta ideologica tutta da inventare, a campagne politiche sintetiche ed efficaci, a comportamenti pratici coerenti che rigenerino la fiducia in se stessi e nel futuro, anche a costo di pagare qualche prezzo, e di imbarazzare le immancabili anime belle.

In fondo, la crisi attuale, con il sistema di compatibilità obbligate e di imposizioni coatte che squaderna senza eccezioni davanti ai ceti subalterni, ravviva nuovamente la percezione della diseguaglianza sociale. Questo sentimento, orfano di una visione generale, si fa strada in molti modi: attraverso l’invidia plebea, attraverso le critiche moraleggianti al cattivo capitalismo della finanza, attraverso ingenue utopie di redistribuzione fiscale destinate regolarmente a essere frustrate. Le cose sono giunte a un punto tale che la generalità intrinsecamente disordinata del capitale può essere messa in discussione soltanto da una generalità di segno contrario. Fare ordine, riattualizzare la necessità di un programma complessivo di controllo della proprietà privata, è sicuramente il compito che ci attende. Ma bisogna anche aggiungere che un tale incarico non può essere confinato nelle astrattezze della modellistica sociale, ma deve vivere in campagne di spiccato valore pratico, da condurre con decisione, e nelle quali guadagnare nuova credibilità e nuovo prestigio agli occhi delle masse.

Per esempio, non è nemmeno ipotizzabile l’idea di aprire una serio rapporto con il proletariato immigrato contemporaneo, un rapporto che vada oltre il tutoraggio e la compassione, se non la si rompe con l’eurocentrismo che, in questi anni, ci ha portato a preferire il Libanese della banda della Magliana al Libanese di Hezbollah. E lo stesso si può dire della lotta al precariato, che deve certamente rappresentare gli interessi dell’artista, del performer, e del lavoratore cognitivo, ma meglio farebbe a capire qualcosa dell’interinale esecutivo, del semplice barista, dei ragazzi di Tor Bella Monaca che contendono al bengalese il posto del benzinaio, ma potrebbero anche essere attirati da una giornata di piazza vissuta sino in fondo. In altre parole, a me sembra che la via da seguire non sia quella degli stanchi rassemblement di comunisti traditi, onesti e rancorosi, ma quella di un’azione necessariamente sperimentale, che valorizzi le esperienze interessanti degli ultimi venti anni (e ce ne sono), mettendole al servizio di una prospettiva all’altezza dei tempi. Penso anche che nelle aree di movimento molti equilibri sono in corso di ridefinizione, e che in questi equilibri sia possibile incidere con il coraggio e la franchezza di chi sa azzardare proposte ambiziose.

Con il che, il mio intervento è praticamente concluso. Ho iniziato a parlare sottolineando l’opportunità di conoscere se stessi, attraverso un inventario dell’ideologia spontanea che si è depositata in noi negli ultimi venti anni. Terminerei dicendo che è ora di scrollarsene di dosso la gran parte, come si fa ogni tanto nei cambi di stagione. Senza dubbio può aiutarci la coscienza che, alle accelerazioni della storia, non si arriva quasi mai preparati a perfezione. Ma il professionismo rivoluzionario è sempre stato anche questo: imparare in fretta, scommettere in proprio, calcolare e poi azzardare. E, naturalmente, non nascondere la mano, dopo aver lanciato il sasso.

Note

Ho preferito mantenere intatto il testo della relazione letta al seminario Noi siamo tutto, organizzato dal collettivo Militant il 19 maggio 2012 a Roma. Mi è sembrato opportuno conservare l’intervento nella sua forma originaria, pensata per essere ascoltata senza interruzioni, precisazioni o digressioni di sorta. In questo modo, anche il lettore dovrebbe poter avvertire il senso intenzionalmente drastico, e quindi schematico, del discorso che ho tentato di sviluppare. La sinistra anti-capitalistica italiana è profondamente cambiata: questo è il fatto, assolutamente banale, da cui sono partito. Ma le trasformazioni tanto volute, i rinnovamenti tanto inseguiti e agognati, si sono prodotti in condizioni equivoche, tutte da decifrare. A conti fatti, si è trattato di una lunga e noiosa corrida, priva di un vero matador. Il toro stanco del Novecento è stato infilzato da una folla variopinta di picadores e banderilleros, reclutata senza fatica contro l’impersonalità esigente tipica della cultura classica del movimento operaio.

Ma andiamo con ordine.

L’insieme della relazione dà per presupposto che gli anni Settanta siano stati un intenso periodo di lotte di classe, caratterizzato dal ritorno all’ordine del giorno del problema del potere politico. Non è affatto una tesi scontata. O, almeno, non lo è più, dal momento che le ideologie egemoni nell’ultimo decennio offrono visioni quasi sempre distorte della partita giocata in Italia fra il 1968 (anno in cui si riaccendono le micce della contestazione di massa) e il 1985 (anno in cui la sconfitta del referendum per il ripristino della scala mobile segna il definitivo isolamento del movimento operaio, a quella data già abbondantemente indebolito nelle sue componenti riformiste e rivoluzionarie). Una analisi delle variazioni subite dalle immagini storiografiche degli anni Settanta sarebbe utilissima, se condotta con rigore. Ma, di fatto, ancora oggi i libri migliori sull’argomento sono quelli più vecchi, cioè quelli scritti a immediato ridosso della fine del periodo, quando ancora era difficile inventare le “meglio gioventù” composte di militanti non violenti e di poliziotti democratici, santificare la Prima Repubblica come luogo naturale dell’abbraccio fra Moro e Berlinguer, o dipingere, per esempio, l’Autonomia Operaia e il movimento del 1977 come rigogliosi laboratori di “linguaggi” volti all’affermazione nomadistica del general intellect. Non c’è bisogno di consigliare cupi e noiosi trattati marxisti-leninisti. Basta leggere N. Balestrini, P. Moroni, L’orda d’oro, Milano, 1988 (ora disponibile nella seconda edizione del 1997).

In ogni caso, la relazione parte dalla sconfitta incontestabile di questo grande movimento, e cerca di offrire un veloce ritratto delle metamorfosi subite dai suoi continuatori o eredi. È chiaro che la dissoluzione del PCI e la sua divisione in PDS e Rifondazione Comunista hanno costituito uno dei momenti decisivi di questo processo, contribuendo a incrinare la tradizionale fiducia delle masse popolari italiane nella politica di impronta togliattiana, intesa come orizzonte superiore, anche pedagogico, delle aspirazioni e preoccupazioni immediate del proletariato. Altrettanto chiaro è che la sconfitta e la repressione delle organizzazioni armate hanno determinato un contesto di spaesamento e di ripulsa verso la militanza rivoluzionaria classica, assimilata a un dio vorace e cruento, mai sazio di sacrifici, e capace soltanto di forsennate dissipazioni esistenziali. Chi ricorda la particolare temperie degli anni Ottanta, fatta di ideologie della dissociazione e di riscoperte dell’irripetibilità dell’individuo, può capire quanto abbia lavorato nel profondo questa subcultura vittimistica e narcisista, dissodando il terreno per l’azzeramento del pensiero strategico, che è sempre anche un pensiero della messa al lavoro e della disciplina delle soggettività. Non ci sono libri importanti da leggere su questa materia. La secolare inclinazione italiana al trasformismo, alla dissimulazione e al nicodemismo ha tacitamente difeso se stessa in ogni componente della sinistra. Pertanto, si può rimandare unicamente a lavori di carattere generale sulla modificazione delle prospettive pedagogico-politiche (per tutti Z. Bauman, La decadenza degli intellettuali. Da legislatori a interpreti, Torino 1992); si possono studiare, per analogia, i periodi immediatamente successivi a grandi sconfitte dei movimenti rivoluzionari (utile S. Luzzatto, Il terrore ricordato, Torino, 2000); ci si può soffermare infine sulle modificazioni più evidenti intervenute nello statuto contemporaneo dell’individualità (ove resta insuperato C. Lasch, La cultura del narcisismo, Milano, 2001).

C’è invece molto da leggere sul movimento alter-mondialista. Ma non si tratta di studi strutturati, bensì di un alluvione di pubblicazioni di stampo giornalistico o pamphlettistico. Pensiamo a N. Klein, No logo, Milano, 2000, considerato a suo tempo la bibbia della nuova contestazione. Oppure allo sciocco e vanitoso libretto di J. Holloway, Cambiare il mondo senza prendere il potere, Napoli, 2004, che pure destò interesse in molti appassionati di zapatismo. Di fronte a questa minutaglia, i due libri citati nella relazione (M. Hardt – A, Negri, Impero, Milano, 2002 e M. Revelli, Oltre il Novecento, Torino, 2001) costituiscono effettivamente tentativi di analisi dotati di profondità e legittima ambizione. A distanza di anni, tuttavia, i due lavori impressionano soprattutto per la loro funzione singolarmente simmetrica. La nuova politica post-fordista dei movimenti viene magnificata come circostanziale, obbligata e felice empiria delle moltitudini e del volontariato. Si percepisce nettamente l’intento apologetico. E si capisce quanto i due libri abbiano sostanzialmente fotografato l’ascesa e l’affermazione di un nuovo personale politico, contribuendo a coniarne i linguaggi, e gli specifici tic intellettuali. Per esempio, nel libro di Hardt e Negri è depositato quel particolare composto di estremismo verbale e di gigioneria pratica (si pensi all’exhortatio finale francescana) che ha tanto caratterizzato l’educazione sentimentale delle ultime generazioni post-operaiste. Invece, nel volume di Revelli è contenuto un repertorio praticamente completo di tutte le accuse possibili al Novecento, che torna immensamente utile al dirigente del Terzo Settore, al politico tardo-bertinottiano, al leader del centro sociale impegolato negli enti locali. In entrambi i casi, sarebbe difficile estrarre serie indicazioni per confrontarsi con gli ultimi sviluppi della situazione economica e politica mondiale. Ma la verità, come ho cercato di sottolineare nel corso della relazione, è che i due testi erano già sorpassati al momento della svolta impressa dai fatti di Genova e dagli attentati dell’11 settembre 2001.

Questo è un punto molto importante. È importante, cioè, capire quanto la generazione aggregatasi intorno alle esperienze dei centri sociali si sia trovata impreparata, ideologicamente e materialmente, di fronte non solo alla repressione di Genova o alle guerre irachene e afghane, ma anche al cospetto dei nuovi scenari politici interni determinati dagli ultimi governi Berlusconi. È come se si fosse regalato a Di Pietro, a Travaglio, o a qualche comico in cerca di notorietà, il ruolo di rappresentante dell’opposizione sociale. E questo è tanto più vero, in quanto è incontestabile che molte lotte concrete (per il diritto alla casa, in difesa dei migranti, contro devastazioni del territorio determinate da interessi economici o militari) sono state sostenute negli ultimi anni proprio e solo dall’area dei centri sociali, divisa in molti rivoli e confinata nell’isolamento all’indomani dell’implosione della Rifondazione bertinottiana.

Occorre probabilmente spezzare il cerchio della mentalità che, nella relazione, ho definito presentista e molecolare. È un modo di pensare estremamente radicato. Eppure, conduce soltanto all’altalena fra immodeste presunzioni (le “potenze” spinoziane evocate per un nonnulla) e frustranti depressioni (la coscienza di essere gli ascari di progetti politici altrui). Non si tratta, beninteso, di innalzare i vecchi argini dell’extra-parlamentarismo. Si tratta di riappropriarsi del concetto e della dimensione della strategia, malamente spodestati dalla retorica adolescenziale del project. Fa male vedere come tanti pensatori classici e contemporanei (ad esempio il Benjamin delle Tesi di filosofia della storia o lo Jesi di Spartakus) siano stati utilizzati in questi anni per accreditare la superiorità della rivolta sulla rivoluzione. I deboli e i poveri hanno fatto paura ai potenti e ai ricchi solo quando hanno imparato ad allenare i tumulti e le ribellioni, solo quando hanno concepito l’ambizione di correre la maratona della storia, distillando l’odio di classe in una razionale linea di condotta. Guardiamoci intorno. Guardiamo bene. Non è mai troppo tardi per rimettersi al lavoro.

Gli unici riferimenti letterali presenti nel testo sono nell’ordine:

• K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Torino, 1968 pag. 137;

• K. Marx, Lettera a Bolte, 1871, in K. Marx – F. Engels, Critica dell’anarchismo, Torino, 1972, pag. 410;

• V. Lenin, Che fare?, Torino, 1971, pag. 97.

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