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17/07/2021

La “democrazia” che non funziona più. L’esempio Usa

Come sta la democrazia liberale in Occidente? Male, grazie. Ma non per questo chi la manipola smette di usarne il presunto prestigio per attaccare i paesi che hanno un’idea e un modello diverso di “governo del popolo”. Basti vedere il recentissimo attacco contro Cuba, quelli ricorrenti – ma assai meno pericolosi – contro la Cina, o quelli sanguinari contro paesi poi distrutti militarmente (senza, ovviamente, che “la domocrazia” venisse più neanche nominata).

Ma al di là delle pur giuste puntualizzazioni, il sistema della rappresentanza liberal-liberista è entrato in profonda crisi proprio là dove – teoricamente – dovrebbe essere più solido: gli Stati Uniti.

L’era Trump ha messo allo scoperto tutti i guasti e i problemi di un sistema pensato per ridurre al minimo la partecipazione popolare ma che – come dialettica vuole – proprio quando è entrato in crisi ha prodotto il più alto tasso di partecipazione della storia: quasi 155 milioni di votanti per il duello poi vinto da Biden.

Erano stati appena 100 per lo scontro tra Bush jr. e Al Gore, nel 2000; ma già 120 per quello tra lo stesso Bush e John Kerry, 130 per decidere tra Barack Obama e John McCain. Per poi riscendere a 125 per lo scontato bis di Obama contro Mitt Romney e risalire di nuovo a 136 per la vittoria di Trump su Hillary Clinton.

Potrebbe dunque sembrare che “la democrazia” goda di grande consenso e ottima salute, specie se confrontiamo i tassi di assenteismo che caratterizzano ormai ogni elezione in qualsiasi paese del Vecchio Continente.

Ma è esattamente l’opposto. E l’assalto a Capitol Hill è stata solo la dimostrazione fisica di quanto quel modello non regga più di fronte alla crisi di egemonia planetaria della superpotenza Usa.

A dirlo non è qualche oscuro analista antimperialista, ma è stato lo stesso presidente Joe Biden, in un discorso tenuto a Filadelfia (riconosciuta come culla originaria dell’indipendenza e della democrazia Usa), martedì scorso.

“Stiamo affrontando la prova più significativa della nostra democrazia dalla guerra civile“, ha detto ricordando la guerra di Secessione, a metà Ottocento, che ha lasciato più di 600.000 morti (più o meno quelli morti per Covid nell’ultimo anno e mezzo, negli States).

E “I confederati di allora non hanno mai fatto breccia nel Campidoglio come hanno fatto gli insorti il 6 gennaio. Non lo dico per allarmarvi; lo dico perché dovreste essere allarmati“.

Come hanno notato diversi commentatori, tra cui quelli dell’inglese The Guardian, Biden ha concluso il suo discorso di 24 minuti con l’esortazione “Dobbiamo agire!“, ma non ha fornito un piano di battaglia. Non proprio il massimo, per un commander in chief che pretende ancora di comandare sul mondo...

Al di là del discorso, però, è quel che va maturando dentro le varie amministrazioni federali e statali a dare la misura dei contorcimenti interni all’assetto istituzionale Usa a proposito di questioni chiave come chi può votare, come esercita questo diritto e chi può decidere quale voto conta.

E i repubblicani – minoranza, ma aggressiva e comunque quasi alla pari con i democratici, nel Paese – stanno conducendo un attacco sistematico e coordinato al diritto di voto, già abbastanza “scoraggiato” dalle procedure attuali (non c’è un diritto di voto per nascita, ma bisogna iscriversi alle liste dichiarando da quale parte si sta).

Secondo i dati del Brennan Center for Justice, quest’anno 17 stati hanno emanato 28 nuove leggi per rendere più difficile il voto. E ci sono state quasi 400 proposte di legge introdotte in 48 stati per la soppressione del diritto degli elettori.

Alcune proposte mirano a invertire l’espansione del voto per corrispondenza, che è stato protagonista nelle elezioni del 2020 a causa della pandemia di coronavirus, ma che è stato anche al centro delle contestazioni trumpiane.

Altre cercano di rafforzare i “requisiti di identificazione” degli elettori, ridurre le ore e i luoghi per il voto anticipato e la consegna delle schede, o aumentare il rischio che gli elettori possano essere intimiditi dagli osservatori elettorali.

Tutte misure che, secondo gli attivisti più liberal, mirano a tagliar fuori le persone di colore, i giovani e i poveri. Ovvero gruppi sociali ritenuti generalmente più propensi a votare democratico che repubblicano.

L’altro argomento chiave per comprendere i problemi di funzionamento dell’istituzione principale – il Congresso, ovvero il Parlamento – è il diritto all’ostruzionismo da parte dell’opposizione. Quel filibustering anche sfrontato che permette di impedire, spesso, l’approvazione di leggi proposte dal Presidente e/o dalla maggioranza.

Biden non ha fatto menzione, nel suo discorso, a questa pratica e alle possibili iniziative legislative per ridurne l’impatto negativo ed “esecutivizzare” maggiormente la già molto “presidenzialista” repubblica yankee. Ed è questo che gli rimproverano soprattutto i suoi supporter, che soffrono maggiormente la continua rinuncia a “punti programmatici” che avevano giustificato molti voti ai democratici.

Il mese scorso, per esempio, i repubblicani hanno usato l’ostruzionismo per bloccare il For the People Act, una legge federale di modifica del sistema elettorale che avrebbe dovuto creare “standard nazionali” per il voto, svuotando così alcune delle restrizioni imposte o proposte dagli stati repubblicani.

Leah Greenberg, co-direttore esecutivo del movimento progressista di base Indivisible, ha detto che “Questi sono i tipi di cose di cui il caucus democratico dovrebbe parlare, perché l’idea che stiamo per lasciare la nostra democrazia fondamentalmente senza protezione, a causa di questa scappatoia legislativa della fine del 1700, è semplicemente assurda“.

Abbiamo dunque questa singolare situazione.

Dal lato “ultraconservatore” si mira a restringere il diritto di voto per i gruppi sociali popolari che potrebbero votare democratico rispondendo a promesse elettorali di welfare. Promesse che spesso non vengono realizzate anche per l’ostruzionismo totale nel Congresso da parte degli stessi trumpiani.

Sul fronte opposto, tra i democratici più progressisti, si invoca una riduzione della dialettica parlamentare (sopprimendo il diritto all’ostruzionismo) e un aumento del potere presidenziale e/o della maggioranza.

Comunque la si rigiri, i problemi e le contraddizioni saltano agli occhi. Lo stesso Biden, in ambito genericamente democratico, viene ormai considerato come un anziano signore che si comporta – all’interno del sistema politico Usa, non certo verso il resto del mondo – secondo le regole cavalleresche di un’altra epoca, mentre i seguaci di Trump seguono il principio “nessuna regola, per vincere va bene tutto”.

E cresce dunque la consapevolezza che, continuando così, da qui alle prossime presidenziali la partita verrà persa.

Diciamola in altro modo: se “le regole” della democrazia Usa non consentono più di gestire il conflitto tra interessi sociali contrastanti, e cresce in tutti gli schieramenti il bisogno di “cambiare le regole” o combattere senza rispettarle, per la tenuta politica e la coesione sociale statunitense si sono aperti tempi complicati.

Ed è sempre più difficile cercare di governare il mondo ponendoti come “modello da seguire”, se al tuo interno va montando uno scontro politico-sociale mai visto...

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