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18/07/2021

Talebani, famiglia ambiziosa e rissosa

Con la partenza statunitense e delle truppe Nato dall’Afghanistan gli occhi della geopolitica internazionale sono orientati sulla galassia talebana pronta a occupare, accanto a ulteriori distretti, i punti chiave del Paese. Se essa, come un venticinquennio fa, proporrà un potere centrale lo scopriremo nel tempo. Per ora si conoscono le sue divisioni, la lotta per la supremazia territoriale combattuta a suon di attentati sulla pelle d’una cittadinanza inerme, i contrasti fra clan patrocinati da nazioni amiche. Dunque la via per Kabul non è affatto lineare. Difficilmente sarà pacifica, al di là se chi è costretto ad abbandonare il comando, non certo il controllo del Paese che non ha da tempo: i Ghani, gli Abdullah, l’antica nomenclatura, organizzerà fazioni armate. Ostilità possono aprirsi direttamente fra talebani ortodossi e dissidenti che per tre anni si sono misurati a distanza massacrando la popolazione. Ai maggiori pretendenti della Shura di Quetta diretti da Akhundzada, s’oppone lo Stato Islamico del Khorasan. Uno dei suoi leader, Ahmad Farroqi, è stato arrestato dall’Intelligence afghana quindici mesi fa, subito dopo aver progettato e fatto eseguire l’attentato al tempio di Kabul (marzo 2020), ma continua a godere della protezione della potente struttura dell’Intelligence pakistana (Isi). Un organismo che può condizionare esercito e premier, in tanti casi è accaduto, e l’attuale primo ministro Khan non sembra far eccezione.

Esperti d’intrighi pachistani riferiscono d’una spaccatura nell’Isis del Khorasan, e nuovi raggruppamenti di talebani dissidenti, i Taliban Khattak che vanno ad aggiungersi ai Tehreek-i Taliban e all’ondivaga Rete di Haqqani, tutti ostili ai coranici del mullah Barader che hanno firmato il trattato di Doha e s’accingerebbero a organizzare un futuro governo. Per l’espresso benestare dei Servizi di Islamabad verso il descritto intreccio, volto a ostacolare il viaggio dei turbanti ortodossi sulla Kabul del potere, l’idea d’una transizione burrascosa e guerrafondaia appare certa. Anzi, l’occasione per condizionare le vicende afghane da parte pakistana appare scontatissima con l’aggiunta della novità di chi si colloca dietro quella potenza regionale. Uscita l’America alcuni giurano che si farà avanti proprio la Cina, finora penetrata, come ovunque nei continenti che gli interessano, cioè tutti, tramite le setose vie dell’affarismo economico. È quanto sostiene un recente intervento presente nelle pagine della rivista Limes, che ricorda l’affanno di Pechino sul separatismo uiguro, da lì una ricerca d’aiuto sul terreno pakistano da sempre vicino al fondamentalismo islamico. Fra le opzioni a disposizione dei poteri di Islamabad – che spesso non coincidono e si elidono visto che politica ufficiale, esercito e Servizi percorrono strade anche differenti fra loro – quella del terrorismo itinerante risulta più praticabile e potente della stessa bomba atomica. Quest’ultima non si usa, mentre le frange che prosperano nelle Aree Tribali Federali (Fata) possono venir direzionate.

Ovviamente non a totale piacimento. I signorotti della guerriglia o più precisamente del camion-bomba mostrano anche mire soggettive, vanità personali, narcisismo altalenante. Un esempio è proprio l’epigono della Rete di Haqqani quel Sirajuddin succeduto al padre Jalaluddin. Al di là del mai risolto complesso edipico verso un padre con famoso e ingombrante – che s’era fatto le ossa nella resistenza anti-russa dando poi vita alla Shura di Peshawar contraltare della Shura di Quetta – genitore, figlio e accoliti hanno voluto mantenere un’autonomia operativa dagli altri nuclei talebani. In più occasioni si sono distinti per azioni sanguinosissime segnate da logiche tribali prive d’un disegno complessivo se non quello di dettare legge nei cinquecento chilometri di confine fra Afghanistan e Pakistan. Col controllarne traffici d’ogni sorta dai quali riscuotere dazi, che assieme ai finanziamenti dei “donatori” del Golfo costituiscono la forza finanziaria del gruppo. La loro formazione confessional-ideologica è vicina al deobandismo della madrasa Darul Uloom Haqqania (di qui il nome del gruppo), ma gli orientamenti tattici vengono suggeriti dall’Inter Service pachistana. Solo all’autorità del mullah Omar, Haqqani padre decise per un periodo di sottostare, mentre due anni fa in una sorta di emulazione Sirajuddin sembrava accettare la linea di trattativa stabilita a Doha dai seguaci di Akhundzada. Un suggerimento via l’altro i Servizi pachistani disponibili alle lusinghe cinesi (e alle loro elargizioni) potrebbero indicare ai talebani dissidenti un copione per non infuocare la situazione interna afghana. Ma il loro fondamentalismo islamico, sensibile ai dolori patiti dai fratelli nello Xinjiang, avrebbe qualcosa da ridire. Così il cielo afghano resta assolutamente tempestoso.

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