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28/07/2021

L’accordo sul “North stream 2”. Ri-posizionamenti a est e nuove rotte commerciali

A quanto pare, tra coloro cui non va giù il recente accordo Berlino-Washington sul “North stream 2”, non ci sono soltanto gli indispettiti eredi di vecchie confederazioni baltiche (indicativa del clima, la vicenda di Algirdas Paletskis, condannato ora definitivamente a sei anni di prigione) e i loro ex inquilini dal čub cosacco, che si sbracciano in omelie congiunte polacco-ucraine con cui esortano «USA e Germania a risolvere in maniera adeguata la crisi della sicurezza nella nostra regione, di cui beneficia solo la Russia».

A parte il silenzio (a meno che non ci sia sfuggito qualcosa) dei vertici NATO, sembra che anche negli Stati Uniti non molti abbiano gradito l’intesa Merkel-Biden, nonostante questa lasci la porta più che aperta all’arrivo del gas yankee in Europa, prevedendo in sostanza la rinuncia USA a imporre sanzioni all’operatore tedesco del gasdotto e impegnando la Germania a lasciare a Kiev “un osso da rosicchiare”, adoperandosi perché parte del gas russo continui a transitare per l’Ucraina (“Naftogaz” è quella che scapita più tutti dal raddoppio del gasdotto, perdendo i diritti di transito) anche dopo il 2024.

Nel frattempo, Berlino deve aprire un “fondo verde” di 1 miliardo di dollari, ufficialmente per sostenere l’Ucraina nel passaggio alle energie rinnovabili.

Oltreoceano sarebbe stata addirittura pronunciata la parola “impeachment” nei confronti di Joe Biden, per lo scherzo giocato ai fedeli ucraini: non per nulla, scrive The Washington Post, a suo tempo si era avanzata l’ipotesi di impeachment anche per Donald Trump; il quale Trump, ora, rivendica di aver fermato la posa del gasdotto e incolpa Biden di aver «acconsentito al più grande gasdotto del mondo».

Vari congressisti, repubblicani e democratici, accusano Biden di «capitolazione» di fronte a Putin, affermando che si tratta di un «errore geopolitico per generazioni e tra qualche decennio i dittatori russi intascheranno ogni anno miliardi di dollari grazie al regalo di Joe Biden».

L’intesa «ci ricorda che, quantunque condividiamo molti valori con i nostri alleati NATO e i partner UE, spesso i nostri interessi non coincidono» e da parte democratica, scrive The Politico, si accusa Biden di aver concluso un patto grazie al quale «Mosca può scaldarsi le mani a spese dell’Ucraina».

Così che il Congresso, a larga maggioranza, ha approvato un elenco delle sanzioni obbligatorie, che dovrebbero portare al fallimento del progetto “North stream 2”, con il pretesto di problemi ecologici e geopolitici.

Tutti passi e dichiarazioni che rafforzano in Kiev la speranza che sia ancora possibile far saltare il progetto, in attesa dell’agognato incontro Biden-Zelenskij previsto per il prossimo 30 agosto.

Di tutt’altro tenore, ovviamente, le reazioni tedesche: «data l’instabilità in Bielorussia e Ucraina, il comportamento sempre più imprevedibile del governo polacco e i complicati rapporti con l’Ungheria, è positivo non dover più fare affidamento su questi Paesi per i futuri approvvigionamenti energetici».

In ogni caso, nota Aleksandr Belov sull’agenza Rex, alte personalità USA si affrettano a sottolineare come la responsabilità per il completamento del gasdotto ricada non sull’amministrazione Biden, bensì su Trump, sotto la cui presidenza il progetto era già realizzato per oltre il 90%.

A parere del senatore democratico Chris Murphy, l’accordo «è imperfetto, ma, date le circostanze, è un buon risultato», con il gasdotto pronto al 98%, mentre una rottura tra USA e Germania «sarebbe costata ingiustificatamente di più».

Arruolata come è nella squadra di Biden, ha detto la sua anche la majdanista Victoria-fuck-the-UE-Nuland, affermando che «è una brutta situazione e un brutto gasdotto, ma dobbiamo proteggere l’Ucraina e sento che, con quest’accordo, abbiamo fatto passi importanti in questa direzione».

Nel quadro dell’accordo, la Germania si impegna ad ampliare la propria partecipazione al forum sulla “Iniziativa dei tre mari”, per i Paesi dell’Europa centrale e orientale. Ciò serve a «garantire che la Russia non abusi di alcun gasdotto, compreso il “North stream 2”, per i propri scopi politici aggressivi, utilizzando le risorse energetiche come armi».

Tra l’altro, come osserva il polonista Stanislav Stremidlovskij, con la “Dichiarazione congiunta a sostegno dell’Ucraina, della sicurezza energetica europea e dei nostri obiettivi climatici”, Berlino, con la benedizione di Washington, mette anche la croce sulle ambizioni geopolitiche di Varsavia che, negli ultimi anni aveva tentato di sabotare qualsiasi contatto Berlino-Mosca, col sostenere in ogni modo Kiev, e aveva cercato di minare ogni influenza russo-tedesca sull’Europa orientale, sognando di rinverdire i fasti della Rzeczpospolita Polska e del Międzymorze dal Baltico al mar Nero.

Ora, in base alla “Iniziativa dei tre mari”, Berlino si impegna a far sborsare alla UE 1,77 miliardi $, mettendo dunque una “opa” molto pesante sul proprio ruolo nella faccenda. Già a inizio luglio, un paio di ex ambasciatori yankee a Varsavia, insieme all’analista del Consiglio atlantico Ian Brzezinski (figlio del famigerato Zbigniew) avevano proposto di sistemare il segretariato del “Troemoria” a Berlino o a Bruxelles, provocando la stizza del polacco filo-governativo wPolityce: «è un aperto tentativo di appropriarsi di un progetto importante per l’intera Europa, consegnandolo alle élite di Berlino, Bruxelles e delle imprese».

Lo smacco sulla Iniziativa, sembra destinato a fare il paio con l’esclusione del percorso polacco della “Nuova via della seta” (cui Varsavia si oppone), con la Cina che sta realizzando, in collaborazione con Budapest, un grande terminale “Le porte oriente-occidente” sul confine ucraino-ungherese.

Anche per questo, altre forze politiche polacche, come “Confederazione” – che si distingue dal governativo “Diritto e Giustizia” solo per una diversa sfumatura di destra – esortano a cercare una distinta intesa sia con Berlino che con Mosca, oltre alla collaborazione con Pechino, per evitare l’isolamento cui sembra destinata Varsavia, soprattutto ora e data la sua fissazione filo-USA.

Per di più, nota ancora Stanislav Stremidlovskij, nessuno, nemmeno oltreoceano, sembra oggi interessato a un inasprimento delle relazioni polacco-russe, che potrebbe influire negativamente sui rapporti americano-tedeschi.

Il problema è semmai visto nell’alleanza polacco-ungherese, che la Germania accusa di «guerra culturale» contro la UE, mentre non obietta nulla alla cooperazione Budapest-Mosca.

Così che, un avvicinamento polacco-russo sembra costituire un’alternativa ai disegni germanici sullo spazio post-sovietico, in particolare sull’Ucraina; soprattutto ora che la “Dichiarazione congiunta” Merkel-Biden concede a Berlino l’opportunità di porre Kiev sotto il proprio controllo, senza timore di scontrarsi con Washington, un appianamento Mosca-Varsavia potrebbe fare da contrappeso e consentire alla Polonia di intervenire in Ucraina non solo in qualità di importatore di manodopera a prezzi schiavistici.

D’altra parte, l’Ucraina serve invece a Berlino come piazzaforte sia per influenzare politica estera e interna di Varsavia e Mosca, sia nel dialogo con la Cina, per tentare di convincere Pechino a dirottare la “Via della seta” dal percorso russo-polacco-bielorusso verso quello della parte ucraina del mar Nero e dell’Ungheria e, da qui, verso l’Europa occidentale, sotto controllo teutonico.

Queste le manovre energetiche e geopolitiche sul versante ovest degli Urali. A est, per parte sua, Mosca sta pensando a un diverso tracciato commerciale, quale alternativa al canale di Suez. Sarebbe allo studio la realizzazione di una nave porta-container in grado di navigare dal Caspio al mar Baltico per via fluviale, e di raggiungere Helsinki in 7-8 giorni, partendo dal porto di Olja, nella regione di Astrakhan, seguendo il corso di Volga, canale Volga-Baltico, canale “Mosca” ecc.

Ovviamente, rimangono da risolvere non pochi problemi: profondità delle acque non sempre sufficiente, chiuse, bacini ristretti, strutture idrauliche o anse tortuose. Cosa più importante, resta da chiarire come la nuova rotta possa interessare i noli della Cina occidentale, lontana migliaia di chilometri dal punto più vicino della rotta.

Per questo, si starebbe contemporaneamente studiando la realizzazione di corridoi Est-Ovest e Europa-Cina occidentale, sotto forma di reti autostradali, mentre corridoi nord-sud sarebbero rivolti a Iran, India e altri paesi dell’Oceano Indiano.

Secondo l’iraniana IRNA, scrive l’osservatore Evgenij Tsots, pare che a fine giugno siano arrivati in Iran 32 container provenienti dalla Finlandia, con destinazione Nhava Sheva, il maggior porto indiano per container; il trasporto sarebbe stato curato da società di logistica russe, azere, indiane e iraniane: il tutto, presumibilmente via terra, tranne l’ultimo tratto da Chabahar a Nkhava Sheva. Da qui, l’ipotesi di una prossima richiesta di trasporto fluviale e i progetti russi per adeguare le proprie capacità nel settore.

Come risponderanno a tutto questo le Amministrazioni USA e i Congressisti yankee?

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