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26/07/2021

Con Cuba, senza dubitare neanche un secondo

68 anni fa, una mattina di carnevale a Santiago de Cuba, sono partite dalla fattoria Siboney le auto degli assalitori della Caserma Moncada. Contemporaneamente facevano lo stesso gli uomini e le donne che si preparavano ad attaccare la Caserma “Carlos Manuel de Céspedes” a Bayamo, e l’ospedale e il palazzo dei tribunali nel capoluogo della provincia.

Poco più di un centinaio di rivoluzionari che ardevano di impazienza e coraggio. La maggior parte erano giovani del Partito Ortodosso che hanno abbracciato la lotta armata contro la dittatura. A capo di loro c’era un avvocato ed ex candidato deputato alle lezioni parlamentari, perdute: Fidel Alejandro Castro Ruz, 27 anni, figlio di un proprietario terriero, Ángel Castro Argiz, immigrato galiziano.

L’obiettivo da perseguire era quello di chiamare un’insurrezione popolare per rovesciare la dittatura dell’ex sergente – auto-elevatori all’alto rango di generale – Fulgencio Batista.

Lo scopo non fu raggiunto. La ribellione armata significò per i rivoluzionari una sanguinosa sconfitta militare.

Il manipolo dei sopravvissuti, tra cui Fidel Castro – che nel processo che li condannò al carcere si difese con un potente discorso noto come “La storia mi assolverà” – continuò la lotta in carcere, in esilio e nella guerriglia, fino alla vittoria del gennaio 1959.

È passato più di mezzo secolo di trionfi, errori e disavventure della Rivoluzione Cubana, assediata senza tregua dall’impero yankee. Il calendario degli attentati a Cuba registra tutto ciò che il cervello malato di odio di un Caligola nucleare può immaginare.

L’invasione di mercenari di Playa Girón nel 1961, i tentativi di assassinare Fidel – dal fucile con mirino telescopico al veleno nascosto in un sigaro – la formazione e l’equipaggiamento di bande nell’Escambray, l’introduzione di malattie contagiose nel paese, la distruzione con sostanze chimiche di campi e coltivazioni di canna da zucchero, il sabotaggio di impianti industriali, l’esplosione della nave “La Coubre” nel porto dell’Avana, lo spionaggio aereo ed elettronico, il finanziamento di cospirazioni e – per riassumere tante iniquità – il blocco, l’azione più spietata e disumana contro un popolo che conosce la storia.

Il blocco yankee cerca di strangolare un intero popolo con la fame, con le carenze e le malattie. La storia non registra un crimine più efferato di quello che gli Stati Uniti hanno commesso contro Cuba. Mai una nazione è stata – come nel caso di Cuba – sotto a una pressione così estrema da parte della più grande potenza militare ed economica del mondo da cercare di costringerla a inginocchiarsi perdendo la propria dignità e rinunciando alla propria indipendenza e sovranità.

Ma è stata la dignità di Cuba, recuperata dal processo iniziato quella mattina del 1953 nella fattoria Siboney a Santiago de Cuba, che ha resistito a tutti i colpi di stato dei mafiosi degli USA. Quando si scriverà la storia di questo periodo storico, senza dubbio, la responsabilità criminale degli USA farà vergognare i cittadini americani, come sta già iniziando ad accadere.

I cittadini onesti e informati degli USA sono dalla parte del David dei Caraibi che sfida la Casa Bianca e il Pentagono.

In America Latina dobbiamo creare legami di unità con la solidarietà che Cuba suscita negli Stati Uniti, in Europa, Africa e Asia.

Soprattutto noi latinoamericani, fratelli di Cuba, abbiamo il dovere di abbracciare l’isola con l’affetto, l’ammirazione e la solidarietà attiva che essa ha conquistato con il suo coraggio antimperialista.

Nelle attuali difficili ore – forse le più amare della sua storia – Cuba ha bisogno di quella solidarietà che la aiuti a rafforzare le sue riserve morali e politiche, a correggere – come sta facendo – i suoi errori e inadeguatezze e ad opporre ancora una volta l’unità del suo popolo alle minacce dall’impero.

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