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19/07/2021

Scuola 2021: dai banchi a rotelle ai microfoni

Tutti ricordiamo che l’estate del 2020 è stata, per la scuola, quella del tormentone sui banchi a rotelle, che oggi s’impolverano nelle cantine delle scuole in attesa di essere portati in discarica.

L’ estate 2020 è stata una stagione di fantasie bizzarre poiché oltre ai banchi a rotelle si parlò di lezioni nei parchi, nei musei, nei cinema, di “patti territoriali di comunità” e altre fandonie ipotizzate dalla commissione Bianchi, regolarmente mai realizzate.

L’estate 2021 si presenta ancor peggio. Archiviato il fallimento del progetto sulle “scuole in estate”, al Ministero si comincia a pensare, tardivamente, alla riapertura di settembre, senza idee valide e soluzioni praticabili.

In compenso, in tanti, in genere soggetti che con la scuola non hanno nulla a che fare (economisti, giornalisti, attori, industriali, soubrette televisive, calciatori...) si presentano sui media con proposte più o meno fantasiose. Purtroppo, a questo siamo abituati poiché in Italia è normale che tutti possano parlare di scuola, tranne gli insegnanti, che ci lavorano e sanno come funziona.

È invece piuttosto grave che, mentre il CTS del Ministero della salute ripete stancamente indicazioni già sentite mille volte, l’Istituto Superiore di Sanità, organo deputato alla tutela della salute dei cittadini, dirami alcune sorprendenti indicazioni di sicurezza per le scuole.

Tra queste, oltre all’installazione di rilevatori di anidride carbonica che gli insegnanti dovrebbero tenere d’occhio per decidere quando spalancare le finestre, l’uso del microfono da parte dei docenti.

Chiunque ha insegnato sa bene, anche se è poco elegante dirlo, che a volte le finestre delle aule si devono aprire “a naso” anche senza rilevatori poiché tali locali sono sovraffollati e maleodoranti. Quanto all’uso del microfono per gli insegnanti, tale indicazione è tipica di chi non ha nessuna idea di come funzioni oggi la scuola e consideri quindi le lezioni in classe come una conferenza ex catedra.

A parte il distanziamento emotivo che provoca l’uso di un microfono rispetto agli allievi, forse non è chiaro al’ISS che oggi le lezioni sono solo in minima parte di tipo “trasmissivo” e più frequentemente si avvalgono di discussioni, lavori di gruppo, laboratori.

Si tratta della stessa visione di scuola direttiva, antiquata, da anni trenta, che dominava nei media durante la scorsa estate, per cui ci si scervellava sulla disposizione dei banchi, della cattedra, degli armadi. Cose superate da decenni.

È peraltro significativo che tutte le proposte, quest’anno come lo scorso, non considerino l’unico provvedimento che sarebbe davvero efficace per la salute e che inoltre migliorerebbe la qualità didattica della scuola: ridurre il numero degli alunni per classe.

Questo provvedimento, invocato a gran voce da insegnanti, sindacati e studenti, è ignorato per una semplice ragione: richiede l’assunzione di migliaia di nuovi insegnanti, stabili e di ruolo.

In mancanza di una significativa diminuzione del numero di allievi per classe, tutti i suggerimenti e le indicazioni sono puri palliativi.

Di fronte a questo atteggiamento ministeriale, rifulge in tutta la sua ipocrisia il Patto per la scuola al centro del paese, firmato il 20 maggio scorso da CGIL CISL UIL, ormai satelliti del governo.

Frutto della crisi d’astinenza da concertazione dei sindacati collaborativi, che con tale documento pensavano di riaccreditarsi presso il governo – quando in realtà hanno solo ridato credibilità all’esecutivo Draghi – il Patto è stato immediatamente disatteso dal Ministero per quanto riguarda l’assunzione di nuovi docenti.

In effetti, quel documento conteneva, sulle questioni dell’organico e dalla difesa dalla pandemia, solo vaghe dichiarazioni d’intenti e rimandi ai soliti “tavoli tecnici”, non certo impegni precisi del governo.

Ciò che rimane, invece, di quel “patto” è l’ideologia liberista dell’”autonomia scolastica” che sarebbe “garanzia dell’unitarietà del sistema di istruzione”. Formulazione che ha dell’incredibile, quando è sotto gli occhi di tutti che l’autonomia scolastica è stata ed è il grimaldello attraverso cui è stata introdotta nella scuola l’aziendalizzazione degli istituti e la loro messa in competizione; e più in generale il processo di privatizzazione dell’istituzione scolastica.

Su una cosa, tuttavia, le voci sembrano accordarsi coralmente: l’anno scolastico 2021-2022 dovrà essere in presenza e non si dovrà tornare alla didattica a distanza. Su questo punto molti osservatori insistono, scandalizzati dai bassi risultati ottenuti dagli studenti nelle prove INVALSI di quest’anno.

In realtà, si tratta della scoperta dell’acqua calda, poiché dai docenti – che la didattica a distanza l’hanno fatta e vissuta – si è sempre denunciato che essa era un “meglio che niente”, un modo per tenere il contatto educativo con gli allievi, ma che non era vera scuola.

Peraltro, di questo si erano già accorti gli stessi studenti, che hanno protestato contro tale forma di didattica e anche i genitori degli alunni delle scuole primarie.

Fatte salve le difficoltà più volte denunciate, quali le connessioni difficili, la carenza di attrezzature informatiche, l’angustia degli spazi abitativi, la deprivazione culturale di molti nuclei familiari, il fatto decisivo è che la didattica a distanza non può sostituire in alcun caso la scuola vera, di cui rappresenta solo un surrogato emergenziale.

Di questo, gli operatori scolastici erano già certi prima della pubblicazione dei risultati dei test INVALSI, sulla validità dei quali è peraltro legittimo nutrire dubbi, dato che la loro sbandierata “oggettività” è tutt’altro che evidente.

Non dimentichiamo che in una misurazione è fondamentale che lo strumento sia efficiente, e i test INVALSI non lo sono affatto. Forse, aggiungiamo, sarebbe anche stato opportuno che l’INVALSI rinunciasse, in un anno così difficile come quello trascorso, a proporre nelle scuole i suoi test farlocchi e cervellotici, lasciando lavorare, per quanto era possibile, studenti e insegnanti impegnati a salvare il salvabile.

Lo stupore per gli scarsi risultati ottenuti dagli studenti nei test INVALSI è quindi l’ennesima bufala mediatica, che però è servita, come accade regolarmente, a denigrare gli insegnanti e ad attaccarli per la loro presunta impreparazione.

Per esempio, il noto Andrea Gavosto, presidente della Fondazione Agnelli, pur criticando l’atteggiamento del governo, incapace secondo lui di trovare soluzioni “in presenza” alternative alla didattica a distanza, ha sostenuto – in un articolo su Repubblica – che il male non sarebbe in quest’ultima, ma nel modo in cui è stata realizzata.

In pratica, gli insegnanti sarebbero incapaci di pensare a modalità di lavoro diverse dalla lezione frontale e non avrebbero fatto altro che riprodurla nell’attività in modalità telematica.

Questa affermazione si scontra con due dati di realtà: gli insegnanti non hanno effettivamente formazione nella didattica a distanza semplicemente perché questa non è mai stata necessaria prima del marzo 2020, ma soprattutto tale modalità di lavoro, per chi l’ha sperimentata, tende ad accrescere, se praticata come unica forma di didattica, gli elementi di trasmissività.

Altra cosa sarebbe integrare elementi di didattica in linea con quella in presenza, per la creazione di archivi di dati, repertori di letture e ascolti, possibili ricerche. Ma si tratta di tutt’altra cosa, programmata e decisa liberamente, rispetto alla didattica a distanza che si è dovuta praticare negli ultimi due anni.

A quaranta giorni dalla riapertura delle scuole, ci appare chiaro che il Ministero nulla sta facendo per un rientro scolastico sicuro e di fronte all’aumentare dei contagi registrato in questi giorni. È legittimo temere che si tornerà non solo alle mascherine e al distanziamento, ma anche alla didattica a distanza, di cui peraltro il ministro Bianchi ha più volte elogiato le “potenzialità”.

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