Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/08/2022

Il pessimo saluto di Bianchi alla scuola

Il ministro Bianchi è ormai in carica solo per l’ordinaria amministrazione eppure sembra che non lo sappia, tanto da voler marcare con le sue iniziative aziendaliste i prossimi decenni della scuola italiana.

Anzitutto, l’accelerazione sull’istituzione e la nomina del presidente e del direttore dell’Alta Scuola di Formazione, il nuovo carrozzone di Bianchi che costerà, solo per la sua istituzione, 34.000.000 di euro più ciò che servirà annualmente per il suo funzionamento, superstipendi compresi per presidente e direttore (256.000 € l’anno) che saranno nominati nei prossimi giorni dal Consiglio dei ministri uscente ma che sta distribuendo incarichi a destra e a manca.

Di questa costosa quanto discutibile iniziativa abbiamo già riferito su Contropiano e passiamo quindi a occuparci della novità: l’invenzione del docente “esperto”.

Infatti, Bianchi è riuscito a infilare nel cosiddetto decreto Aiuti-bis del governo (quello che “aiuta” con 8 euro lordi al mese chi ne percepisce 600 totali) una paginetta con cui si istituisce la figura del docente “esperto”.

Come è noto, si diventa normalmente “esperto” nella propria professione dopo un certo numero di anni di lavoro, avendo lavorato in situazioni diverse e magari complicate e a seguito di scambi e contatti con i colleghi.

Per Bianchi non è così: il docente esperto sarà quello che frequenterà con successo tre corsi triennali della Scuola di Alta Formazione e farà richiesta di tale qualifica. In questo modo si instaura un singolare meccanismo di scatole cinesi.

Infatti il 40% di chi frequenterà un corso triennale avrà un premio una tantum compreso tra il 10% e il 20% dello stipendio, chi di corsi invece ne farà tre in sequenza (e si esclude in contemporanea) potrà accedere a un incremento stipendiale stabile di 5.650.000 euro lordi annui. Non si sa cosa succederà di quanto percepito nelle tappe intermedie.

L’idea del docente “esperto” ha già sollevato un coro di critiche. Anzitutto la lunghezza del percorso, equivalente a quasi due lauree magistrali e che tra l’altro scoraggerà dall’intraprenderlo i docenti veramente più esperti cioè quelli con maggiore anzianità di servizio, poiché potrebbe terminare in corrispondenza della pensione, ma anche chi, più giovane, non si sente di impegnarsi in un percorso formativo di una durata mai vista sinora in Italia.

Si deve considerare tra l’altro che, date le risorse economiche ridotte oppure destinate altrove del Ministero, solo 8000 insegnanti potranno, almeno inizialmente, fruire della qualifica di esperto e del compenso relativo.

Si tratta, fatti i conti con il numero totale dei docenti e delle scuole italiane, di un insegnante per istituto. Inoltre, restano aperte almeno altre due questioni. La prima riguarda il metodo della valutazione, che avverrà attraverso il comitato di valutazione dell’istituto.

C’è da chiedersi come i componenti di tale comitato potranno valutare la partecipazione a un corso che non hanno seguito. La seconda riguarda il compenso, poiché le prime nomine degli “esperti” avverranno nel 2033, quindi prevedere oggi un compenso preciso con i tempi incerti che viviamo appare quantomeno azzardato.

C’è infine da chiedersi cosa faranno di diverso, quanto al proprio servizio, i docenti esperti rispetto agli altri. Il Ministero, su questo, è chiaro: per ora nulla, ma torneremo più avanti sulla questione.

Insomma, il meccanismo ideato da Bianchi e dai suoi collaboratori è talmente cervellotico, insensato e per i suoi tempi biblici, anche un po’ ridicolo, da far pensare a un infausto effetto della torrida estate romana.

Tuttavia, se si considera il problema con più attenzione, ci si rende conto che la proposta fa parte del tentativo in atto da decenni di frammentare e gerarchizzare la categoria dei docenti. Infatti, nei suoi obiettivi la proposta del docente “esperto” ricalca, complicandola, la proposta del “concorsone” ideato da Luigi Berlinguer nel 1999 che aveva le medesime finalità e che provocò la cacciata dello stesso a furor di popolo.

Esiste quindi una coerenza di linea nelle proposte aziendaliste e competitive che si cerca d’imporre da oltre due decenni nella scuola, senza distinzione tra ministeri retti dalla destra oppure dal PD.

La linea della gerarchizzazione del corpo docente anche su base economica è peraltro proseguita negli ultimi anni seppure in altre forme. Ne è testimone la logica dei bonus ad personam elargiti dai dirigenti agli insegnanti in base alla 107/2015, la “buona scuola” di Renzi e Giannini, un’aberrazione per cui denaro pubblico viene elargito a dei privati senza alcuna trasparenza.

Il Ministero da decenni persegue la linea della segmentazione e gerarchizzazione della categoria in spregio all’opposizione dei lavoratori, che nella loro grande maggioranza non l’accettano.

È peraltro chiaro che creare figure professionali diverse nell’ambito del corpo docente apre la porta a successive possibili strategie gerarchiche, per esempio la creazione di personale di direzione intermedia, il cosiddetto middle management tanto auspicato dall’Associazione Presidi e dagli uffici scuola delle associazioni padronali.

Peraltro, non è da escludere che impegni gestionali specifici possano essere richiesti, in futuro ai docenti “esperti”. Ci si avvia quindi, secondo i progetti ministeriali, a una segmentazione delle categoria che potrebbe portare a una visione competitiva e carrieristica della professione docente in totale contrasto con le caratteristiche di equilibrio e di serenità che le sono necessarie.

Peraltro, è noto che una scuola dove si gerarchizza il corpo docente e dove la logica vigente è la competizione, finisce con l’essere gerarchica, selettiva e discriminatoria anche per gli allievi. Questa è la parte ideologica e gestionale della vicenda, ma ne esiste anche una economica.

È infatti evidente che se per la guerra e per l’aumento delle spese militari imposto dalla NATO i fondi si trovano in poche ore, come è avvenuto a marzo, per aumentare i bassi salari dei lavoratori non si trovano mai.

Per questo, invece di occuparsi di facilitare il rinnovo del CCNL della scuola, scaduto da 4 anni, prevedendo aumenti consistenti per tutti i lavoratori, Bianchi sceglie di offrire un discutibile, futuribile e improbabile incentivo salariale a una piccola parte dei 750.000 dipendenti del Ministero, negando il diritto di tutti a paghe più adeguate al lavoro che svolgono.

Il discorso che si sente da più parti è chiaro: i lavoratori della scuola costituiscono il settore più numeroso tra i lavoratori italiani, quindi soldi per aumentare sensibilmente il salario di tutti non ci sono (o piuttosto, appunto, non si vogliono trovare) e di conseguenza si deve pensare a una selezione che premi i “migliori”.

Si tratta evidentemente di una motivazione truffaldina volta a introdurre, ancora una volta, un criterio “meritocratico” per dare poco ad alcuni e nulla a molti. Si sa che da anni la “valutazione” è diventata un’ossessione del Ministero e che la si vorrebbe imporre ai docenti.

Purtroppo di criteri “oggettivi” per la valutazione dei docenti non se ne trovano. La valutazione della professione docente è di per sé legata a troppe variabili, alla mutevolezza dei contesti e alle condizioni di lavoro tanto da rendere impossibili dei criteri oggettivi.

Inoltre, chi abbia vissuto nella scuola sa bene che soprattutto nella fascia dell’obbligo (ma non solo), dove l’aspetto educativo generale spesso prevale sull’acquisizione di abilità e contenuti i risultati dell’intervento dei docenti si possono verificare solo in tempi lunghi che a volte vanno anche oltre gli anni di frequenza di quel settore di scuola.

Impossibile quindi verificare nell’immediato la validità dell’intervento pedagogico concentrandosi sul singolo insegnante. È pur vero che nei sistemi scolastici di alcuni dei paesi europei vigono sistemi di valutazione degli insegnanti, ma è altrettanto vero che essi non sfuggono alla soggettività del giudizio dei funzionari preposti (ispettori, dirigenti ecc.), e quindi a criteri legati alle convinzioni pedagogiche (che sono sempre politiche) ed educative nonché ai rapporti personali e alla acquiescenza dei singoli al sistema.

Nulla di oggettivo, piuttosto una valutazione di sottomissione e di funzionalità alla riproduzione del sistema dell’operato del docente.

In effetti, il ministro Bianchi ha dichiarato che le nuove forme di stratificazione gerarchica dei docenti “ce le chiede l’Europa” e che se esse non si realizzeranno su base formativa, dovranno passare attraverso la valutazione dei singoli.

Ma come sempre in questi casi, si deve valutare se ciò che avviene in altri paesi sia meglio o peggio di quanto accade in Italia, al fine di non importare idee e metodi che si rivelano peggiorativi di quelli in vigore nel nostro paese.

Nel frattempo, a un mese dalla ripresa delle lezioni, si attendono indicazioni per un rientro in sicurezza che non avvenga ancora con l’uso delle mascherine e delle finestre aperte in pieno inverno. Ma su questo, permane il silenzio.

Fonte

17/07/2022

Cosa lascia il governo Draghi nella scuola

Al momento non sappiamo ancora se quella del governo Draghi sia una pagina di storia da archiviare oppure se dovremo assistere a una sua seconda edizione. Tuttavia, è possibile cercare di tracciare un bilancio di cosa l’anno e mezzo di governo Draghi ha rappresentato per la scuola e per l’università.

Anzitutto, è noto che Draghi è stato nominato, di fatto, dalla UE come gendarme dell’attuazione del PNRR e che tale ruolo ha svolto con zelo e tenacia. Il PNRR steso da Draghi ha avuto un suo centro di orientamento politico nella volontà di aumentare la presenza del capitale privato nella vita e nelle istituzioni pubbliche.

La scuola non sfugge a questa regola, poiché, come abbiamo più volte analizzato, i capitoli del PNRR sulla scuola e la formazione hanno come obiettivo l’asservimento istituzionale alla preparazione di mano d’opera come voluta dalle imprese. Ciò significa lavoratori flessibili, acritici, senza tanti fronzoli culturali per la testa, sempre pronti a piegarsi alle esigenze del padronato.

Del resto, non dimentichiamo che da decenni questo tipo di formazione è ciò che “ci chiede l’Europa” o meglio l’Unione Europea, che è il grande giudice del rispetto dei quasi seicento parametri imposti all’Italia per ottenere i prestiti del PNRR.

Ugualmente, per l’Università, Draghi ha inserito nel PNRR la vecchia idea confindustriale del “dottorati d’impresa”, i cui programmi e contenuti sono decisi da aziende che sono interessate a tali ricerche per i propri fini produttivi. Quindi una strada ben tracciata da cui non discostarsi.

Nel percorrere quella strada Draghi ha trovato un partner eccellente nel ministro Patrizio Bianchi, grande promotore di tutto ciò che nella scuola può contribuire a una formazione che sia partner dell’impresa: competenze a scapito dei saperi, digitalizzazione forzata, “patti territoriali di comunità” (che nel lessico Bianchi significa “impresa”), rilancio dell’alternanza scuola-lavoro, sino a vere e proprie forme di apprendistato.

Infine, due sono stati i punti conclusivi della carriera di Bianchi al Ministero: la riforma del reclutamento dei docenti e la riforma degli Istituti Tecnici Superiori, ora denominati ITS Academy (un po’ d’inglese ci vuole sempre).

La riforma del reclutamento si pone in realtà come un provvedimento molto più complesso poiché oltre al reclutamento iniziale prevede anche i passaggi, più o meno obbligatori, della formazione in servizio che i docenti dovranno rispettare nel corso della loro carriera seguendo corsi decisi dall’Alta Scuola di Formazione, un carrozzone di nuova istituzione i cui dirigenti saranno pagati sino a 250.000 euro l’anno e che avrà come fulcri l’INVALSI e l’INDIRE, istituzioni che hanno già un almeno discutibile passato e pessima fama nel mondo della scuola.

In pratica, una macchina mangiasoldi che promuoverà corsi su temi scelti dall’alto (possiamo provare a indovinare? Competenze, STEM, Digitale...) a cui i docenti dovranno partecipare per anni nel miraggio di un incentivo economico che sarà per il 40% degli iscritti su giudizio del comitato di valutazione interno della scuola e comunque di consistenza esigua.

Su questa riforma pende ancora la possibilità di decadenza, poiché necessita di una quantità di decreti attuativi che potrebbero non essere approvati in tempo in caso di crisi di governo definitiva. Nel caso, non ce ne dispiaceremo.

Per quanto riguarda la riforma degli Istituti Tecnici Superiori la coppia Draghi-Bianchi è stata particolarmente efficace. Infatti, il potenziamento di questo tipo di istituzioni, destinate a formare mano d’opera à la carte per le imprese di un determinato territorio era presente come punto programmatico già nel discorso d’insediamento di Draghi alle Camere.

La trasformazione degli ITS in ITS Academy è stata approvata in via definitiva dalla Camera il 12 luglio senza nemmeno un voto contrario. A questo nuovo sistema di istruzione tecnologica terziaria verranno destinate risorse per nuove sedi e attrezzature e per l’implementazione della formazione a distanza per un totale di 48.000.000 di euro l’anno. Un miliardo e mezzo di finanziamento verrà invece dai fondi del PNRR.

A differenza dei vecchi ITS, l’offerta formativa sarà articolata su due livelli, rispettivamente biennale e triennale, in accordo con il Quadro Europeo delle Qualifiche. Rafforzato il numero delle ore di lezione che saranno tenute da dirigenti e manager aziendali, che raggiungerà il 60% del totale, mentre il 35% del monte orario sarà comunque dedicato a tirocini e stage aziendali. Insomma, anche da un punto di vista ideologico, formazione alla cultura d’impresa e alla subordinazione ai suoi voleri.

Naturalmente, esistono diverse condizioni perché una ITS Academy possa essere costituita e tra di esse particolarmente significativa è la presenza nel territorio di una o più imprese legate all’uso delle tecnologie trattate dalla stessa. In pratica, si studia una tecnologia se serve alle imprese di un certo territorio. Davvero un bel paradigma di sviluppo scientifico, ministro Bianchi!

Le ITS Academy saranno rette da Fondazioni che vedranno al loro interno rappresentanti degli enti pubblici e dell’imprenditoria privata e non è difficile immaginare che, con l’impostazione che ho descritto, il peso decisionale delle imprese private sarà decisivo.

Il ministro Bianchi ha espresso grande soddisfazione per l’approvazione di questo obbrobrio formativo ma eguale soddisfazione è stata espressa anche dalla ministra per gli Affari Regionali e le Autonomie Mariastella Gelmini, già al dicastero dell’Istruzione nei governi Berlusconi.

Sicuramente, la ministra Gelmini vede nella stabilizzazione del ruolo delle ITS Academy una possibilità di costruire istituzioni formative locali che rispondano al principio dell’autonomia differenziata a lei cara. Tuttavia la convergenza tra Bianchi, ministro PD e Gelmini, nota affossatrice, in passato, della scuola pubblica, dimostra che in fondo, i progetti sulla scuola della destra e del PD sono assai vicine.

Restano ancora due questioni da segnalare, sulla gestione del Ministero da parte di Patrizio Bianchi: la scarsa attenzione al rinnovo del contratto dei lavoratori della scuola, che si trascina con proposte normative e salariali inaccettabili dopo i soliti anni di vacanza contrattuale e la mancanza di alcuna indicazione su come dovranno riaprire le scuole a settembre in relazione alla pandemia.

La pandemia, quest’anno, non ha dato tregua nemmeno durante l’estate ma sembra che al Ministero non se ne accorgano. In Viale Trastevere si pensa al Piano Scuola Estate, altra invenzione di Bianchi, la cui seconda edizione è fallita sul nascere per il disinteresse degli studenti, la stanchezza dei docenti e l’inadeguatezza delle strutture.

In realtà, nulla è stato fatto per garantire un rientro in sicurezza a settembre, quando le scuole riapriranno nelle stesse condizioni dell’anno 2019: classi numerose, aule fatiscenti ecc. Uno scandalo di inefficienza e cialtroneria.

Negli ultimi mesi, il Ministro Bianchi ha ciarlato spesso e di tutto, essendo presente quasi ogni giorno sulla stampa per dichiarazioni spesso inutili ma ha evitato rigorosamente il tema Covid, su cui non si sa cosa stia facendo il ministero.

Uno dei temi è sicuramente quello dell’areazione delle aule, onde evitare di ricorrere alle finestre aperte a gennaio (che tra l’altro brucerebbe un patrimonio, dati i costi di riscaldamento che si annunciano). È noto che oggi esistono dei sistemi di ventilazione efficaci, ma il Ministero si guarda bene dal dotarne le scuole.

Unico provvedimento da parte del Ministero sembra essere l’inclusione nella piattaforma degli acquisti on line della Pubblica Amministrazione di un apparecchietto di dubbia efficienza prodotto da una nota ditta di elettrodomestici. Insomma, le scuole che ci credono e possono farlo, se lo comprino.

Fonte

27/06/2022

Il nuovo carrozzone del ministro Bianchi

Ci chiediamo se il ministro Bianchi abbia il senso del pudore e quale concezione abbia degli insegnanti che lavorano sotto la sua non tanto illuminata guida.

Infatti, pochi giorni fa, il Ministro ha chiarito alcuni punti relativi alla discussa Alta Scuola di Formazione on line per docenti e dirigenti. Tale scuola terrà corsi triennali per i docenti, in modalità telematica, che prevederanno verifiche annuali e una verifica finale per l’approvazione del lavoro svolto.

Tale lavoro si concreterà anche attraverso delle ore aggiuntive che il docente dovrà effettuare nella misura di un’ora settimanale per la scuola d’infanzia e primaria e di due ore per gli altri ordini di scuola. Quindi oltre al tempo impiegato per seguire i corsi on line, agli insegnanti sarà imposto, di fatto, un aumento dell’orario di lavoro, forse, diciamo sospettosamente, per colmare i buchi della diminuzione prevista dell’organico di oltre 10.000 posti.

Le attività da svolgere in tali ore aggiuntive saranno di sperimentazione, di tutoring, di coaching ecc. Al termine dei corsi triennali, chi passerà l’esame finale, potrà ricevere un compenso una tantum del valore di non meno del 10% e non più del 20% del proprio stipendio.

Diciamo “potrà” perché le risorse messe a disposizione per tale bonus sono sufficienti solo per il 40% circa dei frequentanti dei corsi, quindi una minoranza, a cui comunque, come si è scritto, andrà una somma assai limitata. Le solite miserie.

Dove invece il Ministero non baderà a spese è per il finanziamento dell’Alta Scuola e per i suoi dirigenti. Infatti, chi governerà il sistema sarà ben retribuito perché al Presidente e al Direttore andranno rispettivamente ben 246.846 € l’anno. Questo significa che ciascuno di questi signori o signore guadagnerà quanto una dozzina d’insegnanti di nuova assunzione.

Ma non basta. Al dirigente di seconda fascia che coadiuverà il Direttore andranno 151.165 € l’anno. Dodici funzionari saranno retribuiti 542.522 €, mentre altri soldi sono previsti per il “rimborso spese” del comitato d’indirizzo. Le spese per far funzionare l’Alta Scuola porteranno il costo totale di questo carrozzone a oltre 2.000.000 di € l’anno.

Insomma, le fantasie da grande manager del Ministro costeranno parecchio ai cittadini mentre alla scuola pubblica saranno costantemente ridotti i finanziamenti, le classi saranno sempre numerose e gli insegnanti avranno ancora gli stipendi più bassi d’Europa.

Tuttavia, il ministro Bianchi non dimostra di avere vergogna a proporre tutto ciò, anzi, a margine di un convegno ha parlato della necessità di “riaddestrare” gli insegnanti alle tecnologie digitali. L’uso del termine “riaddestrare” è evidentemente offensivo e non si dovrebbe usare nemmeno per le scimmie, ma lasciamo la forma e andiamo al contenuto.

Forse durante la pandemia il Ministro era distratto e non si accorto che i/le docenti hanno salvato il salvabile inventandosi con creatività e sacrificio personale ed economico una didattica digitale che ha permesso di non bloccare la scuola per due anni scolastici, nella totale assenza di chiare linee guida da parte del Ministero.

Gli insegnanti si sono attivati, hanno costruito reti di aiuto spontaneo tra loro, hanno inventato nuove forme di didattica basandosi solo sulla loro intelligenza e creatività e utilizzando a proprie spese le loro risorse telematiche. Invece che ringraziare e valorizzare queste esperienze il Ministro vuole “riaddestrare” gli insegnanti.

Ci chiediamo perché un tale atteggiamento così sprezzante. La risposta è nelle parole stesse di Bianchi: si vuole stabilire “come le aziende del sistema globale possano essere d’aiuto per l’UE e per l’Italia”. Che in altre parole significa che i privati saranno chiamati a formare gli insegnanti secondo i loro criteri e a stabilire quale digitale serve alle scuole.

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20/06/2022

Le associazioni padronali a soccorso delle "Steam" di Bianchi

Da quando al Ministero dell’Istruzione si è installato Patrizio Bianchi, professore di economia liberista, l’acronimo STEM è diventato una specie di grido di battaglia lanciato alla scuola italiana. Questo acronimo, naturalmente preso dall’inglese, che fa molto figo, significa Science Technology Engineering Mathematics.

In molti documenti del Ministero si esalta l’insegnamento rafforzato di queste materie, anzi si è giunti anche a sostenere che esiste un metodo d’insegnamento STEM, i contorni del quale però restano vaghi, dato che l’unica cosa che è chiara è che si tratta di una forsennata accelerazione digital-tecnologica e di un aumento del contatto tra scuola e imprese.

Per addolcire un pochino l’aspetto un po’ “duro” delle STEM, si è in seguito inserita una “A” che significa Arts e le STEM sono diventate STEAM. Questa aggiunta è stata apportata per evitare che una scuola basata sulle STEM (senza A) potesse essere accusata di dimenticare la cultura umanistica e le arti, cosa che fa a pugni, evidentemente, con la tradizione pedagogica italiana.

Tuttavia, si sa che anche le “arti” possono essere intese in tanti modi diversi, come quello per cui la creatività serve all’impresa, alle relazioni commerciali e al marketing e non alla liberazione dei potenziali espressivi della persona.

Se nella scuola pubblica la propaganda STEAM riscuote poco entusiasmo, con relativo disappunto del ministro Bianchi, giunge ora in suo aiuto la Fondazione Golinelli, succursale formativa della Confindustria, specializzata in digitale e in collaborazioni scuola-impresa, che a Bologna aprirà dal prossimo anno scolastico la “Scuola delle idee”, basata appunto sull’idea della cosiddetta metodologia STEAM.

La cosa non è da sottovalutare poiché per la prima volta in Italia si assiste alla nascita di una scuola media inferiore privata che si propone di costituire una “eccellenza” rispetto al pubblico. Sinora, le scuole medie inferiori private erano più che altro destinate ad accogliere allievi poltroni oppure provenienti da famiglie che non gradivano che i propri rampolli avessero come compagni stranieri, proletari o disabili.

Inutile dire che la “scuola delle idee” ha avuto un pronto riconoscimento dal Ministero come scuola paritaria. Vediamo in dettaglio come si presenta la scuola della Fondazione Golinelli.

Quaranta ore settimanali d’insegnamento, di cui trenta in classe e le altre destinate a studio assistito, con possibilità di ulteriori laboratori e corsi facoltativi. Naturalmente mensa a pranzo, cosa che resta un sogno per il pubblico che molto spesso deve rinunciare al tempo pieno per la sua assenza e strutture informatiche e didattiche di alto livello.

Il metodo d’insegnamento è STEAM, di cui tentiamo una decifrazione. Diverse pagine della presentazione della scuola, sul sito della Fondazione, sono in inglese, quindi immaginiamo che tale lingua avrà ampio spazio in quella scuola, forse più che il superato italiano. Questo anche perché a quella scuola ci andranno i figli di famiglie ricche, che proseguiranno probabilmente gli studi in licei e università straniere a orientamento liberista, preferibilmente private.

Del resto, si precisa che i giovani che frequentano la “scuola delle idee” svilupperanno il loro “talento” (parola assai infida) e avranno un orientamento alla scelta delle scuole future. Si tratterà di una scuola in relazione con il “mondo reale” tanto che i ragazzi saranno messi in contatto con la realtà del mondo economico e del lavoro, vale a dire che in classe saranno regolarmente presenti manager e capi d’impresa.

Tutto il progetto trasuda peraltro efficientismo aziendalista, cultura d’impresa, visione pedagogica individualista e arrivista. Ampio spazio a laboratori definiti in genere con espressioni inglesi e surdimensionato uso del digitale.

L’arrivismo e l’individualismo sono, peraltro, presenti già prima dell’inizio di tale scuola, poiché ad essa non ci si iscrive, ma si fa domanda d’ammissione. In seguito, la direzione sceglie i fortunati che saranno ammessi.

Quest’anno, avvio dell’esperienza, è prevista solo una classe prima a cui sono stati per ora ammessi solo 18 alunni/e sui 100 che hanno fatto domanda, poiché le classi non dovranno superare i 22 elementi (ma Bianchi non ha detto che le classi poco numerose non si devono fare?). Ma già si prevede di aprire molte più sezioni della scuola nei prossimi anni.

Costo della scuola: 5.500 euro l’anno, una somma non indifferente e certamente proibitiva per le famiglie povere. Tuttavia, la direttrice precisa che poiché “non si vuole lasciare indietro nessuno” ci saranno 4 borse di studio, integrali o parziali, per studenti meritevoli le cui famiglie non possono pagare una simile retta. Insomma, un po’ di carità si deve fare (4 borse di studio vuol dire “non lasciare indietro 4 ragazzi”, non proprio “nessuno”).

Al di là delle battute, il progetto è preoccupante. Infatti prefigura un sistema di selezione di classe basato sulla segregazione di censo tra i giovani. Se nella scuola pubblica italiana è sempre esistito un fenomeno di selezione di classe, poi ridenominato elegantemente dispersione scolastica, in questo caso si postula che la selezione avvenga già prima dell’accesso alla scuola.

In buona sostanza, un sistema all’americana, dove alle scuole statali, definanziate e abbandonate, vanno solo i giovani delle classi popolari, mentre per gli eletti rampolli dei ricchi si aprono scuole private destinate a formare la nuova élite dirigente. Un fenomeno certamente nuovo per l’Italia e probabilmente destinato ad attuarsi su tempi piuttosto lunghi, ma non per questo meno grave.

Durante l’estate 2022, tra l’altro, la Fondazione Golinelli terrà dei corsi di formazione per insegnanti sulla metodologia STEAM. Questa, invece, non è una novità, poiché da anni le fondazioni e le associazioni padronali promuovono corsi per i docenti, promuovendo la loro visione della formazione.

Ciò che appare nuovo è che i partecipanti al corso estivo, con il nuovo anno scolastico, svolgeranno il ruolo di “ambasciatori” delle STEAM nelle loro scuole, cercando di convincere i colleghi a seguirli sulla loro strada e di coinvolgerli nella loro prospettiva educativa. Ci auguriamo che ricevano la risposta che meritano, cioè che siano mandati a...

Fonte

10/06/2022

No, il ministro Bianchi non beve

Negli ultimi tempi, il ministro dell’istruzione Bianchi è incontenibile. Non passa giorno che i siti specializzati non riportino sue torrentizie dichiarazioni sul futuro della scuola italiana, sui docenti e sugli studenti. Una tale loquacità ha provocato, nei social, molti commenti ironici che vanno dal “toglietegli il quartino” al “quanto ha bevuto?”

Personalmente, non ne conosco le abitudini enogastronomiche, ma penso che le cose che lo scarmigliato ministro Bianchi va dicendo non abbiano a che vedere con le ipotizzate tendenze.

Mi limiterò a tre tra le più significative dichiarazioni di Bianchi. La prima è che il decreto riguardante le nuove modalità d’assunzione e formazione in servizio dei docenti è stato concepito perché l’UE chiedeva all’Italia la valutazione degli insegnanti.

La seconda riguarda il fatto che “noi” (cioè le generazioni oggi adulte) aspiravamo all’impiego fisso, mentre i giovani d’oggi desiderano un lavoro che soddisfi le loro esigenze e la propria creatività.

La terza, forse la più sconcertante, che le classi di pochi alunni non si devono costituire perché i bambini “non ci si ritrovano”.

Queste tre affermazioni non c’entrano con l’alcool e non sono improvvisate, ma si collocano piuttosto in una linea di continuità politica con le indicazioni europee in materia di scuola (fatto appunto dichiarato dal ministro stesso), con la politica sulla formazione dei governi degli ultimi decenni e con la concezione della scuola del ministro Bianchi.

Cominciamo con il “ce lo chiede l’Europa”, ritornello ormai abusato che annuncia, in genere, l’arrivo di grosse fregature. Secondo Bianchi, la formazione “continua” degli insegnanti è stata decisa come alternativa rispetto a una verifica individuale delle performance che era la richiesta della UE.

È pur vero che in alcuni paesi europei (ma non tutti) esiste una valutazione meritocratica degli insegnanti che si avvale di criteri e di metodi di realizzazione molto diversi tra loro. Laddove una valutazione esiste è comunque affidata a persone esterne alla scuola di servizio del docente, proprio per evitare possibili episodi di mobbing o di clientela, e non è legata tanto alle performance, cioè ai risultati delle classi, quanto alla preparazione culturale e metodologica dell’insegnante.

In ogni caso, il fatto che tale valutazione esista in alcuni paesi europei non significa che ciò sia cosa buona e giusta. Tuttavia, ciò che deve essere evidenziato è che l’angoscia ipervalutativa (degli studenti, dei docenti, degli istituti, dei sistemi) che negli ultimi anni percorre la scuola è legata ai processi di aziendalizzazione e di autonomia degli istituti, con il corollario della conseguente concorrenza tra gli stessi.

Concorrenza che si estende anche agli insegnanti, invitati nel prossimo futuro in Italia, secondo Bianchi, a frequentare impegnativi corsi di formazione in servizio di durata triennale al termine dei quali ci sarà un piccolo incentivo economico una tantum solo per il 40% degli stessi (meritocrazia singolare, quella che decide a priori quanti siano i meritevoli).

I corsi saranno gestiti dall’“Alta scuola di formazione”, organismo a cui contribuiranno INDIRE e INVALSI, ente quest’ultimo già nel mirino della Corte dei Conti per gli sprechi che vi si realizzano e che da anni intralcia e degrada il lavoro formativo con i suoi inutili e stupidi questionari a crocette.

Le prove INVALSI sono utili solo ai giornali padronali per sostenere la tesi che la scuola non funziona, che i docenti sono incapaci e che gli studenti non sanno né leggere né scrivere, ma soprattutto non sono adeguati al mondo del lavoro.

In ogni caso, il combinato tra la stratificazione della categoria determinata dai corsi della scuola di alta formazione e dalle voci insistenti sulla volontà del ministero di creare delle strutture di direzione intermedia degli istituti (il famigerato middle management), tende a creare una gerarchizzazione del corpo docente che non può non avere conseguenze anche sul piano formativo, poiché scuola gerarchizzata per gli insegnanti lo significa anche per gli studenti, con aumento delle discriminazioni e della selezione.

In realtà, valutazione o formazione in servizio secondo Bianchi non sono molto diverse poiché tendono al medesimo obiettivo che è aumentare l’impronta aziendale della formazione.

Funzionale alla sottomissione della formazione al capitale è l’idea che i giovani non aspirerebbero al posto fisso ma a un “lavoro creativo che rispetti le loro esigenze”. Ciò che è singolare è la contrapposizione tra la stabilità del posto di lavoro e il suo poter essere “creativo”, quasi che un lavoro fisso non possa esserlo, ma che ciò sia peculiare della precarietà.

È questo un vecchio ritornello di tutti i commissari governativi che l’UE ha nominato per l’Italia. Cominciò Mario Monti nel 2012 a sbuffare con “che noia l’impiego fisso” per arrivare ai nostri giorni a Draghi e a Bianchi.

Durante l’anno scolastico che si sta concludendo, ho avuto occasione di dialogare in parecchie occasioni (autogestioni, dibattiti, occupazioni) con i giovani delle scuole secondarie superiori che giustamente aspirano a un lavoro che rispetti le loro esigenze e la loro creatività, ma sono anche assai preoccupati del futuro precario e incerto che li aspetta dal punto di vista professionale.

Come è possibile che gli impieghi precari, dequalificati e sottopagati che vengono offerti in genere ai giovani possano “rispondere alle loro esigenze” (cioè uno stipendio sufficiente a vivere e diritti sindacali)? E come possono essere adatti a sviluppare creatività dei lavori che al massimo richiedono l’esecuzione di funzioni esecutive di bassa qualificazione?

In tale contesto è legittimo il sospetto che la dichiarazione di Bianchi sia espressione della volontà di convincere i giovani a rinunciare al “posto fisso” per adattarsi a ciò che passa il convento (o meglio il padronato) e di essere “creativi” nel sapersi adattare a diversi lavori precari esercitando la loro “flessibilità”.

Magari per arrivare ad accettare stage a “rimborso spese”, come si legge in alcuni annunci affissi negli ultimi tempi sulle vetrine di qualche catena della grande distribuzione. Questo non è capire cosa vogliono i giovani, bensì formarli ideologicamente allo sfruttamento.

Veniamo ora alle classi poco numerose. L’idea di Bianchi sul fatto che i bambini “non si ritroverebbero” in classi piccole è singolare e contrasta con ogni ragione pedagogica. Inoltre, contraddice le promesse (mai realizzate) che il Ministero avanza dal 2020, quando si indicava nella riduzione del numero di alunni per classe una delle possibili misure di contrasto alla pandemia.

Purtroppo, tutto ciò è invece perfettamente in linea con la progressiva diminuzione degli investimenti per la scuola e la formazione e con la dequalificazione della scuola pubblica. Anche il Decreto reclutamento va in tale direzione, prevedendo di finanziare i bonus per gli insegnanti meritevoli anche con il taglio di 9600 cattedre.

Quindi avremo classi numerose, in spregio all’efficacia educativa, alla relazione tra docenti e studenti, all’inclusione dei disabili e dei giovani di recente arrivo in Italia. E se le classi sono piccole, meglio non formarle, forse ai loro possibili studenti, se in centri isolati o di montagna, si potrà dare un computer per seguire a distanza le lezioni.

Ciò anche perché nel gioco delle tre tavolette del ministero, la Dad (didattica a distanza) è diventata Did (didattica integrata a distanza), che in realtà significa che il far scuola attraverso lo schermo di un computer è stato istituzionalizzato e non è più solo un provvedimento emergenziale.

Nel frattempo, il Ministero pensa a una nuova edizione della scuola estiva, grande passione di Bianchi e terreno di realizzazione dei suoi “patti territoriali di comunità” tra istituti, enti locali e privati. In realtà, ciò che nasconde il progetto di apertura estiva delle scuole è che il capestro ai bilanci dei comuni, e in genere degli enti locali, stretto dal patto di stabilità, ha comportato la desertificazione di tutti i servizi pubblici che durante l’estate avevano la funzione di organizzare il tempo dei bambini e dei ragazzi.

Per questo la scuola si trova a vicariare funzioni non sue, in spazi non adeguati, con insegnanti affaticati da un duro anno scolastico e in tempi non adeguati. Si richiede alla scuola di offrire un servizio che non è nella sua natura istituzionale e agli insegnanti di svolgere un compito che esula dalla loro professionalità.

Da ultimo, è doveroso notare che a una domanda sulla questione mascherine a scuola anche eventualmente per il prossimo anno, il ministro ha risposto questa volta evasivamente, dicendo che la questione importante è garantire la sicurezza di tutti.

Ma è legittimo chiedersi di tutte le promesse ascoltate in questi due anni (riduzione degli alunni per classe, ripristino della medicina scolastica, interventi di edilizia ecc.) cosa è stato fatto e cosa si farà affinché un’eventuale recrudescenza della pandemia, ad autunno, non sia ancora devastante per la scuola e destabilizzante della vita e dell’equilibrio psichico degli studenti messo a dura prova da due anni per niente normali.

Su questo sarebbe il caso di essere precisi, ma non è facile rispondere quando non si è fatto nulla e probabilmente nulla s’intende fare.

Fonte

06/05/2022

Draghi e Bianchi rilanciano le “tre i” per la scuola

Coloro che durante i governi berlusconiani si erano opposti alle “tre i” (impresa, inglese, informatica) per la scuola volute dagli italo-forzuti, non avrebbero forse immaginato che anni dopo sarebbe stato un ministro del PD a imporle per decreto.

In realtà, il fatto deve stupire meno di quanto appaia, poiché i progetti in materia di aziendalizzazione e privatizzazione della scuola del PD non sono molto diversi da quelli delle destre.

Così, in un decreto che riguarda alcune regole per l’impiego del PNRR, la coppia Draghi-Bianchi ha infilato delle norme che stravolgono il reclutamento e la formazione in servizio dei docenti, sino a ridisegnarne almeno in parte il profilo professionale.

Forse non è un caso poiché, come abbiamo scritto più volte analizzando i capitoli sulla scuola del PNRR, questi contengono molte iniziative per facilitare la sottomissione della scuola ai privati e un suo mutamento in direzione aziendalista.

A tale decreto, pubblicato in G.U. il 1 maggio, si combina l’uscita dell’ipotesi di atto d’indirizzo per il rinnovo del comparto istruzione e ricerca per il 2019-2021. Queste date, ormai passate, non devono stupire poiché il “salto del contratto” è cosa abituale nella scuola ed è normale che il CCNL si firmi già scaduto.

Per quanto riguarda la prima “i” – l’impresa – la svolta aziendalista imposta da Bianchi è evidente nell’impostazione generale del decreto, che si prospetta come una torsione autoritaria della formazione iniziale e in servizio dei docenti, e una stratificazione di ruoli e di mansioni volta a introdurre dei veri e propri “obiettivi aziendali”.

La formazione iniziale avverrà nell’università, dove chi vuole insegnare dovrà seguire un percorso specifico per conseguire la laurea abilitante con la quale accedere al concorso selettivo, all’anno di prova e alla sospirata immissione in ruolo.

Tuttavia, questo percorso non sarà per tutti, poiché l’accesso alle lauree abilitanti sarà a numero programmato dal Ministero sulla base delle esigenze regionali.

Ciò, per contro, non garantirà il lavoro poiché dopo la laurea abilitante, si dovrà comunque affrontare un concorso la cui “selettività” sarà garantita. Le università potranno avvalersi, per i corsi relativi all’acquisizione dei crediti, di istituti e centri (privati?) convenzionati anche per la formazione in servizio.

Per chi è già in servizio nasce la Scuola di Alta Formazione, prevista dal PNRR, retta da un presidente di nomina ministeriale e, di fatto, gestita da INDIRE e INVALSI, noti carrozzoni che sfornano test inutili e stupidi e che sprecano un sacco di soldi.

Ricordiamo che i test INVALSI costano ogni anno oltre 7.000.000 di euro e la Corte dei Conti ha già contestato tale spesa e anche il fatto che l’Istituto si avvalga, per la formulazione dei test, di esperti esterni, scelti in prevalenza tra docenti pensionati e non del personale interno.

Tale Scuola di Alta Formazione, che potrà avere come direttore anche un manager proveniente dal privato, organizzerà corsi almeno triennali per i docenti, a frequenza facoltativa (ma obbligatoria per i nuovi immessi in ruolo) e fuori orario di lavoro, con esami annuali e finali.

Per chi termina con successo tali corsi può esserci un compenso accessorio una tantum. Si badi, può esserci non significa che ci sarà. Tale compenso, infatti sarà erogato “nel limite delle risorse disponibili” solo a chi avrà meglio superato gli esami finali, ma soprattutto avrà conseguito gli indicatori di performance declinati dalle singole istituzioni secondo il PTOF.

Quindi non a tutti, ma solo a chi avrà ottenuto punteggi più alti e performance elevate (di cui non si sa ancora la natura, ma certamente legate ai criteri dell’INVALSI). Tra l’altro, la valutazione sarà affidata al comitato interno alle scuole, con ovvie conseguenze di possibili ricatti e di mobbing da parte dei dirigenti.

Per il compenso accessorio, dunque, mettersi in fila con il cappello in mano e si vedrà se lo meriti. Se non è puro aziendalismo questo...

Tra l’altro, in questo modo, si stabiliscono dei percorsi formativi che in servizio si prospettano molto costringenti e direttivi, e che poco spazio daranno alla ricerca e all’arricchimento personale se non funzionale a quanto richiesto dall’istituzione.

Ancor più scandalosa appare la fonte da cui arriveranno i fondi per tale premialità, cioè dal taglio di 9.600 cattedre, attraverso la non sostituzione dei docenti che vanno in pensione. Rimossa, quindi, ogni illusione che la prevista diminuzione del numero degli allievi possa dar luogo a una conseguente riduzione anche minima del numero di studenti per classe.

Quanto ai temi che saranno proposti in tali corsi, sembra declinare definitivamente l’idea che i docenti possano approfondire aspetti culturali e metodologici inerenti la loro materia d’insegnamento.

Questo, evidentemente perché la scuola in versione Draghi-Bianchi non ha interesse a sviluppare i saperi, ma solo le competenze spendibili nel mondo del lavoro e a trasformare gli studenti in “capitale umano” per le aziende.

Per questo, si insiste molto sulle altre due “i”, vale a dire la formazione “linguistica”, intesa, guarda caso, come lo studio della sola lingua inglese, l’unica a cui ormai il Ministero dia importanza, anche biascicandola malamente nei suoi documenti e l’informatica. Vero feticcio dell’innovazione in lettura Bianchi, la competenza digitale è assunta a misura della “novità” dei metodi didattici.

Sempre le “competenze linguistiche e digitali” sono poste al centro dell’ipotesi dell’atto di indirizzo per il rinnovo contrattuale. Quanto al digitale, appare inquietante il riferimento alla possibilità di disciplinare le modalità del lavoro a distanza dei docenti.

Infatti, si prevede di istituzionalizzare questa forma d’insegnamento, che in realtà avrebbe senso solo in caso di una recrudescenza pandemica tale da portare a una nuova sospensione delle didattica in presenza. Ci chiediamo in quali occasioni il Ministero intenda riutilizzare la didattica a distanza.

La formazione al digitale sarà, secondo il Ministero, contrattualmente obbligatoria, e avverrà in orario di lavoro. Ma attenzione, ancora una volta, agli imbrogli. Infatti, “per evitare oneri di sostituzione di personale” le ore di formazione riconosciute come orario di lavoro “devono fruirsi fuori dell’orario di lezione mediante una flessibilità dell’orario d’obbligo d’insegnamento”.

Ci chiediamo cosa significhi tutto ciò dato che in realtà l’orario di lavoro degli insegnanti è dedicato in modo largamente prevalente alle lezioni. Temiamo un altro imbroglio dietro alla strana formulazione della “flessibilità” dell’orario d’insegnamento.

Peraltro, il riferimento a evitare “oneri” per lo Stato, cioè a non spender quattrini, è presente in diversi punti della bozza d’indirizzo per il contratto. Per esempio, si dice che le funzioni strumentali, cioè quelle dei coordinatori di classe, di dipartimento, di PTOF, di tutor dei neo immessi in ruolo, sono “insostituibili per l’autonomia e l’innovazione scolastica” e quindi devono essere valorizzate; ma tali funzioni “non dovranno comportare l’esonero dall’insegnamento e ulteriori oneri”.

Insomma, un ministero straccione, che vuole stratificare e gerarchizzare la categoria degli insegnanti, ma gratis. Peraltro, ha già destato scandalo la riduzione dei fondi destinati all’istruzione (come alla sanità) per i prossimi anni, che ci porterà a essere il paese europeo che meno investe nella formazione.

Vista la situazione, c’è anche poco da attendersi sul piano salariale dal rinnovo del contratto. Anzi, è intenzione del Ministero sostituire gli aumenti salariali con presunte prestazioni di welfare, quali sostegno alla genitorialità, prestazioni sanitarie e mobilità sostenibile.

Quanto alle prestazioni sanitarie, tutto ciò è coerente con lo smantellamento della sanità pubblica in atto da anni e la scelta di destinare risorse per ingrassare la sanità privata. Ma è anche una vergogna ideologica per un’amministrazione pubblica dirottare i propri dipendenti verso i privati.

Dati i costi speculativi della sanità privata ci chiediamo inoltre quali saranno le prestazioni offerte da un contratto il cui finanziamento sarà ridicolo.

Come al solito, anche nel decreto che riforma il reclutamento del personale docente, non mancano spunti e dichiarazioni demagogiche. Infatti, si parla di “costruire una scuola di qualità e improntata ai principi dell’inclusione e dell’eguaglianza”.

Purtroppo, è ben noto che una scuola strutturata come azienda e gestita sulla base delle performance già di per sé sia competitiva e discriminatoria.

Le reali intenzioni del governo sono peraltro enunciate nel programma draghesco “FUTURA: la scuola per l’Italia di domani”, in cui si parla di “nuove modalità di orientamento” e di “alternanza formativa per l’orientamento” (nuova dizione della contestata alternanza scuola-lavoro) con l’intenzione di “mettere in sinergia il sistema d’istruzione, quello universitario e il mondo del lavoro”.

Tutto ciò è associato a un documento programmatico steso dalla Conferenza delle Regioni e diretto al ministro Bianchi in cui si dichiara che queste ultime sì impegneranno a fornire al ministero previsioni sui “fabbisogni delle imprese” per “orientare i giovani alla scelta del percorso formativo più idoneo”.

Ciò rappresenta una pietra tombale su un orientamento che voglia promuovere attitudini e desideri professionali dei giovani, per appiattirne le prospettive sulle necessità padronali. Insomma, accontentatevi di quello che c’è.

Una linea politica perfettamente in linea con le dichiarazioni già da anni formulate dall’Unione Europea, per la quale è inutile che tutti raggiungano i più altri gradi del sapere e della formazione, in quanto solo pochi potranno accedere a lavori gratificanti nei settori della nuova economia.

Una logica che ricorda il preside del primo Starnone del romanzo Ex catedra: “Professore, non facciamo poesia... noi formiamo ragionieri...”

Purtroppo questa tendenza verso un tale orientamento è già avanzata. Come ha documentato Rossella Latempa, nel sito Roars.it, l’ufficio scolastico della Liguria ha già avviato programmi di “orientamento” destinati persino alle scuole elementari, in cui si pongono ai dodicenni domande sul fatto che amino “lavorare con qualunque condizione di tempo”, “lavorare su scale o sollevati da terra”, “eseguire ordini”, “lavorare in luoghi poco puliti” (aspirazione ahimé poco diffusa) o “maneggiare denaro” (un po’ più popolare, ma se è il proprio).

Per condurre questi test in nome delle digitalizzazione, si è anche creato un programma specifico, di nome SORPRENDO, che stabilisce il profilo professionale adatto alle risposte: baby sitter, contadino, assistente bagnanti, poliziotto.

In pratica, un bell’esempio di come si voglia frustrare sin dalla più tenera infanzia aspirazioni e desideri degli studenti, indirizzandoli sulla miseria della realtà di lavori più o meno precari, sottopagati e comunque di basso profilo.

Naturalmente, per la formazione della classe dirigente non mancheranno le occasioni, magari attraverso la frequenza di istituti privati o di master universitari specifici (meglio se in inglese).

Questa è la realtà desolante che ci offre la scuola di Draghi e Bianchi.

Non ci resta che sperare che il prossimo rinnovo contrattuale possa essere occasione di una discussione tra i lavoratori della scuola che mandi all’aria questi progetti. Meglio se sarà unita alla mobilitazione degli studenti che già quest’anno ha segnato dei momenti importanti proprio sulla questione dell’alternanza scuola-lavoro, anche in seguito alla morte di due studenti avvenuta nel corso di tali attività.

In ogni caso, gli studenti non sembrano più disposti a subire le imposizioni di chi progetta per loro un futuro di sfruttamento, precarietà e frustrazioni.

Fonte

19/02/2022

Gli studenti non fanno più sconti. Cortei in tutta Italia. Blitz contro sedi Confindustria e PD

In oltre 40 città italiane oggi ci sono stati cortei degli studenti per dire basta alle morti di ragazzi come loro durante gli stage e l’alternanza scuola-lavoro. Ma c’era anche molto di più, inclusa la richiesta di dimissioni del Ministro dell’Istruzione Bianchi e del Ministro dell’Interno Lamorgese.

In alcune città l’obiettivo delle manifestazioni studentesche sono state le sedi della Confindustria e, nel caso di Napoli, anche la sede del PD, il partito che ha voluto l’alternanza scuola-lavoro e continua a difenderla.

A Torino migliaia di studenti sono partiti da piazza XVIII Dicembre. In città sono oltre quaranta le scuole occupate in queste settimane di protesta contro l’alternanza scuola-lavoro e l’esame di Maturità. Il corteo era aperto dallo striscione “Contro alternanza maturità e repressione no alla scuola del padrone”. Idee molto chiare dunque, tanto da portare il corteo sotto la sede della Confindustria dove gli studenti hanno provato a forzare l’entrata difesa da carabinieri e polizia e c’è stato un po' di affrontamento.

A Napoli tre studenti si sono versati addosso vernice rossa davanti alla sede regionale del Pd esponendo uno striscione con le scritte “C’at accise” (‘Ci avete ucciso’) e “Le vostre mani sono sporche del nostro sangue”. Anche qui il corteo si è poi diretto alla sede locale della Confindustria.

A Roma il corteo è partito da Piazza Vittorio su via Cavour aperto dallo striscione “Di scuola non si può morire. È tempo di riscatto”. Tra gli striscioni uno chiedeva esplicitamente le dimissioni del ministro Bianchi. All’altezza di via dei Serpenti ha provato a deviare verso la sede dell’Ufficio Scolastico Provinciale (quello che ha fortemente voluto le sanzioni contro gli studenti che avevano occupato le scuole). ma è stato bloccato per quasi due ore dalla polizia.

A Milano il corteo è partito da Piazza Cairoli caratterizzato da vari striscioni. “Non si può morire di scuola”, “Contro questo modello di scuola“. Prima di partire gli studenti hanno srotolato un lungo striscione sulla statua al centro della piazza chiedendo di abolire l’alternanza scuola-lavoro e spiegando che “l’alternanza è solo sfruttamento”.

Circa 1500 studenti e studentesse hanno percorso le vie del centro scandendo slogan contro l’alternanza scuola-lavoro, la presenza delle aziende private nella scuola e le disposizioni del ministro Bianchi sull’esame di maturità. Il corteo si è concluso davanti all’Assolombarda, dove sono stati ricordati Lorenzo e Giuseppe, i due ragazzi morti recentemente durante stage di scuola-lavoro.

In un comunicato l’organizzazione studentesca OSA fa un primo punto sulla giornata di mobilitazione di oggi.

*****

“Oggi in tutta Italia, più di 40 città in mobilitazione, sono scesi in piazza migliaia di studenti per ribadire che un’opposizione a questo governo e a questo modello di scuola esiste e sta crescendo.

Avanzano le occupazioni e l’agitazione in tutto il paese, da Nord a Sud, infatti dopo le 60 occupazioni romane sono più della metà le scuole già occupate a Torino e continuano ad aumentare nel resto d’Italia, da Bologna a Catania.

Oggi le piazze hanno espresso la rabbia che non cerca più compromessi con questo modello di scuola e di società che esprime un malessere complessivo che noi studenti viviamo da ormai troppo tempo.

Si aggiungono anche, in un clima di incertezza e mancanza di prospettive, i venti di guerra che soffiano in Europa, a dimostrazione che i nostri governi non tengono minimamente conto delle nostre necessità ma che anzi hanno una prospettiva di peggioramento della nostra condizione.

Sappiamo che nulla può cambiare da solo, quella di oggi è solo un’altra tappa di un percorso di lotta che continua e che non si fermerà con repressione o briciole”.

CONTRO BIANCHI, GOVERNO E REPRESSIONE!

LA SCUOLA HA BISOGNO DI UNA RIVOLUZIONE!

Fonte e foto dei cortei stidenteschi

11/02/2022

Ministro Bianchi, ricordare i drammi della storia? Usb Scuola risponde: sì, ma tutti!

La “Giornata del Ricordo” del 10 febbraio diventa sempre più l’occasione per iniziative nazionaliste, antipartigiane e storicamente revisioniste.

In questa orgia di falsificazioni storiche è entrato purtroppo anche il Ministero dell’Istruzione con la circolare emanata dal capo dipartimento Stefano Versari, che ha sostenuto che alla fine della guerra la “categoria” degli italiani sarebbe stata oggetto di uno sterminio paragonabile alla Shoa (e per aggiunta al genocidio armeno e alla strage dei musulmani di Srebenica).

Una tale spregevole circolare è un falso storico e non può certo promuovere un serio spirito di informazione e di ricerca storica nelle scuole.

Il Ministro Bianchi è intervenuto sulla questione mettendoci una pezza che è peggiore del buco.

Infatti il Ministro ha telefonato, scusandosi, alla presidente delle Comunità Ebraiche e a quello dell’ANPI, ribadendo che “Ogni dramma ha la sua unicità, va ricordato nella sua specificità e non va confrontato con altri, con il rischio di generare altro dolore” e garantendo l’impegno per la memoria della (sola) Shoa.

Ci sentiamo di ricordare al Ministro che se la memoria deve essere per tutti i drammi, e siamo d’accordo, ciò deve valere anche per le deportazioni, le fucilazioni, l’incendio di interi paesi, le discriminazioni e le umiliazioni subite dalle popolazioni della Jugoslavia durante il fascismo e la seconda guerra mondiale.

Per tutti e tutte coloro che morirono di stenti nei campi di prigionia italiani dell’isola di Rab/Arbe e di Gonars in particolare, dopo l’annessione di vasti territori jugoslavi all’“impero” italofascista.

Inoltre, delle scuse sarebbero da rivolgere anche alle associazioni dei partigiani sloveni, che spesso combatterono e perirono insieme a quelli italiani, che contribuirono alla liberazione dal nazismo delle nostre città e che invece sono stati descritti come bande di criminali.

La storia non si può fare a brandelli, altrimenti si è solo dei mistificatori opportunisti, come purtroppo da anni si sta dimostrando la grande maggioranza dei politici italiani.

Fonte

09/02/2022

I licei quadriennali non piacciono. Pochi i progetti delle scuole

I dati diffusi nei giorni scorsi sull’adesione degli istituti alla sperimentazione di liceo quadriennale TED (Transizione Ecologica e Digitale) ci dicono di un fiasco del progetto tanto caro al ministro Bianchi. Infatti, le scuole hanno richiesto l’attivazione di sole 320 classi sperimentali su 1001 proposte dal Ministero.

Inoltre, probabilmente nemmeno le 320 classi sperimentali votate dai collegi dei docenti si apriranno veramente poiché in alcune scuole non si sono avute iscrizioni sufficienti alla loro costituzione.

Il Ministero ha prorogato i tempi per le richieste delle scuole, portando la scadenza al 14 febbraio, ma ciò probabilmente cambierà di poco il quadro che si è delineato.

Della riduzione a soli quattro anni della scuola secondaria superiore si parla, in Italia, dalla fine degli anni novanta, i tempi della coppia Berlinguer-Bassanini che promulgò l’autonomia scolastica, grimaldello per la scuola-azienda e la privatizzazione, oltre alla parità tra istituti pubblici e privati. Questi ultimi furono integrati nel sistema scolastico pubblico, con un principio che riecheggiava quello già adottato nella sanità.

Ciò secondo il famigerato principio della sussidiarietà che, nella scuola e altrove ha già prodotto molti danni. La riforma dell’Università, con l’introduzione della formula 3+2 e l’introduzione dei “crediti”, decisa anche in relazione alle nuove scelte europee contenute nel “Processo di Bologna”, partito nel giugno 1999, ha in effetti allungato di un anno il percorso di studi verso la laurea.

Ecco quindi nascere l’idea di togliere un anno alle scuole superiori, portandole a quattro anni come già avviene in altri paesi europei. A tale proposito, nel 2017 la ministra Fedeli avviò una sperimentazione che coinvolge oggi 192 classi di liceo.

In relazione all’attuazione del PNRR il Ministro Bianchi ha pensato di portare a 1001 le classi sperimentali di quattro anni. Tuttavia, sarebbe riduttivo limitarsi alla discussione su un anno in più o in meno di liceo. Infatti il problema non sta solo nella quantità ma soprattutto nella qualità di ciò che si fa a scuola.

Questo lo dice anche il ministro Bianchi che afferma che il nuovo liceo quadriennale, denominato appunto liceo TED sperimenterà un nuovo modo di fare didattica. Ci dobbiamo chiedere, dunque, quale sia questo nuovo modo di fare didattica e chi ne deciderà l’indirizzo pedagogico e culturale.

Per saperlo è utile andare a visitare il sito del Consorzio ELIS (Educazione Lavoro Istruzione Sport), coinvolto e impegnato a fondo nella realizzazione dei nuovi licei (Liceo TED – ELIS). ELIS, area Opus Dei, è formato da un centinaio di aziende private, soprattutto grandi imprese, che operano in diversi settori che vanno dagli armamenti, all’energia fossile, alla privatizzazione dell’acqua, sino alla produzione automobilistica, all’affitto di mano d’opera, agli aperitivi.

Obiettivo di ELIS è entrare a pieno titolo nella stesura dei programmi e nella definizione della didattica nei licei TED. Nel sito si afferma testualmente: “Le aziende contribuiranno alla realizzazione dei programmi didattici, aiutando a individuare le competenze richieste dal futuro mercato del lavoro, favorendo un apprendimento in cui le conoscenze teoriche vengono verificate e applicate in situazioni reali”.

Il tutto per un percorso formativo alla cui definizione parteciperanno, ovviamente “professionisti delle imprese”.

Insomma, si parla chiaro: le imprese e i loro dirigenti entreranno direttamente nelle scuole a dettarne i programmi e, possiamo immaginare, i metodi, cioè il lavoro non retribuito in “situazioni reali” che riecheggia la detestata alternanza scuola-lavoro oggi nel mirino delle proteste degli studenti e delle studentesse.

Il tutto, naturalmente, completato dalla solita apologia delle sorti meravigliose e progressive della didattica digitale, feticcio usato per ammantare di modernità ciò che è invece formazione ripetitiva, dequalificata, acritica e basata sulle “competenze” a scapito dei saperi. Nel progetto Bianchi-ELIS, il capitale privato si appropria direttamente della scuola per piegarla alle sue esigenze di creazione di “capitale umano” cioè di mano d’opera.

Un progetto in cui la stessa “sussidiarietà” sarebbe superata, per realizzare un’inestricabile embricatura di interessi privati nelle strutture pubbliche, dove sarebbe anche difficile, a quel punto, distinguere privato e pubblico.

In tale contesto, non stupisce che nella presentazione dei licei TED nel sito di ELIS compaia anche la necessaria acquisizione, da parte degli studenti, delle soft skill oggi tanto di moda, cioè competenze non cognitive, come maturità emozionale, capacità relazionale, comunicazione verbale e non verbale.

Ciò che si nasconde dietro a tutto questo è in realtà la formazione ideologica a sapersi inserire senza protestare nel mondo aziendale, a resistere alle mortificazioni e alle frustrazioni che tale ambiente impone, a essere consenzienti rispetto ai contratti precari, alla flessibilità, ai cambiamenti di mansioni se non d’azienda ecc.

Cosiddette “competenze”, che tra l’altro si vorrebbe anche valutare con criteri “oggettivi”. Legittimo chiedersi come si possano valutare atteggiamenti che derivano in gran parte da componenti caratteriali, e se una loro valutazione non sia mirata proprio a obiettivi di formazione ideologica.

Un progetto quindi, che a buona ragione trova opposizione nei docenti che, tra l’altro, dovrebbero sottoporsi a una formazione specifica indirizzata, con buona probabilità, a farne dei formatori aziendali. E che incontra anche l’opposizione di molti studenti e la diffidenza delle famiglie degli stessi nonostante possa rappresentare un modo per accorciare la durata degli studi. Però a un prezzo evidentemente troppo alto.

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06/01/2022

Anche la scuola “deve convivere” con il Covid

A poche ore dal rientro a scuola dopo le vacanze di fine anno, fissato tra il 7 e il 10 gennaio, ancora non si sa esattamente come riprenderanno le lezioni e quali misure saranno prese, nel solito grottesco balletto stato/regioni, alla luce dell’enorme aumento dei contagi da virus Covid-19.

Ancora una volta, invece, nel mondo della scuola, si confrontano la linea più cauta e prudente, che vorrebbe l’aumento delle restrizioni, arrivando in qualche caso sino alla ripresa della Dad e la posizione opposta che invece insiste per la ripresa in presenza a ogni costo, anche se ciò comporta dei rischi evidenti.

Si tratta di un dibattito ormai stucchevole e di poco senso se non si allarga la critica a tutto quanto è stato fatto dai governi Conte e Draghi negli ultimi due anni.

Infatti, è evidente che se ancora oggi ci si trova a discutere su come affrontare la pandemia nelle scuole è per la totale inadeguatezza dei provvedimenti presi nell’arco di due anni, dal febbraio 2020 e ancor più dopo la prima fase pandemica, cioè da giugno 2020 a oggi.

Di tutto quanto era stato richiesto da studenti, lavoratori e genitori e in parte almeno promesso dal governo, nulla è stato fatto.

Riduzione del numero degli alunni per classe, adeguamento delle strutture, ripristino del servizio di medicina scolastica: tutti provvedimenti di cui si è molto discusso ma che sono stati sepolti sotto gli ormai polverosi banchi a rotelle della ministra Azzolina che giacciono negli scantinati delle scuole.

Quanto all’assunzione di nuovi insegnanti e collaboratori, requisito indispensabile per costituire classi meno numerose (vantaggio che sarebbe stato anche didattico e non solo sanitario) non se ne parla, anzi, a tutt’oggi molte scuole ancora esitano a rinnovare sino al termine massimo del 31 marzo le “supplenze Covid” a causa di una nota ministeriale ambigua e cosparsa di troppi “potrà” che da molti dirigenti sono interpretati come facoltà di confermare o no, dato che oltretutto per tali riassunzioni è previsto un limite di bilancio (400 milioni) che non si sa ancora come sarà ripartito tra le regioni.

In tutto ciò hanno avuto un ruolo anche i sindacati CGIL-CISL-UIL-SNALS-GILDA che hanno continuato a compiacersi alle evanescenti promesse del governo e a firmare “patti” che erano solo carta straccia con il risultato di trovarsi oggi a negoziare sul numero di “positivi” che si possono accettare in classe.

Tuttavia, esiste una causa ancora più importante del disagio vissuto nella scuola, senza la cui adeguata considerazione si perde l’orientamento. Infatti, quanto si vive oggi nella scuola è l’esatto risultato della strategia governativa di “convivere con il virus” anziché cercare di arrivare a contagi zero.

La politica di convivenza con il virus, motivata dall’esigenza prima di sostenere e poi di rilanciare il PIL, è quella che ha provocato a oggi milioni di contagi e buona parte delle 140.000 morti registrate sinora in Italia.

La scuola fa parte della società e tutto quanto vi accade è collegato agli altri settori della vita della comunità e alle scelte politiche del governo. Non è quindi pensabile che la scuola possa sottrarsi alla logica di sottomissione alla “produzione” e di “convivenza” con il virus.

Tutte le ultime decisioni del governo Draghi sono orientate a diminuire i provvedimenti preventivi e le soglie di protezione dei cittadini: abolizione della quarantena (del resto erano già stati tagliati i fondi all’INPS per questa voce), rinuncia al tracciamento, poca prevenzione sui posti di lavoro.

Tutto è affidato miracolisticamente ai vaccini, peraltro non obbligatori, che non possono, da soli, risolvere la pandemia. L’indicazione è quindi chiara: si deve convivere con il virus e se vi contagiate è un problema vostro, sperate, se ne avete bisogno, di trovare un posto negli ospedali, che sono già assai affollati.

Peraltro è singolare la campagna di alcuni media vicini al governo per convincere i cittadini che la variante Omicron provoca “poco più che un forte raffreddore“, in presenza di un numero di morti che ormai supera i 250 al giorno e di ricoveri che aumentano drammaticamente.

Non ci si deve quindi stupire se, nella scuola, si sentono fare ragionamenti allucinanti su quanti debbano essere i casi “positivi” – se tre, quattro o cinque – perché una classe sia messa in quarantena, dimenticando ogni criterio di sicurezza se non le mascherine FF2P (assai difficili da trovare), la cui efficacia in ambienti affollati e in presenza di più persone colpite dal virus non è scontata.

Per fortuna, si è almeno scartata l’ipotesi della didattica in presenza per i vaccinati e telematica per i non vaccinati, impossibile da realizzare e che sarebbe servita solo a scatenare ulteriori polemiche no-vax, data la codardia del governo che non vuole decidere per la vaccinazione obbligatoria.

Ciò anche nel momento in cui dagli ospedali giunge notizia che circa un quarto degli attuali ricoveri riguarda giovani sotto i 19 anni, che erano scampati alla falcidia della prima ondata.

Come abbiamo scritto, il vaccino non può da solo risolvere la pandemia, ma è un mezzo importante nella lotta al Covid ed è difficile comprendere per quale ragione il governo non inserisca anche questa vaccinazione tra quelle (ce ne sono già una decina) obbligatorie per la frequenza scolastica.

È chiaro che tornare alla Dad significherebbe rivivere le difficoltà pedagogiche e relazionali già molte volte denunciate e sarebbe anche uno sbugiardamento delle ipocrite e demagogiche dichiarazioni del ministro Bianchi sulle “scuole sicure”.

Ma forse c’è anche un altro motivo, per il governo, per voler evitare la Dad, ed è che in un momento in cui i genitori devono andare a “produrre” per sostenere e rilanciare il PIL gli alunni delle scuole primarie e, in parte, delle medie, non si possono lasciare a casa.

È però altrettanto chiaro che in una classe con tre o più positivi al Covid studenti e insegnanti non sono sicuri e non lavorano certo serenamente.

La questione non è quindi, al momento, di discutere di rientro in presenza o di ripresa della Dad, ma di farla finita, più in generale, con la logica della “convivenza” con il Covid e di presentare a Draghi, a Speranza e a Bianchi il conto della devastazione che abbiamo di fronte agli occhi.

Fonte

20/09/2021

L’indirizzo di Bianchi: sempre più mercato nella scuola

Durante la prima settimana di scuola, mentre la maggior parte della stampa si interessava solo dei (pochissimi) insegnanti che si oppongono al lasciapassare vaccinale, il Ministero dell’Istruzione ha diramato l’Atto d’indirizzo politico istituzionale per l’anno 2022, che tuttavia si proietta già sino al 2024.

C’era poco di buono da aspettarsi da tale documento, poiché esso rappresenta un tentativo di mettere in pratica nelle scuole soprattutto quanto contenuto nel Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) di cui abbiamo già pubblicato su Contropiano una lettura critica.

In effetti, l’Atto d’indirizzo si attiene scrupolosamente a quanto contenuto nel PNRR, delineando otto priorità politiche da perseguire nei prossimi anni, che fanno seguito a un “quadro di riferimento” che potrebbe suscitare ilarità se non fosse in realtà segno della malafede del governo.

Infatti, vi si parla di un rilancio degli investimenti per le istituzioni e l’edilizia scolastica, per la perequazione formativa, per gli alunni disabili. Tutto ciò dopo un’estate in cui il Ministero si è opposto fermamente a un reale potenziamento degli organici del personale scolastico, che avrebbe consentito la riduzione del numero di alunni per classe e un reale potenziamento dell’offerta formativa.

Quanto all’edilizia scolastica ci sembra inutile sprecare carta e inchiostro per descrivere una situazione già troppo nota. Il rilancio degli investimenti citato dal Ministero è in realtà tutto legato al PNRR; tuttavia mai come in questo caso si verifica quanto sia importante decidere a quali obiettivi debbano essere destinati i fondi.

Anzitutto, la parola-chiave dell’atto d’indirizzo è: digitale. Appare chiaro che, secondo l’ideologia del ministro Bianchi, la sola evocazione della tecnologia digitale sia tale da risolvere qualunque problema.

Si comincia con la lotta alla dispersione scolastica (cioè la selezione di classe, n.d.r.), che in Italia è tra le più alte d’Europa che, sostiene il Ministro, è da riportare all’interno degli standard europei, peraltro già alti poiché raggiungono il 10,2%.

Ci si aspetterebbe l’attivazione, allo scopo, di percorsi e insegnamenti individualizzati, l’assunzione di personale dedicato e reali misure di aiuto per chi è in difficoltà (libri, materiale didattico ecc.). Invece il Ministero rimanda tutto a un’istituenda piattaforma di “mentoring, counseling e orientamento professionale”.

Insomma, immaginiamo già migliaia di preadolescenti a rischio abbandono, quasi sempre appartenenti a famiglie in difficoltà, che trovano “sostegno” davanti a un computer collegato a una piattaforma di mentoring.

L’ubriacatura digitale continua in tutte le dieci pagine del documento, vista come soluzione salvifica per studenti e insegnanti. Senza addentrarci in ciascuno dei punti in cui si dispiega l’apologia acritica del digitale, notiamo come le nuove tecnologie non siano mai viste in relazione alle possibilità formative e creative che esse possono comunque offrire, bensì sempre piegate sia alla formazione professionale più o meno immediata, ma comunque legata a colmare il mismatch, cioè lo scarto tra formazione e bisogni delle imprese, sia alla verifica e valutazione dell’apprendimento degli studenti e dell’attività didattica degli insegnanti. Questi ultimi, tra l’altro costretti alla formazione in servizio presso una futura “Alta scuola” naturalmente digitale e centralizzata.

Il tutto, sotto l’occhio vigile del Sistema Nazionale di Valutazione, poiché la valutazione di tutto, degli allievi, degli insegnanti, delle scuole, del sistema è un altro dei feticci del Ministero.

Il digitale, nel documento ministeriale, è assimilato di per sé all’innovazione didattica, vale a dire che un computer in classe viene visto comunque come innovativo e per converso non esiste innovazione che sia al di fuori del digitale. Tutto ciò arrivando anche a ledere la libertà d’insegnamento, per esempio quando si indica nel digitale il modo per superare la lezione frontale, ritenuta trasmissiva e superata.

Non siamo certo dei fanatici della lezione frontale, ma nemmeno la demonizziamo ed è normale che stia a ogni insegnante valutare, a seconda delle specifiche situazioni, se e quando utilizzarla. Tra l’altro, l’attacco alla lezione frontale si risolve poche righe dopo e non casualmente, nell’indicazione di lavorare a una didattica per competenze “di tipo collaborativo ed esperienziale”.

Si tratta di un vecchio gioco dei sostenitori della didattica per competenze, volto a contrapporre i loro modelli aziendalisti, proposti come innovativi, alla scuola dei saperi, indicata invece come vecchia e superata.

Sappiamo bene, invece, quale investimento sia stato fatto dalle associazioni industriali, dall’OCSE e dall’Unione Europea per imporre nella scuola la didattica per competenze, funzionale a sottomettere la scuola alle imprevedibili mutazioni del mercato del lavoro, a creare mano d’opera di bassa qualificazione a scapito di una scuola di saperi vasti, formativi e critici.

L’insistenza sul digitale appare ancor più preoccupante se la si pone in relazione con una dichiarazione fatta dal Ministero Bianchi in un’intervista alla Stampa, in cui ha affermato che in alcuni casi si potrà utilizzare ancora la didattica a distanza, ovviamente per fini diversi da quelli dei due ultimi anni scolastici, ma tenendo conto dell’esperienza accumulata in tale periodo.

Non è facile comprendere cosa intenda il Ministro, dato che – se veramente si uscirà dall’emergenza pandemica (cosa purtroppo tutta ancora da dimostrare, viste le inadempienze del governo, per cui molte classi sono già in DAD a pochi giorni dal rientro) – la scuola sarà, finalmente, in presenza e potrà fare a meno dell’ormai famigerata DAD che è stata motivata solo dall’esigenza di salvare il salvabile.

Questo non significa evidentemente non pensare alla possibile creazione, nelle scuole, di archivi di materiali, di banche dati o anche di un uso gestionale della tecnologia, ma ciò evidentemente è da intendersi come supporto e integrazione alla didattica in presenza, fatto che non ha nulla in comune con la DAD.

Tra l’altro, in un documento che punta cosi fortemente sulla trasformazione digitale della scuola, stupisce che non si ponga nemmeno come obiettivo la creazione di una piattaforma digitale pubblica che costituisca un ambiente di lavoro per le scuole alternativo alle varie piattaforme su cui le multinazionali dell’informatica lucrano con abbonamenti e con il commercio dei dati degli utenti.

Nella sua ispirazione generale, tutto l’Atto di indirizzo è un inno al potenziamento dell’entrata e del potere dei privati nella scuola, in accordo con quanto già scritto nel PNRR.

Si conferma l’attenzione prioritaria allo sviluppo degli Istituti Tecnici Superiori, di cui si prevede il raddoppio del numero degli studenti, naturalmente adeguando sempre più la formazione ai bisogni dell’imprenditoria locale dei centri dove si trovano tali istituzioni.

È noto che il sistema degli ITS prevede la presenza delle aziende locali nella governance interna, che si basa su una commistione tra pubblico e privato volta a fornire alle imprese la mano d’opera dotata delle qualifiche di cui ha bisogno. Il modello di gestione territoriale degli istituti scolastici immaginato dal Ministro è quindi sempre quello della compartecipazione di pubblico e privato, purtroppo a tutto vantaggio del secondo, tanto che nell’Atto d’indirizzo si torna sui “Patti territoriali di Comunità”, particolarmente cari a Patrizio Bianchi.

Un modello in cui la scuola – istituzione pubblica – si sottomette ai bisogni del capitalismo locale. Un ruolo ben lontano dalla funzione della scuola postulata nella Costituzione, che è quella di formare il cittadino in modo indipendente ed egualitario, dotato di saperi di base forti e critici e non di competenze dettate dall’industria e di una preparazione al lavoro flessibile e dequalificato.

La commistione tra pubblico e privato si conferma anche nella parte dedicata all’”educazione alla sostenibilità”, dizione che sa già molto di rinuncia a una vera educazione ambientale a favore dello “sviluppo sostenibile” dettato dalle imprese. Infatti, il punto di riferimento del Ministero è il piano di “Rigenerazione scuola” che, anch’esso, compendia la presenza di pubblico e privato.

Una situazione che già in passato si è rivelata paradossale, poiché a gestire progetti di “sostenibilità ambientale” sono state imprese la cui produzione è di per sé “insostenibile” (come per esempio certe case automobilistiche).

L’Atto di indirizzo politico-istituzionale è un documento da prendere sul serio, poiché, come abbiamo scritto, è la traduzione concreta, nelle scuole, di quanto previsto nel PNRR.

Avevamo già scritto su Contropiano che i fondi del PNRR non sono un gentile regalo dell’UE, ma sono un credito concesso a condizioni precise.

Per quanto riguarda la scuola, le condizioni sono chiare: aziendalizzazione e privatizzazione, secondo le direttive europee e i desideri imprenditoriali. Il documento siglato pochi giorni fa dal Ministro Bianchi segue questa linea della UE, aggiungendo, per quanto riguarda il personale scolastico, ma a ricaduta anche per gli studenti, un tono marcatamente autoritario sui metodi didattici, sugli obiettivi formativi, sulla valutazione dei singoli e delle scuole.

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10/08/2021

La storia d’Italia in un post

Abbiamo una parente in famiglia, a cui siamo molto legati. Di orgine amalfitana, visse la fame del dopoguerra, i sacrifici degli anni '50, l’emigrazione di massa dei crotonesi verso la Germania e il nord.

Appena presa la magistrale girò le contrade contadine per insegnare ai figli dei braccianti l’italiano e a far di conto.

Poi vennero la spensieratezza e la voglia di vivere degli anni '60. Cristiana e comunista, fondatrice di un gruppo cristiano, non capì i movimenti degli anni '70, non sapeva dove volevano andare a parare, lei, legata al Pci.

Poi venne l’eroina, e vide una generazione bruciata.

Non capì perché volessi iscrivermi a Bologna, lei voleva che andassi a Palermo, dai gesuiti, dove insegnano diplomazia. Lo capii solo molto tardi che aveva ragione.

Quando tornai a Crotone da Bologna spesso mi voleva a casa. Un giorno arrivai prima, lei stava ancora insegnando alle elementari. Arrivò nera, le chiesi cosa era successo. Mi disse: “Pasquale, l’Italia è finita con la riforma Berlinguer della scuola, faranno un assetto classista, i figli degli agiati saranno formati, gli altri asini”. Era il 1998.

Ebbi conferma che arretravamo di decenni. Venne la riforma Moratti e poi Gelmini. Ora Bianchi, con gli ITS, i figli della povera gente devono sapere, secondo lui, solo come funziona il tornio per i subfornitori, che si scordino i figli degli operai gli insegnamenti multidisciplinari.

Se c’è un segno classista in questo governo, è proprio lui, che lo ebbi relatore alla tesi di laurea. Leo Essen mi racconta che nella facoltà dove mi sono iscritto ormai l’80% delle lezioni sono fatte in inglese, l’italiano, che proviene dal greco e dal latino, gli fa schifo a sta gente.

Perché aiutano a capire da soli e quindi a essere sempre vigili nei confronti del potere. La fortuna mia è che ho avuto buoni maestri marxisti...

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07/08/2021

Scuola: come prima, peggio di prima

Pochi giorni fa avevamo scritto che il governo stava alzando la cortina fumogena dei vaccini per nascondere la propria incapacità di organizzare une vero rientro in sicurezza nella scuola.

Le decisioni definitive, comunicate dal ministro Bianchi nella conferenza stampa del 5 agosto, hanno confermato le nostre analisi. Per il rientro di settembre il Ministero non ha previsto nulla di nuovo, passaporto vaccinale a parte.

Le classi saranno formate con le stesse regole pre-pandemia, quindi troppo numerose nella situazione attuale, tanto che l’obbligo delle mascherine coinvolgerà tutti gli alunni oltre i sei anni. Questo, evidentemente, perché le classi saranno affollate.

Inoltre si precisa le aule dovranno essere “areate anche in caso di intemperie”, mentre nulla è previsto per un miglioramento effettivo dell’abitabilità delle scuole.

Si prevedono orari scaglionati all’entrata, provvedimento che ha già dimostrato la sua macchinosità e la sua scarsa efficacia, mentre nulla è stato messo in opera per i trasporti pubblici.

Insomma, fatta salva la tragicommedia dei banchi a rotelle, siamo alle stesse indicazioni dell’anno scorso. Probabilmente non potrebbe essere diversamente, dato che l’attuale ministro Bianchi era coordinatore della commissione nominata da Lucia Azzolina per preparare il rientro a scuola lo scorso anno.

Proprio quella commissione che vaneggiò di lezioni nei musei, nei teatri, nei parchi e della costituzione del “Patti territoriali di comunità” completamente falliti che ora qualcuno vorrebbe rilanciare.

Ora il governo manda fumo negli occhi con la decisione del “passaporto vaccinale obbligatorio” per il personale della scuola. Un personale che ha già aderito massicciamente alla vaccinazione e del quale, anche se cifre ufficiali attendibili non ci sono, sembra sia ormai vaccinato il 90%.

Un governo che non ha avuto il coraggio di decidere, a causa delle sue divisioni interne, la vaccinazione obbligatoria per il personale scolastico, ricorre a un sotterfugio che solleva un polverone mediatico e che, in definitiva, è un obbligo indiretto che scarica la responsabilità sui singoli, poiché chi non presenta il prezioso documento vaccinale sarà sospeso dal lavoro e dal salario.

Un provvedimento, tra l’altro, deciso per decreto, che scavalca il CCNL, considerato un pezzo di carta straccia.

Non sappiamo cosa accadrà nei prossimi giorni, ma è certo che il governo Draghi è riuscito a creare un meccanismo offensivo, antisindacale e divisivo.

Né sembra idea migliore quella di proporre tamponi a prezzi calmierati, quando questi, in caso di necessità dovrebbero essere gratuiti e sottratti alla speculazione dei privati.

In questa grave situazione di insipienza governativa, di incapacità a gestire il rientro, di mancanza di rispetto per il personale scolastico, appare sempre più ridicola la posizione dei sindacati CGIL CISL UIL SNALS GILDA e ANIEF che continuano a incontrare il ministro cercando di ricavare spazi per la concertazione attraverso le chiacchiere del “Patto per la scuola”, disastroso nei contenuti e comunque già disatteso dal Ministero.

In questo quadro, tali sindacati collaborativi hanno già in agenda un incontro al Ministero, a settembre, per discutere del rinnovo contrattuale, cioè dell’ennesimo accordo bidone in preparazione contro il personale del comparto scuola. Tutto, insomma, salvo dire basta alle prese in giro e scendere sul terreno della lotta.

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06/08/2021

Green Pass: la sicurezza a scuola non passa da sanzioni e sospensioni

Dopo un lungo periodo caratterizzato da demagogia, mistificazioni e interventi inesistenti, il governo sembra aver trovato una soluzione brillante per garantire la ripartenza della scuola in sicurezza e la continuità dell’attività didattica in presenza: imporre ai lavoratori della scuola una sorta di “lasciapassare” per poter accedere ai propri luoghi di lavoro.

USB Scuola esprime tutta la propria contrarietà al nuovo decreto sul Green Pass!

Innanzitutto, occorre ricordare come il personale scolastico risulti ad oggi la categoria con la maggiore percentuale di vaccinati. Secondo le stime ministeriali, l’86% (ma il dato, come dichiarato dallo stesso ministro Bianchi in conferenza stampa, potrebbe raggiungere il 90%) dei lavoratori della scuola si è già sottoposto alla somministrazione del vaccino. Dal primo di settembre ripartirà l’attività didattica e si presenteranno quegli stessi problemi che hanno costretto studenti e docenti alla didattica a distanza, perché nulla è stato fatto in questi mesi da questo governo per ripartire veramente in sicurezza: non un centesimo è stato investito per eliminare le classi pollaio, per assumere docenti e personale ATA, per riammodernare edifici fatiscenti e avviare la costruzione di nuove scuole. Le classi continueranno a contenere un numero elevato di studentesse e studenti che, probabilmente non vaccinati, potranno continuare a essere ammassati nelle aule dopo aver percorso chilometri in mezzi pubblici strapieni: per il traporto pubblico locale, infatti, non è richiesto alcun Green Pass!

Riteniamo che la decisione del governo sia l’ennesima forma di denigrazione nei confronti di lavoratori che hanno sin da subito dimostrato un forte senso civico ed etico e una chiara volontà di tornare a esercitare la propria professione in presenza, anche dopo la querelle AstraZeneca che ha di fatto determinato una situazione di scompiglio e incertezza.

Vogliamo dire con chiarezza che siamo contrari al Green Pass (che non è uno strumento sanitario) il cui non possesso porterebbe i docenti e il personale ATA alla perdita dello stipendio per cinque giorni, per poi arrivare alla sospensione dal servizio.

I lavoratori non vaccinati saranno costretti a effettuare a proprie spese un tampone ogni 48 ore per accedere a scuola. Non sono previste misure di gratuità né punti tampone a scuola, ma sarebbe stata una misura troppo ragionevole per un governo che non ritiene necessario fornire uno screening preventivo anche per alunni e studenti.

Chiediamo l’immediata revoca del provvedimento che rappresenta una vera e propria “tessera del lavoratore” con cui si stabilisce chi ha diritto di lavorare e chi no, invitando il governo a garantire la vera ripartenza in sicurezza, possibile solo non ammassando 30 alunni in classi inadeguate e provando finalmente a pensare un piano assunzionale serio che garantisca più lavoratori a tempo indeterminato in condizioni di lavoro sicure.

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30/07/2021

Scuola: parlare di vaccini per nascondere il nulla del governo

Nelle ultime settimane, il dibattito sulla ripresa scolastica di settembre è stato in gran parte dominato dalla discussione sull’opportunità d’introdurre l’obbligo vaccinale per le/gli insegnanti e i loro studenti.

In questo dibattito si è distinto il generale Figliuolo, che ha più volte richiamato la necessità che i membri del personale scolastico non ancora vaccinati, vale a dire, secondo lui, circa il 15%, pari a oltre 200.000 persone, lo facciano entro la ripresa delle lezioni. Questa sarebbe una condizione indispensabile per il rientro in presenza.

Purtroppo, i dati del gen. Figliuolo, che farebbero pensare a una consistente frangia no vax nei lavoratori della scuola, sono assai opinabili.

Prima di tutto, Figliuolo accorpa i dati delle scuole e dell’università, che, seppure siano ambedue istituzioni dedicate alla formazione, hanno personale e studenti diversi. In secondo luogo, i dati del gen. Figliuolo sono arrotondati, spesso per eccesso, in modo da creare difficoltà a districarsi nelle percentuali.

Un esempio: in Sicilia ci sarebbero 140.000 docenti, non uno di meno e non uno di più, di cui il 43% non sarebbe vaccinato. Invece, secondo le autorità regionali proposte alla campagna vaccinale, i docenti sono poco più di 129.000, di cui oltre 105.000 si sarebbero vaccinati. In questo modo la percentuale dei non vaccinati scende al 18%, dato abbastanza vicino alla media nazionale.

Inoltre, i dati forniti dal gen. Figliuolo non tengono conto del fatto che quando si è deciso di adottare come criterio praticamente unico di priorità nelle vaccinazioni quello dell’età, si è perso, per evidenti ragioni di riservatezza, il conto degli insegnanti rispetto a tutti gli altri cittadini.

In questa vicenda ha avuto il suo peso anche il pasticcio dei vaccini da adottare per le diverse fasce d’età, per cui in una prima fase si è evitato di vaccinare i docenti più anziani con AstraZeneca, lasciando questo preparato ai più giovani e riprogrammando non sempre con efficienza la somministrazione ai primi.

Porre oggi la questione nei termini proposti dal gen. Figliuolo e da alcuni esponenti del governo serve solo a creare polemiche inutili rispetto a una categoria – il personale della scuola – che ha massicciamente risposto all’appello alla vaccinazione.

Infine il gen. Figliuolo immagina un’enorme campagna in grado di portare alla vaccinazione oltre 2.000.000 di studenti entro la prima decade di settembre, obiettivo prestigioso quanto poco credibile. Visto che attualmente la percentuale di dosi effettivamente inoculate, rispetto a quelle a disposizione del governo, è ufficialmente intorno al 95%. Insomma: ci sono ancora poche dosi rispetto al necessario, non manca la gente che vuole riceverle.

Stupisce quindi che l’autorità commissariale continui a proporre dati e analisi discutibili e proposte poco realistiche, ma ancora di più colpisce che il governo ponga la questione della vaccinazione degli insegnanti come una condizione indispensabile, quasi unica, per la ripresa in presenza.

In realtà, questo atteggiamento del governo nasconde la miseria delle iniziative prese e programmate per una vera ripresa in sicurezza. Infatti, giovedì 29 luglio è stato presentato lo schema di decreto per la ripresa 2021-2022, che si discosta ben poco, anzi, in alcuni aspetti peggiora, le norme per l’anno trascorso.

Anzitutto, si parla ancora di “regole sul distanziamento”, da tenere ove sia possibile (sic), in mancanza del quale si ricorrerà alle mascherine. La locuzione ove sia possibile intende che in molte situazioni il distanziamento non sarà possibile, poiché le classi saranno troppo numerose, formate con i medesimi criteri di prima della pandemia.

Scarsissime le risorse aggiuntive per il personale ATA e docente, solo le quote non spese nell’anno precedente, tanto che si prevede l’assunzione di ultra-precari che scadrà il 30 dicembre 2021.

Si precedono fondi solo per l’edilizia leggera, cioè per l’installazione di qualche tramezzo posticcio, senza che si effettuino interventi strutturali.

Qualora siano accertati casi di positività, la sanificazione dei locali sarà affidata a personale interno, non qualificato per una tale funzione e quindi esposto al rischio di contagio, e non a ditte specializzate.

Non tranquillizza nemmeno, anzi preoccupa, il richiamo alla possibilità di diversificazione dei provvedimenti e della prevenzione tra Regioni, quando riprenderà la stolta giostrina dei colori bianco-giallo-arancione-rosso-rosso profondo che tanti danni ha già provocato.

Sulla questione, inoltre, pesa l’insipienza delle Regioni nel miglioramento dei trasporti pubblici, mai avvenuto, per cui si ripropone ancora lo scaglionamento delle entrate negli istituti, provvedimento che, come già sperimentato, provoca grandi disagi organizzativi alle scuole senza produrre risultati significativi.

Una miseria totale, mancanza di visioni progettuali e scarsità di risorse, a dispetto dei grandi paroloni sulle magnifiche sorti del PNRR i cui fondi, come abbiamo già avuto modo di scrivere più volte, se arriveranno, andranno a incrementare i piani sulla scuola e sull’università delle fondazioni, dei privati, delle industrie e del terzo settore nel quadro della “sussidiarietà” cara al ministro piddino Bianchi.

Tutto questo è confermato dall’ultima parte dello schema di decreto, che come al solito esalta il ruolo dell’autonomia dei singoli istituti, indicando anche possibili modalità “innovative”, tra cui brilla l’idea di “accorpamento di discipline in ambiti” – piuttosto pericolosa – e che fa trasparire la logica famigerata delle “competenze” a scapito dei saperi.

Rispunta, nello schema di decreto, l’idea dei “Patti educativi di comunità”, un’idea d’affezione del ministro Bianchi, già contenuta nelle proposte formulate dalla commissione da lui stesso presieduta l’anno scorso per la ripresa 2020-2021.

È significativo che tale proposta – fallita nella scorsa estate – sia riproposta, evidentemente come prolungamento esterno dell’idea di “autonomia”, vista nel solco della famigerata sussidiarietà pubblico-privato, che vuole coinvolgere nella gestione dell’istruzione i privati e il terzo settore.

Il ministro Bianchi è convinto della bontà (mai verificata) della “commistione tra pubblico e privato”, come è testimoniato, tra l’altro, dal fatto che proprio il 28 luglio il Ministero ha destinato 5 milioni di euro a progetti di recupero, sostegno e inclusione che, non a caso, saranno affidati a imprese del terzo settore anziché al personale statale.

La scuola ha bisogno di un grande piano di rilancio, sostenuto dallo Stato, con investimenti pubblici che portino a un piano d’assunzione di insegnanti stabili e a strutture sicure ed efficienti. A queste esigenze il ministro Bianchi risponde solo con le parole d’ordine fallimentari dell’autonomia scolastica e ancor più della sussidiarietà pubblico-privato.

È invece necessario rilanciare l’idea di tornare allo spirito della Costituzione, che prevede una chiara separazione tra insegnamento statale e privato, violentato dalle leggi sulla parità scolastica dei ministri Bassanini e Berlinguer che idearono un modello di sistema scolastico nazionale in cui coesistono pubblico e privato “paritario”, sul modello con il quale, pochi anni prima, era stato fatto scempio del Sistema Sanitario Nazionale.

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19/07/2021

Scuola 2021: dai banchi a rotelle ai microfoni

Tutti ricordiamo che l’estate del 2020 è stata, per la scuola, quella del tormentone sui banchi a rotelle, che oggi s’impolverano nelle cantine delle scuole in attesa di essere portati in discarica.

L’ estate 2020 è stata una stagione di fantasie bizzarre poiché oltre ai banchi a rotelle si parlò di lezioni nei parchi, nei musei, nei cinema, di “patti territoriali di comunità” e altre fandonie ipotizzate dalla commissione Bianchi, regolarmente mai realizzate.

L’estate 2021 si presenta ancor peggio. Archiviato il fallimento del progetto sulle “scuole in estate”, al Ministero si comincia a pensare, tardivamente, alla riapertura di settembre, senza idee valide e soluzioni praticabili.

In compenso, in tanti, in genere soggetti che con la scuola non hanno nulla a che fare (economisti, giornalisti, attori, industriali, soubrette televisive, calciatori...) si presentano sui media con proposte più o meno fantasiose. Purtroppo, a questo siamo abituati poiché in Italia è normale che tutti possano parlare di scuola, tranne gli insegnanti, che ci lavorano e sanno come funziona.

È invece piuttosto grave che, mentre il CTS del Ministero della salute ripete stancamente indicazioni già sentite mille volte, l’Istituto Superiore di Sanità, organo deputato alla tutela della salute dei cittadini, dirami alcune sorprendenti indicazioni di sicurezza per le scuole.

Tra queste, oltre all’installazione di rilevatori di anidride carbonica che gli insegnanti dovrebbero tenere d’occhio per decidere quando spalancare le finestre, l’uso del microfono da parte dei docenti.

Chiunque ha insegnato sa bene, anche se è poco elegante dirlo, che a volte le finestre delle aule si devono aprire “a naso” anche senza rilevatori poiché tali locali sono sovraffollati e maleodoranti. Quanto all’uso del microfono per gli insegnanti, tale indicazione è tipica di chi non ha nessuna idea di come funzioni oggi la scuola e consideri quindi le lezioni in classe come una conferenza ex catedra.

A parte il distanziamento emotivo che provoca l’uso di un microfono rispetto agli allievi, forse non è chiaro al’ISS che oggi le lezioni sono solo in minima parte di tipo “trasmissivo” e più frequentemente si avvalgono di discussioni, lavori di gruppo, laboratori.

Si tratta della stessa visione di scuola direttiva, antiquata, da anni trenta, che dominava nei media durante la scorsa estate, per cui ci si scervellava sulla disposizione dei banchi, della cattedra, degli armadi. Cose superate da decenni.

È peraltro significativo che tutte le proposte, quest’anno come lo scorso, non considerino l’unico provvedimento che sarebbe davvero efficace per la salute e che inoltre migliorerebbe la qualità didattica della scuola: ridurre il numero degli alunni per classe.

Questo provvedimento, invocato a gran voce da insegnanti, sindacati e studenti, è ignorato per una semplice ragione: richiede l’assunzione di migliaia di nuovi insegnanti, stabili e di ruolo.

In mancanza di una significativa diminuzione del numero di allievi per classe, tutti i suggerimenti e le indicazioni sono puri palliativi.

Di fronte a questo atteggiamento ministeriale, rifulge in tutta la sua ipocrisia il Patto per la scuola al centro del paese, firmato il 20 maggio scorso da CGIL CISL UIL, ormai satelliti del governo.

Frutto della crisi d’astinenza da concertazione dei sindacati collaborativi, che con tale documento pensavano di riaccreditarsi presso il governo – quando in realtà hanno solo ridato credibilità all’esecutivo Draghi – il Patto è stato immediatamente disatteso dal Ministero per quanto riguarda l’assunzione di nuovi docenti.

In effetti, quel documento conteneva, sulle questioni dell’organico e dalla difesa dalla pandemia, solo vaghe dichiarazioni d’intenti e rimandi ai soliti “tavoli tecnici”, non certo impegni precisi del governo.

Ciò che rimane, invece, di quel “patto” è l’ideologia liberista dell’”autonomia scolastica” che sarebbe “garanzia dell’unitarietà del sistema di istruzione”. Formulazione che ha dell’incredibile, quando è sotto gli occhi di tutti che l’autonomia scolastica è stata ed è il grimaldello attraverso cui è stata introdotta nella scuola l’aziendalizzazione degli istituti e la loro messa in competizione; e più in generale il processo di privatizzazione dell’istituzione scolastica.

Su una cosa, tuttavia, le voci sembrano accordarsi coralmente: l’anno scolastico 2021-2022 dovrà essere in presenza e non si dovrà tornare alla didattica a distanza. Su questo punto molti osservatori insistono, scandalizzati dai bassi risultati ottenuti dagli studenti nelle prove INVALSI di quest’anno.

In realtà, si tratta della scoperta dell’acqua calda, poiché dai docenti – che la didattica a distanza l’hanno fatta e vissuta – si è sempre denunciato che essa era un “meglio che niente”, un modo per tenere il contatto educativo con gli allievi, ma che non era vera scuola.

Peraltro, di questo si erano già accorti gli stessi studenti, che hanno protestato contro tale forma di didattica e anche i genitori degli alunni delle scuole primarie.

Fatte salve le difficoltà più volte denunciate, quali le connessioni difficili, la carenza di attrezzature informatiche, l’angustia degli spazi abitativi, la deprivazione culturale di molti nuclei familiari, il fatto decisivo è che la didattica a distanza non può sostituire in alcun caso la scuola vera, di cui rappresenta solo un surrogato emergenziale.

Di questo, gli operatori scolastici erano già certi prima della pubblicazione dei risultati dei test INVALSI, sulla validità dei quali è peraltro legittimo nutrire dubbi, dato che la loro sbandierata “oggettività” è tutt’altro che evidente.

Non dimentichiamo che in una misurazione è fondamentale che lo strumento sia efficiente, e i test INVALSI non lo sono affatto. Forse, aggiungiamo, sarebbe anche stato opportuno che l’INVALSI rinunciasse, in un anno così difficile come quello trascorso, a proporre nelle scuole i suoi test farlocchi e cervellotici, lasciando lavorare, per quanto era possibile, studenti e insegnanti impegnati a salvare il salvabile.

Lo stupore per gli scarsi risultati ottenuti dagli studenti nei test INVALSI è quindi l’ennesima bufala mediatica, che però è servita, come accade regolarmente, a denigrare gli insegnanti e ad attaccarli per la loro presunta impreparazione.

Per esempio, il noto Andrea Gavosto, presidente della Fondazione Agnelli, pur criticando l’atteggiamento del governo, incapace secondo lui di trovare soluzioni “in presenza” alternative alla didattica a distanza, ha sostenuto – in un articolo su Repubblica – che il male non sarebbe in quest’ultima, ma nel modo in cui è stata realizzata.

In pratica, gli insegnanti sarebbero incapaci di pensare a modalità di lavoro diverse dalla lezione frontale e non avrebbero fatto altro che riprodurla nell’attività in modalità telematica.

Questa affermazione si scontra con due dati di realtà: gli insegnanti non hanno effettivamente formazione nella didattica a distanza semplicemente perché questa non è mai stata necessaria prima del marzo 2020, ma soprattutto tale modalità di lavoro, per chi l’ha sperimentata, tende ad accrescere, se praticata come unica forma di didattica, gli elementi di trasmissività.

Altra cosa sarebbe integrare elementi di didattica in linea con quella in presenza, per la creazione di archivi di dati, repertori di letture e ascolti, possibili ricerche. Ma si tratta di tutt’altra cosa, programmata e decisa liberamente, rispetto alla didattica a distanza che si è dovuta praticare negli ultimi due anni.

A quaranta giorni dalla riapertura delle scuole, ci appare chiaro che il Ministero nulla sta facendo per un rientro scolastico sicuro e di fronte all’aumentare dei contagi registrato in questi giorni. È legittimo temere che si tornerà non solo alle mascherine e al distanziamento, ma anche alla didattica a distanza, di cui peraltro il ministro Bianchi ha più volte elogiato le “potenzialità”.

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