Sotto la copertura del PNRR, il governo manda a segno un altro colpo al cuore della scuola della Costituzione: la de-forma degli istituti tecnici, mandante Confindustria.
Con una legge delega, a sorpresa, senza un minimo di consultazione delle sigle sindacali di categoria e di docenti e dirigenti scolastici, il governaccio di centro-destra, che in disastri non ha nulla da invidiare ai suoi predecessori di centro sinistra, manda a segno un colpo che verrà avvertito soprattutto dalle famiglie con disagio economico: la riforma degli istituti tecnici.
La riforma prevede fin dal 2026/27, ad iscrizioni già avvenute, la riduzione di un anno del corso di studi degli istituti tecnici, con un taglio significativo delle ore di italiano e geografia economica e l’aumento delle ore di alternanza scuola lavoro.
Ma il bello arriva dopo: per acquisire un titolo di studio direttamente spendibile nel mondo del lavoro, gli studenti dovranno integrare il percorso con altri due anni A PAGAMENTO, in funzione del reddito e della capienza dei fondi pubblici, presso gli ITS.
Gli ITS, per chi non lo sapesse, sono delle fondazioni a cui con soldi pubblici lo stato ha delegato sotto il governo Draghi nella passata legislatura, il compito di addestrare i ragazzi usciti dagli istituti di istruzione secondaria di secondo grado al lavoro in aziende del territorio. Questi istituti infatti hanno un consiglio di amministrazione in cui la parte del leone la fanno le aziende che danno l’indirizzo alla formazione o meglio all’addestramento da impartire.
Un regalone a Confindustria che si avvantaggia del fatto che i costi della formazione al lavoro in azienda vengono scaricati sui contribuenti e sulle famiglie dei ragazzi. Quindi Confindustria decide nel proprio esclusivo interesse come addestrare le proprie nuove reclute, senza pagare per la formazione.
Socializzare le perdite e privatizzare gli utili.
Come docenti hanno titolo ad insegnarvi quelli che insegnano pure negli istituti tecnici e professionali nonché persone non formate come docenti provenienti dalle stesse aziende.
Quindi appare scontato un dato: i ragazzi che usciranno dalla nuova riforma 4+2 non saranno più preparati di quelli che oggi escono dagli istituti tecnici, perché le ore che perdono per l’alternanza in più e l’anno che perdono di scuola gratuita vanno abbondantemente a compensare quello che acquisiscono nei due anni gestiti direttamente dalle imprese.
In più perderanno ore in quelle discipline formative (italiano e geografia economica) che danno un’impostazione minimamente critica e di respiro generale alla formazione tecnica che appunto si trasforma in addestramento al lavoro in azienda.
Ma c’è di più! In un periodo come quello in cui stiamo vivendo in cui le tecniche di produzione cambiano alla velocità della luce, i ragazzi usciti dagli ITS in capo a due o tre anni non avranno più la formazione idonea a quel lavoro specifico, quindi facilmente verranno rimpiazzati dalle nuove reclute con formazione aggiornata e costretti a pagare nuovamente per acquisire nuova formazione. Oltretutto quella formazione può avere un suo senso solo se legata alle aziende del territorio, difficilmente potrà essere fatta valere in altri luoghi.
Quindi chi la conseguirà sarà un precario a vita, costretto ad una formazione continua e sotto il giogo di padroni locali, a pagamento, salvo che l’azienda non chiuda o modifichi completamente la produzione. In quel caso colui che avrà scelto di essere addestrato da schiavo, non avrà più modo di riciclarsi.
Diciamo che questa riforma è semplicemente SCANDALOSA!
E chiunque avesse da spezzare una lancia a favore di questo governo rispetto al precedente deve prendere atto che questo governo altro non è se non la CONTINUAZIONE di quello precedente.
Infatti la stessa Forza Italia che ha perorato la costituzione degli ITS, ora attraverso Valditara, l’estensore della riforma universitaria del 2010, quella della Gelmini, per intenderci, oggi ci propina questo bel pacchetto tutto incluso in cui paghi per diventare schiavo a vita dei signorotti locali.
Ovviamente le materie umanistiche saranno le più sacrificate: per fare lo schiavo non hai bisogno di usare il cervello, bastano le mani.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/07/2022
Cosa lascia il governo Draghi nella scuola
Al momento non sappiamo ancora se quella del governo Draghi sia una pagina di storia da archiviare oppure se dovremo assistere a una sua seconda edizione. Tuttavia, è possibile cercare di tracciare un bilancio di cosa l’anno e mezzo di governo Draghi ha rappresentato per la scuola e per l’università.
Anzitutto, è noto che Draghi è stato nominato, di fatto, dalla UE come gendarme dell’attuazione del PNRR e che tale ruolo ha svolto con zelo e tenacia. Il PNRR steso da Draghi ha avuto un suo centro di orientamento politico nella volontà di aumentare la presenza del capitale privato nella vita e nelle istituzioni pubbliche.
La scuola non sfugge a questa regola, poiché, come abbiamo più volte analizzato, i capitoli del PNRR sulla scuola e la formazione hanno come obiettivo l’asservimento istituzionale alla preparazione di mano d’opera come voluta dalle imprese. Ciò significa lavoratori flessibili, acritici, senza tanti fronzoli culturali per la testa, sempre pronti a piegarsi alle esigenze del padronato.
Del resto, non dimentichiamo che da decenni questo tipo di formazione è ciò che “ci chiede l’Europa” o meglio l’Unione Europea, che è il grande giudice del rispetto dei quasi seicento parametri imposti all’Italia per ottenere i prestiti del PNRR.
Ugualmente, per l’Università, Draghi ha inserito nel PNRR la vecchia idea confindustriale del “dottorati d’impresa”, i cui programmi e contenuti sono decisi da aziende che sono interessate a tali ricerche per i propri fini produttivi. Quindi una strada ben tracciata da cui non discostarsi.
Nel percorrere quella strada Draghi ha trovato un partner eccellente nel ministro Patrizio Bianchi, grande promotore di tutto ciò che nella scuola può contribuire a una formazione che sia partner dell’impresa: competenze a scapito dei saperi, digitalizzazione forzata, “patti territoriali di comunità” (che nel lessico Bianchi significa “impresa”), rilancio dell’alternanza scuola-lavoro, sino a vere e proprie forme di apprendistato.
Infine, due sono stati i punti conclusivi della carriera di Bianchi al Ministero: la riforma del reclutamento dei docenti e la riforma degli Istituti Tecnici Superiori, ora denominati ITS Academy (un po’ d’inglese ci vuole sempre).
La riforma del reclutamento si pone in realtà come un provvedimento molto più complesso poiché oltre al reclutamento iniziale prevede anche i passaggi, più o meno obbligatori, della formazione in servizio che i docenti dovranno rispettare nel corso della loro carriera seguendo corsi decisi dall’Alta Scuola di Formazione, un carrozzone di nuova istituzione i cui dirigenti saranno pagati sino a 250.000 euro l’anno e che avrà come fulcri l’INVALSI e l’INDIRE, istituzioni che hanno già un almeno discutibile passato e pessima fama nel mondo della scuola.
In pratica, una macchina mangiasoldi che promuoverà corsi su temi scelti dall’alto (possiamo provare a indovinare? Competenze, STEM, Digitale...) a cui i docenti dovranno partecipare per anni nel miraggio di un incentivo economico che sarà per il 40% degli iscritti su giudizio del comitato di valutazione interno della scuola e comunque di consistenza esigua.
Su questa riforma pende ancora la possibilità di decadenza, poiché necessita di una quantità di decreti attuativi che potrebbero non essere approvati in tempo in caso di crisi di governo definitiva. Nel caso, non ce ne dispiaceremo.
Per quanto riguarda la riforma degli Istituti Tecnici Superiori la coppia Draghi-Bianchi è stata particolarmente efficace. Infatti, il potenziamento di questo tipo di istituzioni, destinate a formare mano d’opera à la carte per le imprese di un determinato territorio era presente come punto programmatico già nel discorso d’insediamento di Draghi alle Camere.
La trasformazione degli ITS in ITS Academy è stata approvata in via definitiva dalla Camera il 12 luglio senza nemmeno un voto contrario. A questo nuovo sistema di istruzione tecnologica terziaria verranno destinate risorse per nuove sedi e attrezzature e per l’implementazione della formazione a distanza per un totale di 48.000.000 di euro l’anno. Un miliardo e mezzo di finanziamento verrà invece dai fondi del PNRR.
A differenza dei vecchi ITS, l’offerta formativa sarà articolata su due livelli, rispettivamente biennale e triennale, in accordo con il Quadro Europeo delle Qualifiche. Rafforzato il numero delle ore di lezione che saranno tenute da dirigenti e manager aziendali, che raggiungerà il 60% del totale, mentre il 35% del monte orario sarà comunque dedicato a tirocini e stage aziendali. Insomma, anche da un punto di vista ideologico, formazione alla cultura d’impresa e alla subordinazione ai suoi voleri.
Naturalmente, esistono diverse condizioni perché una ITS Academy possa essere costituita e tra di esse particolarmente significativa è la presenza nel territorio di una o più imprese legate all’uso delle tecnologie trattate dalla stessa. In pratica, si studia una tecnologia se serve alle imprese di un certo territorio. Davvero un bel paradigma di sviluppo scientifico, ministro Bianchi!
Le ITS Academy saranno rette da Fondazioni che vedranno al loro interno rappresentanti degli enti pubblici e dell’imprenditoria privata e non è difficile immaginare che, con l’impostazione che ho descritto, il peso decisionale delle imprese private sarà decisivo.
Il ministro Bianchi ha espresso grande soddisfazione per l’approvazione di questo obbrobrio formativo ma eguale soddisfazione è stata espressa anche dalla ministra per gli Affari Regionali e le Autonomie Mariastella Gelmini, già al dicastero dell’Istruzione nei governi Berlusconi.
Sicuramente, la ministra Gelmini vede nella stabilizzazione del ruolo delle ITS Academy una possibilità di costruire istituzioni formative locali che rispondano al principio dell’autonomia differenziata a lei cara. Tuttavia la convergenza tra Bianchi, ministro PD e Gelmini, nota affossatrice, in passato, della scuola pubblica, dimostra che in fondo, i progetti sulla scuola della destra e del PD sono assai vicine.
Restano ancora due questioni da segnalare, sulla gestione del Ministero da parte di Patrizio Bianchi: la scarsa attenzione al rinnovo del contratto dei lavoratori della scuola, che si trascina con proposte normative e salariali inaccettabili dopo i soliti anni di vacanza contrattuale e la mancanza di alcuna indicazione su come dovranno riaprire le scuole a settembre in relazione alla pandemia.
La pandemia, quest’anno, non ha dato tregua nemmeno durante l’estate ma sembra che al Ministero non se ne accorgano. In Viale Trastevere si pensa al Piano Scuola Estate, altra invenzione di Bianchi, la cui seconda edizione è fallita sul nascere per il disinteresse degli studenti, la stanchezza dei docenti e l’inadeguatezza delle strutture.
In realtà, nulla è stato fatto per garantire un rientro in sicurezza a settembre, quando le scuole riapriranno nelle stesse condizioni dell’anno 2019: classi numerose, aule fatiscenti ecc. Uno scandalo di inefficienza e cialtroneria.
Negli ultimi mesi, il Ministro Bianchi ha ciarlato spesso e di tutto, essendo presente quasi ogni giorno sulla stampa per dichiarazioni spesso inutili ma ha evitato rigorosamente il tema Covid, su cui non si sa cosa stia facendo il ministero.
Uno dei temi è sicuramente quello dell’areazione delle aule, onde evitare di ricorrere alle finestre aperte a gennaio (che tra l’altro brucerebbe un patrimonio, dati i costi di riscaldamento che si annunciano). È noto che oggi esistono dei sistemi di ventilazione efficaci, ma il Ministero si guarda bene dal dotarne le scuole.
Unico provvedimento da parte del Ministero sembra essere l’inclusione nella piattaforma degli acquisti on line della Pubblica Amministrazione di un apparecchietto di dubbia efficienza prodotto da una nota ditta di elettrodomestici. Insomma, le scuole che ci credono e possono farlo, se lo comprino.
Fonte
Anzitutto, è noto che Draghi è stato nominato, di fatto, dalla UE come gendarme dell’attuazione del PNRR e che tale ruolo ha svolto con zelo e tenacia. Il PNRR steso da Draghi ha avuto un suo centro di orientamento politico nella volontà di aumentare la presenza del capitale privato nella vita e nelle istituzioni pubbliche.
La scuola non sfugge a questa regola, poiché, come abbiamo più volte analizzato, i capitoli del PNRR sulla scuola e la formazione hanno come obiettivo l’asservimento istituzionale alla preparazione di mano d’opera come voluta dalle imprese. Ciò significa lavoratori flessibili, acritici, senza tanti fronzoli culturali per la testa, sempre pronti a piegarsi alle esigenze del padronato.
Del resto, non dimentichiamo che da decenni questo tipo di formazione è ciò che “ci chiede l’Europa” o meglio l’Unione Europea, che è il grande giudice del rispetto dei quasi seicento parametri imposti all’Italia per ottenere i prestiti del PNRR.
Ugualmente, per l’Università, Draghi ha inserito nel PNRR la vecchia idea confindustriale del “dottorati d’impresa”, i cui programmi e contenuti sono decisi da aziende che sono interessate a tali ricerche per i propri fini produttivi. Quindi una strada ben tracciata da cui non discostarsi.
Nel percorrere quella strada Draghi ha trovato un partner eccellente nel ministro Patrizio Bianchi, grande promotore di tutto ciò che nella scuola può contribuire a una formazione che sia partner dell’impresa: competenze a scapito dei saperi, digitalizzazione forzata, “patti territoriali di comunità” (che nel lessico Bianchi significa “impresa”), rilancio dell’alternanza scuola-lavoro, sino a vere e proprie forme di apprendistato.
Infine, due sono stati i punti conclusivi della carriera di Bianchi al Ministero: la riforma del reclutamento dei docenti e la riforma degli Istituti Tecnici Superiori, ora denominati ITS Academy (un po’ d’inglese ci vuole sempre).
La riforma del reclutamento si pone in realtà come un provvedimento molto più complesso poiché oltre al reclutamento iniziale prevede anche i passaggi, più o meno obbligatori, della formazione in servizio che i docenti dovranno rispettare nel corso della loro carriera seguendo corsi decisi dall’Alta Scuola di Formazione, un carrozzone di nuova istituzione i cui dirigenti saranno pagati sino a 250.000 euro l’anno e che avrà come fulcri l’INVALSI e l’INDIRE, istituzioni che hanno già un almeno discutibile passato e pessima fama nel mondo della scuola.
In pratica, una macchina mangiasoldi che promuoverà corsi su temi scelti dall’alto (possiamo provare a indovinare? Competenze, STEM, Digitale...) a cui i docenti dovranno partecipare per anni nel miraggio di un incentivo economico che sarà per il 40% degli iscritti su giudizio del comitato di valutazione interno della scuola e comunque di consistenza esigua.
Su questa riforma pende ancora la possibilità di decadenza, poiché necessita di una quantità di decreti attuativi che potrebbero non essere approvati in tempo in caso di crisi di governo definitiva. Nel caso, non ce ne dispiaceremo.
Per quanto riguarda la riforma degli Istituti Tecnici Superiori la coppia Draghi-Bianchi è stata particolarmente efficace. Infatti, il potenziamento di questo tipo di istituzioni, destinate a formare mano d’opera à la carte per le imprese di un determinato territorio era presente come punto programmatico già nel discorso d’insediamento di Draghi alle Camere.
La trasformazione degli ITS in ITS Academy è stata approvata in via definitiva dalla Camera il 12 luglio senza nemmeno un voto contrario. A questo nuovo sistema di istruzione tecnologica terziaria verranno destinate risorse per nuove sedi e attrezzature e per l’implementazione della formazione a distanza per un totale di 48.000.000 di euro l’anno. Un miliardo e mezzo di finanziamento verrà invece dai fondi del PNRR.
A differenza dei vecchi ITS, l’offerta formativa sarà articolata su due livelli, rispettivamente biennale e triennale, in accordo con il Quadro Europeo delle Qualifiche. Rafforzato il numero delle ore di lezione che saranno tenute da dirigenti e manager aziendali, che raggiungerà il 60% del totale, mentre il 35% del monte orario sarà comunque dedicato a tirocini e stage aziendali. Insomma, anche da un punto di vista ideologico, formazione alla cultura d’impresa e alla subordinazione ai suoi voleri.
Naturalmente, esistono diverse condizioni perché una ITS Academy possa essere costituita e tra di esse particolarmente significativa è la presenza nel territorio di una o più imprese legate all’uso delle tecnologie trattate dalla stessa. In pratica, si studia una tecnologia se serve alle imprese di un certo territorio. Davvero un bel paradigma di sviluppo scientifico, ministro Bianchi!
Le ITS Academy saranno rette da Fondazioni che vedranno al loro interno rappresentanti degli enti pubblici e dell’imprenditoria privata e non è difficile immaginare che, con l’impostazione che ho descritto, il peso decisionale delle imprese private sarà decisivo.
Il ministro Bianchi ha espresso grande soddisfazione per l’approvazione di questo obbrobrio formativo ma eguale soddisfazione è stata espressa anche dalla ministra per gli Affari Regionali e le Autonomie Mariastella Gelmini, già al dicastero dell’Istruzione nei governi Berlusconi.
Sicuramente, la ministra Gelmini vede nella stabilizzazione del ruolo delle ITS Academy una possibilità di costruire istituzioni formative locali che rispondano al principio dell’autonomia differenziata a lei cara. Tuttavia la convergenza tra Bianchi, ministro PD e Gelmini, nota affossatrice, in passato, della scuola pubblica, dimostra che in fondo, i progetti sulla scuola della destra e del PD sono assai vicine.
Restano ancora due questioni da segnalare, sulla gestione del Ministero da parte di Patrizio Bianchi: la scarsa attenzione al rinnovo del contratto dei lavoratori della scuola, che si trascina con proposte normative e salariali inaccettabili dopo i soliti anni di vacanza contrattuale e la mancanza di alcuna indicazione su come dovranno riaprire le scuole a settembre in relazione alla pandemia.
La pandemia, quest’anno, non ha dato tregua nemmeno durante l’estate ma sembra che al Ministero non se ne accorgano. In Viale Trastevere si pensa al Piano Scuola Estate, altra invenzione di Bianchi, la cui seconda edizione è fallita sul nascere per il disinteresse degli studenti, la stanchezza dei docenti e l’inadeguatezza delle strutture.
In realtà, nulla è stato fatto per garantire un rientro in sicurezza a settembre, quando le scuole riapriranno nelle stesse condizioni dell’anno 2019: classi numerose, aule fatiscenti ecc. Uno scandalo di inefficienza e cialtroneria.
Negli ultimi mesi, il Ministro Bianchi ha ciarlato spesso e di tutto, essendo presente quasi ogni giorno sulla stampa per dichiarazioni spesso inutili ma ha evitato rigorosamente il tema Covid, su cui non si sa cosa stia facendo il ministero.
Uno dei temi è sicuramente quello dell’areazione delle aule, onde evitare di ricorrere alle finestre aperte a gennaio (che tra l’altro brucerebbe un patrimonio, dati i costi di riscaldamento che si annunciano). È noto che oggi esistono dei sistemi di ventilazione efficaci, ma il Ministero si guarda bene dal dotarne le scuole.
Unico provvedimento da parte del Ministero sembra essere l’inclusione nella piattaforma degli acquisti on line della Pubblica Amministrazione di un apparecchietto di dubbia efficienza prodotto da una nota ditta di elettrodomestici. Insomma, le scuole che ci credono e possono farlo, se lo comprino.
Fonte
12/02/2022
Istruzione Tecnica Superiore. Formazione “à la carte” pagata dai soldi pubblici
Scrivo questa nota sull’ITS sull’onda, anche emotiva, della morte di Lorenzo Parelli, e delle manifestazioni degli studenti per ricordarlo.
Gli studenti ancora una volta si mobilitano per impedire che la scuola della Repubblica sia stravolta fino ad essere messa al servizio diretto delle imprese che usano l’alternanza scuola-lavoro per avere manodopera giovane e senza costi, con l’obiettivo generale di curvare la loro formazione alle proprie esigenze.
Le manifestazioni studentesche e l’assemblea nazionale del 4 febbraio hanno delineato una piattaforma di lotta per contrastare l’ulteriore trasformazione della scuola, di ogni ‘ordine e grado’, in un’agenzia delle imprese, che, attraverso l’incessante lavorio della Confindustria, vogliono farne una sede per la formazione di operai e tecnici adatti ai nuovi processi produttivi (la famosa industria 4.0).
Uno degli obiettivi di lotta del movimento studentesco, della Lupa, è l’abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, ribattezzata PCTO senza che sia cambiata rispetto a quanto predisposto dalla legge ‘buona scuola’ del governo Renzi.
La centralità di questo obiettivo mette in luce la consapevolezza, da parte di questo movimento studentesco del 2022, del carattere classista della scuola, in quanto riproduce la gerarchia sociale (altro che ‘ascensore sociale!), e si va sempre più subordinando alle esigenze delle imprese.
Nessuno è contro il potenziamento delle discipline scientifiche, le famose STEM, o della formazione tecnica, se esso non fosse il paravento che mal nasconde il disegno di conformare i percorsi formativi agli interesse delle imprese.
Il problema per il governo, e per la Confindustria in primis, è il ‘mismatch’, il disallineamento tra la domanda e l’offerta di lavoro: si richiedono operai e tecnici per la transizione digitale e verde dell’economia.
La scuola e l’Università devono ‘allinearsi’ alle esigenze della produzione, non più educare persone in grado di sviluppare le proprie capacità orientando le scelte produttive, al contrario sono le scelte delle imprese a guidare i processi formativi.
Giusto dunque porre l’obiettivo di abolire, senza se e senza ma, l’alternanza scuola-lavoro, che non garantisce neppure la sicurezza dei luoghi della produzione, come la morte di Lorenzo testimonia, al pari delle migliaia di vittime sul lavoro.
Occorre, oltre a questo, mettere al centro anche la mobilitazione contro gli istituti tecnici superiori, che, istituiti con un DPCM del 25 gennaio 2008, sono in una fase di trasformazione attraverso un intervento legislativo che vede accomunati i partiti del governo Draghi.
Sono stati unificati, infatti, i vari disegni di legge, da quello della Gelmini a quello di Orfini, in un testo approvato dalla Camera il 20 luglio 2021, e ora all’esame del Senato che sta apportando alcune modifiche, richieste per altro dalla Confindustria.
Su questo disegno di legge, che porta il numero S. 2333, poco si è discusso e ancor meno ci si è mobilitati, mentre la Confindustria l’ha seguito passo dopo passo. Ed è un errore perché tra l’altro l’ITS è un capitolo tra i più importanti del PNRR, che stanzia ben 1,5 miliardi per rendere la scuola completamente subalterna alle ragioni dell’economia capitalistica.
In particolare, governo e Confindustria vogliono istituire un canale di formazione professionale che sia in grado di soddisfare la domanda di personale qualificato secondo i diversi comparti produttivi e secondo una diversificazione territoriale. Una formazione à la carte, pagata con i soldi pubblici.
La gravità del progetto emerge fin dall’articolo 1 del disegno di legge, come votato dalla Camera e fatto proprio dal Senato: ‘Anche in relazione alle finalità del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), miranti a rafforzare le condizioni per lo sviluppo di un’economia ad alta intensità di conoscenza, per la competitività e per la resilienza, a partire dal riconoscimento delle esigenze di innovazione e sviluppo del sistema di istruzione, formazione e ricerca, in coerenza con i parametri europei, la presente legge reca disposizioni per la ridefinizione della missione e dei criteri generali di organizzazione del Sistema di istruzione e formazione tecnica superiore, istituito dall’articolo 69 della legge 17 maggio 1999, n. 144, e riorganizzato dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 25 gennaio 2008, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 86 dell’11 aprile 2008’.
Questo è l’incipit, che dietro parole altisonanti (‘economia ad alta intensità di conoscenza’), mira a creare un sistema altamente flessibile, cioè adattabile, per rispondere alle esigenze dei processi produttivi in continua evoluzione.
Così si potranno licenziare le persone non più rispondenti all’uso di tecnologie del momento e prenderne altre con formazione più consona. Come è sempre accaduto: alle imprese capitalistiche servono alcuni gruppi di operai e tecnici specializzati, riservando alla stragrande maggioranza lavori precari e da gig economy – alto sviluppo tecnologico per pochi lavoratori, temporaneamente ben qualificati, per la maggioranza lavori poveri professionalmente ed economicamente.
Gli istituti tecnici superiori continueranno a essere Fondazioni a cui partecipano soggetti pubblici e privati, e agli imprenditori spetterà la loro presidenza, e anche i docenti dovranno essere per il 60% di provenienza aziendale in modo che la formazione sia tagliata come un abito su misura per le aziende.
Così ogni territorio avrà il suo sistema di istruzione tecnica superiore per rispondere alla domanda delle aziende di quel particolare territorio – un’anteprima dell’attuazione dell’autonomia differenziata!
Insomma una vera scuola professionale nella più pura tradizione dei Salesiani, che però erano finanziati dai privati – rimane famosa la scuola professionale per la Fiat che gli Agnelli utilizzavano e si pagavano.
Ora invece è la suola pubblica a divenire un’agenzia di formazione per le imprese. Se poi si vanno a leggere i documenti depositati presso la Commissione 7a del Senato si scopre che, naturalmente, CGIL-CISL-UIL sono della partita come lo sono già con gli enti bilaterali della formazione.
Ultima chicca è il titolo, che sarà ITS Academy, perché l’anglicismo sta a ‘richiamare il ruolo dei centri di formazione e di ricerca delle aziende’ – come ci spiega Il Sole 24 Ore (6 febbraio 2022). Occorrerebbe, forti delle mobilitazioni e delle piattaforme di lotta studentesche, riprendere una riflessione sull’insieme dei processi di infeudamento delle istituzioni dell’istruzione pubblica alle imprese. O continueremo a tacere sulle accademie per l’istruzione tecnica superiore?
Fonte
Gli studenti ancora una volta si mobilitano per impedire che la scuola della Repubblica sia stravolta fino ad essere messa al servizio diretto delle imprese che usano l’alternanza scuola-lavoro per avere manodopera giovane e senza costi, con l’obiettivo generale di curvare la loro formazione alle proprie esigenze.
Le manifestazioni studentesche e l’assemblea nazionale del 4 febbraio hanno delineato una piattaforma di lotta per contrastare l’ulteriore trasformazione della scuola, di ogni ‘ordine e grado’, in un’agenzia delle imprese, che, attraverso l’incessante lavorio della Confindustria, vogliono farne una sede per la formazione di operai e tecnici adatti ai nuovi processi produttivi (la famosa industria 4.0).
Uno degli obiettivi di lotta del movimento studentesco, della Lupa, è l’abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, ribattezzata PCTO senza che sia cambiata rispetto a quanto predisposto dalla legge ‘buona scuola’ del governo Renzi.
La centralità di questo obiettivo mette in luce la consapevolezza, da parte di questo movimento studentesco del 2022, del carattere classista della scuola, in quanto riproduce la gerarchia sociale (altro che ‘ascensore sociale!), e si va sempre più subordinando alle esigenze delle imprese.
Nessuno è contro il potenziamento delle discipline scientifiche, le famose STEM, o della formazione tecnica, se esso non fosse il paravento che mal nasconde il disegno di conformare i percorsi formativi agli interesse delle imprese.
Il problema per il governo, e per la Confindustria in primis, è il ‘mismatch’, il disallineamento tra la domanda e l’offerta di lavoro: si richiedono operai e tecnici per la transizione digitale e verde dell’economia.
La scuola e l’Università devono ‘allinearsi’ alle esigenze della produzione, non più educare persone in grado di sviluppare le proprie capacità orientando le scelte produttive, al contrario sono le scelte delle imprese a guidare i processi formativi.
Giusto dunque porre l’obiettivo di abolire, senza se e senza ma, l’alternanza scuola-lavoro, che non garantisce neppure la sicurezza dei luoghi della produzione, come la morte di Lorenzo testimonia, al pari delle migliaia di vittime sul lavoro.
Occorre, oltre a questo, mettere al centro anche la mobilitazione contro gli istituti tecnici superiori, che, istituiti con un DPCM del 25 gennaio 2008, sono in una fase di trasformazione attraverso un intervento legislativo che vede accomunati i partiti del governo Draghi.
Sono stati unificati, infatti, i vari disegni di legge, da quello della Gelmini a quello di Orfini, in un testo approvato dalla Camera il 20 luglio 2021, e ora all’esame del Senato che sta apportando alcune modifiche, richieste per altro dalla Confindustria.
Su questo disegno di legge, che porta il numero S. 2333, poco si è discusso e ancor meno ci si è mobilitati, mentre la Confindustria l’ha seguito passo dopo passo. Ed è un errore perché tra l’altro l’ITS è un capitolo tra i più importanti del PNRR, che stanzia ben 1,5 miliardi per rendere la scuola completamente subalterna alle ragioni dell’economia capitalistica.
In particolare, governo e Confindustria vogliono istituire un canale di formazione professionale che sia in grado di soddisfare la domanda di personale qualificato secondo i diversi comparti produttivi e secondo una diversificazione territoriale. Una formazione à la carte, pagata con i soldi pubblici.
La gravità del progetto emerge fin dall’articolo 1 del disegno di legge, come votato dalla Camera e fatto proprio dal Senato: ‘Anche in relazione alle finalità del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), miranti a rafforzare le condizioni per lo sviluppo di un’economia ad alta intensità di conoscenza, per la competitività e per la resilienza, a partire dal riconoscimento delle esigenze di innovazione e sviluppo del sistema di istruzione, formazione e ricerca, in coerenza con i parametri europei, la presente legge reca disposizioni per la ridefinizione della missione e dei criteri generali di organizzazione del Sistema di istruzione e formazione tecnica superiore, istituito dall’articolo 69 della legge 17 maggio 1999, n. 144, e riorganizzato dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 25 gennaio 2008, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 86 dell’11 aprile 2008’.
Questo è l’incipit, che dietro parole altisonanti (‘economia ad alta intensità di conoscenza’), mira a creare un sistema altamente flessibile, cioè adattabile, per rispondere alle esigenze dei processi produttivi in continua evoluzione.
Così si potranno licenziare le persone non più rispondenti all’uso di tecnologie del momento e prenderne altre con formazione più consona. Come è sempre accaduto: alle imprese capitalistiche servono alcuni gruppi di operai e tecnici specializzati, riservando alla stragrande maggioranza lavori precari e da gig economy – alto sviluppo tecnologico per pochi lavoratori, temporaneamente ben qualificati, per la maggioranza lavori poveri professionalmente ed economicamente.
Gli istituti tecnici superiori continueranno a essere Fondazioni a cui partecipano soggetti pubblici e privati, e agli imprenditori spetterà la loro presidenza, e anche i docenti dovranno essere per il 60% di provenienza aziendale in modo che la formazione sia tagliata come un abito su misura per le aziende.
Così ogni territorio avrà il suo sistema di istruzione tecnica superiore per rispondere alla domanda delle aziende di quel particolare territorio – un’anteprima dell’attuazione dell’autonomia differenziata!
Insomma una vera scuola professionale nella più pura tradizione dei Salesiani, che però erano finanziati dai privati – rimane famosa la scuola professionale per la Fiat che gli Agnelli utilizzavano e si pagavano.
Ora invece è la suola pubblica a divenire un’agenzia di formazione per le imprese. Se poi si vanno a leggere i documenti depositati presso la Commissione 7a del Senato si scopre che, naturalmente, CGIL-CISL-UIL sono della partita come lo sono già con gli enti bilaterali della formazione.
Ultima chicca è il titolo, che sarà ITS Academy, perché l’anglicismo sta a ‘richiamare il ruolo dei centri di formazione e di ricerca delle aziende’ – come ci spiega Il Sole 24 Ore (6 febbraio 2022). Occorrerebbe, forti delle mobilitazioni e delle piattaforme di lotta studentesche, riprendere una riflessione sull’insieme dei processi di infeudamento delle istituzioni dell’istruzione pubblica alle imprese. O continueremo a tacere sulle accademie per l’istruzione tecnica superiore?
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