Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/03/2024

La Brigata Aosta si addestra alla repressione delle proteste

È accaduto nei giorni scorsi nel poligono militare di Piazza Armerina (EN) dove il Reggimento siciliano si è “familiarizzato con le tecniche di Crowd and Riot Control (letteralmente controllo antisommossa della folla, nda)”.

“L’attività, strutturata in lezioni teoriche e pratiche, ha consentito al personale delle compagnie del reggimento di acquisire le conoscenze di base relative alle tecniche e alle procedure da adottare in caso di disordini, di situazioni di pericolo e di minaccia per l’ordine pubblico, con lo scopo di potenziare ulteriormente la capacità di intervento antisommossa anche a supporto delle forze dell’ordine, al fianco delle quali l’Esercito spesso lavora, come, ad esempio, l’operazione ‘Strade Sicure’”, spiega lo Stato Maggiore dell’Esercito.

“Il modulo addestrativo si è concluso con una esercitazione finale a partiti contrapposti che ha consentito di testare le tecniche acquisite e la capacità di reazione in contesti di ‘Crowd and Riot Control’”.

Ecco ancora una prova, purtroppo, della crescente e pericolosissima presenza delle forze armate sul fronte interno in funzione di controllo dell’ordine pubblico e repressione di ogni forma del dissenso.

Va altresì segnalato come proprio presso il 62° Reggimento fanteria “Sicilia” di Catania sono stati attivati da un paio di anni percorsi PCTO (la famigerata alternanza scuola-lavoro-caserma) per gli studenti siciliani delle scuole secondarie.

Gli allievi vengono impiegati nelle “riparazioni di apparati telecomunicazioni e veicoli, nella gestione di magazzini e depositi; nella manutenzione del verde e nella gestione del servizio cucina e distribuzione vitto”.

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05/07/2023

Ma quale (decreto) lavoro? Sfruttamento e precarietà, la ricetta del governo Meloni

Pochi giorni fa, con 154 voti a favore, 82 contrari e 12 astenuti, il Parlamento ha approvato la conversione in legge del decreto-legge 48/2023, conosciuto ai più come “decreto Lavoro”. Un decreto che aveva davvero poco in favore dei lavoratori, che era stato vergognosamente presentato il Primo Maggio e che avevamo già commentato a caldo il giorno dopo.

Ma vediamo le modifiche intervenute in Aula. Il cardine di questo provvedimento rimane il cavallo di battaglia delle scorse elezioni politiche, ovvero la tanto decantata abolizione del reddito di cittadinanza (RdC) a favore di un depotenziato Assegno di Inclusione. Senza contare le cifre più basse e la platea di beneficiari più ristretta, al contrario di quanto avveniva con le tre offerte lavorative del RdC, con questa nuova normativa si passa ad un’unica “offerta congrua” che può essere o di un contratto indeterminato o di uno determinato ma di durata superiore ai 12 mesi, in questo secondo caso nel raggio di 80km o 2 ore di trasporto pubblico. Un’unica offerta che, a mo’ di ricatto, se rifiutata implica la perdita totale del sostegno, salvo casi speciali come, ad esempio, nel caso di un nucleo familiare con un minore di 14 anni. Infatti, in questo caso, il “ricatto lavorativo” viene ridotto solo sulla scala degli 80km o due ore di trasporto lasciando al beneficiario la possibilità di rifiutare solamente le offerte più distanti. Ma se da un lato con questa nuova misura si riduce ciò che viene pensato e dato per i lavoratori, così non è per il lato delle imprese. È infatti presente il solito ed immancabile esonero contributivo per i datori di lavoro che assumono i detentori dell’assegno di inclusione, nel caso di un contratto indeterminato pari, addirittura, a un esonero del 100% per il primo anno.

Resta e, anzi, si rinvigorisce il taglio del cuneo fiscale, secondo cavallo di battaglia del decreto. Infatti, dopo l’iter parlamentare vi è un ulteriore taglio di quattro punti. Come abbiamo già ribadito svariate volte, il taglio del cuneo è e rimane solo una brillante operazione di marketing per far di tutto tranne che alzare i salari in un paese come l’Italia dove questi sono rimasti sempre stagnanti negli ultimi 20 anni. Ci sono molti modi per difendere il potere di acquisto di un lavoratore. La riduzione del cuneo resta il più paradossale. Questo perché con la riduzione del cuneo i lavoratori, spesso e volentieri, si sobbarcano il costo stesso della riduzione tramite altre tasse o la riduzione della spesa in servizi, a fronte di favorire un minor costo del lavoro e favorendo in ultima analisi le imprese, piuttosto che se stessi.

Per quanto riguarda invece l’ultimo punto trattato a caldo nel nostro post di maggio, anche dopo l’iter parlamentare, nel decreto si aumentano le possibili causali per i rinnovi dei contratti a termine. Una deliberata scelta politica di precarizzazione ulteriore del mercato del lavoro, in una realtà come quella italiana dove la stabilità lavorativa gioverebbe sicuramente al lavoratore e dove i contratti a termine sono strumento di precarizzazione volti a minare il potere contrattuale dei lavoratori stessi.

Va fatto notare a questo punto un ulteriore passaggio di questa nuova legge, quello sull’alternanza scuola-lavoro, di cui abbiamo già evidenziato le intrinseche problematicità. Nella malsana ottica di sfruttamento della società moderna le scuole sono ormai passate da centri del sapere e della crescita personale a meri “diplomifici”. Il fatto che delle modifiche come quelle di cui discuteremo a breve si trovino nel decreto “Lavoro” e non piuttosto in uno con a titolo “Istruzione” o “Scuola” ne è nient’altro che una delle tante prove. I numeri degli infortuni e delle morti di studenti impegnati nell’alternanza sono agghiaccianti: si è passati da 256 denunce di infortunio di alunni nel 2021 a ben 2103 nel 2022, da uno studente morto nel 2021 a due morti nel 2022! In Italia muoiono sul lavoro circa tre persone al giorno.

Rendere il luogo di lavoro un posto più sicuro gioverebbe quindi non solo agli studenti definiti dal governo “on the job”, ma anche ai lavoratori tutti. Peccato, però, che la legge non delinei per nulla un cambiamento radicale quale sarebbe necessario. Al contrario, piuttosto che aumentare gli ispettori del lavoro, è un docente coordinatore della progettazione del percorso che avrà il ruolo di seguire passo passo lo studente nelle ore del lavoro così da controllarlo più da vicino. Dal lato delle imprese, invece, queste dovranno compilare semplicemente un “Documento di valutazione dei rischi”, dove spiegare tutte le criticità e i rischi a cui gli studenti saranno forzatamente e gratuitamente sottoposti. Ma la cosa più allucinante è la creazione del Fondo per indennizzare i decessi nei percorsi “on the job”. Ovviamente, la tutela di tutti i lavoratori è sacrosanta. Ma invece di fare ciò che si dovrebbe, ovvero spazzare via uno strumento, quello dell’alternanza scuola-lavoro, utile soltanto all’impresa per reperire lavoro a costo zero, fucina di sfruttamento e disgrazie, cosa fa il Governo? Crea un fondo che rappresenta una completa normalizzazione della morte di studenti su un posto di lavoro, considerando questo fenomeno come una cosa così normale da necessitare un fondo a sé stante.

A questo punto appare chiaro come questa legge sia, come era già apparso chiaro dalla sua prima versione, un chiaro attacco alla classe lavoratrice. Attacco che però va ulteriormente contestualizzato nella realtà italiana, che di fatto è una realtà drammatica. Nel chiarire questo ci può essere di aiuto il Report Statistico Nazionale 2023 della Caritas italiana. Nel 2022 si è registrato un incremento del 4,4% nel numero degli assistiti dai centri Caritas (dato depurato della crescita del numero di persone di nazionalità ucraina in fuga dalla guerra).

Si tratta di una tendenza in corso da tempo, come ci ricorda il Rapporto Caritas dell’ottobre 2022 sulla povertà. Infatti, se da un lato con l’eliminazione del RdC e del suo “depotenziamento” in Assegno di Inclusione si riducono quelli che erano gli strumenti di supporto che venivano erogati alle fasce lavorative meno benestanti, va fatto notare come già con il RdC tra il 2020 ed il 2021 vi era stato un trend crescente per quanto riguarda il numero di beneficiari dei centri Caritas, con un incremento del 7,7% tra i due anni. Incremento dovuto principalmente alle lacune lasciate dal RdC nei confronti di stranieri, lacune chiaramente presenti anche nel nuovo Assegno. Il Reddito di Cittadinanza, ricordiamolo, anche prima della sua eliminazione e del depotenziamento in nuova misura, era comunque insufficiente, in molti casi, ad evitare il problema della povertà ai suoi percettori. Lo testimonia il fatto che ben un 22,3% dei beneficiari Caritas ne erano percettori. Ma non solo. Secondo un altro rapporto della Caritas, infatti, solo il 44% dei poveri assoluti riceveva il RdC. Una testimonianza di quanto tale strumento fosse una goccia nell’oceano. Una goccia, che, evidentemente, per il Governo era comunque troppo.

L’accanimento del governo Meloni contro i lavoratori è e rimane più alto che mai: eliminazione del RdC, creazione di un suo surrogato depotenziato, aumento dei contratti a termine, precarizzazione. Attacco che si estende non solo ai lavoratori, soprattutto i più vulnerabili, ma anche agli studenti. Un attacco ai lavoratori di oggi e a quelli di domani; alla classe lavoratrice ad ogni età. Un continuo ed incessante accanirsi su chi è già stato massacrato da anni di riforme, ignorando, d’altro canto, tutti i ben più gravi problemi strutturali del nostro paese.

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07/01/2023

Basta con la strage di studenti

Ha destato scalpore la notizia che la famiglia di Giuliano De Seta, studente veneto di diciotto anni, ucciso da un blocco di acciaio il 16 settembre scorso durante un’attività di alternanza scuola-lavoro, non riceverà alcun indennizzo dall’INAIL.

In effetti, la decisione dell’INAIL segue le disposizioni di legge: Giuliano non era dipendente della ditta BC Service dove avvenne l’incidente, non percepiva né stipendio né alcun altro compenso poiché si trovava in quel luogo solo per studiare e imparare. Inoltre, la sua famiglia non dipendeva economicamente da lui, anzi avveniva il contrario poiché erano i genitori a sostenerlo.

Di fronte a un caso del genere, risulta evidente la colpevole superficialità con cui gli studenti sono avviati ai percorsi di alternanza scuola-lavoro, dal 2019 ribattezzati Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento (PCTO).

In realtà, i PCTO non “orientano” nessuno e si risolvono in molti casi in un’attività lavorativa non retribuita e pericolosa.

Ricordiamo che nel 2022, oltre a Giuliano, sono morti durante attività di scuola-lavoro Lorenzo Parrelli, in una fabbrica di carpenteria, e Giuseppe Lenoci, in un incidente stradale nei pressi di Fermo.

Oltre a questi incidenti mortali, se ne sono verificati molti altri, che hanno comportato ferite gravi, amputazioni, ustioni e mesi d’ospedale per i giovani coinvolti. Incidenti, questi ultimi, che solo per caso non hanno avuto esiti mortali.

È opportuno ricordare che gli studenti degli istituti professionali sono esposti a tale situazione di sfruttamento e di pericolo per 210 ore l’anno, e quelli dei tecnici per 150, quindi per un monte ore imponente.

Un pericolo peraltro ben noto a chi legge i giornali, in un paese dove si contano tre morti sul lavoro ogni giorno e dove un padrone che non rispetta le regole viene imputato al massimo di omicidio colposo.

I PCTO sono stati istituiti nel 2015 con la legge sulla “Buona Scuola” del governo di centro-sinistra presieduto da Matteo Renzi, seguendo le richieste confindustriali di una maggiore aderenza dei programmi scolastici ai bisogni delle imprese ed anche l’intento di formazione ideologica dei giovani a subire sfruttamento e imposizioni padronali.

Di fronte a quanto accaduto alla famiglia De Seta la CGIL ha parlato di “lacuna normativa” che evidentemente esiste ma il vero obiettivo non può essere quello di regolamentare meglio i PCTO bensì quello di abolirli.

La scuola deve formare, istruire, educare i cittadini e non deve essere sottomessa ai bisogni delle imprese.

Anche negli istituti volti a una formazione professionale, questa deve essere volta a conoscere criticamente il mondo del lavoro e della propria futura professione nei suoi aspetti generali e sociali e non può ridursi a momenti di apprendistato peraltro non retribuiti.

In questo contesto sono ipocrite le twittate di Valditara in cui il ministro dice di voler normare diversamente i PCTO, dopo avere dichiarato che la “formazione al lavoro” deve iniziare già alle scuole elementari (ci sfugge se con “umiliazione” o no).

Egualmente, lo sdegno sollevato dalla notizia di alcune scuole romane che inviano gli studenti a lavorare alla MES, fabbrica di armi, non può essere risolto pensando di mandarli in aziende più “etiche”.

Peraltro, la richiesta studentesca di abolizione dei PCTO si è incontrata sinora solo con una dura repressione, come è capitato a quattro giovani torinesi, incensurati, sottoposti a ben sette mesi di misure preventive di restrizione della libertà (carcere, poi braccialetto elettronico, ora obbligo di firma), per un marginale episodio di scontro con la polizia avvenuto al termine di una manifestazione indetta nel febbraio scorso in seguito alla morte di Lorenzo Parrelli e Giuseppe Lenoci.

Questi studenti saranno processati in febbraio e sarà importante seguire quanto accadrà.

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06/01/2023

Giuliano De Seta, studente ucciso in fabbrica, non ha neanche diritto al risarcimento

Si aggiunge un nuovo, triste, capitolo alla vicenda della morte di Giuliano De Seta, diciottenne ucciso durante uno dei cosiddetti “stage formativi” nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro. Il giovane, studente che frequentava il quinto anno dell’Istituto Tecnico Leonardo Da Vinci di Portogruaro, venne travolto da un blocco d’acciaio di più di una tonnellata, presso la ditta Bc Service di Noventa di Piave lo scorso 16 settembre. 

È di questi giorni la notizia che alla famiglia del giovane non sarà riconosciuto il risarcimento INAIL a causa di un cavillo: lo “status” di Giuliano era quello di stagista, pertanto non può accedere a un risarcimento da parte dell’istituto, previsto solo nel caso in cui la vittima sia un capofamiglia. Evidentemente, in Italia, studenti appena maggiorenni sono abbastanza grandi per poter lavorare, mettendo a rischio la loro vita in fabbrica, ma al contempo non vengono riconosciute loro le tutele che spettano invece ai lavoratori propriamente detti. 

Stando alle prime ipotesi scaturite dalle indagini, se nella ditta fossero state rispettate tutte le misure di sicurezza, il giovane Giuliano sarebbe ancora vivo. A nostro avviso, però, è lo stesso sistema dell’alternanza scuola-lavoro, ora PCTO, a essere profondamente sbagliato: non è lavoro né formazione, ma sfruttamento; rappresenta, inoltre, un concreto rischio per la salute degli studenti, soprattutto di istituti tecnici e professionali troppo spesso visti come luoghi di formazione di serie B. 

Giuliano non avrebbe mai dovuto essere messo in una situazione di rischio simile. Semplicemente, non avrebbe dovuto essere in una fabbrica a lavorare senza stipendio e senza tutele, ma in un’aula di scuola a formarsi e imparare. Da anni, il sistema scolastico pubblico è costantemente sotto attacco, sotto-finanziato, svilito del suo ruolo sociale e formativo, mentre con alternanza e PCTO si punta a formare soltanto braccia da sfruttare, non cittadini consci dei propri diritti.

Rete Iside, OSA e USB P.I. Scuola da tempo portano avanti collaborazioni e attività in comune su salute e sicurezza per studenti, docenti e personale scolastico, partendo da un fondamentale punto in comune: i PCTO vanno assolutamente aboliti, al più presto. 

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18/09/2022

Studente muore a 18 anni durante stage in azienda

Aveva 18 anni ed era uno studente di un istituto tecnico di Portogruaro che stava svolgendo uno stage in azienda per acquisire crediti. È morto sul lavoro dopo essere stato colpito da una lastra di metallo che gli ha schiacciato entrambe le gambe. Nonostante i soccorsi prima dei colleghi poi del 118, il giovane è deceduto poco dopo.

La tragedia è avvenuta nel pomeriggio di venerdì 16 settembre all’interno della BC Service a Noventa di Piave, in provincia di Venezia, azienda specializzata nella lavorazione del metallo. I soccorsi del Suem sono stati immediati, ma le gravi lesioni subite agli arti inferiori non hanno lasciato scampo al ragazzo.

Nove mesi fa, il 21 gennaio, un altro giovane 18enne, Lorenzo Parelli, è morto nel suo ultimo giorno di stage in una azienda meccanica di Lauzacco, in provincia di Udine, travolto da una putrella.

Giuseppe Lenoci aveva invece 16 anni quando, un mese dopo, morì mentre si trovava a bordo di un furgone schiantatosi contro un albero. Anche lui stava facendo una stage nell’ambito del progetto alternanza scuola-lavoro.

Gli studenti di Osa in serata hanno effettuato dei blitz di protesta sotto al Miur e all’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia e a Bari. Qui di seguito il loro comunicato.

*****

Basta morire di scuola, Partiti e Stato criminali!

Reazione di rabbia immediata degli studenti di OSA dopo che uno studente di 18 anni è morto, a Noventa di Piave, durante uno stage di Alternanza Scuola-Lavoro a pochi giorni dall’inizio di scuola e a pochi mesi dalle morti (o meglio omicidi) di Lorenzo e Giuseppe.

Con una mobilitazione immediata ci siamo recati sotto ai palazzi del MIUR e degli Uffici Scolastici Regionali per ribadire ancora una volta che l’ALTERNANZA VA ABOLITA e che rifiutiamo un modello di scuola che si basa sulla competizione e lo sfruttamento, fino agli omicidi di giovani che sarebbero dovuti stare tra i banchi di scuola e non a lavoro in aziende private.

I partiti di sistema e lo stato sono i responsabili di questo ennesimo omicidio e lo abbiamo affermato a gran voce. Vogliamo irrompere in una campagna elettorale vuota per far sentire la nostra voce ad un’intera classe politica indecente che in questi anni ha distrutto la Scuola pubblica e lasciato un’intera generazione in una crisi di prospettive senza precedenti.

Uniremo la nostra voce con quella degli operai e delle classi popolari e costruiremo a partire dalle nostre scuole l’opposizione alle scelte scellerate e omicide di questa classe dirigente.

Già da domani (sabato 17) saremo fuori le scuole e le sedi del potere di tutta Italia per far sentire il nostro sdegno e la nostra rabbia per questa mattanza.

BASTA ALTERNANZA!

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21/05/2022

Gravissimo lo studente ustionato a Merano durante l’alternanza scuola-lavoro

Uno studente di 17 anni, in alternanza scuola-lavoro in una carrozzeria di Merano, è rimasto gravemente ferito venerdi pomeriggio a causa di un ritorno di fiamma. Insieme a lui è rimasto ferito anche un operaio di 36 anni.

Stando a una prima ricostruzione, alcuni composti infiammabili hanno preso fuoco a seguito di un contatto elettrico.

Si tratta del terzo incidente grave, in meno di cinque mesi, che coinvolge studenti impegnati in stage e alternanza scuola-lavoro nelle aziende. A gennaio era morto sul lavoro il giovane Lorenzo Parelli, un mese dopo era toccato ad un altro ragazzo: Giuseppe Lenoci di 16 anni.

I due feriti, vista la gravità delle loro condizioni, sono stati trasportati all’ospedale di Bolzano. Successivamente il diciassettenne è stato trasferito in un centro specializzato a Murnau, in Baviera.

Si tratta “dell’ennesimo crimine di stato consumato dal governo ai danni degli studenti, come le morti di Giuseppe e di Lorenzo che hanno segnato quest’anno di lotte contro l’alternanza scuola-lavoro” – scrivono in una nota gli studenti di OSA – “La responsabilità di queste morti e di questi feriti è di chi ha legittimato per tutto l’anno la pratica malata dell’alternanza, e che ora scrive nei sottotitoli dei giornali piangendo lacrime di coccodrillo. Noi l’abbiamo sempre ribadito da anni, senza se e senza ma, che l’alternanza è lo strumento ideologico per abituarci allo sfruttamento e alla morte. Va immediatamente abolita per fermare la strage. L’alternanza rappresenta il modello di scuola delle aziende e dei privati, che puntano soltanto al guadagno economico, fregandosene della sicurezza e della salute degli studenti e dei lavoratori”.

Evidentemente non sono bastate le morti di due ragazzi in stage durante questo inverno. E nonostante le grandi mobilitazioni studentesche che si sono susseguite nei mesi scorsi il ministro Bianchi continua a ignorare le richieste degli studenti.

Fonte

19/02/2022

Gli studenti non fanno più sconti. Cortei in tutta Italia. Blitz contro sedi Confindustria e PD

In oltre 40 città italiane oggi ci sono stati cortei degli studenti per dire basta alle morti di ragazzi come loro durante gli stage e l’alternanza scuola-lavoro. Ma c’era anche molto di più, inclusa la richiesta di dimissioni del Ministro dell’Istruzione Bianchi e del Ministro dell’Interno Lamorgese.

In alcune città l’obiettivo delle manifestazioni studentesche sono state le sedi della Confindustria e, nel caso di Napoli, anche la sede del PD, il partito che ha voluto l’alternanza scuola-lavoro e continua a difenderla.

A Torino migliaia di studenti sono partiti da piazza XVIII Dicembre. In città sono oltre quaranta le scuole occupate in queste settimane di protesta contro l’alternanza scuola-lavoro e l’esame di Maturità. Il corteo era aperto dallo striscione “Contro alternanza maturità e repressione no alla scuola del padrone”. Idee molto chiare dunque, tanto da portare il corteo sotto la sede della Confindustria dove gli studenti hanno provato a forzare l’entrata difesa da carabinieri e polizia e c’è stato un po' di affrontamento.

A Napoli tre studenti si sono versati addosso vernice rossa davanti alla sede regionale del Pd esponendo uno striscione con le scritte “C’at accise” (‘Ci avete ucciso’) e “Le vostre mani sono sporche del nostro sangue”. Anche qui il corteo si è poi diretto alla sede locale della Confindustria.

A Roma il corteo è partito da Piazza Vittorio su via Cavour aperto dallo striscione “Di scuola non si può morire. È tempo di riscatto”. Tra gli striscioni uno chiedeva esplicitamente le dimissioni del ministro Bianchi. All’altezza di via dei Serpenti ha provato a deviare verso la sede dell’Ufficio Scolastico Provinciale (quello che ha fortemente voluto le sanzioni contro gli studenti che avevano occupato le scuole). ma è stato bloccato per quasi due ore dalla polizia.

A Milano il corteo è partito da Piazza Cairoli caratterizzato da vari striscioni. “Non si può morire di scuola”, “Contro questo modello di scuola“. Prima di partire gli studenti hanno srotolato un lungo striscione sulla statua al centro della piazza chiedendo di abolire l’alternanza scuola-lavoro e spiegando che “l’alternanza è solo sfruttamento”.

Circa 1500 studenti e studentesse hanno percorso le vie del centro scandendo slogan contro l’alternanza scuola-lavoro, la presenza delle aziende private nella scuola e le disposizioni del ministro Bianchi sull’esame di maturità. Il corteo si è concluso davanti all’Assolombarda, dove sono stati ricordati Lorenzo e Giuseppe, i due ragazzi morti recentemente durante stage di scuola-lavoro.

In un comunicato l’organizzazione studentesca OSA fa un primo punto sulla giornata di mobilitazione di oggi.

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“Oggi in tutta Italia, più di 40 città in mobilitazione, sono scesi in piazza migliaia di studenti per ribadire che un’opposizione a questo governo e a questo modello di scuola esiste e sta crescendo.

Avanzano le occupazioni e l’agitazione in tutto il paese, da Nord a Sud, infatti dopo le 60 occupazioni romane sono più della metà le scuole già occupate a Torino e continuano ad aumentare nel resto d’Italia, da Bologna a Catania.

Oggi le piazze hanno espresso la rabbia che non cerca più compromessi con questo modello di scuola e di società che esprime un malessere complessivo che noi studenti viviamo da ormai troppo tempo.

Si aggiungono anche, in un clima di incertezza e mancanza di prospettive, i venti di guerra che soffiano in Europa, a dimostrazione che i nostri governi non tengono minimamente conto delle nostre necessità ma che anzi hanno una prospettiva di peggioramento della nostra condizione.

Sappiamo che nulla può cambiare da solo, quella di oggi è solo un’altra tappa di un percorso di lotta che continua e che non si fermerà con repressione o briciole”.

CONTRO BIANCHI, GOVERNO E REPRESSIONE!

LA SCUOLA HA BISOGNO DI UNA RIVOLUZIONE!

Fonte e foto dei cortei stidenteschi

18/02/2022

L’alternanza scuola-lavoro in un sistema capitalista

Le recenti morti di Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci, studenti in stage aziendale, ha riportato al centro del discorso il ragionamento sull’alternanza scuola lavoro, recentemente rinominata e rivista con il nuovo nome di PCTO (Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento).

In un sistema capitalista basato sullo sfruttamento del lavoro, la possibilità per le aziende di usufruire di lavoro gratuito è da considerarsi un fatto, in qualche modo, costitutivo della sua natura. I padroni hanno l’esigenza assoluta di abbassare notevolmente i costi del lavoro. Precarietà diffusa, allungamento della giornata lavorativa, dei ritmi e dei carichi di lavoro sono la norma. Il tutto favorito da una generale revisione peggiorativa delle norme sui diritti che accompagnano il modello di sviluppo economico vincente negli ultimi anni. Il costo del lavoro viene abbassato in ogni modo, anche attraverso la totale mancanza di rispetto delle norme sulla sicurezza. Il numero elevatissimo di incidenti sul lavoro ne è la dimostrazione evidente. Tali incidenti sono concentrati al più in imprese medie e piccole, laddove i controlli sono più rari e le condizioni di realizzo per i padroni sono inferiori alle attese.

L’alternanza scuola-lavoro è quindi concepita da un lato in risposta alla necessità, espressa e ripetuta in modo propagandistico dalle classi dominanti, di inserire i giovani nel mondo del lavoro, dall’altra corrisponde a una esigenza (negata nel dibattito pubblico) delle imprese con lo scopo di favorire l’aumento dei profitti. La realizzazione pratica che ne consegue è comunque influenzata dal contesto in cui gli stage di alternanza vengono realizzati: da un lato sono prerogativa di accordi tra istituzioni scolastiche che operano in regime di autonomia e imprese, dall’altro dipendono dal tipo di scuola e dal tipo di contesto in cui tali accordi vengono stipulati e monitorati. Ciò fa sì che, in alcuni casi, la loro realizzazione pratica possa anche essere una esigenza per gli studenti in cerca di conoscenze ed esperienza, oscurando la realtà maggioritaria fatta di sfruttamento della manodopera. In tal senso, la totale delega ai singoli contraenti dei progetti e la mancanza assoluta di controlli qualitativi sono decisivi nel determinare un salto di qualità: dalla propaganda su competenze e orientamento alla realtà di lavoro gratuito per i padroni.

Il dibattito attiene anche al rapporto che si dovrebbe realizzare tra il settore dell’istruzione e il mondo del lavoro. La scuola e la formazione sono settori che vengono considerati storicamente non produttivi in quanto non realizzano profitti immediati. In realtà possiamo considerare come scontato che il mondo dell’istruzione abbia anche la finalità di creare un bagaglio di conoscenze utili al futuro in ambito lavorativo. In tal senso, l’istruzione pubblica forma le conoscenze per il sistema produttivo nel suo complesso (bagaglio che costituirà in futuro una parte di capitale costante costituito dalle conoscenze acquisite, incorporato nel capitale variabile della futura merce forza lavoro). Negli ultimi anni, tuttavia, si assiste a una forzatura delle procedure con la stipula di contatti diretti tra enti padronali e comparti dell’istruzione. L’alternanza scuola-lavoro ne è un esempio, ma essa si sostanzia con tutta evidenza anche nello stretto rapporto di collaborazione tra Università e imprese. Il lavoro degli studenti non è quindi semplicemente impiegato per lo sviluppo di conoscenze generali e pubbliche, ma direttamente per lo sviluppo di conoscenze private a effettivo ed esclusivo beneficio per le imprese. Il tutto ovviamente in nome della assoluta coincidenza di interessi tra il settore dei profitti e il futuro della nazione che costituisce uno dei capisaldi culturali con i quali il capitalismo diviene un elemento naturale e immutabile. Coincidenza che ovviamente abolisce di fatto, nella propaganda, ogni conflitto di natura sociale. Gli studenti, in tal senso, attraverso il meccanismo dell’alternanza e degli stage, sono invitati da subito ad adeguarsi a questa situazione di subordinazione.

In generale è questo il principio cardine dell’alternanza scuola-lavoro. In un sistema capitalista, qualunque sia la natura dell’accordo tra gli enti scolastici e le imprese, il meccanismo di subordinazione la farà da padrone, almeno sul piano generale.

Da questa analisi si può quindi ricavare almeno una considerazione di fondo: l’alternanza scuola-lavoro non va considerata in senso generale ma va calata nel contesto nel quale si sviluppa. In un sistema in cui la ricerca del profitto a tutti i costi diviene la regola inderogabile, gli studenti non devono lavorare per nessuna impresa. La conoscenza che viene scambiata nell’istruzione deve rimanere pubblica e non deve essere considerata in nessun modo patrimonio privato dei capitalisti.

Sulla base di questo assunto concreto, l’analisi ci dice anche che, andando al cuore della questione, le condizioni di subordinazione dei lavoratori sono legate all’ambito del lavoro supersfruttato e non partono dalla scuola. I lavoratori muoiono quotidianamente in servizio e ciò può capitare a chiunque abbia un contratto più o meno in regola. Pur nell’evidenza che su ogni singolo caso agisca anche una fatalità particolare, la caratterizzazione quantitativa del fenomeno mette in luce come ogni incidente mortale sia di natura attinente al sistema di sfruttamento della forza lavoro.

Si può quindi immaginare che il sistema dell’istruzione debba essere sganciato da tale dinamica. Effettivamente il sistema scolastico è complesso; al suo interno si sperimentano infatti, in tempi abbastanza lunghi, diverse relazioni che attengono a uno sviluppo complessivo di competenze di natura tecnica ma anche di cultura generale, di affettività e di relazioni umane.

Per sua natura, il tempo scolastico, preparando la fase di maturità successiva, prepara sia ad accettare la natura del sistema che ci viene imposto ma anche a combatterlo. Pensare che il futuro lavorativo non debba interagire con il percorso scolastico è quindi inimmaginabile. Ciò non fa i conti con la realtà data: istruirsi è un costo che viene pagato con il lavoro di tutti, sia indirettamente dalla comunità, sia direttamente dalle famiglie o da studenti costretti a lavorare in proprio per poter studiare; non fa i conti con un futuro in cui lavorare sarà una necessità per chiunque non sia così fortunato per campare di rendita o per chi non sia già avviato da tradizione familiare verso la classe sfruttatrice.

Il meccanismo dell’alternanza scuola-lavoro è quindi, nel nostro sistema, uno strumento nelle mani di chi sfrutta i lavoratori cominciando dalla fase formativa. È un riflesso di una fase economica e politica in cui i lavoratori non riescono più a difendersi.

Nel nostro sistema ogni concetto generale appare stravolto dalla realtà: il lavoro è diventato sfruttamento, la cooperazione diviene un modo di produrre che serve solo ai padroni, la scuola diviene il luogo dove apprendere concetti e conoscenze che serviranno solo a chi li sfrutterà per fare profitti. Nessun rapporto è quindi possibile tra scuola e imprese in queste condizioni. L’alternanza scuola-lavoro buona non può esistere, va abolita immediatamente.

Rimane comunque la necessità di apprendere i meccanismi con i quali si attua la riproduzione di un tale sistema. Appare come una esigenza fondamentale per chi dovrà entrare nel mondo del lavoro, per chi dovrà trovare la forza di costruire un sistema di relazioni più giusto, uguale e solidale. Forza che non potrà prescindere da una conoscenza attenta della realtà lavorativa, da competenze tecniche necessarie a comprendere la natura dei cicli produttivi, da una conoscenza reale della condizione di sfruttamento che dovrà combattere. Nella costruzione di una società in cui la scuola dovrà formare a un lavoro liberato dallo sfruttamento dove sarà necessario unire in modo nuovo competenze tecniche, cultura, rapporti umani e relazionali, verso una società in cui i padroni saranno un ricordo e la cooperazione in ogni ambito sarà un tassello di un mondo di liberi e uguali.

Collettivo Comunista Genova City Strike

Fonte

12/02/2022

Istruzione Tecnica Superiore. Formazione “à la carte” pagata dai soldi pubblici

Scrivo questa nota sull’ITS sull’onda, anche emotiva, della morte di Lorenzo Parelli, e delle manifestazioni degli studenti per ricordarlo.

Gli studenti ancora una volta si mobilitano per impedire che la scuola della Repubblica sia stravolta fino ad essere messa al servizio diretto delle imprese che usano l’alternanza scuola-lavoro per avere manodopera giovane e senza costi, con l’obiettivo generale di curvare la loro formazione alle proprie esigenze.

Le manifestazioni studentesche e l’assemblea nazionale del 4 febbraio hanno delineato una piattaforma di lotta per contrastare l’ulteriore trasformazione della scuola, di ogni ‘ordine e grado’, in un’agenzia delle imprese, che, attraverso l’incessante lavorio della Confindustria, vogliono farne una sede per la formazione di operai e tecnici adatti ai nuovi processi produttivi (la famosa industria 4.0).

Uno degli obiettivi di lotta del movimento studentesco, della Lupa, è l’abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, ribattezzata PCTO senza che sia cambiata rispetto a quanto predisposto dalla legge ‘buona scuola’ del governo Renzi.

La centralità di questo obiettivo mette in luce la consapevolezza, da parte di questo movimento studentesco del 2022, del carattere classista della scuola, in quanto riproduce la gerarchia sociale (altro che ‘ascensore sociale!), e si va sempre più subordinando alle esigenze delle imprese.

Nessuno è contro il potenziamento delle discipline scientifiche, le famose STEM, o della formazione tecnica, se esso non fosse il paravento che mal nasconde il disegno di conformare i percorsi formativi agli interesse delle imprese.

Il problema per il governo, e per la Confindustria in primis, è il ‘mismatch’, il disallineamento tra la domanda e l’offerta di lavoro: si richiedono operai e tecnici per la transizione digitale e verde dell’economia.

La scuola e l’Università devono ‘allinearsi’ alle esigenze della produzione, non più educare persone in grado di sviluppare le proprie capacità orientando le scelte produttive, al contrario sono le scelte delle imprese a guidare i processi formativi.

Giusto dunque porre l’obiettivo di abolire, senza se e senza ma, l’alternanza scuola-lavoro, che non garantisce neppure la sicurezza dei luoghi della produzione, come la morte di Lorenzo testimonia, al pari delle migliaia di vittime sul lavoro.

Occorre, oltre a questo, mettere al centro anche la mobilitazione contro gli istituti tecnici superiori, che, istituiti con un DPCM del 25 gennaio 2008, sono in una fase di trasformazione attraverso un intervento legislativo che vede accomunati i partiti del governo Draghi.

Sono stati unificati, infatti, i vari disegni di legge, da quello della Gelmini a quello di Orfini, in un testo approvato dalla Camera il 20 luglio 2021, e ora all’esame del Senato che sta apportando alcune modifiche, richieste per altro dalla Confindustria.

Su questo disegno di legge, che porta il numero S. 2333, poco si è discusso e ancor meno ci si è mobilitati, mentre la Confindustria l’ha seguito passo dopo passo. Ed è un errore perché tra l’altro l’ITS è un capitolo tra i più importanti del PNRR, che stanzia ben 1,5 miliardi per rendere la scuola completamente subalterna alle ragioni dell’economia capitalistica.

In particolare, governo e Confindustria vogliono istituire un canale di formazione professionale che sia in grado di soddisfare la domanda di personale qualificato secondo i diversi comparti produttivi e secondo una diversificazione territoriale. Una formazione à la carte, pagata con i soldi pubblici.

La gravità del progetto emerge fin dall’articolo 1 del disegno di legge, come votato dalla Camera e fatto proprio dal Senato: ‘Anche in relazione alle finalità del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), miranti a rafforzare le condizioni per lo sviluppo di un’economia ad alta intensità di conoscenza, per la competitività e per la resilienza, a partire dal riconoscimento delle esigenze di innovazione e sviluppo del sistema di istruzione, formazione e ricerca, in coerenza con i parametri europei, la presente legge reca disposizioni per la ridefinizione della missione e dei criteri generali di organizzazione del Sistema di istruzione e formazione tecnica superiore, istituito dall’articolo 69 della legge 17 maggio 1999, n. 144, e riorganizzato dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 25 gennaio 2008, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 86 dell’11 aprile 2008’.

Questo è l’incipit, che dietro parole altisonanti (‘economia ad alta intensità di conoscenza’), mira a creare un sistema altamente flessibile, cioè adattabile, per rispondere alle esigenze dei processi produttivi in continua evoluzione.

Così si potranno licenziare le persone non più rispondenti all’uso di tecnologie del momento e prenderne altre con formazione più consona. Come è sempre accaduto: alle imprese capitalistiche servono alcuni gruppi di operai e tecnici specializzati, riservando alla stragrande maggioranza lavori precari e da gig economy – alto sviluppo tecnologico per pochi lavoratori, temporaneamente ben qualificati, per la maggioranza lavori poveri professionalmente ed economicamente.

Gli istituti tecnici superiori continueranno a essere Fondazioni a cui partecipano soggetti pubblici e privati, e agli imprenditori spetterà la loro presidenza, e anche i docenti dovranno essere per il 60% di provenienza aziendale in modo che la formazione sia tagliata come un abito su misura per le aziende.

Così ogni territorio avrà il suo sistema di istruzione tecnica superiore per rispondere alla domanda delle aziende di quel particolare territorio – un’anteprima dell’attuazione dell’autonomia differenziata!

Insomma una vera scuola professionale nella più pura tradizione dei Salesiani, che però erano finanziati dai privati – rimane famosa la scuola professionale per la Fiat che gli Agnelli utilizzavano e si pagavano.

Ora invece è la suola pubblica a divenire un’agenzia di formazione per le imprese. Se poi si vanno a leggere i documenti depositati presso la Commissione 7a del Senato si scopre che, naturalmente, CGIL-CISL-UIL sono della partita come lo sono già con gli enti bilaterali della formazione.

Ultima chicca è il titolo, che sarà ITS Academy, perché l’anglicismo sta a ‘richiamare il ruolo dei centri di formazione e di ricerca delle aziende’ – come ci spiega Il Sole 24 Ore (6 febbraio 2022). Occorrerebbe, forti delle mobilitazioni e delle piattaforme di lotta studentesche, riprendere una riflessione sull’insieme dei processi di infeudamento delle istituzioni dell’istruzione pubblica alle imprese. O continueremo a tacere sulle accademie per l’istruzione tecnica superiore?

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06/02/2022

La scuola buona nell’Unione Sovietica

Non diciamo nulla di nuovo, scrivendo che ogni scoperta scientifica, ogni innovazione tecnologica, ogni metodo sperimentale, assume contenuti opposti se applicato a rapporti di produzione antagonistici, o utilizzato invece nell’interesse della collettività.

In altre parole: se serve a incrementare il profitto padronale nella società borghese, o è invece utile ad alleggerire la fatica umana, a ridurre il tempo di lavoro a favore di altre attività sociali, in una società socialista, in cui prevalgano rapporti non conflittuali tra i produttori, si aspiri al bene collettivo e si miri alla creazione di valori d’uso per la società e non al valore di scambio per il padrone.

È così anche per il sistema educativo. Si può dire che l’interscambio, la simbiosi tra studio e attività pratica, sia alla base di una formazione non parziale, complessiva, di ognuno di noi.

Ancora una volta, si tratta di distinguere gli obiettivi del sistema educativo: da un lato, come giustamente scrive Maurizio Disoteo su Contropiano, la «sottomissione della scuola alle imprese», una scuola che «prepara “capitale umano” , cioè mano d’opera per le imprese»; dall’altro, la formazione di individui sociali completi, istruiti, competenti, orientati in senso classista e coscienti di svolgere attività intellettuali e fisiche che vadano a incrementare la ricchezza collettiva.

Dunque, una pratica applicazione del concetto generale della teoria sperimentata nell’attività pratica e della esperienza sul campo riportata nello studio teorico; non “alternanza scuola-lavoro”, ma pratica sociale dello studio.

In Unione Sovietica, sin dai primi anni successivi alla Rivoluzione d’ottobre, ci si era orientati su questa strada. C’era l’impellente necessità di sviluppare l’industria, in un paese prevalentemente contadino, in cui i rapporti sociali nelle campagne portavano ancora molti tratti feudali, e con una popolazione quasi al 80% analfabeta o semi-analfabeta.

Lo sviluppo dell’industria richiedeva uno sforzo tecnico-intellettuale che elevasse in principal modo il livello della classe operaia a quello dei paesi più industrializzati.

Il punto, la chiave di volta, era il potere nelle mani degli operai, le fabbriche non più proprietà privata dei capitalisti, ma in mano allo Stato operaio, con operai-studenti coscienti di lavorare e istruirsi per il bene collettivo, per il completo passaggio di fabbriche, officine, miniere, ferrovie, ecc. in proprietà della Repubblica sovietica degli operai e dei contadini.

Gli studenti nelle fabbriche erano coscienti della loro futura funzione nella produzione e gli operai che li istruivano sapevano che quanto più responsabilmente avessero trasmesso la propria pratica a quei giovani, che poi l’avrebbero integrata negli studi, tanto più completo sarebbe stato lo sviluppo dell’intero paese.

Diversa la sorte, oggi, dei giovani studenti di casa nostra: obbligati a farsi spellare e, purtroppo, uccidere, nelle aziende private, con la beffa della “alternanza scuola-lavoro”, finiscono per lavorare gratis, per il profitto privato del padrone!

Nella bozza di Progetto di programma del PCR(b) per l’Istruzione pubblica, preparato da Vladimir Lenin nel 1919, si proponeva di «trasformare la scuola da strumento del dominio di classe della borghesia in strumento per la distruzione di tale dominio... La scuola deve diventare uno strumento della dittatura del proletariato, cioè non deve essere soltanto il veicolo dei principi del comunismo in generale, ma anche dell’influenza ideologica, organizzativa, educativa del proletariato, sugli strati semiproletari e non proletari delle masse lavoratrici».

Tra gli obiettivi, si parlava di «istruzione generale politecnica (che fornisca i fondamenti teorici e pratici delle principali branche della produzione) gratuita e obbligatoria fino a 16 anni per ambo i sessi… stretto legame fra insegnamento e lavoro socialmente produttivo... formazione dei quadri di un nuovo corpo insegnante, permeato delle idee del comunismo; partecipazione attiva della popolazione lavoratrice al lavoro di educazione; massimo aiuto del potere sovietico all’autoeducazione e autoformazione degli operai e dei contadini lavoratori (creazione di biblioteche, scuole per adulti, università popolari)», ecc.

In un paese ancora stremato dalla precedente politica repressiva zarista e dalle distruzioni della Prima guerra mondiale, Lenin chiariva che, in campo educativo, «più acculturato è lo stato borghese, più sottilmente esso mente quando dichiara che la scuola sta al di sopra della politica e serve la società nel suo complesso.

Di fatto le scuole erano trasformate in nient’altro che strumenti del dominio di classe della borghesia. Esse erano completamente imbevute dello spirito borghese di casta. Il loro scopo era quello di fornire ai capitalisti, obbedienti lacchè e abili lavoratori.

La guerra ha mostrato che le meraviglie della tecnologia moderna sono state usate come mezzo per sterminare milioni di operai e per creare favolosi profitti per i capitalisti, che con la guerra stanno facendo fortune... Noi diciamo che il nostro lavoro nel campo dell’educazione è parte della battaglia per rovesciare la borghesia».

Nel febbraio 1921, tra le Direttive del CC ai comunisti del Commissariato del popolo all'Istruzione pubblica, si diceva che «La sezione della scuola unica del lavoro e, in particolare, la direzione dell’insegnamento professionale, debbono dedicarsi con maggiore impegno ad attrarre più largamente e sistematicamente tutti i tecnici e gli agronomi all’insegnamento tecnico-professionale e a quello politecnico, e, parallelamente, a utilizzare ogni stabilimento industriale o agricolo più o meno organizzato (sovkhoz, centro agricolo sperimentale, azienda modello, ecc., centrali elettriche, ecc.).

Le forme e le modalità dell’utilizzazione delle imprese e degli stabilimenti per l’istruzione politecnica debbono essere stabilite d’accordo coi relativi organi economici, in modo da non turbare il normale corso della produzione».

Un secolo più tardi, in Italia (ma non solo) gli studenti vengono semplicemente e direttamente gettati in pasto agli ingranaggi (troppo spesso, purtroppo, non solo in senso figurato) della produzione, in base a un sistema che intende fare, dell’intera vita, una fabbrica di proprietà privata.

Ancora in URSS, una risoluzione del VKP(b) del 1925, al paragrafo sui “Compiti immediati per i rapporti tra istituti superiori e produzione”, stabiliva che «l’obiettivo principale degli istituti consiste nella preparazione dei lavoratori all’attività pratica, alla produzione nel senso ampio della parola in tutti i settori. Per questo, tutta la struttura educativa e la vita degli istituti deve essere legata quanto più strettamente alla pratica...

L’attività teorica, l’esercizio pratico all’interno dell’istituto e il lavoro nella produzione devono essere strettamente legati. La pratica produttiva dello studente deve costituire elemento integrante del piano didattico degli istituti».

La risoluzione raccomandava di sopperire ad alcune deficienze, quali una «non corretta distribuzione degli studenti, un insufficiente computo della loro attività, un non corretto utilizzo degli studenti da parte dell’impresa, ecc. Il programma di lavoro degli studenti deve essere messo a punto in anticipo dai funzionari tecnici dell’impresa e dagli insegnanti degli istituti».

Si diceva inoltre che l’attività pratica dovesse servire innanzitutto a far comprendere allo studente ambiente e condizioni in cui avrebbe lavorato; ad esempio, gli istituti industriali dovevano porsi l’obiettivo che «lo studente comprenda le condizioni degli operai, il loro essere, la loro organizzazione, ecc., in modo da poter correttamente valutare e considerare il loro lavoro, comprendere gli aspetti economici del dato settore industriale».

Ma, soprattutto, eseguendo un determinato lavoro nell’impresa, «lo studente deve porsi quale obiettivo principale, quello di familiarizzarsi con i comparti fondamentali per la sua specializzazione e coi più basilari processi di produzione».

Anche lo studente italiano di oggi, assoggettato ai dettami della “buona scuola”, deve familiarizzarsi in anticipo, deve abituarsi, già nel periodo della propria formazione, alle condizioni di servaggio cui verrà incatenato dopo la scuola.

Il massimo che gli verrà prospettato potrà esser quello di elevarsi a livello di tecnico, messo là a controllare la rispondenza di ritmi, disciplina e manovre ripetitive degli operai, alle esigenze del profitto privato del borghese.

Nel 1927, incontrandosi con una delegazione di operai americani, Stalin metteva in evidenza come, a differenza dell’ordinamento capitalista, in cui lo stimolo fondamentale è il profitto, in URSS l’incentivo fosse dato dal fatto che le fabbriche appartengono agli operai e la stragrande maggioranza delle fabbriche è diretta da operai, che in ogni fabbrica ci fosse un comitato operaio che controllava il lavoro dell’amministrazione.

Inoltre, diceva Stalin, i proventi industriali non vanno ad arricchire i singoli, ma servono ad allargare la produzione, a migliorare la situazione degli operai e a diminuire il prezzo dei prodotti industriali, all’allargamento del mercato interno.

E gli studenti andavano in fabbrica per meglio entrare in simbiosi con il corso generale del lavoro e dello sviluppo socialista, della produzione orientata al benessere collettivo e non studiata per incrementare il profitto privato.

Gli studenti spediti oggi nelle imprese industriali private, a lavorare “a costo zero” per ingrassare il portafoglio del padrone e “apprendere il sapere” dello sfruttamento privato, sembrano incarnare, loro malgrado, ciò di cui parlava Marx a proposito dell’ideale di ogni singolo capitalista, il cui sogno sarebbe che i “propri” operai lavorassero gratis – come appunto, oggi, gli studenti della “buona scuola” – mentre quelli del capitalista concorrente guadagnassero di più, per comprare i suoi prodotti, che altrimenti rimarrebbero invenduti.

In Unione Sovietica, la spinta data nel 1929 all’industrializzazione accelerata («Siamo in ritardo di 50-100 anni sui paesi sviluppati. Dobbiamo coprire questa distanza in dieci anni. O lo facciamo, o ci calpesteranno», dirà Stalin nel 1931) dette un ulteriore e fondamentale sviluppo al rapporto tra attività lavorativa e istruzione.

Ma la corsa era già iniziata anni prima, con la massiccia apertura di istituti di qualificazione di fabbrica: al 1926, il 54% degli operai aveva ricevuto una qualificazione, il 26% era semi-qualificato e solo il 20% non aveva qualifica.

Nel 1918 il 65% di operai era alfabetizzato, nel 1926 lo era l’84% e nel 1939 era liquidato l’analfabetismo tra gli operai. In due pjatiletke, gli istituti di fabbrica diplomano 2 milioni di operai qualificati; nel 1936-1939, 15 milioni di operai e figli di operai accedono agli istituti tecnici.

La pratica dello “šefstvo”

Un corollario dell’ampio spettro di particolarità nel sistema educativo sovietico, praticamente fino a quasi tutti gli anni ’80, consisteva nella pratica del cosiddetto “šefstvo”: dal francese Chef – capo, boss, ecc.

A lato del forte impegno statale per l’istruzione – per fare un esempio, il bilancio stanziava 37.700 milioni di rubli nel 1946, contro 580.000 mln nel 2016; ma, nel 2016, si trattava del 3,6% dell’intero budget statale, mentre nel 1946 era il 12,3%, ad appena un anno da una guerra costata 27 milioni di morti e la distruzione di 1.700 grandi città e oltre 70.000 paesi e villaggi – lo “šefstvo” consisteva in una sorta di sostegno permanente di natura economica, culturale, politica, ecc., prestato a un soggetto pubblico, un’organizzazione, un settore sociale, economico, culturale più debole, da parte di un soggetto più forte. Anche nel campo dell’istruzione.

Grosso modo funzionava così: ogni scuola o istituto superiore faceva capo (nell’ultimo periodo sovietico, la cosa aveva più carattere formale, che effettivo) a un complesso industriale, una fabbrica, un’impresa; queste fornivano mezzi e sostegno finanziario e, in cambio, gli studenti del dato istituto vi lavoravano per qualche settimana nelle vacanze estive, ricevendone opportunità di specializzazione. Un amico moscovita, poi laureato in materie umanistiche, negli anni ’70 ebbe l’opportunità di ricevere un diploma di assemblatore. Come?

Aveva frequentato una scuola superiore che faceva capo a un’azienda di sistemi radio, cablaggio ecc.; i tecnici dell’azienda fornivano assistenza per le diverse esigenze elettriche o elettroniche della scuola, e gli studenti partecipavano ai corsi offerti dall’azienda. In attesa di essere ammesso all’Università, in sei mesi egli si era specializzato nell’azienda.

Nei periodi di più intenso lavoro stagionale nei kolkhoz e sovkhoz, studenti e operai (una determinata impresa industriale poteva esercitare lo “šefstvo” nei confronti di un ente agricolo) andavano nei campi a dar man forte ai kolkhoziani per i raccolti, mantenendo lo stipendio scolastico e il salario.

Peculiari in URSS fino agli anni ’30, erano state anche le cosiddette “rabfak” (rabočij fakul’tet: facoltà operaia), che consentivano poi l’accesso di operai e contadini all’Università senza esame di ammissione.

Nell’anno accademico 1932-’33 erano operanti oltre un migliaio di “rabfak”, con circa 350.000 studenti. Negli anni, presero sempre più campo le “rabfak” serali, più accessibili per gli operai, che rimanevano così «legati alla vita produttiva, socio-politica, professionale della propria fabbrica... mentre le “rabfak” diurne perdevano di significato, man mano che i figli di operai e contadini ricevevano l’istruzione in scuole di 7-9 anni, sufficienti per l’accesso all’Università».

Più o meno attive fin quasi agli anni ’70 furono anche le Scuole di apprendistato in fabbrica (Škola fabrično-zavodskogo obučenija) in cui giovani di 16-18 anni di età provenienti da scuole primarie, venivano formati per lavori legati a edilizia, estrazioni minerarie e petrolifere, metallurgia, ecc.

Poi, con quello che le Izvestija, nell’aprile 1994 definivano «la completa privatizzazione dell’istruzione in Russia», le conquiste del periodo sovietico man mano finivano e cominciava l’epoca dei licenziamenti di migliaia di operai, della distruzione di interi comparti industriali, della privatizzazione dei rimanenti, della svendita per qualche milione di dollari di complessi produttivi che valevano decine di miliardi, dei salari arretrati per mesi e mesi, ecc.

L’epoca in cui i figli degli allora nuovi-russi e di molti odierni alti funzionari e politici venivano spediti in costosissimi college britannici o americani. Finivano le “facoltà operaie”, le scuole di fabbrica; anche lo “šefstvo” scompariva e i singoli fantasmi che ne rimangono servono solo a qualche mecenate a farsi réclame, elargendo doni agli asili per figli di funzionari.

Prendeva il via una “variante russa” di quello che Disoteo definisce il «processo di aziendalizzazione e di controllo della scuola da parte delle aziende private».

Da noi, si è avuta la sfacciataggine di parlare di quella oscenità chiamata “alternanza scuola-lavoro” come del necessario periodo di “acclimatazione” del giovane al suo futuro lavoro. Più esatto dire: alle condizioni di lavoro salariato; per di più, con periodi “nella produzione” in cui anche il salario – per dirla ancora con Marx: la piccola parte della giornata lavorativa retribuita – finisce in tasca al padrone.

Si dice spesso che il lavoro sottopagato, o, in questo caso, non pagato per niente, sia sfruttamento. In realtà, tutto il lavoro salariato è sfruttamento: sfruttamento della forza-lavoro per l’accumulazione del capitale.

Il lavoro non pagato è medioevo. Per rimanere ancora ai paragoni con URSS e Russia, puzza tanto di quelle forme di prestazioni obbligatorie gratuite del servo della gleba “liberato” (liberato formalmente nel 1861) di cui parlava Lenin, scrivendo nel 1912 sulla situazione agraria nella Russia zarista, in cui il debole sviluppo capitalistico nelle campagne della “riforma” di Pëtr Stolypin, era frenato dai residui feudali, ancora in larga parte presenti.

Ecco, le “baršine” (corvée) gratuite obbligatorie del piccolissimo contadino “liberato”, costretto a pagarsi i 5-7 ettari di terra concessigli con la “liberazione”; le “baršine” a vantaggio del grosso latifondista che possedeva 2.000 o 20.000 ettari; le “otrabotki”, le prestazioni d’opera (a saldo di mutui o affitti, ecc.) del piccolissimo contadino russo di fine 1800-inizi 1900 sui terreni del proprietario terriero, paiono un grosso passo avanti rispetto al lavoro gratuito in fabbrica degli studenti.

Corvée e prestazioni d’opera, almeno formalmente, andavano a compensare qualche misericordiosa elargizione del “grazioso signore”. La “buona scuola”, dettata dal “grazioso padrone” e codificata dallo “Stolypin” rignanese, elimina anche quella finzione.

In tale sistema economico, quale quello russo del dopo-riforma di Stolypin, scrive Lenin, i minuscoli “appezzamenti” contadini costituiscono un «metodo per fornire al proprietario fondiario mano d’opera, e non solo mano d’opera, ma anche attrezzi, che, per quanto miserabili, servono a lavorare la terra dei proprietari terrieri».

Nuovi metodi sperimentali di lavoro e di formazione possono esser proposti o imposti dai più disparati governi: basta intendersi su quale classe quei governi intendano servire.

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05/02/2022

Bombardare il quartier generale!

Uno spettro si aggira nell’Italia della pacificazione sociale. È lo spettro degli studenti.

Non capita tutti i giorni che le contraddizioni macinate da un modello sociale ed economico basato sullo sfruttamento opprimano il “mondo di sotto” a un punto tale che il potere dominante, e la classe che ne incarna gli interessi, vadano in difficoltà tale da poterne perdere il controllo.

Non capita specialmente in questa parte del mondo, quello che i grandi media chiamano “occidentale”, tanto opulento quanto ingabbiato in una narrazione da “miglior mondo possibile”, “esportatore di democrazia” o di “valori di civiltà superiore”.

Non capita perché la capacità padronale di smorzare e ricucire le fratture che affiorano nella società possono contare su un’esperienza di almeno due secoli pieni, strutture di repressione ben equipaggiate, organismi di rappresentanza complici e apparti di comunicazione addestrati alla menzogna sistematica.

Non capita tutti i giorni. Ma ci sono momenti in cui il tappo salta, o rischia di farlo, e un pezzo di quel mondo di sotto riconosce immediatamente il suo nemico di classe, si organizza in cordoni e caccia via dalle proprie strade il padrone, truccato da amico.

Ieri, gli studenti e le studentesse di più di 40 città del paese hanno riempito le piazze per alzare la propria voce contro un governo sordo quando vuole, cieco quando serve, assassino per inclinazione.

E lo hanno fatto dopo che per un autunno intero, soprattutto (ma non solo) nella città di Roma, gli studenti hanno espresso il loro malessere con occupazioni a raffica, richieste di dialogo cadute nel vuoto, interviste ai giornali rimaste nei cassetti redazionali.

Per tutta risposta hanno ricevuto manganellate ai picchetti, denunce dalle questure e sospensioni impartite dagli uffici dei presidi-manager.

Nel Lazio, per esempio, in autunno il rappresentante di questi ultimi ha chiamato alla “spiata” e all’”isolamento dei facinorosi”. Non capendo che tali facinorosi, o gli “infiltrati” nelle parole della Lamorgese (subito bacchettata anche dal Pd, dopo mesi passati in sua difesa in funzione anti-Salvini) non esistono, perché ad alzare la voce è un’intera generazione, non disposta a farsi dividere in buoni e cattivi.

Se divisione deve esserci, questa invece è tra chi si spende per far sì che il movimento studentesco cresca ed esprima un livello di conflittualità politica adeguata al momento e chi questo spirito ribelle e di lotta vorrebbe annacquarlo, renderlo compatibile con lo status quo, normalizzarlo nella merda odierna.

Due anni di pandemia gestita come peggio non si poteva, DaD a caso senza assicurare il diritto allo studio a tutti i ceti sociali, scaglionamenti come se la scuola fosse un centro commerciale, isolamento totale dello studente dall’istituzione scuola, con gravi ripercussioni psicologiche e formative.

Poi la morte del giovane Lorenzo, 18 anni, buttato dai banchi di scuola dentro a una fabbrica, morto sul lavoro mentre avrebbe dovuto formarsi sui libri. E una ripresa – siamo a gennaio 2022 – che ricorda tanto quella di settembre 2020, nell’incapacità del governo di pensare una soluzione che fosse una.

La misura è colma, ancora manganellate per studenti e studentesse, da Napoli a Torino, passando per Roma e Milano. Stavolta finiscono in prima pagina con il viso insanguinato, ma senza piangere, capendo il livello dello scontro e individuando la barricata su cui costruire il campo di lotta.

Sull’alternanza scuola-lavoro non può esserci discussione. Va abolita. Punto.

Ma la comprensione cresce, non è più un problema specifico (non lo è mai stato, in fondo), è una questione di modello scolastico, di visione del mondo, di come stare insieme. Di organizzare la società del futuro.

L’Opposizione Studentesca d’Alternativa, una delle organizzazione più attive in questi mesi, allora si unisce al corteo operaio di Livorno del 29 gennaio, rilancia sull’unione delle lotte, scandisce le parole d’ordine guida che saranno assunte dal neonato “Movimento la Lupa” di Roma, sulla scia delle 60 occupazioni autunnali: contro il governo Draghi, per la fine della scuola-azienda made in European Union e le dimissioni del ministro Bianchi.

E così, succede che su quest’onda, ieri mattina a Roma, 5 mila studenti e studentesse si rimettono sulla strada, pronti ad arrivare al Miur e urlare la propria rabbia: “è tempo di riscatto” si legge sullo striscione; “è finito il tempo della mediazione”, si vocifera tra le fila dei cordoni.

Quando la notizia che la Rete degli Studenti Medi, giovanile di movimento della Cgil, che nessun ruolo ha avuto nelle proteste di fine 2021, ha ottenuto un incontro col ministro, aggirando totalmente le altre organizzazioni presenti, esplode la rabbia della piazza.

Che caccia via l’organizzazione e urla ai megafoni la fine di ogni spazio di manovra per chiunque tenti di sgonfiare dall’interno la possibilità di cambiamento radicale portata in dote dal movimento.

Una mattonata nello specchio delle falsità, un fatto politico che rompe verticalmente a sinistra i cordoni della concertazione (45 anni esatti dopo la cacciata di Lama dalla Sapienza, nella speranza che la mobilitazione valichi anche i cancelli universitari).

“Bombardare il quartier generale”, faceva scrivere Mao Zedong sui muri della Cina nell’agosto del ’66, lanciando l’offensiva a chi voleva soffocare “il nascente movimento della grande rivoluzione culturale proletaria”.

Con le debite proporzioni, sgomberare il campo da ogni dubbio su chi è dalla parte degli studenti e degli sfruttati e chi patteggia con il padrone è la missione odierna del movimento studentesco.

L’assemblea nazionale della Lupa che si tiene oggi e domani, a cui hanno aderito decine di realtà studentesche da tutto lo stivale, oltre a rilanciare le parole d’ordine contro il governo Draghi, ha anche questo obiettivo.

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29/01/2022

La rabbia degli studenti in piazza. Corteo a Roma. Manganellate a Torino, Napoli, Milano

Sono scesi in piazza in tanti per chiedere giustizia per Lorenzo Parelli, lo studente diciottenne morto sul lavoro durante uno stage.

A Roma, dove domenica la polizia aveva manganellato gli studenti al Pantheon, una grande corteo è partito da Piazza Esquilino riempiendo via Cavour. Diversamente a Napoli gli studenti sono andati a protestare nuovamente sotto la Confindustria lanciando vernice e al grido di “assassini”. Ma qui, come avvenuto nella mattinata a Torino e poi a Milano, la polizia ha usato nuovamente i manganelli. Anche a Milano gli studenti intendevano raggiungere, significativamente, la sede della Confindustria.

“Attendiamo giustizia, ci devono dire quello che è successo: non accusiamo nessuno ma non faremo sconti”. Ha affermato il padre di Lorenzo Parelli.

“La tragica morte di Lorenzo Parelli, studente di 18 anni, avvenuta mentre stava partecipando ad un percorso scolastico professionalizzante sembra aver riaperto, per il momento, il dibattito sul ruolo della scuola pubblica nel nostro paese e, in particolare, sul tema dell’alternanza scuola-lavoro, oggi denominata PCTO.” Denunciano gli studenti. “La realtà però che abbiamo vissuto anche sulla nostra pelle è che l’unico obiettivo che questi percorsi professionalizzanti si pongono è quello di disciplinare i giovani e di abituarli fin da subito all’obbedienza, alla precarietà e ad un futuro fatto di miseria lavorativa. Se poi nel frattempo qualche studente rimane ferito o addirittura perde la vita, allora sono incidenti di percorso. Non ci interessa in alcun modo coltivare l’illusione di poter dare un volto umano a tutto ciò, ci uniamo alla lotta di chi senza mezzi termini costruisce concretamente l’alternativa smascherando la funzione ideologica dei progetti di alternanza scuola-lavoro e risponde sullo stesso piano affermando un rifiuto netto a questo strumento.”

Sabato 5 febbraio gli studenti si riuniranno in una assemblea nazionale, convocata prima della morte di Lorenzo Parelli, e faranno il punto su una mobilitazione partita dall’occupazione di 55 scuole a Roma a dicembre 2021 che sta mettendo in campo una agenda politica su tutto il mondo della formazione. La “Lupa” come si autodefinisce questo movimento studentesco e giovanile, questa volta sembra proprio essere uscita dalla gabbia in cui avevano provato a chiudere le nuove generazioni.

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25/01/2022

Piccolo contributo al ragionamento sull’alternanza scuola-lavoro

di Pietro Cataldi, docente presso l'Università per Stranieri di Siena

1. Gran parte dei lavori (soprattutto manuali) si imparano rapidamente nella loro specificità, e dunque ha poco senso un contatto precoce con essi.

2. La rapida trasformazione delle forme di lavoro rende questo contatto spesso ancora più inutile.

3. Il tempo sottratto alla formazione di base è invece un sicuro danno alla formazione di cittadini/e di un mondo complesso.

4. C’è poi un’ideologia implicita sottesa all’alternanza: la subordinazione della formazione scolastica al mondo del lavoro, mostruosa perversione dei fini formativi (la scuola forma persone e cittadini/e, che saranno anche lavoratori/lavoratrici).

5. L’alternanza abitua allo sfruttamento perché è lavoro non retribuito, ed è dunque diseducativa.

6. La mancanza di lavoro e la sua precarizzazione rende l’alternanza una beffa: simula una centralità del lavoro come valore anziché come variabile del profitto.

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L’alternanza scuola-lavoro e le mille facce dello sfruttamento

21 gennaio 2022: uno studente di 18 anni è morto sul lavoro, in una fabbrica. Quello che può sembrare l’incipit di un enigma, di un indovinello, è in realtà la cruda realtà. Una realtà spietata e ingiusta, fatta di molteplici antagonisti e tante vittime protagoniste, lavoratori presenti e futuri, immolati sull’altare del profitto.

Lorenzo stava lavorando in fabbrica nell’ambito della famosa “Alternanza Scuola-Lavoro”. Lavorare non dovrebbe essere il termine da usare, perché Lorenzo era uno studente e in fabbrica avrebbe dovuto – in teoria – migliorare la sua formazione, non lavorare, ma è il termine adatto a questa vicenda. Alla sua e a quella di tanti altri studenti che si trovano dove non dovrebbero.

Introdotta dal Governo Renzi nel 2015 nell’ambito della riforma denominata “Buona Scuola”, l’Alternanza Scuola-Lavoro viene spacciata come un mezzo per favorire l’approccio dei giovani al mercato del lavoro, migliorarne l’occupabilità, aumentarne le competenze, ridurne il rischio di disoccupazione. Le menzogne e l’approccio classista trasudano da tutti i pori e ci conducono a riflessioni che coinvolgono la scuola, il mercato del lavoro e il funzionamento di un’economia capitalistica in toto.

Potremmo, ad esempio, iniziare con una domanda. È supportata dall’evidenza empirica e teorica l’idea che fornire i giovani di specifiche competenze (invece che garantire loro una formazione ad ampio spettro) ne incrementi le chance occupazionali? La risposta, in questo caso, non può che essere netta: no! Attribuire la disoccupazione alla scarsa occupabilità dei lavoratori a causa di particolari caratteristiche individuali e di una formazione non adeguata, perché non in linea con le esigenze del mercato del lavoro, è una reclame che viene ripetuta a tambur battente da media e politici di ogni razza. Lo abbiamo sentito dire a riguardo del Reddito di Cittadinanza, quando si accusavano i giovani di essere schizzinosi e di preferire la nullafacenza a certi tipi di mestieri ritenuti troppo faticosi; abbiamo sentito dire al ministro Cingolani che una scuola moderna avrebbe dovuto fornire competenze tecniche invece che indugiare, con presunto accanimento, nello studio delle Guerre Puniche. Abbiamo addirittura sentito esponenti di Confindustria scrivere ai genitori per sconsigliare l’iscrizione dei figli ai licei. E poi abbiamo a più riprese smentito punto per punto questa retorica: quanti posti di lavoro esistono in un dato momento, in una data economia, dipende da quanto questa economia sia in grado di spendere, cioè di quanti beni e servizi essa domandi. Ma quanti beni e servizi vengono domandati dipende da quanto lo Stato si impegna in consumi ed investimenti e anche da quanto decidono di consumare i lavoratori. Data questa premessa, è gioco facile comprendere come mai in Italia i livelli di occupazione e anche le posizioni richieste dalle imprese sono incredibilmente basse: avanzi primari e austerità caratterizzano la politica economica da decenni stringendo i cordoni della spesa pubblica; salari stagnanti e tra i più bassi d’Europa, come certificato anche dal drammatico numero di lavoratori poveri, sono un limite ai consumi.

Vi è poi un portato particolarmente odioso di questa retorica, delle varie riforme della scuola e dell’Alternanza Scuola-Lavoro. Un portato classista che si concretizza nella volontà di mantenere inalterate, di generazione in generazione, le condizioni sociali di partenza. Così, se nel 1962 è stato abolito l’avviamento professionale, un percorso di formazione esclusivamente votato ad “imparare un mestiere”, con il tempo sono state reintrodotti canali di istruzione molto simili. Si tratta dei cosiddetti percorsi di Istruzione e formazione professionale (IFP), vale a dire percorsi di formazione alternativi ai licei o agli istituti tecnici nei quali gli studenti sono impegnati, tra le aule e le aziende, nell’apprendimento di una specifica professione. Un percorso più breve che non consente automaticamente l’accesso all’Università. Un percorso che mira, dunque, sin dalla prima adolescenza, a formare non cittadini, ma lavoratori adatti e pronti a soddisfare le sole esigenze delle imprese.

Se nei licei e negli istituti tecnici l’Alternanza Scuola-Lavoro si concretizza, in gran parte dei casi, in progetti di approfondimento votati al conseguimento di “competenze trasversali”, nei centri di Istruzione e Formazione Professionale l’alternanza è un termine quanto mai cogente. Gli studenti, di fatto, si alternano tra la frequenza dei corsi e il lavoro, non retribuito. A cosa si riduce, dunque, l’Alternanza Scuola-Lavoro? A fornire manodopera gratuita alle imprese. A creare una massa di sfruttati non remunerati, oggi, che diventeranno sfruttati malpagati domani.

Oltre al danno, la beffa. Tra i luoghi meno sicuri in Italia, ci sono proprio i posti di lavoro. Le cronache e le statistiche su lavoratori morti e/o coinvolti in incidenti sono spaventose. Secondo l’INAIL, muoiono in media 3-4 lavoratori al giorno, più di mille all’anno, più di 500 mila gli infortuni. Una strage.

Una strage di lavoratori, siamo partiti da lì, immolati sull’altare del profitto. Cos’è il profitto? La differenza tra i ricavi (ossia le entrate) e i costi (ossia le uscite). E cosa rappresentano per i capitalisti le norme per la sicurezza? Un costo, un costo che va abbattuto, un costo che va evitato. È così che non si fa la manutenzione dell’impianto o che addirittura si manomettono i macchinari per velocizzare i ritmi di lavoro. È così che, dietro la menzogna della formazione, si mandano in fabbrica o all’autogrill adolescenti che, dismessi i panni degli studenti, diventano a tutti gli effetti lavoratori non retribuiti.

Una politica piegata agli interessi del profitto fa il resto: da un lato, la progressiva privatizzazione dell’istruzione, asservita sempre di più all’interesse delle imprese, di cui la Buona Scuola e l’Alternanza Scuola-Lavoro non rappresentano che un tassello apicale; dall’altro la precarizzazione del lavoro che toglie diritti e spesso espone i lavoratori, senza tutele, a mansioni pericolose. Come se ciò non bastasse, per far quadrare i conti, ottemperare alle regole europee e rispettare i vincoli di bilancio, nel 2019 si tagliarono addirittura i finanziamenti all’INAIL, ben 410 milioni in meno al fondo anti-infortuni: l’austerità sulla pelle dei lavoratori, nel vero senso della parola.

Ecco, dunque, che il doloroso episodio di Lorenzo dismette i panni del tragico evento e appare come elemento perfettamente integrato nella logica dello sfruttamento del lavoro che diventa via via sempre più pervicace. Come hanno ben chiaro i ragazzi che si sono immediatamente mobilitati a Roma – prendendosi anche una dose di manganellate addosso – per manifestare contro il contesto che ha generato il tragico episodio, Lorenzo è stato vittima di un sistema che non solo sfrutta, ma prepara allo sfruttamento, educa ad essere sfruttati.

Un sistema nel quale i diritti diventano privilegi. Il privilegio di studiare, il privilegio di avere un lavoro stabile, il privilegio di ricevere un salario adeguato. Un sistema scientemente costruito da anni di politiche liberiste, contro il quale si fa sempre più cogente la costruzione di un fronte di lotta su larga scala.

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22/01/2022

L’alternanza non è formazione, è sfruttamento e morte!

Lorenzo Parelli, studente di 18 anni frequentante l’istituto Bearzi, è morto ieri intorno alle 14:30 colpito da una putrella in un capannone della Burimec, azienda metalmeccanica alle porte di Udine, mentre si apprestava a concludere l’ultimo giorno di alternanza scuola-lavoro.

Un evento disastroso, tutt’altro che isolato e tuttavia non affrontato in questo maledetto paese, se non nel momento immediato del cordoglio di quel mondo politico (dalla destra al centrosinistra parlamentare) e sindacale (Cgil-Cisl-Uil) complice dell’apparato confindustriale dello smantellamento degli istituti di tutela dei lavoratori e delle lavoratrici, nella contrattazione così come nei luoghi di lavoro.

Ma la scomparsa di Lorenzo porta con sé un elemento in più, perché questo ragazzo non era un lavoratore: era uno studente.

Che ci fa un diciottenne che ha deciso di diplomarsi (e chissà, magari di fare anche l’università) in una fabbrica? Che ci fa un ragazzo alle 14:30 ancora fuori di casa, peraltro neanche con lo zaino in spalla? Che ci fa un non lavoratore, non retribuito, non tutelato, in un’azienda metalmeccanica?

Le risposte a queste domande vanno cercata nell’alternanza scuola-lavoro e nella “caccia al profitto a tutti i costi” del mondo padronale.

Il primo è un provvedimento approvato del governo Renzi (targato Pd) nel 2015 all’interno del pacchetto della “Buona scuola”. Non ci si lasci ingannare dalle parole del ministero dell’istruzione, quando definisce l’alternanza “un’esperienza formativa che unisce sapere e saper fare, orienta le aspirazioni dei giovani e apre la didattica al mondo esterno”.

L’alternanza è piuttosto lo sfruttamento della forza lavoro che entra nei banchi di scuola, è la messa a disposizione di giovani studenti costretti al lavoro a costo zero a favore delle imprese (ma anche dello Stato), è l’introiezione di un futuro fatto di lavoro povero nelle generazioni di domani, è uno degli attacchi alla formazione e all’educazione dei ragazzi e delle ragazze della nostra penisola. Da ieri, è anche causa di morte. E come tale va abolita!

È, in definitiva, l’ennesimo strumento tramite cui il mondo padronale cerca di ricacciare la crisi dei profitti che ciclicamente, senza possibilità di scampo, si trova da affrontare. E nello sfruttamento di ogni possibile essere umano (così come di ogni risorsa naturale), se qualcuno muore “pazienza”, secondo le parole di Domenico Guzzini, presidente della Confindustria di Macerata. Un confindustriale, un padrone, un nemico, tra gli altri.

L’alternanza non è formazione, ma è sfruttamento lavorativo e sfondamento ideologico e nel capitalismo lo sfruttamento e la menzogna uccidono.

L’anno scorso sono stati circa 1500 i morti sui luoghi di lavoro, più di 15mila nel decennio, una strage tutt’altro che “bianca” che ha dei responsabili precisi: l’alleanza politico-confindustriale alla guida del paese da sempre nella storia repubblicana, oggi pienamente incarnata nella figura di Mario Draghi e nella compattezza di tutte le forze parlamentari nel sostenere il processo di integrazione europeo.

A 18 anni, Lorenzo e tutti gli altri studenti dovrebbero stare a scuola, in edifici degni di questo nome, con insegnati coscienti del proprio ruolo, formati e ben pagati, assistiti da personale tutelato e retribuito a dovere e dovrebbero poter scoprire e coltivare i propri talenti, a prezzi accessibili per tutte le fasce di reddito, per metterli a disposizione nella costruzione di una società più giusta.

L’istruzione del paese non garantisce niente di questo e nei due anni di pandemia tutti i nodi sono venuti al pettine.

Solo negli ultimi mesi, il ministro Bianchi e il governo Draghi hanno dimostrato tutta la loro noncuranza della voce che si è alzata soprattutto dalle scuole romane con l’ondata di occupazioni e la mancanza di volontà politica nell’affrontare il rientro scolastico, considerando i bisogni di sicurezza e garanzia di apprendimento degli studenti e del personale.

Ieri sera, gli studenti dell’Osa hanno fatto subito a un presidio sotto il Miur, con un’indicazione di lotta precisa: “quello di oggi è un omicidio i cui mandanti sono le aziende, interessate solo al profitto e non alla sicurezza dei lavoratori, ma di cui anche il Governo Draghi e il Ministro Bianchi sono responsabili”.

E che non si dica che non l’avevano detto per tempo, i tanto vituperati “giovani d’oggi”, come dimostra l’attacco in diretta tv portato da Giulia in collegamento da una piazza degli studenti contro Matteo Renzi proprio sulla “Buona scuola”, subito cassato dalla conduttrice Myrta Merlino. Altre piazze sono attese in questo fine settimana.

La realtà è che le nuove generazioni, così come la classe lavoratrice, le si vorrebbero silenziose, ubbidienti e laboriose.

Ma la storia ha dimostrato che quando questi due soggetti riconoscono il reciproco stato di sfruttamento a cui sono sottoposti e individuano il nemico storico della loro emancipazione, allora comincia la lotta. E senza lotta non c’è cambiamento.

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26/06/2019

Olimpiadi invernali e Modello Milano, un altro passo verso disuguaglianza e devastazione del territorio


Le Olimpiadi Invernali nel 2026 si terranno a Milano e Cortina. Il sindaco Sala e il governatore Fontana esultano, ed esultano anche molti cittadini sui social a quanto ci viene raccontato.

Noi invece ci chiediamo cosa vorranno dire queste Olimpiadi nella città del Modello Milano, nella città dei progetti urbanistici faraonici e di impatto, nella città del benessere, il capoluogo di provincia più ricco di Italia, la città che con la sua provincia produce un valore aggiunto che sostanzialmente doppia quello delle altre provincie del Nord Italia, anche di quelle che costituiscono le zone del paese dove si gode di maggior benessere, come mostra una recente ricerca di PaP.

Che cosa significhino queste Olimpiadi in una città dove per vivere bene è necessario guadagnare circa il doppio di quello che i dati ci dicono essere lo stipendio minimo nazionale (1.570 euro al mese, secondo i dati dell’osservatorio Jobpricing).

In molti altri contesti abbiamo denunciato come dietro il cosiddetto Modello Milano ci sia in realtà un intreccio di interessi economici che hanno a che fare con le aree dismesse (ex scali ferroviari, ippodromi, patrimonio pubblico dismesso o in dismissione, ultimo caso è quello dell’accorpamento degli ospedali San Paolo e San Carlo), con un’urbanistica preda di interessi privati spacciati per interessi pubblici, con gli investimenti di multinazionali e fondi di investimento internazionali. Interessi che coinvolgono, peraltro, le organizzazioni criminali e la ‘ndrangheta in particolare, infiltrata nello smaltimento rifiuti, nel movimento terra e soprattutto nell’edilizia.

Le Olimpiadi invernali sono, a nostro parere, solo un tassello della trasformazione di Milano in città per ricchi e dei ricchi. In linea coi progetti City Life e Porta Nuova, queste olimpiadi produrranno nuove colate di cemento, nuove strutture faraoniche, la cui ricollocazione dopo il grande evento, sarà tutta da vedere, come l’esperienza di Expo insegna.

Il che è sostanzialmente in linea con un altro progetto molto discusso, quello del nuovo stadio, che dovrebbe rimpiazzare il vecchio Meazza, a pochi metri di distanza, caratterizzandosi come luogo di consumo e scambio di merci prima che luogo di sport.

Nella Milano che vuole darsi un’immagine ricca e solidale queste Olimpiadi saranno un altro modo per nascondere le contraddizioni, perché il processo di gentrificazione prosegue, con il suo portato di smantellamento delle reti sociali e di solidarietà, l’espulsione dei ceti popolari dalla città e la trasformazione dei bisogni essenziali e dei servizi in merce.

In una città che sta mettendo i suoi atenei e i suoi centri di ricerca sempre più al servizio del privato, che investe nelle scienze della vita e nelle biotecnologie soprattutto in un’ottica di profitto, si pensi al recente progetto VITAE, un nuovo polo in via Serio, che mescolerà ricerca oncologica, uffici all’avanguardia, ricerca pubblica e privata, in un mix difficile da districare, quest’ennesimo evento vetrina che muoverà soldi e investimenti non supportati da una logica amministrativa realmente al servizio della cittadinanza, non porterà ricchezza e benessere per tutti, ma profitti astronomici per i soliti noti e lavoro precario per molti: non è un caso che il Sindaco abbia già annunciato: “20mila volontari sono già pronti e nessuna città ha il nostro stesso consenso popolare”, nel solco di quella prima esperienza di lavoro gratuito (“ma fa curriculum”!) che è stato Expo e che ha aperto la strada a molte distorsioni, non ultima quella Alternanza Scuola Lavoro che nelle nostre scuole troppo spesso si traduce in lavoro nero minorile.

Quello cui siamo davanti è un intreccio di interessi economici, che vorrebbe concretizzare uno degli obiettivi centrali dell’Unione Europea da Lisbona 2000 in poi: la costruzione di una società della conoscenza competitiva e inclusiva. Ma sappiamo bene che questo obiettivo non è raggiungibile, perché la competitività, la prevalenza delle logiche economiche sue quelle politiche e sociali, la messa a profitto delle dimensioni essenziali della vita umana (la casa, la salute, il lavoro) non possono andare a braccetto con una logica di reale inclusione sociale.

Coloro che solo cinque anni fa si dicevano contrari alle Olimpiadi, in una logica meramente elettoralistica, come la Lega e Salvini stesso, o come i Cinque Stelle, che a Roma hanno a nostro parere correttamente, bloccato la candidatura per le olimpiadi, oggi invece si dicono entusiasti di questa “occasione per Milano e per gli italiani”, in un’ottica che li svela per quello che sono: non amministratori pubblici, non politici al servizio di uno Stato, ma meri gestori di interessi e decisioni che si prendono altrove, nei centri del potere economico e, dal punto di vista politico, fuori dai confini nazionali.

Avremmo voluto che a Milano come a Calgary si ragionasse nei termini di ciò che è meglio per la cittadinanza tutta e infatti la città ha scelto di ritirare la propria candidatura per queste Olimpiadi dopo un referendum popolare, invece rischiamo di trovarci a fare la stessa esperienza di Montreal 2010, dove le Olimpiadi Invernali hanno provocato una devastazione urbanistica e tasse aggiuntive per i cittadini per i 16 anni successivi.

E’ chiaro infatti alle comunità montane quale è l’impatto della costruzione di enormi strutture in alta quota, utilizzate solo in concomitanza dell’evento, e poi abbandonate, insieme a distese di parcheggi e strade in ecosistemi sempre più fragili e compromessi.

L’amministrazione cittadina e regionale vogliono fare di queste Olimpiadi una vetrina, la conferma di Milano come metropoli globale, che della globalizzazione capitalistica sposa tutte le scelte; noi crediamo invece che sarà necessario vigilare e denunciare quanto questa ultima operazione accrescerà ancora le disuguaglianze e le disparità che già governano questa città e questa regione.

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19/10/2018

Studenti in lotta, in piazza il 20 ottobre

Anche noi studenti della Campagna BastAlternanza scenderemo in piazza sabato 20 ottobre per partecipare alla grande mobilitazione nazionale conto il governo giallo-verde e per le Nazionalizzazioni dei settori strategici dell’economia di questo paese.

Sappiamo benissimo cosa si nasconde dietro ai processi di privatizzazioni sfrenate che i governi sia di centrodestra sia di centrosinistra da anni portano avanti. Lo viviamo tutti i giorni sulla nostra pelle.

Le nostre scuole sono state piegate agli interessi delle aziende private, e con loro anche noi ci vediamo costretti in questo processo a regalare la nostra mano d’opera gratuitamente e senza diritti.

L’alternanza scuola-lavoro ha segnato infatti la netta subordinazione della scuola agli interessi delle imprese, che nel concreto creano profitti grazie a questo modello politico.

Ma come ribadiamo da sempre l’alternanza è solo l’ultimo tassello di un grande processo. Basti pensare ai finanziamenti per il pubblico che vengono tagliati da anni e in questo modo i nostri edifici continuano a cadere a pezzi mentre gli istituti privati sono sempre più favoreggiati o a provvedimenti come lo School Bonus.

Come se non bastasse da quest’anno dobbiamo fare i conti anche con la normalizzazione della presenza delle guardie nelle nostre scuole, avvenuta attraverso “scuole sicure” del ministro fascista Salvini, che, seguendo le orme di Minniti e del PD, mira a eliminare ogni spiraglio di conflittualità sociale, anche nei nostri istituti.

La retorica della sicurezza incentrata solo ed esclusivamente sulla sorveglianza e la repressione ci trova del tutto contrari. La scuola neoliberista di oggi è quella che ci vuole precari, flessibili, ma anche sorvegliati e servi.

Il modello politico neoliberista non produce altro che disuguaglianza e impoverimento. La nostra è una volontà di rottura, l’alternativa è, e può essere soltanto rivendicare una scuola pubblica dalla quale i privati non possono trarre profitto. Una scuola pubblica che rimetta al centro dei suoi interessi la formazione degli studenti e non il profitto di pochi, come da anni a questa parte.

Come studenti scenderemo in piazza per lottare contro le privatizzazioni, nella consapevolezza che queste sono ormai estese a tutti i settori strategici del nostro paese: dalle autostrade ad industrie fondamentali come L’ILVA è oggi più che mai urgente riprendere la battaglia per le nazionalizzazioni e il controllo popolare su tutto ciò che ci hanno tolto. Siamo pronti a non fare un passo indietro, insieme ai lavoratori sfruttati e precari che come noi vivono le conseguenze di queste politiche saremo convintamente in piazza a dire che va smantellato questo modello e costruita un’alternativa, conflittuale e di classe.

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15/10/2018

BastAlternanza. Dopo la mobilitazione studentesca del 13

Lo scorso Sabato 13 ottobre gli studenti e le studentesse della Campagna BastAlternanza si sono ritrovati al CPA di Firenze per decidere insieme le tappe di questo autunno caldo e per rilanciare un percorso che poco più di un anno fa ci ha permesso di creare una rete a livello nazionale, costruita sulla necessità di unire le lotte studentesche e intrecciarle con il mondo del conflitto a 360 gradi.

In un paese in cui il nuovo governo auto proclamatosi come il “governo del cambiamento” non sembra invece minimamente intenzionato a distaccarsi dal modello di scuola neoliberista, in cui le conoscenze vengono soppiantate dalle competenze e il modello da seguire diventa il modello d’istruzione tedesco, dove strumenti come quello dell’Alternanza Scuola-Lavoro sono parte di un sistema che si rivela intrinsecamente classista, noi studenti della Campagna BastAlternanza ci prepariamo a costruire l’opposizione.

Opposizione ad un governo che nasconde i suoi intenti regalando briciole mentre fomenta la guerra tra poveri e la repressione delle lotte sociali, ma anche ad una “sinistra” che oggi prova a riunirsi sul nulla e che festeggia come vittoria la diminuzione delle ore di Alternanza, vittima e complice ancora una volta dei paradigmi neoliberisti.

Occorre quindi costruire una risposta che sappia essere alternativa, indipendente e di rottura: inclusiva e orizzontale nella sua costruzione concreta ma chiara e netta nei contenuti.

Per tutti questi motivi, la Campagna BastAlternanza attraverserà con forza la mobilitazione di sabato 20 ottobre, per la nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia di questo paese, nella consapevolezza che oggi, più che mai, è necessario e urgente contrastare l’aziendalizzazione imperante nel mondo della scuola pubblica e l’entrata dei privati in ogni settore dell’istruzione, dalle scuole medie e superiori all’università.

Ma la Campagna BastAlternanza saprà intrecciare le proprie lotte anche con quelle dei migranti e di tutti quei settori della società che vivono sulla pelle il massacro sociale a cui siamo soggetti, proseguendo il percorso all’interno della piattaforma di lotta Fight/Right e continuando il proprio lavoro contro la repressione dei settori conflittuali che si riversa anche all’interno della scuola con decreti come Scuole Sicure.

Ma soprattutto lavoreremo per dare vita a una mobilitazione nazionale di tutto il comparto scuola per reclamare il diritto a volere un modello di scuola diverso, di qualità per tutti, che sappia rendere effettivo il diritto allo studio appianando le differenze sociali, religiose ed economiche. Chiederemo l’abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, delle Invalsi, più fondi per i laboratori e per l’edilizia pubblica scolastica. Vogliamo le guardie e i privati fuori dalle nostre scuole, lottiamo contro lo stra-potere dei presidi. Vogliamo intrecciare la nostra lotta con la lotta di tutti i lavoratori del mondo della scuola, che soffrono, come noi, la condizione di sudditanza a cui siamo costretti.

Ci troverete in ogni scuola, in ogni strada, in ogni quartiere. Se pensate che ci accontenteremo delle vostre briciole vi sbagliate. Basta con i compromessi: quest’autunno ci riprendiamo tutto.

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