Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/06/2026

La gabbia della povertà stringe anche chi ha un lavoro

I dati sulla povertà raccolti sul campo sono più precisi, e drammatici, di quelli ufficiali.

Il Rapporto della Caritas diffuso ieri, disegna meglio di ogni statistica l’allargamento del perimetro di chi, in Italia, è precipitato nella povertà, anche avendo un lavoro.

Nel 2025 i centri di ascolto della Caritas hanno seguito 282.539 persone, in aumento dell’1,7% rispetto al 2024. Il 28,1% è “in carico” da almeno cinque anni, dato più alto dal 2019 a oggi.

Nonostante i dati ufficiali rilevino che l’occupazione sia cresciuta, l’aumento di prezzi e tariffe e il taglio dei sussidi sociali – in primo luogo del Reddito di Cittadinanza – hanno inciso pesantemente sull’aumento della povertà nel paese. Anche se, stando all’Istat, la povertà sarebbe lievemente diminuita.

Secondo l’Istituto di Statistica, nel 2025 la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale – cioè chi si trova in almeno una delle tre seguenti condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale oppure a bassa intensità di lavoro – è scesa al 22,6% (nel 2024 era il 23,1%).

Rispetto all’anno precedente, la quota di individui a rischio di povertà nel 2025 è rimasta stabile (18,6% rispetto a 18,9%), mentre sarebbe diminuita la quota di individui che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (8,2% e 9,2%) ed è aumentata leggermente la quota di coloro che si trovano in condizione di grave deprivazione materiale e sociale (5,2% e 4,6%).

Le persone ascoltate dalla Caritas che risultano povere nonostante abbiano un lavoro, sono passate dal 13,3% del 2015 al 24% del 2025. I lavoratori poveri si avvicinano al 32% nella fascia di assistiti tra 35 e 44 anni. I salari restano “uno degli elementi di maggiore debolezza del mercato del lavoro italiano”, dice il rapporto ricordando che l’Italia ha ancora retribuzioni reali dell’8% più basse rispetto al 2019, mentre Francia, Germania e Spagna hanno vissuto nello stesso periodo una salita del potere d’acquisto. “Il ritardo nei rinnovi contrattuali – si legge – la copertura solo parziale dell’inflazione e alcuni elementi del sistema fiscale e contrattuale hanno contribuito a limitare la capacità di recupero delle retribuzioni”. Il lavoro, quindi, non basta a evitare la povertà.

Un altro dato importante rilevato dal rapporto è che la povertà non è solo economica, ma anche abitativa e sanitaria. Il 22,5% delle persone assistite dalla Caritas risulta essere in grave esclusione abitativa. Quasi 8mila persone non hanno una casa, oltre 500 hanno dichiarato di dormire in macchina. Più della metà degli utenti con un alloggio vive in affitto da privati, quindi non in case popolari.

Secondo la Caritas i bisogni sanitari sono aumentati del 69% ma il rapporto ricorda anche che quasi 5,8 milioni di persone hanno ormai rinunciato alle cure, un aumento netto rispetto al dato del 2023. C’è poi l’aumento della solitudine: se nel 2015 le persone sole erano il 23,8% degli assistiti Caritas, ora sono arrivati al 32,8%.

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18/06/2025

L’Italia è una Repubblica fondata sulla povertà, neanche la beneficienza ci salva

Facciamo una panoramica sullo scenario economico italiano, così come appare dagli ultimi dati che hanno diffuso l’Istat e la Caritas. Nel rapporto appena diffuso da quest’ultima si legge che sono stati 278 mila i nuclei familiari assistiti nel corso del 2024, con un aumento del 3% rispetto all’anno precedente.

Ma la percentuale davvero allarmante è quella che si ottiene in relazione a dieci anni fa: +62%. Nel corso di un decennio le famiglie che sono dovute ricorrere alla benificienza per sopravvivere sono aumentate a migliaia. Oggi, la Caritas afferma che i suoi servizi riescono a raggiungere il 12% dei nuclei in povertà assoluta (oltre 5 milioni e mezzo di persone in Italia).

Un altro dato significativo ricordato dalla Caritas è che è diminuita la quota dei nuovi ascolti, cioè delle persone che cercano per la prima volta l’assistenza dell’ente benefico. Se questo può sembrare un segnale incoraggiante, è in realtà il contrario. Infatti, messo in relazione ai dati appena citati, significa che la povertà per molte persone è ormai una condizione cronica, non il frutto di crisi temporanee.

L’incidenza delle persone a rischio povertà è aumentata anche nel 2024, dal 22,8% al 23,1%. E questo anche perché il lavoro non difende più dal cadere verso l’indigenza. Nella sintesi del rapporto Caritas si legge che “il 16,5% degli operai o figure assimilate sperimenta condizioni di povertà assoluta e complessivamente il 21% dei lavoratori ha un reddito troppo basso per vivere in modo adeguato”.

La Caritas ricorda poi che, a peggiorare pesantemente la situazione, è stato il rincaro dei prezzi sperimentato negli ultimi anni. Anche ora che la fiammata inflazionistica è passata, i costi continuano a crescere mentre i salari aumentano molto più lentamente. Viene poi ricordato che, stando ai dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, dal 2008 al 2024 i salari italiani hanno perso l’8,7% del potere d’acquisto: è il dato peggiore tra tutti i Paesi del G20.

Sempre parlando di inflazione, anche l’Istat ha diffuso le analisi definitive per il mese di maggio. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per tutta la collettività è diminuito dello 0,1% su base mensile, con un incremento su base annuale dell’1,6%, ovvero leggermente meno delle stime diffuse precedentemente. L’ARERA ha inoltre appena certificato che gli italiani sono quelli che pagano le bollette più alte nell’area euro, insieme ai tedeschi.

Eppure, come già successo nel mese precedente, il carrello della spesa – i beni alimentari e quelli per la cura della casa e della persona – al contrario, stanno continuando ad accelerare: da +2,6% a +2,7%. Per esempio, i beni alimentari sono passati da +2,2% a +2,7%. Sono questi gli acquisti che più impattano sui bassi redditi, cronicizzando situazioni di difficoltà economica.

Ovviamente, su tali prezzi ha un forte impatto il costo dei beni energetici, che per ora continua a diminuire, ma che potrebbe risentire a breve gli effetti della nuova incertezza internazionale creata da Israele con l’attacco all’Iran. I prezzi di petrolio e gas sono già aumentati, anche se per ora il balzo in avanti è poi leggermente rientrato. Ma le aspettative non sono delle più rosee.

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20/06/2024

Italia - La povertà è ai massimi storici

Il Report statistico Povertà 2024, pubblicato dalla Caritas, registra un forte peggioramento della situazione italiana nel 2023. Dallo studio si evince che “la povertà oggi è ai massimi storici ed è da intendersi come fenomeno strutturale del Paese“.

Negli oltre tre mila centri di ascolto e servizi informatizzati sono arrivate quasi 270 mila persone, che corrispondono circa ad altrettanti nuclei familiari. Si tratta di un aumento del 5,4%, ma è guardando ai dati dal 2019 che la situazione mostra tutta la sua drammaticità: +40,7%.

Sempre nel rapporto leggiamo che “nel 2023 si abbassa la quota dei nuovi ascolti che passa dal 45,3% al 41,0%. Si rafforzano invece le povertà intermittenti e croniche che riguardano in particolare quei nuclei che oscillano tra il ‘dentro-fuori’ la condizione di bisogno o che permangono da lungo tempo in condizione di vulnerabilità: una persona su quattro è infatti accompagnata da 5 anni e più“.

L’età media di chi chiede aiuto è leggermente aumentata, da 46 anni nel 2022 a 47,2 nel 2023, a conferma che la precarietà si va ormai diffondendo al di là dei confini generazionali. Al solito, è stata registrata un’alta incidenza delle persone con figli, il 66,2%.

“In alcune Regioni l’incidenza dei genitori risulta ancor più elevata, ad esempio nel Lazio (91%), in Calabria (82,2%), Umbria (81,4%), Puglia (80,6%), Basilicata (79%) e Sardegna (75,3%). Se si guarda alle famiglie con minori, queste rappresentano il 55,9% del totale; in valore assoluto si tratta complessivamente di 150.861 nuclei, a cui corrispondono altrettanti o più bambini e ragazzi in stato di grave e severa povertà“.

Come osserva la Caritas stessa, questa povertà si può ripercuotere anche sulle opportunità di formazione e dunque sulle opportunità future di lavoro. Anche se ormai, in Italia, l’aver studiato non significa più automaticamente mobilità sociale, bassi gradi di istruzione peggiorano le prospettive.

“Tra gli assistiti Caritas prevalgono le persone con licenza media inferiore che pesano per il 44,3%; se a loro si aggiungono i possessori della sola licenza elementare (16,1%) e la quota di chi risulta senza alcun titolo di studio o analfabeta (6,9%) si comprende come oltre i due terzi dell’utenza siano sbilanciati su livelli di istruzione bassi o molto bassi (67,3%)“.

È preoccupante poi la situazione della povertà assoluta nei primi anni di età. “Sono proprio i bambini nella fascia 0-3 a registrare l’incidenza più alta di povertà assoluta pari al 14,7% (a fronte del 9,8% della popolazione complessiva). Praticamente oggi, più di un bambino su sette, nell’età 0-3 anni, è povero in termini assoluti, e con loro ovviamente i genitori“.

Infine, viene registrato anche che spesso il problema è anche quello di avere un tetto sulla testa. “Nel 2023 le persone senza dimora sostenute dalla rete delle Caritas diocesane e parrocchiali sono state 34.554, corrispondenti al 19,2% dell’utenza complessiva. Il valore risulta in crescita sia in termini assoluti che percentuali“.

Il quadro italiano peggiora di anno in anno. È il risultato di politiche coscienti da parte dei vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni, politiche che continuano tuttora.

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05/07/2023

Ma quale (decreto) lavoro? Sfruttamento e precarietà, la ricetta del governo Meloni

Pochi giorni fa, con 154 voti a favore, 82 contrari e 12 astenuti, il Parlamento ha approvato la conversione in legge del decreto-legge 48/2023, conosciuto ai più come “decreto Lavoro”. Un decreto che aveva davvero poco in favore dei lavoratori, che era stato vergognosamente presentato il Primo Maggio e che avevamo già commentato a caldo il giorno dopo.

Ma vediamo le modifiche intervenute in Aula. Il cardine di questo provvedimento rimane il cavallo di battaglia delle scorse elezioni politiche, ovvero la tanto decantata abolizione del reddito di cittadinanza (RdC) a favore di un depotenziato Assegno di Inclusione. Senza contare le cifre più basse e la platea di beneficiari più ristretta, al contrario di quanto avveniva con le tre offerte lavorative del RdC, con questa nuova normativa si passa ad un’unica “offerta congrua” che può essere o di un contratto indeterminato o di uno determinato ma di durata superiore ai 12 mesi, in questo secondo caso nel raggio di 80km o 2 ore di trasporto pubblico. Un’unica offerta che, a mo’ di ricatto, se rifiutata implica la perdita totale del sostegno, salvo casi speciali come, ad esempio, nel caso di un nucleo familiare con un minore di 14 anni. Infatti, in questo caso, il “ricatto lavorativo” viene ridotto solo sulla scala degli 80km o due ore di trasporto lasciando al beneficiario la possibilità di rifiutare solamente le offerte più distanti. Ma se da un lato con questa nuova misura si riduce ciò che viene pensato e dato per i lavoratori, così non è per il lato delle imprese. È infatti presente il solito ed immancabile esonero contributivo per i datori di lavoro che assumono i detentori dell’assegno di inclusione, nel caso di un contratto indeterminato pari, addirittura, a un esonero del 100% per il primo anno.

Resta e, anzi, si rinvigorisce il taglio del cuneo fiscale, secondo cavallo di battaglia del decreto. Infatti, dopo l’iter parlamentare vi è un ulteriore taglio di quattro punti. Come abbiamo già ribadito svariate volte, il taglio del cuneo è e rimane solo una brillante operazione di marketing per far di tutto tranne che alzare i salari in un paese come l’Italia dove questi sono rimasti sempre stagnanti negli ultimi 20 anni. Ci sono molti modi per difendere il potere di acquisto di un lavoratore. La riduzione del cuneo resta il più paradossale. Questo perché con la riduzione del cuneo i lavoratori, spesso e volentieri, si sobbarcano il costo stesso della riduzione tramite altre tasse o la riduzione della spesa in servizi, a fronte di favorire un minor costo del lavoro e favorendo in ultima analisi le imprese, piuttosto che se stessi.

Per quanto riguarda invece l’ultimo punto trattato a caldo nel nostro post di maggio, anche dopo l’iter parlamentare, nel decreto si aumentano le possibili causali per i rinnovi dei contratti a termine. Una deliberata scelta politica di precarizzazione ulteriore del mercato del lavoro, in una realtà come quella italiana dove la stabilità lavorativa gioverebbe sicuramente al lavoratore e dove i contratti a termine sono strumento di precarizzazione volti a minare il potere contrattuale dei lavoratori stessi.

Va fatto notare a questo punto un ulteriore passaggio di questa nuova legge, quello sull’alternanza scuola-lavoro, di cui abbiamo già evidenziato le intrinseche problematicità. Nella malsana ottica di sfruttamento della società moderna le scuole sono ormai passate da centri del sapere e della crescita personale a meri “diplomifici”. Il fatto che delle modifiche come quelle di cui discuteremo a breve si trovino nel decreto “Lavoro” e non piuttosto in uno con a titolo “Istruzione” o “Scuola” ne è nient’altro che una delle tante prove. I numeri degli infortuni e delle morti di studenti impegnati nell’alternanza sono agghiaccianti: si è passati da 256 denunce di infortunio di alunni nel 2021 a ben 2103 nel 2022, da uno studente morto nel 2021 a due morti nel 2022! In Italia muoiono sul lavoro circa tre persone al giorno.

Rendere il luogo di lavoro un posto più sicuro gioverebbe quindi non solo agli studenti definiti dal governo “on the job”, ma anche ai lavoratori tutti. Peccato, però, che la legge non delinei per nulla un cambiamento radicale quale sarebbe necessario. Al contrario, piuttosto che aumentare gli ispettori del lavoro, è un docente coordinatore della progettazione del percorso che avrà il ruolo di seguire passo passo lo studente nelle ore del lavoro così da controllarlo più da vicino. Dal lato delle imprese, invece, queste dovranno compilare semplicemente un “Documento di valutazione dei rischi”, dove spiegare tutte le criticità e i rischi a cui gli studenti saranno forzatamente e gratuitamente sottoposti. Ma la cosa più allucinante è la creazione del Fondo per indennizzare i decessi nei percorsi “on the job”. Ovviamente, la tutela di tutti i lavoratori è sacrosanta. Ma invece di fare ciò che si dovrebbe, ovvero spazzare via uno strumento, quello dell’alternanza scuola-lavoro, utile soltanto all’impresa per reperire lavoro a costo zero, fucina di sfruttamento e disgrazie, cosa fa il Governo? Crea un fondo che rappresenta una completa normalizzazione della morte di studenti su un posto di lavoro, considerando questo fenomeno come una cosa così normale da necessitare un fondo a sé stante.

A questo punto appare chiaro come questa legge sia, come era già apparso chiaro dalla sua prima versione, un chiaro attacco alla classe lavoratrice. Attacco che però va ulteriormente contestualizzato nella realtà italiana, che di fatto è una realtà drammatica. Nel chiarire questo ci può essere di aiuto il Report Statistico Nazionale 2023 della Caritas italiana. Nel 2022 si è registrato un incremento del 4,4% nel numero degli assistiti dai centri Caritas (dato depurato della crescita del numero di persone di nazionalità ucraina in fuga dalla guerra).

Si tratta di una tendenza in corso da tempo, come ci ricorda il Rapporto Caritas dell’ottobre 2022 sulla povertà. Infatti, se da un lato con l’eliminazione del RdC e del suo “depotenziamento” in Assegno di Inclusione si riducono quelli che erano gli strumenti di supporto che venivano erogati alle fasce lavorative meno benestanti, va fatto notare come già con il RdC tra il 2020 ed il 2021 vi era stato un trend crescente per quanto riguarda il numero di beneficiari dei centri Caritas, con un incremento del 7,7% tra i due anni. Incremento dovuto principalmente alle lacune lasciate dal RdC nei confronti di stranieri, lacune chiaramente presenti anche nel nuovo Assegno. Il Reddito di Cittadinanza, ricordiamolo, anche prima della sua eliminazione e del depotenziamento in nuova misura, era comunque insufficiente, in molti casi, ad evitare il problema della povertà ai suoi percettori. Lo testimonia il fatto che ben un 22,3% dei beneficiari Caritas ne erano percettori. Ma non solo. Secondo un altro rapporto della Caritas, infatti, solo il 44% dei poveri assoluti riceveva il RdC. Una testimonianza di quanto tale strumento fosse una goccia nell’oceano. Una goccia, che, evidentemente, per il Governo era comunque troppo.

L’accanimento del governo Meloni contro i lavoratori è e rimane più alto che mai: eliminazione del RdC, creazione di un suo surrogato depotenziato, aumento dei contratti a termine, precarizzazione. Attacco che si estende non solo ai lavoratori, soprattutto i più vulnerabili, ma anche agli studenti. Un attacco ai lavoratori di oggi e a quelli di domani; alla classe lavoratrice ad ogni età. Un continuo ed incessante accanirsi su chi è già stato massacrato da anni di riforme, ignorando, d’altro canto, tutti i ben più gravi problemi strutturali del nostro paese.

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