Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/03/2025

Istat: la redistribuzione del reddito peggiora nel 2024

L’Istat ha pubblicato il rapporto sulla redistribuzione del reddito in Italia per l’anno 2024. Come l’istituto scrive sul proprio sito, i risultati presentati “valutano gli effetti sui redditi disponibili delle famiglie generati dalle politiche redistributive introdotte nel 2024”, e il verdetto è tutt’altro che positivo.

Gli interventi normativi considerati sono la riforma dell’Irpef, l’eliminazione del Reddito/Pensione di Cittadinanza, sostituiti dall’Assegno di Inclusione (ADI), gli esoneri contributivi per lavoratori dipendenti e le lavoratrici dipendenti madri, e infine l’indennità una tantum per i lavoratori dipendenti (il cosiddetto Bonus Natale).

“Nel complesso – scrive l’Istat nel rapporto – le modifiche al sistema di tasse e benefici prese in esame esercitano un effetto contenuto sulla distribuzione dei redditi. L’indice di Gini aumenta di poco più di un decimo di punto, da 30,25% a 30,40%”. Tale indice viene usato per misurare la disuguaglianza nella distribuzione del reddito: questa è maggiore se aumenta anche l’indice.

Le politiche del governo Meloni hanno perciò peggiorato la capacità redistributiva degli interventi pubblici, ma ciò che va sottolineato è che di tale peggioramento soffrono soprattutto le famiglie più povere. Infatti, è il passaggio al regime dell’ADI da quello del reddito di cittadinanza (già depotenziato nel 2023) a segnare profondamente i risultati.

“Le misure esaminate comportano il peggioramento del reddito disponibile per poco meno di 1 milione e 200 mila famiglie (4,5% del totale). La perdita è pari in media a quasi 2mila euro, è concentrata tra le famiglie del quinto più povero (94,6% della perdita totale) ed è riconducibile per lo più al passaggio dal RdC all’ADI”.

Nello specifico, il passaggio all’ADI ha comportato “un peggioramento dei redditi disponibili per circa 850mila famiglie (3,2% delle famiglie residenti). La perdita media annua è di circa 2mila 600 euro e interessa quasi esclusivamente le famiglie che appartengono al gruppo delle famiglie più povere”.

Per circa 400 mila famiglie non è cambiato sostanzialmente nulla, mentre solo 100 mila nuclei hanno avuto un beneficio dal passaggio al nuovo regime, in virtù del diverso metodo di calcolo del trattamento dei componenti con disabilità. L’effetto della sostituzione del Reddito di cittadinanza con l’ADI è l’aumento di oltre 2 decimi di punto dell’indice di Gini.

Le altre misure hanno dunque solo parzialmente riequilibrato gli effetti dell’introduzione dell’ADI, tra l’altro facendo pagare lo scompenso ulteriore nella redistribuzione della ricchezza alla fascia più povera dalla popolazione. Senza considerare che anche in quella appena superiore non se la passano benissimo.

Questo è il risultato delle politiche del governo Meloni: peggiorare la condizione dei più deboli, renderli più ricattabili per rispondere alle richieste dei prenditori italiani, che non sanno far altro che vivere di sussidi, rendite e sfruttamento intensivo dei lavoratori. Le battaglie per il salario minimo e una maggiore tutela della sicurezza sul posto di lavoro si rivelano ancora più imprescindibili.

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11/04/2024

Decreto 407, meno diritti per gli invalidi civili

Una storia che sembrerebbe impossibile, se non fossimo in un paese dove ormai lo stato di diritto non esiste quasi più. Questa la mia storia: sono invalido civile al 75%, mi hanno diagnosticato un disturbo schizo affettivo (Bipolare che ha avuto almeno una crisi psicotica nella vita).

Un martedì mattina stavo lavorando quando mi è arrivata una telefonata dai sindacati: mi comunicavano che col decreto 407 chi anche viveva da solo ma non aveva reddito, non era sposato e non aveva figli, doveva presentare un nuovo Isee con l’Isee dei genitori, sperando che ci vada d’accordo, c’è inoltre da ricordare che molto facilmente un invalido fa fatica a fare una famiglia e ad avere dei figli rispetto ad una persona normale, per cui non sono poche queste persone.

Mi è cascato il mondo addosso: i miei genitori prendono un isee non molto alto ma sufficiente a farmi perdere, anche se di poco, tutte le agevolazioni che mi permettono di sopravvivere: avrei superato il limite per poter tenere la casa popolare in cui abito dal 2018, col rischio di perderla, non ci sono le condizioni per poter tornare ad abitare con i miei, per cui dovrei chiedere ai servizi sociali di attivarsi per cercarmi un alloggio protetto.

Ho parlato con l’assistente sociale e mi ha rassicurato, non mi avrebbero sbattuto fuori sui due piedi. Inoltre non è semplice trovare un alloggio protetto, con i tagli ai servizi sociali, questi alloggi sono pochi e lunga la lista d’attesa.

Se uno non ha un buon rapporto con i propri genitori e non può rientrare in casa con loro, dove va a stare dati i tempi burocratici dei servizi sociali?

Perderei l’assegno di inclusione (ex reddito di cittadinanza), e dovrei vivere solo con le 340 euro dell’assegno di invalidità. Perderei la carta agevolata dei trasporti, ma questo è il meno male, andrei in bicicletta. E infine perderei l’esenzione dal tiket dei farmaci E02 e io prendo parecchi farmaci a causa della mia invalidità.

Morale di tutta questa storia è che si può pensare bene e dire che il legislatore ha fatto un pasticcio e non si è reso conto dei danni che ha creato, o pensare male, che come diceva Andreotti, a volte ci si azzecca: ovvero che il legislatore era perfettamente consapevole di queste conseguenze, ma voleva assecondare il pensiero perbenista che vede in chiunque prende un sussidio dallo Stato un furbetto che va punito, e ci si dimentica che poi si fanno condoni ad evasori fiscali che forse contano elettoralmente di più.

Ho sentito poi strane giustificazioni a questo decreto: che serve per fare uno screening delle condizioni dei percettori dell’assegno di inclusione, in modo da colpire i furbetti che dichiarano di vivere da soli e poi non lo fanno, ma non si capisce come questo decreto possa individuare questi casi.

Altri dicono che è stato fatto per colpire i figli di genitori ricchi che si dichiarano nullatenenti. Ma questo come il caso precedente non corrisponde a verità, questo decreto non è fatto per colpire i furbetti, infatti basta avere un reddito di poco meno di tremila euro che si può presentare l’Isee in proprio, non col reddito dei genitori.

Se volessero colpire i furbetti dovrebbero fare più controlli che ora, data la quasi estinzione dei percettori dell’assegno di inclusione, potrebbero essere più facili.

Questo decreto costringe persone di quasi sessant’anni ad essere mantenute da genitori ultraottantenni, che con ogni probabilità devono affrontare spese mediche data l’età (mio padre deve rifare i denti e non può andare da un dentista qualsiasi, va col dentista del servizio sanitario nazionale, perché non ha soldi).

Ovviamente di questo decreto non si è diffusa notizia, ma è ovvio, come si fa a dire che il governo toglie l’assegno di inclusione anche a una parte di invalidi? Meglio parlare di Fedez e Ferragni, e vantarci di essere un paese democratico.

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05/07/2023

Ma quale (decreto) lavoro? Sfruttamento e precarietà, la ricetta del governo Meloni

Pochi giorni fa, con 154 voti a favore, 82 contrari e 12 astenuti, il Parlamento ha approvato la conversione in legge del decreto-legge 48/2023, conosciuto ai più come “decreto Lavoro”. Un decreto che aveva davvero poco in favore dei lavoratori, che era stato vergognosamente presentato il Primo Maggio e che avevamo già commentato a caldo il giorno dopo.

Ma vediamo le modifiche intervenute in Aula. Il cardine di questo provvedimento rimane il cavallo di battaglia delle scorse elezioni politiche, ovvero la tanto decantata abolizione del reddito di cittadinanza (RdC) a favore di un depotenziato Assegno di Inclusione. Senza contare le cifre più basse e la platea di beneficiari più ristretta, al contrario di quanto avveniva con le tre offerte lavorative del RdC, con questa nuova normativa si passa ad un’unica “offerta congrua” che può essere o di un contratto indeterminato o di uno determinato ma di durata superiore ai 12 mesi, in questo secondo caso nel raggio di 80km o 2 ore di trasporto pubblico. Un’unica offerta che, a mo’ di ricatto, se rifiutata implica la perdita totale del sostegno, salvo casi speciali come, ad esempio, nel caso di un nucleo familiare con un minore di 14 anni. Infatti, in questo caso, il “ricatto lavorativo” viene ridotto solo sulla scala degli 80km o due ore di trasporto lasciando al beneficiario la possibilità di rifiutare solamente le offerte più distanti. Ma se da un lato con questa nuova misura si riduce ciò che viene pensato e dato per i lavoratori, così non è per il lato delle imprese. È infatti presente il solito ed immancabile esonero contributivo per i datori di lavoro che assumono i detentori dell’assegno di inclusione, nel caso di un contratto indeterminato pari, addirittura, a un esonero del 100% per il primo anno.

Resta e, anzi, si rinvigorisce il taglio del cuneo fiscale, secondo cavallo di battaglia del decreto. Infatti, dopo l’iter parlamentare vi è un ulteriore taglio di quattro punti. Come abbiamo già ribadito svariate volte, il taglio del cuneo è e rimane solo una brillante operazione di marketing per far di tutto tranne che alzare i salari in un paese come l’Italia dove questi sono rimasti sempre stagnanti negli ultimi 20 anni. Ci sono molti modi per difendere il potere di acquisto di un lavoratore. La riduzione del cuneo resta il più paradossale. Questo perché con la riduzione del cuneo i lavoratori, spesso e volentieri, si sobbarcano il costo stesso della riduzione tramite altre tasse o la riduzione della spesa in servizi, a fronte di favorire un minor costo del lavoro e favorendo in ultima analisi le imprese, piuttosto che se stessi.

Per quanto riguarda invece l’ultimo punto trattato a caldo nel nostro post di maggio, anche dopo l’iter parlamentare, nel decreto si aumentano le possibili causali per i rinnovi dei contratti a termine. Una deliberata scelta politica di precarizzazione ulteriore del mercato del lavoro, in una realtà come quella italiana dove la stabilità lavorativa gioverebbe sicuramente al lavoratore e dove i contratti a termine sono strumento di precarizzazione volti a minare il potere contrattuale dei lavoratori stessi.

Va fatto notare a questo punto un ulteriore passaggio di questa nuova legge, quello sull’alternanza scuola-lavoro, di cui abbiamo già evidenziato le intrinseche problematicità. Nella malsana ottica di sfruttamento della società moderna le scuole sono ormai passate da centri del sapere e della crescita personale a meri “diplomifici”. Il fatto che delle modifiche come quelle di cui discuteremo a breve si trovino nel decreto “Lavoro” e non piuttosto in uno con a titolo “Istruzione” o “Scuola” ne è nient’altro che una delle tante prove. I numeri degli infortuni e delle morti di studenti impegnati nell’alternanza sono agghiaccianti: si è passati da 256 denunce di infortunio di alunni nel 2021 a ben 2103 nel 2022, da uno studente morto nel 2021 a due morti nel 2022! In Italia muoiono sul lavoro circa tre persone al giorno.

Rendere il luogo di lavoro un posto più sicuro gioverebbe quindi non solo agli studenti definiti dal governo “on the job”, ma anche ai lavoratori tutti. Peccato, però, che la legge non delinei per nulla un cambiamento radicale quale sarebbe necessario. Al contrario, piuttosto che aumentare gli ispettori del lavoro, è un docente coordinatore della progettazione del percorso che avrà il ruolo di seguire passo passo lo studente nelle ore del lavoro così da controllarlo più da vicino. Dal lato delle imprese, invece, queste dovranno compilare semplicemente un “Documento di valutazione dei rischi”, dove spiegare tutte le criticità e i rischi a cui gli studenti saranno forzatamente e gratuitamente sottoposti. Ma la cosa più allucinante è la creazione del Fondo per indennizzare i decessi nei percorsi “on the job”. Ovviamente, la tutela di tutti i lavoratori è sacrosanta. Ma invece di fare ciò che si dovrebbe, ovvero spazzare via uno strumento, quello dell’alternanza scuola-lavoro, utile soltanto all’impresa per reperire lavoro a costo zero, fucina di sfruttamento e disgrazie, cosa fa il Governo? Crea un fondo che rappresenta una completa normalizzazione della morte di studenti su un posto di lavoro, considerando questo fenomeno come una cosa così normale da necessitare un fondo a sé stante.

A questo punto appare chiaro come questa legge sia, come era già apparso chiaro dalla sua prima versione, un chiaro attacco alla classe lavoratrice. Attacco che però va ulteriormente contestualizzato nella realtà italiana, che di fatto è una realtà drammatica. Nel chiarire questo ci può essere di aiuto il Report Statistico Nazionale 2023 della Caritas italiana. Nel 2022 si è registrato un incremento del 4,4% nel numero degli assistiti dai centri Caritas (dato depurato della crescita del numero di persone di nazionalità ucraina in fuga dalla guerra).

Si tratta di una tendenza in corso da tempo, come ci ricorda il Rapporto Caritas dell’ottobre 2022 sulla povertà. Infatti, se da un lato con l’eliminazione del RdC e del suo “depotenziamento” in Assegno di Inclusione si riducono quelli che erano gli strumenti di supporto che venivano erogati alle fasce lavorative meno benestanti, va fatto notare come già con il RdC tra il 2020 ed il 2021 vi era stato un trend crescente per quanto riguarda il numero di beneficiari dei centri Caritas, con un incremento del 7,7% tra i due anni. Incremento dovuto principalmente alle lacune lasciate dal RdC nei confronti di stranieri, lacune chiaramente presenti anche nel nuovo Assegno. Il Reddito di Cittadinanza, ricordiamolo, anche prima della sua eliminazione e del depotenziamento in nuova misura, era comunque insufficiente, in molti casi, ad evitare il problema della povertà ai suoi percettori. Lo testimonia il fatto che ben un 22,3% dei beneficiari Caritas ne erano percettori. Ma non solo. Secondo un altro rapporto della Caritas, infatti, solo il 44% dei poveri assoluti riceveva il RdC. Una testimonianza di quanto tale strumento fosse una goccia nell’oceano. Una goccia, che, evidentemente, per il Governo era comunque troppo.

L’accanimento del governo Meloni contro i lavoratori è e rimane più alto che mai: eliminazione del RdC, creazione di un suo surrogato depotenziato, aumento dei contratti a termine, precarizzazione. Attacco che si estende non solo ai lavoratori, soprattutto i più vulnerabili, ma anche agli studenti. Un attacco ai lavoratori di oggi e a quelli di domani; alla classe lavoratrice ad ogni età. Un continuo ed incessante accanirsi su chi è già stato massacrato da anni di riforme, ignorando, d’altro canto, tutti i ben più gravi problemi strutturali del nostro paese.

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